“Trump, la scelta suicida e il ruolo di Cina e Russia”, testo di Elena Basile: (…). La diplomazia migliore, discreta e dietro le quinte, ha determinato la ritirata trumpiana e la fine della disperata arroganza di un Occidente in ginocchio. Mosca e Pechino, pur traendo profitto dalla guerra nel breve periodo, sono intervenute in tempo a frenare l’azzardo bellico, schierandosi decisamente a favore dell’aggredito. Lo Stato terrorista di Israele può essere fermato solo dagli Stati Uniti. Al netto della propaganda, Tel Aviv non teme la minaccia iraniana. Ha solo bisogno di una guerra permanente in grado di evitare alla sua leadership criminale di affrontare la giustizia. La domanda rimossa resta: perché Trump ha ceduto alla richiesta israeliana di iniziare un conflitto suicida, rivolta da almeno un trentennio ai presidenti Usa? Non credo all’alibi della demenza. Trump era al corrente dei rischi bellici, economici e di quanto la sua stessa sopravvivenza politica fosse minacciata. Ma non aveva scelta. Era costretto a obbedire alle lobby da cui il suo destino dipende. Ci siamo assuefatti al governo opaco di oligarchie eterodirette, a poteri invisibili di cui vediamo solo le marionette politiche. Eppure non è questa la fine di ogni speranza democratica? Dovremmo riflettere sulle motivazioni che hanno guidato l’inizio di una guerra apparentemente suicida. Qualche temerario analista avanza l’ipotesi di un piano inteso a rispondere alla carenza di energia e materie prime per assicurare lo sviluppo economico di 8 miliardi di abitanti del pianeta. La distruzione del Medio Oriente, della sua popolazione e delle sue raffinerie, renderebbe il Nord America produttore di energia ed esportatore di prodotti agricoli, nuovamente egemone. Trump sarebbe soltanto il teatrante adatto a portare avanti programmi bellicisti, all’apparenza demenziali, condivisi dai Dem (la tenue opposizione al Congresso ne sarebbe un grave indizio), dai poteri finanziari e dall’intelligence che dai tempi dei Kennedy decide la politica estera statunitense. Non c’è nulla di matematico. I piani delle leadership internazionali sono guidati da mafie differenti, si intersecano con variabili indipendenti, di cui speriamo possa far parte la nostra resistenza civile. Non sottovalutiamo, tuttavia, i legami esistenti tra i discorsi di Trump, in violazione non solo del Diritto Internazionale ma di ogni etica civile e umanistica, il sacrificio degli ucraini per accontentare i profitti dei neoconservatori, il genocidio di Gaza, i massacri in Libano e in Iran, l’utilizzo del terrorismo sunnita, la fine del liberalismo in Europa, l’arretramento dei diritti sociali nell’impero neoliberista. Giornali online parlano di “peste putiniana” in relazione al festival del cinema russo. I giovani, economicamente precari e minacciati dalle guerre, per dare vita a un’istanza politica alternativa sono chiamati a ricomporre i vari pezzi del mosaico. I partiti e i movimenti del dissenso, pure.
(…). …abbiamo ripreso in mano “Le tre ghinee” di Virginia Woolf, pamphlet pacifista e femminista. È il 1938: un avvocato segretario di un’associazione antifascista chiede alla scrittrice di fare qualcosa per prevenire la guerra e contrastare l'avanzata del fascismo in Europa. Ecco alcuni brani sottolineati: "Se conoscessimo la verità sulla guerra, l'alone di gloria che la circonda ne verrebbe ammaccato e giacerebbe schiacciato e contorto al suo posto, tra le putride foglie di cavolo dei nostri prostituti fornitori di fatti?" La verità è sempre la prima vittima della guerra, ma "Se i giornali fossero scritti da persone il cui solo scopo fosse quello di dire la verità sulla politica e sull'arte, noi non crederemmo nella guerra, crederemmo nell'arte". Quindi, consigliava, meglio non leggere giornali che incoraggiano la schiavitù intellettuale. “Le tre ghinee” è stato uno dei libri più importanti del femminismo della differenza: Woolf risponde in quanto donna, esclusa cioè dai meccanismi del potere. Per capire le cause delle guerre è necessario sapere qualcosa di politica, di rapporti internazionali, di economia. Ma "la nostra scuola è stata il matrimonio, l'unica grande professione aperta alla nostra classe dall'inizio dei tempi fino al 1919". È l'anno in cui si aprono per le donne le pareti domestiche, con una legge che dà loro accesso alle libere professioni. Coincidenza: mentre in Inghilterra le donne cominciavano la loro avventura fuori di casa, in Italia una legge - che sarebbe sopravvissuta alla Costituzione e fino agli anni Sessanta! - vietava alle donne di ricoprire posizioni apicali nella Pubblica amministrazione, È Io stesso 1919, ma le prospettive sono diverse. E Le tre ghinee sono tutte un discorso sul punto di vista. Per che cosa lottavano, si chiede la scrittrice, nel XIX secolo "quelle buffe donnine con cappellino e mantella"? "Per la stessa causa per cui lottiamo oggi. “La nostra lotta non era soltanto per i diritti delle donne” - è Josephine Butler che parla - era la lotta per il diritto di tutti - di tutti gli uomini e di tutte le donne - a vedere rispettati nella propria persona i principi della Giustizia, dell'Uguaglianza e della Libertà". "Ora voi provate sulla vostra persona quello che hanno provato le vostre madri quando furono escluse, quando furono imprigionate perché erano donne", dice all'avvocato. "Ora voi siete esclusi, siete imprigionati, perché siete ebrei, perché siete democratici". "Combattere è sempre stata un'abitudine dell'uomo, non della donna.


