"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 30 maggio 2026

MadreTerra. 74 Stefano Mancuso: «Ogni albero, ogni arbusto, ogni singolo filo d'erba produce innumerevoli composti volatili che vengono emessi nell'aria e trasportano messaggi per le altre piante. Questa miscela di elementi volatili, a cui vivendo in ambiente urbano non siamo più abituati, era un tempo l'unica aria che l'essere umano respirava».

                Sopra. Immagine pervenutami dalla carissima amica Agnese A.
 
“Nel bosco torniamo a casa”, testo di Stefano Mancuso – mio concittadino, scienziato e saggista, neurobiologo vegetale di fama mondiale – tratto dalla prefazione al volume “Chiedilo agli alberi” di Guidalberto Bormolini riportato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 17 di maggio 2026: C’è un silenzio particolare che si trova solo nel cuore di una foresta, un silenzio non fatto di assenza di suono, ma di pienezza. Una quiete vibrante intessuta nel fruscio delle fronde, nel battito impercettibile della crescita, nel respiro di moltitudini invisibili. Quando si entra in un bosco, o anche quando ci fermiamo ad ammirare il piccolo giardino che cresce sul nostro balcone, accade dentro di noi qualcosa che precede il pensiero razionale. Sentiamo, con certezza, di essere tornati a casa. È l'eco di una verità biologica fondamentale che la scienza, non da molti anni, sta iniziando finalmente a decifrare. Per la quasi totalità della nostra storia evolutiva, l'essere umano non si è limitato a vivere nella natura; è stato natura. I nostri sensi, il nostro metabolismo, i ritmi del nostro cuore e le architetture della nostra mente si sono forgiati in risposta al sole, al vento, agli alberi e ai cicli delle stagioni. Soltanto da un battito di ciglia della nostra storia evolutiva ci siamo rinchiusi in scatole di cemento e vetro, circondati da luci artificiali e aria condizionata, illudendoci che questo distacco non avrebbe avuto conseguenze. Tuttavia, il prezzo esiste e lo paghiamo in termini di stress cronico, ansia, di un sistema immunitario sempre più fragile. La soluzione sta proprio in quel mondo verde da cui ci siamo allontanati, e a cui dovremmo al più presto riavvicinarci, ristabilendo con esso una corretta relazione. Quando studiamo la composizione chimica dell'aria presente in una foresta, rimaniamo stupiti dalla complessità e dal numero delle molecole di origine vegetale presenti. Ogni albero, ogni arbusto, ogni singolo filo d'erba produce innumerevoli composti volatili che vengono emessi nell'aria e trasportano messaggi per le altre piante. Questa miscela di elementi volatili, a cui vivendo in ambiente urbano non siamo più abituati, era un tempo l'unica aria che l'essere umano respirava. Una miscela complessa che agisce oggi come un vero e proprio elisir. Nelle foreste del Giappone, dove la pratica del passare alcune ore nei boschi a scopi terapeutici è codificata nella pratica dello Shinrin-yoku o 'bagno nella foresta', queste miscele di composti volatili emesse dalle piante sono molto studiate. E qui i ricercatori hanno svelato che questo dialogo molecolare segreto tra gli alberi ha effetti benefici importanti sul nostro organismo. Quando camminiamo tra gli alberi inspirando queste molecole, il nostro corpo risponde come al richiamo di un antico alleato. Si tratta di una cura (in Giappone il bagno nella foresta viene prescritto nelle ricette mediche) che assumiamo attraverso il respiro. Non serve ingerire nulla, non serve fare sforzi; basta essere lì, immersi nell'atmosfera del bosco, perché il nostro corpo ne tragga un beneficio duraturo. Ma la cura non passa solo attraverso i polmoni; passa anche attraverso gli occhi. C'è una geometria nella natura, una complessità nei rami di un albero o nelle nervature di una foglia, che il nostro cervello riconosce non soltanto come bella, ma anche come sicura. Negli anni Ottanta, quasi per caso, si scoprì che la semplice vista di qualche albero attraverso la finestra di un ospedale poteva cambiare il destino di un paziente chirurgico. Chi aveva la fortuna di osservare degli alberi - anche soltanto attraverso le finestre - guariva prima, soffriva meno, richiedeva meno farmaci e consumava meno analgesici rispetto a chi non aveva questa possibilità. La miriade di studi che dagli anni Ottanta dello scorso secolo hanno dimostrato, senza ombra di dubbio, l'efficacia terapeutica della semplice visione delle piante hanno rivelato una straordinaria caratteristica della nostra fisiologia: la bellezza della natura non è una semplice esperienza estetica superficiale, ma un interruttore biologico che spegne l'allarme del dolore e attiva le risorse profonde necessarie alla guarigione. Le piante, anche quelle che teniamo negli angoli più nascosti delle nostre stanze, lavorano silenziosamente per la nostra salute, non solo rimuovendo dall'aria i veleni invisibili che i nostri edifici esalano, ma modificando la nostra percezione, aiutandola, grazie alla visione del bello che offrono al nostro sguardo stanco. Ed è proprio la stanchezza, l'affaticamento delle nostre menti un altro ambito in cui l'azione delle piante e degli ambienti naturali offre un aiuto importante. Viviamo in un'epoca di attenzione frammentata, infastiditi da notifiche, messaggi e richieste incessanti che consumano ogni nostra abilità cognitiva soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta attenzione diretta, ossia quella che usiamo per lavorare e risolvere problemi. Passare del tempo in un ambiente naturale non richiede alcuno sforzo di elaborazione cognitiva. Il movimento delle nuvole, l'ondeggiare dell'erba, i colori delle chiome degli alberi o la forma di un fiore catturano la nostra attenzione senza richiedere alcuno sforzo. In questa contemplazione senza sforzo, il nostro cervello può finalmente riposare e rigenerarsi. Immergersi nel verde non è tempo perso; è il tempo necessario ad affinare la mente. È come se il cervello trovasse nella natura la sua condizione originaria, riportandoci a uno stato di calma vigile che è la nostra condizione naturale.

“Gli tsunami che ancora non vediamo”, testo della intervista di Zita Dazzi alla scrittrice Tara Menon pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 22 di maggio 2026: (…). Tara Menon, lei insegna letteratura inglese, ma mostra una grande competenza scientifica nella descrizione del territorio devastato dallo tsunami. Come mai?  «I miei genitori mi hanno trasmesso l'amore per la natura, portando me e mio fratello fin da piccoli a fare tantissimi viaggi in luoghi esotici e selvaggi. Con loro abbiamo conosciuto tutto il Sud-est asiatico, visitando le foreste pluviali, le spiagge, le montagne dall'Indonesia alla Thailandia. Siamo stati a fare safari in Sudafrica, nella giungla indiana, sui reef dell'oceano».

(…). Qualche vicenda personale l'ha ispirata per i due tempi di questa storia (“Vita sommersa”, edito da Feltrinelli n.d.r.) ambientata in Thailandia nel 2004 e a New York nel 2012? «No, è pura fiction, non ho amiche morte nello tsunami. Ma quando avvenne avevo 16 anni ed ero a Singapore. Fu un evento che sconvolse tutti in quella parte del mondo. Ho amici ed ex compagni di scuola che hanno perso parenti, ho incontrato una ragazza che ha visto morire la sua migliore amica. Ero a New York quando ci fu l'uragano Sandy. E quando ho letto “La grande cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile” di Amitav Gosh, ho trovato fantastica l'idea di una fiction a sfondo ecologico e ambientale. Penso che la crisi climatica sia il problema principale del mondo contemporaneo, ma la gente non se ne rende conto. Ha coscienza solo delle catastrofi vicine a casa propria. Gli incendi di Los Angeles, per esempio, non hanno fatto aumentare la consapevolezza generale degli americani della deriva nella quale siamo immersi».