“Vedere oltre la zona di interesse”, testo di Massimo Recalcati pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 23 di agosto 2026: Fra qualche anno nessun testimone oculare dell'orrore indicibile dei campi di sterminio nazisti sarà sopravvissuto. L'atroce metodicità con la quale è stata perseguita la distruzione genocida del popolo ebraico si potrà leggere solo nei libri di storia perché non ci sarà più alcuna memoria diretta. È stato questo pensiero a spingere Roger Fajnzylberg, figlio di Alter Fajnzylberg, a violare l'interdetto di suo padre rendendo pubblici i suoi diari che raccontano la sua tragica esperienza di deportato ad Auschwitz dal 1942 al 1945. Li aveva custoditi con cura dentro una scatola da scarpe accuratamente chiusa con uno spago, come a voler nascondere il segreto indicibile dell'orrore. Il loro contenuto racconta la vita, inumana di un ebreo deportato tra i primi e costretto a fare parte delle squadre dei Sonderkommando. Nella lingua tedesca questa parola significa "squadra isolata". I suoi membri erano dei prigionieri che non potevano avere alcun contatto con gli altri essendo obbligati, dopo avere estratto i denti d'oro e tagliato i capelli alle donne, ad occuparsi dello smaltimento dei cadaveri accumulati nelle camere a gas attraverso i forni crematori. Si trattava di un incarico che sottoponeva chi lo svolgeva ad una tortura continua e insopportabile. Sottrarsi significa però essere ucciso sul posto e sostituito immediatamente. Solitamente i membri di queste squadre venivano in breve tempo rimpiazzati per essere a loro volta gasati e inceneriti. Alcuni di essi, racconta l'autore nei suoi diari, si impiccavano, incapaci di reggere alla prova. Poteva capitare che un padre dovesse bruciare il corpo del figlio, della moglie o dei propri genitori. L'«inferno hitleriano», come lo definisce Fajnzylberg, assume ad Auschwitz le forme di un vero e proprio terribile sistema industriale che ha come finalità l'eliminazione pianificata di un intero popolo. Non a caso il termine "annientamento" (Vernichtung) è stato sin dall'inizio una parola chiave del folle antisemitismo ideologico di Adolf Hitler: già in Mein Kampf l'annientamento degli ebrei veniva dichiarato come la condizione necessaria per restituire alla Germania la purezza del suo sangue rendendo possibile la sua gloriosa rinascita. Solo nei campi la politica ideologica dell'annientamento potrà trovare la sua applicazione operativa. Si tratta di un sistema che pare oliato secondo un criterio esclusivamente produttivo. La preoccupazione dei diabolici inventori non è dissimile da quella che potrebbe caratterizzare una qualunque opera di ingegneria sociale. Quanti se ne potevano uccidere nel più breve tempo possibile? Come fare per liberarsi dei cadaveri il più efficacemente possibile? Un criterio di pragmatica utilità sembra occultare lo scempio della somministrazione sistematica della morte a persone innocenti: trasporto delle vittime su rotaie, razionalizzazione delle procedure di eliminazione, costruzione di camere a gas, efficientismo, minimizzazione dei costi. Tutto in linea con la decisione della "soluzione finale" che venne presa nel gennaio del 1942 in una località lacustre nei pressi di Berlino chiamata Wannsee. A questa "conferenza" non si riunirono dei barbari incolti ma dei gerarchi nazisti che possedevano un livello elevato di cultura. Costoro discussero in un ambiente elegante, tra un pranzo raffinato e un bicchiere di cognac, di come annientare per sempre il popolo ebraico. Non più attraverso una battaglia politica o una legislazione ostile e discriminatoria, com'era accaduto principalmente negli anni Trenta, ma attraverso un vero e proprio piano industriale. Hitler, come riporta il biografo Ian Kershaw, non amava che gli si parlasse dello sterminio fisico degli ebrei. Preferiva tenere separata la parola "annientamento" e la sua forte risonanza retorica dalla sua applicazione pratica. Lo stesso Eichamann ha sostenuto di avere una natura sensibile e di provare disgusto alla sola vista del sangue. Franz Stangl, comandante nel campo di Treblinka e Sobibor, quando accoglieva i deportati, per lo più destinati alle camere a gas, usava indossare una immacolata giacca bianca da cavallerizzo. Rudolf Hoss, responsabile del campo di Auschwitz, contemplava i massacri, le fucilazioni di massa e le operazioni di gasazione di bambini, donne e anziani dichiarandosi sinceramente addolorato per tutto quello che stava accadendo. In realtà gli ambienti ovattati di Wanssee, così come la retorica del Fuhrer, non sono affatto lontani da Auschwitz: gli sono estremamente prossimi. «La mia famiglia» ha dichiarato Rudolf Hoss nella sua Autobiografia «stava bene ad Auschwitz. Ogni desiderio di mia moglie o dei miei bambini era esaudito. I bambini vivevano liberi e all'aperto e mia moglie aveva il lusso di un giardino fiorito che era un vero paradiso. I prigionieri facevano di tutto per compiacere mia moglie e i miei bambini, per usare loro delle cortesie». Nondimeno, la ragione tecnica e la banalità del male non sono le sole protagoniste della storia raccontata dai Diari di Fajnzylberg. Accanto all'anima cinicamente economicista della distruzione degli ebrei nei campi aleggia anche il tetro abuso anarchico del potere, la crudeltà apertamente sadica che eccedendo il quadro sterilmente operativo dello sterminio pianificato, rivela in realtà il suo più profondo orrore. Il racconto di una sola scena le riassume tutte: un nazista obbliga una donna ebrea nuda a danzare su un mucchio di cadaveri mentre continua a sparare uccidendo indiscriminatamente chiunque gli capita a tiro. Alla fine le speranze di questa donna di salvarsi accondiscendo alla volontà sadica del suo aguzzino si rivelano vane. Viene uccisa come tutti gli altri.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
martedì 15 settembre 2026
Cosedettecosì. 59 “La lugubre teatralità della Storia”.
(…). Lasciatemi dunque chiedere perché non solo la Resistenza ma
tutta la seconda guerra mondiale sono state definite in tutto il mondo come una
lotta contro il fascismo. Se rileggete Per chi suona la campana di Hemingway,
scoprirete che Robert Jordan identifica i suoi nemici coi fascisti, anche
quando pensa ai falangisti spagnoli. Permettetemi di lasciare la parola a
Franklin Delano Roosevelt: "La vittoria del popolo americano e dei suoi
alleati sarà una vittoria contro il fascismo e il vicolo cieco del dispotismo
che esso rappresenta" (23 settembre 1944). Durante gli anni di McCarthy,
gli americani che avevano preso parte alla guerra civile spagnola venivano
chiamati "antifascisti prematuri" - intendendo con ciò che combattere
Hitler negli anni quaranta era un dovere morale per ogni buon americano, ma
combattere contro Franco troppo presto, negli anni trenta, era sospetto. Perché
un'espressione come "Fascist pig" veniva usata dai radicali americani
persino per indicare un poliziotto che non approvava quello che fumavano?
Perché non dicevano: Porco cagouar , Porco falangista , "Porco
ustascia", "Porco Quisling", "Porco Ante Pavelié",
"Porco nazista"? Mein Kampf è il manifesto completo di un programma
politico. Il nazismo aveva una teoria del razzismo e dell'arianesimo, una
nozione precisa della entartete Kunst, l"'arte degenerata", una
filosofia della volontà di potenza e dell'Ubermensch. Il nazismo era
decisamente anticristiano e neopagano, allo stesso modo in cui il Diamat (la
versione ufficiale del marxismo sovietico) di Stalin era chiaramente
materialista e ateo. Se per totalitarismo si intende un regime che subordina
ogni atto individuale allo stato e alla sua ideologia, allora nazismo e
stalinismo erano regimi totalitari. Il fascismo fu certamente una dittatura, ma
non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la
debolezza filosofica della sua ideologia. Al contrario di ciò che si pensa
comunemente, il fascismo italiano non aveva una sua filosofia. L'articolo sul
fascismo firmato da Mussolini per l'Enciclopedia Treccani fu scritto o venne
fondamentalmente ispirato da Giovanni Gentile, ma rifletteva una nozione
tardo-hegeliana dello "stato etico e assoluto" che Mussolini non
realizzò mai completamente. Mussolini non aveva nessuna filosofia: aveva solo
una retorica. Cominciò come ateo militante, per poi firmare il concordato con
la Chiesa e simpatizzare coi vescovi che benedivano i gagliardetti fascisti.
Nei suoi primi anni anticlericali, secondo una plausibile leggenda, chiese una
volta a Dio di fulminarlo sul posto, per provare la sua esistenza. Dio era
evidentemente distratto. In anni successivi, nei suoi discorsi Mussolini citava
sempre il nome di Dio e non disdegnava di farsi chiamare "l'uomo della
Provvidenza". Si può dire che il fascismo italiano sia stata la prima
dittatura di destra che abbia dominato un paese europeo, e che tutti i
movimenti analoghi abbiano trovato in seguito una sorta di archetipo comune nel
regime di Mussolini. Il fascismo italiano fu il primo a creare una liturgia
militare, un folklore, e persino un modo di vestire - riuscendo ad avere all'estero
più successo di Armani, Benetton o Versace. (…). (Tratto da “Il
fascismo eterno” di Umberto Eco – 2018, pagg. 20/24).
domenica 13 settembre 2026
sabato 12 settembre 2026
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