"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 12 settembre 2026

DalMondo. 10 “Dalla Nabka a oggi 80 anni di morte”.


“Dagli accordi di Sykes- Picot è proprio adesso il momento peggiore per noi". Dopo gli incidenti appiccati a Tell, villaggio nei pressi di Nablus nella Cisgiordania occupata, i negozianti temono di aprire e i camion della spazzatura non osano varcare l'ingresso. Continuano le rappresaglie e dozzine di arresti sommari: alcuni abitanti azzardano oltre 120 in tutta la zona. In questa regione è una pratica comune sequestrate le persone dal proprio letto. Così com'è pratica comune razionare le riserve idriche. Le case sono provviste di cisterne sui tetti per conservare l'acqua. Ma tra i giochi preferiti dai coloni c'è la foratura di queste ultime con i proiettili. Al centro della cittadina incontriamo Karim (nome di fantasia). Conosce bene i due fratelli abbattuti dall'esercito israeliano. Ci parla dei prezzi delle sigarette e della loro doppia tassazione: ai governi palestinese e israeliano. Dice che avrebbe la possibilità di andarsene altrove, così come molti compaesani, ma è il principio a legarli al territorio. Karim è stato in prigione vari mesi senza sapere con quale accusa, neppure al rilascio, "ma d’altronde quasi tutti quaggiù ci siamo stati". Ci indica un uomo in un pick-up bianco, è l'unico a non sembrare incuriosito dalla presenza di stranieri. Si tratta del padre delle vittime, andato a pregare sulle spoglie dei figli, uccisi venerdì scorso. Poi punta il dito verso un altro palazzo, uno dei più ingombranti. "Si sono fiondati come furie. Dall'una del mattino fino alle due del pomeriggio di sabato è stato occupato dai soldati come centrale dove condurre gli arrestati.  Qualcuno è stato rilasciato".  Veniamo avvertiti che l'esercito sta facendo irruzione e corriamo al riparo a casa di Karim.  Ha sette figli, prende i due maschi più grandi sebbene ancora bambini.  Stavano raccogliendo fichi d'India quel venerdì mattina.  Si potevano scorgere sulla scarpata i fratelli vittime dello scontro, armati di fichi, raccolti per la festa che avrà luogo il 10 agosto, e poi la mattanza "Fortuna che i miei figli erano con me quel giorno, altrimenti avrebbero assistito a un'altra scena, ma sarebbero stati da soli”; un macabro svezzamento che priva i bambini del sonno. Karim ci porta a Sarra, villaggio poco distante. Oltre alla ventina di case saccheggiate, la cittadina conta sei abitazioni bruciate. Incontriamo Samia (nome di fantasia). I coloni hanno cosparso la sua casa di benzina, volevano ardere vivi lei e i suoi tre figli. Ha chiuso a chiave i bambini terrorizzati nel bagno mentre lei cercava di difendere la sua casa con pietre e prodotti per l'igiene domestica. Si vanta di aver detto loro "voi non mi ucciderete, io ucciderò voi" e tra gli aggressori uno le ha promesso di tornare per ucciderla. Non sembra intimorita dalla minaccia, la porta al petto come una medaglia. Nella casa accanto una bimba spaventata lancia dal terrazzo la poca acqua a sua disposizione per placare le fiamme che avrebbero potuto bruciarle casa. Sorride nascondendosi dietro la madre quando raccontano le sue gesta. Poco lontano c'è una dimora vistosa; ci accoglie un uomo dagli occhi lividi e una cucitura lungo il cranio. Presenta ferite su tutto il corpo. "Tornavo a casa di mia sorella dove erano pure i miei figli.  Non mi aspettavo di vedere una folla di 300 persone scagliarsi su di me. Mi hanno picchiato e preso a bastonate". Lasciato incosciente sul ciglio della strada, è stato raccolto da un'ambulanza. Ci mostra l'auto familiare arsa e i filmati dell'incursione. "Sono cittadino Usa, ma malgrado le diverse chiamate alle ambasciate nessuna ha condannato i coloni". (Tratto da “Bastonato da 300 coloni. Poco lontano hanno tentato di bruciare tre bambini”, testo di Lars Villevieille riportato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di luglio 2026).

“Dalla Nabka a oggi 80 anni di morte”, testo di Franco Cardini pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 12 di settembre 2026: La storia contemporanea di israeliani e palestinesi si lascia leggere come una lunga sottrazione di spazio e diritti. Tra il 1947 e il 1949 la guerra che accompagnò la nascita dello Stato d’Israele produsse ciò che i palestinesi chiamano Nakba, “catastrofe”: circa 700.000 profughi – quasi l’80% degli arabi residenti nell’area divenuta israeliana – e fra 369 e 531 località evacuate, distrutte o ripopolate. Non un singolo evento, dunque, ma un processo cumulativo: offensive militari, espulsioni, un regime giuridico del “non ritorno” imperniato sulle leggi sui “beni degli assenti” (che trasferivano i diritti dei proprietari arabi fuggiti o espulsi a un Custode statale e poi all’Autorità per lo Sviluppo, precludendone ogni rientro) e un vasto programma di ebraicizzazione della toponomastica resero irreversibile la rottura. Seguì l’“età della partizione”: la minoranza palestinese rimasta in Israele sotto governo militare fino al 1966, la Cisgiordania annessa alla Giordania, Gaza amministrata dall’Egitto. La crisi di Suez (1956), la Guerra dei Sei giorni (1967) – con l’occupazione di Cisgiordania, Gaza, Sinai e Golan – e la Guerra del Kippur (1973) ridisegnarono più volte la mappa. Dal 1967 l’occupazione si fece struttura: legge militare, espropri, colonie in violazione del diritto internazionale. Le due invasioni del Libano (1978 e 1982) culminarono nel massacro di Sabra e Shatila. Nel dicembre 1987 esplose dal basso la prima Intifada, da cui nacquero, per vie opposte, sia Hamas sia la stagione negoziale. Gli accordi di Oslo (1993-95) fondarono l’Autorità Nazionale Palestinese e un riconoscimento reciproco, ma rinviarono i nodi ultimi: Gerusalemme, confini, rifugiati. Il 4 novembre 1995 l’assassinio di Yitzhak Rabin, per mano di un estremista ebreo, spezzò il simbolo stesso di quella via. Alla fine del 2022 Benjamin Netanyahu tornò al governo alla testa della coalizione più a destra nella storia d’Israele, affidando ai leader del sionismo religioso e del movimento dei coloni, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, ministeri decisivi per finanze, sicurezza e amministrazione dei territori. Leader del Likud e capo dell’opposizione nella stagione di Oslo, aveva guidato contro Rabin una campagna di delegittimazione durissima – comizi in cui il premier era additato come traditore e raffigurato in divisa nazista, un clima di incitamento che parte della storiografia (e la stessa vedova, Leah Rabin) ha collegato all’assassinio del 4 novembre 1995 –; era stato eletto primo ministro una prima volta tra il 1996 e il 1999, sull’onda proprio dell’assassinio, e ininterrottamente dal 2009 al 2021. Alla luce di questa lunga traiettoria, il 7 ottobre 2023 non si lascia isolare come un’eruzione improvvisa: appare piuttosto lo snodo che precipita il conflitto nella sua fase più estrema, il punto in cui la logica secolare di dominio e di sottrazione dello spazio trova il proprio culmine. Quel giorno l’attacco di Hamas dal territorio di Gaza uccise circa 1.200 persone, in maggioranza civili, e portò al sequestro di oltre 240 ostaggi. Sulla dinamica dell’assalto pesano interrogativi tuttora aperti: la facilità con cui i miliziani sfondarono una delle frontiere più sorvegliate al mondo, gli allarmi ignorati nelle ore e nei giorni precedenti, il ritardo di molte ore nella risposta militare hanno alimentato inchieste e sospetti su una défaillance difensiva che a lungo il governo Netanyahu ha rifiutato di affidare a una commissione d’inchiesta statale indipendente. La rappresaglia israeliana è divenuta la campagna più devastante della storia del conflitto: secondo le autorità sanitarie di Gaza, entro l’estate del 2026 i morti palestinesi superavano i 73.000, in larghissima parte civili, con donne e bambini attorno alla metà del totale; alcune stime accademiche, che includono anche l’eccesso di mortalità indiretta, collocano però il bilancio reale ben più in alto, fino a un ordine di grandezza vicino ai 90.000 morti già a metà 2025. I feriti superavano i 170.000. Il blocco degli aiuti ha inoltre provocato una carestia che ha causato centinaia di morti per fame. Sul piano giudiziario, nel novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant per crimini contro l’umanità e uso della fame come arma; una commissione d’inchiesta dell’Onu ha concluso nel 2025 che Israele stava commettendo un genocidio, mentre la Corte internazionale di giustizia, investita dal ricorso del Sudafrica, ordinava di garantire l’accesso degli aiuti e l’operatività dell’Unrwa. Un cessate il fuoco, promosso dal piano in 20 punti dell’amministrazione Trump è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 con scambio di ostaggi e prigionieri e un afflusso di aiuti; ma i suoi meccanismi di governo – un Board of Peace presieduto dallo stesso Trump e un comitato tecnocratico palestinese – sono restati sulla carta, e le violazioni proseguono. Parallelamente, in Cisgiordania il governo ha accelerato un’annessione di fatto: un numero record di insediamenti approvati nel 2025, il via libera definitivo al progetto E1, che spezza in due il territorio isolando Gerusalemme Est, e il piano di Smotrich per estendere la “sovranità” israeliana sull’82% dell’area, dichiaratamente concepito per rendere impossibile uno Stato palestinese. Demolizioni, strade riservate e violenza dei coloni ne sono il corollario quotidiano. La spinta si è intensificata proprio mentre numerosi governi occidentali – Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Belgio – annunciavano un riconoscimento della Palestina del tutto simbolico e privo di effetti sul piano pratico. A ottant’anni dalla Nakba, la logica evocata all’inizio è condotta al suo esito più estremo: ciò che nel 1948 fu esodo e nel 1967 occupazione si presenta oggi come progetto esplicito di pulizia etnica, mentre il diritto internazionale resta privo di strumenti coercitivi efficaci e i governi occidentali continuano impunemente a spalleggiare Israele.