"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 9 ottobre 2026

MaldItalia. 11 Pino Corrias: «Lei magistrato di massimo potere a Roma, lui avvocato di massimo prestigio a Palermo. Siciliani di nascita, di vocazione e di destino. Sempre eleganti e carichi di ambizioni. Berlusconiani in purezza».


“Farsi furbo” è il titolo del capitolo ventesimo del volume “Il paese del pressappoco” di Raffaele Simone, volume che è fonte inesauribile di riflessioni sul male che affligge il bel paese, che è il suo stesso vivere quotidiano, di questa rubrichetta. “Farsi furbi” è una regola nazionale inderogabile, è uno sport nazionale praticato a tutte le età ed in tutte le classi (a)sociali del bel paese; è l’istruzione primaria, intendendosi in tal senso quella tipicamente familistica del bel paese, che pone la conquista della predetta abilità come propedeutica a tutte le altre abilità, competenze e qualsivoglia altra astruseria. Ha lasciato scritto nel suo saggio “Un paese a civiltà limitata” un grande maestro quale è stato Paolo Sylos Labini, scomparso di recente: (…). …in Inghilterra è tenuto in grande considerazione il carattere, da noi invece l’astuzia. Da quando ho l’età della ragione dico che, se fossimo un po’ più grulli, vivremmo tutti meglio. È ben difficile immaginare un paese veramente civile in cui gran parte delle persone di rilievo sono furbe e in cui chi si fida degli altri è considerato un ingenuo, ossia uno sciocco. Aveva ben ragione il grande maestro, e la piccola incursione operata in questa rubrichetta con la predetta Sua citazione vuole essere un ulteriore omaggio alla Sua carissima memoria. (…). Il furbo è (…) un eversore dell’ordinamento. Infatti, in chi furbo non è, il furbo suscita un turbine di valutazioni e confronti, i cui esiti possono essere due. Uno è quello di chi dice: - Un altro furbo! Che pena! – La chiamerei la “risposta istituzionale”, perché finisce per confermare in chi la emette un atteggiamento di rispetto delle regole. L’altro dice: - Sono uno sciocco a non fare come lui! Finirò per essere un emarginato -. Questa è la “risposta eversiva”, perché crea instabilità e incertezza in chi la pronuncia e lo induce a cambiare linea di condotta per uniformarsi a quella del furbo. Quale delle due risposte tenderà a prevalere? In Italia, è chiaro, la seconda. Perché per svuotare di contenuto la risposta eversiva e imporre quella istituzionale occorre un sistema di law enforcement, quale noi non abbiamo o abbiamo debolissimo. (Uso quest’espressione inglese solo per non sembrare un reazionario. Dovessi usare il giusto termine direi che occorre “un sistema di repressione” o “di punizione”. Ma repressione è una parola ormai inutilizzabile. Law enforcement, “imposizione della legge”, vuol dire la stessa cosa, ma ne evoca una diversa). Se il sistema di law enforcement operasse fortemente vedremmo i furbi ridotti coram populo al rispetto di leggi e norme. Filosoficamente, la punizione bene amministrata è una risorsa di “riconduzione forte alla cittadinanza”, ha quindi un essenziale valore aggregante. Ora invece, siccome il law enforcement non funziona, tendono a prevalere le risposte destabilizzanti: - Se lui è furbo, mi farò furbo anch’io -. Uno dei motti basici della nostra morale familiare dice appunto: - Fatti furbo! – Abbiamo anche il terribile proverbio: “Finita la festa, gabbato lu santo”, che si appella al medesimo principio. (…). Il furbismo alligna poderoso presso tutti i ceti, quelli popolari come quelli colti e finanche presso gli intellettuali. Si presenta soprattutto sotto forma di qualunquismo plebeo (“Franza o Spagna, purché se magna”), un atteggiamento che “è sempre stato maggioritario nell’Italia repubblicana”. Ma appare anche sotto forma di doppiezza (trasformismo, consociativismo): multipla appartenenza a partiti o movimenti, sostegno a posizioni antitetiche, propensione alla trama (che non è la connivenza con chi dovrebbe essere avversario), tutte tendenze che hanno segnato in profondità la nostra storia della seconda metà del Novecento, dal Piano Solo alla P2.

Postato al tempo, il 12 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove” che non c’è più.

“Ambizioni e guai di Giusi&Gaetano a tutta Forza Italia” di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, venerdì 9 ottobre 2026: Un applauso per l’alto profilo istituzionale di questa bella coppia di moglie e marito: Giusi Bartolozzi e Gaetano Armao. Lei magistrato di massimo potere a Roma, lui avvocato di massimo prestigio a Palermo. Siciliani di nascita, di vocazione e di destino. Sempre eleganti e carichi di ambizioni. Berlusconiani in purezza. Devoti al punto da cantare con Silvio l’inno tra le bandiere di Forza Italia ai bei tempi, quando la Sicilia era tutta candita d’azzurro elettorale, come certe cassate da addentare e masticare una fetta alla volta, mentre Berlusconi a Palazzo Chigi diceva: “Tranquilli, ce n’è per tutti”. Questo Gaetano Armao lo hanno appena filmato i carabinieri mentre infila il malloppo presunto delle presunte mazzette in automobile, in studio, in tasca, nel cestino dei rifiuti e persino nell’orologio a cucù, un tocco d’astuzia professionale che non si vedeva dai tempi dei puf di Poggiolini, riempiti di diamanti. Soldi per vendere autorizzazioni ambientali, dice l’accusa dei magistrati che hanno chiesto il suo arresto. Vedremo. Lei sta nelle brutte cronache del potere dai tempi in cui si è trovata in mezzo tra il suo capo, Carlo Nordio, ministro di blanda Giustizia, e quel ceffo del generale libico Almasri, mercante di schiavi e torturatore in capo, nei lager dove vengono ammassati i migranti, stuprati donne e bambini. Un bandito che la polizia aveva arrestato e che il 21 gennaio 2025 il governo ha fatto fuggire su un aereo di Stato per poi provare a nascondere quel fango nell’orologio a Cucù dell’immunità parlamentare, anche quello un tocco d’astuzia professionale che Giorgia Meloni e Nordio vorrebbero estendere a Giusi, che non è più onorevole, ma ha gli assi del mazzo per meritarsela. E che abbiamo rivisto nel marzo del 2026 nella bella combriccola della “Bisteccheria”, fotografata a cena con l’allora sottosegretario alla Giustizia, Andrea DelMastro, socio di uno dei tanti prestanome del clan Senese, con società inquisita e intitolata a un perfetto programma politico, “Le 5 forchette”. Periglioso e discontinuo è il rapporto della nostra coppia con la giustizia e i suoi impicci. Magistrata a Gela, Palermo e Roma, nel 2018 Giusi si sfila la toga e indossa Forza Italia. Con Berlusconi è intesa al primo sguardo, un passaggio in Parlamento, per poi agguantare una nuova carriera dentro al ministero della Giustizia, plenipotenziaria delle carriere altrui. Prima vicecapo poi capo di gabinetto a raddrizzare l’eloquio di Nordio e a dare ordini alla struttura sottostante, 20 persone alle sue dipendenze, tanto potere da guadagnarsi il soprannome di “Zarina”. Gaetano compie analogo tragitto sull’altra sponda dello Stretto.

Da avvocato e professore universitario, diventa deputato regionale in Forza Italia, supporter di Nello Musumeci che lo premia nominandolo vicepresidente della Regione e assessore all’Economia. Non gli basta. Nel 2022 Armao si imbatte in Carletto Calenda e gli crede. Si candida governatore, va a sbattere, ovviamente. Si toglie la polvere di Calenda e abbraccia il nuovo vincitore, Renato Schifani, che lo premia nominandolo presidente della Commissione tecnica, dove si esaminano proprio le autorizzazioni ambientali per eolico, fotovoltaico, termovalorizzatori, grandi opere. E dove girano non solo tanti cattivi malloppi, ma anche tanti bravi investigatori. Giusi e Gaetano condividono tutto, a cominciare da un appartamento romano di 167 metri quadri a due passi dalla Fontana di Trevi, comprato nel 2024 per un milione e 450mila euro, 950mila versati con disponibilità proprie. Ma naturalmente condividono anche gli alti ideali. Al referendum sulla giustizia si schierano spalla a spalla contro i magistrati, lui a dirigere i “Comitati civici per un giusto Sì”, lei a spiegare in tv che con il Sì ci saremmo “tolti di mezzo la magistratura”, considerando le toghe dei “plotoni di esecuzione”. Guai a noi, diceva, se dovesse vincere il No: “In quel caso lascerei l’Italia – promise –. Scapperei, ho un’inchiesta in corso”. Purtroppo per lei non l’ha fatto e ora sta impigliata nel fattaccio del mercante Almasri, che invece di inseguire “in tutto il globo terracqueo” (Meloni dixit) abbiamo restituito alla sua gang di tagliagole libici che un anno dopo – vedi mai la sorte – si è incaricata di arrestarlo. Stavolta veniale è un altro guaio giudiziario che li fotografa insieme, un viaggetto a Capri, ottobre 2025, per il Convegno sulla digitalizzazione della Giustizia. Nordio rinuncia, deve riposare. Loro no: arrivano sull’isola con la motovedetta della Guardia di Finanza destinata al ministro, con pernottamento al Quisisana. Chi paga? Polemiche sui giornali, mentre il plotone d’esecuzione della Corte dei conti apre l’inchiesta. Per non farsi mancare un tocco di nera ironia, Gaetano Armao dedica un libro nientedimeno che a Rosario Livatino, martire di mafia a 37 anni, santo per la Chiesa. Edificante l’inchiostro che Gaetano versa per innalzare al cielo la gloria di quel giovane magistrato siciliano, mentre lui personalmente si abbassa – secondo l’accusa – a trasformare la propria funzione pubblica in denaro privato. Treccani Editore, incurante o ignaro dello scandalo, pubblica il libro al quale aggiunge uno scritto di Alfredo Mantovano e addirittura di Renato Schifani. Il ministro Nordio sponsorizza il libro con apposito comunicato, le istituzioni festeggiano, Livatino si rigira nella tomba. Ed eccoli qua, Giusi e Gaetano, la coppia perfetta. Lei Forza Italia, Parlamento, magistratura, Nordio, Delmastro, Almasri. Lui Forza Italia, Musumeci, Calenda, Schifani, autorizzazioni ambientali. Lei voleva togliersi di mezzo i magistrati. Lui oggi aspetta che un magistrato decida sulla richiesta di arresto. Lei custodiva i dossier più delicati della Giustizia italiana. Lui presiedeva uno degli organismi più delicati della Regione siciliana. Due carriere parallele che si aiutano, si proteggono. Che prendono il largo insieme, da una trentina d’anni, grazie alla lunga fila di quelli che li hanno scelti, promossi, protetti, riconfermati. Compresi i ministri e i presidenti che li hanno considerati indispensabili. Sperando che almeno stavolta i campioni del garantismo peloso si rallegrino visto che finalmente s’è avverata la famosa “inchiesta a orologeria” che inghiotte tangenti, vergogna, decoro e a ogni ora esatta fa cucù a noi, a loro, alla nazione.  

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