“A Gaza la guerra ha cambiato nome”, testo di Ruwaida Amer –
insegnante – pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 31 di
luglio 2026: Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la
gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che
incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui
tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari.
Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 –
la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli
sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli
studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la
questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il
mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite.
Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le
spoglie di un cessate il fuoco. Spostarsi ancora. Prima di tutto c’è la “linea
gialla”, la zona sotto controllo di Israele: chiunque si avvicini viene ucciso,
bambini compresi. Chi viveva in quelle aree non può tornare a casa: è il caso
della mia famiglia. Abitavamo nella zona di Al-Fakhari, vicino all’Ospedale
europeo, ma la nostra casa è stata demolita e lì ora ci sono gli israeliani. La
mia famiglia è ancora sfollata a Ovest di Khan Younis, dove si trova in
condizioni difficili. Ma neanche lì è sicuro: i continui ordini di evacuazione
emessi dall’esercito israeliano costringono i miei fratelli, mio padre e tutti
gli altri a spostarsi ancora. E poi c’è la questione della linea gialla: i
soldati mettono blocchi di cemento di quel colore in aree vicine ai quartieri
residenziali che non rientravano nella zona loro assegnata con il cessate il
fuoco, espandendo in questo modo l’area che controllano. Salem Awad, 35 anni,
di Deir al-Balah, mi racconta: «Ci siamo svegliati al suono di persone che
gridavano a proposito di un cubo giallo che l’esercito israeliano aveva
posizionato: questa è un’area verde che non rientra nella zona da loro
controllata, ma parlare con gli israeliani è impossibile. Ora qui è giallo. E
io sono stata costretta a fuggire con i miei tre figli». Uno dopo l’altro. Dal
2008 abbiamo vissuto guerre una dopo l’altra e ci siamo abituati a pensare che
un cessate il fuoco significhi la fine dei bombardamenti e delle esplosioni. Ma
questa volta è diverso: da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, i
bombardamenti non si sono fermati. Quasi ogni giorno vengono presi di mira
luoghi diversi e nessuno sa dove si trovino le zone sicure: tende, auto,
appartamenti e assembramenti di civili sono nel mirino, al punto che il terrore
accompagna tutti. Anche chi, come me, ha lasciato Gaza. Seguire le notizie ogni
giorno, momento per momento, capire i luoghi colpiti dai bombardamenti e dai
vari attacchi, mi ha causato un grande stress mentale: cerco di tenere traccia
della mia famiglia durante tutta la giornata. Raccomando loro di non spostarsi
troppo, di mantenere un contatto costante per sapere dove si trova ciascuno, e
di non andare in zone lontane. Li chiamo decine di volte al giorno e mi
preoccupo quando non hanno connessione a Internet o copertura telefonica. Parlo
con mia sorella Sahar, che ha due figli, per sapere cosa fa durante il giorno e
dove si trovano mio padre e mio fratello. Si lamenta del rumore dei
bombardamenti e delle continue esplosioni: ha sempre molta paura per i bambini.
Emergenza topi. Durante la guerra, tutti i medici chiedevano un cessate il
fuoco e l’apertura dei valichi per consentire l’ingresso delle attrezzature
mediche e dei medicinali necessari a salvare la vita di migliaia di pazienti.
Quando è stato annunciato il cessate il fuoco tutti erano convinti che le
sofferenze sarebbero finite, che ci sarebbe stata la libertà di viaggiare per
curarsi, che le attrezzature mediche e i medicinali sarebbero entrati e che
sarebbe iniziata la ricostruzione degli ospedali distrutti. Nulla di tutto ciò
è avvenuto. Gaza da tre anni è inquinatissima: non ci sono fogne, non c’è nulla
che funzioni. Il risultato è la moltiplicazione di roditori e insetti nelle
tende e la mancanza di medicinali e insetticidi per controllarli. I topi
attaccano in particolare i bambini.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
martedì 4 agosto 2026
domenica 2 agosto 2026
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