"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 22 marzo 2026

Doveravatetutti. 74 Federico II di Prussia: «Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno di essi rimarrebbe nelle file».

 
Sopra. "Federico II di Prussia" - olio su tela, 1870 - di Wilhelm Camphausen.

Wilhelm Camphausen dipinge un'icona senza tempo del dispotismo "illuminato", fermando sulla tela un Federico II di Prussia ormai sessantenne, dallo sguardo spiritato e fanatico, pronto a sferrare una bastonata a un servitore o a un ministro incapace. Con quegli occhi sbarrati, Federico vedeva fino in fondo alle cose: «Se i miei soldati cominciassero a pensare» disse, «nessuno di essi rimarrebbe nelle file». Citando questa lucida constatazione, Lev Tolstoj scrisse una pagina profonda e dolente sulla "cieca" obbedienza dei soldati, che in ogni tempo e in ogni luogo non trovano il coraggio di disertare anche se "nel fondo della loro anima sentono che fanno un atto cattivo obbedendo alle autorità che li strappano al lavoro, alla famiglia e li mandano alla strage inutile". E questo non è, purtroppo, l'unico motivo per guardare oggi con interesse alla Prussia di Federico II. Si narra che un mugnaio di Potsdam a cui il re voleva espropriare, e distruggere, un certo fastidioso mulino posto troppo vicino alla reggia di Sanssouci, rispose seccato: «Ci sarà un giudice, a Berlino!». La storia è in realtà una leggenda, forse ispirata a una vicenda analoga, ma più complicata. Vera o falsa, la morale è chiara: perfino sotto il ferreo Federico, la Prussia era così "costituzionale" da avere giudici tanto liberi e così soggetti solo alla legge da poter dar torto (almeno in teoria) anche allo stesso re prepotente. C'è un motivo per cui questa storiella ha avuto tanta fortuna nel Novecento: ed è che non è per nulla scontato, anche nelle nostre democrazie, che il potere esecutivo si lasci limitare da quello giudiziario. Ed è esattamente su questo che voteremo, domenica e lunedì: perché c'è di nuovo un governo che vuole togliersi di torno i giudici. Lo fa spergiurando che così il popolo sarà più sovrano: ma la verità è il contrario, e cioè che il popolo è davvero sovrano se la sua sovranità è spezzata (almeno) tra tre poteri, perché quando sono tutti concentrati, chi li detiene caccia il popolo dal trono, e si siede lì, al suo posto, come un sovrano abusivo e prepotente. Se vogliamo che ci sia ancora "un giudice a Roma", allora è il momento di dire un rotondo No a questa riforma. È il modo che abbiamo per fermare la bastonata che il re sta per sferrarci. E per far sì che quello sguardo ebbro di un potere senza limiti resti nei quadri dell'antico regime: oggi lo vediamo anche troppo spesso tornare tutto intorno a noi, stampato sui volti dei tanti tiranni che ci circondano. (Tratto da “Ci sarà un giudice a Berlino. O a Roma” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).

“Le minacce globali alla democrazia”, testo di Domenico Gallo pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 15 di marzo 2026: Stiamo attraversando un’epoca di imbarbarimento dell’ordine internazionale che ci dà l’impressione di vivere all’interno di un incubo, come nella distopia disegnata da Philip Roth nel romanzo Il complotto contro l’America che ipotizzava una contro-storia in cui Charles Lindberg vinceva le elezioni presidenziali nel 1940 al posto di Roosevelt e instaurava un regime filonazista negli Usa. In effetti dai bassifondi della storia stanno riemergendo gli scheletri del razzismo, della guerra, del genocidio, che pensavamo di avere sepolto nel 1945 con l’instaurazione di un nuovo ordine internazionale fondato sul ripudio della guerra, sulla cooperazione fra le nazioni e sul primato della democrazia e dei diritti dell’uomo. A livello nazionale le promesse di quel nuovo ordine hanno trovato compiuta realizzazione nella Costituzione della Repubblica italiana, che ha saputo coniugare magistralmente il principio internazionalista-pacifista con il principio democratico-pluralista e garantire i diritti sociali nel quadro di un ordinamento saldamente ancorato all’equilibrio dei poteri. Dopo le difficoltà iniziali, dovute alla durezza della Guerra fredda, negli anni 70 del Novecento, la rivoluzione promessa (Calamandrei) immanente nei principi programmatici della Costituzione ha trovato in larga parte attuazione. Ciò ha portato a una maggiore democratizzazione delle strutture statali (Polizia, Forze armate) e a una crescita dei diritti sociali (statuto dei lavoratori), dei diritti civili (divorzio, aborto) e dei diritti di cittadinanza (sistema sanitario universale). Questo processo si è progressivamente arrestato e ha assunto un segno contrario con l’esaurirsi della spinta propulsiva dei partiti a base popolare. I mutamenti introdotti nella scena internazionale dai fatti dell’89, hanno determinato anche un vero e proprio terremoto nel nostro ordinamento politico. La caduta delle principali ideologie che avevano animato il dibattito politico del ’900 ha disvelato la crisi – già in atto – e la progressiva perdita del carattere democratico, partecipatorio e di massa dei principali partiti politici che hanno guidato la vita pubblica italiana e il loro trasformarsi in ristrette élite, gruppi di potere avulsi dai bisogni e dalle domande sociali. Gli anni tumultuosi della c.d. Seconda Repubblica ci hanno fatto assistere a una crescente insofferenza per il modello di democrazia prefigurato dalla Costituzione italiana, della quale i ceti politici dirigenti, a partire dall’ex PdR Francesco Cossiga, hanno decretato l’obsolescenza. La crisi del partito politico di massa ha aperto la strada alla crisi della democrazia italiana. A questa crisi i gruppi dirigenti dei partiti hanno cercato di porre rimedio inseguendo il mito della stabilità degli esecutivi, al prezzo della partecipazione popolare. Contestualmente è stata smantellata la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa ed è stato smantellato il sistema dei valori, cioè dei significati che organizzavano l’agire politico, riducendo la politica a mera lotta di élite e consegnandola nella dimensione della più totale anomia. Si è diffuso il mito della rigenerazione del sistema politico attraverso il ricorso a sistemi elettorali maggioritari che hanno modificato la “Costituzione materiale” al punto che il nuovo ordinamento politico è stato arbitrariamente battezzato come “Seconda Repubblica”. Il risultato è stata una progressiva diminuzione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche rappresentative e una ancora maggiore sfiducia nei partiti politici, trasformatisi in centri di potere autoreferenziali, con la conseguenza che ormai la metà degli elettori disertano le urne. Le riforme elettorali maggioritarie fortunatamente hanno ricevuto un ridimensionamento dalla Corte costituzionale che ha bocciato il “Porcellum” e l’“Italicum”. Una marcata tendenza alla verticalizzazione del potere ha guidato i ripetuti tentativi di stravolgere gli assi portanti della democrazia costituzionale attraverso i progetti di grandi riforme costituzionali che si sono susseguiti nel tempo. I progetti più ambiziosi si sono concretizzati nella riforma Berlusconi (2005) e nella riforma Renzi (2016), entrambe cancellate dal popolo italiano con il referendum. L’esigenza di addomesticare una corrente politica anti-istituzionale che puntava alla rottura dell’unità della Repubblica ha portato alla ambigua riforma del titolo V, introdotta dal centrosinistra nel 2001. La riforma ha introdotto nel tessuto della Repubblica un baco che si è materializzato 20 anni dopo con l’insidioso progetto dell’Autonomia differenziata.