"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 29 maggio 2026

Doveravatetutti. 93 Netanyahu, marzo 2019: «Chiunque voglia contrastare la creazione di uno Stato palestinese, deve sostenere il rafforzamento di Hamas, questo fa parte della nostra strategia».


AVVENIMENTI PRINCIPALI DELLA VITA DI GLADYS

[...]. figlia di Clara Evelia Llanos e di Pedro Alejandro D’Onofrio. Fu concepita nell'alba del 29 maggio 1934, una domenica, dopo una rappresentazione de Il grande dio Brown di Eugene O'Neill al Teatro dell'Universo di Buenos Aires, seguita da dibattito pubblico. [...]. Di ritorno a casa Clara Evelia espresse il desiderio di rileggere i suoi maestri Nervo e Darìo; suo marito avrebbe preferito spegnere la luce subito dopo essersi coricato perché erano già le due e mezza del mattino, ma si era ripromesso di non avversare mai sua moglie in situazioni connesse con la poesia. Clara Evelia spense la luce quasi un'ora dopo, Pedro Alejandro dormiva. Clara Evelia si alzò con circospezione e osservò il cielo illuminato in lontananza da deboli lampi. Il progetto di mettersi a scrivere il giorno dopo non si sarebbe realizzato se il tempo fosse stato cattivo. Tornò a coricarsi e non riuscì a evitare l'irruzione di due nomi consacrati che la umiliavano: quelli delle poetesse Juana de Ibarbourou e Alfonsina Storni. (Tratto da “Fattaccio a Buenos Aires” – 1973 – di Manuel Puig).

«Nel nome del padre: Netanyahu e la “tempesta perenne” per Israele» di Pino Corrias, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 26 di maggio 2026: Benjamin Netanyahu viene dal sangue. E con tutto il sangue che si porta addosso, spalla a spalla con il suo alleato e socio Donald Trump, vive dentro la guerra infinita che ha scelto di guidare e che di battaglia in battaglia, di massacro in massacro, distrugge i nemici e insieme distrugge Israele. Consente ai coloni, armati dalla religione dell’odio e protetti dai fucili mitragliatori, di strappare nuove terre ai palestinesi in Cisgiordania, di bruciare case, ulivi, bestiame. Consente al suo burattino Ben-gvir di danzare tra i corpi inginocchiati e picchiati degli equipaggi della Flotilla rapiti in alto mare e deportati come trofei. Consente ai suoi militari di imprigionare e torturare 11mila detenuti palestinesi senza diritti, senza identità, senza processo. E all’esercito di uccidere ogni giorno, terrorizzare, affamare, soffocare, i due milioni di palestinesi che ancora resistono dentro al filo spinato di Gaza, il campo di concentramento estratto direttamente dall’incubo della propria storia, il genocidio, ma questa volta nei panni dei carnefici. Ogni conflitto, Netanyahu l’ha trasformato in un incendio permanente. Gaza. Iran. Libano. Cisgiordania. Siria. Yemen. Geografia di sempre nuovi bombardamenti. Di omicidi mirati. Di raid lunghi mesi e anni. Di nemici da inseguire e annientare senza mai badare ai danni collaterali, donne, vecchi, bambini ridotti in cenere, villaggi in polvere, profughi a migliaia in fuga. Sempre una guerra “necessaria”, prima della prossima. Da trent’anni Netanyahu ripete la stessa ossessione: Israele è circondato, il nemico sta arrivando, la tregua è un’illusione. Cambiano i nomi dei nemici – Arafat, Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran – ma il meccanismo che ha adottato è identico: il panico come propaganda permanente, l’esercito come soluzione, la terra da conquistare come unica salvezza in nome di quel Dio che sgozza gli uomini e gli agnelli. La missione del popolo eletto, assediato dal mondo, la eredita dal padre, Benzion Netanyahu, storico del sionismo, cresciuto con l’idea che gli ebrei siano destinati a vivere sotto attacco e che la forza sia l’unico linguaggio comprensibile ai nemici. È la lezione che Bibi, nato nel 1949, ha respirato fino a farla diventare la sua armatura, addestrata nei reparti speciali dell’esercito, schierata al fronte della sua prima guerra, quella del Kippur, anno 1973. Poi nei campi di battaglia della politica. Membro del partito di destra del Likud, fondato da Menachem Begin, il futuro primo ministro, che nasce terrorista a capo dell’irgun, l’organizzazione che nel 1946 fa saltare il King David Hotel, 90 vittime, e due anni dopo guida il massacro del paese di Deyr Yassin, 250 tra uomini, donne e bambini, presi casa per casa, radunati nelle strade, seviziati, macellati, che segnò l’inizio della Nakba, l’esodo di 700mila palestinesi dalle loro terre. Dopo il servizio militare, l’America diventa la sua seconda patria, prima la laurea al Mit di Boston, poi Harvard, per il dottorato in Scienze politiche. Quindi l’incarico all’Onu, dal 1984 al 1988, anni in cui costruisce la sua vera base internazionale: amicizie repubblicane, rapporti con lobby finanziarie, falchi evangelici, suprematisti bianchi. Vive dentro il mondo della destra americana. Dorme ospite nella casa dei Kushner, dove diventa di famiglia e dove frequenta e si lega per sempre a Donald Trump. Dagli anni 90 è in Israele. Scala il Likud. Si oppone agli accordi di Oslo e alla nascita dello Stato palestinese. Mentre Rabin tratta, lui demolisce. Mentre Rabin parla di pace, lui parla di sicurezza. E quando Rabin viene assassinato, anno 1995, Netanyahu è pronto a salire al potere. Da primo ministro blocca gli accordi con l’Olp di Arafat, raddoppia l’assedio di Gaza, non ferma i coloni che avanzano nei territori palestinesi. Sempre inseguito da scandali finanziari, accuse di corruzione, assalti alla Corte costituzionale per indebolirne i poteri di controllo.

mercoledì 27 maggio 2026

Doveravatetutti. 92 “Deuteronomio”: «Quando il Signore ti avrà introdotto nella terra in cui stai per entrare e avrà scacciato davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà».

Sopra. Benjamin Netanyahu, nella creazione di Francesco Federighi su "il Fatto Quotidiano" del 26 di maggio 2026.

Meloni, Crosetto e Tajani hanno un problema pratico: per motivi elettorali, devono nascondere agli italiani il loro sostegno a Netanyahu. Per riuscire in questa impresa, il governo Meloni sta usando una tecnica di manipolazione dell'opinione pubblica basata sulla reificazione delle relazioni internazionali. Che cosa significa? La materia è complessa e dobbiamo procedere con ordine. Netanyahu ha spiegato a Meloni che il governo italiano non dovrà mai superare due linee rosse. La prima è l'invio delle armi a Israele: qualunque cosa accada, qualunque strage o nefandezza, Meloni e Tajani dovranno sempre opporsi all'embargo delle armi a Israele. Per sterminare i palestinesi, Israele ha bisogno delle armi. Meloni, Tajani e Crosetto, hanno il compito di impedire l'interruzione delle forniture militari a Israele da parte dell'Europa. Ecco perché gli eurodeputati di Fratelli d'Italia, il 20 maggio scorso, hanno votato per bocciare un emendamento che chiedeva l'embargo sulle armi europee a Israele. La seconda linea rossa sono le sanzioni commerciali, cui Meloni e Tajani si sono sempre opposti. Per sterminare i palestinesi, Israele ha bisogno dei soldi. Meloni si è opposta molte volte alla richiesta della Spagna di sospendere l'accordo commerciale tra l'Unione europea e Israele. Netanyahu concede a Crosetto di rilasciare tutte le dichiarazioni che vuole. L'importante è che Meloni protegga Israele dall'embargo sulle armi e dalle sanzioni commerciali. A Netanyahu non interessano le dichiarazioni di Tajani da Bruno Vespa: gli interessano le armi e i soldi per condurre la pulizia etnica della Palestina. Siamo pronti per capire che cosa sia la reificazione nelle relazioni internazionali. La reificazione è il processo socio-psicologico attraverso cui gli individui si convincono che le strutture sociali, che essi stessi creano, abbiano una vita autonoma e indipendente. In questo modo, gli individui finiscono per convincersi che certe istituzioni sono immutabili. L'idea che il capitalismo sia radicato nella natura umana è un esempio di reificazione. La reificazione induce a desistere dalla lotta per il mutamento sociale. Liberarsi dalla morsa della reificazione - ha spiegato Lukàcs - consente agli uomini di immaginare un mondo diverso: un mondo in cui le democrazie occidentali non sterminano migliaia di bambini palestinesi impunemente. La reificazione è esplosa negli studi Mediaset il 21 maggio 2026, quando un giornalista del governo Meloni ha detto che gli accordi militari tra Israele e l'Italia non possono essere annullati perché non riguardano il governo italiano, bensì lo Stato italiano. Senza scomodare l'individualismo metodologico di Karl Popper, è appena il caso di notare che gli accordi tra gli Stati sono decisi dagli individui che compongono i governi. Gli Stati non stipulano accordi; soltanto i governanti. Nessuno ha mai visto uno Stato pettinarsi, vestirsi e andare a un vertice della Nato. Se gli accordi fossero firmati dagli Stati, che nessuno ha mai visto, l'Italia non avrebbe potuto ritirarsi dagli accordi con la Russia per l'acquisto del gas e del petrolio. Eppure, Mario Draghi ha posto fine a quegli accordi. Nessun giornalista di Fratelli d'Italia disse: "Draghi non può strappare gli accordi con Putin perché sono accordi tra lo Stato russo e lo Stato italiano!". L'Italia continua a sostenere Netanyahu per una decisione di Meloni, Crosetto e Tajani. La reificazione dei rapporti tra Italia e Israele è usata per nascondere la complicità del governo Meloni nel genocidio del popolo palestinese. P.s. In memoria di Dario Antiseri, cui devo la conoscenza di Karl Popper. (Tratto da “Rapporti. Perché Meloni e Crosetto rispettano le linee rosse di Netanyahu” di Alessandro Orsini pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, martedì 26 di maggio 2026).