Sopra. "Partigiane".
26 aprile. Mamma sta mettendo in ordine i miei nuovi vestiti di seconda mano. Dice che in questi giorni prega perché possa imparare, nella mia vita, lontano dalla casa e dagli amici, che cos'è il cuore e ciò che sente. Amen. Così sia. Benvenuta, oh vita! Vado a incontrare per la milionesima volta la realtà dell'esperienza e a foggiare nella fucina della mia anima la coscienza increata della mia razza. (Tratto da “Dedalus” – 1916 – di James Joyce).
Documento di “ricerca storica” - "Maria Ciofalo, la prima partigiana paracadutista della Resistenza italiana" a cura dell’https://www.patriaindipendente.it/ci-guidavano-le-stelle/maria-ciofalo-la-prima-partigiana-paracadutista-della-resistenza-italiana/ - rinvenuto ieri, 25 di aprile 2026, su di una pubblica panchina alla “Festa della Liberazione” in Capo D’Orlando: Ci vuole coraggio a lanciarsi con il paracadute, in tempo di guerra, dietro le linee nemiche. Ecco, proprio il coraggio non mancava a Maria Ciofalo, la prima partigiana paracadutista della Resistenza italiana. Era siciliana Maria Ciofalo: nata a S. Stefano di Camastra, in provincia di Messina, il 6 marzo del 1913, abitava in via Garibaldi 82, nella casa del padre Giovanni e della madre Giovanna Sortino. Il padre, seguendo la lunga e rinomata tradizione di S. Stefano, era un ceramista e possedeva inoltre un po’ di terra. La lungimiranza dei genitori porterà Maria a iscriversi alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Napoli. E qui Maria, già trentenne, si troverà al momento delle famose Quattro giornate partenopee: anche se iscritta al Guf – agli universitari la tessera del gruppo giovanile fascista era data d’ufficio – Maria parteciperà attivamente al glorioso movimento di cacciata dei tedeschi dalla città. Quel movimento, organizzato dagli antifascisti e condotto dal popolo, libera Napoli ben prima dell’arrivo degli Alleati anglo-americani. Il comando inglese, di stanza a Napoli, contatta diversi partigiani che si erano distinti durante le Quattro giornate per utilizzarli nei servizi segreti. A questo punto la vicenda di Maria Ciofalo si intreccia ed è molto simile a quella di Maddalena Cerasuolo, altra nota partigiana. A metà del mese di ottobre del ‘43 si presentarono a casa di questa due uomini in borghese, per invitarla a un incontro con un “pezzo grosso” della Special Force. Quando Maddalena – ma lo stesso sarà avvenuto per Maria Ciofalo – si trovò davanti al pezzo grosso, si intimorì alquanto. Quello disse: “Signorina, vuole continuare questa pericolosa avventura con lo stesso coraggio dei giorni scorsi?”. Maddalena non stette a pensare troppo, voleva fare ancora qualcosa. Il pensiero andava a quelli che erano morti. Rispose di getto: “Sì, sono pronta. Cosa devo fare?”. Quando toccò a Maria, la sua motivazione dell’adesione fu secca: “Antifascista”. Così fu reclutata dal maggiore Malcom Munthe, leader della missione in codice “Vigilant”. Maria dovette lasciare la sua casa napoletana in via Pietro Trinchera 5, per seguire i corsi di addestramento del SOE, l’inglese Special Operations Executive. Il suo indirizzo di contatto sarà via Tibullo 10, Roma, nello stesso palazzo del Rione Prati che fu abitato dal noto attore comico napoletano Totò. Per diventare agenti segreti britannici occorreva trasferirsi a Monopoli, in provincia di Bari, dov’era il Quartier generale della Special Force voluta da Churchill. Da quel momento Maria sarà anche “Fiammetta”, nome di battaglia e di copertura; più avanti a volte prenderà anche il nome di “Stella”. Il 30 dicembre del ’43, Maria Ciofalo alias Fiammetta è a Bastia, in Corsica; fa parte di un gruppo di quattro agenti del SOE, due uomini e due donne, sotto il controllo del capitano Dick Cooper. Gli agenti avrebbero dovuto essere infiltrati dietro le linee tedesche per via marittima. “Tutti brillavano per vivacità. Il loro irrefrenabile spirito aveva incluso ‘scherzi’ come lanciare granate a mano contro i tedeschi mentre venivano cacciati da Napoli”, scrisse Cooper. Questi però era preoccupato per le dinamiche del gruppo: tutt’e due gli uomini si innamorarono della stessa Fiammetta, e questo li portò a sollevare la testa per gelosia reciproca. Ma non fu questo il motivo del fallimento di ben cinque tentativi di sbarco e infiltrazione degli agenti, Fiammetta compresa, nelle coste liguri. Varie cause, dalle condizioni meteomarine al fortuito avvicinamento di motovedette tedesche, convinsero il SOE di lasciar perdere il progetto di quella missione. Maria Ciofalo alias Fiammetta e l’altra donna furono accompagnate a Napoli da Henri Boutigny. Ma la storia non finì lì: Ranieri, uno dei due uomini del gruppetto, abbandonò l’operazione corsa e i servizi segreti inglesi scoprirono che l’uomo si recava spesso a Brindisi, dove nel frattempo erano state trasferite le due donne della squadra. Infine, grazie alla sua accortezza femminile, Fiammetta passò le dovute informazioni: Ranieri era un fascista che non aveva assolutamente cambiato idea ed era pronto al tradimento. Le autorità inglesi presero i dovuti provvedimenti. Poi arrivò il 17 luglio 1944. Dopo mesi di addestramento, quello era il giorno deciso per il lancio di Maria Ciofalo, destinata a diventare la prima paracadutista partigiana in Italia. Da Brindisi Maria Ciofalo era stata trasferita a Monopoli, dove frequentò un lungo corso di istruzione per agenti segreti. Nella base di Monopoli, fra l’altro, conosce Angelo Caracciolo, alias Gospool alias Terzo, che frequentava anch’egli i corsi di istruzione: sarebbe divenuto suo marito. Giunto il periodo della partenza per la missione in Veneto, denominata “Biplane” nell’ambito dell’operazione “Whitehorse”, Fiammetta venne infiltrata senza un radio telegrafista, in quanto avrebbe usufruito di quelli già in loco visto che la sua missione avrebbe doluto durare solo due settimane. Quando fu paracadutata sopra Grantorto, in provincia di Padova, trovò ad attenderla una quindicina di partigiani. Andò a cadere purtroppo nel Ceresone, un corso d’acqua che attraversa Grantorto, e dopo averla udita imprecare contro l’aeroplano, mentre era ancora attaccata al paracadute, il partigiano Giacomo Prandina esclamava: “Con questa qui cominciamo proprio bene!”. Aveva torto. Il riconoscimento della sua azione in Veneto venne il 23 settembre, sempre del ’44, da parte di un ufficiale inglese che la interrogò a Siena, al momento del suo rientro nelle linee alleate: “è una donna intelligente, coraggiosa, piena di risorse e di grande spirito (…). Non essendole stata assegnata nessuna specifica missione, venne addestrata per mettersi al servizio del Comitato di Liberazione Nazionale di Vicenza, e si presume quindi che ella stessa si sia attribuita la posizione di ufficiale di collegamento che agiva per conto del comando alleato, con l’autorità di intervenire su tutte le questioni partigiane”. Negli oltre due mesi passati al di là delle linee nemiche, Maria Ciofalo alias Fiammetta aveva operato per l’unificazione di tutte le formazioni partigiane a prescindere dall’orientamento politico di ognuna. Il 24 luglio veniva accompagnata nei pressi di Bassano del Grappa, e incontrava il tenente “Mauro”, rappresentante del PCI, e con lui partecipava a una riunione nella quale erano presenti un certo Zini, comandante partigiano, e Gino Cerchio. In quell’occasione proponeva loro un piano di notevole impegno militare finalizzato a impedire la permanenza dei tedeschi nel settore pedemontano veneto, obbligandoli a una ritirata verso il Brennero, dove gli Alleati li avrebbero più facilmente costretti alla resa bombardando le strade in prossimità del confine austriaco. Il piano da lei proposto è quello denominato, nella letteratura resistenziale, come “Piano Vicenza”. La questione del Comando Unico Militare era da molto tempo uno degli obiettivi principali dello Stato Maggiore dell’Esercito, dei comandi alleati e degli stessi partigiani, e nel gennaio 1944, nelle Marche, erano stati portati a L’agente del SOE (Special Operations Executive) Vicenza, Maria Ciofalo “Fiammetta – Stella” termine alcuni tentativi per realizzarlo. Il CLNAI era da tempo orientato in questa direzione, ed aveva dato apposite indicazioni ai comandi militari regionali per costituirlo, mentre a Padova, nel luglio 1944, si era formata una struttura unitaria. La missione della Ciofalo si inseriva di fatto a pieno titolo in questa prospettiva, e seppur la scelta fu assunta con una iniziativa personale, essa si inquadrava in un programma che aveva ormai molti mesi di gestazione. La studentessa siciliana invitò quindi la Resistenza vicentina ad implementare un intervento unitario in previsione della ritirata tedesca e dell’insurrezione, erroneamente ipotizzata nel settembre 1944. Giunta al termine della missione, Maria Ciofalo alias Fiammetta, si recava a Vicenza e, in bicicletta, si avviava verso il Po, in provincia di Rovigo. Il passaggio del fronte tedesco, che nei documenti britannici viene descritto con ampiezza di particolari, fu molto rischioso: attraversato l’Adige raggiungeva Ficarolo, dove pernottava, ed il giorno successivo raggiungeva Ferrara. Dalla città estense perveniva a Cotignola dove il partigiano e suo amico Piero Contro aveva un parente, attraverso il quale venne messa in contatto con un certo don Stefano del CLN, fermandosi una settimana per riposarsi e trovare un passaporto per il superamento del fronte. Il 23 settembre, aggirando i campi minati della Linea Gotica, raggiungeva infine la postazione della Field Security Service a Bibiena e, poco dopo, a Siena, il comando del SOE. Radio Londra trasmette il messaggio speciale “Una fiamma si è accesa nel cielo”, che conferma alla Resistenza veneta il suo arrivo al di là della Linea Gotica. Il 30 settembre Fiammetta venne trasferita alla base del SOE di Roma e ricevette un premio di 4.000 lire da spendere in abiti e altre 6.000 lire quale ricompensa per la missione svolta positivamente in territorio nemico.


