"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 28 marzo 2026

Cosedettecosì. 14 Massimo Giannini: «I nostri desideri più intimi - di vicinanza e di riconoscimento - sono stati trasformati dal capitalismo in "merce" e in carburante per un sistema che prospera sulla frustrazione. Vi sembra ci sia troppo Marx, in questa esegesi?».


(…). Un tempo ci si incontrava, ci si conosceva, ci si sceglieva in luoghi oggi meno frequentati: il posto di lavoro (ora svuotato dallo smartworking), la palestra (ora popolata di monadi con le cuffie), il bar di quartiere (ora sostituito dal discount o dall'emporio cinese). Adesso il posto degli appuntamenti è il digitale. É non è un buon posto. Il filosofo italiano Sandro Mezzadra e il teorico australiano Brett Neilson sostengono che il capitalismo contemporaneo non faccia altro che sfruttare le community per trarre profitto dalle nostre interazioni sociali sulle piattaforme. Like, commenti e condivisioni sono monetizzati, venduti come dati o sfruttati per piazzare pubblicità. Ma c'è di più. Tante persone si avvicinano alle piattaforme di incontri sognando di trovare l'amore, cioè una relazione stabile, monogama e duratura. (…). Ma quando il desiderio d'amore incontra app strutturate per massimizzare i profitti, la fregatura è dietro l'angolo. Gli algoritmi sono progettati per stimolare gli utenti, com'è ovvio, ma anche per non mantenere pienamente la promessa che offrono loro. Ed è proprio questa insoddisfazione che crea il legame continuo tra le community e le app, rendendole redditizie per chi le gestisce. Jacobin la traduce così: anche i nostri desideri più intimi - di vicinanza e di riconoscimento - sono stati trasformati dal capitalismo in "merce" e in carburante per un sistema che prospera sulla frustrazione. Vi sembra ci sia troppo Marx, in questa esegesi? A me ha convinto. E ho trovato la conferma in un libretto che vi consiglio: Ipnocrazia, edito da Edizioni Tlon. Leggetelo, se volete capire il nuovo regime che manipola le percezioni, alterando radicalmente il nostro rapporto con la realtà. C'è un capitolo che si intitola “Intimità algoritmica” e, a proposito delle app di dating, spiega come queste stiano rimodellando il modo in cui facciamo esperienza dell'attrazione, del desiderio, dell'amore. Le piattaforme hanno svilito anche l'affetto e l'amicizia in metrica quantificabile. Nasce così "il paradosso del piacere": ogni tentativo dell'utente di trovare appagamento fornisce agli algoritmi più informazioni su ciò che lo mantiene in ricerca, creando "un loop infinito di insoddisfazione ottimizzata". In campana: chi va con l'algoritmo, impara a spasimare. (Tratto da “Chi va con l’algoritmo” di Massimo Giannini, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 21 di marzo 2026).

“Chiamatemi Fomo”, testo di Angelo Flaccavento pubblicato sul periodico - del mese di aprile 2026 - “U” del quotidiano “la Repubblica”: Signora, la vedo in ansia, agitata, in grandi ambasce.  Posso aiutarla?  «Lei è la dimostrazione che bisogna sempre confidare nella benevolenza degli sconosciuti. La ringrazio della sollecitudine, ma le assicuro che non c'è nulla di anormale, men che mai di speciale, nella mia condizione attuale. Sono fatta così: fibrillante, insoddisfatta, sempre all'erta, incontentabile, distratta».

Lucida, aggiungerei: è raro che qualcuno si descriva in modo così preciso e disincantato. Le risulto oltraggioso, o anche solo inopportuno, se le chiedo come si chiama? «Sono Fomo, gentile interlocutore. Penso che lei sia giunto in terra da qualche lontana galassia se non ha mai sentito parlare di me, visto che di certo non ci siamo mai incontrati».

Non la conosco, in effetti, e questa è la prima volta che interloquiamo. Ha voglia di raccontarmi qualcosa di lei? «Certo che sì. Fomo è il vezzeggiativo con cui mi appellano tutti, familiari e non, per non farmi apparire perigliosa, dannosa o minacciosa. All'anagrafe i miei genitori, Ansia e Ipervigilanza, mi registrarono come Fear Of Missing Out. In inglese, perché Paura Di Essere Tagliati Fuori suonava in effetti basso e ordinario. Non li biasimo».

Quindi lei è una forma speciale di timore: il terrore di non riuscire a stare al passo con i tempi, o qualcosa del genere? Mi pare un sentimento antico; vecchio almeno quanto la modernità. «Ha ben capito, signore: la vedo perspicace. Io sono l'ansia, quindi vetusta nel sentire, ma ai tempi dei social media e della vita esperita su piattaforme virtuali o trasmessa attraverso canali digitali, quindi modernissima nella forma. Quel che mi caratterizza è il bisogno di rimanere costantemente connessa per tema di perdere esperienze gratificanti o rilevanti vissute da altri».

Inadeguatezza, insoddisfazione, emulazione: signora mia, la sua agitazione permanente è presto spiegata, ed è comune. Adesso mi è tutto chiaro. «Mi attribuiscono comportamenti compulsivi, scrollate coatte, la partecipazione a eventi solo per paura di esclusione, una costante ricerca di approvazione. E, non posso negarlo, mi agita il desiderio di appartenenza, pulsione assai umana, anche se non so bene a cosa. Sguazzo in una palude di insoddisfazione e angoscia, ma uscirne richiederebbe un processo lungo e accidentato, cui non voglio sottopormi».

Di nuovo, Fomo, c'è da prendere atto che lei ben conosce sé stessa: quel che manca in volontà di correggersi compensa in consapevolezza. Ci sarà un modo di sottrarla al circolo vizioso? «Dovrei riconoscere che è tutta una farsa e fregarmene, ma temo di perdermi qualcosa di importante e illuminante».

Ma così siamo punto e a capo. «Ha ragione. Dovrei fare come mia cugina, Jomo, ma non mi cale».

Jomo? «Joy of Missing Out! Lei è la mia nemesi: gioisce nel distacco dal sovraccarico digitale, rifiuta la frenesia sociale, si gode il presente e ha tempo per sé stessa».

Una persona da conoscere e coltivare. «Detesto la sua flemma illuminata, l'aria di paciosa superiorità che implica giudizio, come se io corressi dietro al nulla. Che stesse offline, ma senza fanfare. E adesso mi scusi se la saluto, ma sono già due minuti che non aggiorno il feed».

giovedì 26 marzo 2026

MadeinItaly. 82 Andrea Delmastro Delle Vedove: «Porto in Parlamento l’anima profonda del popolo italiano».


(…). Passerò dodici faticosissime ore tra Senato e Camera ad ascoltare la versione del mondo di Meloni, il suo vittimismo aggressivo, la sua malcelata insofferenza verso opposizioni e compari di governo "nonché" l'ostentata ricerca di una postura da statista e l'incapacità di mantenerla davanti alla tentazione genetica di buttarla in caciara,  buttando nel calderone, anche parlando di Iran, magistrati e migranti da rimpatriare, e pazienza se un domani quei migranti arriveranno proprio dall'Iran, o da altri Paesi del Golfo. Le facce stravolte dei ministri "di punta", se così si può dire, sembrerebbero voler essere altrove a espiare l'inadeguatezza conclamata degli ultimi giorni, o perlomeno mi illudo che così sia. Le opposizioni iniziano morbide al Senato, quasi ipnotizzate dalla mano tesa loro di Meloni alla ricerca. di una voce sola che rappresenti il Paese in tempi di guerra, poi ci si scalda a vicenda, ci si rinfacciano amicizie imbarazzanti o vantate, incoerenze passate e presenti, fioccano trabocchetti dialettici. Nel rumore bianco di fondo, ho occhi e orecchie solo per i tre vannacciani migrati di posto, appollaiati sopra al gruppo misto, intenti ad insultarsi con i 5 Stelle e a riabilitare Putin. E mentre si passa la giornata a scoprire che La Russa ha dato del "cojone" a un senatore ma non oggi, bensì una settimana fa, Sal Da Vinci fa sapere che è vero, Meloni l'ha chiamato, ma solo per complimentarsi, e che per usare il suo brano bisognerà chiamare la casa discografica. Quando alle 22 di sera finalmente si vota, Meloni si alza e saluta i suoi deputati groupies che le intonano cori. Tajani, intanto, rimasto solo nei banchi del governo, affonda la faccia nelle mani, ma nessuno sembra farci più caso. (Tratto da “Guerra&caciara” di Diego Bianchi, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).

“Quel fascio-satanello sgovernatore di celle finito come la bistecca”, testo di Pino Corrias Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, giovedì 26 di marzo 2026: Era probabilissimo, anzi scontato che Andrea Delmastro, il fascio-futurista di Biella che per quasi quattro anni da sottosegretario alla Giustizia ha sgovernato il disastro delle carceri italiane tanto quanto la personale sciagura dei suoi affari a cena, stavolta non poteva farla franca. E che la sponda del referendum, come a biliardo, gli avrebbe mandato le palle colorate delle sue giustificazioni a rotolare molto lontano dalle buche dove voleva nasconderle per poi nascondersi, se il cartello del Sì avesse vinto contro “le toghe rosse cancerogene”, garantito come prima da Meloni che lo avrebbe protetto fino a fine legislatura, come suo personale bimbo nel bosco, avvocato di fiducia, camerata. Dimissioni “per leggerezza” ha detto Delmastro. Ma è vero il contrario. Era pesantissima quella rivelazione di essersi infilato in società – e che società, intitolata nientemeno che “Le Cinque Forchette” – con un prestanome del Clan Senese, camorra in purezza. Tutte e due le mani infilate nelle braciole della Bisteccheria, il ristorante romano di via Tuscolana che all’apparenza risultava in capo alla figlia del prestanome, una ragazzina di 18 anni. Con tanto di fotografie (rivelate dal Fatto) e testimonianze dei commensali che partecipavano a quelle cene di frontiera, insieme con altri esponenti di Fratelli d’Italia, dirigenti del Dap, la direzione dell’amministrazione penitenziaria, e persino la celebre Giusi Bartolozzi, la zarina di via Arenula, dimissionata anche lei in tutta fretta, e che fino a ieri l’altro imbracciava in pubblico il Sì al referendum come fosse un suo personale sfollagente, e dichiarava: “Così ci togliamo dalle palle la magistratura”, che è sintassi da Banda Bonnot col mitra in mano. Celebrato per il ringhio delle sue faccette, al militante Delmastro aveva sempre sorriso la fortuna dei cattivi.