"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 6 novembre 2014

Capitalismoedemocrazia. 52 “Chi aspira oggi a diventare operaio?”.



Ha scritto Nadia Urbinati, come sempre pregevolemente, sul quotidiano la Repubblica del 4 di novembre 2014 – “Chi aspira oggi a diventare operaio?” -: (…). La dimensione globale dei mercati e la decadenza del valore sociale del lavoro stanno insieme e si riflettono nella diaspora e trasformazione della sinistra. (…). È su questo punto che i sedicenti uomini della cosiddetta sinistra del secolo ventunesimo falliscono nella loro impresa; non riescono, poiché non possono, arrestare quella “decadenza del valore sociale del lavoro” che è un connotato del capitalismo non più manifatturiero ma dedito completamente alla speculazione finanziaria. Dobbiamo partire in verità da lontano, da un’analisi che oggi potrebbe apparire fuori tempo e che il “Moro di Treviri” elaborò nell’oramai remoto 1844, in quegli scritti che oggigiorno sono riconosciuti come i “Manoscritti economico-filosofici” di quel grande.

martedì 4 novembre 2014

Oltrelenews. 7 “Giustizia”.



Da “Non è successo nulla” di Concita De Gregorio, sul quotidiano la Repubblica dell’1 di novembre 2014: Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. (…). Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. (…). Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

sabato 1 novembre 2014

Oltrelenews. 6 “Lavoro”.



«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.»

Da “Jobs act” di Giacomo Pisani, sulla rivista online “alfabeta2” del 15 di ottobre 2014: Ha ancora senso, in Italia, parlare di lavoro? Col Jobs act renziano sembra rimasto ben poco dell’impianto teorico su cui si è retto questo principio fondamentale nella storia moderna, costruito a suon di lotte e conquiste, anche a livello costituzionale. Il lavoro è il fattore peculiare di realizzazione della persona, è la tensione essenziale che lo connette al mondo. È col lavoro che l’uomo dà forma al mondo realizzandosi e progettandosi dentro la frizione continua che le cose fuori di noi esercitano sulle nostre decisioni, esponendoci ai processi sociali e alla storia. L’uomo fa la storia per mezzo del lavoro, per questo le grandi rivoluzioni della modernità sono state determinate dalla volontà di liberare il lavoro dal ricatto e dallo sfruttamento.