"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 10 ottobre 2026

DalMondo. 17 Tomaso Montanari: «In un mondo come il nostro, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, questo quadro ci dice una sola cosa: non possiamo continuare così».


(…). Questo ritratto di gruppo da cui quattordici persone ci guardano fu il vero debutto di Goya nel ruolo che gli competeva. Un quadro ambiziosissimo, nel quale si misurò con il pittore dei pittori, Diego Velazquez: cercando di tener testa alla complessità e alla somma, divina ambiguità di Las Meninas. Il committente del dipinto, e suo protagonista, è don Luis de Borbon, il più piccolo tra i fratelli del re di Spagna Carlo III. A otto anni era stato il più giovane cardinale della storia della Chiesa, a ventisette lasciò la porpora perché la sua passione per la caccia e per le donne era così bulimica da non ammettere concorrenti celesti. Dopo altri trent'anni di vita totalmente debosciata, lo troviamo qua, prossimo al termine dei suoi giorni. Alla fine, si era sposato una diciassettenne di raggiante bellezza, ritirandosi in una piccola corte privata di periferia. Ed è qua, tra bambini, bambinaie, segretari e aiutanti che Goya lo ritrae. In una serata qualunque: mentre una candela si consuma come la sua vita. Il valletto sta aggiustando i capelli della moglie, la vera padrona di casa, mentre il fratello del re di Spagna gioca al solitario sotto lo sguardo dei famigli. Tra i quali spicca, fierissimo e rossovestito, il musicista di corte: nientemeno che Luigi Boccherini. A sinistra, in basso, Goya dipinge sé stesso che dipinge. Come dobbiamo intenderlo, questo quadro di bellezza quasi insostenibile? Goya non giudica: ma svela, rivela, dice la verità. Cosa rimaneva di quel giovane dio vestito di porpora che era stato don Luis da bambino? Cosa di tutta la sua ricchezza, la sua dissipazione, i suoi piaceri? Piaceri che erano costati così tanto: vite intere di braccianti senza nome in Spagna, di minatori delle Americhe, di schiavi neri ovunque. Vite senza dignità, utili solo a produrre le rendite che avevano permesso a don Luis di avvizzire per troppo piacere. Ecco, dice Goya: di tutto questo sangue, di tutte queste lacrime, non è rimasto nulla. In un mondo come il nostro, in cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, questo quadro ci dice una sola cosa: non possiamo continuare così. (Tratto da “Goya non giudica ma dice la verità” di Tomaso Montanari, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, 9 di ottobre 2026).

“Il sogno americano è sempre stato un incubo”, testo di Daniela Ranieri pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 10 di ottobre 2026: (…). Chiariamo subito che Trump non è un alieno sceso sulla Casa Bianca con la sua navicella, ma che anzi può essere considerato il sintomo più eclatante della malattia americana giunta al suo stadio terminale. Trump è un catalizzatore del sadismo individualista che è diventato il marchio di fabbrica di ogni processo sociale che interessi il suolo e il popolo americano. La storia di Christa Pike, giustiziata in Tennessee per punire un omicidio da lei commesso 30 anni fa e sopravvissuta a due iniezioni letali di pentobarbital, è solo un capitolo allucinante dell’utopia negativa americana. Fin dall’infanzia, Christa Pike ha assorbito come un parafulmine tutte le iniquità possibili prodotte dalla sua patria, divisa nelle due caste dei ricchi (e ricchissimi) e dei dannati. Figlia di genitori alcolisti, vittima fin da bambina di abusi da parte del compagno della nonna e di altri uomini durante l’adolescenza, rinchiusa in un centro di rieducazione per aver tentato il suicidio, Christa (nome a sua volta atrocemente esatto) a 18 anni ha ucciso brutalmente una sua compagna di scuola insieme al suo fidanzato, che la scampò perché aveva 17 anni. Il suo avvocato d’ufficio non ritenne di raccontare la sua storia, che avrebbe potuto procurarle delle attenuanti. La sfortuna che ha contrassegnato la vita di Pike ha voluto che le iniezioni letali, fatte da solerti boia-agenti penitenziari, non da medici, non funzionassero, e che lei fosse portata in ospedale – una di quelle cliniche super-efficienti che vediamo nelle serie Tv, a cui hanno accesso solo gli assicurati – dove è stata tenuta in coma perché guarisse e fosse di nuovo pronta per l’esecuzione. Forte di questa bella ed edificante vicenda, il ministro della Guerra, Pete Hegseth, ha appena annunciato che l’esecuzione per fucilazione del musulmano Nidal Hasan, lo psichiatra dell’esercito Usa che nel 2009 uccise 13 persone nella base militare di Fort Hood, sarà trasmessa in diretta streaming. Tutti gli americani perbene devono goderne. Hegseth è lo scimmione ariano che citò le Sacre Scritture, precisamente il libro di Ezechiele, ma nella versione rivista da Quentin Tarantino in Pulp Fiction. Veterano di guerra in Afghanistan e Iraq e poi star di Fox News, Hegseth ha un tatuaggio sul bicipite destro con scritto: Deus Vult, in latino “Dio lo vuole”; però non sa distinguere un testo biblico da un film. Deus Vult è un grido di battaglia associato alle Crociate: Dio voleva lo sterminio degli infedeli, dei musulmani; recentemente è stato ripreso dai movimenti suprematisti bianchi e neo-nazisti per evocare la “guerra santa” contro l’Islam, integrandosi nel simbolismo dell’alt-right. Il premier israeliano Netanyahu, non a caso, cita il Deuteronomio per giustificare il genocidio dei palestinesi, indicati come il popolo delle tenebre. Il suo governo di sadici messianici può sterminare gli infedeli o espellerli dalla loro terra per dare agli israeliani il loro “spazio vitale”, espressione nefasta che accompagnò crimini orribili perpetrati proprio contro gli antenati del popolo eletto. Il suprematismo biblico è l’anima del sionismo, ma anche degli eredi trumpisti del Ku Klux Klan, i migliori alleati di Israele. Ai nostri benpensanti filo-americani piace credere che l’agente di questa degenerazione sia Trump, che aveva promesso di terminare le guerre in Ucraina e Medio Oriente e poi ha bombardato l’Iran insieme a Israele e minaccia la Groenlandia. Ma questo è falso: gli Usa, pacieri del mondo, non hanno fatto che portare morte e distruzione ovunque. J. F. Kennedy, Democratico: di fatto, fu l’iniziatore della Guerra del Vietnam, nonché il presidente della Baia dei Porci, il tentativo fallito di invadere la Cuba di Fidel Castro nel 1962. L. B. Johnson, Democratico: escalation della guerra in Vietnam e invasione della Repubblica Domenicana per rovesciare il governo socialista di Juan Bosch Gavino. Nixon, Repubblicano: bombardamenti a tappeto del Nord Vietnam, Cambogia e Laos. Carter, Democratico: benché non abbia iniziato guerre, quando l’Urss invase l’Afghanistan nel 1979 mandò aiuti militari segreti ai mujaheddin afghani. Reagan, Repubblicano: invasione di Grenada nel 1983 per impedire che un regime filo-marxista si affiancasse a quello cubano; bombardamento di Tripoli nel 1986 per colpire Gheddafi. George W. Bush, Repubblicano: Prima guerra del Golfo; invasione di Panama per rovesciare Manuel Noriega. Bill Clinton, Democratico: invio di truppe in Somalia; raid aerei contro i serbi di Bosnia per costringerli a trattare e invio di una “forza di pace” nei Balcani, a cui noi italiani abbiamo partecipato con solerzia; nel 1998, in risposta agli attentati di al Qaeda, bombardamenti in Afghanistan e Sudan; un anno dopo, col nostro aiuto, Guerra del Kosovo per rovesciare Milosevic. Obama, Democratico, Nobel per la Pace: oltre ai noti interventi in Siria, Libia, Iraq e Afghanistan (più di un milione di morti civili), ha bombardato Yemen, Somalia e Pakistan. Secondo alcuni analisti, è stato il presidente Usa che ha tenuto in guerra gli Stati Uniti per più tempo.

“Il sogno americano è diventato un incubo”, leggiamo sui giornali filo-Nato. Ben svegliati. È lecito credere, invece, che il sogno americano sia sempre stato un incubo e che la sua forma attuale non sia che il risultato della sua naturale evoluzione. Gli americani, discendenti di esuli provenienti da Inghilterra, Spagna, Francia e Paesi Bassi tra XVII e XVIII secolo, camminano sulle ossa di 100 milioni di nativi americani, sterminati da guerre deliberate, epidemie e carestie perché i pionieri potessero guadagnarsi il loro posto al sole. Il sogno americano è individualismo, istinto predatorio, mancanza di società civile se non come consorteria di complici o clan, classismo, fede nelle virtù taumaturgiche della competizione e del mercato, privatizzazione di beni pubblici, rapace conquista dell’oro da parte di pochi soggetti “meritevoli”. È questo il tipo antropologico che ci fa da modello: lavorando sodo, adulando i superiori, rinunciando alla vita naturale a favore di un tempo di lavoro continuo che, grazie ai device digitali, ha invaso tutti gli ambiti della vita attiva, i vincenti riescono ad accaparrarsi la loro quota di fortuna a scapito dei sommersi. La vittoria di Trump è frutto dell’odio per i Dem e dell’alacre lavoro di lavaggio dei cervelli messo in atto dalle Tv e dai social in mano ai magnati detentori di immani ricchezze. È pura dialettica marxiana: il “diritto alla felicità” stabilito dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 porta dritto alla diretta streaming di una fucilazione. La società capitalistica non può che condurre alla psicosi sadica; l’accumulazione di ricchezza privata, mentre aumentano i mendicanti e i drogati di Fentanyl, non può che portare agli arsenali nei capanni e alle pistole vendute nei supermarket. La società Usa tritura i popoli nella più abietta povertà finché non ne rimane più niente di umano.

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