"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 13 agosto 2026

MadreTerra. 81 Marino Niola: «Il lupo non è una bestia feroce. È un segno arcano della fiaba e del mito. Un archetipo della paura che popola da tempi remoti i sogni e gli incubi degli umani».


Il 13 agosto, giorno in cui compì vent'anni, la contessina Marianna attraversò lo stradone di terra battuta che conduceva alla villa di campagna e vide il suo cagnolino schiacciato e imbrattato di sangue. Si fermò di colpo e il suo saettante sorriso si raggelò. Due lacrime caddero dalle ciglia sul bastardo Tommy morto ammazzato. Si chinò su di lui: il pelo bianco e nocciola era macchiato di sangue, le zampe ciondolavano rotte, gli occhi erano vitrei e terrorizzati. Lo prese in braccio, lo strinse vicino al cuore, lo accarezzò. Singhiozzava piena di disperazione infantile, quasi fosse crollato il mondo. (Tratto da “Madre e figlia” – 1980 – di Francesca Sanvitale).

Uomini&Lupi”. “Perché il lupo delle fiabe fa ancora paura”, testo di Marino Niola – antropologo e divulgatore scientifico – pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 26 di luglio 2026: Il lupo non è una bestia feroce.  È un segno arcano della fiaba e del mito.  Un archetipo della paura che popola da tempi remoti i sogni e gli incubi degli umani.  E che oggi torna con gli avvistamenti degli ultimi giorni registrati in Italia. In realtà il lupo ha tutte le carte in regola per diventare un simbolo di diffusione universale. Per cominciare, la sua anatomia è un folgorante cortocircuito tra la tenebra e la luce. Una creatura notturna dagli occhi fiammeggianti, «come stelle sopra la neve», per dirla con il Thomas Mann della Montagna incantata. Il fuoco proverbiale e misterioso di questo sguardo che secondo gli antichi era in grado di far perdere la parola agli uomini, ha in realtà un nome scientifico. Si chiama tapetum lucidum, in latino tappeto lucente ed è la membrana riflettente posta nell'occhio dell'animale che aumenta la quantità di luce catturata dalla retina. Non a caso l'immaginario tradizionale attribuiva a questo sfolgorio un carattere soprannaturale, talvolta divino, talvolta diabolico. E talvolta comico, come nel caso di Lupo Alberto, che si vanta di vedere nella notte più nera come se fosse mezzogiorno, salvo poi essere centrato in pieno dà un'auto che non ha visto. Ma è un'eccezione che conferma la regola. L'antica mitologia greco-romana fa del lupo un'interfaccia tra l'oscurità e il chiarore e associa questi caratteri ad Apollo, il dio del sole, della visione e della previsione, attribuendogli l'appellativo di Liceo, dalla radice Iyk, candore. La stessa da cui nascono parole come luce, vista, aspetto o come diremmo oggi, look. E soprattutto liceo, la scuola simbolo della conoscenza e dell'apprendimento, dove si impara a vedere il mondo nella giusta luce. Ma da lyk: si forma anche lykos che vuol dire lupo. Ed è all'origine della parola licantropo, alias lupo mannaro, dal latino lupus hominarius cioè lupo dal volto umano o, meglio, l'uomo che nelle notti di luna piena si trasforma in lupo e popola da millenni i nostri incubi, perché ci mostra il lato oscuro dell'umano. E se in Grecia le creature lupoidi hanno un posto d'onore nel mito e nelle credenze, la religione romana balla coi lupi sin dalle origini. I mitici gemelli Romolo e Remo vengono allattati da una lupa - personificazione del dio guerriero Marte e dunque della potenza militare capitolina - nella grotta del Lupercale, da cui il nome della festa omonima, che cadeva il 15 febbraio, quando il Luperco, un sacerdote vestito con la pelle dell'animale, toccava con il sangue la fronte di due giovani che compivano una corsa rituale intorno al Palatino. Replicando simbolicamente l'ancestrale corsa dei pastori intorno al gregge per chiuderlo in un cerchio magico al sicuro dai lupi. Anche Ecate, la dea della notte, dei fantasmi e delle apparizioni si presenta in veste di lupo. Proprio come Ade il sovrano degli inferi che spesso ha mantello ed orecchie lupine. Non a caso Dante, nel VII canto dell'inferno fa di Pluto, nome latino di Ade, il custode della trista dimora e gli attribuisce sembianze di lupo. Ma ancora prima, all'inizio della Divina Commedia, quando il poeta si smarrisce nella selva oscura incontra tre bestie feroci. Prima un leone, poi una lonza, che non è un salame ma un leopardo. Infine quella che lo terrorizza di più cioè la lupa, simbolo di ferinità, di avarizia, di insaziabilità, di cupidigia. Insomma, il male all'ennesima potenza. Ma di questo male l'innocente bestia non ha nessuna colpa. È semplicemente la vittima di un transfert degli umani che identificano nella ferocia lupina una ferocia che in realtà è tutta umana. Lo avevano capito bene filosofi come Thomas Hobbes, padre della moderna teoria politica, cui viene attribuita la frase homo homini lupus, ovvero l'uomo è lupo per l'altro uomo, che in verità è di Plauto il commediografo latino. Il detto ha grande fortuna negli ambienti dell'intellighenzia ecclesiastica medievale. Che lo trasforma nell'aforisma homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus, cioè «l'uomo è un lupo con l'altro uomo, la donna è ancor più lupo con l'altra donna, il prete è più lupo di tutti con l'altro prete». È chiaro che in questo scaricabarile metaforico tra uomini e bestie, il povero lupo è innocente. Ha la sola colpa di fare quel che la sua natura gli comanda. E forse proprio qui sta il nocciolo della questione. L'antenato del cane è il simbolo della natura non addomesticata e per questo insidiosa, misteriosa e spaventosa. «Animal salvatico voracissimo» lo definisce il Vocabolario della Crusca agli inizi del Seicento, un secolo in cui l'Europa tra la Guerra dei Trent'anni e quella dei Tre Regni è colpevole e vittima di una ferocia e di una voracità al cui confronto il lupo cattivo è un agnello sacrificale. Il fatto è che in una civiltà che considera l'uomo signore e non parte della natura, quest'ultima viene assoggettata e demonizzata. Non a caso il diavolo viene tradizionalmente rappresentato in sembianze animali. Come dire che il bipede parlante o, se preferite, la scimmia nuda, vede nel lupo l'espressione quintessenziale di una forza allo stato brado, non formattata dalla civiltà e quindi estranea, pericolosa. E il suo regno è la selva selvaggia, impenetrabile e nemica dell'umano. Insomma, l'incolpevole quadrupede rappresenta nei secoli dei secoli il pericolo in persona. Dal Lupo e l'agnello di Esopo e di Fedro, al Roman de Renart, racconto francese del Millecento che ha come protagonisti Renart, volpe astutissima che ne sa una più del diavolo, e il suo avversario Isengrin, un lupo ottuso e irascibile che alla fine fa sempre la figura del fesso. Non è casuale che il nome del cattivo Isengrin abbia origine dall'antico germanico e sia composto da due parole che significano ferro e feroce. Ma anche forte. E richiamano subito alla mente la mitologia nordica dove ci sono lupi cattivi, come Skoll e Hati che il giorno del Ragnarok, il giudizio finale, divorano il sole e la luna gettando l'umanità nella tenebra. Ma ci sono lupi buoni e forti, come Geti e Frekì, fedelissimi al dio Odino. A riprova che il mondo dei lupi, proprio come quello umano, è bello perché è vario. Forse il più celebre dei lupi cattivi è però quello di Cappuccetto Rosso, la fiaba scritta da Charles Perrault nel 1697 e riscritta dai Fratelli Grimm nel 1857. La morale della favola è un concentrato di familismo e di specismo, oltre che di legittimazione morale della caccia. La bambina, troppo indipendente, finisce nella pancia dell'animale, insieme alla nonna completa di cuffietta e nastrini, ma arriva il provvidenziale cacciatore che fa giustizia. Insomma, prima in bocca al lupo e poi crepi il lupo, come da proverbio. Ma gli spiriti illuminati in realtà non hanno mai creduto alla favola del predatore cattivo. Il più illuminato di tutti si rivela, come sempre, Francesco d'Assisi quando ammansisce il terribile lupo che terrorizza Gubbio, spingendo i cittadini ad armarsi e chiudersi nella cittadella delle loro paure. Il Poverello disarma i cacciatori e convince Frate Lupo e gli eugubini a fare la pace «sicché tu non gli offenda più, e né li uomini né li cani ti perseguitino più». Insomma, l'autore del Cantico ristabilisce la parentela tra i viventi. Un colpo da maestro incredibilmente vicino alla sensibilità degli Yupik dell'Alaska, che addirittura il lupo lo chiamano onorevole cugino.