“Due guerre e i rischi dell’anatra zoppa”, testo di Fabio Mini – da “Wikipedia: “Dopo gli studi presso l'Accademia militare di Modena e la Scuola di applicazione di Torino, si è laureato in Scienze strategiche per poi perfezionarsi in scienze umanistiche presso l'Università Lateranense e in Negoziato internazionale presso l'Università di Trieste” - pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 7 di novembre 2026: L’esito delle elezioni americane è stato definito uno tsunami, e molti ne rivendicano il merito. Può essere vero, ma probabilmente le ragioni sono diverse da quelle sostenute dal Partito Democratico e dai suoi fan che negli Usa e in Europa si scoprono improvvisamente coabitanti della grande tenda blu. Più che un successo del Partito Democratico e dei suoi valori liberal, è stato un successo della gente che non vota candidati che promettono pace e cambiamento e non mantengono. La forza della democrazia si è espressa con l’afflusso alle urne e con il voto dato per due cose: punire Trump e salvare l’America dalla crisi. La democrazia americana (o qualsiasi altra) si riconosce a quattro livelli: il primo è la scelta dei candidati, il secondo la loro elezione, il terzo la rappresentanza al Congresso e il quarto l’effettivo controllo del Congresso sull’esecutivo. Il Partito Democratico è intervenuto poco e male al primo livello e la gente, i comitati di quartiere, i porta a porta dei giovani, le singole comunità etniche e confessionali, hanno prevalso sulle incertezze del partito. Al secondo livello, il partito ha sostenuto i propri candidati con centinaia di milioni di dollari, ma poca convinzione e, forse, con la speranza che non fossero eletti. Sembra che neanche i soldi abbiano funzionato. Né quelli dati dagli oligarchi repubblicani e democratici, né quelli promessi da Trump a tutti se avesse vinto lui. Era la prima volta che un presidente faceva una simile proposta delinquenziale ed è stata la prima volta che una parte maggioritaria del popolo votante ha sputato sui soldi. Ma oltre a questi due livelli, ora bisognerà vedere come si comporteranno i nuovi eletti e il nuovo Congresso di fronte agli allettamenti delle centinaia di lobbisti che bivaccano ai piedi del monumento a Lincoln. Gli stessi che hanno partecipato al sistema corruttivo di Trump, Biden e altri prima di loro. Bisognerà vedere come accoglieranno i briefing delle varie amministrazioni a partire da quelle del Tesoro e della Guerra. Cosa diranno loro i vari direttori delle agenzie d’intelligence. Molte promesse elettorali nel passato sono crollate ai primi briefing. Di solito, per le lobby, i nuovi arrivati sono facili prede, non sanno niente e si accontentano di poco. Crescendo, rimangono incapaci di resistere, ma diventano esosi e si scopre che “tengono famiglia”. A quel terzo livello la voce della gente arriva affievolita mentre quella delle oligarchie tuona, blandisce e minaccia. Il potere di Trump all’interno del suo partito ha subito un duro colpo e i Democratici sono ansiosi di usare il loro nuovo controllo del Congresso per limitarlo ulteriormente. Intendono indagare sulla corruzione personale, familiare e dei soci in affari del presidente. Stanno inoltre pianificando una “corsa legislativa d’impatto”, con proposte di legge che, oltre ad affrontare questioni interne come il finanziamento dell’assistenza sanitaria, cercheranno di abolire i dazi di Trump e di forzare una votazione sulla guerra in Iran. E qui si arriva al quarto livello: l’effettiva capacità dei membri del Congresso di condizionare il presidente. “Su queste ambizioni – osserva il New York Times, i Democratici potrebbero non andare molto lontano. Questo è il problema dei presidenti uscenti. Trump potrebbe essere indebolito, ma resta pur sempre il comandante in capo. Su questioni interne, il Congresso potrebbe essere in grado di contenerlo in qualche modo. Ma anche se le nuove maggioranze dei Democratici sono relativamente ampie, non sono sufficienti a ribaltare i veti di Trump. In politica estera – conclude il Nyt – la situazione è ancora più complessa.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 7 novembre 2026
DalMondo. 24 Fabio Mini: «Trump ha ancora un anno e mezzo prima di diventare veramente un’anatra zoppa. E adesso dà l’impressione di sentirsi sollevato. Può fare ciò che vuole. Perso per perso».
A guardare bene, e quindi con il sussidio dell'immaginazione, tra
i grandi presidenti scolpiti in oro zecchino sulla montagna di Rushmore Trump
appare un po' perplesso, come se la sua stessa presenza rivelasse un che di
abusivo. Si tratta comunque di un lavoretto celebrativo realizzato con
l'intelligenza artificiale per il 250esimo, un'animazione tridimensionale a
base rotante della durata di pochi secondi, il sonoro è affidato a un
sottofondo blues e alla voce dello stesso Donald che si loda imbrodandosi anche
per gli anni a venire e intanto promette: «Stasera ci divertiremo molto!». Chissà.
Era un po' che girava attorno al monumentone montano del South Dakota. L'anno
scorso qualcuno aveva avvistato a Mar-a-Lago un oggettino simile, di ignota
derivazione e penultima confezione, ma solo la testa di Trump era in oro. (…). Ora
da sempre i potenti amano rispecchiarsi a un certo livello, vedi il ritratto di
Paolo IlI commissionato a Tiziano o i tanti di Filippo IV eseguiti da Velàzquez
nel Siglo de Oro. L'oro, appunto, come simbolo di ricchezza e divina
immortalità - e sai che novità! Chi vive a Roma, fra luccicanti mosaici e
dorature barocche, tende ad assumere un atteggiamento di rassegnata
sufficienza, per non dire di maligno scetticismo. Ma come un bimbo capriccioso
Trump non perde occasione per intitolarsi "l'età dell'oro". La prima
sua statua risale al 2021 e lo ritraeva su piattaforma mobile con pantaloncini
a stelle e strisce. Da allora alla Casa Bianca si è affermato un vero e proprio
filone iconografico e ornamentale che agli infissi aggiunge sculture vere e
immaginarie, là dove specie queste ultime assumono i tratti di macroscopia
ego-maniacale. (…). Strano solo che in tale abbondanza morale ed estetica a
nessuno dei tanti fanatici animatori Maga sia venuto in mente l'episodio del
Vitello d'oro (Esodo, 32) che, in assenza di Mosè, gli ebrei si costruirono per
adorarlo e fare baldoria. Seguì, come è noto, l'ira di Dio e poi anche una
guerra civile. Ma quelle sono leggende, mentre l'idolatria del potere, come si
vede, è viva e vegeta, anche se non è tutto oro quello che luccica. (Tratto
da “Il vitellone d’oro” di Filippo Ceccarelli pubblicato sul settimanale
“il Venerdì di Repubblica” del 17 di luglio 2026).
venerdì 6 novembre 2026
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