"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 31 ottobre 2026

MaldItalia. 12 Pino Corrias: «Ignazio La Russa, diventato seconda carica dello Stato, e Antonio Marino, agente di polizia morto sconciato da una bomba lanciata da un neofascista, il 12 aprile 1973, sono indissolubilmente legati da mezzo secolo di storia».

Sopra. Ignazio La Russa, nella foto del tempo, con capelli lunghi e barba folta.

Ed è al capitolo ventunesimo, “L’Anarco-Servilismo”, che l’insigne Autore nostro Raffaele Simone nel suo lavoro “Il paese del pressappoco” sviluppa il tema dei più notevoli sull’arte propria degli abitatori del bel paese di sopravvivere a tutte le sventure politico-sociali, con quell’arte dell’arrangiarsi e mistificare che è divenuta strumento raffinato ed infallibile di affermazione e rampantismo, ed in pari tempo disvela la piccineria di una identità nazionale di cui ampiamente e dolorosamente vergognarsi. Avanza, l’insigne Autore, una inquietante ipotesi di lavoro, ovvero della “natura servile” degli abitatori delle verdi contrade del bel paese, in ciò confortato dalle opinioni di attenti osservatori d’oltralpe e di indigeni disincantati cantori. È il paese del “mugugno” elevato alla ennesima potenza, della cui evoluzione in nobili e disinteressati propositi politici e di cittadinanza, in rispettabili opinioni ed in convincimenti cui dedicare la propria esistenza, non si rinviene traccia diffusa se non in rarissimi esempi di vite vissute ma molto pericolosamente dalle Alpi al Lilibéo. (…). …il primo motivo per cui gli uomini servono volentieri è perché nascono servi e sono cresciuti da servi”. Questo schema si può applicare anche al nostro caso. Ne abbiamo dinanzi i frutti velenosi: gli ultimi dieci anni del secolo XX in Italia ci hanno offerto un degradante catalogo di forme di impulso a servire, riverire, annuire in silenzio, precedere i desideri del potente, esaltare le sue presunte qualità personali, scimmiottare i suoi vezzi, recitargli sconvenienti peana (come quei sudditi regi immaginati da Belli, che dinanzi a ogni folle editto del re - Tutti rispondevano: E’ vvero, è vvero! -). Nella vocazione al servaggio volontario si manifesta dunque una non cancellata origine servile. Una parte importante di noi è formata da servi di emancipazione recente. Come tutti i liberti – che ancora non realizzano a fondo il loro nuovo stato e non sanno bene quant’è lungo il guinzaglio che li trattiene – oscilliamo tra l’adulazione del potente e una pericolosa tentazione di licenza, che ci concediamo per vedere fino a qual punto ci è permesso spingerci. Non riusciamo a credere che non ci sia più l’occhio del padrone che ci guarda e tastiamo il terreno alla ricerca dell’ampiezza della nostra sfera di azione… Ma nello stesso momento in cui serviamo a capo reclinato siamo scossi da tentazioni di sedizione (mugugni, proteste, bofonchiamenti, scontento…), inquietanti e minacciosi vibrazioni ctonie, che tuttavia non si traducono mai in rivolta vera. Si sente ogni tanto un remoto rombo di rivolta ma nulla esplode mai davvero. “Anarchico-servile” potrebb’essere una buona formula doppia (…), adatta per descrivere il nucleo del naturale degli italiani, che non si lascia esaurire da un aggettivo singolo. Ce ne vogliono proprio due, che nel loro insieme descrivono una indefinita capacità di oscillare: gli italiani sono “conservatori ed eversivi”, “garantisti e illegali”, “sedizioni e servili”. Per questo insieme di motivi in politica è così importante il centro, rassicurante aggregato di prudenza o di mancanza di audacia, posizione di fuga per eccellenza, partendo dalla quale è sempre aperta la possibilità di riposizionarsi a destra o a sinistra, sostenendo: - Ma io non ho detto quel che mi attribuisci! -.

Postato al tempo, il 16 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove” che non c’è più.

"Piazza nera e agente ucciso: quando ‘Gnazio era di lotta”, testo di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, 31 di ottobre 2026: Hai voglia a protestare e minacciare querele. Ignazio La Russa, diventato seconda carica dello Stato, e Antonio Marino, agente di polizia morto sconciato da una bomba lanciata da un neofascista, il 12 aprile 1973, sono indissolubilmente legati da mezzo secolo di storia. Quel lontano giovedì, Milano è blindata. Antonio Marino ha 22 anni, un manganello, un tascapane, la divisa grigioverde del Terzo reparto Celere. È salito al Nord da Puccianiello, provincia di Caserta, per guadagnarsi da vivere. Novantamila lire al mese, la metà spedite a casa. Quel pomeriggio è in servizio di ordine pubblico. Ci sono i neofascisti in piazza che agitano bastoni e slogan contro "le zecche rosse e la violenza comunista". La Questura ha vietato ogni manifestazione, ma i camerati se ne fregano, li guida Ciccio Franco, quello dei "Boia chi molla" e della rivolta di Reggio Calabria. Accanto a lui, lo stato maggiore del Movimento sociale di Milano, Franco Servello, Francesco Petronio, Massimo Anderson. Dietro di loro c'è l'altro ragazzo di questa storia, Ignazio Benito Maria La Russa, segretario del Fronte della gioventù. Ha 24 anni, i capelli lunghi fino alle spalle, gli occhi accesi, la barba folta. È il figlio elettrico di una delle famiglie più ricche e più potenti di Milano. Suo padre Antonino La Russa, avvocato siciliano, è stato segretario del Fascio di Paternò, dal 1972 è deputato missino. Ma soprattutto è l'avvocato di Michelan¬gelo Virgilito, suo compare di Paternò, finanziere senza tanti scrupoli, che negli anni del Boom ha fatto fortuna a Milano con gli immobili, la Borsa, le scalate della Liquigas e della Lanerossi, sempre in compagnia di La Russa padre, suo consigliere e braccio operativo. La Russa figlio, detto 'Gnazio, cresce nella sua ombra: è tra i più accesi e più conosciuti militanti missini di Milano, si laurea in Legge, ne1 partito, organizza volantinaggi, manifestazioni, nei momenti di tensione presidia la sede storica di via Mancini che almeno una volta l'anno viene presa a sassate dai cortei antifascisti. Nella remota Puccianiello, a casa di Antonio Marino sono in nove. La madre Agnese è ammalata dì diabete. Il padre, 62 anni, fatica a mantenere sette figli, quattro maschi e tre femmine. Antonio è il quinto. Prima di arruolarsi ha cercato fortuna in Germania. Poi è entrato in polizia, destinazione Milano. Ogni domenica telefona ai genitori, perché le chiamate costano meno. L'ultima volta ha chiesto alla mamma il permesso di comprarsi un vestito. La madre gli ha detto di non spendere troppo. Quel giovedì a Milano sono arrivati militanti missini da tutta Italia. Ci sono i camerati di Avanguardia Nazionale, di Ordine Nuovo e quelli di Roma. Cinque giorni prima, il 7 aprile, Nico Azzi, militante neofascista della Fenice, ha tentato di collocare dell'esplosivo sul direttissimo Torino- Roma. Aveva con sé una copia di Lotta Continua, per indirizzare i sospetti verso la sinistra. L'ordigno gli è esploso tra le gambe. È rimasto gravemente ferito. La tensione in quei giorni è altissima. Il prefetto Libero Mazza ha vietato il corteo. Il Movimento sociale non ci sta. Intorno alle cinque del pomeriggio i cordoni dei missini sventolano bandiere e alzano bastoni. Drappelli di celerini li fronteggiano. Tra loro, in via Bellotti c'è Antonio Marino. È un agente semplice tra i tanti e aspetta ordini. Le fotografie di quel giorno in corso Monforte, mostrano Ignazio La Russa, maglione, camicia slacciata, volto scuro, alle spalle di Franco Servello. Stanno andando verso la Prefettura per contestare il divieto. La Russa è uno dei responsabili politici di quella manifestazione. Il corteo vietato diventa una prova di forza. Cominciano gli slogan e i primi scontri con la polizia che avanza, arretra, spara lacrimogeni. I missini assaltano la Casa dello Studente in viale Romagna, devastano i locali, danneggiano l'istituto magistrale Virgilio di piazza Ascoli, considerato covo di comunisti. Volano pietre, spranghe, bottiglie. I reparti della Celere inseguono e sono inseguiti. La città è attraversata da sirene, urla, nuvole di fumo. In mezzo a quegli assalti ci sono Vittorio Loi, 21 anni, figlio del celebre pugile Duilio Loi, e Maurizio Murelli, 19 anni, proletario, rivestito da sanbabilino. Sono armati di due bombe a mano SRCM, ordigni militari a frammentazione. La prima esplode ferendo un passante e un agente. La seconda, all'incrocio tra via Bellotti e via Kramer, centra un drappello di poliziotti. Il boato è secco. Una nuvola bianca si alza dall'asfalto. Cinque agenti vengono scaraventati a terra. Qualcuno si rialza, qualcuno cerca riparo. Antonio Marino è sdraiato immobile, la bomba gli ha squarciato il torace. La foto d'epoca lo inquadra per sempre al centro del selciato, intorno a lui il vuoto e il fumo. Mentre Milano conta i feriti, Giorgio Almirante, segretario del Msi, offre 5 milioni di lire a chi denuncerà gli assassini. Lo fa Gianluigi Radice, camerata missino, con una telefonata anonima in Questura. Vittorio Loi si consegna, Murelli fugge a Firenze, mala sua latitanza dura un giorno. Durante i primi interrogatori, Murelli chiama in causa Ignazio La Russa e suo fratello Romano. Sostiene che gli incidenti fossero stati pianificati. Ma durante il processo Murelli ritratta, dichiara di avere mentito perché si sentiva scaricato dal partito. Ignazio La Russa mette a verbale che quando Marino è morto lui era in Prefettura. L'inchiesta lo dichiara estraneo ai fatti. Ma il diavolo del sospetto aggiunge un dettaglio, quando, anni dopo, salterà fuori che gli avvocati di Murelli e Loi, condannati a 18 anni di carcere, li aveva pagati Antonino La Russa, il padre, 22 milioni di lire, più o meno 150mila euro di oggi. Circostanza confermata da Murelli in un'intervista a Report due anni fa, ma negando che quei soldi c'entrino con la ritrattazione. Altri 20 milioni di lire la famiglia La Russa li ha promessi riservatamente alla famiglia Marino. Quindi tutto bene per Ignazio e la sua carriera politica che corre da allora: deputato, ministro, dal 2022 presidente del Senato. Ma ancora oggi insofferente a quei ricordi, pronto a querelare Michela Ponzani, storica, che in televisione ha ricostruito quel giovedì nero, che La Russa (non) si è lasciato alle spalle. E dal quale Antonio Marino - una medaglia alla memoria, un busto, una strada e una scuola intitolati a suo nome - non si è mai più rialzato.