"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 29 febbraio 2012

Cosecosì. 10 Per una storia universale dei rimpianti.

Traggo da una straordinaria riflessione di Giacomo Papi che ha per titolo L'identità fissa, riflessione pubblicata sull’ultimo numero del settimanale “D” del quotidiano la Repubblica, riflessione che di seguito trascrivo in parte:

Molti studiosi si sono sforzati di spiegare l'ultimo misterioso haiku del poeta Junichiro Kawasaki: "Senza rimpianti è la mela, non sa di non essere pesca". Fu scritto la mattina del 3 novembre 1996, poco prima che il vecchio poeta e sua moglie assumessero la dose di arsenico che li avrebbe ammazzati. Kawasaki parlava di sé, parlava di loro, parlava di noi con la voce di chi guarda la vita dal ciglio. (…). La verità è che i rimpianti sono sempre originati dalla vita e non viceversa. Sono la metà mancante di quello che siamo. (…). Ma la storia personale di ognuno si incrocia sempre alla storia profonda degli uomini. Un contadino lucano del 1700, un gladiatore romano, una cortigiana assira difficilmente si sarebbero dispiaciuti di non avere avuto la vita che volevano. Una Storia universale dei rimpianti racconterebbe, forse, che in punto di morte gli antichi provavano rimorsi più pratici, legati a episodi specifici, per comportamenti sbagliati o occasioni perdute. Non rimpiangevano altre vite per la semplice ragione che non potevano neppure immaginarle. Il nodo da cui scaturisce la nostra idea di felicità si annida qui. Oggi, è doloroso il peso delle strade non imboccate, delle scelte non fatte, delle vite che non abbiamo vissuto perché il Novecento è fondato sulla vastità della scelta. È questa la sua invenzione più immensa. Ogni uomo è libero di diventare quello che è davvero. E allora perché gli scaffali delle nostre vite non sono stipati come quelli del supermarket? La teoria del Multiverso - gli infiniti universi paralleli della meccanica quantistica - è la traduzione scientifica di questa fantasmagoria culturale ed economica. Per millenni, poi, si avevano poche esistenze-modello, oggi ognuno è sottoposto a un bombardamento di vite possibili. Di eroi e vite imitabili. Avere un'unica vita appare una limitazione. L'armonia di una vita e la sua eleganza risiedono, invece, nell'adesione perfetta a se stessi, nell'accettare quell'irripetibile agglomerato carico di memoria e confinato nello spazio e nel tempo in cui consiste la nostra identità. In fondo, è la storia narrata da Martin Buber di rabbi Sussja che in punto di morte, esclamò: "Dio non mi chiederà perché non sono stato Mosè, ma perché non sono stato Sussja". Ed è la storia della mela d'autunno di Junichiro Kawasaki. Che cade senza rimpianti perché il desiderio di un'esistenza da pesca non l'ha mai neppure sfiorata. La difficoltà, a volte, è sapere che frutto si è.

La lettura che è “delizia” dello spirito, “avventura” intellettuale delle più straordinarie, “conforto e rifugio” alle pene del vivere quotidiano, “scoperta” delle cose che stanno al di fuori di noi stessi, “rivelazione” delle straordinarie forme nelle quali la lingua possa essere cesellata nella sua forma scritta, la lettura dicevo, che sempre scava nell’intimo di ciascuno e ne carpisce i palpiti più intimi, è quanto di più liberatorio possa esistere nella esperienza della vita nostra che non si sia ridotta ad espressione unica della corporalità e della materialità che è propria di tutti gli altri esseri viventi. E la lettura degli scritti di Giacomo Papi hanno la magia di ricreare tutte quelle condizioni prima sommariamente elencate del potere proprio della lettura. Come in questa occasione. Poiché essa ha in sé il potere di rendere quei flash-back della nostra esistenza che il difficile, a volte penoso percorso della vita, seppellisce per sempre, se non ci fosse il potere salvifico della lettura per l’appunto. La lettura ultima mi ha restituito una immagine viva che il trascorrere del tempo aveva seppellito. Forse per sempre, senza la magia intervenuta di quella lettura. Di una giornata assolata, di un bagliore proprio del luogo, di una grande calura, con un frinire incessante che assordava quasi, con la vista di un mare piatto e di uno straordinario color turchese proprio del mare a certe latitudini in quella stagione. Si ascoltava, in verità distrattamente, un notiziario che dava conto di una straordinaria impresa, ovvero della circumnavigazione del globo terracqueo da parte di un nativo del luogo, in solitaria navigazione su di una barca a vela. Un’impresa straordinaria, senza dubbio alcuno. Ai pochi commenti distratti dei presenti alla tavola doviziosamente imbandita con i “frutti” della pesca del mattino in quel mare turchese e rallegrata con il rutilante colore dei frutti della stagione, si aggiunse l’esultare di una giovanissima fanciulla, allora, che candidamente ebbe a dire - riporto a memoria le sue parole essendo trascorso sì tanto tempo oramai – “ora sì che anche noi saremo famosi”, alludendo all’origine del solitario navigatore. Un essere, un esistere, un divenire, per mezzo della vita di un’altra persona, poiché, come scrive il Nostro “oggi, è doloroso il peso delle strade non imboccate, delle scelte non fatte, delle vite che non abbiamo vissuto perché il Novecento è fondato sulla vastità della scelta”. La fanciulla di allora ha poi cercato una sua via per approdare a quell’essere famosi a tutti i costi che la mediatizzazione delle vite, tramite l’effimero e l’apparire, ha definito e consacrato essere traguardo irrinunciabile a rischio delle pene dell’anima.  

lunedì 27 febbraio 2012

Storiedallitalia. 5 Buon pomeriggio avvocato Mills.

Chi di noi potrà mai dimenticare il mercante turco del celeberrimo, bellissimo film che è stato, e lo è tuttora, quel Mediterraneo di Gabriele Salvatores, premio Oscar quale miglior film straniero (1991)? Non ricordo il nome dell’attore che impersonò e caratterizzò, stupendamente, quell’indimenticabile figura umana. Mi viene di definirlo il signor “Non so” proprio perché con quelle poche, semplici, primitive sillabe il mercante turco rispondeva a qualsivoglia domanda gli venisse posta dagli occupanti il sacro suolo della Grecia, ovvero quel manipolo di eroi relegati in quella stupenda isola del mare Egeo, il mare del mito che non muore mai. “Non so”, rispondeva pedissequamente il mercante turco agli occupanti invasori, quelli che avrebbero dovuto “spezzare le reni alla Grecia”, a quello straordinario popolo. Necessiterebbe, ai giorni nostri, che come quel celeberrimo, indimenticabile “Non so” se ne alzasse un altro, all’unisono, da tutte le ubertose contrade del bel paese affinché fosse chiaro che, nella vicenda ultima del tribunale di Milano, non esista uno che abbia vinto ma semmai che esista una parte sconfitta che è l’intero popolo italiano. Necessiterebbe un “Non so” che si levasse all’unisono dal Monviso sino al Capo Boeo e che con il suo fragore assordasse l’accozzaglia informe che ha occupato, senza merito alcuno, il governo del Paese nell’ultimo quindicennio abbondante. È colpevole il signor B.? “Non so”. È innocente il signor B.? “Non so”. “Non sooo…”! È la condizione nella quale, dopo la sentenza ultima di Milano, si sono ritrovati tutti i cittadini del bel paese, ridotti a sudditi da uno strapotere economico, mediatico e politico capace di snaturare anche le sentenze di un tribunale ed ai quali è negata di conoscere quella “verità giudiziaria” della quale, in una democrazia compiuta, essi hanno diritto di avere contezza. Ha scritto Tobias Jones, giornalista e scrittore, corrispondente dall’Italia per lunghissimi anni, nel Suo già citato “ Il cuore oscuro dell’Italia “ a proposito del cattolicesimo controriformista del bel paese: “(…). … il cattolicesimo ha a che fare, nel bene e nel male, con l’obbedienza; il protestantesimo, nel bene e nel male, con la responsabilità. Nell’uno, il risultato maggiore è la sottomissione a un capo cristiano; nell’altro, la sottomissione a una coscienza cristiana individuale. Per l’Italia questo implica una continua delega: facciamo parte di una gerarchia e guardiamo all’insù verso i nostri superiori. È una catena alimentare verticale. L’Italia è un Paese che fa assegnamento sull’intervento di intermediari. Ci liberiamo dalla necessità di prendere decisioni perché qualcuno, più in alto di noi, le ha prese al nostro posto. (…).”. Ecco perché sarà impossibile che si alzi quel sonoro, terrificante “Non so”, che è proprio dei cittadini responsabili, che zittisca quel cicalare inutile e spregiativo delle prerogative proprie di un popolo che si dica vivere in una democrazia. “Non sooo…”! Di seguito riporto, in parte, la trascrizione della telefonata intercorsa tra il giornalista Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per il quotidiano la Repubblica, e l’avvocato David Milss, condannato in via definitiva – in Cassazione - quale corrotto da parte di un corruttore definibile tale ma “a sua insaputa”. Bisognerebbe che “lor signori” venissero giudicati non dai tribunali, al pari di tutti i cittadini del bel paese, ma dalle camere, alte o basse che siano, meglio se basse, abbastanza credulone e soggiacenti al potere vissuto per il potere.

(…). - Buon pomeriggio avvocato Mills, come sta oggi? «Bene, grazie» (…).

(…). Ha sentito com`è finita a Milano? «Sì, certo».

E cosa ne pensa? «Non è il verdetto che avrei sperato, ma è meglio dell`alternativa».

Meglio una prescrizione che una sentenza di colpevolezza? «Esatto».

Ma lei sperava nell`assoluzione con formula piena. «Sì, perché in questa storia siamo tutti innocenti, Berlusconi e io. In ogni modo sono felice che sia finalmente finita».

Ha parlato con Berlusconi, dopo la sentenza? «No, niente affatto».

Si sente in qualche modo personalmente vendicato? «Beh, vendicato no, perché ci sarebbe voluto il riconoscimento della nostra innocenza da parte dei giudici. Ci sarebbe voluta l`assoluzione piena per Berlusconi, poiché, lo ripeto, sia lui che io siamo del tutto innocenti. Ma sono comunque sollevato. Dopo 16 anni questa vicenda che mi ha e ci ha tormentato si è infine conclusa. Certo non con la sentenza ottimale ma neppure con una di colpevolezza».

Scusi, avvocato, ma non le sembra strano che il processo, nei suoi vari gradi, abbia di fatto accertato l`esistenza di un corrotto, nella sua persona, visto che lei è stato condannato due volte prima della prescrizione, ma non possa assegnare, solo per la scadenza dei termini, l`esistenza di un corruttore? Se la corruzione è esistita, come può mancare la mano di colui che ha corrotto? «La corruzione non è esistita. Io non ero colpevole e Berlusconi non è colpevole. Ci sono documenti depositati in tribunale che lo confermano. Dopo di che l`accusa può dire quello che vuole».

La prescrizione non le pare una via di mezzo? «L`Italia è un paese cattolico, dunque crede nel  perdono. Il vostro sistema giudiziario ha tanti difetti, ma questo è un merito».

E lei è contento così? «Sì, sono felice che dopo sedici anni sia tutto finito».

Nella cornetta del telefono, prima che l`avvocato Mills interrompa la comunicazione, si sente un risolino: non è chiaro se di nervosismo per lo scampato pericolo o di genuina allegria per il "perdono" elargito a lui e a Berlusconi dalla giustizia della cattolica Italia.

domenica 26 febbraio 2012

Cosecosì. 9 Noi e l’Italia dopo Monti.


Ha scritto Alfredo Reichlin nell’interessante Suo editoriale - sul quotidiano l’Unità - che ha per titolo Noi e l’Italia dopo Monti: Questa discussione sul “dopo Monti” è veramente surreale. (…). Il “dopo Monti” consiste nell’impedire che la politica italiana torni ai vecchi giochi politici e personali, e invece nella necessità di mettere il Paese in grado di affrontare le grandi decisioni che devono essere prese. Le quali (c’è tra noi chi non lo capisce?) sono grandi davvero: e sono inedite, e sociali, e perfino morali, e riguardano il problema dei problemi: il posto dell’Italia nel mondo. Tutto qui. (…). Apriamo gli occhi. Con la globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia l’oligarchia dominante ha costruito un potere immenso che è molto più grande della potenza dei singoli Stati europei. E ciò è talmente evidente che anche i Capi di Stato europei attendono ansiosi ogni giorno di vedere quale sarà lo spread, cioè quale sarà la «libbra di carne» che questi nuovi Mercanti di Venezia chiedono alle nostre imprese, ai nostri salari, alle nostre pensioni per pagare le loro rendite. A un certo punto qualcuno dovrà pur dire che questi sono davvero strani mercati non sottoposti come tutti i mercati a regole certe e aperti a tutti. Sono giganteschi poteri con nome e cognome che non a caso il nostro premier è andato a trovare a New York o alla City per pregarli di prestarci un po’ di soldi (e, nelle condizioni date, ha fatto benissimo). Ma allora dovrebbe essere chiaro perché è così importante fare dell’Europa una grande potenza politica globale, capace di proporre una nuova Bretton Woods. E per fare questo che occorre impegnare la sinistra su tutti i fronti sui quali si promuove lo sviluppo umano. Lo sviluppo dell’essere piuttosto che la crescita dell’avere, dice Giorgio Ruffolo. E quindi abbiamo bisogno di una sinistra impegnata in qualcosa che non è l’abbattimento del capitalismo, né la fine dell’economia di mercato, ma non è nemmeno l’acquiescenza ai poteri dominanti. Fatevene una ragione. (…). Il passaggio politico attuale è veramente cruciale. Non mi stupisco affatto se viene avanti a questo punto una spinta potente a imporre per il “dopo Monti” un regime politico diverso da una democrazia parlamentare. Cioè un regime senza i partiti, ormai bollati dal Corriere della Sera e da gran parte dei “media” come la Casta. Tutti uguali. Io continuo invece a pensare che solo i partiti possono garantire (alla condizione che si rinnovino molto evidentemente) quella conquista grandissima che è il pluralismo, cioè una democrazia basata sulla sovranità popolare, e quindi sulla partecipazione alla vita statale anche della gente che nella società di oggi non conta nulla. Forse bisognerebbe cominciare a reagire più decisamente. In nome della verità. Perché la verità è che la “casta” sta proprio in quel nucleo di banche e di poteri forti che possiedono anche quasi tutte le tv e gran parte dei giornali. (…). Quel “Noi” del titolo è l’esplicito riferimento ed è la chiamata in causa per tutte quelle forze politiche del bel paese che si richiamano ai grandi temi della socialità ed alle irrinunciabili idealità della giustizia e dell’equità sociale che, in questo frangente molto difficile, soprattutto per le categorie sociali meno difese, devono divenire temi ed idealità irrinunciabili, poiché le categorie sociali più penalizzate necessitano d’essere ascoltate e difese affinché sia salvato quel livello decente di stato sociale che la crisi, innescata dalle ardite speculazioni finanziarie, mette oggigiorno a rischio. In pari tempo quelle forze politiche non possono evitare di avviare, e concludere nel più breve periodo, quel processo di rinnovamento che è non soltanto generazionale ma soprattutto etico e morale, poiché il dissesto finanziario dello Stato, le storture amministrative e lo svuotamento delle istituzioni trovano una molteplicità di protagonisti e responsabili che spaziano sull’intero panorama politico del bel paese. E l’abile commentatore non si nasconde dietro il dito, non crea cortine fumogene come nel peggiore stile di quella che è stata la politica politicante del bel paese, quando chiama in causa primariamente la parte politica alla quale fa riferimento che non ha saputo, o non ha potuto (perché mai?) realizzare una reale partecipazione alla vita statale anche della gente che nella società di oggi non conta nulla, per la qualcosa, senza ricordare del disgusto diffuso per le malversazioni e la corruzione dei tanti, tantissimi protagonisti della politica, quella gente si rifugia nel disinteresse e nell’apatia per la politica, per quella politica con la p al minuscolo. Intuisce, e non lo nasconde innanzitutto a sé stesso Alfredo Reichlin, che il rischio che si corre sia dietro l’angolo, appartato al momento e di basso profilo, in virtù del quale la politica italiana torni ai vecchi giochi politici e personali, ché sarebbe come perdere quella felice opportunità che la crisi ha offerto su di un piatto d’argento, ovvero d’esserci liberati della peggiore genìa politica che il bel paese abbia visto e sopportato nella sua storia unitaria. Scrive Laurent Joffrin sulla rivista MicroMega – numero 8/2011 pagg. 79/80 - nella Sua riflessione che ha per titolo “La sinistra fra Stéphan Essel e David Crockett”: “(…). Prima esisteva un asse principale attorno a cui ruotava gran parte della vita politica: la contrapposizione destra/sinistra. Oggi c’è un secondo asse che è quello che contrappone le élite – e coloro che le seguono – alle classi popolari. Di fronte a questa nuova dicotomia, la sinistra non riesce a prendere posizione, a volte fa credere di essere vicina alle élite a volte si sente più vicina al popolo. Questa oscillazione porta la gente a vedere la sinistra come qualcosa di organico al sistema. A loro volta i partiti sono considerati alla stregua di strutture deboli, staccate dalla realtà e soprattutto corrotte, il che spesso corrisponde al vero. La base elettorale poi è sempre più ristretta. (…). La gente vuole ormai una politica efficace, che realizzi delle cose concrete ma vede che la destra e la sinistra si succedono senza che ciò abbia un impatto reale sulla vita quotidiana dei cittadini. Allora nasce l’idea d’impotenza della politica e dei politici, che non sarebbero in grado di realizzare alcunché. (…). Così scrive Laurent Joffrin per una realtà che accomuna tutte le forze della “sinistra”, ovunque esse siano. Ed allora, quel “Noi” invocato e chiamato in causa da Alfredo Reichlin è un potente richiamo affinché ci siano scelte responsabili e decise della “sinistra” ovunque, affinché cessino in essa l’ambivalenza e l’incertezza affiorate nei decenni trascorsi, affinché sia sempre più chiaro da quale parte stare nello scontro odierno che vede contrapposti gli interessi divergenti dei gruppi umani che, nell’indistinta melassa o “poltiglia” sociale – quest’ultima definizione, secondo la felice intuizione del sociologo De Rita, ché la precedente è mia - creata artatamente dal capitalismo finanziario, trovava modo di acquietare gli spiriti e le anime con l’illusoria partecipazione ad un benessere diffuso che, alla prima occasione di crisi travolgente, si scioglie come neve al sole.   

venerdì 24 febbraio 2012

Cosecosì. 8 Al tempo del consenso, nonostante tutto.


Scrive Giancarlo Bosetti nel Suo editoriale La politica a scuola dai tecnici pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 23 di febbraio, come tentativo d’interpretazione sociologico-politica del perdurante consenso del quale continua a godere il governo Monti, nonostante tutto: (…). …la politica non è solo, e forse non è per niente, una tecnica di misurazione delle preferenze o degli interessi, ma – udite udite – essa consiste di altre più sottili e ardue capacità, quelle di trasformare le preferenze degli elettori e di spingerli persino a reinterpretare i loro propri interessi, riflettendoci sopra, fino a persuadersi ad accettare misure che sembrano contraddire nel breve termine sia le loro preferenze sia i loro interessi. La politica non è la stessa cosa dei sondaggi, ma un processo che prevede, in democrazia, l´evolvere dei giudizi attraverso la discussione e la riflessione. E – miracolo – le opinioni cambiano, evolvono, tengono conto e molto dell´interesse generale e del futuro, non solo, ottusamente, della propria bottega oggi. Ottuso è chi non se ne accorge. Il curioso destino di questo Paese ha messo nelle mani di un gruppo di tecnici il compito di mostrarci come la politica sia anche un´arte trasformatrice delle preferenze. È già ora una piccola indimenticabile rivoluzione. Letta questa parte finale di quell’analisi dotta una pace sembra scendere lieve e conquistare d’un colpo l’animo esacerbato dal quindicennio appena trascorso che, secondo la vulgata dei molti o dei tanti, sarebbe trapassato e sepolto per sempre. Per sempre? E l’indelebile impronta antropologica dove la si mette? Non sto qui, e non ne ho voglia alcuna, a fare la parte del bastian contrario, ma esiste una vastissima letteratura autoctona o d’importazione che ha dipinto l’informe agglomerato umano che abita la penisola come un coacervo non scalfibile di interessi familistici, di casta, di gruppo, di parrocchie varie come non ce ne sono di eguali nell’intero mondo. Siamo proprio sicuri che, come d’incanto, quel coacervo si sia disciolto come neve al sole? Ho i miei legittimi dubbi. È certo però che il disgusto abbia raggiunto livelli davvero impensabili e che sia divenuto insopportabile. Ma è pur vero quanto affermato da un diffusissimo detto popolare che al peggio non c’è mai fine. Ed allora? C’è poi un gran parlare di cosa accadrà da qui alle prossime elezioni politiche del 2013, sempre che il governo del dottor Monti riesca a superare ‘a nuttata. Non sarà facile. Anche perché si è, per il governo intendo dire, senza ingenerare equivoci, come in quelle tragiche circostanze per le quali l’uomo, che hanno condannato a morte per impiccagione, attende che il boia dia il calcione allo sgabello per farlo penzolare affinché tiri le cuoia. E questa condizione tragica e surreale al contempo sarà la condizione propria di questo “strano” governo del dottor Monti. A meno che… il governo “strano” abbia effettivamente realizzato, secondo il pensiero dell’autorevole opinionista, il miracolo di trasformare le preferenze degli elettori e di spingerli persino a reinterpretare i loro propri interessi…per la qualcosa necessita che il tempo diventi galantuomo e ce ne dia conferma. Mi garba, a questo punto, proporre alla Vostra cortese attenzione uno stralcio ricavato da un intervento di Michela Marzano sul quotidiano la Repubblica che ha per titolo La missione dei professori dare senso alla politica, quel senso della politica che si era perso per strada da un bel po’ di tempo a questa parte, riducendo la funzione del popolo sempre sovrano, a detta dei populisti di tutti i tempi e di tutte le latitudini, come il soggetto unico depositario della competenza democratica d’imbucare, a tempo debito e per chiamata, una scheda che sia nell’urna. Poi, il tutto democratico è fatto.

(…). In democrazia, il popolo resta sovrano. (…). Ma forse è giunto il momento di ripensare il modo stesso di fare politica. Non certo per proporre un´anti-politica populista e demagogica. Non certo per togliere al popolo ciò che gli spetta di diritto. Ma per dare la possibilità ai cittadini di scegliere anche sulla base del sapere e delle competenze, e non più solo in base a logiche di spettacolo o di partito. Se la politica si è progressivamente impoverita e svuotata di senso, è anche perché, per troppo tempo, si è ridotta ad un insieme di discorsi vuoti, dove quello che contava non era più tanto quello che si diceva, ma come lo si diceva. Perché la forma ha troppo spesso preso il sopravvento sul contenuto. Come se bastasse essere presenti ovunque, ripetendo sempre le stesse formule e promettendo l´impossibile per acquisire magicamente credibilità e competenze. Ormai la gente non si accontenta più delle “parole in libertà” di cui si sono riempiti la bocca molti responsabili politici. Né di un frasario più o meno complesso che, in fondo, non vuol dire nulla. Oggi i cittadini vogliono concretezza. E il primo passo della concretezza consiste nell´essere capaci di nominare le cose in modo corretto, come direbbe Albert Camus che aveva capito perfettamente che, a forza di utilizzare male le parole, non si fa altro che introdurre nel mondo sofferenza e disordine. (…). Non si tratta oggi di opporre alla spettacolarizzazione della politica la burocratizzazione delle coscienze. Non si tratta di passare da un modello in cui bastava essere presenti sempre e comunque, ripetendo una, mille e cento volte le stesse battute o invettive a seconda delle circostanze per saturare lo spazio pubblico, ad un modello tecnocratico in cui tutto si riduca ad una semplice somma di competenze. (…). Ora, un professore è tutt´altro. Grazie al proprio percorso universitario, sa bene il valore del sapere e l´importanza di rimettersi talvolta in discussione. I contenuti della politica sono sempre dei “problemi” che si deve poter essere capaci di formulare e di risolvere senza cadere nella trappola delle procedure prefabbricate. Chi può saperlo meglio di un docente universitario, a patto che non dimentichi le regole proprie alla politica?

mercoledì 22 febbraio 2012

Cosecosì. 7 Lo spettro dell’emme-emme-ti.

Lo spettro dell’emme-emme-ti - Mmt - si aggira spaventevole per le disastrate contrade dell’intero globo terracqueo. Non è da considerare al pari del famosissimo spettro preannunciato in altri remoti tempi dall’uomo di Treviri. Al confronto è una cosacosì, una cosetta, tanto per dire e per fare colore. Ma sarà vero quanto appena asserito? Che l’Mmt è una cosacosì, tanto per dire, tanto per fare puro esercizio di alta dottrina e di speculazione spinta? Cosacosì, o così così? Comme ci comme ça, direbbero quegli imperdonabili snob dei cugini d’oltralpe, per significare quando le cose di questo mondo vanno proprio così così.? E cosa sarà mai questo emme-emme-ti, ridotto ad un acronimo che farebbe rizzare i capelli anche sulla testa dei calvi? Ce lo ha spiegato, come sempre brillantemente, Federico Rampini sul quotidiano la Repubblica con un lungo editoriale, che trascrivo di seguito in parte, che ha per titolo “E se la risposta alla crisi fosse stampare più soldi?”. Si succedono fulmini a ciel sereno. E tutto ciò di cui si è parlato da un bel pezzo a questa parte? È tutta carta straccia la teoria dominante dello spread, dei debiti sovrani, del default, del pil che deve essere così e non cosà, del deficit che più deficit non può essere perché, per come, per quanto… Bla, bla, bla. A questo punto arrivati trovo che avesse proprio ragione il sociologo tedesco Ulrich Beck  in quell’editoriale che ha per titolo Il rischio globale che minaccia il capitalismo, editoriale pubblicato sul quotidiano la Repubblica e riportato nel post di questo blog del 6 di febbraio – sotto l’etichetta Capitalismoedemocrazia - che ha per titolo “La dinamica sociale e politica dell´insipienza”, quando scrive: A dominare è oggi la non conoscenza, che si presenta in diverse sfumature: dall´«ancora non si sa» (quindi una condizione superabile grazie a un impegno scientifico più massiccio e qualitativamente migliore) all´ignoranza volutamente coltivata, passando per l´insipienza consapevole, fino all´«impossibilità di sapere». Al confronto anche l´ironia socratica – «so di non sapere nulla» - appare inoffensiva. Siamo costretti a muoverci e ad affermarci in un mondo ove non abbiamo idea di tutto ciò che ignoriamo; ed è proprio da qui che nascono pericoli dei quali non sappiamo neppure con certezza se esistano o meno! Chiosavo in quella occasione: C’è un aspetto non secondario della crisi in atto che rimane taciuto, sotterraneo, e che non trova la forza ed il giusto spazio nei media per emergere a livello di consapevolezza collettiva: è la padronanza che i guru, ovvero i maestri della economia e/o della politica, hanno o non hanno dei meccanismi della crisi stessa e di come fronteggiarla adeguatamente. Ecco perché davo quel titolo al mio post. Si parlava per l’appunto di “insipienza consapevole”, per dirla con le parole dell’illustre sociologo.

(…). …dall'America una nuova teoria s'impone all'attenzione. Si chiama Modern Monetary Theory, ha l'ambizione di essere la vera erede del pensiero di Keynes, adattato alle sfide del XXI secolo. Ha la certezza di poter trainare l'Occidente fuori da questa crisi. A patto che i governi si liberino di ideologie vetuste, inadeguate e distruttive. È una rivoluzione copernicana, il cui alfiere porta un cognome celebre: James K.Galbraith, docente di Public Policy all'università del Texas e consigliere "eretico" di Barack Obama. (…). Il nuovo Verbo che sconvolge i dogmi degli economisti, assegna un ruolo benefico al deficit e al debito pubblico. È un attacco frontale all'ortodossia vigente. Sfida l'ideologia imperante in Europa, che i "rivoluzionari" della Modern Monetary Theory (o Mmt) considerano alla stregua di un vero oscurantismo. Quel che accade in questi giorni a Roma e Atene, l'austerity imposta dalla Germania, per i teorici della Mmt non è soltanto sbagliata nei tempi (è pro-ciclica: perché taglia potere d'acquisto nel bel mezzo di una recessione), ma è concettualmente assurda. (…). Perché il deficit pubblico nel Trattato di Maastricht non doveva superare il 3% del Pil? Perché nel nuovo patto fiscale dell'eurozona lo stesso limite è stato ridotto a 0,5% del Pil? Chi ha stabilito che il debito pubblico totale diventa insostenibile sotto una soglia del 60% oppure (a seconda delle fonti) del 120% del Pil? Quali prove empiriche stanno dietro l'imposizione di questa cabala di cifre? Le risposte dei tecnocrati sono evasive, o confuse. La Teoria Monetaria Moderna fa a pezzi questa bardatura di vincoli calati dall'alto, la considera ciarpame ideologico. La sua affermazione più sconvolgente, ai fini pratici, è questa: non ci sono tetti razionali al deficit e al debito sostenibile da parte di uno Stato, perché le banche centrali hanno un potere illimitato di finanziare questi disavanzi stampando moneta. E non solo questo è possibile, ma soprattutto è necessario. La via della crescita, passa attraverso un rilancio di spese pubbliche in deficit, da finanziare usando la liquidità della banca centrale. Non certo alzando le tasse: non ora. Se è così, stiamo sbagliando tutto. (…). Galbraith Jr. è solo il più celebre dei cognomi, ma la Mmt è una vera scuola di pensiero, ricca di cervelli e di think tank. (…). Oltre a Galbraith Jr., tra gli esponenti più autorevoli di questa dottrina figura il "depositario" storico dell'eredità keynesiana, Lord Robert Skidelsky, grande economista inglese di origine russa nonché biografo di Keynes. Fra gli altri teorici della Mmt ci sono Randall Wray, Stephanie Kelton, l'australiano Bill Mitchell. (…). Ma la vera forza della nuova dottrina viene dai blog. The Daily Beast, New Deal 2.0, Naked Capitalism, Firedoglake, sono tra i blog che ospitano l'elaborazione del pensiero alternativo. Hanno conquistato milioni di lettori: è una conferma di quanto ci sia sete di terapie nuove, e quanto sia screditato il "pensiero unico". La Teoria Monetaria Moderna è ben più radicale del pensiero "keynesiano di sinistra" al quale siamo abituati. Perfino due economisti noti nel mondo intero come l'ala radicale che critica Obama da sinistra, cioè i premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, vengono scavalcati dalla Mmt. Stephanie Kelton, la più giovane nella squadra, ha battezzato una nuova metafora… ornitologica. Da una parte ci sono i "falchi" del deficit: come Angela Merkel, le tecnocrazie (Fmi, Ue), e tutti quegli economisti schierati a destra con il partito repubblicano negli Stati Uniti, decisi a ridurre ferocemente le spese. Per loro vale la falsa equivalenza tra il bilancio di uno Stato e quello di una famiglia, che non deve vivere al di sopra dei propri mezzi: un paragone che non regge, una vera assurdità dalle conseguenze tragiche secondo la Mmt. Poi ci sono le "colombe" del deficit, i keynesiani come Krugman e Stiglitz. Questi ultimi contestano l'austerity perché la giudicano intempestiva (i tagli provocano recessione, la recessione peggiora i debiti), però hanno un punto in comune con i "falchi": anche loro pensano che a lungo andare il debito crea inflazione, soprattutto se finanziato stampando moneta, e quindi andrà ridotto appena possibile. Il terzo protagonista sono i "gufi" del deficit. Negli Stati Uniti come nell'antica Grecia il gufo è sinonimo di saggezza. I "gufi", la nuova scuola della Mmt, ritengono che il pericolo dell'inflazione sia inesistente. Secondo Galbraith Jr. «l'inflazione è un pericolo vero solo quando ci si avvicina al pieno impiego, e una situazione del genere si verificò in modo generalizzato nella prima guerra mondiale». Di certo non oggi. Il deficit pubblico nello scenario odierno è soltanto benefico, a condizione che venga finanziato dalle banche centrali: comprando senza limiti i titoli di Stato emessi dai rispettivi governi. Ben più di quanto hanno iniziato a fare Ben Bernanke (Fed) e Mario Draghi (Bce), questa leva monetaria va usata in modo innovativo, spregiudicato: l'esatto contrario di quanto sta avvenendo in Europa.

lunedì 20 febbraio 2012

Lavitadeglialtri. 3 Voglio tutto.


Di Giampaolo Visetti ho già detto, anzi ne ho già scritto. Gli sono in debito di riconoscenza e gratitudine. Poiché con le Sue corrispondenze da quello che è stato chiamato l’impero celeste ci rende un po’ più partecipi della vitadeglialtri. Poiché nell’era della globalizzazione si ha necessità di alzare lo sguardo, oltre gli abituali orizzonti. Giampaolo Visetti ce lo consente. Abbiamo così modo di guardare oltre, di guardare, con i Suoi occhi attenti, l’altro, o gli altri, trattando egli, nelle Sue straordinarie corrispondenze, dei singoli, o dei piccoli gruppi umani, o dei gruppi umani più vasti, talora di popoli interi. Poiché mi è venuta a noia la vitanostra, quella del bel paese, con le sue stravaganze, le sue cattiverie, la sua disumanità a più strati conclamata. Per non dire della vita associata, della vita politica. Uno schianto. Uno schianto di cattiveria del potere, di purissima “strafottenza”, che è la sublimazione dell’arroganza sì, ma anche dell’insolenza, dell’impertinenza, dell’impudenza, della maleducazione, della prepotenza, della sfacciataggine, della sfrontatezza, che, pur essendo tutti suoi sinonimi, non ne compendiano compiutamente l’orribilità. La sua cattiveria, la sua violenza. Ha scritto nel Suo indimenticabile lavoro editoriale “Il cuore oscuro dell’Italia” il giornalista e scrittore inglese Tobias Jones, per lunghissimi anni corrispondente da quello che è stato il bel paese: “(...). In Italia la violenza civile è fortissima. (…). È una cosa anormale, mostruosa, grottesca. Gli italiani sguazzano nel fatto di essere bravi ragazzi, misurati e all’antica… Ma c’è una violenza endemica tra vicini che si cela come una sorte di febbre sottopelle. (…)”. Stanchi di tutto ciò, di questo modo d’essere visti, o d’essere e non solo d’apparire. Gli italiani “brava gente”! Perché mai? Quando mai? Oggigiorno è lavitadeglialtri, di quelli di quell’impero così lontano, non più celeste ma sempre impero, che ci interessa, che ci deve interessare. E non perché esso riempia di manufatti ed oggetti le nostre case, le nostre vite, con le paccottiglie e le cianfrusaglie con le quali inonda il mercato globale. È che esso, il nuovo impero del capitalismo, già celeste e poi rosso, è divenuto giocoforza un laboratorio a cielo aperto nel quale a milioni cercano una storia nuova, una storia diversa. Una vita nuova, una vita diversa. Come ai tempi del Dickens della nostra primitiva, selvaggia industrializzazione. Giampaolo Visetti è il novello Dickens. Ci fa scoprire il mondo nuovo che emerge, anzi che irrompe, ché poi tanto nuovo non lo è. È l’eterna storia di chi cerca di arricchirsi con gli altri o contro gli altri. Mai anche per gli altri. Come in questa Sua corrispondenza che ha per titolo “Voglio tutto”, dell’ottobre 2011, che è il vogliotutto di sempre, come lo si è visto in tutte le storie che si rispettino ai quattro cantoni di questo mal ridotto pianeta. Vogliotutto, e subito. È sempre la stessa storia.

(...). Yixi (…) a 21 anni è diventata famosa in pochi istanti. Si è fotografata con due borse di lusso e ha messo tutto in internet. Il popolo dei netizen è insorto. Una studentessa universitaria di Guiyang, pur figlia del vice governatore, non può permettersi accessori da 15mila euro. Il padre era prossimo alle dimissioni dal partito. Per salvarlo, Yixi ha spiegato che una borsa gliela ha regalata lo zio, l'altra il fidanzato. Valore 3mila euro. Le hanno risposto 8mila post. "E loro dove hanno preso i soldi?". La studentessa ha dovuto confessare: "È roba falsa, 16 euro". È stata sommersa da una risata web di massa. "Non sei nessuno - il coro - non bastano pochi yuan per diventare qualcuno". Yixi, accusata di falsificazione della vanità, ha tentato il suicidio. "Non volevo farmi invidiare - si è scusata - ma solo mostrare le mie borse, come qualsiasi ragazza della mia età". I cinesi non erano a conoscenza del nuovo obbligo di esibire le borse online. "Non siamo sprovveduti - ha risposto tale Chen Chi, 16 anni - Approfondiremo". Fatto. È emerso che le borse erano originali e il padre di Yixi è sotto inchiesta per corruzione. Scandalo, ma il modello-Yixi piace. (…).

I quattro playboy di Pechino sono il sogno degli adolescenti. Ricchi da malore, si chiamano tutti Wang, non lavorano e non hanno limiti. Sono figli dei più noti costruttori della capitale e hanno deciso che la notte spetta a loro. Hanno qualche comprensibile passione: fuoriserie, donne, alcol, pistole. Sono entrati nella mitologia contemporanea quando hanno deciso di fare una gara tra bolidi lungo Wangfujing, il tempio dello shopping. Problema: è zona pedonale, sempre gremita da migliaia di instancabili consumatori. Va bene: non è colpa dei playboy Wang se qualche nottambulo sprovveduto è rimasto tra le ruote, ma anche secondo la polizia hanno esagerato. Non si capiva se avesse vinto Wang Shuo, o Wang Ke, e non è un dettaglio. In palio c'era un'attrice: è partita qualche pallottola, un'auto ha preso fuoco e l'altra ne ha stesi una decina per fuggire in retromarcia. Per capire: tutto a due passi dalla mummia del Grande Timoniere. Non è successo niente. Ennesima insurrezione online, fino a scoprire che un Wang aveva la targa di un generale, l'altro di un viceministro. Accigliati analisti di Stato hanno smesso di telestabilire che la legge è uguale per tutti e il Giornale del Popolo ha chiuso il caso: "I quattro playboy di Pechino erano appena usciti da momenti difficili". Un sondaggio ha chiesto allora perché i ricchi cinesi sono tanto arroganti e si permettono di umiliare tutti gli altri. Risposta esatta: "Non sono arroganti, non umiliano nessuno e speronarsi su Wangfujing per andare a letto con Cheung Man, star di Hong Kong, è uno sballo". (…).

Possibile che questa pancia immutabile dell'Asia, ufficialmente fedele alla rivoluzione proletaria, sogni invece di esibire borse online, comprare lingotti d'oro al bancomat, svuotare cantine di champagne, strappazzare fotomodelle e stirare pedoni con la propria fuoriserie? Sì. La prova è il dramma di Li Hao. Trent'anni, funzionario di Luoyang, sposato, due figli, casa a centro metri dalla stazione di polizia. In due anni ha scavato di nascosto una cantina, poi è andato in un karaoke e ha rapito sei commesse tra i sedici e i vent'anni. Per altri due anni le ha usate come schiave, è chiaro perché. Ne ha pure uccise e sepolte due, alle altre ha trovato clienti sul marciapiede. Una infine gli è scappata e un mese dopo un giornalista è riuscito a dare la notizia. Epilogo. Il cronista è stato arrestato per violazione di segreto di Stato. La polizia ha chiesto scusa per aver turbato l'armonia collettiva, non censurando il fatto. Quattro agenti sono stati sospesi. E Li Hao? Vergogna, però spopola sulle t-shirt. Un esempio: voleva tutto e ci ha provato.

domenica 19 febbraio 2012

Dell’essere. 6 E un giovane disse: parlaci dell’amicizia.

E un giovane disse: parlaci dell’amicizia.
Ed egli rispose: l’amico è il vostro bisogno corrisposto. 
È il campo che seminate con amore e mietete rendendo grazie.
È la vostra mensa e il vostro focolare. Perché a lui giungete affamati e in cerca di pace.
Quando l’amico vi dice quel che pensa, non abbiate timore di dire il no, o il sì, che sono nella vostra mente.
E quand’è silenzioso, il vostro cuore non cessi di ascoltare il suo cuore; giacché nell’amicizia, senza parlare, tutti i pensieri e desideri e aspettative nascono e vengono condivisi con gioia non acclamata.
Quando lasciate l’amico, non rattristatevi; perché ciò che più amate in lui può sembrarvi più chiaro durante la sua assenza, come la montagna allo scalatore appare più nitida dal piano.
E fate che nell’amicizia non vi sia altro fine, se non l’approfondimento dello spirito. (…).

Così ha scritto Kahlil Gibran, con il Suo straordinario lirismo, nel volume “Il Profeta”. E dal Suo scrivere vibra una carica d’umanità che ha del prodigioso. Un giovane, affermato professionista, giorni addietro, mi diceva di una vicenda tipica di questo nostro tempo di capitalismo rampante. Di come, in un controversia di lavoro di una terza persona da lui conosciuta con altri soggetti, fossero saltati tutti quei simboli e quei precetti che hanno da tempo immemore contrassegnato il sentimento dell’amicizia. Alla mia ingenua osservazione che di fronte all’amicizia si sarebbero dovute accantonare le asprezze insorte in quella controversia il giovane non ha saputo opporre altro che uno stentoreo “è così quando di mezzo c’è il denaro”. Non ho saputo opporre alla sua nessun’altra considerazione. Mi soccorre, in questa occasione, una recentissima lettura, la riflessione di Giacomo Papi “I portinai” pubblicata sull’ultimo numero del settimanale “D” del quotidiano la Repubblica, che di seguito trascrivo in parte. Scrive Giacomo Papi:

Un vicino di casa mi ha chiesto l'amicizia su Facebook. E io ho accettato. Per vent'anni l'ho guardato dalla finestra senza mai sentire il bisogno di conoscerlo. Esce di casa alle 8 ogni mattina e dopo mezz'ora rientra. Fa un lavoro tranquillo, a strati, tipo il traduttore. D'estate ascolta musica sinfonica in filodiffusione e gli piacciono le piante: la sua porzione di ringhiera assomiglia al giardino dell'Eden. Non ho mai visto nessuno andare a trovarlo. (…). Da una settimana osservo il mio vicino di casa su Facebook. Ora so che si chiama Giovanni. Ha postato un documentario di Werner Herzog del '74 intitolato La grande estasi dell'intagliatore Steiner. Racconta di un falegname svizzero, campione olimpionico di volo con gli sci. È un capolavoro. Ogni tanto mi alzo e mi affaccio per accertarmi che la vita online di Giovanni non lo abbia cancellato dal mondo. Ieri, l'ho incrociato per strada, e per la prima volta gli ho detto buongiorno. Ha risposto. Possiede una voce.

Ecco, anche il giovane, affermato professionista, lo so per certo, è un frequentatore di Facebook. Avrà oramai raggiunto un ragguardevole numero di contatti che lui definisce amici. Avrà chiesto l’amicizia di sconosciuti che navigano in rete. Così, per fare. Cosa farebbe per uno di quegli amici virtuali? Avrà mai l’occasione di scambiare con essi un buongiorno? D’ascoltarne la voce? Di dialogare con essi guardandoli nel profondo degli occhi? Com’è possibile definire amico il contatto freddo che la rete offre? Mi riesce difficile capire. Ma l’amicizia è oggigiorno miseramente ridotta a quel rapporto non diretto, mediato esclusivamente dallo strumento tecnologico, che consente, al riparo di esso, di dirsi amici dell’universo mondo senza doverne pagare il prezzo umano talvolta alto fatto di richieste che il più delle volte hanno, come presupposto proprio dell’amicizia, la rinuncia a qualcosa in nome ed in forza di quel sentimento unico, spesso escludente e desideroso di un riconoscimento forte tra i tanti? Ben misera cosa è l’amicizia al tempo di internet.

venerdì 17 febbraio 2012

Lavitadeglialtri. 2 Quanto vale la vita di Yue Yue?


Mi accorgo che Lavitadeglialtri sembra quasi essere scomparsa dall’orizzonte di questo blog. Eppure essa, la vita degli altri, intendo dire, è una sorgente inesauribile, senza fine, di vissuti che, a raccontarli, sembra impossibile che si siano verificati. Devo molto, in questo senso, al giornalista de’ la Repubblica Giampaolo Visetti che, da quando è divenuto il corrispondente dall’impero celeste, ci fornisce, con le Sue sempre profonde ed argute corrispondenze, spaccati inediti da quel mondo lontano che si affaccia prepotentemente alla ribalta della Storia economica del secolo ventunesimo come potenza non ancora egemone ma che marcherà, e pesantemente, tutto il divenire della politica dell’intero globo terracqueo. Riprendo, frugando tra i miei ritagli, il foglio del settimanale D del quotidiano la Repubblica che riporta la Sua corrispondenza Ci salverà Yue Yue? per trascriverla di seguito in parte. Scrive Visetti ad un certo punto della Sua corrispondenza: Per la prima volta il paese riflette sul lato oscuro della sua nuova identità. La domanda più formulata è questa: - Come abbiamo potuto ridurci in queste condizioni? -. Sarà una identità nuova quella che i cinesi del secolo ventunesimo si apprestano a scoprire. La tristissima storia di Yue Yue sarà, come sempre accade per una storia nuova, un inedito nella vita di un popolo, come dei singoli. Da questa parte del globo terracqueo sono le storie, come quella di Yue Yue, che hanno marcato, e da un pezzo oramai, la coscienza collettiva e dei singoli, irrobustendola di una non scalfibile corazza di indifferenza e di abitudine alle cose distorte di questo mondo. Quella stessa domanda - Come abbiamo potuto ridurci in queste condizioni? –, che ora i discendenti dell’impero celeste iniziano a porsi, non ha avuto, invero, una risposta consapevole e responsabile dalle moltitudini che abitano questa altra parte del globo terracqueo poiché tanti, anzi tantissimi, sono stati negli anni gli affanni e le preoccupazioni che hanno assillato le loro menti e che hanno fatto prigioniere le loro coscienze, impegnate com’erano, menti e coscienze, a perseguire quell’illusorio progresso materiale che in pari tempo ha svuotato di tanta parte di umanità le loro stesse vite. Riporta il professor Umberto Galimberti, all’inizio del Suo “Europa, nel nome il suo destino?”, una riflessione di Martin Heidegger: “Ciò che è veramente inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero che non sia solo calcolante, un confronto adeguato con ciò che sta emergendo nella nostra epoca”. E l’epoca del grande filosofo tedesco è quella segnata dalla data di nascita sua a Meßkirch, il 26 di settembre dell’anno 1889, a quella della sua dipartita avvenuta in Friburgo il 26 di maggio dell’anno 1976. Un tempo invero lontano assai dagli sconvolgimenti  e dagli affanni degli esseri umani di questo primo decennio del secolo ventunesimo. Per concludere quella Sua interessante analisi scrive il professor Galimberti: “(…). Può essere che il ciclo dell’Occidente, la cui potenza ha dominato il mondo per secoli, sia prossima alla sua fine. E magari proprio a causa di quel valore, il denaro, che l’Occidente ha eretto a generatore simbolico di tutti i valori, facendo dipendere la vita di tutti noi da quell’unico indicatore, che è giunto persino a rendere insignificante qualsiasi forma di pensiero che non si risolva, come ci ricorda Heidegger, al puro calcolo, al semplice far di conto. Se questo è vero, forse la via d’uscita non è rincorrere i numeri del mercato che quotidianamente riempiono le pagine dei nostri giornali e gli schermi della televisione, ma resuscitare tutti i valori soppressi da quell’unico valore che è il denaro. Ma come possiamo farlo se il nostro pensiero è ormai ridotto a pensare calcolante, e più non conosce altre forme di pensiero e tantomeno sentimento?”. Questo per l’Occidente secondo il pensiero profondo del professor Galimberti. È molto presto, ancor’oggi, che pervengano e diventino diffuse queste maturazioni del pensiero in quello che fu definito l’impero celeste, poiché la Storia degli umani, di tutti gli umani, deve percorrere necessariamente, implacabilmente e lentamente - a meno che non subentrino sobbalzi della Storia improvvisi e violenti un tempo detti rivoluzioni - tutta la sua parabola, e salire e ridiscendere, scartare e svoltare nel suo percorso, per come la Storia stessa impone. Non esistono scorciatoie. Ed il popolo di quello che fu l’impero celeste deve conoscere tutte le fasi della Storia umana, prima da produttore per gli altri di manufatti senza regole e controlli, per come sono stati nella loro storia anche i mercati del consumo divenuti maturi solo in seguito, a consumatore ora delle proprie merci per come l’ansia e la ricerca del benessere – ma di quale benessere? – impone ad essi come lo impone a tutti gli altri gruppi di esseri umani.

Yue Yue ha due anni. Passa il tempo nel mercato di Foshan, nel Guangdong. I genitori gestiscono una piccola lavanderia. Di notte i materassi prendono il posto dei panni e delle assi da stiro. Tutti i vicini tengono d'occhio Wang Yue, detta Yue Yue, mentre la madre serve i clienti. Una mattina non accade e la bambina va alla scoperta del mondo. Vaga per un po' lungo la strada. Poi, attratta da un banco di frutta, attraversa. L'impatto contro un furgone è tremendo. Yue Yue, morbida come una matassa di lana, rimane schiacciata sotto le ruote. L'autista, per liberarsi la via, non esita a passarle sopra due volte. Infine prosegue, come se avesse schiacciato una scatola. Trascorrono alcuni minuti, poco meno di dieci. Davanti alle telecamere a circuito chiuso del mercato, che registrano la scena, transitano una ventina di passanti. Guardano il fagotto isolato in una pozza di sangue, accennano a fermarsi. Ognuno tira diritto per la propria strada. I lamenti della bambina si fanno già più flebili quando sopraggiunge un pulmino. Non fa in tempo a deviare, o a frenare, e schiaccia Yue Yue un'altra volta. Immagini impressionanti: una piccola folla, radunata sul marciapiede, assiste alla tragedia. La bambina viene trascinata per alcuni metri sotto il minivan, impigliata all'asse con una gamba. Si stacca, il veicolo sterza, accelera e se ne va, come se si fosse liberato del cadavere di un cane. Yue Yue giace immobile. Nessuno alza un dito e gli spettatori si disperdono. Trascorre un quarto d'ora, diciotto persone sfiorano la bambina senza fermarsi. Si avvicina una vecchia. Era poco lontana, intenta a frugare tra i sacchi dei rifiuti per trovare qualcosa da mangiare. La vagabonda si china, raccoglie il corpo martoriato di Yue Yue e l'abbraccia, senza badare al sangue che le macchia gli stracci. Avverte il suo respiro, chiama aiuto e aspetta i genitori, che accorrono in lacrime. (…). Mentre scrivo (la corrispondenza è del 5 di novembre 2011 n.d.r.), Yue Yue è in coma, irreversibile secondo i medici di Guangzhou. Quando la sua storia verrà letta potrebbe essere già morta, o ridotta allo stato vegetativo. Cinque milioni di internauti hanno guardato online le immagini della tragedia. I due autisti sono stati arrestati. I medici hanno affermato che se la bambina fosse stata soccorsa subito, sarebbe salva. Per la prima volta il paese riflette sul lato oscuro della sua nuova identità. La domanda più formulata è questa: - Come abbiamo potuto ridurci in queste condizioni? -. (…).


martedì 14 febbraio 2012

Capitalismoedemocrazia. 12 Il compromesso mancato.


Stabilisce la Costituzione della Repubblica Italiana all’articolo 41 - Parte I, dei Diritti e doveri dei cittadini, Titolo III dei Rapporti economici -: L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Fu saggia preveggenza dei Costituenti se la formulazione di quell’articolo 41 mantenne la sua stesura quale ancor oggi è possibile leggere? E se non saggia preveggenza, fu solamente un colpo di fortuna che sia passata quella stesura? Sarebbe interessante conoscere come sia andato avanti lo scontro o l’incontro tra le varie anime costituenti. Nel turbinio della vita sociale degli aggregati umani, al pari del turbinio della vita dei singoli, lo scontro sarà stato asperrimo, poiché opposti, se non contrastanti, saranno stati, e lo sono tuttora, gli interessi in campo. Ma quella formulazione dell’articolo 41 ha risentito del clima postbellico che il paese si preparava ad affrontare ma soprattutto la sua formulazione respirava di quel clima di vasta mobilitazione e concordia ritrovata che la lotta partigiana aveva entusiasticamente suscitato nel Paese. Superata la disfatta bellica, che fu anche materiale, etica e morale, realizzato quello che è passato per il miracolo economico del bel paese, allentato il clima di mobilitazione sociale attorno ad obiettivi di riscatto, sono ridiscesi in campo gli egoismi di sempre, gli egoismi di classe che, sopiti un tempo, hanno ritrovato vigore nel corso dei decenni del secolo ventesimo per radicarsi in quello che oggigiorno viene universalmente definito capitalismo finanziario, che di quell’articolo cerca di liberarsene ove con esso si riconfermano come irrinunciabili e si richiamano quei principi della sicurezza, della libertà, della dignità umana, che non si confanno al capitalismo più selvaggio attualmente conosciuto. Scrive Nadia Urbinati nella Sua analisi che ha per titolo “Il declino dei partiti e il potere economico” pubblicata di recente sul quotidiano la Repubblica che di seguito trascrivo in parte: La combinazione tra democrazia e capitalismo è interrotta, il compromesso sospeso e le classi sono tornate a prendere nelle loro mani le decisioni, in particolare quella che ha il potere economico. Ecco materializzarsi la fine del compromesso tra capitalismo e democrazia; ecco il virulento attacco a due degli istituti che, nel bel paese, avevano dato spessore e sostanza a quel compromesso, l’articolo 41 della Costituzione e l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Quali spazi, per azioni ancor più devastanti, cercheranno di conquistare le classi egemoni una volta che l’iniziativa economica, tutelata nella sua libertà d’impresa dalla Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza, si sarà liberata di quell’aspetto irrinunciabile, sancito proprio nell’articolo 41, affinché essa sia indirizzata e coordinata a fini sociali, ché soltanto il controllo politicamente determinato ed universalmente riconosciuto può esercitare in nome ed in forza della legge uguale per tutti?

La combinazione di capitalismo e democrazia costituisce un compromesso tra proprietà dei mezzi privati di produzione e suffragio universale, per cui chi possiede i primi accetta istituzioni politiche nelle quali le decisioni sono l´aggregato di voti che hanno uguale peso. (…). L´esito del compromesso tra democrazia e capitalismo fu che i poveri diventarono davvero i rappresentanti dell´interesse generale della società – la loro emancipazione bloccò le politiche restauratrici della classe che possedeva il potere economico. L´allargamento dei consumi privati aveva messo in moto il più importante investimento, quello sulla cittadinanza. La politica del doppio binario “piena occupazione e eguaglianza politica” fu la costituzione materiale delle costituzioni democratiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. L´esito fu che l´allocazione delle risorse economiche – dal lavoro ai beni sociali e primari ai servizi – fu dominata dalle relazioni delle forze politiche. I partiti politici si incaricarono di gestire la politica, di essere rappresentanti delle forze sociali, le quali rinunciavano a fare da sole. Quel tempo è finito. La combinazione tra democrazia e capitalismo è interrotta, il compromesso sospeso e le classi sono tornate a prendere nelle loro mani le decisioni, in particolare quella che ha il potere economico. Il declino dei partiti non ha solo fattori politici alla sua origine. La fase nella quale lo Stato si curava dell´emancipazione delle classi oppresse è chiusa. Ora è l´altra classe a gestire le relazioni pubbliche. Non c´è bisogno di scomodare Marx per registrare questi mutamenti. La diagnosi è alla portata del pubblico. L´ideologia keynesiana poteva funzionare fino a quando l´accumulazione del capitale andava negli investimenti e nell´allargamento del consumo. Negli Anni 80 una nuova filosofia ha cominciato a prendere piede: politica di diminuzione delle tasse per consentire una nuova redistribuzione ma questa volta a favore dei profitti, con la giustificazione per gli elettori che ciò serviva a stimolare gli investimenti. Ma la riduzione delle tasse non ha liberato risorse per gli investimenti produttivi ma per quelli finanziari. Il tipo degli investimenti è quindi cambiato con il capitalismo della rendita finanziaria. Quale compromesso la democrazia potrà siglare con questo capitalismo? A partire dagli Anni 80 l´accumulazione si è liberata dai lacci imposti dalla democrazia; l´accumulazione si è liberata dai vincoli dell´investimento imposti dalla filosofia della piena occupazione. La nuova destra ha preso corpo, quella che ha promosso piani di detassazione dei profitti, di abolizione dei controlli sull´impatto ambientale e sulle condizioni di lavoro (l´aumento degli incidenti sul lavoro non è accidentale), l´indebolimento dei sindacati e il loro riorientamento dalla contrattazione nazionale a quella aziendale. Questa fase, che è quella sulle cui conseguenze l´Europa si sta dibattendo in questi mesi, impersona a tutto tondo una nuova società, una mutazione della democrazia. Verso quale direzione? Nel passato keynesiano, la rottura del compromesso per imporre la fine di politiche sociali si era servita di strategie anche violente: il colpo di Stato in Cile nel 1973 impose una svolta liberista radicale e immediata. È difficile pensare a qualcosa di simile oggi, nel nostro continente, benché la storia insegna a mai dire mai. Un altro cambiamento, forse meno indolore benché non assolutamente senza sofferenza, è quello che si sta profilando a chiare lettere in questi anni: la depoliticizzazione delle relazioni economiche. La democrazia che aveva siglato il compromesso col capitalismo aveva rivendicato la natura politica di tutte le relazioni sociali, e i diritti civili bastavano a limitare il potere decisionale delle maggioranze. In questo modo la politica democratica entrava in tutte le pieghe della società ogni qualvolta si trattava di difendere l´eguale libertà dei cittadini. Con la fine di quel compromesso, la politica arretra progressivamente, e soprattutto fa giganti passi indietro nel mondo del lavoro e delle relazioni industriali. Il lavoro deve tornare a essere un bene solo economico, fuori dai lacci del diritto e della politica. La battaglia sull´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori ha questo significato. Si ripete da più parti che questo articolo ha comunque poco impatto operando su aziende medio-grandi mentre l´Italia ha in maggioranza aziende medio-piccole o familiari. Allora perché? Perché, si dice, lo vogliono i mercati, gli investitori. È una decisione simbolica, un segnale. E perché i mercati hanno bisogno di questo tipo di segnale? La risposta si ricava da quanto detto fin qui: la regia della nuova democrazia non deve più essere la legge, il legislatore, lo Stato, ma il mercato. Perché una parte importante della sfera sociale deve tornare a essere privata, e quindi cacciare l´interferenza della politica. Il limite della “giusta causa” che l´articolo 18 impone, è un limite che segnala la priorità del pubblico sul privato: il datore di lavoro deve rendere conto della ragione della sua decisione di licenziare. Quell´articolo rispecchia quindi la filosofia del compromesso di democrazia e capitalismo, perché stabilisce la libertà dal dominio per tutti, dal non essere soggetti alla decisione altrui, senz´altra ragione che la volontà arbitraria di chi decide. Questo articolo è la conseguenza naturale dell´articolo 41 della Costituzione poiché impone una responsabilità di cittadinanza alla sfera degli interessi economici. Valutando questa fase di restaurazione delle relazioni politiche tra le classi dovremmo farci questa domanda: che tipo di società sarà una società nella quale l´accumulazione è libera da ogni vincolo politico, da ogni limite di distribuzione, da ogni considerazione di impiego che non sia il profitto, da ogni responsabilità verso l´ambiente, la salute di chi lavora e di chi consuma? Siamo certi di voler vivere in una società di questo tipo?

lunedì 13 febbraio 2012

Storiedallitalia. 4 1992-2012: Tangentopoli vent’anni dopo.


(…). Berlusconi è stato il principale beneficiario politico di Mani pulite, non ne fu certo una vittima sacrificale come poi amerà dipingersi. E così il Cavaliere, che aveva gioito per l’avvio di una caccia grossa alla partitocrazia, si trasformò all’occorrenza in un insperato protettore del vecchio ceto per prenderne in dote voti e personale politico. Con sullo sfondo trenini che passavano lenti nei pressi del tribunale, i Tg del biscione diramavano degli entusiastici bollettini di guerra sul numero quotidiano dei caduti nelle spettacolari retate delle procure. La custodia cautelare fu trasformata in uno sbrigativo strumento di resa e sfruttata come l’occasione di una pubblica espiazione del politico caduto in rovina. I media parteciparono al gioco punitivo con lunghe riprese dei processi che mostravano alcuni vecchi politici acciuffati in manette rispondere alle requisitorie con la bava alla bocca. Con i suoi media Berlusconi prese parte alle danze e appoggiò il superamento per via giudiziaria di un granitico sistema di potere che pure l’aveva molto agevolato negli affari. Il suo settimanale faceva il tifo sfegatato per i pubblici ministeri e in copertina comparve il faccione dell’accanito inquirente molisano con il titolo sparato con grande evidenza «Di Pietro facci sognare». Anche la Lega fiancheggiava i giudici in azione salvifica contro la casta, gli odiati portaborse e in aula agitava minacciosa il cappio per cominciare da subito a fare piazza pulita. Ospite fisso e chiassoso delle calde trasmissioni della video politica che proprio allora furono inventate da Rai tre, la Lega sfondava nel paese anche grazie al verbo nuovista dei conduttori più politicizzati che divennero, loro malgrado, gli arnesi della destra populista trionfante. Il Msi fu anch’esso la ruota di scorta di mani pulite. A Roma le truppe di Gasparri e Storace assediarono Montecitorio e con le pietre infransero la vetrina della camera, che fu circondata e, al grido di «arrendetevi», fu intimata la resa ai deputati raggiunti dagli avvisi di garanzia. Senza più gruppi parlamentari stabili, privo di guide politiche autorevoli e in un clima divenuto molto pesante nell’affondo contro la nomenclatura, le Camere degli inquisiti operarono recuperando, proprio sull’orlo del precipizio, un senso di responsabilità per certi versi sorprendente. (…). A chi giovò Mani pulite? Alla lotta contro la corruzione non servì molto, vista la perdurante collocazione dell’Italia nei bassifondi delle classifiche internazionali sui livelli di etica pubblica. La lotta alla corruzione non può essere appaltata solo alla magistratura. Chiama in causa nodi più profondi (il senso delle istituzioni, la cultura civica, la lealtà dei poteri economico-finanziari, l’ossatura dell’amministrazione, la vitalità dei partiti) e con il tramonto dei soggetti politici è assai difficile che nella società civile prenda quota una spontanea reviviscenza etico- politica della nazione. Dopo i partiti, presi di petto come una oscura casta da aggredire, lo Stato venne dato in appalto ad aziende, cricche, combriccole, comitati d’affari. Vent’anni dopo, il clima è sempre lo stesso: per i media e i poteri forti ringalluzziti, la classe politica è solo una parassitaria nomenclatura da abbattere. In definitiva: Mani pulite fu l’inizio della rigenerazione o l’incubazione della lunga catastrofe? Un’unica certezza affiora negli anni: l’antipolitica non può mai avere uno sbocco di sinistra. L’antipolitica è oggi diventata l’ideologia di un sistema che, retto da immani poteri oligarchici, se non ritrova grandi partiti, è condannato al marciume.

Avete appena letto uno stralcio tratto da Tangentopoli vent’anni dopo. Ascesa e declino della Seconda Repubblica di Michele Prospero, pubblicato sul quotidiano l’Unità. Siamo a pochi giorni dal 17 di febbraio dell’anno 1992, due anni prima della “discesa in campo”. In quella data veniva arrestato Mario Chiesa, il “mariolo” di turno, a detta del latitante di Hammamet. Aveva le mani nel sacco, anzi nel cesso, ma non in senso metaforico, nel senso reale  del termine; tentava di mandare via, con l’acqua dello sciacquone, la mazzetta richiesta e concordata con l’imprenditore Luca Magni. Gli finì male. Ma finì male anche al bel paese, che si beccò la “discesa in campo” e poi l’imporsi e l’imperversare del personale politico, col suo codazzo di famigli e reggi-borse, più sfrontato, più svergognato e più famelico che a memoria d’uomo si possa ricordare. È da ricordare come una triste data quel 17 di febbraio? Penso proprio di sì: nulla è cambiato, anzi tutto è andato per il verso peggiore. Ce ne dà contezza una interessante intervista concessa a Rinaldo Gianola, sempre del quotidiano l’Unità, da Gerardo D’Ambrosio che fu uno dei protagonisti di quegli avvenimenti. La trascrivo di seguito in parte:

(…). Perché Mani Pulite a un certo punto smarrì la sua forza propulsiva? «Questo, forse, è il capolavoro di Silvio Berlusconi. Se la ricorda Retequattro? Trasmetteva in diretta da palazzo di Giustizia, con Paolo Brosio che elencava gli arresti tra gli applausi dei passanti. Forza Italia vince le elezioni del 1994 sull'onda dell’antipolitica, contro i partiti che rubano. La mistificazione mediatica e politica fu enorme perché il creatore, il leader di Forza Italia era indagato e imputato. E quando Berlusconi arriva al governo le sue misure sono coerenti con le sue responsabilità e mirano a frenare l’azione della magistratura. (…). …c’è il tentativo di cambiare il codice di procedura penale annullando le confessioni rese al pm o alla polizia, poi la ex Cirielli con il taglio dei termini della prescrizione. E siamo alla legge ad personam per eccellenza, quella per alleggerire il falso in bilancio. È una legge propedeutica alla corruzione, favorisce la creazione di fondi neri».

(…). Qual è oggi la priorità del Paese? «La legalità. Dobbiamo essere crudeli con noi stessi: il Paese ha rifiutato la legalità. Anche oggi chi pratica la corruzione, chi evade le tasse non è considerato come un ladro che danneggia l’intera collettività. Eppure la corruzione vale 60 miliardi di euro e secondo la Banca d’Italia pregiudica la possibilità di investire, di creare sviluppo, occupazione. È una battaglia politica e culturale, bisogna ripartire dal basso, dalla scuola, insegnare e difendere il valore della legalità».

La cronaca offre i casi di parlamentari che abusano ancora di denaro pubblico o che guadagnano milioni su mediazioni immobiliari. Che impressione ricava da questi fatti? «Un’impressione terribile. Il politico che ruba soldi pubblici va subito emarginato, denunciato. Senza esitazione, senza timidezze».

Com’è la sua esperienza di parlamentare? «Non sono molto a mio agio. Conduco le mie battaglie, faccio proposte, ma c’è un grosso problema, inutile nasconderlo. Il sistema maggioritario, questa legge elettorale limitano la democrazia. Il deputato sa che sarà rieletto solo se si comporterà bene con i suoi dirigenti».


sabato 11 febbraio 2012

Storiedallitalia. 3 Il lavoro del futuro sarà poco e povero.

 Siamo in trappola. Sappiamo che dobbiamo aumentare la produttività per tornare a crescere, ma aumentare la produttività vuol dire produrre di più con un minor numero di persone. E sappiamo anche che liberalizzare i mercati aumenta le potenzialità dell’economia e lo sviluppo globale, ma più si aprono i mercati più aumentano le disuguaglianze. E noi giustamente vogliamo insieme produttività e occupazione, mercati liberi e società inclusive. Il problema è che non abbiamo la ricetta. La disoccupazione è ai suoi massimi storici, con oltre 205 milioni di persone senza lavoro nel mondo, 75 milioni dei quali sono giovani. E anche le disuguaglianze hanno raggiunto un livello record, con il 10 per cento più ricco che ha redditi nove volte superiori al 10 per cento più povero. Di questo dramma i paesi industrializzati sono il cuore: il 55 per cento dell’aumento della disoccupazione globale tra il 2007 e il 2010 è avvenuto nella parte "ricca" del pianeta. Mentre per quanto riguarda la disuguaglianza, quel rapporto medio di 9 a 1 tra i redditi dei più ricchi e quelli dei più poveri sale a 10 a 1 per l’Italia fino a raggiungere 14 a 1 negli Stati Uniti. C’è di mezzo la crisi, ovviamente, ma secondo molti studiosi la crisi ha solo fatto esplodere una situazione che era già nelle cose. La sostanza è tanto semplice quanto inquietante: i paesi industrializzati non riescono a creare tanto lavoro quanto sarebbe necessario per dare a tutti i cittadini una prospettiva di vita attiva e dignitosa. La sfida centrale oggi è proprio questa: creare posti di lavoro. Da un punto di vista generale il primo motore è la domanda, se le famiglie non hanno soldi da spendere non potranno acquistare beni e servizi, e le imprese non investiranno né assumeranno. Quindi la prima cosa da fare è rimettere in moto la domanda, operazione già in sé difficilissima in tempi di austerità. Ma purtroppo, anche riuscendoci, la domanda non basterebbe. Secondo gli ultimi studi dell’Ocse e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil), anche una crescita più sostenuta non creerebbe i posti di lavoro necessari. Usando le parole dell’ex segretario al Tesoro americano Larry Summers: «E’ più facile creare ricchezza che creare lavoro». La ragione è storica, la globalizzazione fa nascere lavoro nei paesi emergenti ma, almeno in parte, contribuisce a cancellarli nei paesi industrializzati. La tecnologia fa il resto, perché consente alle macchine di sostituire il lavoro umano in molti settori. Per dirla ancora con le parole di Summers, «siamo diventati così bravi a produrre una serie di cose, che riusciamo a produrne tantissime con pochissime persone». Creare lavoro però è un imperativo, e da qualche parte bisogna cominciare. (…). L’Italia, (…) è un caso a sé: nell’educazione abbiamo perso 65 mila posti, nella sanità ne abbiamo solo 8 mila in più, nelle professioni il dato è addirittura negativo per 27 mila unità. Dove invece brilliamo, con ben 125 mila posti in più tra il 2008 e il 2010, sono i posti di coloro i cui datori di lavoro sono le famiglie: più 125 mila. Sono badanti, baby sitter e colf. Conseguenza dell’invecchiamento della popolazione, certamente, ma forse anche l’anticipazione di un trend che si allargherà anche ad altri paesi, se un economista come Christopher Pissarides, premio Nobel nel 2010 proprio per i suoi studi sull’economia del lavoro, sostiene che dalle sue ricerche recenti emerge che la domanda di lavoro riguarda ormai sempre più "unskilled workers", lavoratori non specializzati, per lo più per servizi alle persone. L’interpretazione di questi dati non è ovvia. La prima riflessione è che se l’attività manifatturiera non crea lavoro, anzi ne perde, ciò non vuol dire che non si debba comunque puntare su di essa, per avere merci da esportare e quindi equilibrare la bilancia commerciale, ma anche perché se c’è l’industria si sviluppano anche i servizi a valore aggiunto e le professioni, mentre se l’industria non c’è si sviluppano soltanto quelli "poveri" di redditi e di competenze, i servizi alle persone appunto. La seconda riguarda la sanità e l’educazione. Secondo Summers saranno i due settori che creeranno il maggior numero di posti di lavoro qualificati nei prossimi dieci anni. L’Italia, alle prese con i tagli di bilancio, è indietro su questa strada, ma forse è giunto il momento di cambiare ottica. Smetterla di considerare sanità ed educazione come costi e considerarli invece settori economici che aumentano la ricchezza della società, e che possono essere gestiti con efficienza indipendentemente dal fatto che per un patto sociale i costi sono sostenuti prevalentemente dalla collettività nel suo insieme. La terza riflessione riguarda i servizi a basso valore aggiunto. Secondo Pissarides cresceranno quelli alla persona e anche le attività nei settori del tempo libero, dalle caffetterie alle palestre e attività contigue. «Qui il problema dice Pissarides è rendere questi lavori più dignitosi e rispettabili». (…). Lavoro dignitoso significa un lavoro produttivo, nel quale vengano rispettati i diritti, che produce un reddito adeguato e che comporta meccanismi adeguati di protezione sociale». Questa categoria di nuovi lavori che promette di essere tra la più dinamiche non sempre risponde a queste caratteristiche. «Andare a lavorare in una fabbrica è una prospettiva rassicurante e viene percepita come dignitosa dice Pissarides andare a lavorare in una caffetteria o occuparsi degli anziani, anche a parità di reddito, il che non è quasi mai, non gode della stessa percezione. Perché non c’è una tradizione familiare in questo senso, non c’è il sindacato e non ci sono tutele. Poiché però molto nuovo lavoro verrà da lì, quello che si deve fare allora è renderlo dignitoso, nella sostanza con adeguate tutele, e nella percezione con una nuova cultura della contemporaneità». Che sia in fabbrica, in famiglia, nella cura della salute o in una caffetteria, la creazione di lavoro in numeri adeguati richiede oggi uno sforzo titanico. (…). Avete appena finito di leggere un estratto da “Il lavoro del futuro sarà poco e povero” di Marco Panara, pubblicato sull’ultimo numero del settimanale Affari&Finanza. Provo a scandalizzare gli improvvidi, sparuti visitatori di questo blog affermando che la “crisi è bella”, prendendo a prestito, per far ciò, ovvero per scandalizzare, e parafrasando, l’espressione tanto vituperata allora dell’immaturamente scomparso Tommaso Padoa Schioppa. Ai pochi attenti lettori di questo blog non sarà sfuggito come la crisi, dolorosa assai per milioni di esseri umani, sia in fondo vissuta, dal punto di vista di questo blog, come un’occasione imperdibile, straordinaria, da cogliere al volo, in una prospettiva di riconsiderazione, di ripensamento delle dinamiche dello sviluppo e della crescita delle società occidentali e di una revisione dei meccanismi perversi dei consumi compulsivi che mal si coniugano, oggigiorno, e sempre più nel futuro delle società umane, con quell’equilibrio energetico ed ambientale globale al quale tutti, indistintamente, dovremmo essere sensibili. Orbene, la crisi è da salutare, almeno nel bel paese, come la salutare - mi si lasci passare e mi si perdoni il pasticcio dei termini - occasione che ci ha consentito, finalmente, di liberarci di un personale politico inefficiente, senza progetti e senza senso alcuno del bene della comunità. Mi spiego. Ci si è liberati di un primo ministro per il quale il vanto era di non aver letto un libro da almeno una ventina di anni, lui che avrebbe potuto disporre, non per far solo moneta sonante, della più grande industria editoriale del bel paese. Ci si è liberati di un sedicente ministro della economia e della allegra finanza un giorno sostenitore di confini daziari feroci ed insormontabili verso il pericolo giallo montante, un altro giorno sfegatato liberal delle arti e dei commerci, il giorno successivo colbertiano convinto, e poi ancora ferocemente proudhoniano, nell’ultima versione almeno, per il quale la cultura non consentirebbe di sfamare le genti. Ci si è liberati di personale che ha guardato al patrimonio artistico e culturale del bel paese, al suo sistema di stato sociale, quali strumenti ed occasioni per arricchimenti illeciti e posti per consulenze profumatissime in soldoni e quant’altro potesse arrecare vantaggi agli adepti serventi di turno. Questo è stato il bel paese nel quindicennio passato. E ciò che la politica politicante del bel paese non è stata all’altezza di fare, ovvero spazzare via quel certo tipo di personale politico, ci ha pensato la crisi a farlo, per la qualcosa mi viene quasi da inneggiare ad essa, trattenuto come sono dal doloroso pensiero di come essa stia pesando terribilmente sugli strati sociali meno abbienti. Ma questi aspetti della crisi vanno accolti come benedizioni insperate piovute dall’alto, accanto alle maledizioni ed agli inderogabili sacrifici per i quali tutti assieme siamo chiamati a dare un contributo. E l’attenta analisi di Marco Panara ce ne dà contezza piena. Nel rivolgimento dell’economia globale molte delle società dell’occidente dovranno ripiegare verso lavori e mansioni che un tempo sarebbero stati appannaggio di uomini e donne di diversa origine etnica. Come al tempo della prima industrializzazione del vecchio continente. Quel che bisognerebbe evitare è che si ripetesse l’ignominiosa storia della tratta delle braccia di lavoro, a qualsiasi etnia esse appartengano.