"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 2 febbraio 2026

Doveravatetutti. 57 Ezio Mauro: «È la fine della pubblica opinione, quel soggetto indipendente che si alimenta coi fatti, li elabora attraverso un processo di conoscenza, li trasforma in consapevolezza, si assume la responsabilità di un giudizio».


Bruce Springsteen è un signore di una certa età (76 anni). Ha alle spalle una lunga storia americana, una composizione di storie di strada, di società, di libertà e d’amore, le sue canzoni di questo si nutrono. Possiamo dire che pochi sono più americani di lui. Vederlo a Minneapolis, alla sua età, battersi sul confine estremo della democrazia americana, a un passo dal dispotismo e comunque già nel pieno dell’arbitrio di una sola persona, dev’essere qualcosa che impressiona anche lui. Non se l’aspettava: e chi poteva aspettarselo? Siamo abituati, da quando siamo ragazzi, a considerare l’America come un luogo di conflitti anche durissimi. Conflitti sociali, conflitti razziali, conflitti economici, e uno scenario politico fatto anche di violenza. Ma tutto questo dentro un contenitore solido, che eravamo abituati a chiamare democrazia. Perfino l’omicidio politico, dentro questo contenitore, faceva orrore, ma non faceva temere per l’integrità del contenitore. La democrazia americana non era in discussione. Era un palcoscenico capace di mettere in scena drammi di ogni sorta: nessuno dei quali, però, metteva in discussione il palcoscenico stesso. Le famose “due Americhe”, quella dei diritti civili e della rivolta contro la guerra in Vietnam, e quella della Bomba e del perbenismo bianco e conservatore, ci sono sempre sembrate due facce della stessa medaglia. Ora molto, e forse tutto è cambiato. Springsteen non è a Minneapolis per difendere questa o quella visione della società, questa o quella classe sociale, questa o quella America. Si è rimesso in strada per difendere l’America come concetto. L’ America prima di Trump. (Tratto da “L’America dopo l’America” di Michele Serra).

“L’America e le bugie del potere”, testo di Ezio Mauro: Improvvisamente, e senza che la Casa Bianca potesse prevederlo, i fatti di Minneapolis si trasformano da segno di onnipotenza e impunità sovrana a spia di una crisi del potere, davanti all'America che guarda e non può fingere di non vedere. Il segnale è doppio. Prima di tutto la gravità di quanto è accaduto, l'esecuzione da parte dell’Ice - con dieci colpi di pistola - di un cittadino senza alcuna colpa o imputazione, un delitto di polizia assorbito dall'amministrazione come una variabile difettosa nella forsennata routine della repressione dei migranti irregolari, un errore d'eccesso statisticamente compatibile con quel 65 per cento in più registrato negli arresti dell'ultimo anno. Ma subito dopo, anzi insieme, quei fatti sono la prova tangibile, esemplare della menzogna del potere di fronte al popolo, defraudato di verità allo scopo non soltanto di proteggere i colpevoli ma di negare i fatti, perché nella loro evidenza non formino un pensiero critico. Lo  Stato  che  spara  sui  cittadini,  dunque,  quasi  fossimo  in  una  guerra  civile  americana  come  denuncia  a  Repubblica  lo  scrittore  Percival  Everett  è  lo stesso Stato che ha paura della verità e si sente in diritto di sostituire la realtà con una sua rappresentazione di comodo, fasulla, come fanno i regimi dispotici dove non c'è spazio per il reale se contraddice il simbolico, cioè l'immagine che il potere proietta di sé. Sul primo punto, proprio l'irragionevolezza dell'omicidio di Alex Pretti svela il vero carattere dell'Ice come polizia ideologica, con un obiettivo politico e non di governo: ingigantire la figura del migrante come principale nemico interno riplasmando la percezione del pericolo, reindirizzando la paura sociale e ridefinendo la gerarchia di reati e sanzioni, fino a trasformare l'irregolarità da condizione amministrativa in colpa identitaria. Col risultato che l'immigrato viene perseguito non per ciò che fa, ma per ciò che è, e l'errore non è nell'azione ma nel soggetto che la compie, e precisamente nella sua diversità quando pretende di occupare uno spazio che non le appartiene, perché è nostro. Per mantenere alta, costante e attiva questa sollecitazione della tensione endemica, l'Ice ha bisogno di distinguersi dalle altre forze dell'ordine, di accreditarsi come la polizia della norma sociale, di estremizzare la sua linea d'intervento, spettacolarizzandola in un'inquietudine popolare che non può avere mai fine, perché è il vero dividendo politico di questa ideologizzazione della sicurezza.