“CronachettedellEstate”.1 “Ho visto cose che voi umani” di Massimo Giannini: (…). Non voglio cedere al pessimismo cosmico di un immenso viaggiatore come Tiziano Terzani, che diceva "brutta invenzione il turismo, una delle industrie più malefiche, ha ridotto il mondo a una Disneyland senza confini...". E non voglio scivolare nemmeno nei cliché della copiosa cinematografia di genere, i radical chic di Capalbio contro i barbari di Coccia di Morto, raccontati da Roberto Milani in Come un gatto in tangenziale, o i sofisticati Molino contro i burini Mazzalupi, immortalati da Paolo Virzì in Ferie d'agosto. Ognuno ha diritto di fare le vacanze dove gli pare, e ci mancherebbe altro. È il turismo di massa, bellezza, e fa guadagnare un sacco di gente. Detto questo, però, io temo il peggio. Tutto mi pare sempre più a rischio: la bellezza dei luoghi, la tutela dei paesaggi, la conservazione dei beni culturali, la tenuta delle relazioni sociali. Parlo per fatto personale. Per ragioni di promozione di un mio libro, sono reduce da un weekend lungo a Ponza. Solo chi non c'è mai stato può dubitare che sia una delle isolette più belle del Mediterraneo. Ma forse la gente - sia chi ci vive, sia chi ci va in ferie - non si rende conto di cosa stiamo distruggendo. Già all'imbarco, ad Anzio, ho visto una bolgia infernale di automobili e taxi, di minivan e pulmini, ammassati sul molo e paralizzati tra la polvere e i fumi di scarico in quello che il mitico Bellavista di De Crescenzo chiamava "l'ingorgo a spina di pesce". Sbarcati su Pòntos, che fu meravigliosa colonia greca, ho visto cose che voi umani. Frotte viventi all'assalto delle centinaia di barcaioli che affittano flotte galleggianti di gommoni e motoscafi, comitive di giovani scossi da tempeste ormonali che assediano i dehors del lungomare per l'apericena, famiglie di vario lignaggio e di diverso conto bancario che si intruppano davanti ai B&B, ai mini-hotel e ai residence. Al mattino, al Frontone, mi sono accalcato sui ciottoli in mezzo a sciami di vacanzieri in arrivo da Roma, da Latina, da Napoli. Ho guardato in rada e ho contato quarantotto tra yacht, catamarani, barche a vela, ferri da stiro a motore, canotti e caicchi, tutti ancorati, mentre sullo sfondo sbuffavano traghetti e aliscafi in entrata e in uscita. Ho nuotato un'ora al mattino e un'altra il pomeriggio, con gli occhialini, in un'acqua fantastica azzurra e trasparente come il cristallo, e giuro in due ore ho visto in tutto quattro pesciolini. La sera, dopo cena, ho provato a passeggiare per i deliziosi vicoletti colorati del paese: ho marciato col branco, un passettino alla volta, come nella metropolitana di Tokyo. Quando sono ripartito, dalla nave, ho guardato le casette gialle e celesti di Santa Maria, poi le bianche scogliere di Cala Schiavone. E ho pensato che la Grande Bellezza non sopravvivrà all'overtourism.
“CronachettedellEstate”. 2 “Come un incubo ricorrente” di Malcom Pagani: In un pomeriggio estivo di granite e cicale il vecchio si era commosso. Mi aveva visto chino sui conti, con un foglio a quadretti davanti agli occhi, e senza sapere che giocare con i numeri era soltanto un modo per baloccarmi e sognarmi miliardario aveva deciso che sarei diventato un grande matematico. Senza laurea, con un diploma da ragioniere in tasca, mio nonno insegnava abusivamente, ma con talento la materia alle medie. Trascorremmo un paio di giorni di grande impegno con carta, penna e calamaio finché a un certo punto, capita l'antifona, rinunciò all'ambizione e mi abbandonò alle fantasie preferendo andare a rischiare lo stipendio con gli amici al tavolo da poker. Da allora e per sempre, io e la matematica avremmo intrattenuto lo stesso rapporto che lega la vittima al carnefice. La mia vera professoressa, la prima ad affibbiarmi dei virili 3 in tenera età, si chiamava Mirella Pecorone. Era di Formia e in quel luogo di confine affacciato sul mare tra il Lazio e la Campania, aveva capito in fretta che senza una rotta definita la barca può solo perdersi alla deriva. Lo teorizzava, desolata, durante lezioni che nella mia memoria duravano molto più della canonica ora e che ancora oggi, superata la boa dei cinquant'anni, mi accompagnano come un monito invano suggerito: «Se non la afferri subito», diceva Mirella, «la matematica ti sfugge e diventa magica». Aveva ragione. Ciò nonostante - un esempio alla ciurma bisognava pur darlo - non mancava di umiliarmi in coincidenza con la ricreazione.


