"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 4 settembre 2026

Cosedettecosì. 55 Massimo Giannini: «Caro Ignazio».


Ho deciso di dedicare questa rubrica a La Russa. È il presidente del Senato, e non lo si può non rispettare, tanto più che tiene il busto di Mussolini nel salotto di casa, ha sempre partecipato ai simpatici ritrovi di Forza Nuova e poche settimane fa ha commemorato il padre del Fratello d'Italia Galeazzo Bignami, chiamandolo "camerata Marcello". Questo giusto per dire che sincero democratico è la seconda carica dello Stato. Oggi mi rivolgo a lui per comunicargli che ho seguito il suo consiglio. Ho voluto subito prendere confidenza con quello che lui stesso ha definito un "clima caraibico al quale tutti dobbiamo abituarci" (perché così hanno deciso Trump e tutte le allegre destre europee nemiche del Green Dea!). E così, senza allungarmi alle Bahamas, ho fatto una vacanza in un angolo esotico più vicino: la Svizzera. E con soddisfazione, presidente Ignazio Benito Maria, la informo che il ridente Paese dei quattro cantoni già viaggia verso standard climatici haitiani, come piacciono a lei. Certo, il Caribe elvetico ha appena avuto un piccolo inconveniente. Nel cuore delle Alpi Bernesi, a 1.500 metri di altitudine, è scomparso un intero paese, Blatten, travolto dalla frana del Kleines Nesthorn, un gigante di 3.342 metri che si è letteralmente frantumato. Ma la valanga è stata modesta, appena 9 milioni di metri cubi di roccia, ghiaccio e fango, è scivolata alla trascurabile velocità di 200 chilometri orari, rovinando per 1.200 metri con molta calma, in 40 lunghissimi secondi. È vero, la chiesa e le 113 case di Blatten sono scomparse sotto una coltre di detriti alta appena 30 metri, ma che volete che sia. Ora pare in pericolo anche la valle del Lago Oeschinen, dove tuttavia mi sono appena immerso tra coralli variopinti, pesci imperatore, murene e barracuda. C'è chi ora drammatizza, sostenendo che poteva finire in tragedia come a Longarone, ma i bagnini svizzeri sono stati più bravi, avevano fatto evacuare per tempo gli abitanti. Nel frattempo, illustre La Russa, pare che l'intero arco alpino europeo sia a rischio sbriciolamento: a quanto pare, nelle nostre meravigliose montagne caraibiche si sta sciogliendo il permafrost, cioè quel substrato che sotto la crosta terrestre rimane per almeno due anni consecutivi a una temperatura di zero o sottozero. Negli ultimi dieci anni, a una profondità di dieci metri, si è riscaldato di 0,8 gradi, e questo calore rende instabile qualunque terreno. Ma io non mi fido dei soliti scienziati catastrofisti, secondo cui il fenomeno interesserebbe ormai anche l'Artico. Sulla rivista Das Magazin quel menagramo di Wilfried Haeberli, docente all'università di Zurigo, dice che sulle Alpi tra il 1900 e il 1980 ci furono 5 frane enormi di massa rocciosa, tra il 1980 e il 2000 se ne sono verificate 4, dal 2000 ad oggi ne abbiamo avute già 8 e, se la tendenza continua, di qui al 2036 avremo un crollo ogni anno. Sostiene che questo è l'effetto del riscaldamento climatico. Ma voi fregatevene, Feldmarschal La Russa, e continuate a negarlo gioiosamente. Ora mi scusi, la devo lasciare: vado con gli amici a fare snorkeling sull'Eiger. (Tratto da “Caro Ignazio” di Massimo Giannini, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 29 di agosto 2026).

CronachettedellEstate”. “Stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 3 di settembre 2026: Sull’ Himalaya il distacco di un enorme ghiacciaio ha provocato un’alluvione gigantesca, risultato, provvisorio, più di 900 morti e 4000 dispersi. Agli inizi di agosto un terremoto nella lontana Colombia (lontana rispetto all’Himalaya) ha causato 224 morti. In Algeria numerosi incendi hanno provocato una nube di polvere che, sommata a quella sahariana, ha avvolto l’intero Paese magrebino. A Bergamo, Brescia, Piacenza, Parma, Cremona ci sono state grandinate mai registrate, in egual misura, in quell’area. In contemporanea, in apparente contrasto, alla foce del Po le acque sono scese di parecchi centimetri, provocando gravi danni all’agricoltura. Dirà il lettore: disastri e tragedie del genere ci sono sempre stati nella storia dell’uomo. Vero, ma non in tempi così ravvicinati e a partire dalle localizzazioni più diverse. C’è quindi qualcosa che unisce questi fenomeni estremi. Si chiama Co2, cioè anidride carbonica, che, a causa della progressiva industrializzazione del pianeta, immettiamo nell’atmosfera in quantità sempre maggiori. La mia impressione è che la Terra stia cercando di liberarsi di quell’inquietante inquilino che è l’uomo. Siamo diventati troppo ingombranti Ogni uomo, preso singolarmente, non occupa solo lo spazio su cui si trova, ma a causa della Tecnologia è come un enorme ragno che al centro della sua tela lavora incessantemente per allargarla. Insomma è troppo grosso e pesante perché la Terra possa reggerlo. Farà la fine dei dinosauri che non stati spazzati via dalle glaciazioni, come usualmente si dice, ma, presi in gruppo, costituivano un peso che la terra non poteva sostenere.