"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 20 giugno 2026

MadeinItaly. 95 Cose così da “MadeinItaly”.


La mattina del 20 giugno, lunedì, alle dieci, incominciò, la pubblica vendita delle tappezzerie e dei mobili li appartenuti a S.E. il Ministro plenipotenziario del Guatemala. Era una mattina ardente. Già l'estate fiammeggiava su Roma. Per la via Nazionale correvano su e giù, di continuo, i tramways, tirati da cavalli che portavano certi strani cappucci bianchi contro il sole. Lunghe file di carri carichi ingombravano la linea delle rotaie. Nella luce cruda, tra le mura coperte d'avvisi multicolori come d'una lebbra, gli squilli delle cornette si mescevano allo schiocco delle fruste, agli urli dei carrettieri. Andrea, prima di risolversi a varcare la soglia di quella casa, vagò pe' marciapiedi, alla ventura, lungo tempo, provando una orribile stanchezza, una stanchezza così vacua e disperata che quasi pareva un bisogno fisico di morire. (Tratto da “Il Piacere” – 1889 – di Gabriele D’Annunzio).

Trump è talmente bugiardo che si tende a credere alla versione di Meloni. E Trump è talmente cafone che si tende a parteggiare per Meloni a prescindere da come si sono svolti i fatti. Detto questo, il problema di Meloni, grosso come una casa, è avere avuto come punto di riferimento politico un simile figuro; e avere rischiato di isolare l’Italia dagli altri Paesi europei nel nome dell’affinità politica con quel figuro. Non solo bugiardo e cafone, anche lestofante, visto che ha usato la Casa Bianca per arricchirsi personalmente, con una confusione tra pubblico e privato inestricabile. Uno che non ha alcuna idea dei limiti del potere e dunque della democrazia («il limite del mio potere è quando lo dico io», ha detto qualche mese fa: sembra una battuta scritta da Mel Brooks), uno che dice una cosa un giorno e il suo contrario il giorno dopo. Un tiranno iracondo, vendicativo, umorale, inaffidabile, narciso: perché, da governante europea, immolare la propria credibilità politica su un altare così basso, e così screditato? Il giudizio sul livello politico e umano di Donald Trump precede di gran lunga l’ideologia. Non è insopportabile perché è di destra, è insopportabile perché è Trump. Ci si domanda come sia possibile che, per prendere definitivamente le distanze da lui, Meloni abbia dovuto attendere che la sbracataggine violenta e offensiva di quel tizio colpisse lei personalmente. Prima di lei ha colpito oppositori politici, governanti di altri Paesi, cittadini americani. Ha calpestato regole, sobillato fanatici, detto bugie clamorose: non poteva accorgersene un po’ prima, la nostra presidente del Consiglio, di chi è Trump e di quale sprofondo politico è l’artefice? (Tratto da “Non poteva accorgersene prima?” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, sabato 20 di giugno 2026).

“La donna che non doveva chiedere mai chieda scusa” di Tomaso Montanari, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino”. Di fronte alla plateale umiliazione inferta da Donald Trump alla loro Giorgia Meloni, i patrioti che governano il Paese hanno calpestato anche l’unico articolo della Costituzione in cui forse si riconoscono (ovviamente fraintendendolo). Perché hanno fatto l’esatto contrario, usando prontamente la patria come scudo per proteggere Meloni: e proprio nel momento in cui è stato clamorosamente evidente che, lungi dal fare l’Italia grande di nuovo, Meloni ci ha trascinati in una condizione che oscilla tra l’irrilevante e il ridicolo. È stata la stessa presidente del Consiglio a dare il la, concludendo il suo patetico videomessaggio con maschie parole che ricalcano lo slogan ultrasessista di un noto dopobarba: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. “Io e l’Italia”: sullo stesso piano, da potenza a potenza, in un debordamento dell’ego che farebbe preoccupare se oggi non facesse soprattutto ridere. La cultura del capo, quel presidenzialismo cui Meloni aspirava attraverso il premierato e che ora spera di attuare facendosi eleggere al Quirinale nella prossima legislatura, prevede esattamente la torsione personalistica che abbiamo visto. Ma c’è presidente e presidente: e la differenza si vede in occasione delle sconfitte e delle crisi. La differenza tra chi si assume le proprie responsabilità, e chi si nasconde dietro i valori e gli interessi che avrebbe invece dovuto difendere. Fino a qualche ora prima della grottesca telefonata di Trump all’Aria che tira (o tempora, o mores…), Meloni si è dichiarata amica del presidente americano, mettendola tutta sul personale: letteralmente sul carattere forte suo e dell’amico. Giorgia ha voluto ancora una volta volare vicinissima al sole tossico di Donald: ma quando si è bruciata le ali ed è precipitata, non ha avuto il coraggio di sfracellarsi da sola, ma con un accesso di vigliaccheria tipico della tradizione politica da cui proviene, ha voluto trascinare con sé anche l’Italia. Lo schema di Meloni è sempre questo: il successo è merito suo personale, del suo carattere; l’insuccesso riguarda tutto il Paese, anzi la Nazione: “Io e l’Italia non imploriamo mai!”. Si chiama privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite: e il copione stavolta prevede la patria come pungiball da offrire ai pugni del bullo che fino a ieri Meloni corteggiava, nella speranza di suscitare solidarietà nascondendosi dietro al tricolore violato. Le istituzioni e l’opposizione non dovrebbero solidarizzare con Meloni in nome della dignità nazionale: dovrebbero, al contrario, chiederle conto della clamorosa umiliazione della dignità nazionale. E il conto è lungo, e doloroso: non è stata l’Italia ad essere andata a Mar a Lago a reggere lo strascico a Trump volendo accreditarsi come la più fedele suddita europea, non è stata l’Italia a proporlo per il Nobel per la Pace, non è stata l’Italia a sposarne in toto l’ideologia razzista: è stata Giorgia Meloni, e per ragioni che non hanno a che fare con l’interesse nazionale, ma con l’interesse della sua fazione politica, e dell’internazionale nera della quale lei e Trump fanno parte. Non è stata l’Italia, ma la sua presidente del Consiglio ad aver detto (nel febbraio dell’anno scorso, alla convention della destra americana): “E so che con Donald Trump alla guida degli Stati Uniti, non vedremo mai più il disastro che abbiamo seminato in Afghanistan quattro anni fa. Quindi sicurezza dei confini, sicurezza energetica, sicurezza economica, sicurezza alimentare, difesa e sicurezza nazionale, per un semplice motivo. Se non sei sicuro non sei libero. E quando la libertà è a rischio, l’unica cosa che puoi fare è metterla nelle mani più sagge”. L’interesse dell’Italia non era lì: sarebbe stato investire sull’Europa e sul multilateralismo mediterraneo; resistere, come ha fatto la Spagna, ai diktat americani sul riarmo che minano quel che resta dello Stato e della pace sociali; non farsi complice del genocidio di Gaza; non permettere al ricercato Netanyahu di sorvolare impunemente il nostro Paese; non ringraziare servilmente Israele che torturava i manifestanti della prima Flotilla; non sbavare sulla soglia del mostruoso e fallimentare Board of Peace… L’Italia è stata trascinata in direzione opposta a quella indicata dalla sua Costituzione, perché la sua presidente del Consiglio potesse accreditarsi personalmente alla corte di Trump: l’umiliazione del Paese non sta nel misero e ridicolo fallimento di questa strategia personale, ma nella deriva politica e morale che essa ha comportato. Uno slogan di Fratelli d’Italia chiede il voto con queste parole: “Forte, autorevole, rispettata: è l’Italia. Per chi vuole che resti così”. Se avesse un po’ di decenza, oggi Meloni dovrebbe fare solo una cosa: chiedere scusa all’Italia. Anzi, implorarla.