“Soli e sordi incubo digitale”, testo dell’antropologo francese
David Le Breton pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 3 di luglio 2026: La
crisi contemporanea dell'ascolto è dovuta alle tecnologie digitali che catturano
l'essenziale dell'attenzione dei nostri contemporanei, moltiplicando le sollecitazioni
ed eliminando la disponibilità verso gli altri e verso il mondo. La profusione
di informazioni provoca una penuria dell'attenzione che non sa più dove
rivolgersi, poiché non è in grado di moltiplicarsi all'infinito; non è
divisibile, non si possono ascoltare più cose contemporaneamente senza una
dissipazione della qualità di ciò che viene ascoltato. L'attenzione è l'ultima
frontiera da conquistare per i padroni dei social network; la sua
mercificazione sfrenata è oggetto di una guerra spietata per trattenere
l'utente il più a lungo possibile davanti al proprio schermo. La comunicazione
digitale tende a divorare la vita quotidiana, ad assorbire tutta l'attenzione;
implica l'assenza di volto, la virtualità, la distanza, la decorporazione,
l'efficienza, la rapidità. Privilegia il riflesso e non la riflessività. Mette
in fila i soggetti, li frammenta e li trasforma in una zona di transito di
un'informazione che li attraversa senza lasciare traccia. È la nemica mortale
dell'ascolto, perché l'attenzione all'altro o al mondo costituisce
un'interruzione insopportabile dell'ipnosi dello schermo. La comunicazione si
volatilizza, non teme più la verbosità, induce una folla di utenti a camminare
trascinati in avanti dal proprio cellulare, persino sui marciapiedi. Sono in
società, ma non più nel legame. Avanzano come zombie postmoderni. Ciò che
accade intorno a loro non li riguarda. Non vedono più nulla attorno a sé, non
sentono più nulla, in un processo di crescente restringimento del legame
sociale. Molti pagano addirittura con la loro vita la propria assenza dal mondo
reale, esponendosi ciecamente agli incidenti. Nelle interazioni quotidiane ci
si ascolta in modo fluttuante, intermittente e, di conseguenza, ci si comprende
sempre meno, sia in senso letterale che figurato. Senza ascolto non vi è più un
mondo comune. La conversazione, vale a dire la parola condivisa, è fondatrice
del legame sociale. Anche se i punti di vista differiscano, questi non
impediscono lo scambio. Una conversazione, grazie alla sua risonanza, favorisce
la capacità di mettersi al posto dell'altro, alimenta l'empatia, a differenza
dell'interattività digitale in cui l'altro è fisicamente assente, senza volto e
spesso anonimo. È condivisione di emozioni, una presa di contatto tra gli
individui e le loro idee. Si prende il suo tempo, non risiede nell'affanno. È
un viaggio in cui nessuna tappa preannuncia l'itinerario, si tesse nella scoperta
permanente di sé e dell'altro. L'ascolto implica infatti una certa forma di
vagabondaggio, di gioco, di valorizzazione del corpo, del volto, delle sensorialità.
È un incontro con l'altro, anche se in maniera provvisoria. L'iperindividuo
contemporaneo cammina con lo smartphone in mano, sommerso dalla valanga di
sollecitazioni, gli occhi rapiti dallo schermo, gli auricolari nelle orecchie,
percepisce il proprio ambiente fisico e umano soltanto in maniera accessoria.
Non è più in ascolto, ma nello stordimento visivo dello schermo e nelle
risposte alle incessanti sollecitazioni che riceve e invia. Lo spessore
dell'altro scompare a vantaggio di una sorta di autismo sociale, ciascuno
rinchiuso dietro il proprio schermo battendo in ritirata dal resto del mondo.
La mancanza di empatia tipica delle nostre società, la difficoltà di identificarsi
con l'altro, trova qui la sua origine. Lo smartphone autorizza strutturalmente un
ripiegamento su di sé senza precedenti nella storia, su scala planetaria. È
la cinghia di
trasmissione
dell'ultraliberismo delle nostre
società, nella misura
in cui separa l'utente dal suo ambiente prossimo per
trasportarlo in un altrove virtuale divertente che non fa che accrescere l'immensa
ricchezza e il potere sociale e politico dei padroni della Silicon Valley.
L'ambiente sociale diventa facoltativo: vi si entra o se ne esce a piacimento
grazie al ricorso allo schermo, anche quando si è circondati da
"parenti" o "amici" ben reali. La socialità digitale che
ormai si impone è agli antipodi della socialità concreta, fatta di uomini e
donne reciprocamente presenti che parlano e si ascoltano, attenti gli uni agli
altri. Dona la sensazione di essere circondati da un riconoscimento a portata
di clic, senza la necessità di un'interazione sempre in qualche misura
imprevedibile. L'ascolto non è una nozione pertinente per la comunicazione digitale.
Mai l'isolamento degli individui ha raggiunto una tale ampiezza. Mai il male di
vivere degli adolescenti e delle persone anziane ha toccato un livello di intensità
così profondo. La frequentazione assidua di molteplici social network occupa il
tempo, ma non dà una ragione di vivere. Lo schermo si sostituisce al legame
sociale, compromette la vitale attenzione verso gli altri. L'isolamento si
moltiplica dando la paradossale sensazione della sovrabbondanza. Ma senza
attenzione reciproca, senza ascolto, non resta che una simulazione del legame
sociale. I cento "amici" dei social network non valgono uno o due
amici della vita quotidiana, capaci di stare accanto a noi nei momenti di
smarrimento e disponibili alla conversazione. Si comunica sempre di più, ma si
è insieme sempre meno.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 10 luglio 2026
giovedì 9 luglio 2026
DalMondo. 04 “Il mondo al baratro?”.
9 luglio, mezzanotte. A forza d’attenzione (tensione) mi è venuto
un sonno violento, improvviso. Spiavo i vostri passi, non volendo potermi dire,
un giorno, che vi avevo mancato - nel triplamente triste senso di: mancare
un'occasione, mancare di rispetto a un'Altezza e - come una madre manca al
proprio figlio; foss'anche una sola volta, per colpa mia. Mi sono stesa a
terra, la testa sul gradino del balcone, ben al liscio, ben al duro, per non
addormentarmi. Alzo gli occhi, i due battenti della porca e tutto il cielo. (Tratto
da “Le notti fiorentine” – 1983 – di Marina Cvetaeva).
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