“Riconosci un mulino a vento?”, testo di Gabriele Romagnoli pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” dell’11 di ottobre 2026: Di tutte le avventure di Don Chisciotte quella che tutti ricordano è la battaglia contro i mulini a vento. Viene percepita in chiave comica, una narrazione dell’assurdo, un clamoroso equivoco capace di scatenare la risata da parte di chi non vi cadrebbe mai. L’uomo ben ritto si fa beffe di quello che inciampa. Nell’immaginario collettivo è diventata la rappresentazione di una lotta vana e inconsistente contro un nemico immaginario. Don Chisciotte, intriso d’epica per le sue letture antiquarie, vede trenta mulini a vento nella campagna e li scambia per altrettanti «smisurati giganti» con i quali «si propone di venire a battaglia e ucciderli tutti». Scuotiamo il capo, noi lettori, per un errore che non faremmo mai: quello di scambiare la finzione (i giganti) per la realtà (i mulini a vento). Tenendole separate si resta savi, confondendole si diventa folli. Noi no, noi sappiamo che cosa sono i mulini a vento e che cosa i giganti; che cosa è realtà e che cosa finzione.
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
martedì 27 ottobre 2026
Cosedettecosì. 68 Cervantes: «Se alla presente storia si può muovere una qualche obiezione relativa alla veridicità, non potrà essere altra che l'aver avuto come autore un arabo, perché è caratteristica assai propria di quella gente l'essere bugiardi».
“Don Chisciotte e la rivincita dei Mori in esilio” di Alberto
Manguel, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 28 di febbraio dell’anno
2023: Nel 1605, quattro anni prima che venisse emanato il decreto di
espulsione dei moriscos (la popolazione spagnola di fede islamica, ndr) fu
pubblicato a Madrid El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha. La storia ha
inizio, com'è noto, con un anziano signore che, influenzato dalla lettura dei
romanzi cavallereschi, decide di farsi cavaliere errante. Sennonché, appena
otto capitoli dopo, Cervantes confessa di non sapere come vada a finire
l'avventura che sta raccontando e di dover lasciare solo il suo protagonista
nell'infuriare della battaglia: lo sconcertato lettore si vede abbandonato a
metà di una pagina, ansioso di conoscere il seguito. Solo nel capitolo
successivo Cervantes spiega che, trovandosi un giorno in un'affollata strada di
Toledo, gli è capitato di vedere alcuni scartafacci che lo hanno incuriosito.
Essendo irresistibilmente attratto dalla parola scritta, capace di leggere
perfino la carta straccia gettata per strada, decide di comprarli, anche se
sono scritti in caratteri arabi, che naturalmente lui non sa decifrare.
Impaziente di scoprire che cosa contengano quelle pagine, cerca un morisco che
possa tradurgliele. Nella Spagna dell'epoca, dove arabi ed ebrei ufficialmente
non esistevano, era noto a tutti che molti parlavano ancora le lingue proibite
(non era difficile trovare degli interpreti, sia dall'arabo che da una lingua
più antica, precisa Cervantes), compreso l'aljamiado, una lingua romanza
scritta in caratteri arabi. Cervantes sceglie il suo uomo e gli chiede una
traduzione a prima vista. Il morisco osserva il manoscritto, scoppia a ridere e
gli riferisce quello che sta leggendo: "Dulcinea del Toboso, tante volte
menzionata in questa storia, dicono che ebbe nel salare porci miglior mano di
qualunque altra donna della Mancia". Per comprendere il senso della
battuta il lettore deve sapere due cose: che Dulcinea è la chimerica donna
amata da don Chisciotte e che El Toboso era una località famosa per il numero
di moriscos che vi abitavano, i quali con ogni probabilità (malgrado
l'apparente conversione) non dovevano vedere di buon occhio i maiali. Il
traduttore rivela poi a Cervantes che il manoscritto è la storia di don
Chisciotte della Mancia, scritta da un certo Cide Hamete Benengeli,
"storico arabo". Al settimo cielo, Cervantes invita il moro a casa
sua, dove questi, in cambio di due arrobas di uva passa e due fanegas di grano,
gli traduce l'opera in castigliano (allora come oggi, purtroppo, i traduttori
erano pagati una miseria). Il lavoro impegna il morisco per sei settimane: il
libro che il lettore ha tra le mani è il felice risultato delle sue fatiche.
Che cos'è successo? A dispetto della censura ufficiale, a dispetto delle
restrizioni imposte dall'Inquisizione e dalle leggi di pulizia etnica, il
romanzo riconosce la presenza delle culture proibite come qualcosa di vivo e
fertile. Con un sorprendente gioco di prestigio, Cervantes riesce a presentare
il suo libro come l'opera di un autore esotico e al tempo stesso dell'Altro
ostracizzato, ovvero di colui che un tempo era spagnolo e ora è un moro in
esilio. Decine di traduzioni fecero seguito al successo del romanzo in Spagna,
e rapidamente il Don Chisciotte divenne uno dei libri più popolari al mondo.
Quello che col tempo sarebbe stato considerato il capolavoro emblematico della
Spagna, il simbolo riconosciuto della sua cultura, venne letto ovunque come una
creazione araba, l'"invenzione", per così dire, di un popolo
condannato a vivere fuori dai confini del paese. Non che il Don Chisciotte sia
libero da pregiudizi riguardo agli arabi, anzi. I personaggi di Cervantes
condividono il sentire nazionale nei confronti dei mori e più volte ricorrono
agli stereotipi negativi, anche solo per dare voce alle opinioni del presunto
lettore. "Se alla presente storia si può muovere una qualche obiezione
relativa alla veridicità, non potrà essere altra che l'aver avuto come autore
un arabo, perché è caratteristica assai propria di quella gente l'essere
bugiardi", scrive Cervantes a difesa della propria finzione letteraria,
cautelandosi contro ogni dubbio riguardo a quello che racconta. Ma al tempo
stesso vi è nell'opera un profondo riconoscimento di ciò che rappresentava per
la Spagna la perdita di una parte importante di un'identità quasi millenaria.
Nel 1615, sei anni dopo la firma del decreto che condannava all'esilio i
moriscos spagnoli, Cervantes dà alle stampe la seconda parte delle avventure di
don Chisciotte. Nel cinquantaquattresimo capitolo presenta al lettore un ex
compaesano di Sancio che porta il significativo nome di Ricote, l'ultima
regione da cui i moriscos erano partiti per l'esilio. Ricote, tornato in Spagna
travestito da pellegrino per recuperare il tesoro che ha lasciato sepolto al
paese, racconta a Sancio che lui e i suoi compagni non sono stati ben accolti
in Nordafrica. "Ovunque siamo", aggiunge, "piangiamo per la
Spagna: alla fin fine, vi siamo nati ed è la nostra patria naturale".
Ricote è stato cacciato dalla sua terra. La descrizione del suo esilio, e di
quello della sua famiglia, la nostalgia che prova per la patria perduta e i
suoi argomenti contro l'ingiustizia subita colpiscono molto il lettore di oggi,
al quale i mezzi di comunicazione danno giornalmente notizia di espulsioni e
sofferenze analoghe. Ma Cervantes non offre mai una visione unilaterale dei
suoi personaggi e Ricote ha tutta l'ambiguità dell'emarginato convinto che le
colpe che gli vengono attribuite giustifichino la sua condizione di vittima. In
modo commovente, il personaggio esprime la sua adesione all'ingiusta
disposizione regia: i moriscos, riconosce, costituiscono effettivamente una
minaccia per la Spagna cristiana: "E mi forzava a credere a questa verità
l'essere a conoscenza dei piani vili e dissennati dei nostri, tali che mi
sembra proprio che fu un'ispirazione divina a muovere Sua Maestà a porre in
atto una misura così severa, non già perché fossimo tutti colpevoli, ché vi
erano anche cristiani veri, ma questi erano così pochi che non potevano opporsi
a quelli che non lo erano e non era buona cosa allevare una serpe nel seno,
tenendosi i nemici in casa. Alla fine, con ragione, fummo condannati
all'esilio, castigo fiacco e soave, secondo alcuni, ma, per noi, il più terribile
che avrebbero potuto mai infliggerci". Malgrado queste giustificazioni,
sia a Sancio che al lettore rimane la sensazione di quanto fosse
"terribile" quel castigo. Ricote è parte della Spagna, sembra dire
Cervantes, e per poter essere veramente noi stessi dobbiamo accettare come
parte di noi quello che abbiamo cacciato e marchiato come vile. Per Cervantes,
quelli che vediamo come stranieri siamo semplicemente noi stessi condannati
all'esilio.
Sicuri? Non
si commette forse in questo tempo lo stesso sbaglio, prendendo per realtà
quella che altro non è che una finzione? E viceversa? Quanti mulini a vento ci
sono all’orizzonte spacciati per giganti? O giganti con le pale? E perché, a
differenza di Don Chisciotte, non li affrontiamo? Nell’esemplificazione si va
dall’inoffensivo, all’offensivo, al letale. La televisione trasmette programmi
classificati come reality dove quel che avviene è tutto fuorché realtà.
Piuttosto, è il frutto di una sceneggiatura. Eppure c’è chi si lascia
convincere del contrario. Gli dici: sono certo, conosco gli autori, decidono
loro tutte le svolte che sembrano naturali. Niente. Che male c’è? Il seme è
piantato, la mala pianta germoglierà e non ci sarà modo di estirparla perché
nessuno vorrà farlo. Pace. Anzi, guerra. All’estremo di questa scala di
confusione accade che un Paese, l’Iraq, venga accusato di produrre giganti,
ossia armi di distruzione di massa. Un generale della potenza che lo sostiene,
gli Stati Uniti, si presenta al consesso delle nazioni e mostra presunte
fotografie dei siti dove queste creature/ordigni vengono allevati/costruite.
Nelle immagini dovrebbero scorgersi invece dei mulini a vento, eppure nessuno
lo rileva. Sancho Panza si è arreso e Don Chisciotte vaga sperduto nella terra
di mezzo. Da questa si levano ogni tanto esseri che ci vengono mostrati, più
ancora di quanto appaiano, giganteschi: un ex generale italiano in vestaglia e
cuffietta da nuoto, un beone inglese, un argentino con la motosega, un
ego-fanatico americano con un cappello rosso. Tutti questi mulini a vento
vengono contrabbandati per giganti e l’incapacità di distinguere rende possibile
che le loro minuscole ombre vengano proiettate sulla parete rocciosa e
risultino in effetti enormi, invincibili, anche perché chi dovrebbe sfidarle
resta fermo. Ci si rifugia in un mondo di equivoci dove non ci si avvede dei
mostri veri, demoni camuffati e considerati disponibili e governabili congegni.
Se ne osservano il meccanismo, le pale, tutte umane invenzioni di cui si crede
di poter mantenere il controllo, tutti HAL 9000 destinati a prendere il
sopravvento. È il cellulare in mano all’uomo o l’uomo al guinzaglio del
cellulare? L’intelligenza artificiale è ancora un artefatto o sta prendendo il
sopravvento? Il punto vero è un altro: perché non c’è reazione? Re-azione
prevede tre possibili modalità: re-sa, re-silienza, re-sistenza. La prima è la
modalità di Sancho Panza, una placida, consapevole acquiescenza. Fu il teologo
tedesco Dietrich Bonhoeffer, in una lettera dal carcere dove era stato
rinchiuso per avere partecipato a una congiura contro Adolf Hitler, a proporre
questa identificazione. Allo spettro opposto, quello della resistenza, pose
invece Don Chisciotte. Milioni di lettori lo hanno percepito come folle,
attribuendo saggezza al realista Sancho Panza. Lo hanno amato, ma ne hanno
riso, forse lo hanno amato proprio per questo. Ma Don Chisciotte è tragicomico,
è un martire cialtrone, si immola goffamente per squarciare il velo che agli
altri impedisce di vedere. Intuisce il divenire oltre il presente e lo combatte
quando ancora non è. Benni l’avrebbe chiamato un «comico spaventato guerriero».
Potremmo altrimenti definirlo un visionario, nella migliore accezione. Scrive
la saggista Antonia Chiara Scardicchio nel suo Breviario per (i) Don
Chisciotte: «Il suo vedere quel che non si vede è ben più che indice di follia.
È la competenza del vedere quel che non è visibile, ma che non per questo non
è. Vede guerrieri: e invece sono solo pecore o montoni. Ma tutti ri-costruiamo
la realtà che vediamo. Vedere è credere. La linea di demarcazione tra
Chisciotte e Sancho non è dunque nella veridicità delle rispettive visioni,
bensì nel differente modo di stare al loro cospetto: Chisciotte è mobile, non
statico, non è elegia del passato ma lirica del futuro». È un utopista armato
di coscienza. In definitiva non combatte i mulini a vento pensandoli giganti, ma
prima che diventino giganti, lotta con ciò che sono per ciò che saranno. È
anticipatore, Cassandra, vittima sacrificale di sé, ma per gli altri. In questa
epoca si elogia invece la mezza via: la resilienza, la capacità, di fronte
all’irruzione del caos, non di restare immutati, ma di accettare di
trasformarsi evitando così la sconfitta. E perché mai? Ammoniva Boris Cyrulnik
in Autobiografia di uno spaventapasseri: «La catastrofe è la regola
dell’evoluzione. Il caos inventa continuamente vite incredibili». E incredibile
è stata la vita di Don Chisciotte, solitario e visionario, utopista e
costruttivista, che ci ha insegnato a resistere e a combattere senza paura del
ridicolo, perché dietro ogni mulino a vento si può nascondere un gigante, ma
ogni gigante può non essere più che un mulino a vento.
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