"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 2 maggio 2026

Cosedettecosì. 21 “Una storia in due tempi”.


Marina frugò da capo nella cavità misteriosa sperando trovare uno scritto, ma senza frutto. Riprese a esaminare gli oggetti. Le pareva che ciascuno d'essi si struggesse di parlare, di gridare: «Intendi!». Finalmente, voltando e rivoltando per ogni verso lo specchietto, s'avvide di qualche segno tracciato a punta di diamante sul vetro. Erano lettere e cifre segnate da una mano incerta. Con paziente attenzione Marina arrivò a leggere la seguente laconica scritta: «Io - 2 MAGGIO 1802». Parve a Marina che una luce lontana e fioca sorgesse nell'anima sua. 1802! Non viveva in quel tempo al Palazzo la infelice prigioniera, la pazza della leggenda? Forse era lei. Quel guanto, quei capelli erano reliquie sue. Ma nascoste da chi? Marina, quasi senza sapere che si facesse, afferrò il libro di preghiere e ne sfogliò le pagine. Ne cade un foglio ripiegato, tutto, tutto coperto di caratteri giallognoli, sbiaditissimi. Ella lo apre e vi legge: «2 maggio 1802. PER RICORDARMI. Ch'io mi ricordi, nel nome di Dio! Altrimenti perché rinascere? [...]». (Tratto da “Malombra” – 1881 – di Antonio Fogazzaro).

Uomini&Donne”. 1 Arriva un momento – e chissà se sono per tutti i cinquant’anni – in cui per capire bene chi sei cominci a guardarti indietro. Ti interessano, all’improvviso, le vite di chi c’era prima. Chi era tua madre, quale relazione avete intessuto, quant’è stata forte, quanti danni ha fatto, se ne ha fatti. O quanto bene ha portato. Chi era tuo padre, prima che tu esistessi e negli anni in cui non lo puoi ricordare. Gli anni per i quali ti aiutano solo le foto sbiadite. Parlo per chi è nato nei 70 o ancora prima, immagino che per chi è venuto dopo sia più semplice. Invidio molto una foto di mio fratello piccolo in braccio a mio padre giovanissimo sull’uscio della casa di nonna Caterina. Non mi pare di averla, una foto così. Ci ho pensato mentre guardavo il documentario di Lorenza Indovina, La verità migliore, al cinema Barberini di Roma. Lorenza – che seguo da sempre come attrice, ma non conoscevo come regista – mi aveva raccontato una storia, un paio di anni fa. Mi aveva detto di questo padre perduto che lei a stento ricorda, ma che aveva una relazione con Soraya. Proprio lei, la principessa iraniana ripudiata dallo scià. E che era morto in un misterioso incidente aereo nel 1972. Quando Lorenza aveva solo sei anni e lui – Franco Indovina, regista cresciuto al fianco di Antonioni – se n’era già andato di casa. Di lui, Lorenza e sua sorella non avevano voluto – per lungo tempo – sapere nulla. Quando a un tratto un gruppo di persone avvicina Lorenza dopo uno spettacolo a teatro. Sono i parenti delle vittime del volo in cui è morto suo padre. Sono convinti che quello del 5 maggio 1972 non sia stato un incidente. Che su quell’aereo Alitalia Roma-Palermo che si è schiantato a Montagna Longa poco prima dell’atterraggio fosse stata piazzata una bomba. Così per Lorenza comincia un viaggio. Conosce i parenti delle altre 114 vittime. Le storie di famiglie distrutte, di vedove che hanno dovuto risollevarsi da sole: una di loro aveva un figlio da crescere, e lo teneva dentro a una cassetta di frutta al mercato di Milano. Ma il viaggio di Lorenza in cerca della verità, fra periti, ipotesi e contro-ipotesi, serve a capire chi è lei. Cosa ricorda di quel padre. (Una cosa sola: il momento in cui prima di attraversare un cavalcavia le diceva: chiudi gli occhi, faccio una magia, si vola). Cerca nei ritagli del giornale, nei ricordi della sorella, in quelli dello zio, in una tomba e dentro di sé. All’inizio del film c’è una frase di Ennio Flaiano: “Il gioco è questo: cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”. Alla fine, la protagonista cerca di creare con un ritaglio la foto con suo padre che non ha. Indovina ha girato La verità migliore per celebrare l’importanza della memoria. Per dire: alleniamola sempre, teniamola stretta, non affidiamola ai telefonini. Salviamo i ricordi, perché ci dicono chi siamo. (“Ricordo dunque sono”, testo di Annalisa Cuzzocrea pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” di ieri, primo di maggio 2026).