"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 24 marzo 2026

MadeinItaly. 82 Loredana Lipperini: «Viene da chiedersi quale Paese abbia in mente la presidente, e quale il presidente del Senato Ignazio La Russa, sempre pronto a parlare dell'odio altrui in qualsiasi circostanza, dimenticando che sull'odio le destre hanno costruito le loro campagne elettorali e la loro, ci si augura momentanea, fortuna».

Si è parlato, in questi giorni, da vari oratori, del pericolo che la magistratura diventi un "quarto potere"; si è parlato del pericolo che la magistratura diventi una casta chiusa, uno Stato nello Stato, una specie di cittadella inespugnabile, sottratta ad ogni controllo della sovranità popolare. Ebbene, onorevoli colleghi, io credo che queste preoccupazioni siano smentite dalla struttura stessa che noi abbiamo dato a questo progetto. Noi abbiamo voluto che la magistratura fosse indipendente, ma non abbiamo voluto che fosse separata dalla nazione. L'indipendenza che noi rivendichiamo per i magistrati non è un privilegio dei magistrati: è una garanzia dei cittadini. Perché il cittadino sia libero, occorre che il giudice sia indipendente. Ma v'è un punto su cui la discussione è stata più viva: quello del Pubblico Ministero. Si è detto da alcuni: «Sia pure l'indipendenza per il giudice che giudica; ma il Pubblico Ministero, che è il promotore della giustizia, che è l'organo che deve dare l'impulso al processo, deve essere in qualche modo collegato al Potere esecutivo». Noi abbiamo risposto di no. Abbiamo risposto che anche il Pubblico Ministero deve essere un magistrato; che anche il Pubblico Ministero deve avere le stesse garanzie di indipendenza del giudice. Perché se voi lasciate il Pubblico Ministero sotto la dipendenza del Governo, voi venite a mettere la giustizia penale sotto la dipendenza della politica. Se il Pubblico Ministero deve attendere un cenno del Ministro per sapere se deve o non deve iniziare un processo penale contro un uomo politico, se deve o non deve insistere nell'accusa, in quel momento la giustizia penale è finita, e la libertà del cittadino è perduta. Il Pubblico Ministero, nell'ordinamento che noi abbiamo tracciato, non è l'avvocato dell'accusa: è un magistrato, il quale ha l'obbligo di cercare la verità, anche se la verità giova all'imputato. Egli appartiene all'ordine giudiziario; egli respira la stessa aria di imparzialità che respira il giudice. Questa è l'unità della magistratura che noi abbiamo voluto difendere: l'unità che deriva da una comune cultura, da un comune concorso, da una comune coscienza di magistrato che non deve servire nessun altro padrone se non la legge. (Piero Calamandrei, dall’intervento all’Assemblea Costituente del 27 di novembre dell’anno 1947).

Letture-post-Referendarie” 1 Fra il 12 e il 13 maggio 1974 andarono a votare per il referendum abrogativo del divorzio 33 milioni di italiani, 1'87,2 degli aventi diritto: se vi rattristate per i dati sull'affluenza, pensate anche che, come è noto, vinse il No con il 59,26% dei voti. Fu quella l'occasione della prima vignetta politica di Giorgio Forattini: una bottiglia di champagne con su scritto No. Il tappo che saltava era Amintore Fanfani, che era stato il punto di riferimento della campagna per il Sì, e l'allusione, politicamente scorretta quanto si vuole, era alla sua statura, ma anche e forse soprattutto all'idea di un tempo nuovo che stava arrivando, e infatti Fanfani si dimise di lì a poco da segretario della Dc. Altri tempi, tempi ingenui se si vuole: oggi la campagna referendaria si è svolta nel modo più efficace per i sostenitori del Sì, ovvero incutendo paura. Oltre a occupare le stazioni ferroviarie con i tabelloni digitali, usare la canzone vincitrice di Sanremo con, fino a oggi, il silenzio del suo interprete, occorre terrorizzare i cittadini. Se andate sul sito di Forza Italia, per esempio, trovate i volantini da scaricare, quello col faccione di Tajani, quello con Enzo Tortora in manette e un testo dal titolo "Alle quattro del mattino". Sostiene l'autore, l'onorevole Enrico Costa, che a tutti può capitare di vedere i poliziotti che ti piombano in casa sul far dell'alba per arrestarti, perché magari qualcuno ti ha accusato ingiustamente o il solito magistrato analfabeta ha sbagliato a trascrivere il tuo nome.  Ora, se bisogna aver timore di qualcuno che ti piomba in casa alle quattro di mattina, bisognerebbe semmai spaventarsi per Palantir, che si autodefinisce "sistema di sorveglianza di massa" anche mirato a singoli (lo usa l'ICE, per dire), e più di qualsiasi magistrato bisognerebbe aver paura del suo fondatore Peter Thiel, di recente a Roma per spiegarci che Greta Thunberg è l'anticristo, e al confronto del quale Elon Musk è più innocuo di Peter Coniglio. Ma anche, restando a circostanze più quotidiane, si potrebbe quanto meno paventare di trovarsi alla porta Antonio Di Pietro, che ha dichiarato che sta girando il Paese casa per casa per spiegare le ragioni del Sì. A dire il vero, in questa campagna referendaria più che le ragioni del Sì si usano altre leve. Basti pensare alle parole della presidente del Consiglio, che nel suo comizio milanese ha delineato gli scenari in caso di vittoria del No: "stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie, figli che vengono strappati alle madri se i giudici non condividono il loro stile di vita mentre vivono in un bosco". E viene da chiedersi quale Paese abbia in mente la presidente, e quale il presidente del Senato Ignazio La Russa, sempre pronto a parlare dell'odio altrui in qualsiasi circostanza, dimenticando che sull'odio le destre hanno costruito le loro campagne elettorali e la loro, ci si augura momentanea, fortuna. (…).

Letture-post-Referendarie” 2 Giorgia Meloni ha ripetuto fino all'ultimo una formula semplice    apparentemente definitiva: «Il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No». È un'affermazione che prova a sottrarre la consultazione popolare al suo inevitabile significato politico, confinandola nella dimensione tecnica di una riforma della giustizia. Ma il nodo, ormai, è arrivato al pettine. Lunedì sapremo chi avrà vinto e chi avrà perso questa partita. Una campagna feroce, segnata da un linguaggio più da processo che da confronto, ha progressivamente deformato il merito della riforma: da una parte il racconto delle colpe dei magistrati, dall'altra l'allarme sulle tentazioni autoritarie del governo. Due narrazioni opposte, entrambe costruite per mobilitare gli elettori più che per chiarire davvero i termini della questione. È evidente che una vittoria del Sì rafforzerebbe il governo e la sua presidente.

domenica 22 marzo 2026

Doveravatetutti. 74 Federico II di Prussia: «Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno di essi rimarrebbe nelle file».

 
Sopra. "Federico II di Prussia" - olio su tela, 1870 - di Wilhelm Camphausen.

Wilhelm Camphausen dipinge un'icona senza tempo del dispotismo "illuminato", fermando sulla tela un Federico II di Prussia ormai sessantenne, dallo sguardo spiritato e fanatico, pronto a sferrare una bastonata a un servitore o a un ministro incapace. Con quegli occhi sbarrati, Federico vedeva fino in fondo alle cose: «Se i miei soldati cominciassero a pensare» disse, «nessuno di essi rimarrebbe nelle file». Citando questa lucida constatazione, Lev Tolstoj scrisse una pagina profonda e dolente sulla "cieca" obbedienza dei soldati, che in ogni tempo e in ogni luogo non trovano il coraggio di disertare anche se "nel fondo della loro anima sentono che fanno un atto cattivo obbedendo alle autorità che li strappano al lavoro, alla famiglia e li mandano alla strage inutile". E questo non è, purtroppo, l'unico motivo per guardare oggi con interesse alla Prussia di Federico II. Si narra che un mugnaio di Potsdam a cui il re voleva espropriare, e distruggere, un certo fastidioso mulino posto troppo vicino alla reggia di Sanssouci, rispose seccato: «Ci sarà un giudice, a Berlino!». La storia è in realtà una leggenda, forse ispirata a una vicenda analoga, ma più complicata. Vera o falsa, la morale è chiara: perfino sotto il ferreo Federico, la Prussia era così "costituzionale" da avere giudici tanto liberi e così soggetti solo alla legge da poter dar torto (almeno in teoria) anche allo stesso re prepotente. C'è un motivo per cui questa storiella ha avuto tanta fortuna nel Novecento: ed è che non è per nulla scontato, anche nelle nostre democrazie, che il potere esecutivo si lasci limitare da quello giudiziario. Ed è esattamente su questo che voteremo, domenica e lunedì: perché c'è di nuovo un governo che vuole togliersi di torno i giudici. Lo fa spergiurando che così il popolo sarà più sovrano: ma la verità è il contrario, e cioè che il popolo è davvero sovrano se la sua sovranità è spezzata (almeno) tra tre poteri, perché quando sono tutti concentrati, chi li detiene caccia il popolo dal trono, e si siede lì, al suo posto, come un sovrano abusivo e prepotente. Se vogliamo che ci sia ancora "un giudice a Roma", allora è il momento di dire un rotondo No a questa riforma. È il modo che abbiamo per fermare la bastonata che il re sta per sferrarci. E per far sì che quello sguardo ebbro di un potere senza limiti resti nei quadri dell'antico regime: oggi lo vediamo anche troppo spesso tornare tutto intorno a noi, stampato sui volti dei tanti tiranni che ci circondano. (Tratto da “Ci sarà un giudice a Berlino. O a Roma” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).