Dice Gesù: "Sia invece il
vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal diavolo" (Mt, 5,37). È
probabile che ciò lo abbia detto l’uomo Gesù, l’ebreo di Nazareth, che conviene
considerare ben altra cosa dal Gesù fondatore, o solamente ispiratore, di un
credo che si trasforma nel tempo in una religione che conquista il suo potere e
che lo difende anche col filo delle spade e con le punte delle sue lance
benedette. Il punto è noto: una religione, anzi tutte le religioni, che siano
espressioni parziali del pensiero umano peccano, e alla grande, nel voler
sostenere la veridicità assoluta del proprio credo diffuso. Ecco perché il Gesù
uomo storico è ben diverso dal Gesù creato dai chierici; è per tale motivo che
non pochi hanno sostenuto la non “cristianità” del Gesù storico, ma
il suo sentirsi intimamente e convintamente ebreo. La citazione iniziale la
devo al professor Umberto Galimberti – “Le
parole del diavolo”, su il settimanale “D” del 7 di luglio dell’anno 2012
-. Continua il professor Galimberti nella Sua riflessione: Quello che non mi persuade dei
pronunciamenti della Chiesa non sono tanto i contenuti, quanto la
"modalità" della loro enunciazione che, per non smentire i principi
fondanti la fede e al contempo adeguarsi allo spirito del tempo, si arrampica
sugli specchi che, come ognuno sa, non consentono alcuna presa. È un “arrampicarsi
sugli specchi” che un uomo di buona volontà, il teologo Vito Mancuso,
ha messo in rilievo con una dotta riflessione – “Il nuovo Gesù del Papa e la guerra all’esegesi storica”, sul
quotidiano la Repubblica - a proposito dell’infanzia dell’uomo di Nazareth.
L’occasione per la riflessione gli è stata offerta con l’avvenuta pubblicazione
dell’ultimo lavoro editoriale del vescovo di Roma – “L’infanzia di Gesù”, Rizzoli editore, pagg. 176, € 17 -. Scrive
Vito Mancuso: (…). L’oggetto sono i primi due capitoli del Vangelo di Matteo e del
Vangelo di Luca, i cosiddetti “vangeli dell’infanzia”. Per secoli essi sono
stati letti come reali resoconti storici, ma oggi l’esegesi biblica storico-critica
è pressoché unanime nel dichiarare il contrario. (…). L’inevitabile conseguenza
però è che il Gesù dei Vangeli non coincide con il Gesù della storia, (…).
Certo tra Matteo e Luca vi sono elementi comuni: l’identità dei genitori,
l’annuncio angelico, il concepimento di Maria senza rapporti sessuali con il
marito, la nascita a Betlemme sotto il regno di Erode, il trasferimento a
Nazaret. Ma vi sono anche discordanze che non possono essere armonizzate: prima
della nascita di Gesù, Maria e Giuseppe o risiedevano a Nazaret (Luca) o
risiedevano a Betlemme (Matteo); il loro viaggio da Nazaret a Betlemme o ci fu
(Lc) o non ci fu (Mt); Gesù nacque o in casa dei genitori (Mt) o in una
mangiatoia (Lc); la strage dei bambini di Betlemme o accadde (Mt) o non accadde
(Lc); i genitori o fuggirono in Egitto per salvare il bambino dai soldati di
Erode (Mt) o andarono al tempio di Gerusalemme per la circoncisione senza che i
soldati di Erode si curassero del bambino (Lc); la famiglia da Betlemme o tornò
subito a casa a Nazaret di Galilea (Lc), oppure si recò a Nazaret solo dopo
essere stata in Egitto e per la prima volta (Mt). Opposta è inoltre l’atmosfera
complessiva che avvolge la nascita di Gesù, regale e tragica in Matteo,
semplice e bucolica in Luca: a chi dare credito? Nella mente dei fedeli i due
racconti si mescolano senza distinguere gli elementi dell’uno e dell’altro,
(…). Problemi di non poco conto per una religione che vuole essere
depositaria di verità assolute. Scrive ancora il teologo Vito Mancuso: C’è
inoltre la questione di come la notizia del concepimento verginale sia giunta
agli evangelisti. (…). …sarebbe stata Maria a comunicare ai discepoli lo
straordinario evento di aver concepito il figlio senza rapporti sessuali. Ma se
fosse stato davvero così, non si spiegherebbe la scarsa attenzione del Nuovo
Testamento per Maria, compreso il libro degli Atti degli apostoli scritto
proprio da Luca che la menziona solo una volta e quasi di sfuggita, mentre dà
molto più spazio non solo a Pietro e a Paolo ma persino a personaggi secondari
come Lidia la commerciante di porpora. È forse credibile che Luca, sapendo
direttamente da Maria del concepimento straordinario di Gesù, negli Atti la
trascuri completamente, senza scrivere nulla su dove viveva, cosa faceva, come
finì la sua vicenda terrena, e senza averle mai dato neppure una volta la
parola? (…). La realtà è che i Vangeli dell’infanzia presentano un profilo
storico complessivo abbastanza improbabile. Il dato storico sicuro (la nascita
di Gesù) è circondato da una serie di particolari incerti se non improbabili, a
cominciare dal luogo della nascita, che per (…) “la maggioranza degli studiosi
dubita che Gesù nacque a Betlemme” (The Cambridge Companion to Jesus, p. 22) e
un esegeta cattolico come Raymond Brown è giunto a parlare di “prove positive a
favore di Nazaret”. Quisquilie o sostanza? Torniamo al professor
Galimberti: Si prenda a esempio la soppressione del limbo, la cui esistenza era
stata sancita dal Concilio di Firenze del 1479 e ribadita dal Catechismo
Maggiore di Pio X. Nel 2007 la Commissione Teologica Internazionale, con un
pronunciamento approvato e promulgato da Benedetto XVI, dice: "Abbiamo
cercato di leggere i segni dei tempi alla luce del Vangelo. La nostra
conclusione è che i molti fattori che abbiamo considerato offrono seri motivi
teologici e liturgici per sperare che i bambini che muoiono senza battesimo
saranno salvati e potranno godere della visione beatifica. Sottolineiamo che si
tratta qui di motivi di speranza nella preghiera, e non di elementi di
certezza"". Capite bene: sottolineano! Non si ha la certezza
che il “limbo” lo si possa escludere. Non si pronunciano ma pregano
affinché i piccoli bla bla bla… E Galimberti: E allora, il limbo esiste o non
esiste? Lo stesso dicasi del purgatorio, la cui esistenza, mai messa in discussione,
è riaffermata al paragrafo 1031 dal Catechismo della Chiesa Cattolica del 1997
con questo argomento: "Per quanto riguarda alcune colpe leggere, si deve
credere che c'è, prima del giudizio, un fuoco purificatore; infatti colui che è
la Verità afferma che se qualcuno pronuncia una bestemmia contro lo Spirito
Santo, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro (Mt.
12,32). Da questa affermazione si deduce che certe colpe possono essere rimesse
in questo secolo, ma certe altre nel secolo futuro". Capite bene?
È solamente questione di tempo. Quanto tempo? Non lo si sa. Si vive nella
speranza. O per le indulgenze? Ovvero al mercato delle indulgenze?, mercato tanto
avversato dal monaco delle 95 tesi affisse il 31 di ottobre dell’anno 1517 sul
portone della Chiesa di Wittenberg. Galimberti: La deduzione non mi pare
perfettamente logica e neppure l'unica possibile, dal momento che nulla
impedisce alla bontà e alla misericordia di Dio di rimettere le "colpe
leggere" su questa terra senza assegnarne l'espiazione al "fuoco
purificatore". Il sospetto è che si immagina la giustizia divina conforme
alla giustizia terrena che sancisce la gradazione della pena in base alla gravità
della colpa. Ma chi ci autorizza a ritenere che Dio ragioni come gli uomini.
Perché se così fosse non ci sarebbe bisogno di credere in Dio. (...). Ancora
una volta la via seguita è quella di non prendere mai una posizione netta, di
non dire mai "sì sì", "no no", ma di usare tutte quelle
parole che, a leggere il Vangelo, sono parole del diavolo. L’”arrampicarsi
sugli specchi” è la condizione propria di chi vuole ricondurre il tutto
alle sue ragioni, per quanto le stesse possano essere espressione della parzialità
del pensiero e/o di una costruzione del pensiero. Conclude il teologo Vito
Mancuso: I Vangeli sono quindi inaffidabili? No, sono degni di fiducia, ma solo
a patto di distinguervi diversi livelli di storicità, cioè dati storicamente
sicuri, dati probabili e dati improbabili. In particolare i vangeli
dell’infanzia sono un’interpretazione del significato esistenziale di Gesù, per
manifestare il quale il racconto della sua nascita è stato arricchito di una
serie di elementi simbolici, com’era normale nell’antichità per i grandi
personaggi. Tutto ciò lungo i secoli è servito ad attrarre l’attenzione su
Gesù, perché nel passato l’umanità identificava la presenza del divino con i
miracoli e lo straordinario. Oggi però avviene il contrario. Oggi i miracoli e
lo straordinario sono più di danno che di aiuto all’autentica comunicazione
spirituale. (…). Ove rifulge l’inutilità, oggi più che mai, di quell’”arrampicarsi
sugli specchi” delle religioni divenute chiese sorde e cieche e
fomentatrici della credulità più malsana. Rimango alla visione del poeta Kahlil
Gibran: E un vecchio sacerdote disse: parlaci della religione. Ed egli rispose:
(…). È la vostra vita quotidiana il vostro tempio e la vostra religione. (…). E
se volete conoscere Dio non siate dunque solutori di enigmi. Piuttosto
guardatevi intorno e lo vedrete giocare coi vostri bambini. E guardate nello
spazio; lo vedrete camminare dentro la nuvola, protendere le braccia nel lampo
e scendere con la pioggia. Lo vedrete sorridere nei fiori, poi alzarsi per
agitare le mani fra gli alberi. Una religione senza enigmi. Senza
inutili forzature. Senza ridondanti cerimoniali e funzioni criptiche e lontane –
si pensi per esempio alla “teofagia” che si rinnova (dal greco
antico “theòs” e “fagein”, "mangiare dio")
di quelle funzioni - dalla sensibilità del tempo, molto più prossime alla
religiosità per gli antichi “déi”
dei politeisti di un tempo.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 22 novembre 2012
mercoledì 21 novembre 2012
Cosecosì. 33 La solitudine del consumista.
(…). - Professor Foresti, qual è
il male psichico dominante che oggi fa soffrire gli italiani? «Noi mettiamo
l’accento sul narcisismo, questa epidemia di amore malsano verso se stessi che
fa sì che la gente si ritiri dallo scambio sociale. In apparenza è in
relazione, ma fa fatica a fidarsi». E mi fermo qui, per il momento. È
un interessante passaggio che ho letto nell’intervista al professor Giovanni
Foresti apparsa sul quotidiano l’Unità – “La
solitudine del consumista” per l’appunto - del 25 di maggio 2012 a firma di Maria Serena
Palieri. Poiché l’intuizione brillante dell’illustre intervistato penso possa
offrirmi la spiegazione ad un interrogativo che mi ha assillato non poco. Un
interrogativo che mi ha fatto insorgere, come sempre leggendo le Sue
corrispondenze, Vittorio Zucconi nella corrispondenza Sua del 17 di novembre
ultimo scorso. Titolo della corrispondenza:
“I consumatori alla prova dell'uragano Sandy”, pubblicata sul settimanale
“D” del quotidiano la Repubblica. “Amore malsano verso se stessi” afferma
il professor Foresti nell’intervista di cui sopra. Si chiede Vittorio Zucconi nella Sua corrispondenza: “Ma
ci deve essere qualche cosa di più profondo in quelle cataste di rotoli che
vedevo uscire dai negozi”. Poiché l’argomento che mi appresto a tratteggiare
abbisogna di molta pudicizia, così come ne abbisognano tutte le cose afferenti
alla sfera del “privatismo” degli umani. È invocata, in questo caso, la
cosiddetta “solitudine” dell’umano,
del consumatore, nel momento degli attimi suoi più riservati ed
intimissimi. Avrete di già capito a quale delle funzioni della corporalità mi
stia spingendo a parlarne. Ma anche se si fa finta d’ignorarla, essa impregna
la nostra vita, almeno quella strettamente corporale. E prosegue il Vittorio
Zucconi con un Suo ricordo storico: Uscivano dalle porte sudice del negozio
sulla via Dorogomilovskaya di Mosca, con ghirlande attorno al collo, come i lei
hawaiiani, soltanto che invece di fiori erano fatte da rotoli di carta igienica
tenuti assieme da una corda, per trasportarne di più. Nell'Urss del Socialismo
Reale anni 80, la carta igienica era uno dei beni più rari e preziosi,
nonostante la non esemplare morbidezza, condannati a scomparire dagli scaffali
in poche ore per effetto dell'accaparramento. La certezza che la nuova partita
di rotoli sarebbe arrivata chissà quando spingeva ogni cittadino e cittadina
russi dotati di un sedere a comperare quanti più rotoli potessero trasportare,
magari legati attorno al collo, così garantendo che non ce ne fossero mai
abbastanza e la scarsità fosse permanente. E così si passa dalla Storia
grande alla cronaca dell’oggi. Scrive ancora Zucconi: È lo stesso fenomeno di psicosi
collettiva che ho visto scattare a fine ottobre, quando sulla Costa Atlantica
degli Stati Uniti si è abbattuta un'uragana chiamata Sandy, che ha investito
Washington, Baltimora, Philadelphia, New York, Boston. (...). Sotto il
martellamento dei media, tutti, dalla informazione su carta (non
necessariamente igienica) alla Rete, il panico si è scatenato fra le gente.
(…). Ma la prima cosa che è sparita completamente dai supermarket sapete quale
è stata? Appunto. La carta igienica. Sembra che i popoli delle nazioni
sviluppate, anche quelle molto parzialmente tali come era la Russia sovietica,
possano fare a meno di molte cose, sappiano risparmiare sul cibo e le bevande,
rinunciare al trasporto privato per i mezzi pubblici, pigiare sui pedali se la
benzina costa come il vino e bere acqua se il vino si fa troppo caro. Ma alla
conquista della carta igienica non si rinuncia. (…). Prodotti di qualità
scadente, riservati a coloro che devono risparmiare sui centesimi e
abitualmente languono invenduto, volavano via insieme con le celestiali
morbidezze pubblicizzate da orsacchiotti (non ho mai capito bene il rapporto
fra gli orsi e la toilette personale, ma pare che l'associazione pubblicitaria
funzioni). (…). Chi appartiene alla generazione che ancora ricorda con orrore i
ritagli offensivi di quotidiano o, peggio, di rotocalco, appesi a un chiodo nei
gabinetti pubblici può capire l'ansia con la quale oggi la cittadinanza si
preoccupa della carta igienica prima di preoccuparsi di cibo, acqua, batterie
per le torce elettriche, medicinali, candele o coperte nell'imminenza di una
catastrofe. (…). Ma ci deve essere qualche cosa di più profondo in quelle
cataste di rotoli che vedevo uscire dai negozi. C'è il bisogno di proteggere la
propria intimità più intima, la propria privatezza più privata dall'aggressione
bestiale del maltempo che tenta di riportarci tutti allo stato di natura più
primitivo. Tutte le creature bevono, mangiano, eccetera. Io sono umano perché
uso la carta igienica. (…). È la cronaca leggera e sarcastica che ne ha
fatto Vittorio Zucconi. E la “solitudine”? C’entra, eccome se
c’entra. Poiché anche nella “solitudine” di quell’atto della
corporalità la nostra marchiatura a vita di consumatori, anzi di “consumisti”,
per dirla con il professor Giovanni Foresti, non perde la battuta. Anzi, ne
offre conferma, si sostanzia. Immaginate Voi il “consumista” assiso sul
suo “vaso”,
come del resto la quasi totalità degli umani - e dico la quasi totalità – con
la sua ben fornita scorta di igienici rotoli, anzi “rotoloni che non finiscono mai”?
Mi è capitato, frequentando abitazioni di amici carissimi, di trovare
disseminati quei rotoloni ovunque e non solamente ritrovarli appesi al
cosiddetto portarotolo. Ovunque, nei locali adibiti a quei servizi, la loro
traccia: su mensole e ripiani, cassetti e quant’altro atto a custodirli
ospitandoli amorevolmente. È per via di quell’“amore malsano verso se stessi”?
Ne ricavavo l’intuizione di una situazione di disagio psichico. Per via di un’abbondanza
e presenza disseminata ovunque ma ingiustificata. Perché tutti quei rotoloni? Concludo
a questo punto il “divertissement” che mi ha preso la mano per tornare a ben
altre sostanze dello spirito a ben altre“solitudini”. Un saltino all’indietro per tornare alla intervista
annunciata all’inizio del post: - Tra social network e salotti televisivi in
effetti si direbbe, piuttosto, che la gente non desideri altro che condividere
ogni istante di vita ed esibire i sentimenti più privati. (…). «Dilaga
un’intolleranza capillare della società civile a farsi disciplinare. Siamo
ancora nel mezzo di un ciclo che si è aperto alla fine degli anni Settanta, con
Margaret Thatcher, Ronald Reagan e le loro politiche di de-regolamentazione. Il
modello concettuale che i lacaniani usano da alcuni anni è semplice ma ha una
sua ragion d’essere: se un tempo l’imperativo era lavorare e produrre oggi,
dicono, è godere e consumare. Una volta gli adulti erano fieri della fabbrica
in cui lavoravano, oggi gli adolescenti sono orgogliosi del logo della
maglietta che indossano».
- A proposito di deregulation
ricordate che essa si ispirava al pensiero della Scuola di Chicago e aveva
l’obiettivo di liberare gli «animal spirits» dell’impresa. Ma alla lunga, nella
psicologia collettiva, non ha prodotto piuttosto un’infantilizzazione: dal
cittadino adulto che lavora, appunto, a quello, eterno infante, che consuma?
«Si dice addirittura che abbia prodotto un deperimento del concetto di
cittadinanza. C’è qualcosa di avido e distruttivo nel consumo. Mentre buona
parte di quanto viviamo è disciplinato dalle politiche di marketing. Ingordo,
avido e invidioso: è questo il tipo ideale di soggetto per la nostra società». (…).
- Noi italiani veniamo da un
ventennio in cui ci siamo fatti sedurre da un Grande Incantatore. Oggi invece
ci si uccide accusando lo Stato di essere un Grande Persecutore. È un rapporto
equilibrato tra cittadini e cosa pubblica? «È appunto il problema delle regole.
O si eludono, si negano, si trasgrediscono, oppure le si vive come l’arrivo di
un castigamatti. Il nostro è il Paese dove si teorizza che le tasse non vanno
pagate e chi ascolta sogghigna, poi arriva quello che dice che si pagano e
succede l’iradiddio. Non solo i suicidi, ma il grido “La Guardia di Finanza va
a Cortina a verificare che rilascino gli scontrini. Mio Dio!”. (…) …questa
nostra malattia risale alla Controriforma. Noi siamo tutti colpevoli ma non
responsabili. Anni fa ho pranzato con un alto prelato e, di fronte al cibo,
commentai “Non mi faccia cadere in tentazione”. Sa come mi rispose? “Guardi che
il miglior modo di affrontare il demonio è cedere subito”. Non è un
capolavoro?». (…).
Nella condizione di “solitudine”
– anche privata – del “consumista” la regola è una e
d’oro: “godere e consumare”. Con pudicizia parlando. Sempre.
lunedì 19 novembre 2012
Storiedallitalia. 31 Europa, gli spettri bussano alla porta.
Spero non vi siate lasciati
sfuggire il pensiero di oggi di Chiara Saraceno riportato in testata e che
campeggia sovrano nei suoi rutilanti caratteri. Rutilanti come i fatti di
questi giorni che hanno visto una mobilitazione su scala europea che non si sarebbe
immaginata, sino a qualche tempo fa, di poter registrare. Tale è lo stato
calamitoso della situazione economica e sociale dell’Europa tutta. È un
pensiero dell’oggi quello di Chiara Saraceno. Ma Chiara Saraceno ne aveva
preannunciato nefasti esiti in un’intervista rilasciata al quotidiano l’Unità
del 3 di febbraio dell’anno 2011, intervista a firma di Laura Matteucci, intervista
che ha per titolo «Scivoliamo in basso.
Più poveri e con una peggiore qualità della vita». Affermava l’illustre
studiosa: «Il segno del nord che soffre è una spia socio-economica molto
importante. Se nel sud non si è registrato un peggioramento non è certo perché
sta bene: non è lì che si è perso il lavoro, perché già non c’era, e non si
sono erosi risparmi e capitali, perché non c’è ricchezza diffusa». È
avvenuto che l’”apatia”, soprattutto delle giovani generazioni, trovasse una
giustificazione nel sistema-tampone che il bel paese riusciva a mettere in
campo raschiando sino al fondo il ricco, un tempo, barile dei risparmi delle
famiglie. Raschiato sino al fondo il barile, il bel paese si è ritrovato
esposto alle intemperie della crisi al pari della Spagna o del Portogallo o
della Grecia. I fatti di questi giorni ne sono una dimostrazione lampante. Più
oltre in quella intervista: Un allineamento verso il basso? «Esatto. Il
centro-nord resta comunque più ricco e con meno disoccupazione, ma la perdita è
notevole. Non sono dati sorprendenti: la crisi ha colpito soprattutto in
Piemonte, con un calo del reddito da lavoro, e in Lombardia, dove è in
flessione il reddito da capitale». La sociologa Chiara Saraceno, (…), commenta
gli ultimi dati sul calo del reddito degli italiani nel 2009: -2,7% di media
che contiene il -4,1% del nord-ovest e il -1,2% del sud. Ma il dato più
drammatico, ricorda, resta quello sulla disoccupazione giovanile, «un problema
enorme, e certo non solo economico». Leggiamo ancora: I
dati si riferiscono al 2009, ma il 2010 non ha certo invertito la tendenza.
«Direi di no. Il fatto è che nel 2008 sembrava che tutto ancora tenesse, la
crisi non aveva ancora lasciato il segno. Ma nel 2009 ha colpito eccome, e
gli indicatori del 2010 su cassa integrazione e occupazione non ci parlano
affatto di una ripresa. (…). In Italia (…) si sommano due fenomeni: da un lato
la cig resta sì protettiva – (…) - ma significa comunque una perdita di
reddito, tanto più se prolungata. Secondo punto, il problema dei giovani, i
primi insieme alle donne a perdere i contratti precari che avevano. Sono stati
i primi a perdere il lavoro, e saranno gli ultimi a riaverlo. Questa è una
generazione a rischio, costretta a farsi mantenere dalle famiglie di origine,
se possibile, molto più a lungo di quanto vorrebbe. (…). Questo dei giovani
privati della loro autonomia, che non è solo un problema economico, è l’indicatore
più drammatico, anche perché non è certo al primo posto nell’agenda di
governo». (…). Oramai la risorsa famiglia è più che compromessa.
Continua l’intervista: Che paese ci avviamo a diventare? Sempre più
povero e più diseguale? «Le famiglie hanno ancora riserve di ricchezza, ma fino
a quando? Scivoliamo sempre più in basso, e non staremo affatto bene, perché
non abbiamo una buona qualità della vita, in termini di relazioni personali e
nemmeno con l’ambiente. Si aspetta a metter su famiglia, a comprare il frigo o
l’auto nuova, il che certo non aiuta la ripresa. Ai giovani dico: pensate a voi
stessi, non aspettatevi niente dal governo in termini di formazione e di
sostegni a forme imprenditoriali. Il vostro destino dipende in larga misura da
voi». Un paese, insomma, che aggiunge ad una stridente disuguaglianza
nella distribuzione della ricchezza la negazione di una qualsivoglia prospettiva
di ascesa tra le classi sociali. È quest’ultimo aspetto il risultato
più ingeneroso e drammatico della lotta di classe all’incontrario che la crisi
globale ha innescato e portato pervicacemente avanti. Ha scritto di recente Furio Colombo – “il
Fatto Quotidiano” del 28 di ottobre, “Europa,
gli spettri bussano alla porta” -: (…). La situazione è la grande crisi. E
resta la domanda: che cosa è la grande crisi, un evento vasto, grave e
misterioso che impone di abbandonare solidarietà e riformismo, proprio su
ordine perentorio dei suoi supposti predicatori e paladini? Provo a
descriverla. Due forze attraversano con furore la storia dei nostri giorni.
Puntano in direzioni opposte, ma non si scontrano perché entrambe sono o
sembrano immateriali. Una è la finanza del mondo. Tutto ciò che viene strappato
e disossato dallo stremato settore manifatturiero diventa vapore di immensa
ricchezza che si muove in cieli senza frontiere dove non incontra alcun
possibile controllo, dove non può essere regolato da alcuna legge salvo frange
di corruzione e tracce sparse e minime di esistenza fisica (qualche residuo
accumulo di ricchezza trovato qua e là da bravi investigatori) abbandonate
nelle retrovie della grande fuga da ogni possibile accertamento. L'altra forza
che invade l'universo virtuale è l’informazione, un’immensa massa mondiale di
notizie che ha dimostrato una strana, inaspettata tendenza, inversa a quella
della finanza. La rete abbraccia il mondo, ma è fanaticamente locale. Il mondo
in rete è quasi solo il volto di avversari vicinissimi che abitano accanto.
(…). L'Alba dorata (formazione politica di estrema destra ad
ispirazione nazistoide n.d.r.) di Atene sembra essere una delle promesse
fisiche per i senza futuro. L'altra è quella di eliminare dalla scena chiunque
stia facendo, bene o male, in modo criminale o corretto, qualunque cosa. La
colpa è di esserci da prima. È un comportamento folle, ma non ha diritto di
giudicarlo o di contestarlo chi ti costringe a vivere senza futuro. Chi ha
cancellato il futuro per ragioni che, ti dice, sono ragionevoli, pragmatiche,
ma anche obbligate (“non siate choosy”) sembra non avere pensato a quanto
profonda e vasta sarebbe stata la risposta fisica, in piazza. Una folla giovane
destinata a ingrossarsi è in corsa verso il Palazzo, senza progetti, senza
ideali, ma con un pesante carico di rancore. (…). Qualcosa si muove.
Quanto sarà dirompente questo qualcosa sugli equilibri che la lotta di classe
all’incontrario ha stabilito per tutti noi?
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