"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

lunedì 28 gennaio 2013

Cosecosì. 41 "Così siamo diventati poveri".



(…). In una pausa tra i pedali Geo mi chiede: «Ma c’è la crisi economica?». Geo, che sa distinguere, ormai a nove anni, tra possibile, plausibile e probabile, si fa domande cui non so rispondere oltre un ovvio “sì”. In Italia si sta male? Dipende. È che forse non è facile capire come stanno gli italiani, cos’è il tenore di vita e quanto questo assomigli ad uno stipendio percepito. Lascio letture economicistiche e psicosociali ai veri esperti, io mi arrovello, come papà, a spiegare questa cosa al mio bambino. Certo, una casa di 70 metri quadri può costare 400 mila euro a Roma e a Milano e 150 in molte altre parti d’Italia, ma lo stipendio di una maestra elementare è sempre lo stesso, un’automobile costa la stessa cifra dappertutto e così pure le figurine dei calciatori, no il meccanico e il muratore però, e neanche andare a mangiare una pizza costa uguale. «Geo, al mare di Castrocucco “la margherita” la paghiamo 4 euro, qui in città 8 o 9». «Mamma mia!». «Mamma tua e pure povero papà, amore mio…». E neanche gli italiani se la cavano tutti allo stesso modo, ci sono quelli che giocano in borsa e quelli che non escono mai di casa, quelli che fanno tutto via internet, anche l’amore, soprattutto l’amore, e quelli che non hanno mai acceso un computer, ci sono quelli che non sanno pranzare senza avere la tv davanti e quelli che da anni il televisore l’hanno buttato via, quelli che dicono di averlo fatto, ma di nascosto sbirciano e se lo sciroppano. Scriveva così in una canicolare – molto probabilmente - domenica 7 d’agosto dell’anno 2011 il musicista e scrittore Andrea Satta. Lo scriveva sul quotidiano l’Unità col titolo “La grande crisi spiegata a mio figlio”. Ne ho ritrovato il ritaglio, prezioso. Mi rapisce la scrittura di Andrea Satta, così come mi rapisce il Suo semplice scrivere che è come un parlare calmo, ragionato, magari sottovoce. Senza strillare. Ma il Suo scrivere che parla scende in fondo, informa la coscienza delle “cose” del mondo, per come esse vanno, semplicemente tanto che al pari del Suo “Geo” lo si intende. È per questo che custodisco gelosamente i ritagli dei Suoi scritti. Per proporli poi a chi della lettura – che nel caso è conversazione pacata – se ne nutre. E continua nel Suo pezzo: Siamo il Paese dei cellulari accesi e indagati, il popolo che non vuol fare lavori umili, dicono, quello che riempie comunque i ristoranti, vedo, ma anche quello che, siccome non ci sono soldi, i tagli li fa alla cultura, alla scuola, alla sanità, ai bambini e mette i ticket sulle ricette. Ci sono gli italiani che hanno avuto tutto dai genitori, la casa, la macchina, qualche risparmio e 2000 metri di oliveto allo svincolo della statale, che poi c’è passato il piano regolatore e tutto è diventato edificabile (che conoscevano l’assessore e ora vale, vale, vale), e mamma e nonna stanno casa, tra la messa e la pasta della domenica. E nonno? Nonno s’è rincoglionito coi nipotini e la sera non esce mai e quindi non spende. Si vive con uno stipendio basso e ma si sta bene lo stesso. L’ Italia è una magia, dove ognuno s’è fatto gli affari suoi come nessun manager avrebbe mai saputo neanche immaginare. L’importante è non dovere rispondere ad un criterio universale perché allora salta tutto in aria. Quindi lasciateci fare. Amore mio, non resta che pedalare… Ha scritto di recente Concita De Gregorio su la Repubblica del 24 di gennaio - "Così siamo diventati poveri" -: I numeri non rendono l’idea. Siamo assuefatti, bombardati. Non li tratteniamo neppure il tempo necessario perché si traducano in un pensiero. Sono le storie che parlano. Quelle sì, quelle somigliano tutte a qualcosa che sappiamo. La commessa del super, il fornaio dove vai a comprare le rosette, il ragazzo che ha l’età di tuo figlio, il padre di mezza età, la madre. Questa è l’Italia, questi siamo noi. Narcotizzati da una campagna elettorale che discute di pensioni e di tasse, di esodati e di aliquote: un mondo politico che parla, provando a farsi votare, a chi il lavoro ce l’ha o ce l’ha avuto. Ma quasi la metà del paese non ha lavoro, lavora al nero, ha redditi sotto i mille euro. La media delle famiglie  italiane guadagna meno di ventimila euro l’anno, dicono i dati ministeriali, con buona pace delle discussioni sulla patrimoniale per chi ha redditi sopra il milione o il milione e mezzo. C’è differenza fra ventimila e un milione, una differenza così grande che genera, in chi non trova ascolto, rabbia, ostilità, fragilità, disillusione. Siamo tornati poveri, dicono i dati Istat. Più di otto milioni di italiani, una famiglia su dieci spende circa mille euro a testa al mese, la cifra sotto la quale l’Istat stabilisce la soglia di povertà  relativa. Indietro di 27 anni. Ma nemmeno questo rende l’idea perché ormai sono anni che separarsi è diventato un lusso da ricchi, che il ceto medio è scivolato verso l’indigenza, che i padri che pagano gli alimenti dormono in macchine e vanno a mangiare alla Caritas. La novità, oggi, (…), è che nell’indifferenza diffusa comprare a metà prezzo il pane di ieri, fare la spesa al super di carne in scadenza e quindi in saldo, nascondere la laurea per trovare un lavoro da 800 euro o laurearsi per poi servire ai tavoli di un pub, al nero, è diventato assolutamente normale. Tutto intorno è così. L’ascensore sociale non è solo fermo, guasto, bloccato dal malaffare e dal malgoverno. Torna indietro. Non sale: scende. I figli hanno un destino peggiore dei padri, il giovane laureato in Legge, figlio di operai del Sud, ha vergogna a dire che non sa che farsene del suo titolo, non sa come spiegarlo ai genitori. Non va avanti, non può tornare indietro. È il lavoro che manca. È l’unica cosa di cui parlare, la sola di cui una campagna elettorale dovrebbe occuparsi: offrire un progetto per restituire lavoro al Paese. Senza libertà materiale non c’è libertà politica né democrazia. Il resto sono chiacchiere. Lo ha scritto Concita De Gregorio in un dossier nel quale ha “tipizzato” le figure di una umanità sofferente, in un mondo che è tornato povero. Quello stesso mondo che, nel bel paese, si era fatto abbacinare ed abbindolare da un quindicennio di mirabolanti promesse di ricchezza e di quant’altro possibile per tutti sotto questo cielo, tanto che, per dirla con un’idea espressa magistralmente da Goffredo Fofi, la cosa più straordinaria che quel neoliberismo sia riuscito a realizzare nella sua impetuosa avanzata è stata che i poveri abbiano amato i ricchi, svisceratamente, sull’idea balzana che tanto le “classi” – sociali intendo dire – non ci sono più. Amarli al punto da accettarne le vite dissolute, senza anima, senza responsabilità sociale. Ora, scrive Concita De Gregorio, “l’ascensore sociale non è solo fermo, guasto, bloccato dal malaffare e dal malgoverno” e l’appartenenza alle “classi” diviene palese anche ai più sprovveduti che, del mito della ricchezza a buon mercato, della vita gaudente senza impegno e responsabilità, si erano lasciati lusingare e catturare. Del dossier di Concita De Gregorio proporrò – nel layout di questo blog - le sei storie sofferenti di un popolo socialmente ed economicamente regredito, tornato “indietro di 27 anni” nelle sue conquiste economiche e sociali, e perché no, nelle sue conquiste dei cosiddetti inalienabili “diritti” di cittadinanza, che fanno di una moltitudine un popolo cosciente della sua storia e del suo divenire. Oltre certi limiti, il buio.

sabato 26 gennaio 2013

Sfogliature. 17 “L’alba ci colse come un tradimento…”. (Primo Levi)



Giovanni Torres La Torre. "Deportazione".
  
Proponevo, il 27 di gennaio dell’anno 2011, il giorno consacrato alla “Memoria”, un post nella sezione “Eventi” di quello che è stato questo blog quand’era allocato su di un’altra piattaforma. Ho riportato alla “luce” quel post, caduto e divorato dalla oscurità profonda della rete, scorrendo l’e-book - alle pagine 530/533 - che ne è rimasto. Lo ripropongo per la “Giornata della Memoria” 2013.

Ha lasciato scritto nel Suo “Se questo è un uomo” Primo Levi: “Le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare. (…) L’alba ci colse come un tradimento… I vagoni erano dodici e noi seicentocinquanta… in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo”. Era il 22 di febbraio dell’anno 1944. Iniziava il lungo viaggio dal quale in tanti, in tantissimi, non sarebbero mai più ritornati. Se si accusa oggigiorno una certa retorica stantia nel ricordare quelle date e quegli avvenimenti, la lettura delle memorie, delle testimonianze di chi visse quei tragici giorni concorre a cementare l’idea che “il giorno della memoria” abbia bisogno di resistere e sopravvivere all’indifferenza del tempo, all’acquiescenza o, peggio ancora, al negazionismo che, crudele, si affaccia in ampi strati sociali e che occhieggia a tante formazioni politiche senza una “memoria” ed una storia vera. Ma il primo treno a partire dal campo di Fossoli, nei pressi di Carpi, era stato il 26 di gennaio dell’anno 1944. Primo Levi fu caricato, al pari degli altri sventurati, su un treno, forse successivo, di quel terribile febbraio. Di Primo Levi il quotidiano l’Unità ha ritrovato e pubblicato col titolo «Dal fascismo ad Auschwitz c’è una linea diretta» una intervista inedita dell’anno 1973 che lo scrittore concesse ad uno studente allora giovanissimo -15 anni- Marco Pennacini che, al tempo, frequentava la seconda classe del liceo “Gobetti”. L’intervista, contenuta in cassette, fortunosamente salvate dalla mamma di Marco, sta a raccontarci di una storia che il tempo o l’indifferenza degli uomini non potranno giammai cancellare. Di seguito trascrivo nella sua interezza quella straordinaria intervista.
“- Primo Levi, come mai ha voluto scrivere «Se questo è un uomo»? - «Perché ero appena ritornato dalla prigionia, e avevo un tremendo bisogno di raccontare queste cose, un bisogno che diventava ossessione.(...) Nel lager cercavo di immagazzinare tutto, di mettere tutto in una specie di tasca».
- Allora vedevi già con un occhio più distaccato quel che ti succedeva... - «No, non era possibile. Nel lager c’era il problema di sopravvivere. Sì, avevo una vaga idea di sopravvivere per scrivere, questo sì, mi ricordo di averlo detto a qualcuno. Addirittura quando ero in laboratorio e avevo una matita e un quaderno ho scritto qualche pagina».
- Che poi hai perso... - «L’ho persa, l’ho scritta così, per l’urgenza di scrivere, sapendo benissimo che poi l’avrei persa».
- Certo -. «Ma era molto importante per me allora la possibilità di diventare un testimone, lo sentivo già allora. Non solo io, ma un po’ tutti, tutti quelli con cui si parlava dicevano: “È importante sopravvivere per poterlo raccontare perché il mondo le sappia queste cose”. Avevamo piena consapevolezza: però non è che questo ci permettesse di fare gli esploratori del lager. Non era possibile, c’erano questioni immediate, come quello di trovare un pezzo di pane, di proteggersi, di aver salva la vita. Quindi io e altri immagazzinavamo tutto voracemente, tutte le esperienze. Anzi, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri. Ed effettivamente cadevano su un terreno buono, perché queste cose sono indimenticabili. Io ancora adesso mi ricordo le facce di gente vista trent’anni fa».
- Le facce? - «Le facce. Tanto che quando mi è successo, come mi è successo, di ritrovarne qualcuno, l’ho subito riconosciuto, e lui me. Ho riconosciuto, ho ritrovato Pikolo, quello del canto di Ulisse... Jean...»
- E questa discussione su Ulisse, si è svolta veramente? - «Non c’è niente di inventato nel libro. Non c’è nulla di inventato. Non una parola.(...) L’unica autocritica che potrei fare è quella che non ho messo in luce abbastanza questa validità politica del libro».
- Parli di “Se questo è un uomo”? - «Se non lo avessi scritto allora lo scriverei adesso».
- Ma lo scriveresti con le stesse intenzioni? - «No».
- Come un documento? - «No: lo scriverei, in primo luogo, con lo stile di un uomo che ha trent’anni di più, e trent’anni di più vogliono dire molta esperienza in più e molta vitalità in meno. Quindi non so cosa verrebbe fuori: verrebbe fuori una cosa completamente diversa. Soprattutto però lo scriverei oggi con riferimento preciso al fascismo di oggi che nel libro non c’è. Quando ho scritto Se questo è un uomo il fascismo era finito, non c’era più, era chiaro come il sole che non c’era. Era finito di fatto, era stato sepolto, come partito politico non c’era né in Italia né in Germania. Ma se lo scrivessi oggi... userei il mio libro come uno strumento».
- Lo strumentalizzeresti, diciamo... - «Sì, già lo userei come strumento. Lo faccio quando vengono i ragazzi a parlarmi. Tendo a mettere in chiaro che c’è una linea diretta che parte dalle stragi di Torino del ’22, Brandimarte (capo delle squadre d’azione fascista: è lui a guidare la strage che a Torino, il 18 dicembre del 1922, porta alla morte di 14 antifascisti e alla distruzione della Camera del Lavoro. Nel novembre del 1971, al funerale, un reparto di 27 bersaglieri del 22 ̊ reggimento fanteria della divisione Cremona, al comando di un ufficiale, rende gli onori militari alla sua salma, ndr), e finisce ad Auschwitz. C’è una continuità abbastanza evidente».
- Sì, c’è una continuità, ma hai detto che lo sterminio riguardava i tedeschi, no? - «Stiamo parlando di qualcosa che è stato inventato in Italia e perfezionata in Germania»
- Ah! è stata inventata in Italia... - «Le prime stragi fasciste sono italiane... sono torinesi».
- Pensavo che... - «Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana».
- Ho capito. - «Il fascismo è un brevetto italiano, eh!»
- Purtroppo... - «Torinese, voglio dire. Insomma la strage del ’22.... Era una caccia, una caccia per le strade. Non so se hai letto qualcosa in proposito...».
- Sì, qualcosa... - «Brandimarte (...), è morto nel suo letto (...). È stato assolto per insufficienza di prove».
- Sì, ma c’è tanta gente ancora che gira... - «Sì, veterani».
- Sì, sì. - «Federali. Capi di gabinetto, capi giunta, Almirante: appunto, se scrivessi oggi, metterei più in chiaro questa cosa (...). Quando ho scritto Se questo è un uomo ero convinto che meritasse la pena di documentare certe cose perché erano finite. Adesso non sono più finite, bisogna parlarne di nuovo».
- Allora diciamo che lo scriveresti sotto un profilo meno scientifico, più... - «No, penso che non toglierei niente, però aggiungerei molto».
- Ah! capisco, e perché non lo fai? - «Perché non si può scrivere due volte lo stesso libro. (...)Come ti dicevo prima, che c’è una linea diretta fra Brandimarte e Auschwitz. Questa linea non finisce ad Auschwitz, continua in Grecia, è continuata in Algeria con i francesi. È continuata in Unione Sovietica, puoi dire di no?» (...)
- A proposito di Se questo è un uomo e di La tregua: credi che servano, diciamo, per educare ad una certa coscienza? - «Dipende dall’insegnante. Il fatto stesso che venga scelto quel testo, testimonia che l’insegnante ha delle buone intenzioni, cosa poi ne nasca non so dirtelo. Ho l’impressione che in generale perché vengono molti ragazzi qui, o mi telefonano per avere delle informazioni che queste cose vengono sentite, appunto, come passato remoto, una cosa un capitolo arcaico, come i garibaldini insomma, come la rivoluzione francese, una cosa molto, molto lontana. Infatti è abbastanza lontana nel tempo, ma... solo nel tempo è lontana»... (...)
- Con che spirito l’hai scritta La tregua? - «Ho scritto La tregua nel ‘61-‘62 quando era appena crollato il mito della Russia monolitica, della Russia paese del socialismo, della Russia perfetta, paradiso secondo i comunisti e inferno secondo gli americani, o secondo i nostri democristiani. Erano due visioni talmente manichee, talmente assurde, sia l’una sia l’altra, che mi sembrava molto importante raccontarla così come io l’avevo vista».”

giovedì 24 gennaio 2013

Cosecosì. 40 Il progresso è fallito.



(…). Le visioni della politica e dell’economia si sono basate sull’idea, che risale al settecento e all’ottocento, del progresso come legge ineluttabile della Storia. Questa idea è fallita. Soprattutto, è fallita l’idea che il progresso segua automaticamente la locomotiva tecno-economica. È fallita l’idea che il progresso sia assimilabile alla crescita, in una concezione puramente quantitativa delle realtà umane. Negli ultimi decenni la storia non va verso il progresso garantito, ma verso una straordinaria incertezza. Così oggi il progresso ci appare non come un fatto inevitabile, ma come una sfida e una conquista, come un prodotto delle nostre scelte, della nostra volontà e della nostra consapevolezza. Così scrivevano Edgar Morin e Mauro Ceruti nell’editoriale “Il progresso è fallito: ora una nuova civiltà”, apparso sul quotidiano l’Unità del 13 di settembre 2012. Un’idea del “progresso” che immancabilmente viene associata all’idea della tanto invocata “crescita”. “Crescita” dei consumi, “crescita” del superfluo almeno per una parte dei terrestri. Senza un’idea di redistribuzione, su scala planetaria, delle risorse naturali e dei vantaggi che il depauperamento di quelle risorse, appartenenti all’intero genere umano, assottiglierà sempre più per quella parte dell’umanità che è ancora ben lontana dalla tavola imbandita dei consumi. C’è nel pensiero dei due filosofi l’invocazione per “una nuova civiltà”, che sia “ora” prima che il disastro ambientale faccia il suo inarrestabile, disastroso percorso. È di questi giorni la notizia della probabile/imminente fine della cosiddetta civiltà degli “yangrou chuan”, gli adorati spiedini, che giorno e notte sfrigolano sopra griglie improvvisate lungo ogni strada del Paese. Leccornie popolari, per tasche di massa, imputate ora di una colpa imperdonabile: dopo secoli, il governo della seconda economia del mondo ha scoperto che, arrostendo sul carbone, inquinano. La notizia giunge dall’opificio più grande del pianeta Terra, la Cina, quello che un tempo era denominato l’impero celeste. A darcene contezza è l’attenzione sempre viva di Giampaolo Visetti per tutto ciò che avviene in quel laboratorio nuovo del capitalismo dei consumi. Il Suo dossier, “Smog la sindrome cinese”, è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 22 di gennaio. Gli “yangrou chuan” inquinano la Cina. Vanno a carbone le fornacelle per gli spiedini dei cinesi. Come tutto ciò che, al di là della grande muraglia, serve per fare andare avanti l’opificio più grande del pianeta. Impossibile fermarlo. Continua Visetti: Si cela spesso del comico, nel tragico. E così, per impedire che un numero troppo imbarazzante di cinesi crepi a causa dello smog, assieme al bando contro il barbecue sbucano dalle nebbie metropolitane altre due singolari esortazioni: impedire agli scolari di passare la ricreazione in cortile e fare in modo che gli anziani, tappati in casa, non respirino vicino alle finestre. Per denunciare un’orrenda verità: …le griglie costrette a spegnersi, come i bambini chiusi in classe e gli altri esseri viventi impegnati a contendersi le ultime maschere anti-gas, rivelano improvvisamente alla nazione che si sta prendendo il secolo, una parte essenziale di ciò che continua a significare il successo di quell’aspirazione che convenzionalmente chiamiamo crescita: il sacrificio della vita di chi viene incaricato di promuoverla. Oggi il “sacrificio” di una vita sana diviene il prezzo altissimo da pagare per una “crescita” che non rappresenta più un “progresso”. Si è ancora in tempo per frenare lo sprofondare nell’abisso? Scrive ancora Visetti, nella Sua corrispondenza che ha tutto l’amaro sapore di quei veleni dei quali ci da notizia: Da dieci giorni Pechino, Shanghai, Chongqing e decine di metropoli industriali risultano scomparse dentro nuvole nere, grasse di olii che impregnano i capelli, di acidi che corrodono la gola e di polveri che bruciano gli occhi. Lo smog, che fino all’anno scorso le autorità chiamavano nebbia, è tale che centinaia di voli vengono cancellati per “invisibilità della pista”. Poiché l’imperativo della “crescita” quantitativa non lascia scampo alcuno anche se quei lapilli che i tecnici indicano con l’asettica sigla PM2.5, ossia il particolato mefitico di un diametro fino a 2.5 micron, a Pechino hanno raggiunto la vetta inviolata di 993 microgrammi per metro cubo. È una quota quaranta volta superiore al limite massimo stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità, settantacinque volte più alta dei limiti imposti negli Usa. Gli scienziati avvertono che per non deteriorare la salute, la concentrazione di queste particelle deve restare sotto il livello venti. Nella cecità di un mondo che ha regolato la sua esistenza sulla cognizione della “crescita” per quantità sempre maggiori e che ha messo al bando la “qualità” dell’esistenza della vita sul pianeta Terra sfuggono ai più “i dati della Banca Mondiale (che) mostrano poi che nel 2009 lo smog è costato alla Cina il 3,3% del reddito nazionale, schizzato a quasi il 5% lo scorso anno. La gente fa esplodere gli ospedali pubblici con malattie ai polmoni, al cuore, alla pelle e agli occhi. Impiegati ed operai si assentano da uffici e fabbriche, con i veleni sparati nell’atmosfera accusati di una perdita del 7% della produttività. Al resto dei danni economici ci pensano gli incidenti stradali, la cancellazione dei voli e perfino una durata inferiore di edifici e infrastrutture, valutata in media dieci anni. Può apparire spaventoso, ma nel nuovo paradiso di grattacieli, fabbriche e ferrovie ad alta velocità, l’inquinamento si vendica rosicchiando anche il cemento che dovrebbe custodire merci e persone”. Ma è nella logica del capitalismo la ricerca di sempre nuove “terre vergini” da sfruttare convenientemente nella cecità più assoluta. Ma il disastro è dietro l’angolo. Ed il popolo di quello che è stato l’impero celeste non ha voglia di discostarsi da quella tavola imbandita che per lunghissimo tempo è apparsa solo come un miraggio. Ma urge la “civiltà nuova” preconizzata da Morin e Ceruti. Non più cieca e sorda ai problemi ambientali. Scrivono in quel loro lavoro i due filosofi: Altrettanto discutibile è la nozione tradizionale di sviluppo, definita in una prospettiva unilateralmente tecno-economica, ritenuta quantitativamente misurabile con gli indicatori di crescita e di reddito. Ha assunto come modello universale la condizione dei Paesi detti appunto «sviluppati», in particolare occidentali, alla quale si dovrebbero ispirare tutti gli altri Paesi del mondo (…). Così si è arrivati a credere che lo stato attuale delle società occidentali costituisca lo sbocco e la finalità della storia umana stessa, trascurando i tanti problemi drammatici, le tante miserie, i tanti sotto-sviluppi, non solo materiali, provocati dal perseguimento degli obiettivi di una crescita tecno-economica fine a se stessa. Ma le soluzioni che volevamo proporre agli altri sono diventate problemi per noi stessi. (…). Allo sfruttamento economico, contro il quale hanno sempre lottato i sindacati, oggi si aggiunge un’ulteriore alienazione in nome della produttività e dell’efficienza. Abbiamo urgente bisogno di una politica di umanizzazione di quella che è ormai un’economia disumanizzata. Se si vogliono seriamente realizzare gli obiettivi di «sostenibilità» e di «umanizzazione», non basta spianare la via con qualche levigatura: bisogna cambiare via. (…). …la necessità di cambiare via diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti di certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli eccessi della civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la collettività. (…). E per imboccare una via nuova bisogna concepire una nuova politica economica che possa contrastare l’onnipotenza della finanza speculativa e mantenere nello stesso tempo il carattere concorrenziale del mercato. (…). Non ci sono alternative. A chi si strappa le vesti invocando la “crescita” per come la si è avuta dal secolo diciannovesimo in poi la risposta chiara è forte dev’essere una: a quale prezzo? Chiude la Sua corrispondenza Giampaolo Visetti annotando: Il segnale è che non solo il costo della crescita ha superato i suoi ricavi, pregiudicando la sopravvivenza di chi ha la missione di produrre, (…). Nessuno stupore, ieri sera, quando il telegiornale, dopo i drammatici dati su un’altra giornata con 420 microgrammi di PM 2.5 per metro cubo a Pechino, ha trasmesso un servizio sulla “guerra per l’energia” nel Pacifico e uno sul boom dell’hitech nell’ex distretto manifatturiero di Canton. Lo smog cambia la Cina e la Cina, provando a pulire l’informazione con lo sporco del vento, vuole che il resto del mondo ne sia consapevole. Respirare, anche in Asia, oggi costa. C’è davvero qualcosa nell’aria, sopra la Città Proibita: non solo la rinuncia alla delizia di uno spiedino. Che non siano “quelli” dell’impero celeste a mostrarci la via per una “crescita” diversa e più responsabile, insomma per “una nuova civiltà”? La loro “civiltà”, del resto, ci ha preceduti di tanto sulla via delle invenzioni e delle applicazioni tecnologiche.

domenica 20 gennaio 2013

Cosecosì. 39 Leggere “Scegliere il principe”.



“E veramente nelle città di Italia tutto quello che può essere corrotto  e che può corrompere altri si raccozza: i giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso e ogni età è piena di brutti costumi; a che le leggi buone, per essere da le cattive usanze guaste, non rimediano. Da qui nasce quell’avarizia che si vede ne’ cittadini, e quello appetito, non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dipendono gli odi, le nimicizie, i dispareri, le sette; dalle quali nasce morti, esili, afflizioni de’ buoni, esaltazioni de’ tristi”. Riporta, in quarta di copertina, il professor Maurizio Viroli – docente di “Teoria politica” presso l’Università di Princeton - il brano appena trascritto. È di un grande italiano, quel Niccolò Machiavelli dai più ignorato e negletto. Corrono oggigiorno ben altri tempi ed umori. Il pensiero del grande italiano è contenuto nel volume di recentissima pubblicazione “Scegliere il principe” – Laterza editori (2013) pagg. 100 € 9,00 -. L’ho letto tutto d’un fiato poiché il sottotitolo, intrigante assai, recita: “I consigli di Machiavelli al cittadino elettore”. Come suol dirsi, cade proprio a fagiuolo – il 24 e 25 di febbraio - o, come secondo altri, il cacio sui maccheroni, ché sembra molto più ridanciano e ben si accorda con un certo spirito godereccio assai degli indigeni del luogo. Ed in quella quarta di copertina ho trovato le risposte che cercavo. È che avevo letto e condiviso l’ultimo editoriale di Roberto Saviano – la Repubblica del 18 di gennaio, “Se Berlusconi restasse senza platea” -. Scrive Saviano. (…). Quando Berlusconi va in tv sa esattamente cosa fare: la verità è l'ultimo dei suoi problemi, il giudizio sui suoi governi, il disastro economico, le leggi ad personam, i fatti  -  insomma  -  possono essere tranquillamente aggirati anche grazie all'inconsapevolezza dei suoi interlocutori. Il Cavaliere mette su sipari, sceneggiate, battutine. È smaliziato, non ha paura di dire fesserie, non ha paura di essere insultato, di cadere in luoghi comuni, di ripetere storielle false sulle quali è già stato smascherato. Occupa la scena. E c'è chi cade nel tranello: questo trucco da prim'attore, incredibilmente, ancora una volta crea una sorta di strana empatia, di immedesimazione. C'è chi dice: sarà anche un buffone, ma meglio lui dei sedicenti buoni. (…). Fermo a questo punto la lunga citazione. È che leggendo poi un commento alla pagina otto – a firma c.t. - su di un quotidiano del 19 di gennaio – a cadavere ancora caldo -, che acquisto regolarmente e leggo con la dovuta attenzione, mi sono sentito spiazzato, fuori di posto. È vero che continuo a frequentare quel quotidiano per una anacronistica, forse, “adesione pseudo-ideologica”, anacronistica dati i tempi correnti, essendosi spente e smarrite le idee e le ideologie secondo la vulgata corrente, ma il commento di quel quotidiano mi ha riportato alla mente i cosiddetti “trinariciuti” di guareschiana memoria, adusi, come si soleva dire allora con disprezzo di quelli dell’altra sponda politica, ad un'obbedienza pronta, cieca, assoluta, e con una terza narice atta ad espellere il cervello. Attività che ancora oggi la moltitudine, indipendentemente dagli schieramenti d’opinione, continua a fare nel bel paese. È che si continua ad aiutare ed incoraggiare, quella moltitudine intendo dire, nell’insana pratica. Si ha un bel dire che quel discorso di Saviano non sia politicamente corretto, accettabile. È che, essendo intimamente convinto di appartenete ad un certo schieramento politico, sempre più post-ideologico, quel tosto commento mi ha dato la cifra di ciò che lo smarrimento di una certa idea della politica e della cittadinanza ha determinato nel bel paese. Tempo addietro avevo proposto nei titoli di testa (che Vi invito a non tralasciare di leggere con attenzione) di questo blog una citazione che ripropongo e  che ben si accorda con il pensiero di Saviano: «La superiore qualità del suo genio consiste in un fondo inesauribile di menzogne politiche che dissemina copiosamente ogni qualvolta apre bocca e che, con generosità senza precedenti, dimentica nella mezz'ora che segue, contraddicendosi. Costui non s'è mai chiesto se un'affermazione fosse vera o falsa ma solo se fosse opportuno affermarla o negarla a seconda della circostanza e del suo interlocutore; se pensate quindi di ragionare sulle sue asserzioni cercando di interpretarle, giacché vi pare vero il contrario, dovrete riflettere a lungo e ne uscirete sconfitti; che gli crediate o no l'unico rimedio è supporre di aver udito suoni inarticolati e privi di significato. Questo vi risparmierà lo sdegno dinanzi ai giuramenti sacri che inserisce all'inizio e alla fine di ogni sua proposizione». Lo scriveva quel fantasioso di Jonathan Swift – quello de’ “I viaggi di Gulliver” - nella Sua “L'arte della menzogna politica”, nell’anno del signore 1712. Sì, si era nell’anno 1712. Non esistevano i media come oggigiorno sono conosciuti. Ma il “bugiardo” esisteva eccome anche in quel tempo andato. E perdura spudoratamente oggigiorno. Senza possibilità alcuna di zittirlo, il bugiardo intendo dire, poiché politicamente scorretto a detta di certi “trinariciuti” di turno od anche solamente perché esso, il “bugiardo”, è mezzo e strumento utile per un successo mediatico d’ascolto e di passiva partecipazione, nel tinello della propria casa, alla vita politica del bel paese. Continua Roberto Saviano nel Suo pezzo: Più Berlusconi va in tv, più dileggia chi gli sta di fronte, più piace. Perché sa disinnescare chi lo intervista. Non ha paura, anzi sembra divertito dalla paura degli altri. Sente l'odore del sangue dei suoi avversari e attacca. In una competizione in genere vince chi non ha nulla da perdere e lui, screditato sul piano nazionale, internazionale, politico e personale; con processi pendenti che riguardano le sue aziende e le sue abitudini privatissime; con l'impero economico che cola a picco, è l'unico vero soggetto che da questa situazione non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. E se la sta giocando fino in fondo. Appunto, giocando. È divertito, esaltato. Poiché il tristo personaggio sa bene d’avere creato nel tempo le condizioni giuste per un obnubilamento delle menti e delle coscienze. Perché allora non approfittarne? Ha messo al mondo e coccolato una generazione e più di teledipendenti che succhiano le bugie mediatiche come zuccherose caramelle, delle quali non hanno la forza di privarsene, tanta profonda ne è divenuta la dipendenza. Senza scomodare la fisiognomica, o la prossemica, una moltitudine che concorre a formare il cosiddetto “corpo  elettorale” ha condotto una fanciullezza, una adolescenza, una pubertà, ed oggigiorno una vaporosa maturità, intrattenendosi non ad ascoltare o a leggere fiabe e racconti, e successivamente libri d’avventura e quotidiani, l’esercizio della qual cosa avrebbe determinato sviluppi adeguati nelle circonvoluzioni cerebrali, ma abbeverandosi solamente al piccolo mostro che domina incontrastato in tutte le abitazioni del bel paese. E stanno lì i “trinariciuti” ad affermare come il piccolo mostro non influenzi granché gli avvenimenti della politica nel bel paese. Possibile mai che abbiano ragione? È il Machiavelli a stabilire, incontrovertibilmente, il paradigma tuttora esistente e resistente nel bel paese, paradigma che viene da quel lontano quindicesimo secolo. Scrive Saviano a conclusione del Suo pezzo, ché tanto ha fatto inorridire mandando in bestia i “trinariciuti”: Trattiamolo (…) per quello che è: un bambino di settantasei anni. Quando i bambini esagerano con le parolacce, con i capricci, i genitori li ignorano, fingono di non aver sentito. È l'unico modo perché il bambino perda il gusto della provocazione. La stessa cosa dovremmo fare con lui: farlo parlare, ma senza prestargli attenzione. Evitiamo i sorrisi alle sue battute stantie, perché non possa più ostentare sicurezza davanti ai suoi, perché non possa più spacciare la falsa tesi secondo cui i politici sono tutti uguali. (…). Siamo noi che dobbiamo smetterla di giocare con lui. Lasciamolo senza platea. Cosa che puntualmente faccio da lunghissimo tempo e che non ho mancato di fare in questo ultimo 10 di gennaio non volendo concorrere all’alta quota di “share” di una certa vaniloquente – da “vanus” cum “loquentia” - trasmissione. Per non concorrere a fare “ascolto” di bugie. E così oggi mi sono determinato a non citare il quotidiano in questione. Per non creare “platea”. È per tale motivo che, per non incorrere in errore, continuo a postare le “sesquipedali bugie” di un tale. Cliccate per non perderVi il “video”.

giovedì 17 gennaio 2013

Eventi. 4 Leggere “La Kippà di Esculapio”.



“Ho comprato da tempo una schiava musulmana, in buona fede e secondo leggi, l’ho pagata al giusto prezzo e l’ho tenuta pacificamente, senz’alcun problema o contestazione, fino a quando ho saputo – poco fa – che s’è fatta cristiana, ricevendo il battesimo. Chiedo dunque che la schiava sia venduta ad un cristiano, secondo le consuetudini e le leggi, e di poterne incassare il prezzo”. È il “medico fisico” da Licata Prospero Muczimecu – “medico d’urina”, forse, ch’era cosa ben distinta dal “medico di piaga”, ché sarebbe poi il chirurgo d’oggigiorno - che il 30 di giugno dell’anno del signore 1492 – “annus horribilis” secondo molti (il 31 di marzo, Ferdinando II d'Aragona ed Isabella di Castiglia firmano il decreto che espelle tutti gli Ebrei dalla Spagna, eccezion fatta per coloro che accettino la conversione al cattolicesimo; il 31 di luglio, gli ebrei sono espulsi dalla Spagna; il 3 di agosto Cristoforo Colombo salpa da Palos (Spagna) alla volta dell'America, senza però saperlo, credendo infatti di andare verso le Indie; il 12 di ottobre, Cristoforo Colombo scopre l'isola di San Salvador e le Americhe e con questo evento si segna l’inizio dell'Età moderna e si inaugura anche quell’”età dell’oro” segnata dalle conquiste da parte del mondo cristianizzato con la spoliazione e lo sterminio delle popolazioni di quel continente; il 28 di ottobre, Cristoforo Colombo scopre Cuba; il 7 di novembre un meteorite di 120 kg si schianta in Alsazia (pochi danni, peccato!); ed il 31 di dicembre, grazie a dio finisce l’”annus horribilis”, circa 100.000 Ebrei sono espulsi dalla Sicilia - presi, come si diceva poc’anzi, carta penna e calamaio poneva l’incresciosa sua vicenda alla graziosa attenzione del viceré d’Acuna che ben ispirato disponeva che la schiava, già musulmana ma cristianizzata, “sia venduta a un cristiano abbiente e dabbene, di Licata aut de fora, al miglior prezzo che si possa ottenere, e che il ricavato sia subito depositato in un banco sicuro. Successivamente, esaminata la posizione del medico nei confronti del fisco, siano trattenute le somme da lui eventualmente dovute a qualsiasi titolo ed infine gli sia versato quanto di suo diritto”. Avevo incontrato il “medico d’urina” Prospero Muczimecu leggendo, qualche tempo addietro, l’interessante ed agilissimo volume “Il tempio perduto” – Anicia editore (2011) pagg. 95 € 13,00 - del professor Giuseppe Sicari. E ne ho rinvenuto traccia e memoria nella nuova fatica letteraria dell’esimio Autore –  “La Kippà di Esculapio” Pungitopo editore (2012) pagg. 106 € 10,00 -. Scrive Giuseppe Sicari: L’inopinata scoperta dell’esistenza di Joshua ben Isaac Joel che a Licata, nel 1484, copia per proprio uso un famoso testo scientifico (il manoscritto è ora conservato presso la Staatsbibliothek di Berlino), ha riacceso il mio interesse sui medici ebrei siciliani del Basso Medioevo, un argomento forse non abbastanza studiato. Joel, sia detto incidentalmente, è anche il quarto dottore ebreo attivo a Licata nella seconda metà del Quattrocento (oltre ai tre già noti: Prospero Muczimecu, Farachi de Anello e Gabriele di La Medica). La stessa curiosità dell’Autore, ma come lettore delle Sue interessantissime “cose” scritte, che ho provato io nel ricevere la copia de’ “La Kippà di Esculapio” che il professor Sicari mi ha fatto cortesemente pervenire, confortandomi del privilegio della Sua amicizia, dopo averne letto, nell’ordine, “Il Santo marrano” ed il citato “Il tempio perduto”. È che, discorrendone con l’Autore, sono venuto a conoscenza della genesi di quest’ultima Sua fatica letteraria editata. Mi confidava come il contenuto de’ “La Kippà di Esculapio” non fosse altro che il frutto delle Sue ricerche storiche a tutto campo sull’argomento, ricerche che avrebbero dovuto corredare, a mo’ di note, un lavoro ben più ponderoso – mi ha accennato alla storia romanzesca di un medico ebreo, in quel lontano tempo nella Sicilia dominata, che ne percorre i luoghi per trovarne uno da eleggere a sede della sua attività medica – lavoro che è da augurarsi possa al più presto essere dato alle stampe. Ma, tornando a parlare de’ “La Kippà di Esculapio”, che si legge in un soffio tanto è capace di stimolare curiosità e bisogno di conoscenza storica, di una Storia che ci è prossima ma ignorata, debbo dire me ne sono venute fuori delle notizie che rendono l’attesa, per l’annunciata pubblicazione della nuova fatica editoriale del professor Sicari, un tantino più spasmodica; in fondo è quella specie di “catarsi”  - “katharsis”, dall’antico greco “κθαρσις” – creata dalla lettura, intesa come uno stato di "purificazione" che il leggere – ed il leggere le “cose” interessanti e di valore per come è per l’appunto “La Kippà di Esculapio” – possono indurre creando quasi come una sospensione dal tempo e dai luoghi. E così ci si immerge in insperate, inimmaginabili realtà – laddove si pensi alla Sicilia dei secoli quattordicesimo e quindicesimo – che smantellano d’un sol colpo quelle erronee, artificiose costruzioni del costume di un popolo, divenute nel tempo profondissime convinzioni, stante la non conoscenza dei fatti della Storia, che concorre a fare cementare la credulità dei più. Leggo alla pagina 73 de’ “La Kippà di Esculapio”: Virdimura  De Medico, da Catania.”Virdimura”: chi  era costui? Legittima domanda. Sorprendente la risposta che ne fornisce l’Autore: “Giudea, moglie di Pascalis de Medico”, il 7 novembre 1376 è “diligenter” esaminata dai medici di casa reale e abilitata all’esercizio della professione medica in tutto il regno. La candidata giunge all’esame accompagnata da una “lodabile” fama. Il documento di approvazione ricorda, inoltre, che Virdimura ha chiesto di poter esercitare in particolare in favore dei poveri che hanno difficoltà a pagare gli atti onorari chiesti dai medici (…). Un’ebrea e per giunta medico (preferibilmente dei poveri) nella Sicilia del quattordicesimo secolo. Ed oltre leggo ne’ “La Kippà di Esculapio” – alla pagina 76 -: …il 6 settembre 1414, la regina Bianca interviene in suo favore, ordinando agli ufficiali di Mineo che “donna Bella” possa esercitare l’arte chirurgica in tutte le terre di pertinenza della Camera reginale. Infatti, “dopo veridica e competente relazione”, era stato comprovato avere essa praticato quell’arte “cum sanitati di li pacienti”. Dispone, inoltre, la regina che la magistra sia libera ed esente da “omni angaria, perangaria, collecti, imposizioni, guardia, pusati et qualsivoglianu angarii”. “Donna Bella” era al secolo Bella De Paija, da Mineo. Donna, ebrea e medico. Nella Sicilia del secolo quindicesimo. Una buona lettura da non perdere.

sabato 12 gennaio 2013

Cosecosì. 38 Del potere dei partiti sfiduciati.



Scrive Michele Serra – la Repubblica, nell’Amaca del 9 di gennaio -: L’indissolubile comparaggio tra Lega e Berlusconi deve avere radici ben solide se riesce a resistere ad ogni sussulto e ogni separazione. Queste radici sono riassumibili nel fastidio invincibile che una parte rilevante della piccola borghesia italiana ha per lo Stato, le tasse, le regole, la Costituzione, l’antifascismo, insomma per la Repubblica così come è nata, si è formata e bene o male ha percorso quasi settant’anni di vita nazionale, in evidente scollamento con una parte non piccola di italiani che non si sente repubblicana e in casi estremi (il secessionismo) neanche italiana. Il risultato elettorale dell’ennesimo remake forzaleghista (…) ci dirà a che punto è l’implacabile lotta di quel pezzo di Italia contro l’Italia. Dubito che le ruberie nelle istituzioni, la triste avidità del clan Bossi, le crapule di Arcore, tanto meno gli episodi di razzismo che (da anni) fioriscono in quel campo siano determinanti per quell’elettorato. Che non ha mai brillato per scrupolo etico. (…). È l’amarissima verità che non sfugge all’occhio attento e critico di Michele Serra. E che non dovrebbe sfuggire ai più che posseggano un minimo di “cittadinanza” consapevole e vigile. Nasce da quel “fastidio invincibile” della grassa borghesia tutto il male che ha percorso e corrotto la vita pubblica e politica del bel paese. E che ha consentito l’affermarsi dell’antipolitica al potere che ha scacciato la politica buona, il ritorno della quale oggigiorno si invoca inutilmente. Una pratica micidiale che ha svuotato dal di dentro la funzione propria delle istituzione e dei partiti per come essi la svolgono in tutte le altre democrazie mature. Prescrive la Carta Costituzionale – all’articolo 49 – che “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Non avviene più. Svuotati essi di quella prerogativa loro assegnata dalla Carta li si è visti rinchiudersi nel guscio angusto del loro precario esistere senza che la loro azione di formazione e di orientamento potesse convenientemente espandersi all’esterno sul resto della società. È un bel dire che le ultime primarie delle forze politiche della sinistra del bel paese rappresentino una riconquistata voglia del corpo elettorale per la politica buona che tornerebbe a primeggiare scacciando la mala pianta dell’antipolitica che è al potere. È un grossolano abbaglio. 3 milioni di cittadini che abbiano fatto la fila per le primarie quanto rappresentano rispetto al corpo elettorale – inteso come l’insieme di tutti i cittadini che abbiano diritto di voto - che sarà chiamato alle urne il 24 di febbraio? Una piccola parte. Significativa ma pur sempre piccola. Ma è quella piccola parte che con ostinazione si oppone al grosso “che non ha mai brillato per scrupolo etico”. Di quella gente volenterosa ne ho ritrovato commovente memoria nella bellissima prova cinematografica dell’esordiente Susanna Nicchiarelli nel Suo “Cosmonauta”, film di memoria e di formazione. Scrive Ilvo Diamanti – la Repubblica del 9 di gennaio, “Perchè non possiamo fare a meno dei partiti” -: Ormai l’antipolitica è dovunque. È entrata nel linguaggio corrente della vita quotidiana e nel discorso “politico”. Un argomento usato dai leader politici a fini polemici. Tuttavia, il bersaglio dell’antipolitica non è la “politica” in quanto tale. Coincide, piuttosto, con i partiti. È inutile fare della logomachia. È inutile farne un problema semantico. L’utilizzo del termine – “antipolitica” – andrebbe corretto nel senso di designare l’azione delittuosa e nefasta di quanti, chiamati a condurre la cosa pubblica, investiti quindi di pubbliche responsabilità, ne abbiano fatto un utilizzo personale o di gruppo che sia andato di fatto contro il cosiddetto “bene comune”. È tempo di uscire dagli equivoci e dire “pane al pane e vino al vino”. Ecco perché da tempo mi ostino ad affermare che l’antipolitica è di già al potere, poiché è essa ad avere scalzato la buona politica del “bene comune”. Continua a scrivere Ilvo Diamanti: Che, in Italia, godono — si fa per dire — di pessima reputazione. Peraltro, è largamente condivisa la convinzione che la “malapolitica” condotta dai partiti costituisca un “male” tipicamente italiano, che si è propagato con particolare intensità negli ultimi anni. (…). Oggi più che mai delegittimati, sfiduciati dai cittadini. Eppure, oggi più che mai, dotati di potere e di influenza, in ambito istituzionale, ma anche nel mondo sociale, nella vita quotidiana. (…). Attori essi, i partiti in prima persona, dell’antipolitica al potere. Ed oltre, in una visione del problema che l’illustre Autore allarga oltre l’orizzonte dei giorni nostri: La sfiducia verso i partiti non è un fatto recente, non riguarda il nostro tempo. E non è una specialità italiana. Dal punto di vista storico i partiti non hanno mai goduto di buona stampa. «La colpa», (…), «è nel nome». Perché il partito deriva dal latino "partire". E, per questo, evoca la parzialità. Per questo sono distinti dalle “fazioni”. Ma spesso ritenuti equivalenti e altrettanto faziosi. Così, secondo Hobbes, i partiti diventano «uno Stato nello Stato». E per questo «è dovere dei governanti disperderli». I partiti, cioè, vengono considerati veicoli di interessi particolari, in contrasto con l’interesse “generale”, con il “bene comune”. Ma sono molti altri i critici autorevoli dei partiti. (…). …fra gli altri, Alexis de Tocqueville, il quale ammette che «i partiti sono un male inerente ai governi liberi». Dunque, un male inevitabile, ma comunque, un male. Bisogna attendere il passaggio tra Otto e Novecento per assistere al cambiamento del clima d’opinione verso i partiti. E di riflesso al cambiamento del loro rapporto con la società. I partiti conoscono un’età dell’oro durante la prima metà del secolo trascorso. Quando si affermano i partiti di massa. Socialisti, comunisti, popolari. Rappresentano e mobilitano le masse, appunto. Stabiliscono un legame di identificazione e di identità con i loro elettori. Anche perché sono presenti sul territorio nella società. Inoltre, sono partiti di iscritti, dotati di un’ampia rete di volontari, ma anche di funzionari. Per garantire continuità ed efficacia alla loro azione. Per questo, dispongono di consenso sociale, ma al tempo stesso, si professionalizzano sempre più. Ed avviene così il passaggio che Ilvo Diamanti magistralmente analizza: E si evolvono in senso oligarchico. Per adattarsi alla complessità sociale diventano “pigliatutti”. Partiti elettorali, che non hanno più un target specifico e definito. Ma si rivolgono, appunto, a tutti gli elettori. Per questo, perdono le loro specificità ideologiche. «Degli iscritti, così come delle sezioni territoriali», (…), «non c’è più bisogno». I partiti, quindi si rifugiano nelle istituzioni e sui media. Diventano, cioè, partiti di cartello. «Agenzie pubbliche regolamentate e ufficializzate che – (…) - dallo Stato traggono le loro risorse legalmente con il finanziamento pubblico e in maniera opaca attraverso il patronage». Investono, cioè, nel controllo clientelare dell’opinione pubblica. Per questo, (…), «i partiti sono oggi in Europa molto più forti di un tempo». In Europa, si badi bene. Perché queste tendenze non riguardano solo l’Italia. Ma coinvolgono tutti i principali paesi europei. Dalla Francia alla Germania. Dal Belgio all’Austria. Per non parlare delle nuove democrazie. Il partito è, dunque, divenuto “stato-centrico”. Ma si è indebolito sul territorio e nella società. Per questo la stima nei loro confronti è precipitata. Ciò li ha spinti a correre ai ripari. Allargando il richiamo alla volontà popolare, il ritorno agli iscritti. E agli elettori. In modo diretto. Attraverso le primarie. Ma anche, in alcuni casi, attraverso lo scambio diretto tra leader e popolo. In modo carismatico e populista. Da ciò il problema di questa fase. Perché, (…), «non c’è scampo: senza i partiti non c’è democrazia. Se vogliamo un sistema democratico e pluralista dobbiamo tenerci dei partiti». Ma «questi » partiti, «hanno scambiato il potere con la fiducia». Per reagire, (…), i partiti dovrebbero «spossessarsi di tante delle risorse accumulate». Una condizione necessaria ma non sufficiente. E, purtroppo, difficile da realizzare, con “questi” partiti. (…). Perché in fondo al tunnel, oltre il paradosso che produce forza senza legittimità, non si vede la luce. Ho dimenticato di specificare che, nel virgolettato, Ilvo Diamanti ha riportato citazioni tratte dall’ultimo lavoro di Pietro Ignazi che ha per titolo “Forza senza legittimità” – Laterza editore, pagg. 153, € 14 -. Ovvero, dire del potere dei partiti sfiduciati.

mercoledì 9 gennaio 2013

Cronachebarbare. 3 La latitanza (ben gradita) dell’(anti)politica.



È tutto un accapigliarsi nel “teatrino” – per dirla con le parole tanto care all’egoarca di Arcore – della politica del bel paese. Tutti a disconoscere la paternità dell’IMU. È tua. No, è tua. Nessuno ad aver sottoscritto i trattati fiscali dell’Europa della moneta. Sei stato tu! No, li hai sottoscritti tu! E di questo passo sbugiardandosi a vicenda e facendo scadere le istituzioni ad un caravanserraglio. Il dovere primo di dire la verità ai cittadini non passa per la mente agli strateghi della politica. Ha scritto un magistrale pezzo Barbara Spinelli il 3 di ottobre – la Repubblica “La latitanza dei partiti” - prima che non si verificasse l’ingenua profezia dei Maya. Scriveva Barbara Spinelli: (…). L’epoca che viviamo è per molti versi postcostituzionale (…), e son simili epoche, secondo il filosofo Leo Strauss, che secernono fatalmente il cesarismo. (…). Il problema è che pochi (…) ricordano che candidarsi e parlare di programmi e alleati è dovuto, in democrazia. Qui è il pericolo, ma anche il fascino, che il cesarismo postpolitico pare esercitare. È una delle singolarità italiane su cui vale la pena riflettere. In Grecia, in Spagna, cittadini indignati denunciano con impeto quello che vivono come diktat non tanto esterno, quanto inconfutabile. In Italia le proteste si frammentano, i sindacati gridano, ma le piazze non si riempiono. Non è una sciagura, ma è una passività colma d’ira che ha qualcosa di malato ed è un’anomalia, nella cosiddetta periferia d’Europa. Sembra confermare quello che Luciano Canfora considerava, nel 2010, la questione cruciale dei nostri tempi: i governi europei hanno scelto la strada dell’abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore degli “esperti”. Ma accade, nella “singolarità” del bel paese, che i cosiddetti “tecnici” s’ingegnino a scimmiottare il parlare vacuo dei politicanti dell’antipolitica al potere. È la scena stucchevole ed a tratti disgustosa che si ha in questi giorni d’avvio della campagna elettorale. Nel bla bla bla generale non una parola che sia spesa per dire ai cittadini tutta la verità, nient’altro che la verità. La verità ti fa male, si cantava un tempo. Ed allora necessita sfuggire a quell’unitile bla bala bla per poter afferrare briciole di una verità altrimenti negata. Ed una verità, suffragata dalle Sue conoscenze, ce la offre Luciano Gallino – “Il baratro fiscale dell’Agenda Monti” su la Repubblica dell’8 di gennaio – laddove scrive: (…). L’art. 4 (del trattato europeo in materia fiscale n.d.r.) prescrive: “Quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore… del 60%... tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Il Trattato è già in vigore, ma in base a un precedente regolamento del Consiglio, l’inizio della riduzione del debito verso la meta del 60 per cento dovrebbe aver luogo solo dal 2015. (…). Ridurre davvero il nostro debito pubblico nella misura e nei tempi richiesti dal Trattato in questione è un’operazione che così come si presenta oggi ha soltanto due sbocchi: una generazione o due di miseria per l’intero Paese; aspri conflitti sociali; discesa definitiva della nostra economia in serie D. Oppure la constatazione che il debito ha raggiunto un livello tale da essere semplicemente impagabile, per la ragione che esso deriva sin dagli anni ‘60 non da un eccesso di spesa, bensì dalla accumulazione di interessi troppo alti. (…).  Al fine di ripagare un debito a lunga scadenza in rate annuali è infatti essenziale una condizione: che il debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, abbia ogni anno delle entrate, per tutta la durata prevista, che siano almeno pari in media a quella di ciascuna rata del debito. Nel caso del debito pubblico italiano tale condizione base non esiste. Il Pil supera i 1650 miliardi, per cui il 60 per cento di esso ne vale circa 1000. Mentre il debito accumulato ha superato i 2000. Al fine di farlo scendere al 60 per cento del Pil come prescrive il Trattato, si dovrebbe quindi ridurre il debito di 50 miliardi l’anno per un ventennio. La cifra è di per sé paurosa, tale da immiserire tre quarti della popolazione. Ma il problema non è solo questo. È che l’interesse sul debito, al tasso medio del 4 per cento, comporta una spesa di 80 miliardi l’anno, la quale si somma ogni anno al debito pregresso. Ne segue che quest’ultimo non smette di crescere. Ora, se riduco il debito di 50 miliardi, avrò sì risparmiato 2 miliardi di interessi; però sui restanti 1950 miliardi dovrò pur sempre pagarne 78. Risultato: il debito è salito a 2028 miliardi (2000-50+78). L’anno dopo taglio il debito di altri 50 miliardi e gli interessi di 2. Però devo pagarne 76, per cui il debito risulterà salito a 2054. Chi vuole può continuare. Magari inserendo nel calcoletto un dettaglio: l’art. 4 del Trattato prescinde del fatto che il debito di un paese potrebbe col tempo aumentare di molto, per cui l’entità del ventesimo di rientro andrebbe alle stelle. L’Italia, per dire, potrebbe ritrovarsi a fine 2015 con un Pil di poco superiore all’attuale, ma con un debito che a causa dell’accumulo degli interessi ha raggiunto i 2200 miliardi. Così i miliardi annui da tagliare passerebbero da 50 a 60. (…). E fin qui Luciano Gallino. Orbene, di tutto ciò cosa ne perviene al cittadino-elettore? Il nulla. Gabbato, ancora una volta. Poiché la tenzone elettorale si ridurrebbe a scegliere e premiare quei partiti che indicassero come evitare quel baratro non succhiando il sangue sempre ai soliti “fessi”. Nulla invece di tutto ciò. Ed ora che la politica si svolge tra i personalismi più sfrenati, è ingenuità sperare in una virata che rimetta al centro quei stramaledetti problemi. Conviene tornare al pezzo di Barbara Spinelli per decifrare il tempo che ci è dato da vivere. Scrive infatti: Seguendo alla lettera Tietmeyer (già governatore della Bundesbank n.d.r.), (i politici-tecnici, nuova specie zoologica della politica del bel paese n.d.r.) prediligono di fatto il permanente plebiscito dei mercati (…). Ma i primi responsabili del male non sono i mercati. Essi constatano il vuoto di politica, e lo riempiono con loro ansie, esigenze. Responsabili della diserzione sono i partiti, i politici che antepongono la sete di potere alla competenza. E responsabile è il popolo italiano, che a questo andazzo ventennale s’è assuefatto se non affezionato. L’abdicazione dei partiti è ricorrente, palese. Se davvero volessero governare, se non fossero anch’essi attratti dalla passività, riconoscerebbero che i poteri dei mercati tendono a espandersi naturalmente (vale anche per i mercati quel che dice Montesquieu: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere occorre che il potere arresti il potere”. Solo il politico può frenare l’abuso, correggere la vista corta di chi giudica solo il minuto, e contrapporre un potere legittimato democraticamente che duri un po’ più a lungo di una seduta di borsa). Ma i partiti vogliono veramente governare? Vogliono essere protagonisti, o preferiscono assegnare il compito a esperti e tecnici, pur di evitare il difficile o l’impopolare? Tutto fa pensare che un potere così rischioso non lo desiderino, né a destra né a sinistra. Se davvero ambissero a governare, e non solo a espugnare un ben remunerato spazietto, predisporrebbero alleanze durature. (…). Ogni partito ha lo sguardo fisso su sé stesso, pur sapendo perfettamente che da soli si naufraga. (…). Anche il popolo elettore tuttavia ha le sue responsabilità. Non dai tempi di Berlusconi, più volte rieletto, ma da molto prima, nutre sfiducia nella politica, nei propri rappresentanti, nello Stato. (…). A tal punto inaffidabili si sono rivelati i partiti e la politica italiana, inviluppata non nel mistero soltanto ma nella corruzione. (…). In Italia (…), tutte le istituzioni vacillano, e nell’inerzia si continua a implorare un Cesare postcostituzionale. È così da quando è finita la prima Repubblica. La seconda non è mai cominciata. Tutti questi anni sono passati nell’inane, fallito tentativo di uscire dalla prima. Sta tutta qui l’italica “singolarità”. Bene a sapersi; cosa resta allora da sperare? Torna comodo all’antipolitica al potere latitare sui veri, assillanti problemi del bel paese. Tutto il resto sono le chiacchiere dei latitanti al potere.

lunedì 7 gennaio 2013

Cronachebarbare. 2 Il grande deserto dei diritti.



Cronache barbare. Poiché i barbari sono stati tra di noi. Anzi, ci sono ancora. Defilati. Rinchiusi nei loro sotterranei. Ma pronti ad un nuovo attacco al bene comune. Che è divenuto il loro bene proprietario. Da quando i barbari hanno attraversato il deserto, di soppiatto. E di soppiatto sono penetrati nella cittadella turrita ed indifesa della Costituzione. Non c’è stato nessun “tenente Drogo” a dare l’allarme. Tutti girati a scrutare altrove dall’alto di quelle mura, come una novella della “fortezza Bastiani”. Intanto i barbari, assalite le mura, espugnavano l’indifesa novella “fortezza Bastiani”. Nessun “tenente Drogo” a dare l’allarme. Nessuno. L’antipolitica al potere rafforzava così le sue posizioni. Ed anche le sue ricchezze. Con azioni fraudolente. Autorizzate da procedure e leggi approvate da tutti. Da tutti. E nessun “tenente Drogo” a dare l’allarme. Oggi si scopre come d’incanto la “questione sociale”. Ma i barbari sono di già all’interno delle mura sbrecciate della cittadella della Costituzione. Difficile allontanarli spegnendone i bivacchi che hanno acceso a difesa delle loro conquiste. Scrive Michele Serra nella Sua rubrica quotidiana “L’amaca” – la Repubblica del 3 di gennaio dell’anno 2013 -: La quasi totale rimozione della questione sociale è stato il tratto politico più forte, e più sconvolgente, degli ultimi anni. Soprattutto in Italia, dove questa rimozione ha indossato la maschera tragicomica del berlusconismo, poveri o semipoveri che venerano il più ricco, come se le sue promesse bugiarde fossero l’oppio indispensabile per dimenticare per sempre di essere svantaggiati, subalterni, umiliati. (…). I manipoli dei barbari dell’antipolitica, compatti, hanno lasciato che l’occultamento di una “questione sociale” venisse a prendere il posto nell’agenda della politica del bel paese. Ciò è avvenuto. A dispetto degli inequivocabili segnali che la “crisi” ha disseminato negli anni. Continua Michele Serra: Sostenere – (…) – che il compito prioritario della politica è combattere la povertà non solo non è una banalità; è, nei fatti, una rarità (giornalistica così come politica). Ma nello sgretolarsi del welfare, nella contrazione paurosa del lavoro, quale altro obiettivo può essere più importante, e al tempo stesso più innovativo, dell’organizzazione di un argine sociale alla miseria e alla solitudine? “Una nuova società più conviviale nella quale ritrovare il modo di aiutarci”, (…). Mi sembra, con buona approssimazione, l’eccellente sintesi del programma elettorale di qualunque sinistra. La “banalità” dell’essere della politica è stata smarrita. Ad essa si è sostituita l’arroganza dell’antipolitica che, conquistato il potere scacciando la buona politica, ha ignorato qualsivoglia istanza di giustizia e di equità. I barbari sono tra di noi. E le cronache non possono che essere “cronache barbare”. Nessun “tenente Drogo” a dare l’allarme nel tempo giusto. Poiché i manipoli dei barbari hanno osato ancor di più. Hanno inciso in profondità nella viva carne del tessuto sociale del bel paese. Hanno creato un “deserto dei diritti” per come ne ha scritto lucidamente Stefano Rodotà - la Repubblica del 3 di gennaio 2013 “Il grande deserto dei diritti” -: (…). …bilanci e previsioni, in questo momento, mostrano un’Italia che ha perduto il filo dei diritti e, qui come altrove, è caduta prigioniera di una profonda regressione culturale e politica. (…). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull’immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all’omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l’importanza. (…). Nel 1970 vengono approvate le leggi sull’ordinamento regionale, sul referendum, il divorzio, lo statuto dei lavoratori, sulla carcerazione preventiva. In un solo anno si realizza così una profonda innovazione istituzionale, sociale, culturale. E negli anni successivi verranno le leggi sul diritto del difensore di assistere all’interrogatorio dell’imputato e sulla concessione della libertà provvisoria, sulla delega per il nuovo codice di procedura penale, sull’ordinamento penitenziario; sul nuovo processo del lavoro, sui diritti delle lavoratrici madri, sulla parità tra donne e uomini nei luoghi di lavoro; sulla segretezza e la libertà delle comunicazioni; sulla riforma del diritto di famiglia e la fissazione a 18 anni della maggiore età; sulla disciplina dei suoli; sulla chiusura dei manicomi, l’interruzione della gravidanza, l’istituzione del servizio sanitario nazionale. La rivoluzione dei diritti attraversa tutti gli anni ’70, e ci consegna un’Italia più civile. Non fu un miracolo, e tutto questo avvenne in un tempo in cui il percorso parlamentare delle leggi era ancor più accidentato di oggi. Ma la politica era forte e consapevole, attenta alla società e alla cultura, e dunque capace di non levare steccati, di sfuggire ai fondamentalismi. Esattamente l’opposto di quel che è avvenuto nell’ultimo ventennio, dove un bipolarismo sciagurato ha trasformato l’avversario in nemico, ha negato il negoziato come sale della democrazia, si è arresa ai fondamentalismi. È stata così costruita un’Italia profondamente incivile, razzista, omofoba, preda dell’illegalità, ostile all’altro, a qualsiasi altro. Questo è il lascito della Seconda Repubblica, sulle cui ragioni non si è riflettuto abbastanza. (…). Queste (…) osservazioni non ci dicono soltanto che una agenda politica ambiziosa ha bisogno di orizzonti più larghi, di maggior respiro. Mostrano come un vero cambio di passo non possa venire da una politica ad una dimensione, quella dell’economia. Serve un ritorno alla politica “costituzionale”, quella che ha fondato le vere stagioni riformatrici. Ecco il punto dirimente: “Un ritorno alla politica “costituzionale”, prima che i barbari diano fuoco alle ultime casematte che resistono alle illegalità ed allo strapotere dell’antipolitica che è al potere. 

giovedì 3 gennaio 2013

Cronachebarbare. 1 Cronache barbare.



E poi ci sarebbe la Costituzione. La Costituzione irrealizzata che, per dirla col grande Roberto, sarà più bella quando sarà realizzata. Poiché la Costituzione non è stata realizzata. È un dato di fatto. Perché il suo spirito di equità non ha guidato nei decenni trascorsi l’opera dei protagonisti della politica? Ed oggi, chi di essi può sottrarsi alla responsabilità grande per non aver realizzato il dettato costituzionale? Ha riportato Barbara Spinelli - la Repubblica del 2 di gennaio dell’anno nuovo, “Quando arrivano i guidatori” – una dichiarazione del magistrato Ingroia: «Quando giurai la mia fedeltà alla Costituzione pensavo di doverla servire solo nelle aule di giustizia. Ma non siamo in un Paese normale e in una situazione normale. Siamo in una emergenza democratica dovuta allo strapotere della criminalità organizzata e all’inadeguatezza della politica. E allora (…) è venuto il momento della responsabilità istituzionale e politica». Il punto è questo: “l’inadeguatezza della politica”. È con questo incontrovertibile dato che si misura oggi la drammaticità del vivere associato nel bel paese. E poi ci sarebbe una “questione sociale”. È la scoperta dell’anno nuovo. Il suo beneaugurante messaggio. Che la politica scopre con colpevole ritardo. Ed allora c’è da dire che l’irrealizzata Costituzione e la “questione sociale” denunciata dall’inquilino dell’irto colle sono aspetti di uno stesso problema: dell’antipolitica che al potere ha scacciato la politica buona, la politica dell’equità, della giustizia e dell’onestà. Sta tutto qui il problema. Ed è un grosso problema. Scrive magistralmente Barbara Spinelli nel Suo primo straordinario pezzo dell’anno nuovo: (…). Dici riforma, e intendi tagli allo Stato sociale, discesa nella povertà. Dici crisi, e non è momento di trasformazione e opportunità di vivere in modo diverso ma, come disse Ivan Illich già nel ’78: «il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: ‘Guidatore, dacci dentro!’». È la responsabilità prima dell’antipolitica che ha conquistato il potere: d’aver giocherellato con le parole, illudendo, tradendo la polis, tramando a suo danno e tutto a proprio vantaggio. E le parole - riforma – ripetute e promesse hanno condotto nel “cul-de-sac” dell’iniquità somma che mortifica la vita associata del bel paese che non si sanerà mai senza una riparatrice azione di bonifica politica. Ed ancora un po’ oltre: (…). Se il linguaggio si è tanto rarefatto, vuol dire che a guastarsi, qui da noi, sono abitudini e regole più stremate che in altre democrazie. Scardinato non è il contrapporsi fra destra e sinistra, (…), ma l’idea stessa del conflitto, dell’alternativa che i cambi di governo possono ingenerare. Il dominio dei tecnici, aggiunge Illich, ci riduce a minorenni. È quest’ultima stupenda intuizione dell’illustre opinionista la vera, grande, imperdonabile colpa dell’antipolitica al potere: avere ridotto la gente del bel paese “a minorenni”. Se non a minorati. Minorati, che han perso l’uso corretto della bussola preziosa che avrebbe dovuto guidarli nel proclamare e pretendere i propri diritti di cittadinanza e ad esercitare i propri doveri che quella cittadinanza impone. Prosegue Barbara Spinelli: (…). È perché siamo a questo punto che i politici vagano nelle loro trincee come soldati mutilati, e si fanno avanti i Guidatori: banchieri, tecnici, e poteri terzi come i magistrati, e ecclesiastici che da tempo non dovrebbero neanche sfiorare il potere. Al posto della politica, dunque del dividersi costitutivo della democrazia, s’installa la clinica: la tecnica che ci sdraia tutti quanti sul klìne, a letto. Da quella minorità ricercata e dispensata colpevolmente a piene mani dall’antipolitica che è al potere ne è derivata una situazione non nuova ma sempre più avvilente che Barbara Spinelli così descrive: (…). La convinzione di partenza è che il ceto politico soffra di vizi congeniti, che il conflitto di idee non sia che rissa letale, e che il grande unico rimedio sia la Repubblica dei Sapienti: competenti economici, o custodi della legalità come i magistrati, o cultori dell’ordine morale e dei propri privilegi come chi serve la Chiesa. Anche la parola laicità scompare dai bollettini medici. Grazie alla loro speciale esperienza, o divina illuminazione, i Sapienti sono i soli ad afferrare, come in Platone, la vera essenza dello Stato. E l’Essenza è per definizione Una: il Sapiente moderno non ama contare fino a due né tantomeno fino a tre, che consente la tripartizione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Ut Unum Sint, perché siano una cosa sola. Fa impressione, perché la teologia politica rifà capolino: i messianesimi totalitari del ’900 si proponevano proprio l’apocalittico unanimistico approdo cui oggi mirano tanti inviati della società civile, stufi di intralci politici o giudiziari. E così è potuto accadere che i responsabili della mancata attuazione della Carta si propongano oggigiorno come nuovi rivoltosi e capipopolo capaci di mettere a posto le cose: (…) Non a caso i Guidatori annunciano Rivoluzioni guardandosi l’un l’altro di sbieco. (…). Lo straripare della parola rivoluzione vuol dire che c’è, diffusa, ansia di piazza pulita. Di una sorta di immacolata rigenerazione, che azzeri la storia dimenticandola. C’è voglia di mandare in cantina partiti e politici inadempienti: che reimparino, nell’aiuola dell’antipurgatorio riservata da Dante ai Re Negligenti, il governare disappreso. Da anni si evita perfino il nome Italia. Provate ad ascoltare i politici o i nuovi Guidatori. In genere dicono «questo paese», o «questi paesi qui»: quasi dissociandosi, altezzosi, da uno Stato italiano cui sono estranei e che sta lì per terra. Lo spettacolo è avvilente ed incute timore poiché dai nuovi che si propongono alla guida del bel paese giunge un messaggio che nuovo non è, poiché è il messaggio alla filosofia del quale l’antipolitica al potere ha ispirato il suo agire, l’agire che non ha posto al primo punto della sua “agenda” l’equità che dovrebbe soccorrere la dirompente “questione sociale”. Scrive, a quasi chiusura del Suo straordinario pezzo, Barbara Spinelli: (…). Ai comandi, in assenza dell’Europa politica: un potere che rende conto ai mercati più che ai cittadini (la regale immunizzazione della Presidenza della repubblica – il segreto sempre più ampio che essa può invocare – è stato il segno precursore della Rivoluzione, nel 2012). La democrazia è in mutazione, e in fondo siamo grati a chi, cancellandola dai dizionari, ce lo rivela. (…). Che sia questo il messaggio che il novello anno ci ha voluto consegnare? È la prima cronaca barbara dell’anno nuovo. Auguri ancora.