"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 3 novembre 2018

Terzapagina. 50 «Ogni essere umano è un mondo irripetibile».


Tratto da “Manuale per sfuggire alla catastrofe”, confronto tra Wlodek Goldkorn e Zygmunt Bauman pubblicato sul settimanale L'Espresso del 19 di marzo dell'anno 2017: (Goldkorn). Caro Zygmunt, parliamo dello straniero, dell’Altro. Vorrei indagare sulla tua “via verso la saggezza”. Una volta, parafrasando Heidegger, mi hai detto che ciò che per gli indigeni, gli autoctoni, coloro che hanno sempre vissuto là dove sono nati, è evidente, per lo straniero risulta invece foriero di domande. Lo straniero non può che interrogare e interrogarsi.

venerdì 2 novembre 2018

Riletture. 36 «Fortebraccio lo chiamava “marxismo-cicchittismo”».


Dell’indimenticato Alberto Statera - Roma, 16 settembre 1947 – Roma, 22 dicembre 2016 - un “pezzo” – “L’intellettuale blairiano di complemento” – di cronaca politica su di una tra le figure immarciscenti della politica del bel paese, “pezzo” pubblicato sul settimanale A&F del 2 di novembre dell’anno 2015. Per dire di una figura dell’ondivaga, intramontabile schiatta che  popola o spopola impunentemente in quella che a suo tempo è stata definita la “casta” al potere:

giovedì 1 novembre 2018

Riletture. 35 Alda Merini e «l’urlo che abita nel fondo di noi».


“A tutti i giovani raccomando:
aprite i libri con religione,
non guardateli superficialmente,
perché in essi è racchiuso
il coraggio dei nostri padri.

E richiudeteli con dignità
quando dovete occuparvi di altre cose.

Ma soprattutto amate i poeti.

Essi hanno vangato per voi la terra
per tanti anni, non per costruivi tombe,
o simulacri, ma altari.

Pensate che potete camminare su di noi
come su dei grandi tappeti
e volare oltre questa triste realtà
quotidiana. (Da “La vita facile” di Alda Merini)

Tratto da “Essere santa senza Dio. I primi versi di Alda Merini” di Vito Mancuso, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 1° di novembre dell’anno 2014: Da dove nasce quella strana disposizione della mente che porta alcuni esseri umani a valicare il piano della vita ordinaria, afferrati da un bisogno irresistibile di oltrepassare la superficie su cui gli altri si aggirano al sicuro ma che da loro è avvertita come piatta superficialità? Chi viene investito da questa particolare energia si scopre a concepire un nuovo modo di rappresentare le forme e i colori se è pittore, un nuovo modo di articolare i suoni se musicista, un nuovo modo di pensare l’esistenza se filosofo, e un nuovo lessico e nuove connessioni tra le parole se poeta. Ma da dove viene l’energia che accende il fuoco interiore detto ispirazione, creatività, illuminazione, profezia? L’inedito di Alda Merini (…) nel quinto anniversario della morte (avvenuta a Milano il 1° novembre 2009) risponde a questa domanda. Intitolato Santi e poeti e datato 2 dicembre 1948, è un testo molto prezioso dal punto di vista biografico in quanto precede la prima pubblicazione dell’autrice che fu la poesia Il gobbo del 22 dicembre 1948. È quindi la prima poesia conosciuta di Alda Merini, allora 17enne essendo nata a Milano il 21 marzo 1931. Ma come mai è rimasta inedita fino a oggi e qual è la sua storia? Dimenticata dall’autrice, venne riscoperta casualmente insieme ad altri due inediti posteriori (uno senza titolo datato 14-3-54, l’altro intitolato Mosè ma senza data) il giorno in cui la Merini ricevette l’amica Marisa Tumicelli nella sua casa sui Navigli e la portò a visitare la soffitta: fu lì che, scorgendo alcuni fogli sparsi sul pavimento, ritrovò questa poesia del tutto dimenticata. Donò i fogli all’amica, la quale li custodì per diversi anni fino a quando li affidò a don Marco Campedelli, sacerdote veronese, burattinaio e liturgista, grande amico e confidente della Merini che lo chiamava affettuosamente “don Chiodo” e a cui dettò un centinaio di poesie poi confluite nell’opera del 2005 Nel cerchio di un pensiero. (…). Io credo che Santi e poeti sia un vero e proprio manifesto di Alda Merini. La poesia infatti risponde alla domanda fondamentale posta all’inizio di questo articolo dicendo che la sorgente di quell’energia particolare che dà origine all’ispirazione è l’armonia del soggetto con il bene e la giustizia, in una relazione così stretta da potersi chiamare santità: «Bisogna essere santi per essere anche poeti». La poesia nasce dall’ordinamento del caos che ci abita. Lasciato a se stesso esso conduce nei «vicoli ciechi del cervello, sbriciolati in miriadi di esseri senza vita durevole e completa», ma domato «con un gesto calmo della mano, con un guardar “volutamente” buono», fa ritrovare la “strada maestra”: e «nulla è più fecondo e più stupendo di questo tempo di conciliazione». La poesia quindi sorge dalla lacerazione esistenziale e si compie nella conciliazione tra il singolo e la vita nel mondo. Si tratta di una poetica decisamente antimoderna, e quindi altrettanto decisamente classica. L’idea-madre della classicità infatti è che si può dare bellezza solo in unione armoniosa con il vero e con il buono, secondo ciò che la filosofia tomista chiama dottrina dei trascendentali dell’essere, ovvero l’idea dell’intima connessione tra logica, ontologia, etica ed estetica. Per la mentalità contemporanea al contrario la creazione artistica non ha nulla a che fare con il vero e con il bene, ma vive solo della soggettività dell’autore. Sei anni prima dell’inedito della Merini scriveva Simone Weil: «Il bene è disprezzato non solo nella storia ma in tutti gli studi proposti ai giovani… è una verità divenuta luogo comune tra i giovani e gli adulti che il genio non ha nulla a che fare con la moralità». La moralità, ovviamente, non è moralismo, perché è evidente che il genio non ha nulla a che fare con il moralismo: la moralità è armonia tra idee e vita, tra dottrine ed esistenza, tra parole e realtà, è il contrario dell’illusione, è il contatto reale e trasparente con i fenomeni.