"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 28 giugno 2013

Cosecosì. 57 Uomini che uccidono donne.



Scrive, riprendendo gli studi di eminentissimi antropologi, il professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 18 di maggio 2013 – “Vale meno, la vita di una donna” -: L'antropologo Claude Lévi-Strauss, in Le strutture elementari della parentela, ci informa che nel regime degli scambi, oltre a "le cibarie, gli oggetti fabbricati, rientrava anche la categoria dei beni più preziosi, ossia le donne". Un altro antropologo, Bronislaw Malinowski ci informa che nelle isole Trobriand, dove gli abitanti ignorano il contributo maschile alla procreazione, tutti i figli assomigliano al padre, a cui la madre ha offerto solo la materia. Questo motivo è ripreso da Aristotele, e qui siamo già in una cultura notevolmente avanzata, e tuttavia: "La femmina offre sempre la materia, il maschio la forma. Il corpo ha dunque origine dalla femmina, l'anima, che è l'essenza del corpo, dal maschio". A questo motivo non si sottrae neppure il dogma cristiano dell'incarnazione, dove la Madonna offre la materia, ma suo Figlio, come lui stesso dice, è tutt'uno col Padre: "Io e il Padre siamo una sola cosa" (Gv, 10, 30)". Ho ripensato a questo passaggio della riflessione dell’illustre studioso rivedendo il film “La foresta dei pugnali volanti” – ieri sera su Rai Movie -. Gli strani accostamenti della memoria! Il film è dell’anno 2004 a firma di Zhang Yimou. Adoro il cinema di Zhang Yimou. È un cinema che fa della visione dei colori il suo punto forte. È un cinema che indugia sulla natura e sull’animo degli umani che in essa si addentrano come smarriti di fronte alla sua maestosità. Adoro il cinema di  Zhang Yimou che ci conduce in luoghi ed in tempi tantissimo lontani dalle nostre esperienze di vita. Zhang Yimou ci rende della Cina lo spirito più nobile e delicato al contempo. Come per l’appunto nell’opera cinematografica citata. Zhang Yimou ambienta la Sua storia nella Cina del nono secolo dopo Cristo, regnando la dinastia Tang, in pieno declino. È quando un consorzio umano volge al suo declino che la corruzione e le ingiustizie regnano sovrane, come al tempo della storia narrata. La storia dipana la sua matassa raccontando delle molte sette nate per ribellarsi al corrotto governo dei Tang, la più famosa delle quali è la setta della “Casa dei pugnali volanti”. E nella storia di Zhang Yimou intervengono le figure notevoli di due guardie imperiali, Leo - Andy Lau - e Jin - Takeshi Kaneshiro – ai quali viene ordinato di catturare il nuovo capo della setta della “Casa dei pugnali volanti”. Jin si finge amico di una splendida danzatrice, Mei - Zhang Ziyi -, danzatrice cieca conosciuta in una casa di divertimenti della quale si sospetta appartenere alla setta dei ribelli. Nella storia non può mancare l’amore. Amore che, nel viaggio intrapreso per condurla nella foresta che accoglie la setta, scoppia fulmineo tra il giovane Jin – l’infiltrato del governo corrotto – e la bellissima Mei. Tutto come da copione. Ma che hanno in comune lo scritto del professor Galimberti e la storia di  Zhang Yimou? Tanto, tantissimo. Dovuto al terzo incomodo, quel Leo già innamorato pazzamente della bellissima Mei. Respinto a causa del nuovo amore della tanto amata per Jin non trova di meglio che ucciderla riconoscendo al contempo l’impossibilità di impedirle di amare un altro uomo ma ritenendo la sua morte atto necessario al suo desiderio inappagato. E Mei muore in un paesaggio innevato dalla scenografia mozza fiato. Un film notevole, per la regia, per la fotografia e per le magistrali interpretazioni dei tre protagonisti. Si diceva della storia ambientata nel secolo nono dopo Cristo. Siamo nel ventunesimo secolo. Ne sono passati di secoli, ma si continua ad uccidere le donne come fa il Leo di Zhang Yimou, della filmografia del quale ritengo siano da considerarsi imperdibili “Sorgo rosso” (1987) – nel quale Zhang Yimou è anche attore -, “Lanterne rosse” (1991), “La storia di Qiu Ju” (1992), “La locanda della felicità” (2001), il celeberrimo “Hero” (2002) - che assieme al successivo “La foresta dei pugnali volanti” entra a far parte della serie dei cosiddetti film di "wuxia", che letteralmente significa "cappa e spada"-, “La città proibita” dell’anno 2007. Mi auguro d’avere risvegliato la curiosità dei pochi naufraghi della rete approdati a questo blog per il bravissimo regista Zhang Yimou. Ed il professor Galimberti? Scrive, dottamente, in quella Sua riflessione: Per i processi di identificazione dei figli con i genitori, che la psicoanalisi ha ampiamente spiegato, i maschi acquisiscono come valore la prevaricazione maschile, e le femmine la sottomissione femminile. Così viene rafforzato un archetipo antichissimo, che gli antropologi hanno ben descritto come cultura diffusa in tutto il mondo primitivo, e la filosofia da un lato e la religione dall'altro, con i loro argomenti e dogmi, hanno rafforzato. Sto parlando dell'indiscussa superiorità dell'uomo sulla donna e del conseguente potere che spesso si traduce in violenza. (…). …smontare questo archetipo radicato nell'inconscio più inconscio del maschio non è cosa facile, e la scuola, oltre a insegnare giustamente la cultura dei tempi trascorsi, dovrebbe insegnare anche gli errori di questa stessa cultura, responsabile di tutte le violenze perpetrate nella storia sulle donne. Ma in una scuola come la nostra dove fatica a farsi strada l'educazione sessuale, è mai ipotizzabile un'educazione sulla differenza di genere che faccia comprendere, oltre alle differenze sessuali, quanta ideologia, quanta prepotenza, quanta violenza sono state esercitate a partire da questa differenza? Si tratta di un insegnamento che dovrebbe essere impartito per modificare non solo la mentalità dei maschi ma, (…), "anche delle donne", perché il potere e la violenza del maschio non sta solo nell'esercizio della sua forza, ma anche nell'acquiescenza della donna alla propria subordinazione. Oggi che le donne sono sempre meno acquiescenti, sembra che debbano pagare un prezzo altissimo per questo loro tentativo di ribaltare la crudeltà di una cultura che si perde nella notte dei tempi. È la cronaca amarissima, intrisa del sangue di tante donne innocenti, di uomini che uccidono donne di questi travagliati nostri giorni.  

giovedì 27 giugno 2013

Cronachebarbare. 15 “La Politica in ostaggio”.



Ha scritto Ilvo Diamanti su la Repubblica del 24 di giugno – “Perché abbiamo bisogno di politica” -: (…). …viviamo tempi provvisori. Di passaggio. Verso non si sa dove né cosa. Sicuramente, senza più futuro. Perché il futuro è stato abolito, dal nostro linguaggio e dalla nostra visione. Finite le ideologie, che sono narrazioni di lunga durata. Oggi tutto è marketing. Storie e slogan. Da rinnovare di continuo. Il futuro: se ne sta fuggendo insieme ai giovani. D`altronde, siamo tutti giovani. Adulti e anziani: non invecchiano mai. Nessuno accetta lo scorrere del tempo. Così i giovani, quelli veri, se ne stanno sospesi. Sono una generazione né-né. Né studenti né lavoratori. (…). È questo senso di “provvisorietà”, di precarietà personale ma anche sociale, che mi crea da giorni il cosiddetto blocco dello scrivere. A cosa serve continuare a scrivere su questo blog se la “provvisorietà”, la precarietà ci hanno come inghiottiti tutti lasciandoci senza futuro, senza speranza? È da giorni che, come un insetto molesto, questo pensiero mi “ronza” nella mente. Capisco però che cedere, lasciarsi andare, è come darla vinta a quella strategia della “distrazione di massa” che ha portato anche a quello stadio, forse irreversibile, che definisco da tempo di “scarnificazione” del pensiero collettivo. È quel che è avvenuto. È quello che si voleva che avvenisse. È contro questa strategia che bisognerebbe mobilitarsi. Lottare. Poiché la “scarnificazione” del pensiero, seppur non dichiarata come strategia dell’”antipolitica” al potere, è da tempo nell’aria, impregna i nostri pensieri ed i nostri difficili giorni. Ed il primo degli obiettivi di quella strategia è stata la “Politica”, quelle buona, ovvero l’altra politica invocata. “Scarnificandone” il pensiero complesso che, nella “Politica”, è sempre complesso. Non ha semplificazione alcuna. Non ammette scorciatoie. Definendo, per dirla con Diamanti, come “finite le ideologie, che sono narrazioni di lunga durata” e riducendo la complessità del pensiero della politica ad un disgustoso “marketing”. E dopo aver dichiarate morte le ideologie ne veniva di conseguenza che si potessero dichiarare superate, anacronistiche, morte quelle organizzazioni che nel tempo hanno dato sostanza al pensiero complesso della politica, i partiti. Ha scritto Furio Colombo su “il Fatto Quotidiano” del 16 di giugno – “Storie di uno. La politica ostaggio dei singoli” -: Il capitolo della storia politica italiana su cui sto riflettendo oggi comincia con Bossi e – al momento – arriva fino a Grillo. (…). Diciamo che questa breve storia si apre con Berlusconi che “scende” in un campo che inventa lui, e nella sua saga one man si trascina dietro vari modelli di partito e pattuglie intercambiabili di personale dipendente, attraverso decenni. E arriva a Grillo che si annuncia da solo, arriva da solo, e resta solo dopo la vittoria, pur avendo portato al seguito, dal nulla, nove milioni di elettori. Di Berlusconi sappiamo tutto, arriva munito di una ricchezza oscura, usa il privilegio, poco capito (o volutamente ignorato) di un immenso conflitto di interessi che ne genera continuamente altri (e potere, e profitto), vive la vita politica come uno sceneggiato che si gira in tempo reale con piena libertà di aggiungere o togliere battute, o di smentirle liberamente. Di lui resterà memorabile non la vastità e il peso del dominio esercitato, ma la straordinaria e inspiegabile sottomissione dell’intera classe politica e di una vasta parte della corporazione giornalistica. Ed è la prima figura - o maschera - nella breve storia di Furio Colombo, maschera che, come nella migliore tradizione della commedia dell’arte, ha calcato le tavole di quell’avanspettacolo che ha condotto inesorabilmente alla “scarnificazione” del pensiero collettivo sottostante alla buona “Politica”. Ed ecco avanzarsi la seconda delle maschere – secondo Furio Colombo - dell’”antipolitica” al potere: Il gioco di Bossi non è stato molto diverso: mettere insieme ed esibire in modo esasperato ed esagerato i peggiori sentimenti di rivalsa e vendetta di un gruppo di persone senza reputazione, e vedere l’effetto che fa. Nel vuoto culturale ha fatto effetto. Ma era troppo grossolano e misero per poter continuare, fino a che ha fatto il patto di Arcore nelle cene del lunedì e ha acquisito una vita in simbiosi, libera da preoccupazioni economiche e in grado di beneficiare dello stesso clima di intimidazione e sottomissione giornalistica imposto e goduto da Berlusconi. Ma Bossi non è un partito, è una vita di espedienti che si è agganciata in tempo a un livello molto più alto e più grande di imbroglio. (…). Ed infine la terza tragicomica maschera presentata da Furio Colombo, di quella che è oggigiorno la politica “scarnificata” e contro la quale, a parole almeno, il movimentista si mobilitava con inusitata violenza: Grillo è arrivato a mani piene (persone e promesse) ma mai nessuno nonostante i seguaci, ha realizzato programmi o promesse senza dare ruolo e valore e senso al lavoro di chi si è offerto di partecipare ed è stato eletto. Governare attraverso ordini indiscutibili uccide, e si può solo aspettare. E dunque ci resta solo un’interessante “storia di Grillo” ma niente da scrivere, per ora, sul Movimento Cinque stelle. Forse in questo schema (storie di persone, ma non di movimenti e partiti) sta il nocciolo pericoloso della crisi. Molti personaggi si aggirano, con buone e con cattive intenzioni, per le strade deserte di un Paese spaventato che non può più mettere niente in comune, neppure la paura. Un paese impaurito. Un paese disorientato. Ascoltavo giorni addietro, nelle mie rare scorribande tra le onde della radio sempre più infide e “scarnificate”, Flavia Perina – già direttore del “Secolo d’Italia” e transfuga con Gianfranco Fini - lamentare la “pochezza” della sua parte politica che così facilmente si era lasciata come fagocitare da una politica d’assalto, contravvenendo e contrabbandando i propri dettami della “legge” e dell’”ordine” per associarsi spensieratamente e spudoratamente ad una politica di “rapina” dei novelli predoni. Un tardivo, colpevole ripensamento. Chiude Ilvo Diamanti il Suo “pezzo” sul quotidiano la Repubblica: È questo il nostro problema più grande, oggi: l`abitudine alla "precarietà". La rimozione del futuro. Perché il futuro è passato. Emigrato. All`estero. E ci ha lasciati qui. Sempre più vecchi, ma incapaci di ammetterlo. Noi, passeggeri di passaggio in questo Paese spaesato: abbiamo bisogno di Politica. Perché senza Politica è impossibile prevedere. Progettare il nostro futuro. E senza prevedere, senza progettare o, almeno, immaginare il futuro, senza un briciolo di utopia: non c`è Politica. Ma solo "politica". Arte di arrangiarsi. Giorno per giorno. Ma come “prevedere”, come “progettare” un futuro che sia a questo disastrato paese senza un pensiero compiuto, anche complesso, ché solo i partiti di quella che è divenuta oramai sterile “memoria”, prima d’essere anch’essi “scarnificati”, amorevolmente coltivavano? Di quella “memoria” forse perduta se ne fa interprete e testimone Furio Colombo quando scrive: Qual è il vecchio senso? È il muoversi relativamente compatto e omogeneo di tante persone, cittadini, famiglie, padri e figli, insegnanti e allievi, persone del mondo creativo (le canzoni) e di quello organizzativo (i sindacati) che più o meno hanno un punto in comune all’origine, vedono o immaginano un punto comune da raggiungere e si muovono cercando, anche con un po’ di aiuto reciproco, di percorrere la stessa strada. Non per disciplina (non tanto, non sempre). Ma per adesione e persuasione, reclamata anche in pubblico. Sto parlando, naturalmente, di qualcosa che ha a che fare con la costellazione comunista e la costellazione cattolica. Entrambe hanno salvato il legame con la Resistenza e la Costituzione. Entrambe hanno impedito a questo solo Paese europeo di essere laico e di esplorare senza pregiudizi, né distruttivi né infatuati, i territori del liberalismo. Tutto quello che è accaduto dopo, fino ai giorni che stiamo vivendo e patendo senza sapere e senza capire, è l’avventura individuale di alcuni personaggi. Si può scrivere e illustrare la loro storia, sapendo che è quella storia che conta. Ma non “il partito” o “il movimento” che proclamano di avere creato, che nasce e che scompare (o finisce di contare) con loro. È forse anche la fine della Storia, che muore con la “memoria” non più condivisa.

martedì 25 giugno 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 9 “Il predone”



C’era una volta un cronista, di quelli coraggiosi ed attenti. Era il compianto Giuseppe D’Avanzo. E cosa scriveva Giuseppe D’Avanzo il 25 di giugno dell’anno 2010 sul quotidiano la Repubblica? Un pezzo che a rileggerlo con la mente e gli occhi d’oggi segna inequivocabilmente ed amaramente lo stato disastroso nel quale è sprofondato il bel paese. Quel Suo pezzo Giuseppe D’avanzo lo aveva intitolato “Il predone”. Scriveva: Osserviamo (…) la scena che Berlusconi ha costruito in questi (…) anni di governo. Il Parlamento è soltanto l'esecutore muto degli ordini dell'esecutivo. La Corte costituzionale e la magistratura devono essere presto subordinate al comando politico. La presidenza della Repubblica, priva della legittimità popolare, è soltanto un impaccio improprio. Il governo, già consesso obbediente agli ordini del sovrano, diviene ora e addirittura il premio per chi, con il suo servizio al Capo, si è guadagnato il vantaggio di rendersi legibus solutus come il sovrano. Tocchiamo qui con mano il conflitto freddo che si sta consumando tra una concezione della democrazia incardinata nella Costituzione, nei principi di una democrazia liberale basata sull'oggettività delle funzioni pubbliche e la convinzione che il voto popolare renda onnipotenti e consenta ogni mossa anche 1'annichilimento delle istituzioni. Lo scriveva il 25 di giugno dell’anno 2010. Profezie non avveratesi? Ma il disegno era chiaro. Allora come oggi. Oggi, 25 di giugno dell’anno 2013, imperando le larghe intese e aleggiando lo spirito leggiadro della pacificazione, si tocca con mano lo sprofondo nel quale l’interesse di un uomo solo ha condotto la vita sociale, politica ed istituzionale del bel paese. Oggi, quell’uomo solo, ha la forza politica ed il potere mediatico d’anteporre i suoi problemi giudiziari ad ogni altro problema e di barattare un salvacondotto alla necessaria stabilità di governo per poter fronteggiare – ma solamente fronteggiare, ché gli scenari internazionali sfuggono alla nostra portata - una situazione terribile di crisi economica che distrugge l’impalcatura sociale e le prospettive future di milioni e milioni di cittadini. Umiliante e illuminante, l'affaire Brancher (per la memoria dei deboli, Brancher nominato inopinatamente ministro per meglio affrontare i suoi guai giudiziari e subito invocante il legittimo impedimento n.d.r.) è anche educativo perché liquida almeno un paio di luoghi comuni del dibattito pubblico, specialmente a sinistra. Chi di fronte alle minacce estorsive del sovrano (o impunità o processo breve che blocca centinaia di migliaia di processi; o impunità o paralisi della macchina giudiziaria) trova sempre conveniente scegliere la riduzione del danno e il male minore saprà oggi quel che avrebbe già dovuto sapere da tre lustri: il Cesare di Arcore non ha inibizioni. È un predone. È di questi giorni l’invocazione dei suoi famigli per il rispetto di presunti accordi intercorsi tra l’egoarca di Arcore e l’alto, irto Colle. Accordi che l’inquilino dell’alto, irto Colle avrebbe disatteso. Ed ora che la condanna è sopraggiunta cosa farà il pover’uomo? Il “predone”. Scriveva ancora Giuseppe D’Avanzo: Lo guidano i riflessi. Quel che serve, lo trova d'istinto. Se gli si offre un arsenale, lo utilizza, statene certi, perché è ridicolo aspettarsi da Berlusconi self-restraint. Non esisteranno mai mali minori con lui, ma soltanto mali che annunceranno il peggio. Il secondo luogo comune dice che l'antiberlusconismo non porta da nessuna parte. L'affare Brancher conferma che non c'è altra strada che contrastare il berlusconismo se si vuole proteggere il Paese e le sue istituzioni da una prova di forza pre-politica, fuori delle regole che ci siamo dati. È anche questo il caso Brancher, una prova di forza. Che toccherà non solo all'opposizione contrastare. Fini, la Lega, i soliti neutrali potranno subirla senza mettere in gioco la rispettabilità di se stessi? Finiva così il pezzo di Giuseppe D’Avanzo. Oggi Ezio Mauro, direttore di quel quotidiano, gli rende il merito dovuto citandolo copiosamente nell’editoriale che fa seguito alla sentenza del tribunale di Milano. Riporta oggi Ezio Mauro, nell’editoriale “L’abuso e la dismisura”, quanto ebbe a scrivere quel coraggioso cronista: «La questione — scriveva D’Avanzo — non ha nulla a che fare con il giudizio morale, bensì con la responsabilità politica. Questo progressivo disvelamento del disordine in cui si muove il premier e della sua fragilità privata ripropone la debolezza del Cavaliere, tema che interpella la credibilità delle istituzioni», perché tutto ciò «rende vulnerabile la sua funzione pubblica, così come le sue ossessioni personali possono sottoporlo a pressioni incontrollabili». E nel riproporre il pensiero che è stato del cronista coraggioso riporta ancora: (…). …nel sistema berlusconiano, dice D’Avanzo, «il potere statale protegge se stesso e i suoi interessi economici, senza scrupoli e apertamente. Con l’intervento a favore di Ruby quel potere che sempre privatizza la funzione pubblica muove un altro passo verso un catastrofico degrado rendendo pubblica finanche la sfera privatissima dell’Eletto. In un altro Paese appena rispettoso del canone occidentale il premier già avrebbe dovuto rassegnare le dimissioni. Nell’infelice Italia invece l’abuso di potere è il sigillo più autentico del dispositivo politico di Silvio Berlusconi. È un atteggiamento ordinario, un movimento automatico, una coazione meccanica». È la forza della “memoriadeigiornipassati”. Che la dice lunga sul disfacimento politico ma anche etico e morale di una “casta” servizievole al potere. Ché forse gli avventurieri delle larghe intese non fossero a conoscenza della natura del “predone”? Ad essi si attaglia alla perfezione quell’intuizione per la quale “chi di fronte alle minacce estorsive del sovrano (o impunità o processo breve che blocca centinaia di migliaia di processi; o impunità o paralisi della macchina giudiziaria) trova sempre conveniente scegliere la riduzione del danno e il male minore saprà oggi quel che avrebbe già dovuto sapere da tre lustri: il Cesare di Arcore non ha inibizioni. È un predone. E l’”oggi” di quel tempo andato era il 25 di giugno dell’anno 2010, per l’appunto. Ed i “tre lustri” riportano indietro le lancette dell’orologio alla disastrosa – per il bel paese – “discesa in campo”. È da allora che “il predone” di Giuseppe D’Avanzo scorazza impunito per le ubertose contrade del bel paese. 

giovedì 20 giugno 2013

Cosecosì. 56 “Un professore e un Paese presi a schiaffi”



“Un professore e un Paese presi a schiaffi” è il titolo di un “pezzo” della insegnante e scrittrice Mila Spicola pubblicato sul quotidiano l’Unità del 16 di giugno. Ogni tanto mi garba tornare all’antico amore, sollecitato in questa occasione dall’illustre Autrice nonché collega. Scrive ad un certo punto del Suo pregevolissimo “pezzo”: La nuova geografica del lavoro mondiale coincide con la geografia dei saperi, lo hanno capito tutti nel mondo, tranne l’Italia, che si barcamena in ricette improbabili per combattere la crisi rimanendoci sull’orlo perché non è capace di comprendere quello che serve: innovazione, saperi qualificati e sguardo lungo. Per innovare e guardare lontano si devono promuovere alti livelli medi di conoscenza nella popolazione, e non lo fai attaccando un docente, ma migliorando le condizioni del sistema che deve promuoverli. È che nel bel paese si sono succeduti alla “cura” – si fa per dire – della cosa pubblica degli improvvisatori se non degli approfittatori punto e basta. E quanto detto trova riscontro nella crisi profonda nella quale vivono tutte le istituzioni culturali e formative. Del resto basterebbe rammentare le professioni d’incultura e di sprovvedutezza dei tanti improvvisati reggitori della cosa pubblica perché ci si possa dare tutte le risposte del caso. E Mila Spicola lo certifica nel Suo “pezzo”. Ebbe a dire un improvvisato di turno che con la cultura non si mangia. Ed un supremo – si fa per dire – si vantava di non leggere alcunché – tranne i fruttuosi bilanci aziendali – da una ventina di anni ed oltre. Nulla quindi che si possa definire come imprevisto. Continua Mila Spicola: A parole tutti lo desiderano nei fatti non sanno metterlo in atto, semplicemente perché ci vogliono azioni efficaci e competenti decise da chi di problemi complessissimi come l’innalzamento dei livelli medi si occupa da anni. Quasi tutti i rapporti relativi ai sistemi d’istruzione individuano come motore vero dell’innovazione dei sistemi d’istruzione e dunque dei paesi l’esercito degli insegnanti, non le strumentazioni da fornire agli insegnanti, o la valutazione dei docente, ma la formazione, la selezione e la qualificazione continua degli insegnanti. Qualcuno ha confuso la riqualificazione dei docenti con la valutazione dei docenti, quello è l’ultimo anello della catena. Non cambi il risultato in un sistema se ti limiti alla valutazione delle variabili dipendenti (l’operato dei docenti, i livelli cognitivi degli studenti), devi agire sulle cause dì quelle variabili. Formazione. È il tema cruciale di sempre. Affido alla straordinaria scrittura di Manara Valgimigli la rappresentazione dell’eterno problema della scuola pubblica del bel paese. La citazione l’ho tratta da “La mia scuola” – Vallecchi editore (1924) -, brillante lavoro editoriale pubblicato nell’oramai remoto 15 di gennaio dell’anno 1920 e che ho riportata nel mio volume “I professori” – AndreaOppureEditore (2006) – alla pagina 63: Nel primo anno del mio insegnamento, capitato in un ginnasio del Mezzogiorno, un collega anziano mi disse: - Collega, tieni in ordine il registro e poi "fottetinne". – Obbiettai, ingenuo: - Non sarebbe il caso piuttosto di invertire i termini - Collega, non farete carriera. –  E una volta, alcuni anni fa, un ministro pedagogista, di questi registri ne inventò tre: uno, per ogni singolo insegnante, che recava i voti e la materia spiegata e le lezioni e i lavori assegnati; uno in comune per tutti gli insegnanti, che stava su la cattedra e dove gli insegnanti diversi, man mano che si succedevano, indicavano ciascuno la materia spiegata e le lezioni e i lavori assegnati; e finalmente, un terzo, il così detto diario, per gli scolari, ai quali ogni insegnante dettava quello stesso che egli aveva scritto nel proprio registro e nel registro collegiale. Con questi tre registri l'insegnante modello poteva ridurre di mezz'ora la propria lezione. - Collega, tieni in ordine il registro e poi "fottetinne" . Il precetto del collega anziano aveva ricevuto da Sua Eccellenza il Ministro pedagogista la consacrazione ufficiale. Nel paese degli improvvisati e degli intrallazzatori di professione la cultura e la scuola non hanno mai potuto avere la giusta rilevanza e considerazione. È mancata anche la cosiddetta “considerazione sociale”. Ed il cerchio si chiude. Oggi, quella arretratezza la si paga a caro prezzo: la “crisi” morde con morsi feroci laddove l’arretratezza culturale è più marcata. Sostiene Mila Spicola: Tre sono i passi. Il primo: riqualificare la formazione universitaria. Diventi insegnante chi ha nel proprio bagaglio formativo non solo le conoscenze disciplinari (accade oggi) ma anche un bagaglio di «attrezzi del mestiere» che sono discipline come la pedagogia, la docimologia, la psicologia infantile e adolescenziale, la gestione e il management scolastico. Il secondo passo: la selezione dei docenti. Concorsi seri e veri. Che accertino non solo le conoscenze con batterie ridicole di test (spesso sbagliati, spesso oggetto di ricorsi, spesso abbonati a tutti per non incorrere in procedimenti d’infrazione) ma che prevedano prove che accertino anche le competenze necessarie per diventare insegnanti, comprese le predisposizioni psicoattitudinali a un mestiere difficilissimo. Il terzo passo. Rivoluzionare la professione. Un docente torni ad essere un intellettuale: deve studiare, deve avere il tempo di farlo e deve avere il riconoscimento perché lo fa. ‘È un lavoro intellettuale, che va praticato e riconosciuto come lavoro intellettuale, perché ciò accada bisogna, semplicemente porre in essere le condizioni affinché sia così. Non è peregrino immaginare che almeno ogni 4 anni un docente possa trascorrere sei mesi fuori dalle classi, a rotazione, per fare ricerca, dentro e fuori la scuola, per qualificarsi, studiare, partecipare a convegni, produrre sperimentazione, effettuare lavoro di supporto, organizzazione e produzione di saperi e attività dentro la sua scuola. Come dire, tutto qui? Ed allora propongo un’altra amena lettura. È stata riportata anch’essa nella mia pubblicazione prima citata – alla pagina 71 – ed è stata tratta da “La scala di Giocca” – Edizioni EDES (1984) - di Paolo Teobaldi: Il tema che il nostro gruppo doveva affrontare era: "Società agropastorale e attività ciclistica in Sardegna". Originariamente l'argomento doveva essere soltanto "Attività ciclistica in Sardegna" in quanto io la ritenevo una questione interdisciplinare, atta cioè a sviluppare tutte le tematiche congiunte con autonomi strumenti d'indagine; per esempio, sostenevo - e potrei ancora sostenere anche se ho cambiato mestiere - la pratica ciclistica favorisce un allacciamento con la geografia in quanto, prima di partire per una pedalata, o sgambatura, anche solo di 15-20 chilometri, occorre bene documentarsi sulla natura del terreno, del territorio diremmo oggi, controllando sulle tavolette dell'Istituto Geografico Militare, scala 1:25.000, quante fontane ci sono, quanti bar e quante trattorie; una pedalata circolare, in scioltezza, favorisce la circolazione sanguigna (qui si innesta la medicina!), cioè una migliore irrorazione delle vene e dei capillari di tutti gli arti, e di tutti gli organi cervello compreso, con conseguente miglioramento del livello medio delle spiegazioni e della capacità di sopportazione. Nodo fondamentale da esaminare sarebbe stato la mancanza, nelle squadre ciclistiche nazionali, di professionisti sardi, la ragione del quale fenomeno - io l'avevo solo accennata a Vincenzo - era nella storia stessa della regione, cioè nello stratificarsi di invasioni a opera di popoli poco amanti della bicicletta, fenici in testa, romani, pisani, spagnoli (che pure potevano essere buoni scalatori, o grimpeur, vista la loro complessione fisica), piemontesi, che lasciarono il cavallo solo per l'automobile.(…). A commento della stupenda pagina del Teobaldi avevo osato chiosare nella stesura di quel volume: E chi non ricorda di quegli anni i famosi o famigerati “corsi abitanti”, che furono di certo una panacea per risolvere l’allora precariato nella scuola pubblica, ma per i quali non si può avere rimpianto alcuno? Poiché essi hanno rappresentato indubbiamente l’affossamento di qualsiasi idea di miglioramento del servizio scolastico e la messa in soffitta di qualsiasi idea e strumento per una differenziazione meritocratica della carriera degli operatori scolastici, tanto per tornare ad usare una definizione al tempo molto in voga anche per designare altri operatori di attività di ben diverso peso culturale, ma non sociale. Leggere comunque la prosa del Teobaldi per averne una convincente prova; non si potrà alla fine non lasciarsi sfuggire un amarissimo e tenero sorriso, per un tempo che è stato. Un tempo amaro. È questo lo stato dell’arte. Chiude il Suo “pezzo” Mila Spicola così: Studiare vuol dire coltivare parole, coltivare pensieri, discernere per agire e trasferire queste capacità agli alunni: è la qualità della democrazia, la pregiudiziale del lavoro. E la “scarnificazione” del pensiero dove la mettiamo? Sta tutta qui, in questo vuoto pneumatico della menti volutamente creato.    

giovedì 13 giugno 2013

Cosecosì. 55 Philip Roth ed il “Maestro”.



Tutti abbiamo avuto almeno un “maestro” nella vita. Almeno. Da intendersi per “maestro” colui il quale “ti aiuta a conquistare uno stile, ovvero il contrassegno di quello che sei in quello che fai. Possedendo e mostrando il suo ti aiuta a conquistare il tuo. I grandi maestri (…) arano a fondo nel terreno dell’umano, sono primitivi e inattuali, non si gingillano con le cose senza peso, escono e fanno uscire dal quotidiano, non fermano quando li si incontra, né inducono a fare la loro strada, ma invogliano a cercare liberamente ognuno la sua e percorrerla”. Fine della stupenda citazione, tratta da “Essere insegnanti, divenire maestri” del professor Raniero Regni, apparsa sulla rivista “School in Europe”. Miserevole colui il quale non abbia incontrato nella sua vita almeno un “maestro”. Philip Roth ne ha scritto – sul quotidiano la Repubblica del 5 di maggio 2013 - col titolo “Al mio maestro”. Un ritorno inatteso, e sperato, alla scrittura del grande romanziere. Ha scritto Philip Roth: (…). Il primo insegnante che mi trovai di fronte, la prima ora del mio primo giorno all’Annex, fu Bob Lowenstein. Il dottor Lowenstein. Doc Lowenstein. Era fresco reduce dalla seconda guerra mondiale, diversamente da quasi tutti i professori di liceo era in possesso, senza darsi arie, di un dottorato, e quello che perfino un dodicenne poteva capire era che si trattava di un uomo straordinario che non tollerava di buon grado i cretini. (…). …non l’ho dimenticato. Chi l’ha dimenticato a Weequahic? Come tutti i “maestri”. Difficile dimenticarli, anzi impossibile. Ne ho scritto per personale esperienza. Pochi sono essi, i “maestri”, capaci di riempire il cuore e la mente dei giovani che la vita ha loro affidato. Ed il dottor Lowenstein è stato il “maestro” per il grande scrittore. Scrive di seguito Philip Roth: Di conseguenza, quando toccò a lui finire sbranato dalla crociata anticomunista degli anni Quaranta e Cinquanta, seguii le sue vicende come meglio potei attraverso gli articoli dei giornali di Newark che mi facevo ritagliare e spedire dai miei genitori. Sin qui i ricordi del grande Autore. Apro una parentesi per dire di quel fatto tragico che è stato il “maccartismo” negli Stati Uniti d’America. Mi soccorre il grande Woody Allen – interprete - ed il film – per la regia di Martin Ritt - che ha per titolo “Il prestanome”. Il film è del 1976. Narra di quel tempo e della "caccia alle streghe" alla quale vennero spietatamente sottoposti gli intellettuali di quel grande Paese. E si narra, in quello scenario tragico, di un certo Howard Prince – Woody Allen - , cassiere in un bar della periferia newyorchese, grande scommettitore ed abile bookmaker, che accetta di soccorrere Alfred Miller - Michael Murphy -, sceneggiatore perseguitato per le sue sospette "attività antiamericane". È il “maccartismo” più feroce, per l’appunto. Un delirio dei tempi. Il soccorso che Howard Prince offre all’amico è di fare da “prestanome”, firmando i lavori letterari avendone per ricompensa una percentuale sugli introiti. La scorciatoia, come suol dirsi, è trovata. Altri scrittori in odore di “sovversione antiamericana” cominceranno ad utilizzare il nome di Howard Prince per la pubblicazione del proprio lavoro e ciò permetterà all’astuto profittatore delle disgrazie altrui di divenire ricco e famoso. Ma i tempi scorrono cupi con l’inevitabile inverarsi di dirompenti e tragici casi umani, come sarà il suicidio dell'attore Hecky Brown - Zero Mostel -, che aprirà una breccia nella disincantata coscienza di Howard Prince, un uomo senza ideali e senza scrupoli. Fino a quando egli stesso non verrà sottoposto alla sorveglianza della "Fredom Information" e denunciato alla commissione per le attività antiamericane. È il ricordo caro dell’amico Hecky e del suo disperato atto finale di rinuncia alla vita che gli daranno la forza per trovare una risposta di dignità ritrovata da esibire ai delatori professionali di quella tragica stagione della storia americana. Questi i crudi “fatti” ai quali rimanda – per chi ne abbia memoria - lo scritto di Philip Roth: Non ricordo come ci ritrovammo negli anni Novanta, più di cinquant’anni dopo che mi ero diplomato al Weequahic High. (…). Bob per me è una delle voci persuasive che ancora sento parlare. I suoi discorsi erano permeati del sapore intenso del reale. Come tutti i grandi insegnanti, personificava il dramma della trasformazione attraverso la parola. (…). Bob è stato il modello di un personaggio di primo piano del mio romanzo “Ho sposato un comunista”, un libro del 1998 in cui rievocavo il periodo anticomunista a cui ho accennato in precedenza e la crudeltà e la ferocia con cui persone come Bob vennero sbranate con le unghie e coi denti dalla marmaglia al potere all’epoca. (…). Il tema di “Ho sposato un comunista”, in fondo, è l’educazione, l’insegnamento, il rapporto mentore-allievo: in particolare un adolescente diligente, zelante e impressionabile che impara come diventare — e anche come non diventare — un uomo coraggioso, onesto ed efficace. Non è un compito facile, come sappiamo, perché ci sono due grandi ostacoli: l’impurità del mondo e l’impurità di se stessi, per non parlare delle enormi imperfezioni di intelligenza, emozione, lungimiranza e giudizio di un individuo. (…). Ora non sto parlando dell’educazione di un ragazzo, ma dell’educazione di un adulto: l’educazione alla perdita, al dolore e a quell’inevitabile componente della vita che è il tradimento. Bob era fatto di ferro e resistette all’atrocità dell’ingiustizia con un coraggio e una prodezza straordinari, ma era un uomo e provava i sentimenti di un uomo, e quindi soffrì anche. (…). Concludo con qualche riga dalle prime pagine di “Ho sposato un comunista”, dove descrivo l’immaginario professor Ringold, meglio noto nel mondo al di fuori della pagina scritta come Doc Lowenstein: «Negli atteggiamenti e nelle pose era assolutamente naturale, ma nel parlare piuttosto prolisso e, sul piano intellettuale, quasi minaccioso. La sua passione era spiegare, chiarire, farci comprendere, col risultato che ogni argomento di cui parlavamo veniva smontato nei suoi elementi principali con una meticolosità non inferiore a quella con cui divideva le frasi sulla lavagna. (...). Il professor Ringold portava con sé in aula una carica di viscerale spontaneità che, per dei ragazzi come noi, docili ed educati al rispetto, ragazzi che dovevano ancora comprendere che obbedire alle regole del vivere civile dettate dall’insegnante non aveva nulla a che vedere con lo sviluppo mentale, fu una rivelazione. C’era più importanza di quanto, forse, lui stesso immaginasse nell’accattivante abitudine che aveva di tirarti il cancellino quando la risposta che davi non colpiva il bersaglio. (...). Si sentiva la forza, in senso sessuale, di un insegnante liceale come Murray Ringold (maschia autorevolezza non viziata da commiserazione), e si sentiva la vocazione, in senso sacerdotale, di un insegnante come Murray Ringold, che non si era perso dietro l’amorfa aspirazione americana di sfondare, e che — diversamente dagli insegnanti di sesso femminile — avrebbe potuto scegliere di fare qualunque cosa o quasi e che invece aveva scelto, come lavoro della propria vita, di dedicarsi a noi. Per tutta la giornata non voleva far altro che occuparsi dei giovani che poteva influenzare, ed era dalle loro reazioni che ricavava la sua massima soddisfazione». Addio, stimato mentore. Dobbiamo al grande Woody un aforisma terribile sugli insegnanti. Lo si ritrova nel Suo straordinario film “Io e Annie” dell’anno 1977: - Ricordo il corpo insegnante della mia scuola pubblica. Sapete, avevamo un detto: chi non sa far niente insegna e chi non sa insegnare insegna ginnastica. Quelli che neanche la ginnastica, credo li destinassero alla nostra scuola -. Ma parlava il grande Woody semplicemente degli insegnanti, non già dei “maestri” che, quando li si incontra, non “inducono a fare la loro strada, ma invogliano a cercare liberamente ognuno la sua e percorrerla”.

sabato 8 giugno 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 8 “Ritrovare i legami perduti”.



“Lamemoriadeigiornipassati” è dell’8 di giugno dell’anno 2011. È a firma di Michele Ciliberto e venne pubblicata sul quotidiano l’Unità col titolo “Un rebus tutto di sinistra: ritrovare i legami perduti”. “Lamemoriadeigiornipassati” è esercizio di memoria, per l’appunto. Un misurare, se la si voglia intendere così, i passi che sono stati fatti in avanti o all’indietro nella storia politica e sociale di questo derelitto paese. È esercizio che richiede determinazione e coraggio al contempo, senza i quali i problemi marciscono ed il paese affonda nell’inettitudine e nelle forme più perverse di populismo anarcoide e plebeo. Poiché un paese che rifiuta un sono esercizio di memoria non riuscirà mai ad uscire dalle pastoie nelle quali l’”antipolitica” al potere, ovvero la politica quale negazione della “politica buona”, lo ha condotto nei decenni. E tutto si trasforma in un “irrisolto” con il quale è facile sì convivere ma rinunciando a tutto ciò che sta a fondamento e corredo di una democrazia matura. Ha scritto di recente - “Il pericolo del non voto”, sul quotidiano l’Unità del 28 di maggio 2013 - Michele Ciliberto: (…). …in Italia è da tempo aperto, e ora sta venendo alla luce, un problema che tocca le fondamenta della democrazia, cioè della Repubblica. Se ne stanno riducendo le basi, e quindi la capacità di rappresentanza, quindi la legittimità. Quando l`astensione è così ampia, vuol dire che i principi della democrazia rappresentativa appaiono logori e che si sta incrinando il patto originario che costituisce una comunità. Significa, simmetricamente, che la politica e le istituzioni si sono chiuse in una sorta di spazio separato, che non ha molto a che fare con la vita della gente e dei singoli individui e che ha poco da spartire con i problemi quotidiani. Non serve enfatizzare le situazioni di crisi, ma noi siamo seduti su un vulcano anche se molti continuano a non voler sentire i campanelli di allarme, i mille segnali in cui si esprime un distacco che ha ormai preso. L`astensione non nasce da un generico qualunquismo ma è l`effetto del distacco tra gente e politica la forma di un vero e proprio risentimento politico, sociale, individuale (e non solo in Italia). È una crisi strutturale, che non si risolve con le armi della pura tecnica politica. Quale illusione! Oggi è la politica che per prima deve ritrovare un fondamento, se si vuole rianimare la democrazia. Sono queste le parole Sue ultime. Che vanno lette con quanto l’illustre studioso aveva scritto in quell’8 di maggio dell’anno 2011: Se (…) il carattere proprio della democrazia dispotica è quello di rompere i legami fra gli individui precipitandoli in una condizione di reciproca solitudine, compito di una cultura democratica è quello di ricostituirli ad ogni livello. Dei “legami” e di ciò che essi significano - insisto su questo punto - occorre dunque fare il pilastro di una democrazia moderna, contrastando frontalmente le ideologie moderate e conservatrici. Ma i legami che bisogna costituire oggi devono essere diversi da quelli del passato. Occorre anzitutto partire dagli individui; e su questa base costruire legami che siano capaci di mantenere vive ed operanti le differenze individuali e se necessario anche il conflitto. Ed a proposito di quei “legami”, che una vera forza di sinistra dovrebbe avere a cuore, ne ha scritto Alain Touraine sul numero 8 della rivista MicroMega – pag. 43 - dello stesso anno 2011: L’elemento di definizione che per primo viene alla mente è che la destra pensa in termini di oggetti e di rapporti tra gli oggetti, e che definisce gli attori tramite le loro situazioni oggettive. (…). Ciò che definisce, all’opposto, la sinistra, è che pensa e agisce in termini di diritti. Il populismo di destra, che lamenta le deplorevoli condizioni dell’infanzia, dei poveri, delle donne e dei prigionieri è sempre esistito. Ma il pensiero e l’azione diventano di sinistra solo quando il pensiero si interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della violenza, cercando nelle vittime i possibili protagonisti di volontà e desiderio d’azione. È in questi ambiti che la rottura dei “legami” ha portato a quell’”irrisolto” che caratterizza la condizione propria della (pseudo)-democrazia nel bel paese. Soprattutto quando una forza che si voglia dire della sinistra non “si interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della violenza” tranciando così di fatto quei legami che ne giustifichino l’esistenza e la sopravvivenza. Scriveva ancora Alain Touraine nello stesso numero della rivista che ha per titolo di copertina “A sinistra!” - pag. 37 -: Il teorema da tempo accettato secondo cui il centro della vita sociale è il sistema economico, cioè la stretta corrispondenza delle categorie della vita economica con quelle della vita sociale, non è più accettabile e dev’essere respinto malgrado i molti servizi resi. L’economia si è separata dalla vita sociale: è questo il significato profondo della globalizzazione. (…). Siamo fin troppo consapevoli che l’edonismo avvantaggia i ricchi e i potenti, e distrugge quanti ne adottano gli obiettivi senza avere i mezzi per raggiungerli. È il paradosso dei nostri giorni e delle nostre vite. La proposizione martellante di un “edonismo” incompatibile con l’ambiente e con le risorse naturali ha abbacinato larghissimi strati sociali i quali hanno preferito abbracciare quell’illusione con la rinuncia e lo scioglimento di quei “legami” che ne avevano caratterizzato le esistenze. Scrive Michele Ciliberto in quella memoria dell’8 di giugno dell’anno 2011: I legami, infatti, possono essere declinati sia in chiave democratica che in termini autoritari e anche dispotici. Un esempio: l’idea di nazione può essere declinata in termini di piccole patrie, chiuse in se stesse come monadi (e qui basta pensare alle politiche della Lega), oppure e questo è il compito proprio di una nuova cultura democratica interpretando in modi nuovi il rapporto fra nazione e territorio, ponendo al centro un nuovo concetto di cittadinanza, in grado di aprire la nazione a nuovi popoli, nella prospettiva di un nuovo concetto anche dell’Europa. Bisogna saperlo: la democrazia vive di differenze e anche di conflitto. Senza conflitto non ci sono né libertà né democrazia, se è vero come è vero, che la crisi della democrazia la sua patologia consiste proprio nel quietismo, nella indifferenza, nella staticità. I legami di cui si avverte oggi l’esigenza, e che occorre costituire, non sono quelli otto-novecenteschi, tipici anche del movimento operaio: la massa, la classe, insomma le vecchie identità sociali e collettive. Il conflitto fra capitale e lavoro ha cambiato forma, globalizzandosi; si è esaurita la vecchia ideologia del progresso che era stata una bandiera della classe operaia; si sono consumate le tradizionali forme di rappresentanza politica e sindacale; sono cambiati anche i rapporti con il mondo, con la vita: gli “individui” non sono più disposti a sciogliersi nella massa, nella classe, come nel XX secolo. Essi sono estranei oggi a queste vecchie forme di legami: come dice in una bella pagina Adam Zagajewski, «le epoche muoiono più delle persone, e non ne resta nulla». Quelli che bisogna dunque costruire sono legami in grado di coinvolgere la dimensione della generalità, ma in termini nuovi. Sono i legami che possono sorgere dalla comune consapevolezza dei limiti delle risorse naturali; dalla comune assunzione della centralità del rapporto, oggi, fra nativi e immigrati, per il futuro dell’Europa e tendenzialmente del mondo; dalla comune coscienza della necessità di nuove forme di esperienza sociale e di lavoro; dalla comune persuasione dell’esaurimento delle vecchie forme di rappresentanza politica e soprattutto sindacale; da un comune impegno intorno al destino dell’Europa, mentre sono venuti meno i vecchi modelli identitari e antropologici ed è diventato indispensabile, specie per una forza riformatrice, individuare nuove rotte ideali, culturali, politiche lungo le quali incamminarsi. Sono legami che devono coinvolgere anche i problemi del genere (…); del rapporto individuale con la vita e con la morte; delle nuove frontiere e metamorfosi del corpo dischiuse dalle moderne tecnologie; della relazione con la natura. È su questo terreno che è possibile stabilire campi di confronto anche con le religioni, tutte le religioni, imperniati sul reciproco riconoscimento dell’altro e dei suoi valori, anche di quelli della cultura laica. È sbagliato infatti identificare storico e relativo: dalla storia salgono e si affermano legami che tendono anch’essi alla universalità, e che come tali sono stati vissuti, e continuano ad essere vissuti, da coloro che si battono per essi e vi si riconoscono. In una parola, quello cui bisogna lavorare sono nuovi legami democratici. Un punto però deve essere chiaro: pensare di costruire nuovi legami ignorando il piano dei rapporti materiali sarebbe insensato: come sapevano già i classici (a cominciare da Hegel) è il lavoro la struttura costituiva dell’uomo, la condizione originaria sia della sua libertà che in generale della democrazia. Oggi come ieri, il lavoro è il centro archimedeo di ogni legame democratico”. Ritrovare i “legami” perduti. Il lavoro al centro della “struttura costituiva dell’uomo”. Quale forza politica del bel paese ha posto con forza queste “cose” come le priorità, come i progetti o i traguardi, a più o meno breve termine, irrinunciabili? L’assunto proposto da Alain Touraine che nelle moderne società “il centro della vita sociale è il sistema economico” distorce il senso della nostra storia, delle nostre vite presenti e future.

giovedì 6 giugno 2013

Strettamentepersonale. 11 “La scelta di vivere”.



(…). Quanto viveva il pre-uomo dei paleontologi? Se arrivava a vent'anni era molto, poi qualche animale selvatico con denti enormi s'incaricava di togliergli le pulci. Milioni d'anni di vita breve ci hanno educati a comprendere meravigliosamente l'infinita sacralità della morte, a collocare la reale durata della vita in un ignoto Altrove. Un mattino del secolo in cui gli attuali longevi sono nati, ci siamo svegliati, ed ecco la sacralità della morte era sparita, il suo nome diventato impronunciabile, un delirante apparato medico-chirurgico a sbranarne i resti, a far vivere in coma di spavento senza limiti di durata uno stuolo di sventurati (…). La morte desacralizzata si vendica: “Ah, avete cambiato le regole, e allora godetevi l'accanimento, le dialisi senza fine, gli Alzheimer senza barlume, i trapianti d'organi strappati a ragazzini sani venduti per fame e trafficanti da immonde Tortughe di malavita!”. Un segno di disumanità della cosiddetta politica, uno dei tanti: non preoccuparsi che dei giovani, senza altro saper fare per loro che condannarli al lavoro, al salario, alle riunioni di condominio, a riprodurre in anime innocenti l'infelicità e i vizi dei loro padri e madri. Ma ehi, la Vita, cosa dichiari ai controlli? Questa moltiplicazione insensata e tragica di vecchiaie perché non entra nelle diagnosi dei predicanti? (…). E tutti ci curiamo per durare di più, perché tutta la ricerca, minimamente interessata alla restitutio in integrum dell'essere umano, è massimamente occupata dalla conservazione indefinita di corpi malati in condizioni esistenziali e ambientali che non abbiano speranza di migliorare. Perciò la vecchiaia è la patologia sociale per antonomasia; una società che non voglia essere di assassini legali è obbligata a farsene carico, e allora l'assassinio assume la grinta dell'assistenza seminegata, tinta o impregnata di sadico, gridante carenze sempre, o fondata sulle possibilità individuali di spendere senza limiti il risparmiato. Ma l'essere o no maltrattati o mal-tollerati dipende da più o meno di sfortuna; va meglio in rari casi di affetti perduranti, di simpatia alonante. Così Guido Ceronetti su “il Fatto Quotidiano” del 10 di maggio col titolo “Longevità, patologia sociale”. Ed ora la storia. Conosco A. E., come suol dirsi con una ricorrente esagerazione, da una vita. Ma lo conosco bene. Ho saputo sin dal principio del suo convivere con il Wolf, una sindrome che gli ha tenuto sinora compagnia ma della quale aveva imparato a fidarsi. È che negli anni il suo Wolf, da tutti i luminari incontrati in passato definito del “tipo buono”, aveva smesso di fare le bizze iniziali e così ci conviveva come con un amico che è preferibile tenersi buono. E così i rituali controlli annuali e le terapie dispensate e doverosamente assunte. Wolf aveva cominciato ad annunciarsi sulla trentina di A. E., giusto per dare valore alle tabelle ed alla casistica medica. Tutto in regola, tutto nella norma. Oggi A. E., andato avanti negli anni, 6*, è sulla settantina, come suol dirsi. Ha incontrato, giusto nei giorni scorsi – ma ci son voluti giorni e giorni prima che me ne parlasse –, l’ultimo dei luminari. Una scelta nuova, diversa dai precedenti specialisti che lo avevano sinora visto. Mi ha raccontato di avergli parlato di sé e del suo Wolf, della esperienza maturata in un buon trentennio abbondante. Come in tutte le altre occasioni di visite mediche. Solo che questa volta si è sentito rispondere dal nuovo luminare: - Bene, bene. Ma lo sa che lei è a rischio di morte improvvisa? -. “Morte improvvisa”! Che botta! E mi ha raccontato di non aver provato, incredibilmente, timore alcuno, di non aver pensato per nulla a sé stesso, alla nuova condizione della sua esistenza ed alla sua vita, così sacra secondo alcuni, esposta a rischi tali da poter essere interrotta all’improvviso da quel Wolf definito da tutti del “tipo buono”. Mi ha detto che il suo pensiero è andato subito ad un amico carissimo, F. L., recentemente scomparso di “monte improvvisa”. Ché F. L. non fosse, inconsapevolmente, anch’egli in compagnia di un Wolf del “tipo buono”? Non ci sarà mai una risposta. E dopo la botta, mi diceva, un distendersi di pensieri. Lunghi. Non ultimo, uno in particolare: - Ma guarda un po’ che fortuna mi portavo dietro. Nel mazzo di carte che la vita mi ha consegnato all’inizio della mia esistenza c’era pure questa, una carta di libertà che se fosse possibile ciascuno degli esseri umani dovrebbe possedere e tirare fuori al momento buono e secondo le proprie convinzioni -. Come non dargli ragione. Quel suo parlare, con pudore anche, mi ha fatto ricordare della riflessione di Guido Ceronetti. Avrei voluto accennare, all’amico A. E., di F. L. ed della sua “morte improvvisa”, ma ho lasciato cadere il discorso. Sul suo volto ho visto passare come un’espressione di pace, quasi di raggiunta serenità, come se in cuor suo avesse deciso di giocarsi sino in fondo la “carta” di quel mazzo che la vita gli aveva preparato sin dall’inizio. Sfidando così le certezze medico-scientifiche che gli assicurerebbero un futuro garantito. Di essere umano risanato. E se poi… Avrei voluto parlargli, leggergli magari, la riflessione di Guido Ceronetti; ho lasciato perdere. Senza rimorso alcuno. Scriveva oltre quell’illustre Autore: (…). La nostra longevità ha un risvolto di delitto perché la sperimentazione farmacologica costa lo sterminio di milioni di piccoli, e a volte grandi, animali per museruolare e frenare il Tempo divoratore. Si tratta di torture indicibili, si può dirlo un lavorare degno di un uomo questo bell'incremento di Pil a prezzo di deboli lamenti dietro la parete bianca, rossi semafori di carneficine in corso? Nelle case di cura la concentrazione di vecchiaie spezzate dall'anca, dal femore, dal polso, dal gomito, che vedi accompagnate negli ascensori, nei refettori, nelle palestre di riabilitazione, è un continuo pugno di pietà. Esistono esclusivamente per durare e per aver paura di quel che gli accadrà il giorno dopo. I figli li tormentano perché non mangino “quel che gli può far male” e ubbidiscano alle prescrizioni: temono di far trapelare il loro desiderio di accorciargli la vita, perciò li cacciano sempre più spietatamente nella buca senza fondo della perseveranza nel tempo. Amore non ne vedi, è impalpabile o del tutto inesistente negli infernali rapporti familiari, il refrigerio dei sentimenti, della gratitudine manifesta, nella società tecnologica è lingua mozza. I vecchi sono problema e niente, niente, niente altro... Un problema. (…). I bambini ignorano che i vecchi sono stati declassati a problema. Insolubile, s'intende. Un problema, riconosciuto insolubile, si riscatta dalla facilità e dalla volgarità. Longevità in eccesso: insolubilità sociale dal volto ambiguo. Il bambino, (…), sente nei vecchi la vicinanza al luogo anteriore del nascimento, e questa è la ragione della sua confidenza, anche per quelli non della sua famiglia. Noi vecchi siamo consapevoli, ogni minuto lo siamo, ed è una tremenda sofferenza trovarsi tuffati nella Rimozione, di essere costretti a fingere che più la nostra vita di penuria e di noia si prolunga, più siamo felici di leccarne le impronte sulla sabbia, che sono le stesse dell'Angelo Sterminatore. Vivere in Morte di Dio è diventato difficilissimo, soltanto gli imbecilli (in verità molto numerosi) non se ne accorgono. (…). Sono passati giorni da quell’incontro con A. E., incontro che è divenuto quasi una confessione. A tutt’oggi non ho avuto il coraggio di sapere – telefonandogli magari – delle sue risoluzioni. Si sottoporrà all’ablazione del “fascio di Kent” – come consigliato dall’ultimo luminare - o si giocherà sino all’ultimo la “carta” che custodisce nel mazzo che la vita gli ha consegnato all’inizio dei suoi giorni? Un bell’azzardo. “Az-zahr”, che per gli arabi significa “dado”, per l’appunto. Poiché ha tanto il sapore di un azzardo, di un giocare la vita ai dadi, qualsivoglia risoluzione A. E. giungerà a prendere. Auguri a te, A. E.

lunedì 3 giugno 2013

Cosecosì. 54 I media ed il fallimento dell’”Io”.



Ha scritto lo psicoterapeuta Massimo Recalcati sul quotidiano la Repubblica del 5 di maggio una riflessione che ha per titolo “Se fallisce il nostro io esplode la violenza”: (…). …uccidere il proprio fratello non appartiene al mondo animale, ma al mondo umano. È un aspetto – terrificante – dell’umano sul quale non bisogna chiudere gli occhi. Il crimine non è infatti la regressione dell’uomo all’animale – come una cattiva cultura moralistica vorrebbe farci credere –, ma esprime una tendenza propriamente umana. Questo è il dramma che il moltiplicarsi recente di atti erratici di violenza ci costringe ad affrontare. Se l’umanizzazione della vita avviene come un attraversamento della violenza che ci abita – della nostra ombra più scura –, essa non può mai cancellare la violenza, ma decidere casomai, ogni volta, per la sua rinuncia. È questo uno dei compiti più difficili che incombe sugli esseri umani: saper rinunciare alla violenza in nome del riconoscimento dell’Altro come prossimo, come essere singolare. Si tratta di un riconoscimento che non è mai indolore perché ci obbliga ad accettare che “Io non sono tutto”, che la mia vita non esaurisce quella del mondo e quella degli altri. Significa sopportare quella che Freud considerava una “frustrazione narcisistica” necessaria per riconoscersi appartenere ad una Comunità umana. Ma c’è dell’altro che ho cercato di sintetizzare nel titolo di questo post. I media. Vi siete mai chiesti quale balordo possa fare delle riprese per i servizi televisivi nelle quali la sua macchinetta infernale sembra quasi volersi immergere nelle pozze di sangue che, immancabilmente, gli atti di violenza producono? Inquadrature da balordi, per l’appunto. L’obiettivo sembra voler cogliere non tanto la notizia – che diventa quasi secondaria - ma andare oltre, come per approfondire il tema, quasi a voler contare il numero dei globuli rossi che danno il colore tragico a quelle pozze. Una vergogna, un obbrobrio. Cose da balordi. Quale senso e quali risultanze psichiche possano dare allo spettatore inerme quelle inquadrature è stata da sempre la mia ossessionante domanda. Evidentemente inquadrare il sangue versato dalla vittima e raccolto nelle pozze nelle quali immergere l’obiettivo dell’infernale macchinetta è un dettato irrinunciabile per ogni cronaca di sangue che valga la pena d’essere raccontata. Ma se non c’è stato un direttore che abbia ripreso quel balordo spedendolo ad altre più innocenti mansioni è evidente che la vista del sangue torna comoda alla notizia e di riflesso al ritorno di pubblicità per l’emittente. I media per l’appunto. Nefasti per il loro indecente uso. Che fanno leva su quell’assioma che da tempo mi accompagna: la scarnificazione del pensiero. Il pensiero collettivo è scarnificato. Non ha più una complessità sua. Non si ha contezza di alcuni fatti se non si parte da questo assunto. Scarnifica oggi, scarnifica domani, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ha scritto Vittorio Zucconi in una delle Sue ultime corrispondenze dagli Stati Uniti d’America – sul settimanale “D” del 25 di maggio, “Se il mostro abita nella villetta accanto” -: Conosciamo tutti quelle inutili dichiarazioni raccolte dai Tg nei casi dei delitti più feroci. "Una coppia tranquilla". "Un signore educato". "Gente normale". Mai uno che dica davanti alla telecamere: "Mi pareva un demente". "Lei era una belva". Mai. Non sono testimoni idioti o bugiardi. Sono soltanto la manifestazione di qualcosa che persino nell'America dello "spirito di quartiere" sta accadendo: è la "solitudine della porta accanto" il crescente isolamento nel quale tutti viviamo, sprofondati nelle finte comunità virtuali della Rete, nella luce azzurrognola del televisore, negli affaracci e guai nostri. (…). Il senso del quartiere, della "vicinanza" come la chiamavano gli emigrati italiani nei loro ghetti, si va disperdendo, come l'odore del barbecue nella sera. Puoi fabbricare bombe in casa tua, come i fratelli Tsaraev a Boston, senza che nessuno se ne accorga. Puoi tenere tre ragazze per sette anni chiuse in cantina, violentarle, farle abortire, e i vicini non ne avranno sospetto. Good morning America. Quella rete di controllo sociale, che era tanto utile quanto fastidiosa (…) si è smagliata. Viviamo in piccoli castelli, con sempre più ponti levatoi elettronici, allarmi, fotocellule, sensori, quando non armi da fuoco nei cassetti. (…). È la cronaca impietosa che ci giunge dall’altra parte dell’Atlantico. Ma è una cronaca con la quale conviviamo. Come fosse la cosa più naturale di questo tempo balordo. E quei balordi che ficcano il loro strumento quasi in bocca al familiare, o al vicino di casa? Fanno esclusivamente il loro stupido, sporco mestiere. Ma chi si presta a che il balordo di turno faccia quel suo stupido, sporco mestiere a quel modo non è meno stupido e balordo di lui. Ecco perché c’è dell’altro che ha a che fare con la scarnificazione del pensiero. Continua infatti a scrivere Massimo Recalcati: Il problema è che questa difficoltà soggettiva a simbolizzare la violenza viene oggi drammaticamente amplificata da quelli che mi paiono i due nuovi comandamenti sociali che sembrano dominare il nostro tempo e che l’attuale crisi economica rende a sua volta ancora più tossici. Il primo comandamento è quello del nuovo. È la spinta a ricercare sempre altro da quello che si ha, a scambiare quello che si ha con quello che ancora non si ha nella illusione che è quello che non si ha a custodire la felicità. L’esperienza clinica della psicoanalisi mostra invece che il Nuovo – al cui miraggio molti consacrano la loro esistenza – anziché rendere la vita soddisfatta, non fa altro che riprodurre la stessa identica insoddisfazione. Il secondo comandamento è quello del successo. Nessun tempo come il nostro sembra togliere diritto di cittadinanza al fallimento, all’errore, al ripiegamento, all’insuccesso. Nessun tempo come il nostro ha enfatizzato come una questione di vita o di morte la realizzazione del proprio successo personale. Ebbene la violenza su di sé o sugli altri viene al posto di questo lavoro di simbolizzazione del proprio fallimento. Accade, per esempio, nei rapporti tra uomo e donna quando uno dei due non sopporta il tradimento o l’allontanamento dell’altro e si sente autorizzato ad agire violentemente per ristabilire l’autorevolezza della propria immagine narcisistica infangata e umiliata dalla libertà dell’Altro. Il femminicidio non ha altra ragione psichica – ne ha altre e profonde di tipo culturale – se non questa: utilizzare la violenza, il passaggio all’atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento. (…). Come meglio non lo sarebbe potuto dire. Poiché scarnificare il pensiero è come togliere l’humus ad una pianticella. Al pari della pianticella che da quel sottile strato trae il suo necessario stabile radicamento ed il suo sostentamento vitale, il pensiero più o meno complesso ha rappresentato sempre il substrato ed al contempo il nutrimento di quell’Io che stenta sempre a crescere e che nella fase della crescita ha bisogno di nutrirsi di pensieri sempre più complessi. Se li si scarnifica riducendoli ad un osso nudo si perde progressivamente la qualità umana dei singoli che, dal confronto/scontro con gli altri, alimenta e sostenta per l’appunto la crescita dell’Io. Affonda Massimo Recalcati nelle Sue profondissime conoscenze e competenze: …Lacan affermava – suscitando scandalo – che la depressione è una vera e propria “viltà etica”. Si tratta di una tesi non del tutto estranea al giudizio di condanna che i padri della Chiesa esprimevano sull’accidia e ha l’obbiettivo di mostrare che nella depressione c’è sempre una responsabilità del soggetto che non va mai dimenticata. Essa coincide con la difficoltà ad assumere, ad elaborare simbolicamente, il proprio fallimento, il proprio insuccesso, la ferita narcisistica subita dalla propria immagine. Se non sono l’Io che credevo di essere (narcisismo), nulla ha più senso di esistere (depressione). Di fronte ad una cultura che sembra rigettare il valore formativo dell’esperienza del fallimento e che insegue i miraggi del Nuovo e del Successo, il ricorso alla violenza sembra apparire allora come un talismano malefico per esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza dalla quale, poiché – come canta il poeta – dai diamanti non nasce niente, potrebbero sorgere invece fiori nuovi. Quali e quante sono le responsabilità dei media a fronte della creazione, perpetuazione e divulgazione ossessiva di quelli che l’illustre psicoterapeuta definisce “i miraggi del Nuovo e del Successo”? Responsabilità sociali enormi che fanno dire ai volenterosi protagonisti di quei servizi televisivi – o della carta stampata – ideati e realizzati dai soliti balordi, le stesse scempiaggini da pensiero scarnificato che si sentono e sui vedono sui media da una parte all’altra dell’Atlantico. Vittorio Zucconi ce ne rende testimonianza.