"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 30 maggio 2018

Quodlibet. 83 “Lo pseudouomo nuovo ed il cronico morbus italicus”.


Da “La metamorfosi del Leviatano” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 30 di maggio dell’anno 2012: 1 Il berlusconismo è anche fenomeno religioso, molto volgare. Da qualche settimana era nell'aria una rivelazione (in greco, apocalisse). Narra la Bibbia che Iddio comunicasse col suo popolo attraverso gli angeli, e nel Pdl esiste l'omonimo, addolcito dal diminutivo, segretario privato, indi guardasigilli, infine dubbio condottiero del partito, flebile futuro leader. Nell'epifania a Palazzo Madama, venerdì 25 maggio, sala Koch, Dominus fa quasi tutto da solo. Siedono in due al tavolo. Finalmente riapparso dopo lunga latenza, ha l'aria grave. Sentiamo cosa rivela: l'Italia soffre perché manca l'uomo munito d'adeguati poteri; ed esiste il rimedio, mediante emendamento al ddl sulle riforme; gl'italiani eleggano in due turni un presidente ai cui ordini il governo lavori, obbediente comitato d'affari; se no, finiamo nell'abisso greco. L'evento era conferenza stampa. Gli domandano chi sia il candidato Pdl al posto supremo: lo designerà il partito, risponde, sottintendendosi pronto; e biascica una frase, da intendere nel senso che incombano scelte estreme. La parola passa all'angelo, nella cui parlata Berlusco Magnus presiede già la Repubblica. Lapsus o profezia? Confonde anche «presidenzialismo» e «federalismo». Qualunque sia il senso della battuta, gliel'applaudono. A corte regna una severa disciplina della comunicazione; i singoli parlanti mettono ugola, faccia, mimica, imbeccati dal cervello ventriloquo collettivo che ogni mattina detta frasi da compitare: niente esclude, quindi, l'happening calcolato. (…).

martedì 29 maggio 2018

Quodlibet. 82 “Renzi ama se stesso e si occupa di se stesso a tempo pieno”.


Da “Renzi, Obama, Trump: la politica è finita” di Furio Colombo, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 29 di maggio dell’anno 2016: Ciò che succede in America è come una lezione di anatomia: corpi esausti e svuotati continuano a menare colpi in modo sbagliato, in epoche sbagliate, ciascuno senza colpire. Trump e Sanders sembrano in preda a una euforia da stress estremo. Ma hanno perduto del tutto il senso del tempo, del luogo e del dopo di quello che stanno facendo. Trump non sarà mai una persona rispettabile, e se dovesse vincere (nessuno lo vuole ma potrebbe) resterebbe un uomo ridicolo, anche con l’atomica in mano. Sanders è caduto, come un personaggio di Lewis Carroll, nel buco profondo di un mondo rovesciato. Dice e ripete cose di un altro mondo che c’era ma non c’è. Trump ha portato i suoi costosi giocattoli sulla strada dove nessuno potrà giocare con lui, ma piace troppo a se stesso. Sanders è drogato dal lungo applauso di una folla che non aveva mai sentito nulla di simile, dunque è attratta dalla assoluta novità del copione. Ma il copione è di un altro mondo, piace proprio perché è fantasia e non corrisponde a nulla che c’è o si può fare. Piace ma poi finisce e non potrai dirgli che ti lascerà troppo poco quando la lunga tournée sarà finita. Non ti lascia nulla. Ai margini del ring americano c’è una signora per bene, per nulla esaltata ma spiazzata dalla grandiosità dello spettacolo. Con distrazione votano per lei, in maggioranza, in quasi tutte le primarie e poi si vedrà. Ed è rimasto Obama, il presidente uscente, che fa paura. Fa paura perché, nonostante il potere, si comporta con dignitosa normalità. Nessuno più è abituato alla dignitosa normalità, e ormai Obama è un grande estraneo. Rimpiangi che, oltre alle doti di statista che ha dimostrato (continuo a ripetere, il più grande dopo Roosevelt) non sia un poeta o scrittore, capace di narrarti, dopo, il potere da dentro. Ma non lo sappiamo, e ormai corriamo il rischio di essere oppressi da un grande spettacolo, pericoloso e inutile. In Italia, Paese molto portato ai grandi cambiamenti al peggio (abbiamo inventato il fascismo), avrete notato che sempre più personaggi autorevoli cominciano ad “apprezzare” Trump. Potrebbe vincere, ed è bene non correre rischi. Del resto la situazione politica italiana, pur con un solo protagonista incombente che riesce a toccare da solo tutti i tasti, in una disarmonica ma robusta sequenza sonora, non è molto diversa. Renzi ama se stesso e si occupa di se stesso a tempo pieno. Ogni cosa (una legge, un cambiamento, un rischio, una speranza, un momento difficile della storia locale, della storia europea, della storia mondiale) si chiama “io” e di questo “io” dobbiamo occuparci dicendo “sì” e “no” tutto il tempo. E la frase finale suona così: “Se dite no, io me ne vado” che, tradotto, vuol dire “se dite no, voi ve ne andate”, nel senso che, alla Erdogan, non c’è alcuno spazio per quella perdita di tempo che è il dissenso. Il senso delle parola “io” sta per “voi”.

domenica 27 maggio 2018

Primapagina. 94 “La democrazia è quello che c’è di meno peggio”.


Quale miglior “primapagina” di “Non è democrazia, è bonapartismo” di Eugenio Ripepe - ordinario di Filosofia della Politica all'Università di Pisa, già preside della facoltà di Giurisprudenza, direttore del dipartimento di Diritto pubblico e direttore del Centro interdipartimentale di Bioetica – pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 26 di maggio 2018, miglior “primapagina” – Ettore Scola ha insegnato - a chiusura e coronamento di una “giornata particolare” che certamente passerà alla Storia: (…). Persa la bussola dell’ideologia, troppo spesso rivelatasi uno strumento che porta a sbattere sugli scogli, i partiti e i loro succedanei, hanno pensato bene di affidarsi a qualche presunto grand’uomo per farsi guidare da lui come meglio crede. Conseguenza? Un paese di sessanta milioni di abitanti in mano a quattro persone, costretto a trattenere il respiro in trepida (e non poco avvilente) attesa di sapere se e cosa di volta in volta quelle persone hanno deciso, generalmente a due a due. E che persone, del resto.
Un pregiudicato spregiudicato, a dir le cui virtù – a parte qualche milione di altre cose – basta il sorriso stampato sulla sua faccia in similbronzo quando auspica che le sorti di uno stato siano affidate a lui che, come risulta per tabulas, lo ha frodato in modo ignobile: (…).

venerdì 25 maggio 2018

Quodlibet. 81 “Vivere con una memoria che non serve a niente".


Da “La peste della memoria inutile” di Salvatore Settis, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 25 di maggio dell’anno 2017: «Essi provavano la sofferenza profonda di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati: quella di vivere con una memoria che non serve a niente". In queste parole taglienti Albert Camus ha condensato non solo il dolore, ma la trama quotidiana della città appestata (Orano) che aveva scelto come osservatorio del mondo. Da Tucidide in poi, la narrazione della peste che affligge una città e la isola dal mondo è stata un esercizio letterario ricorrente, ma La peste di Camus ha una forza speciale, perché la descrizione e il decorso del morbo vi sono concepiti come una potente allegoria politica, che legittima la narrazione proprio mentre svuota l’apparente verità del racconto. Come lo stesso autore ha scritto pochi anni dopo, “il contenuto evidente del libro è la lotta della resistenza europea contro il nazismo”: in questa luce, personaggi e fatti del romanzo agiscono come gli atomi o come le sillabe di un’unica, estesa metafora che corre per tutte le pagine del libro. Abitanti e autorità di Orano dapprima non vogliono neppur vedere gli indizi del flagello che li decimerà, poi esitano a dargli un nome, e quando osano pronunciare la parola “peste” hanno già piegato la testa, imparando a convivere con essa. La rimuovono due volte, prima perché rifiutano di prenderne coscienza, poi perché la ritengono ineluttabile e vi si rassegnano. Se la crisi dei valori che viviamo è come una peste che sta serpeggiando e che non vogliamo riconoscere; se non sappiamo vedere la vastità e la natura di un tracollo dei valori culturali che si nasconde così bene dietro indici di Borsa e invocazioni al “realismo” e al “pragmatismo”; se accettiamo a testa china una politica che devasta città e paesaggi, condanna i nuovi poveri, relega al margine le istituzioni culturali, crea“generazioni perdute” di giovani senza lavoro, esilia la giustizia e l’equità; se tutto questo è vero, e se è solo l’inizio di un processo destinato a radicarsi e a crescere, proviamo a rileggere in questa luce la diagnosi di Camus. Sarà ormai, la nostra, “una memoria che non serve a niente”? Ma che cosa è la memoria culturale di una società come la nostra, in cui gli esseri umani e le loro culture si mescolano con ritmo disordinato ma incalzante? In questo nuovo orizzonte, che troppo spesso rimuoviamo dalla coscienza, quella che rischia davvero di non servire più a niente è prima di tutto la memoria degli immigrati, che dalle profondità del loro esilio non vedono più intorno a sé i punti di riferimento che fino a ieri erano familiari e rassicuranti. La loro, nei termini di Camus, è la “memoria degli esuli”. Ma accanto agli esuli, e condividendo nel lungo periodo il loro destino, ci siamo anche “noi”, prigionieri di una crisi senza fine e senza nome. E anche la “memoria dei prigionieri” finirà col non servire a niente se accantoniamo senza nemmeno accorgercene le nostre coordinate più familiari: la forma della città e dei paesaggi, la cura della dignità umana, la priorità del bene comune, la giustizia sociale, l’eguaglianza, il diritto al lavoro, la democrazia. Sotto il cupo ombrello della crisi, prigionieri ed esuli si somigliano e si affratellano senza saperlo: gli uni e gli altri inseguono briciole di benessere (che coincidono coi rituali del consumo), e intanto perdono il loro tesoro più prezioso, la memoria. O meglio la conservano, ma come un arnese desueto da riporre in soffitta. “Vivere con una memoria che non serve a niente” comporta una sofferenza profonda (questa la parola di Camus), ma non sempre acuta: perciò al basso continuo di questa deprivazione incessante ci abituiamo, ci facciamo il callo.

giovedì 24 maggio 2018

Sfogliature. 95 “La fattoria degli Italiani”.


Sembra “cronaca” dell’oggi. La “sfogliatura” che si propone risale alla domenica 20 di febbraio dell’anno 2011. Sette anni addietro, ma sembra che l’orologio che misuri gli svolgimenti degli accadimenti politici e sociali del bel paese si sia irrimediabilmente fermato ad un’ora X che torna evidentemente comoda a caste e masnade dilaganti nelle sue ubertose contrade. Scrivevo a quel tempo: Come un  novello Orwell, l’Orwell de “La fattoria degli animali”, Barbara Spinelli nel Suo “La fattoria degli Italiani” si lancia in una Sua molto pregevole analisi, analisi pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di febbraio sugli ultimissimi “contorcimenti” o “avvitamenti” della questione politica nel bel paese che è, essenzialmente, una “questione morale”. Da sempre. Non si risolve la prima se non si affronta, nelle dovute forme, la seconda. Ed a questo punto la faccenda si complica assai. Poiché, nell’affrontare una non più ineludibile “questione morale”, non si possono trascurare il peso che, sulle vicende politiche di questi anni, hanno avuto, hanno ed avranno l’”impronta storica” e l’”impronta antropologica” del bel paese. Affidata la prima agli specialisti del ramo, gli storici, rimane la disamina della seconda, di non minore importanza nell’evolversi di una situazione del sistema-paese che rischia di affondare nell’inanità più assoluta. E per la disamina della seconda “impronta”, quella “morale”, ci soccorre, nel difficile frangente, una interessante, recente pubblicazione che ha per titolo “La questione morale” – Raffaello Cortina Editore (2010), pagg. 186, € 14 - , per l’appunto, del filosofo Roberta De Monticelli. Scrive l’illustre Autrice alla pagina 57 dell’interessantissima Sua pubblicazione: (…). …siamo un paese con troppi individui non formati. Mai emersi dalle loro comunità vitali d’origine. Potremmo metterla così: una parte troppo grande delle persone, in questo Paese, non è mai uscita veramente dalla sua famiglia, ristretta o allargata. La nostra società civile è fatta di personalità fragilissime dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità individuali – di persone non individuate. In un certo senso, di non-individui. Quanto più vivace è il conclamato individualismo degli italiani, tanto più importante è capire in cosa consista: nella più fantasiosa, a volte geniale inventiva al servizio del particulare, non nella sostanza dell’individualità personale e morale. Quando i partiti di massa novecenteschi sono finiti, questa immaturità è venuta alla luce. (…).

mercoledì 23 maggio 2018

Cronachebarbare. 53 “Il trionfo dell’homo berlusconensis”.


Ci fu in un tempo, molto lontano, un uomo a Nazareth che scelse di finire ignominiosamente sulla croce, una forma di giustizia di quei barbari di romani degradante assai, per realizzare, a suo dire, la volontà di un dio che questo esito finale tragico e cruento assai aveva previsto, scritto e puntigliosamente perseguito e realizzato. Il sogno di quell’uomo morto in croce era evidentemente quello di suscitare tante attese attorno alla venuta, sul pianeta chiamato Terra, di una nuova forma di essere “pensante” ed “umano” che rispondesse sommamente al suo canone prediletto, ovvero porgere “l’altra guancia”. Che quell’uomo di Nazareth ci sia riuscito diffonde serissime perplessità attorno, trascorsi oramai duemila anni dai suoi insegnamenti e da quegli avvenimenti cruenti. Di quell’uomo nuovo dalla guancia sempre esibita, evangelicamente parlando, se ne rincorrono ancora le tracce, disperse sempre ai cosiddetti quattro venti. Avvenne  poi che di un “uomo nuovo” o di un “nuovo uomo” ebbe a parlarne un movimento politico di ben diversa ispirazione e sostanza. E venne fuori il cosiddetto “socialismo reale”. Non mi sovviene con esattezza se quel movimento di anime e corpi proclamasse l’avvento dell’”uomo nuovo” o di un “nuovo uomo”. Ché non ci sia poi una grande differenza tra le due “cose” è cosa che filosoficamente e faticosamente bisognerà approfondire. Il dramma di quel “socialismo reale” è stato che, a seguito delle sue declamazioni, non si siano visti esemplari né di un “uomo nuovo” né tantomeno di un “nuovo uomo”. Non è che, messianicamente parlando, bisognerà attendere ancora quella novella creatura del “socialismo reale”? Oramai morto e sepolto sotto le sue macerie a testimonianza di quel fallimento storico? Intanto non mi pare di poter dire che abbiano fallito in “toto” sia l’uomo di Nazareth quanto il “socialismo reale”, poiché una piccola rivoluzione, in questi ultimissimi lustri, la si intravede all’orizzonte e la si registra pure. È pur vero che è una rivoluzione che abbandona nettamente i canoni proposti dall’uomo di Nazareth come quelli proposti dal “socialismo reale”. Questa piccola rivoluzione, piccola ma pur sempre rivoluzionaria è, abortisce un “uomo nuovo” o un “nuovo uomo” – ma non voglio impantanarmi nella sottilissima disquisizione -  che è la negazione assoluta dell’uomo pensato dall’ebreo di Nazareth quanto dell’uomo pensato dal “socialismo reale”. Un obbrobrio della natura. L’ebreo di Nazareth, quanto le faconde menti del “socialismo reale”, si staranno rivoltando nelle loro tombe; almeno queste ultime, le menti faconde, ché l’altro sembra abbia preso la via del cielo dopo aver reso l’anima sua al padre suo, padrone dei cieli.

martedì 22 maggio 2018

Primapagina. 93 “In questa giungla di tartassati e di privilegiati”.


Da “Chi più ha meno dà” di Paolo Biondani, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 21 di maggio 2018: (…). I padri della nostra Costituzione, nel 1948, avevano disegnato un sistema fiscale opposto: il principio base, fissato dall’articolo 53 della legge fondamentale, è la progressività. Significa che i ricchi devono pagare più tasse dei poveri. E il fisco deve seguire questa via maestra per raggiungere obiettivi di equità, giustizia sociale e crescita economica duratura.
Per capirlo basta cambiare esempio e sostituire all’evanescenza della goccia la concretezza del cibo. Se una famiglia ricca ha mille pagnotte e lo Stato gliene preleva metà, con le altre cinquecento può continuare a ingrassare, far festa e magari lasciarne ammuffire gran parte in dispensa.

lunedì 21 maggio 2018

Quodlibet. 80 “I giovani d’oggi e l’ansia di reidentificazione”.


Da “I giovani «liquidi». Una, nessuna centomila identità” di Zygmunt Bauman, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 21 di maggio dell’anno 2015: Tra i buoni motivi per interpretare l’avvento dell’era moderna come una trasformazione promossa soprattutto dagli interessi della classe media (o per riprendere la terminologia di Marx, come una “rivoluzione borghese” vittoriosa) appaiono preponderanti il timore ossessivo, tipico del ceto medio, della fragilità dello status sociale, e gli sforzi tesi a difenderlo e a stabilizzarlo. Nel delineare il profilo di una società esente da infelicità, i progetti utopistici che abbondavano all’inizio dell’era moderna riflettevano soprattutto i sogni e i desideri della classe media; ritraevano una società purificata dalle incertezze, e soprattutto dalle ambiguità e dalle insicurezze legate alla posizione sociale, nonché dai diritti e dai doveri che quella posizione portava con sé. Per quanto quei progetti potessero essere diversi l’uno dall’altro, erano concordi all’unanimità nello scegliere la durata, la solidità, l’assenza di cambiamento come premesse essenziali di una società “buona” e della felicità umana. I progetti utopistici immaginavano soprattutto la fine dell’incertezza e dell’insicurezza: in altre parole promettevano un assetto sociale assolutamente prevedibile. La società “buona” e persino la società “perfettamente buona” delle utopie era una società che aveva risolto una volta per sempre tutte le paure più tipiche del ceto medio. Si potrebbe dire che i ceti medi erano l’avanguardia che, prima del resto della società, esplorava e faceva esperienza delle principali contraddizioni dell’esistenza destinate, ce lo si volesse o no, a diventare caratteristiche universali della vita moderna: la tensione perenne fra due valori, la sicurezza e la libertà, valori ugualmente desiderati e indispensabili per una vita appagante, ma difficili da conciliare, da possedere e godere simultaneamente.

domenica 20 maggio 2018

Primapagina. 92 “Chi l’ha detto? Renzi Matteo”.


Da “Senti chi parlava” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di maggio 2018: “Fanno il Daspo ai tifosi, va fatto il Daspo ai politici che prendono le tangenti: mai più” (7.5.2014). Chi l’ha detto? I giustizialisti grilloleghisti che hanno firmato il contratto di governo? No, Matteo Renzi, lo stesso che ora tuona contro i “giustizialisti” che vogliono il Daspo per i politici corrotti.

venerdì 18 maggio 2018

Quodlibet. 79 “Le oligarchie, regimi dei privilegi”.


Da “Non c’è pacificazione senza verità e giustizia” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di maggio dell’anno 2013: (…). «Si sta giocando una partita politica e la posta è elevatissima. È in atto un tentativo di spoliticizzazione, una sorta di mascheramento ».
Un mascheramento, professore Zagrebelsky? «Le maschere sono i tecnici, i saggi, gli esperti. Certo, dell’efficienza un sistema politico non può fare a meno, pena il suicidio. Ma, l’efficienza non esiste in sé e per sé».
Si è insediato un governo di larghe intese che si propone tra l’altro di modificare la macchina dello Stato. Non la convince? «A me pare piuttosto evidente che sia in atto un disegno di razionalizzazione d’un potere oligarchico. In Italia non si è forse radicato un sistema di giri di potere, sempre gli stessi che si riproducono per connivenze e clientele? Parlando di oligarchie, non si pensi solo alla politica, ma al complesso d’interessi nazionali e internazionali, che nella politica trovano la loro garanzia di perpetuità».
Appunto, quale occasione migliore per cambiare quegli assetti, per riformare? «Sono decenni che se ne parla. Ma ora sembra che sia giunta l’ora. Quel complesso d’interessi è sovraccarico e non riesce più a trovare un equilibrio. Rischia l’implosione e s’inceppa. La rielezione del Presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano n.d.r.) - impensabile in un sistema di governo anche solo minimamente dinamico - è rivelatrice. L’applauso grato e commosso d’una maggioranza impotente è il segno dell’impasse. Per il futuro, ci vogliono riforme. Ma dal punto di vista democratico, sono in realtà controriforme».
Perché controriforme? «Guardiamo le cose che si intende e le cose che non s’intende fare. Il presidenzialismo, quale che ne sia il modello, è un modo di concentrare in alto la politica e di ridurre dei cittadini a “micro-investitori” del loro voto, a favore d’un gestore d’affari nel cerchio stretto delle oligarchie. In breve: è il protettorato d’un sistema di potere chiuso. Altro che più potere al popolo! Anzi, il popolo deve non sapere o sapere il meno possibile: si è ripresa infatti la discussione sul “riequilibrio dei poteri” a danno dell’indipendenza della magistratura, e sui limiti al giornalismo d’inchiesta (vedi la questione delle intercettazioni). E poi, quel che non si intende fare: vedi il silenzio calato sul conflitto di interessi e sull’inasprimento delle misure contro l’illegalità. Le oligarchie, del resto, sono regimi dei privilegi. Hanno bisogno di compiacenze e illegalità». (…).

giovedì 17 maggio 2018

Cronachebarbare. 52 “C’è un giudice (di sorveglianza) a Milano”.


Hanno un che da gioire, da postare e da twittare i manutengoli dell’uomo venuto da Arcore. C’è un giudice di sorveglianza a Milano che asserisce non esserci ostacolo al reintegro nella vita pubblica del reo. È sempre cosa buona e giusta, come suol dirsi tra eminenti legulei, attendere di leggere ciò che quel giudice ha scritto nella sua disposizione a proposito di quell’uomo. Probabilmente quel giudice vive in un altro mondo che non è per i comuni mortali e di conseguenza non gli saranno giunte le notizie che le procure della Repubblica, da più parti d’Italia, invitano quell’uomo a presentarsi nei tribunali per rispondere dei reati più vari. C’è un giudice di sorveglianza a Milano che in cuor suo avrà considerato il dispositivo della Corte di Cassazione esagerato laddove quella Corte ha a suo tempo scritto essere quell’uomo una persona soggiogata e turbata da una "naturale capacità a delinquere". Più di così. E proprio oggi 17 di maggio dell’anno 2018 un altro giudice di Roma preposto alla cosiddetta udienza preliminare – il gup - ha rinviato quello stesso uomo a processo nel tribunale di quella città. E quel giudice di sorveglianza a Milano avrà meditato e pensato che siano cosucce – la corruzione di testimoni e quant’altro attinente alla non proprio commendevole vita di quell’uomo - che non possano di conseguenza condizionare la sua sofferta (?) decisione. Scriveva Barbara Spinelli in “L'altro pianeta del Cavaliere” pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 31 di ottobre dell’anno 2012: (…). La giustizia, i processi, le leggi, esistono in primo luogo per l'innocente, per il senza-potere: non per il reo da condannare. Se c'è desiderio che sia fatta luce su chi vilipende il bene comune (…), è perché l'innocente non sia confuso con il colpevole, sprofondando in una melma dove non distingui nulla. È questo bisogno di giustizia che l'ex Premier (l’uomo venuto da Arcore n.d.r.) offende, (…). Ogni processo è ritenuto veleno, che ammorba la democrazia e la spegne. La magistratocrazia si sostituirebbe eversivamente alla democrazia, contro il popolo sovrano. Il dubbio che i processi siano al servizio soprattutto degli indifesi non lo sfiora: lui, condannato per truffa ai danni dello Stato, si presenta come vittima, perfino capro espiatorio. Non sa che per definizione il capro è innocente: che proprio per questo il rito è barbarico. Avrà meditato quel giudice di sorveglianza di Milano su questa prosa? La conosce? L’avrà letta? Quale idea se ne sarà fatta? Ed all’uomo della strada chi spiegherà che quel giudice di sorveglianza non ha potuto cancellare, non avendone per fortuna la prerogativa, la condanna per la quale quell’uomo di Arcore è stato condannato da un tribunale della Repubblica per frode fiscale? A breve, anzi brevissima distanza da quella decisione, che la si potrebbe dire inconsueta stanti le notizie che continuano a portare quel “delinquente naturale” alla ribalta della cronaca peggiore, a breve anzi a brevissima distanza sarà cosa facile, facilissima, per i manutengoli di quell’uomo, far passare quella sentenza come lavacro che tutto cancella. È sulla mancanza della “memoria” del popolo italiota, sul suo mancato collettivo esercizio, che i bellimbusti di tutte le risme fanno leva affinché il furbo di turno torni mondato anche dei peggiori misfatti. Che dire? C’è un giudice di sorveglianza a Milano. Che fiuta forse l’aria dei nuovi rivolgimenti e che spera forse di stare nel solco giusto tracciato dagli accadimenti che verranno. Ha scritto ancora Barbara Spinelli in quell’ottobre dell’anno 2012:

martedì 15 maggio 2018

Primapagina. 91 “Tutti noi e «loro»”.


Da “Neutrale sarà lei” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9 di maggio 2018: (…). “Buongiorno, signori e soprattutto signore: sulla mia neutralità fra mafia e antimafia, essendo prematuramente scomparsi Bontate, Teresi, Mangano, Riina e Provenzano, può testimoniare l’amico Dell’Utri, ma solo se gli date la grazia. Interessa l’articolo?”. “Come se avessimo accettato, dottor Berlusconi. Grazie, si accomodi, ora abbiamo parecchio da fare”.
“Salve, sono l’onorevole Rosato, ma tutti mi chiamano Rosatellum, espressione latina notoriamente neutra: posso servire?”. “Guardi, non ci provi neppure: se siamo in questo casino è soprattutto colpa sua. Sparisca”.
“Signori miei, ve l’avevo detto che prima o poi da me dovevate tornare. Non credo di dovervi dimostrare la mia neutralità: io tra Bersani e Verdini, tra Saviano e Berlusconi, tra Rai e Mediaset, tra la Carta costituzionale e la carta igienica, non ho mai fatto differenze. E ora tifo per il tanto peggio tanto meglio. Neppure la Svizzera è più neutrale di me. Che dite, vado bene?”. “Senatore Renzi, ancora lei?”. “In subordine, vi segnalo Maria Elena Boschi, assolutamente neutrale fra i banchieri di Etruria e le vittime di Etruria”. “Si accomodi alla porta, e alla svelta: se la vede Mattarella, fa uno sproposito”.
“Insigni esaminatori, sarò breve: la mia esperienza di governo si contraddistinse per la più rigorosa neutralità, quindi credo di aver diritto a una seconda chance, con la mia valida collaboratrice qui a fianco”. “Senatore Monti, professoressa Fornero, pietà: voi non siete neutrali, siete dei neutralizzatori. Se si viene a sapere che siete qui, la gente dà l’assalto al Quirinale. Tornate a casa con i vostri cetrioli che magari, quando partono, sono pure neutrali, ma quando arrivano a destinazione… beh lasciamo perdere”.
“Greggi siggniori, amici cari, se cercate pessoni neutrale, non dimenticato ché io mi candidabbi in Svizzero, la nazzione asciatica più neutrala della storia”. “Grazie, onorevole Razzi, la terremo presente, abbiamo giusto un buco all’Istruzione, Università e Ricerca scientifica”.
“Cari concittadini, penso di fare proprio al caso vostro: come capo politico, volevo allearmi sia con la Lega sia col Pd, perché non sono né di destra né di sinistra. Quindi sono neutralissimo”. “Scusi, onorevole Di Maio, ma lei non è dei 5Stelle?”. “Ah, già, non ci avevo pensato. Chi l’avesse mai detto”. “Ci stia bene”.

domenica 13 maggio 2018

Capitalismoedemocrazia. 64 “La «borsa» muore?”.


La “borsa” muore, sembrava essere l’angosciante pensiero/interrogativo che Marco Panara sollevava in una Sua analisi pubblicata (2011) sul settimanale “Affari&Finanza” con il titolo “Perché la Borsa non serve più”, analisi che di seguito trascrivo in parte. Si dia per scontato che i tecnicismi propri delle finanze e delle psuedo-scienze ad esse collegate non siano proprio una gran bella “cosa”; sono impenetrabili a volte, sono aridi nella loro comunicazione che vorrebbe essere neutra, non incantano con l’aridità dei numeri e di quant’altro afferisca ad una teoria che vorrebbe farsi “scienza”. Ma che, oltre certi limiti, non è “scienza”, mancando essa, accanto all’esercizio della “predittività”, il fattore fondamentale del metodo galileiano, ovvero la riproducibilità dei fenomeni a sostegno delle verifiche per le ipotesi di scienza avanzate. Ma tant’è. All’uomo della strada non gliene importa proprio della “borsa” o della finanza “creativa”, di tremontiana memoria. Ma questo aspetto è un limite pericoloso per una democrazia dal basso, per una “cittadinanza” che sia o voglia essere attiva. Infatti, è sulla pelle dell’uomo della strada, anzi sulla pelle di milioni di uomini della strada, che alcuni fenomeni della finanziarizzazione selvaggia della economia globale, della crisi economico-finanziaria che attanaglia l’intero globo terracqueo, descritti nella interessante riflessione di Marco Panara, hanno potuto fare strada lunga senza grandi inciampi od accidenti vari. È indubbio che si sia giunti ad una svolta importante; l’ombra lunga della povertà si estende sempre di più su larghissime fasce sociali del mondo occidentale che sino a poco tempo addietro ne erano immuni. Scrive infatti Marco Panara nella parte centrale della Sua analisi: “Negli ultimi vent’anni in quasi tutti i paesi industrializzati, e in maniera particolarmente significativa negli Stati Uniti, la distribuzione della ricchezza si è progressivamente squilibrata, con una parte crescente che è finita nelle mani di pochi e una quota calante è che stata distribuita tra i più. L’esito di questo processo è che la classe media per mantenere il proprio tenore di vita ha smesso di risparmiare (quindi ha meno soldi da investire in azioni, ergo il capitalismo è meno diffuso) e anzi si è indebitata, mentre i pochi superricchi, avendo a disposizione risorse finanziarie enormi, hanno trovato meccanismi più elitari e sofisticati per investirli”.

venerdì 11 maggio 2018

Terzapagina. 30 “Non c’è democrazia senza uguaglianza”.


Da “Non c’è democrazia senza uguaglianza” di Salvatore Settis, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di aprile 2018: (…). Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’ azione di governo.

giovedì 10 maggio 2018

Primapagina. 90 “Il colossale equivoco rappresentato dal Pd”.


Da “Questo Pd va sciolto” di Massimo Cacciari, pubblicato sul settimanale L’Espresso dell’8 di aprile 2018: (…). C’è oggi chi ciancia di un’identità da ritrovare. Ma quale identità può ritrovare chi mai l’ha avuta? Un po’ di memoria non guasterebbe.

mercoledì 9 maggio 2018

Lalinguabatte. 56 “La democrazia come «possibilità»”.


Ora che il pifferaio pazzo d’America ha tuonato con il suo orribile ghigno indicando in altri i sobillatori dell’ordine terrestre riconosco che, seppur dopo tanto tempo oramai, non riesco ad individuare con certezza l’inconfessabile motivo per il quale, nell’Irak di Saddam Hussein, migliaia e migliaia di innocenti, donne e bambini soprattutto, abbiano perso la vita a quel tempo in nome di una “democrazia” che necessitava essere  esportata sulle rive del Tigri e dell’Eufrate.

martedì 8 maggio 2018

Terzapagina. 29 “Umberto Eco e l’«Ur-Fascismo»”.


Da “Il Fascismo Eterno” di Umberto Eco, pubblicato da “La nave di Teseo” – (2018), pagg. 51, € 5 - (pagg. 34/50): 1) La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione. Il tradizionalismo è più vecchio del fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione Francese, ma nacque nella tarda età ellenistica come una reazione al razionalismo greco classico. Nel bacino del Mediterraneo, i popoli di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano) cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all'alba della storia umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche. Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. "Sincretismo" non è solo, come indicano i dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una simile combinazione deve tollerare le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili è solo perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva. Come conseguenza, non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata già annunciata una volta per tutte, e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti. La più importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l'alchimia con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il suo sillabo mettendo insieme De Maistre, Guenon e Gramsci è una prova lampante di sincretismo. Se curiosate tra gli scaffali che nelle librerie americane portano l'indicazione "New Age", troverete persino Sant'Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista. Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant'Agostino e Stonehenge, questo è un sintomo di Ur-Fascismo. 2) Il tradizionalismo implica il rifiuto del modernismo.

lunedì 7 maggio 2018

Quodlibet. 78 “Il supremo inganno, la neutralità tra destra e sinistra”.


Da “Democrazia open/close” di Ezio Mauro, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 7 di maggio dell’anno 2017: (…). Nella società che si rinchiude tornano i confini e anzi le barriere, rispuntano i muri e i fili spinati, la terra e gli spazi diventano dominanti, la fissità è sicurezza, la paura nasce da tutto quello che si muove, soprattutto in casa nostra, perché è paura della diversità, perdita di uniformità, nella percezione di smarrire riferimenti tradizionali, omogenei, costanti, di veder sbiadire la coesione comunitaria di fili biografici tra loro intrecciati in una esperienza comune di vissuto, di condivisione, di scambio.

domenica 6 maggio 2018

Quodlibet. 77 “Chi non legge non sa perché sta al mondo”.


Da “Chi non legge non sa perché sta al mondo” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 6 di maggio dell’anno 2017: La realtà (…) non è fatta solo di cose, ma di idee, storia e sentimenti di cui i libri sono i gelosi custodi. Non so che fine faranno i libri. Non tanto per il loro trasferimento sulla strumentazione informatica, quanto perché da molti anni la nostra scuola, nonostante il lodevole sforzo di alcuni insegnanti, ha disabituato i ragazzi alla lettura, al punto che oggi, come riferisce l'Ocse, noi italiani siamo all'ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto. A questa non incoraggiante condizione si aggiunge il fatto che, negli ultimi decenni, la maggior parte delle cose che sappiamo non le abbiamo necessariamente "lette", ma semplicemente "viste" sullo schermo della televisione o del computer, oppure "sentite" dalla viva voce di qualcuno o da due fili inseriti nelle orecchie.

sabato 5 maggio 2018

Terzapagina. 28 “Il declino del soggetto «classe operaia»”.


5 di maggio 2018: duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx. Da “Un dio chiamato «Capitale»” di Massimo Cacciari, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 29 di aprile 2018: Tacete economisti e sociologi in munere alieno. Marx non è affare vostro, o soltanto di quelli di voi che ne comprendano la grandezza filosofica, anzi: teologico -filosofica. Marx sta tra i pensatori che riflettono sul destino dell’Occidente, tra gli ultimi a osare di affrontarne il senso della storia. In questo è paragonabile forse soltanto a Nietzsche. Ma “Il Capitale”, si dirà? Non è l’ economia politica al centro della sua opera? No; è la critica dell’economia politica. Che vuol dire? Che l’Economico vale per Marx come figura dello Spirito , come espressione della nuova potenza che lo incarna nel mondo contemporaneo. L’Economico è per Marx ciò che sarà la Tecnica per Heidegger: l’energia che informa di sé ogni forma di vita, che determina il Sistema complessivo delle relazioni sociali e politiche, che fa nascere un nuovo tipo di uomo.

venerdì 4 maggio 2018

Primapagina. 89 “Purtroppo, ieri, Martina non è pervenuto”.


Ha scritto oggi su “il Fatto Quotidiano” - dopo la funambolica direzione del Pd di ieri 3 di maggio, funambolica in virtù dell’esito finale di quella assise che è stato (l'esito) in perfetta linea con la definizione che ne da il Sabatini-Coletti, ovvero essere “funambolico” nel senso di “Opportunista, spregiudicato: le manovre f. di un deputato” - Marco Travaglio in “Il reggente non ha retto”Una sera, a Parla con me, Paolo Villaggio se ne uscì a freddo, mentre Serena Dandini lo intervistava su tutt’altro, con una delle sue sortite insieme surreali, feroci e geniali: “Mi scusi, signora, ma Brunetta è un nome d’arte?”. Fosse ancora vivo, ora domanderebbe: “Ma Martina è un nome d’arte?”. (…). Purtroppo, ieri, Martina non è pervenuto. Non che non ci fosse, anzi: il guaio è proprio che c’era e, come sempre accade quando c’è, nessuno se n’è accorto. Quando va al cinema, per dire, e prende posto su una poltrona, c’è sempre qualcuno che si siede sopra di lui. Lo schiaccia e rimane lì per tutto il film, malgrado le sue reiterate proteste. Inizialmente lui pensava che ciò dipendesse dalle luci spente, infatti cominciò ad andare al cinema con largo anticipo per sedersi a luci accese: “Così mi vedranno e siederanno nei posti liberi”. Ma niente: la gente continuò ad accomodarsi nel posto già occupato da lui, a non udire le sue lamentele (direttamente proporzionali al peso dell’occupante abusivo) e a restargli sopra.

giovedì 3 maggio 2018

Terzapagina. 27 “La scuola non rende uguali poveri e ricchi”.


Da “La scuola non rende uguali poveri e ricchi” di Marco Morosini – professore di Scienze politiche e ambientali presso il Politecnico federale di Zurigo – pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di aprile 2018: (…). La “scuola di classe”, è quella che negli anni Sessanta Don Milani e i suoi scolari della scuola di Barbiana denunciavano nella Lettera a una professoressa. Ma parlare di scuola di classe ora è un tabù. Per aiutare a capire (…) consideriamo uno strumento ideologicamente neutro, una bilancia pesa persone, invece che una (inesistente) bilancia pesa-bullismo. Studi rigorosi rilevano in sempre più Paesi che il peso medio pro capite dei poveri è superiore a quello dei ricchi: l’obesità ai poveri, la fitness ai ricchi. Il cibo-spazzatura (a buon mercato e ipercalorico) prodotto dalle fabbriche dei ricchi deve pur essere smaltito da qualcuno. Per esempio dai poveri. Altrimenti i ricchi non potrebbero esserlo e pagarsi sport e diete per pesare meno e vivere più a lungo dei poveri. C’è una forte correlazione tra povertà, obesità, le relative malattie, e la minor longevità, come indicano gli studi Obesity and poverty paradox in developed countries e Poverty and Obesity in the US. L’obesità non è trasversale alle classi. E credo che le “obesità mentali” siano altrettanto poco trasversali. Per esempio le “obesità mentali” indotte dal diverso uso dei media: durata, qualità, nocività, potenziale di intossicazione dell’uso di Internet. Di conseguenza, ritengo che non lo sia nemmeno l’influenza di questi sull’educazione e il comportamento delle persone. Secondo uno studio in Corea, la performance scolastica è associata positivamente a un maggiore uso di Internet per fini scolastici, ma negativamente al suo uso per fini non scolastici. Un altro studio ha un titolo eloquente: The Rich See a Different Internet Than the Poor (I poveri vedono un’Internet diversa da quella dei ricchi). Se ci fossero misurazioni della durata e della qualità degli accessi a Internet dei figli dei ricchi e dei poveri (di soldi e di cultura) presumo che il numero di ore quotidiane e la buona o cattiva qualità degli accessi on-line e del “gaming” non risulterebbero distribuiti ugualmente tra le classi sociali. Niente di nuovo: da studi passati è nota la correlazione tra la durata della esposizione dei bambini alla Tv e la povertà delle famiglie. Se è vero che tutti mangiamo e tutti (o molti) accediamo a Internet, non lo facciamo tutti nello stesso modo, nella stessa quantità, con la stessa capacità critica. E queste differenze non sono casuali tra individui, ma riflettono in buona parte (nella media) le differenze di ricchezza materiale e culturale. Anche per l’Internet-spazzatura” e il “gaming” la fitness culturale è dei ricchi, l’obesità culturale dei poveri. Se ci fosse un censimento degli adolescenti patologicamente obesi e patologicamente Internet-dipendenti, vi aspettereste la stessa percentuale tra i ricchi e tra i poveri? Questa distribuzione iniqua è solo una delle distribuzioni inique di quasi tutti i beni e i mali in una società di classi capitalista. Per ridurle, ci sono due modi. Primo, parlarne senza tabù. Secondo, rimboccarsi le maniche perché lo Stato crei forti correttivi sociali ed ecologici (all’estero la chiamano “economia eco-sociale di mercato”). (…).

mercoledì 2 maggio 2018

Primapagina. 88 “L’impenitente narcisista”.


Da “Il narcisista che non riesce a stare zitto” di Daniela Ranieri, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 1° di maggio 2018: Eravamo rimasti che voleva “tacere per due anni” dopo il 4 marzo, e infatti rieccolo dopo due mesi in prima serata su Rai1, a regolare conti interni, a mandare avvertimenti, a parlare a nuora (“chi ci guarda da casa”) perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno quasi ghiandolare di pubblico. Si sa che una cosa detta da Renzi è scritta sull’acqua, quando non vuol dire proprio l’esatto contrario, ma si resta abbastanza ammutoliti davanti alla performance tutta psichica di questo ambizioso di provincia che ha scalato un partito (spesso fallimentare, ma tutto sommato prima del suo arrivo rispettabile) polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile. In sostanza è andato a dire due cose: che non vuole andare al governo coi 5Stelle; che se non si riesce a fare un governo è perché “dopo il referendum il Paese è bloccato”. Visto che questa è palesemente falsa (sabato abbiamo fatto il fact checking alle parole di Orfini, spedito a Otto e mezzo a diffondere la stessa panzana in qualità di ballon d’essai: il referendum nulla c’entra con la legge elettorale che precedeva il Rosatellum, dichiarata incostituzionale dalla Consulta nelle parti relative al ballottaggio e alle pluricandidature), abbiamo motivo di presumere che anche la prima lo sia. A pensar male si fa peccato, ma noi siamo peccatori e scommettiamo che Renzi darà mandato ai suoi più fedeli sottoposti di votare a favore dell’intesa col M5S, in direzione o in qualunque altro consesso partorito dalla finta democrazia che ha instaurato nel partito, se non proprio al Senato dove il governo dovrà ottenere la fiducia, continuando in pubblico a escludere perentoriamente ogni ipotesi di alleanza “coi populisti” per far contenti i twittatori del #senzadime (e i 5 passanti da lui importunati in piazza della Signoria). “Su 52 senatori del Pd”, è l’excusatio non petita, “almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”, ma ormai la pulce è nell’orecchio e del resto sfidiamo chiunque a non vederlo nelle vesti di uno che va al governo con Di Maio per poi farlo cadere alla prima fiducia tanto per dimostrare che: 1) i grillini sono incapaci di governare; 2) serve la riforma della Costituzione.

martedì 1 maggio 2018

Quodlibet. 76 “Sorpresa, i professori sono felici. «Noi, orgogliosi di stare in cattedra»”.


Da un reportage di Michele Smargiassi - “Sorpresa, i professori sono felici. «Noi, orgogliosi di stare in cattedra»” - pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 1° di maggio dell’anno 2010: Docenti recidivi. Stressati ma non pentiti. Orgogliosi e appagati da un mestiere malpagato e incompreso, più di otto su dieci lo sceglierebbero di nuovo. Gli insegnanti italiani resistono sulla tolda della cattedra, al timone di una scuola in affanno, alla guida di ciurme turbolente, ma tutto sommato ottimisti, convinti che la loro microsocietà sia meno scalcinata di come i media la dipingono. E forse lo è, vista la sincerità con cui, alle domande della terza indagine Iard sulle condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana, edita dal Mulino, ammettono anche limiti, incertezze e malumori. C'è vita nella scuola; bene, perché quest'esercito di ottocentomila pedagoghi è pur sempre il più potente intellettuale collettivo del nostro paese. Un patrimonio che, scoprono i curatori dell'indagine, Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin, non sembra troppo logorato. A dispetto di tutto. Vent'anni dopo la prima rilevazione, infatti, l'identikit del docente italiano resta problematico: la classe insegnante più vecchia del continente (alle medie il 70% ha più di cinquant'anni), la carriera più accidentata (fino a 9 anni per entrare in ruolo), gli stipendi del 10-20 per cento sotto la media, la femminilizzazione travolgente (otto donne su dieci cattedre, 95% alle elementari) che tradisce ancora il mestiere-rifugio per donne incatenate alla "doppia presenza". Ti aspetteresti, in simili trincee, truppe demoralizzate. Nient'affatto. Gli insegnanti italiani sono molto più soddisfatti di dieci anni fa. La quota di chi "sceglierebbe di nuovo la professione di insegnante", ora l'82%, è cresciuta di 9-10 punti in ogni ordine di scuola. Viceversa, quanti sognano la fuga verso la pensione o un altro lavoro, i "bruciati", i burn-out, sono calati nella stessa misura. Cosa mai è successo di tanto incoraggiante, in questo decennio, alla scuola italiana? Nulla. La scuola non è migliorata. Forse è peggiorato tutto il resto. E nella crisi generale la scuola ha sofferto di meno. Dicono gli insegnanti: il "microclima" in classe è migliore di quel che appare. Aule e corridoi sono spazi di relazioni umane soddisfacenti coi colleghi, i dirigenti, soprattutto (91%) con gli studenti: "poter lavorare coi giovani" del resto è la prima (63%) motivazione per scegliere questo mestiere. E le scuole-inferno del bullismo, le scuole-babele delle mille nazionalità? Problemi, ma affrontabili. Autostima o ottimismo della volontà? È incoraggiante che più di 3 insegnanti su 4 dichiarino di aver scelto il loro mestiere per vocazione e non per motivi pratici (garanzia del posto, tempo libero ecc.). Ma cos'è una "vocazione"? Dieci anni fa sembrava affermarsi tra i prof la più moderna auto-immagine di "professionisti", ora torna a prevalere la rivendicazione della "funzione sociale". Retromarcia difensiva: lo stipendio arranca, la precarietà aumenta, la considerazione sociale crolla: ma di che professionalità parliamo? Eppure sono in genere buoni insegnanti. Il rapporto mette un 20-30% addirittura nella fascia di eccellenza. L'impegno cresce: ormai la metà dei docenti "stanno a scuola" ben oltre l'orario di lezione. La vecchia "semiprofessione" da casalinghe è per molti oggi un mestiere a pieno tempo; il "patto al ribasso" democristiano (lavori poco, ti pago poco) sta saltando. Solo la busta paga non se n'è accorta. Eppure la stessa autovalutazione dei prof è spesso severa. Sanno di essere stati reclutati con criteri lontani dal puro merito, si sentono competenti sulle proprie materie ma mal preparati a insegnarle (9 maestri su 10 non hanno mai seguito un corso di specializzazione). Confessano anche qualche pigrizia nell'auto-formazione: benché più lettori della media e anche delle altre professioni "intellettuali", un docente su cinque alle superiori non ama i libri, i prof delle medie meno di tutti (il 44% ne legge meno di tre l'anno), anche meno dei maestri elementari. Però molti si sforzano di tenersi al passo. Del tutto volontariamente, i docenti italiani sono entrati nell'era telematica, comprando a proprie spese computer e banda larga: quasi 9 su 10 sono connessi (la media fra i laureati è del 77%). Ma se ne servono ancora poco (meno della metà si collega ogni giorno) e non in classe: a parte i laboratori di informatica, il pc serve per preparare le lezioni, ma non per fare lezione. In classe, poche novità, forse un vento d'antico. La "lezione frontale" sembra tornare sovrana. Ma è una scelta pragmatica, non tradizionalista: terminata l'era delle sperimentazioni audaci, prevale un dosaggio di "frontalità" e "interattività". Se una rivoluzione c'è stata, riguarda l'ultimo atto: il voto. Che non certifica più il raggiungimento di un certo livello di conoscenze. Per un docente su quattro la "quantità di apprendimento" non conta proprio. Timorosi (50%) di non possedere criteri di giudizio "oggettivi" equi, preferiscono premiare i progressi e l'impegno dimostrati dal singolo studente. La società esterna invoca rigore e severità, ma le deresponsabilizzanti interrogazioni programmate sono ormai di rigore in circa una classe su quattro (erano il 17% dieci anni fa), senza grandi differenze tra licei e professionali, tra scuole del nord e scuole del sud. Lassismo? O rifiuto di fare da foglia di fico, di essere gli unici controllori implacabili in una società dalle regole rilassate? L'isola-scuola si difende diventando autoreferenziale. Ma se non sono più i "custodi del lucignolo spento" di don Milani, e neppure le "vestali della classe media" della sociologia anni '70, i nostri insegnanti cosa vogliono essere?

Buon 1° di maggio.