“Letture-post-Referendarie” 1 Fra il 12 e il 13 maggio 1974 andarono a votare per il referendum abrogativo del divorzio 33 milioni di italiani, 1'87,2 degli aventi diritto: se vi rattristate per i dati sull'affluenza, pensate anche che, come è noto, vinse il No con il 59,26% dei voti. Fu quella l'occasione della prima vignetta politica di Giorgio Forattini: una bottiglia di champagne con su scritto No. Il tappo che saltava era Amintore Fanfani, che era stato il punto di riferimento della campagna per il Sì, e l'allusione, politicamente scorretta quanto si vuole, era alla sua statura, ma anche e forse soprattutto all'idea di un tempo nuovo che stava arrivando, e infatti Fanfani si dimise di lì a poco da segretario della Dc. Altri tempi, tempi ingenui se si vuole: oggi la campagna referendaria si è svolta nel modo più efficace per i sostenitori del Sì, ovvero incutendo paura. Oltre a occupare le stazioni ferroviarie con i tabelloni digitali, usare la canzone vincitrice di Sanremo con, fino a oggi, il silenzio del suo interprete, occorre terrorizzare i cittadini. Se andate sul sito di Forza Italia, per esempio, trovate i volantini da scaricare, quello col faccione di Tajani, quello con Enzo Tortora in manette e un testo dal titolo "Alle quattro del mattino". Sostiene l'autore, l'onorevole Enrico Costa, che a tutti può capitare di vedere i poliziotti che ti piombano in casa sul far dell'alba per arrestarti, perché magari qualcuno ti ha accusato ingiustamente o il solito magistrato analfabeta ha sbagliato a trascrivere il tuo nome. Ora, se bisogna aver timore di qualcuno che ti piomba in casa alle quattro di mattina, bisognerebbe semmai spaventarsi per Palantir, che si autodefinisce "sistema di sorveglianza di massa" anche mirato a singoli (lo usa l'ICE, per dire), e più di qualsiasi magistrato bisognerebbe aver paura del suo fondatore Peter Thiel, di recente a Roma per spiegarci che Greta Thunberg è l'anticristo, e al confronto del quale Elon Musk è più innocuo di Peter Coniglio. Ma anche, restando a circostanze più quotidiane, si potrebbe quanto meno paventare di trovarsi alla porta Antonio Di Pietro, che ha dichiarato che sta girando il Paese casa per casa per spiegare le ragioni del Sì. A dire il vero, in questa campagna referendaria più che le ragioni del Sì si usano altre leve. Basti pensare alle parole della presidente del Consiglio, che nel suo comizio milanese ha delineato gli scenari in caso di vittoria del No: "stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie, figli che vengono strappati alle madri se i giudici non condividono il loro stile di vita mentre vivono in un bosco". E viene da chiedersi quale Paese abbia in mente la presidente, e quale il presidente del Senato Ignazio La Russa, sempre pronto a parlare dell'odio altrui in qualsiasi circostanza, dimenticando che sull'odio le destre hanno costruito le loro campagne elettorali e la loro, ci si augura momentanea, fortuna. (…).
“Letture-post-Referendarie” 2 Giorgia Meloni ha ripetuto fino all'ultimo una formula semplice apparentemente definitiva: «Il governo non si dimetterà in caso di vittoria del No». È un'affermazione che prova a sottrarre la consultazione popolare al suo inevitabile significato politico, confinandola nella dimensione tecnica di una riforma della giustizia. Ma il nodo, ormai, è arrivato al pettine. Lunedì sapremo chi avrà vinto e chi avrà perso questa partita. Una campagna feroce, segnata da un linguaggio più da processo che da confronto, ha progressivamente deformato il merito della riforma: da una parte il racconto delle colpe dei magistrati, dall'altra l'allarme sulle tentazioni autoritarie del governo. Due narrazioni opposte, entrambe costruite per mobilitare gli elettori più che per chiarire davvero i termini della questione. È evidente che una vittoria del Sì rafforzerebbe il governo e la sua presidente.

