Tratto da “Possiamo
permetterci ancora il lusso della democrazia?” del sempre compianto
Oliviero Beha, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 29 di giugno dell’anno
2016:
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 29 giugno 2020
sabato 27 giugno 2020
Virusememorie. 30 «Oltre un certo limite, la crescita si traduce in privazione».
Sembra una provocazione questo
post al tempo della pandemia, una “provocazione” almeno per il titolo – “Benvenuta recessione” – della intervista
che il post riporta, intervista in verità datata che l'ambientalista George
Monbiot ha concesso alla giornalista Mara Accettura (nel 2008?), intervista
pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”.
venerdì 26 giugno 2020
Cosedaleggere. 51 «La domanda è dunque questa: quanti altri modelli esistono per stare al mondo?».
Ha
scritto il filosofo Leonardo Caffo in “Dopo
il Covid-19” – Nottetempo editrice -: «Usciremo dalle nostre case, certo, ma non
per rimetterci in un tram affollato e lavorare dodici ore al giorno, perché
quel mondo, fortunatamente, oggi o domani crollerà. Abbiamo pensato
ingenuamente di avere un immenso potere sulla natura, un potere che in realtà
era un rapido percorso verso l’autodistruzione. La domanda
è dunque questa: quanti altri modelli esistono per stare al mondo? (…). …il
futuro dell’Homo sapiens è più simile al suo passato più remoto che alle ideologie
con cui avevamo imbottito le nostre pseudo-certezze. Potrei sbagliarmi, magari
non sarà il Covid-19 ma il Covid-25 a darci questa “occasione”: ma il tempo per
ragionare e prepararci a ciò che si è detto è comunque poco. Iniziamo subito». Ha
scritto Furio Colombo in “Virus: non è
la fine, non è il principio” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di
maggio 2020: (…). Una prova del vuoto in cui siamo sospesi ce la danno coloro che
si sono dati il lodevole compito di rasserenarci. Scrivono testi su mondi che
saranno migliori, in cui noi saremo i fortunati protagonisti, dopo la prova superata.
Nella loro e nella nostra immaginazione manca il percorso. Come si arriva a
questo mondo nuovo e pulito dove saremo di muovo felici o, almeno, adatti alla
felicità? Se qualcuno lo sa non lo dice per non toglierci il gusto della
conquista. Ma è più probabile che tutti tacciano per essere sicuri di non
perdere il segnale di ripresa (ricominciare, ripartire, sono le parole) quando
verrà. Una cosa è certa, ed è nuova: soffriamo di una malattia che colpisce
indifferentemente le persone e le imprese, il pensiero e il lavoro, la poesia e
la falegnameria, l’immaginazione e la realtà. Per dirla tutta, sono due
malattie. Una rientra nei canoni delle terapie mediche (anche se non esiste una
cura). L’altra è una crisi economica che piove sul lavoro come “l’Agente
Orange” pioveva sulle foreste del Vietnam, lasciando soltanto rami secchi.
Ottimi economisti possono trovare la cura per il male aziendale, e la scienza
medica potrà giungere a trovare la risposta clinica. Ma perché intervengano i
medici bisogna fermare i manager. E perché i manager portino ai risultati
necessari bisogna sgomberare i medici e le loro prescrizioni dalla scena. O si
salvano tutti e non lavorano. O lavorano tutti e non si salvano. Se allarghiamo
la scena vediamo qualcosa di più, anche se non è detto che capiremo qualcosa di
più. Esempio. Da che esiste il potere, due classi distinte fronteggiano la
guerra: una parte comanda, una parte combatte. Anche questa volta accade così,
ma solo per la parte manageriale della malattia: restare in fabbrica, lavorare,
produrre, mantenere i livelli previsti e remunerativi, e per la salute speriamo
in bene.
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