Da “Pure a
sinistra serve l’amor di patria” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il
Fatto Quotidiano” del 4 di gennaio 2018: (…). Sinistra e patriottismo sono tradizioni
politiche e ideali che, nella nostra storia, in pochi casi hanno camminato
insieme; spesso si sono guardate con reciproca diffidenza o apertamente
combattute. La sinistra di ispirazione marxista e internazionalista ha sempre
considerato il patriottismo una delle tante maschere che la borghesia ha
indossato per ingannare il popolo, coprire i propri interessi, giustificare
l’espansione coloniale; la sinistra di ispirazione cristiana lo ha giudicato
un’ideologia che offende l’ideale della pace e della fratellanza dei popoli; la
sinistra d’ispirazione illuministica lo ha disprezzato come una cultura rozza
in contrasto con il cosmopolitismo illuminato dalla ragione. Con il bel
risultato di avere una sinistra inetta a rappresentare le aspirazioni dei molti
che si sentono e vogliono restare italiani e un patriottismo degenerato in
nazionalismo nemico degli ideali di libertà e di giustizia sociale, razzista,
inebriato di idee di falsa grandezza. Se invece la sinistra abbracciasse
finalmente, con sincera convinzione nata da una seria riflessione storica e
ideale, la migliore tradizione del patriottismo italiano, si candiderebbe ad
essere davvero forza di governo, e non forza di occupazione del governo, e
potrebbe soprattutto tentare l’ardua, ma grande, impresa della rinascita civile
dell’Italia. Provo a sostenere queste affermazioni con qualche argomento (…).
Chiarisco, in primo luogo, che quando parlo della migliore tradizione del
patriottismo opero una precisa distinzione fra le varie teorie e scelgo quella
che meglio di ogni altra ha saputo interpretare il concetto di patria italiana
come ideale di libertà e di giustizia sociale che comanda il rispetto di tutti i
popoli e impone di sostenere la lotta degli oppressi contro i padroni del mondo
ovunque, chiunque essi siano. Mi riferisco, com’è ovvio a Giuseppe Mazzini che
ci ha lasciato una teoria dell’amor di patria che anche i più autorevoli
critici del patriottismo oggi riconoscono come una valida visione per la lotta
contro le diseguaglianze sociali; a Carlo Rosselli che capì meglio di altri
quale tragico errore commisero socialisti e comunisti a rinnegare il sentimento
popolare dell’amor di patria; a Alcide De Gasperi che rammentava ai cristiani
che “il nostro patriottismo non nasce dall’odio, ma dall’amore. Nasce
dall’amore, cioè dal dovere della solidarietà e della fraternità”; al
presidente Carlo Azeglio Ciampi che con le sue parole seppe fare ritrovare a tanti
giovani, l’ho constatato di persona, il vero significato dell’amor di patria. Soltanto
chi ha questo amor di patria ha la legittimità morale per governare. Chi non
l’ha può, tutt’al più, occupare il governo. A meno che qualcuno mi spieghi come
può fare il bene dell’Italia chi non l’ama e ami in primo luogo il proprio
tornaconto o, il che è quasi paggio, il proprio partito. Amare la patria
secondo i maestri che ho citato (e tanti altri potrei menzionare) vuol dire
volere il bene dell’Italia consapevoli dei suoi vizi storici ma anche delle sue
energie morali e intellettuali; volere che sia libera, che non sia dominata da
padroni, che difenda i diritti dei cittadini ed esiga il rispetto dei doveri,
che sappia premiare chi merita di essere premiato e punito chi merita di essere
punito, che sappia essere rispettata dai popoli del mondo perché giusta e
generosa. Ho sostenuto, infine, che soltanto una sinistra guidata dall’amor di
patria può tentare l’impresa della redenzione civile dell’Italia perché i
popoli rinascono quando i loro cittadini migliori sanno ispirare e stimolare
nuove energie morali. Il mio, per quel che vale, è ragionamento da realista:
per ispirare e stimolare energie morali occorrono esempi del passato da citare,
miti da riscoprire, eventi da evocare, pagine da rileggere insieme. Tutto
questo potrebbe trarre con poca fatica chi sapesse e volesse imparare la
lezione dei nostri migliori patrioti, a condizione che abbia animo grande e
passione sincera per la libertà. Chi non crede nella forza delle memorie e
degli esempi non conosce la storia. A dare ai nostri migliori antifascisti la
tenacia per lottare e sacrificarsi nella lotta contro il regime di Mussolini
(sostenuto da quell’essere spregevole che fu Vittorio Emanuele III) furono in
buona misura le memorie del Risorgimento. Il movimento per i diritti civili
negli Stati Uniti aveva fra i suoi riferimenti ideali il Presidente Lincoln.
Dimenticare chi ha sofferto perché noi potessimo vivere liberi, oltre ad essere
scelta da dissennati, è comportamento da ingrati. Gli ingrati non redimono la
patria; la uccidono.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 5 gennaio 2018
giovedì 4 gennaio 2018
Primapagina. 60 “2017: anno benedetto soltanto per i ricchi”.
Il “nuovo”, ovvero “l’anno nuovo” che è
cominciato e che avanza. Storia “vecchia” – e sempre la stessa - in un “anno
nuovo”. Come non tenerne conto? Per che fare? “Che fare?”, si chiedeva
quello della rivoluzione d’ottobre appena ricordata. Tratto da “Anno dei Signori 2017: ci hanno guadagnato
soltanto i miliardari” di Alessandro Robecchi, pubblicato su “il Fatto
Quotidiano” del 3 di gennaio 2018: (…). Su con la vita! I 500 uomini più ricchi
del pianeta nel 2017 si sono messi in tasca giusti giusti mille miliardi di
dollari, con un incremento del 23 per cento rispetto all’anno prima e insomma,
non facciamola lunga: si certifica, nell’anno dei Signori 2017, che per
diventare ricchi la cosa migliore è essere già molto ricchi. La forbice della
diseguaglianza non solo non si chiude, ma si apre a dismisura, in un’annata
d’oro per i miliardari. Il primo della lista, Jeff Bezos, il capo di Amazon, ha
incrementato la sua fortuna del 34 e passa per cento, ora è vicino ai 100
miliardi di dollari (99,6, per la precisione, cioè per arrivare a 100 gli
mancano solo 400 milioni di dollari, suggerisco di aprire una sottoscrizione).
Lo inseguono Bill Gates e Warren Buffet, staccati di una manciata di miliardi
(91 e 85). Il primo europeo è in sesta posizione, ed è quel Bernard Arnault,
francese, che vende lusso a tutti, cioè di sicuro ai suoi 500 colleghi della
classifica degli uomini più ricchi del mondo. Più ricchi che nel 2016, anno in
cui erano diventati più ricchi che nel 2015, anno in cui… Potete tornare
indietro un bel po': nei dieci anni della crisi è gente che non si è mai fatta
mancare il segno più. Ma sì, ma sì, sono classifiche che lasciano il tempo che
trovano. L’indignazione generica del momento e poi basta. Eppure – lo dico,
male, un po’ rozzamente, perdonate – queste classifiche potrebbero mettere
qualche idea in testa. Per esempio che lì dentro potrebbero annidarsi i famosi
soldi che non ci sono mai. Ritornello costante di ogni governo più o meno o
para-liberale (non solo italiano) quando si parla di servizi e diritti è “sì,
sarebbe giusto, ma non ci sono i soldi”. Ora con tutti i soldi che ti fanno
ciao ciao con la manina dalle classifiche (mille miliardi di dollari in più in
un anno), direi che i soldi ci sono, invece, e pure tanti, e si sa anche chi li
ha in tasca. È noto il ritornello liberista, che sono in realtà due. Il
liberista classico dirà che ci pensa il mercato e che se uno ha cento miliardi
di dollari in tasca e un suo dipendente fa fatica a mettere insieme il pranzo
con la cena, pazienza, che ci vuoi fare, è il mercato. Poi c’è il liberista moderno,
smart e di sinistra, quello che dice uh, che bello i ricchi diventano più
ricchi, e così anche chi lavora per loro sarà più felice. È un classico da Tony
Blair in poi: la convinzione che se aiuti i padroni automaticamente aiuti anche
i lavoratori. Una teoria interessante, che però cade un po’ a pera appena si
guardano i numeri, perché i famosi padroni guadagnano mille miliardi in un
anno, e i famosi lavoratori – pardon – una cippa di cazzo. Peggio: si sentono
ripetere ogni giorno che i tempi sono cambiati e che devono cedere terreno e
diritti. E quando la grande politica, i grandi leader mondiali (e anche i
piccoli di casa nostra), parlano di diseguaglianze e di come combatterle,
tendono a parlarne con Jeff Bezos e Bill Gates più che con quelli che spostano
pacchi e scrivono software. Gli anni della crisi, che hanno messo in ginocchio
il ceto medio e proletarizzato tutti gli altri, in molti paesi e più che
altrove in Italia, sono stati anni benedetti soltanto per i ricchi, coronati
dal boom del 2017. Naturalmente né la storia né la geopolitica, né l’economia
si fanno con l’aritmetica, ma non è difficile fare due più due e capire che i
soldi che mancano qui (al lavoro) sono finiti là (al profitto e al capitale),
in misura eccessiva rispetto a qualsiasi decenza. Farsi rendere un po’ di quei
soldi – e non soltanto in metafora – dovrebbe essere al primo punto di ogni
programma che osasse chiamarsi “di sinistra”.
lunedì 1 gennaio 2018
Quodlibet. 47 “Il dovere di trovare la fiducia perduta”.
Da “Il
dovere di trovare la fiducia perduta” di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del primo di gennaio dell’anno 2015: Molti leggono la crisi attuale
come crisi di fiducia in campo finanziario, economico e politico ma, più in
profondità, a livello culturale ed etico. (…). Ritengo perciò che, all’apertura
di un nuovo anno, valga la pena riflettere ancora sulla fiducia: sentimento,
atteggiamento ed esperienza che appare decisiva nell’esistenza di ogni persona
così come nella vita sociale della polis. Non possiamo vivere senza porre la
fiducia in qualcuno né senza ricevere fiducia da qualcuno, dagli altri. Ognuno
di noi è nato perché sentiva questa spinta ad avere fiducia nella vita, in chi
lo portava in grembo, in chi lo poteva accogliere. E ciascuno è venuto al mondo
proprio grazie alla fiducia originaria posta nei genitori o in chi ci ha
accompagnato nella nascita. Parimenti le nostre storie d’amore sono possibili
solo quando uno sa mettere la fiducia in un altro, in un’altra e da questi
riceverla. La fiducia è la realtà che rende possibile il vivere e il vivere in
relazione: nell’amicizia, nell’amore, nel rapporto maestro-discepolo, nella
relazione medico-paziente... Se una persona non riesce a fidarsi di nessuno, è
condannata all’isolamento, imprigionata in una situazione mortifera. È proprio
la fiducia che può creare il legame sociale e generare la comunità: a livello
politico la mancanza di fiducia genera una stanchezza nella democrazia e quindi
ne mina la credibilità, aprendo lo spazio alla barbarie. Se la fiducia oggi
difetta lo si deve in particolare a un triplice disincanto, sul piano
economico, politico e identitario. Il senso del vivere insieme è compromesso
dalla logica del mercato che privilegia l’interesse particolare e nega
l’istanza di solidarietà; la vita politica offre il triste spettacolo di uno
scollamento rispetto ai cittadini e di una autoreferenzialità elettiva che
genera diffidenza e inaffidabilità; l’identità collettiva è smarrita e
regredisce in un appiattimento su comunanze di tipo tribale. Dobbiamo allora
porci una domanda: come mai siamo precipitati in questa situazione in cui si
afferma che è meglio diffidare, diffidare sempre, diffidare di chiunque? Quali
sono i fattori che hanno minato la fiducia che si era creata sulle macerie
della seconda guerra mondiale? Quella fiducia sociale che ci aveva dato la
possibilità di una convivenza capace di assumere un progetto comune e di
condividere una speranza? Tra i fattori decisivi va annoverata l’illegalità
crescente che si è espansa come un’epidemia, dalla quale nessun potere e gruppo
sociale è restato immune. L’illegalità macroscopica, quasi sempre impunita, ha
autorizzato un’illegalità quotidiana e minuta, che sembra rispondere al “così
fan tutti”. Questa illegalità ha minato il senso di sicurezza e il bisogno di
protezione dei cittadini, immettendo in loro una sfiducia e tentandoli,
seducendoli fino a condurli a non darsi pena della collettività, a scambiare
l’etica con il “fare i moralisti”, a lasciar correre... Insieme ai fattori
ricordati di autoreferenzialità e di mancanza di senso del bene comune e del
servizio alla polis, l’illegalità ha reso inaffidabili molti soggetti politici
e le stesse istituzioni di rappresentanza democratica. I cittadini si sentono
sempre più lontani dalla politica e finiscono per non partecipare più
all’edificazione della polis che sembra invece sequestrata dai partiti, da
forze o gruppi di potere sovente nascosti e dunque viene valutata come non
possibile, ormai preda dei corrotti. Qualcuno sostiene che viviamo già
nell’epoca della post-democrazia e, a causa di questa debolezza della politica,
si affermano il populismo, il sorgere del “salvatore” di turno, la
smobilitazione dei corpi sociali, il conformismo e la degradazione dell’etica incapace
di competere con illusioni che catturano le masse. La consapevolezza di essere
cittadini di una polis comune ha ceduto il passo alla rassegnazione di essere
consumatori in un mercato dopato, in cui la libera concorrenza è divenuta corsa
alla sopraffazione, al dominio del più forte o del più furbo. E in questo
precipitare della qualità della convivenza politica, vanno in frantumi e sono
calpestate la solidarietà, l’attenzione ai deboli e alle vittime della storia. Così
i cittadini-consumatori continuano a credere ad annunci e promesse dei soggetti
politici, nonostante non se ne vedano le condizioni e tanto meno i segnali di
attuazione. Paure e illusioni sono fabbricate un giorno, esasperate quello
successivo e dimenticate o mutate il giorno dopo ancora. Le persone sono sempre
meno capaci di critica, il dibattito ragionato viene considerato una perdita di
tempo e sostituito da urla tra sordi, l’incalzare di sondaggi di ogni tipo e
qualità ha rimpiazzato il faticoso delinearsi di una “opinione pubblica”: così
si passa d’inganno in inganno, perdendo sempre più il contatto con la realtà.
Fino a quando? Sì perché, come ci insegna la storia, a un certo momento
sopraggiunge un punto di rottura in cui all’incapacità di indignarsi e di
impegnarsi segue la reazione irrazionale di chi si nutre di violenza. Allora,
che fare? Si tratta ora più che mai di rischiare la fiducia a partire dalle
nostre relazioni personali, di ribadire la necessità della fiducia come
fondamento della vita sociale. “Camminando si apre cammino”, così avendo
fiducia si fa crescere la fiducia. (…). …l’assuefazione alla sfiducia nelle
istituzioni, negli altri, nel futuro non fa che asfaltare la strada barbarie e
alla violenza. Sta a noi aprire un percorso diverso, resistendo, mettendo
fiducia in noi stessi, esercitandoci con convinzione ad avere fiducia negli
altri e a non tradire la loro, a partire da chi ci sta accanto. Il primo passo
per amare gli altri come se stessi consiste proprio nell’avere fiducia negli
altri almeno come in se stessi. La fiducia va cercata alla sorgente: nelle
modalità dei nostri rapporti con noi stessi, con gli altri, con il futuro, con
la storia, con il fatto stesso di vivere. Sì, la fiducia nella vita è ancora
possibile, è un dovere e una promessa di cui siamo debitori verso gli altri e
verso noi stessi.
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