"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 22 ottobre 2026

Cosedettecosì. 67 Umberto Galimberti: «Il tu è funzionale all’Io, proteso alla ricerca di sé e del proprio riscatto dall’anonimato sociale spinto fino ai limiti dell’insignificanza».


Ho quindici anni e tempo fa ho dovuto fare un compito sul testo argomentativo che trattava l'uso dei cellulari tra i ragazzi. Questo argomento mi sta particolarmente a cuore, dato che circa un anno fa ho deciso di buttare via il mio smartphone e utilizzare invece un telefono col tastierino, la cui unica funzione è chiamare e mandare messaggi. Ho fatto questa scelta perché mi sono reso conto che stavo morendo. Dentro, almeno. Sentivo tanta apatia e tanta finzione, la famosa "maschera" di cui tutti amano parlare, ma che tutti indossano quotidianamente, costituendo un grande Carnevale tecnologico. Ora più passa il tempo più sto meglio; è bastato così poco. È da quando sono uscito dall'utero di mia madre che sono sempre stato considerato "lo strano: quindi il/atto di venir discriminato per questa scelta non è stato così rilevante. Ciò che più mi ha colpito però è stato vedere i miei coetanei da fuori: nessuno era davvero libero, perché legati a delle catene digitali. La ringrazio per l'attenzione e le mando un grande abbraccio. Ruben

Non siamo liberi di avere o non avere un telefonino o un computer perché, se oggi la comunicazione passa attraverso questi strumenti, chi non li possiede subisce un'esclusione sociale. Questa semplice constatazione ci consente di dire che la rete non è un "mezzo" a nostra disposizione, ma un "mondo" che non possiamo fare a meno di abitare. In questo mondo accadono alcune cose che val la pena di sorvegliare. La rete cambia il nostro modo di pensare, perché è regolata dal codice binario 1/0 che ci censente di dire "mi piace" o "non mi piace", sì o no, al massimo non so. Abituando il pensiero al codice binario, tipico dei sondaggi o dei referendum ci troviamo a disporre di un pensiero insufficiente per muoverci in una società complessa come la nostra, per cui chi ci offre una soluzione semplificata dei problemi complessi ci troviamo a vivere ottiene subito il nostro consenso. Di qui il successo del populismo. ~ La rete ci abitua a vivere più spesso nel mondo virtuale che nel mondo reale inducendoci a simulare azioni che di fatto non facciamo, come immergerci nelle profondità del mare senza neppure bagnarci, facendoci così smarrire le coordinate spazio-temporali della realtà che la virtualità abolisce. La rete accentua la distanza sociale perché, prima ancora che arrivasse il virus, eravamo già abituati a parlare con uno schermo per intrattenerci con un amico, a lavorare e studiare davanti a uno schermo invece che uno di fronte all'altro o con l'altro. Cosa questa che influisce negativamente sulla socializzazione, accentuando quella solitudine di massa che sempre più caratterizza la nostra società. Per non parlare dell'accentuazione di determinate patologie indotte dal cellulare che crea un'intolleranza della distanza, per esempio se la persona che ci sta a cuore non risponde subito alla nostra chiamata. È un'illusione di onnipotenza che ci dà l'impressione di poter controllare la realtà a distanza, fino ad attivare una sorta di controllo paranoico sulla vita delle persone, sui luoghi che frequentano, sulle cose che fanno in nostra assenza, trasformandoci in investigatori privati. Terrorizzati dall'angoscia dell'anonimato frequentiamo assiduamente i social per contare quanti consensi abbiamo, affidando così la nostra identità e la nostra autostima al numero di like che riceviamo. Se siamo in conversazione con amici al bar o al ristorante sospendiamo immediatamente la conversazione appena arriva uno squillo del cellulare, e così perdiamo il mondo circostante e il clima che si era creato, per non parlare della perdita della libertà, perché se il cellulare è acceso non possiamo fare a meno di rispondere, se è spento dobbiamo scusarci, e non possiamo dire ogni volta che eravamo sotto una galleria o che non c'era campo. Caro Ruben anche se ti considerano un po' strano, hai fatto bene a sottrarti alla tirannia del cellulare prendendo un telefonino dalle limitate possibilità. Così hai salvaguardato, oltre alla tua libertà, anche la tua privacy, perché quei tipi di telefonini non sono intercettabili. Infine, se hai solo 15 anni, permettimi di congratularmi per la qualità della tua scrittura e delle tue considerazioni. (Tratto da “La tirannia dello smartphone” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 6 di agosto dell’anno 2022).

“Il fantasma della libertà continua a illuderci”, testo di Umberto Galimberti – dal volume “L’illusione della libertà”, Feltrinelli editore, pagg. 160, euro 13 – pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 20 di ottobre 2026: La libertà non esiste, ma esiste l’idea di libertà, e molte volte le idee fanno più storia di quanta ne facciano gli eventi che si crede le determinino. Lo stesso può dirsi a proposito di Dio. Dio nessuno l’ha mai visto, ma l’idea di Dio ha fatto sì che tutti i popoli, a qualsiasi latitudine e fin dall’origine dei tempi, abbiano creduto nell’esistenza degli dèi o di Dio, e non c’è popolo nella storia che da questa idea non si sia fatto guidare. L’idea di libertà è utile alla religione, alla morale e al diritto, perché dalla libertà discende la responsabilità, e dalla responsabilità la punibilità. Eppure la nostra vita è decisa dalla nostra identità, frutto della genetica e dell’ambiente in cui siamo cresciuti. Quelle che appaiono come nostre scelte sono in realtà manifestazioni del nostro patrimonio genetico e del nostro condizionamento ambientale che sono alla base della nostra intera vita. A deciderle, infatti, sono il luogo in cui siamo nati, la famiglia in cui siamo cresciuti, le condizioni economiche e culturali di questa famiglia, i rapporti affettivi che la caratterizzavano, le opportunità che ci sono state offerte, le scuole che abbiamo frequentato, gli insegnanti che abbiamo incontrato, le nevrosi che abbiamo acquisito a partire dall’ambiente in cui siamo cresciuti, i riconoscimenti e i misconoscimenti che hanno accompagnato la nostra crescita, le amicizie che abbiamo frequentato. Tutti fattori, questi, che – insieme al nostro patrimonio genetico – costruiscono la nostra identità che, dunque, non è il frutto di una nostra scelta, ma il risultato dei due fattori condizionanti: la genetica e l’ambiente. Nasce da qui l’insolubile conflitto tra identità e libertà. O io sono quello che sono (identità) e quindi non posso mettere in atto comportamenti diversi da quelli che scaturiscono dalla mia identità, oppure mi ritengo “libero” di mettere in atto comportamenti diversi, ma allora la mia identità, e con essa la fiducia sociale che poggia sulla mia identità, vanno in frantumi e io non sono più riconoscibile per quello che sono. E infatti, salvo i casi patologici di sdoppiamento della personalità, dalle persone che conosciamo, a partire dalla loro riconosciuta identità, ci attendiamo certi comportamenti e non altri. Nascono da qui l’affidabilità e la fiducia reciproche che sono il fondamento della coesione sociale, la quale sarebbe impossibile se le scelte delle persone fossero del tutto sganciate dalla loro identità e quindi imprevedibili. Giusto per fare un esempio: abbiamo scelto noi di comunicare con un cellulare o di lavorare con un computer? No! Perché, se oggi volessimo prescindere da questi strumenti, subiremmo una sorta di esclusione sociale. Allora la tecnica è già diventata sociologia, ma potrei anche aggiungere psicologia e addirittura psicopatologia, se è vero che, ad esempio, la depressione, che nell’età della disciplina aveva come tematica il senso di colpa, oggi – nell’età dell’efficienza, della funzionalità, della produttività e della velocizzazione del tempo – ha come sua tematica il senso di insufficienza o di inadeguatezza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese dell’apparato di appartenenza, a partire dalle quali ciascuno misura il valore di se stesso. Nonostante queste constatazioni, è diffusa la persuasione che nell’età della tecnica si sia ampliato lo spazio della libertà, perché si è passati dal semplice “diritto di obbedire o disobbedire”, tipico delle società pre-tecnologiche, al “diritto di scegliere”. Ma qui passa inosservato il fatto che la nostra scelta è circoscritta non al tipo di personalità da esprimere, ma al tipo di prestazione a cui si è vincolati. Infatti, se l’identità personale è data dalle prestazioni svolte all’interno dell’apparato di appartenenza, nell’età della tecnica non si dà libertà se non come libertà di ruolo. È diffusa la persuasione che oggi, a differenza delle epoche trascorse, almeno l’amore sia una “libera scelta”. A smentire questa persuasione è una semplice riflessione. Se io ti dico «Ti amo», chi parla: la mia passione, il mio desiderio, la mia idealizzazione, la mia immaginazione, la mia angoscia di solitudine, la mia voglia di emancipazione, il mio bisogno di realizzazione? La domanda non è retorica. Segna piuttosto un ribaltamento radicale circa il modo di considerare l’amore, quasi sempre pensato come qualcosa in possesso dell’Io, qualcosa di cui l’Io può disporre con le sue scelte. Ma Amore non è una faccenda dell’Io. Per questo nessuno crede fino in fondo all’altro quando dice: «Io ti amo». A ricordarcelo è Sigmund Freud là dove, in Una difficoltà della psicoanalisi (1917), scrive: «L’Io non è padrone in casa propria», perché inconsce sono le forze che determinano quelle che l’Io considera sue libere scelte. Infatti, nella ricerca di una relazione con l’altro, in cui l’amore propriamente consiste, subdolamente si nasconde quel fraintendimento che, all’altro, antepone la ricerca di sé, per cui in primo piano non c’è l’altro, ma il bisogno di realizzare se stessi. Ma così l’amore si avvolge nel suo enigma, dove il desiderare, lo sperare, l’intravedere una possibilità di realizzare sé stessi cozza con la natura dell’amore, che è essenzialmente relazione all’altro, dove i due smettono di impersonare ruoli, di compiere azioni orientate a uno scopo, ma, nella ricerca della propria autenticità, entrambi cercano nel tu il proprio se stesso. Se questo è vero, nell’età della tecnica, dove sembrano frantumati tutti i legami sociali, l’amore, più che una relazione all’altro, appare come un culto esasperato della propria soggettività, in perfetta coerenza con l’esasperato individualismo a cui non cessa di educarci la nostra cultura, per la quale l’altro è solo un mezzo per l’accrescimento di sé. E così, nell’età della tecnica, dove non c’è azione che non sia diretta a uno scopo, l’amore, che all’individuo appare come salvezza residua da questo scenario ineluttabile, finisce paradossalmente per confermare questo stesso scenario nel regime dell’intimità, dove il tu è funzionale all’Io, proteso alla ricerca di sé e del proprio riscatto dall’anonimato sociale spinto fino ai limiti dell’insignificanza.

mercoledì 21 ottobre 2026

DalMondo. 20 Pino Corrias: «I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro».


“Ho imparato a non mettermi ne’ tumulti”, diceva a se stesso Renzo Tramaglino, ne I promessi sposi, un maranza gentile che veniva da fuori, un proletario, anche lui senza ascensore sociale, che dopotutto voleva solo sposarsi, poveretto. Perché i tumulti, guarda un po’, c’erano già nel Seicento ottocentesco del Manzoni, il più grande tra i milanesi, il quale diceva cose come: “I poveri, ci vuol poco a farli apparir birboni”, una frase che oggi gli assicurerebbe la nomea di “cattivo maestro”, di “fiancheggiatore dei violenti”, di “giustificazionista” di quelli che spaccano le vetrine. Buono o cattivo, ci perdonerete se come maestro preferiamo Manzoni a Piantedosi. Ma visto che siamo ai classici (sempre, rileggere i classici) ci sarebbe anche quella frasetta di nonno Marx: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi”, una riga soltanto, ma difficile da smentire. Ora che tutti si esercitano nell’esercizio sociologico di leggere, interpretare, spiegare la due giorni milanese di assalto ai forni – nella loro moderna versione di negozi del centro – i sacri testi ci vengono in soccorso, e ne aggiungo un altro che non appartiene alla letteratura, ma al sapere popolare. Un proverbio brasiliano che dice: “Apro la televisione (variante: Instagram, TikTok…) e c’è tutto; apro il frigorifero e non c’è niente”. Che brutta cosa. Per una volta, la frasetta paracula “né di destra né di sinistra” ha un senso: i ragazzini che sono andati in centro col metrò e sono tornati a casa (sempre col metrò) con un paio di sneakers prese da uno scaffale senza passare alla cassa, non sono effettivamente né di destra né di sinistra, sono solo incazzati neri, stufi marci di parecchie cose. Tra cui, per esempio, i controlli costanti di profilazione razziale che subiscono (da anni, non dall’altro ieri) ogni volta che scendono dalle loro banlieue nella vetrina bella della città. Molti commentatori, bontà loro, ci dicono che c’è una questione di rabbia, e qualcuno si spinge a dire che quella rabbia ha delle radici, dei motivi, e insomma, dei perché, che non sono una sorpresa, ma anzi sono sotto gli occhi di tutti da parecchio tempo. Se ne parla, si dice nella canzoni, nei video, nell’estetica maranzo-proletaria dei ribelli senza causa (Gioventù bruciata, Nichalas Ray, James Dean, 1955, altro classico) La pentola a pressione, insomma, produce vapore, il vapore preme, e prima o poi la valvola salta, una cosa che si poteva prevedere e che nessuno, pare, ha previsto. Tanto meno, ahimé, quella “sinistra” che per tradizione storica e culturale dovrebbe essere più attenta alle differenze sociali, alle diseguaglianze e insomma, alla lezione dei vecchi classici (Marx, non Manzoni). E’ probabile che quel che prova oggi un sottoproletario sedicenne – la cui prospettiva, se va bene, è di diventare un sottoproletario cinquantenne – possa dirlo solo lui, e tutto il resto (compreso questo che state leggendo) sia solo un esercizio di edificante trombonismo. Ed è forse l’unica cosa da augurarsi seriamente: che il racconto di quel che succede vanga da lì, dalla rabbia da chi vede l’ascensore sociale funzionare solo per le élite, le garanzie funzionare solo per i già garantiti, il futuro assicurato a chi già lo vede per successione dinastica o di classe. La faccenda sarà anche nuova, ma come si vede le parole valide sono antiche, come sono antiche le soluzioni: pene più dure! Militari! Repressione! Spoiler: non funzionerà, finché non si spegne il fuoco sotto la pentola a pressione. (Tratto da «Milano, oh cara! I “maranza” a Milano: quelli di Manzoni e quelli visti da Marx» di Alessandro Robecchi).

martedì 20 ottobre 2026

DalMondo. 19 Pino Corrias: «Dai tempi dei linciaggi e del patibolo eretto davanti al saloon, l’America ordinaria e selvaggia ha sempre esibito in pubblico il misfatto della pena di morte».


Ho visto

la gente della mia età andare via

lungo le strade che non portano mai a niente,

cercare il sogno che conduce alla pazzia

nella ricerca di qualcosa che non trovano

nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,

dentro alle stanze da pastiglie trasformate,

lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,

essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà

e un dio che è morto,

ai bordi delle strade dio è morto,

nelle auto prese a rate dio è morto,

nei miti dell'estate dio è morto...

Mi han detto

che questa mia generazione ormai non crede

in ciò che spesso han mascherato con la fede,

nei miti eterni della patria o dell'eroe

perchè è venuto ormai il momento di negare

tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,

una politica che è solo far carriera,

il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,

l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un dio che è morto,

nei campi di sterminio dio è morto,

coi miti della razza dio è morto

con gli odi di partito dio è morto...

Ma penso

che questa mia generazione è preparata

a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,

ad un futuro che ha già in mano,

a una rivolta senza armi,

perchè noi tutti ormai sappiamo

che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo dio è risorto,

in ciò che noi vogliamo dio è risorto,

nel mondo che faremo dio è risorto...

(“Dio è morto” di Francesco Guccini).