"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 2 novembre 2026

DalMondo. 23 Tomaso Montanari: «Proviamo a cambiare il nostro sguardo, per vedere l'invisibile. Per vedere gli invisibili».

   Sopra. "Cappella del Cardinale di Portogallo", 1459-66, in "San Miniato al Monte," Firenze.

Proviamo a cambiare il nostro sguardo, per vedere l'invisibile. Per vedere gli invisibili.  Prendiamo un monumento simbolo del Rinascimento: la celebre cappella funeraria del cardinale del Portogallo, a San Miniato al Monte, a Firenze. Vediamo l'architettura e la scultura dei Rossellino, la pittura di Pollaiolo (anche se in copia), il cielo colorato di Luca della Robbia... E tra ciò che invece non si vede, ma che i documenti testimoniano, e che dunque una narrazione storica completa può fare "vedere", c'è anche la vita del suo primo custode. Uno schiavo, etiope: nero. Un uomo che, la morte del suo padrone, appunto il giovanissimo cardinale Giacomo di Lusitania, non liberò: egli rimase legato al corpo che possedeva il suo corpo anche quando quel primo corpo non respirò più. Letteralmente, il morto che afferra il vivo. Così lo schiavo rimase a vegliare - sotto il controllo dell'esecutore testamentario, il vescovo Alvaro Afonso - sulla costruzione di questa sontuosissima tomba. Ma accanto a tutti quelli dei mastri, muratori, operai fiorentini e italiani di ogni genere che dettero vita alla Cappella, e i cui nomi sono, talvolta e almeno in parte, scritti nei documenti, ma dimenticati di fatto da tutti noi (il "servaggio senza nome" di cui parlano Walter Benjamin e Bertolt Brecht), c'era qualcuno ancora più oscuro: oscuro perché nero. Qualcuno che non era venuto a Firenze, o in Europa, di sua spontanea volontà, ma che era stato catturato, sequestrato, venduto e comprato. In questo caso uno schiavo etiope, che non possedeva più nemmeno il suo nome e la sua storia: perché venne battezzato, e chiamato Sebastiano. È che nei documenti relativi all'eredità del cardinale è inventariato come "lo schiavo nero", insieme ad una mula, anche lei nera, "et altre masseritie". Quando Frederick Hartt, Gino Corti e Clarence Kennedy pubblicano quei documenti, nel 1964, scrivono che lo schiavo "sarà apparso meraviglioso, con il suo corpetto costoso, e dunque probabilmente riccamente ornato e dorato, contro il marmo abbacinante della facciata di San Miniato". Non sono colpiti dalla riduzione di un essere umano ad oggetto, ma dalla dimensione estetica di quell'oggetto: il nero, il colore, il bianco. Un commento "orientalista", colmo della condiscendenza coloniale tipica di quegli anni. Ma le cose, proprio allora, iniziavano a cambiare, e uno storico dell'arte come Francis Haskell scriveva: "Non sono disposto ad ammettere che lo studio dell'arte implichi una rinuncia ai valori etici più che lo studio del comportamento morale". È così che possiamo cominciare a vedere. A vedere perfino Bastiano. (Tratto da “Lo schiavo nero custode del cardinale” di Tomaso Montanari, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 30 di ottobre 2026).

“La nostra vera forza”, titolo dell’intervista di Massimo Giannini a Corrado Augias pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 31 di ottobre 2026: “Mi chiedi se sono ottimista? Ti dico di no, dall’alto dei miei 91 anni non lo sono affatto...». (…). Caro Augias, come scrivono Massimo Cacciari e Roberto Esposito, ho davvero l'impressione che il Kaos sia diventato ormai la forma stessa del mondo. Che tempi stiamo vivendo? «Hai ragione. Una domanda mi assilla e ci assilla: siamo in guerra o no? Io vengo da lontano, in ogni senso. La guerra l'ho conosciuta, da bambino, quando mio padre entrò nella Resistenza agli ordini del colonnello Montezemolo e noi giocavamo per strada con gli elmetti abbandonati per le strade. La Storia ci ha abituato a una prassi: il ministro degli Esteri convocava l'ambasciatore, e gli consegnava la dichiarazione di guerra. Poi, dopo un certo numero di anni e di morti, la guerra finiva, i vincitori e i vinti si sedevano a un tavolo e firmavano i trattati di pace. Oggi tutto questo non c'è più. Le guerre ci sono, ma sono sparse e diffuse. Non c'è solo quella dell'America e di Israele contro l'Iran o della Russia contro l'Ucraina, che ha tratti da vecchio conflitto ottocentesco. Ci sono anche le guerre ibride e le guerre per il dominio tecnologico, quelle tra le Big Tech sul digitale e quelle tra imperi sull'intelligenza artificiale. E allora, torno alla domanda: siamo in guerra? E mi rispondo sì e no, perché la condizione di questi anni è l'ambiguità...».

Forse a creare tanta inquietudine nei popoli è proprio l'ambiguità, l'incertezza, "l'interregno tra ciò che non è più e ciò che non è ancora" di cui scriveva Gramsci: Abbiamo rottamato il vecchio "ordine: che ruotava intorno al diritto internazionale e agli organismi multilaterali, ma non ne abbiamo costruito un altro. Non è solo la "terza guerra mondiale a pezzi" di cui parlava Papa Francesco: il conflitto è a tutto campo, dall'ideologia all'economia alla tecnologia. E proprio Trump, di questo Kaos, si è rivelato l'Architetto... «Trump è uno strumento al servizio del Kaos, un povero imbecille che non sa di cosa parla, tranne quando si occupa dei suoi soldi, sui quali non sbaglia un colpo. Hai ragione a parlare di conflitti a tutto campo, e lo dico io che mi ricordo l'equilibrio del Terrore, quando Usa e Urss, vincitori della Seconda guerra mondiale, si bilanciavano grazie alla deterrenza nucleare. Oggi è tutto diverso. Leggo con inquietudine e curiosità - da vecchio mi è permessa anche questa - che la Cina si sta armando a sua volta: perché lo fa? Ha finalità aggressive? In questa temperie, noi europei e noi italiani cosa dovremmo fare? Sono tutte domande che riflettono l'epoca del Kaos...».

Possiamo solo sperare che alle elezioni di midterm, il 3 novembre, gli americani dimostrino di aver capito che Trump è il problema, non la soluzione. Ma non ne sono sicuro: l’America è cambiata, nel profondo, e tu la conosci bene: ciò che abbiamo amato di quella nazione, il suo soft-power, i romanzi di Faulkner e Whitman, i film di Coppola e Kubrick, le canzoni di Dylan e Springsteen, è stato spazzato via dalla Dottrina Maga. Però mi interessava quella tua domanda: noi europei e noi italiani, cosa dovremmo fare? «Le posizioni sono diverse. Da una parte ci sono i pacifisti a oltranza, quelli che dicono noi mai una pistola, un carrarmato o un drone. Dalla parte opposta ci sono quelli che strillano "all'armi, all'armi", a colpi di cannone. In mezzo c'è chi dice sì al riarmo, ma a condizione che lo facciano tutti i 27 della Ue, uniti, e non i singoli Stati membri, ognuno per conto suo. Anche qui, come vedi, regna l'ambiguità, che secondo me culmina nelle parole pronunciate dal palco di Reggio Emilia dalla leader dei giovani del Pd, che ha detto "di fronte alla chiamata alle armi noi disertiamo". È sbagliato è ingenuo, non si può dire: dipende sempre da chi ti chiama, e perché».

Capisco il tuo ragionamento. Ma aggiungo che se non gridi "pace" a vent'anni, come ha fatto Virginia Libero, sarai sempre e solo carne da cannone. Io credo che dovremmo lavorare sul serio per una vera difesa europea e non dovremmo smettere un solo minuto di invocare il negoziato, ma nel frattempo dobbiamo continuare a sostenere la resistenza dell'Ucraina, nazione sovrana violata e devastata da Putin. L'uomo del Cremlino è ormai una minaccia per tutto il Continente: basta leggere Masha Gessen, Michel Eltchaninoff o Emmanuel Carrère per rendersene conto. Detto questo, dopo aver visto con orrore Naza mi chiedo e ti chiedo cosa succederà con l'intelligenza artificiale, e non solo dal punto di vista militare. Possibile che a occuparsene sia solo Papa Leone, con la sua Magnifica humanitas... «Nulla mi turba di più dell'AI, una rivoluzione di cui nessuno conosce l'impatto. So solo che cambierà tutto, le vite individuali e i destini collettivi. Di fronte all'infinita potenzialità dell'algoritmo, noi uomini della strada siamo davvero omuncoli smarriti in mezzo alla confusione. Il grande fisico Stephen Hawking diceva: noi sappiamo che l'universo è infinito, ma se questo infinito troverà un confine tra milioni di anni luce non lo sappiamo. Oggi siamo cosi: non sappiamo niente, non conosciamo i confini, forse perché i confini non ci sono. Questa profonda "crisi di senso" sembra oggi insopportabile, ma se ci pensi dura da più di vent'anni. Forse dall'11 settembre: è da quel giorno che, insieme alle Torri Gemelle, sono crollate tutte le nostre certezze».

Suggerirei un salto ancora più indietro: è dal 9 novembre del/'89, giorno della caduta del Muro di Berlino, che abbiamo iniziato a perdere i contatti con la realtà. È allora che Francis Fukuyama scrisse La fine della storia: 38 anni dopo, la Storia non solo non è finita, ma ci ha letteralmente travolto. «Concordo. E allora mi faccio altre domande. Di fronte a tanta entropia, un vecchio come me sa cosa pensare: ormai sono alla fine, il futuro non mi riguarda. Ma i giovani? Che ne sarà dei nostri giovani?».

È il nodo gordiano che la politica non scioglie, perché li tratta da "merce" elettorale. E poi ci sorprendiamo perché scendono in piazza a Madrid o a Parigi, per rivendicare bisogni materiali che il capitalismo e il mercato hanno tradito: il diritto alla casa, il diritto allo studio... «Prima o poi succederà anche da noi, a Roma e a Milano. È chiaro che i giovani sono inquieti. Finora si sono adattati e arrabattati, di fronte al mondo incerto e frenetico in cui vivono. Studiano, lavorano, si spostano, inseguono il cambiamento, ma faticano sempre di più».

Molti se ne vanno, Corrado: negli ultimi 10 anni sono fuggiti all'estero quasi un milione di giovani tra i 18 e i 29 anni. E la novità è che non tornano più. Perché dovrebbero, se un neolaureato italiano guadagna rispettivamente 1'80% e il 30% in meno del suo omologo tedesco o francese? E allora mi viene da chiederti che Italia resta, dopo quattro anni di destra sopranista: «Senti, ho appena letto un libretto di Luciano Canfora, intitolato La parabola della Repubblica, che si arrovella intorno a un dubbio accorato: possibile che la Repubblica italiana - nata in modo così luminoso sulla spinta del 25 Aprile, della Resistenza, della fede nella democrazia di tante ragazze e ragazzi - sia finita in mano a queste destre autoritarie e illiberali? Possibile che i giovani, oltre che per Gaza, non scendano in piazza contro questa orribile legge elettorale? È possibile che una premier che in quattro anni di governo non ha fatto una sola riforma di tutte quelle che aveva promesso sia ancora n, in vetta ai sondaggi?».

Io qualche risposta alle domande ce l'ho. Vediamo se coincidono con le tue. «Prima di tutto, penso che dipenda dal fatto che nonostante tutte le difficoltà - il Pil che non cresce e i prezzi che aumentano, dalla benzina al carrello della spesa - la catastrofe finora l'abbiamo evitata. Ma poi credo che la popolarità intatta di Meloni dipenda dal fatto che dall'altra parte non ci sono leader più abili e più credibili, in grado di offrire agli italiani una vera alternativa. Non vedo figure all'altezza - non dico un Berlinguer, mi accontenterei di Bersani - capaci di parlare al popolo, di mobilitare le masse. Se esistessero, allora sì che vedremmo Meloni scendere dal podio dei sondaggi».

Parole da scolpire nel marmo, le tue. Cito di nuovo Gramsci: il buon politico, per fare il bene comune, deve "sentire i bisogni" delle persone, "deve rappresentarsi le loro sofferenze, i loro dolori, le tristezze della vita che sono costretti a vivere". Mi pare che non lo faccia più nessuno, neanche a sinistra. «Sì, Il popolo della sinistra è spento. Non abbiamo ragioni per essere ottimisti. Ma in fondo non è un gran male, perché l'ottimismo può risultare un po' fesso. Nella storia abbiamo vissuto momenti peggiori. Per questo, come insegna Machiavelli, dobbiamo avere fiducia: quella sì che è una vera forza. Ed è quella che dobbiamo coltivare».

sabato 31 ottobre 2026

MaldItalia. 12 Pino Corrias: «Ignazio La Russa, diventato seconda carica dello Stato, e Antonio Marino, agente di polizia morto sconciato da una bomba lanciata da un neofascista, il 12 aprile 1973, sono indissolubilmente legati da mezzo secolo di storia».

Sopra. Ignazio La Russa, nella foto del tempo, con capelli lunghi e barba folta.

Ed è al capitolo ventunesimo, “L’Anarco-Servilismo”, che l’insigne Autore nostro Raffaele Simone nel suo lavoro “Il paese del pressappoco” sviluppa il tema dei più notevoli sull’arte propria degli abitatori del bel paese di sopravvivere a tutte le sventure politico-sociali, con quell’arte dell’arrangiarsi e mistificare che è divenuta strumento raffinato ed infallibile di affermazione e rampantismo, ed in pari tempo disvela la piccineria di una identità nazionale di cui ampiamente e dolorosamente vergognarsi. Avanza, l’insigne Autore, una inquietante ipotesi di lavoro, ovvero della “natura servile” degli abitatori delle verdi contrade del bel paese, in ciò confortato dalle opinioni di attenti osservatori d’oltralpe e di indigeni disincantati cantori. È il paese del “mugugno” elevato alla ennesima potenza, della cui evoluzione in nobili e disinteressati propositi politici e di cittadinanza, in rispettabili opinioni ed in convincimenti cui dedicare la propria esistenza, non si rinviene traccia diffusa se non in rarissimi esempi di vite vissute ma molto pericolosamente dalle Alpi al Lilibéo. (…). …il primo motivo per cui gli uomini servono volentieri è perché nascono servi e sono cresciuti da servi”. Questo schema si può applicare anche al nostro caso. Ne abbiamo dinanzi i frutti velenosi: gli ultimi dieci anni del secolo XX in Italia ci hanno offerto un degradante catalogo di forme di impulso a servire, riverire, annuire in silenzio, precedere i desideri del potente, esaltare le sue presunte qualità personali, scimmiottare i suoi vezzi, recitargli sconvenienti peana (come quei sudditi regi immaginati da Belli, che dinanzi a ogni folle editto del re - Tutti rispondevano: E’ vvero, è vvero! -). Nella vocazione al servaggio volontario si manifesta dunque una non cancellata origine servile. Una parte importante di noi è formata da servi di emancipazione recente. Come tutti i liberti – che ancora non realizzano a fondo il loro nuovo stato e non sanno bene quant’è lungo il guinzaglio che li trattiene – oscilliamo tra l’adulazione del potente e una pericolosa tentazione di licenza, che ci concediamo per vedere fino a qual punto ci è permesso spingerci. Non riusciamo a credere che non ci sia più l’occhio del padrone che ci guarda e tastiamo il terreno alla ricerca dell’ampiezza della nostra sfera di azione… Ma nello stesso momento in cui serviamo a capo reclinato siamo scossi da tentazioni di sedizione (mugugni, proteste, bofonchiamenti, scontento…), inquietanti e minacciosi vibrazioni ctonie, che tuttavia non si traducono mai in rivolta vera. Si sente ogni tanto un remoto rombo di rivolta ma nulla esplode mai davvero. “Anarchico-servile” potrebb’essere una buona formula doppia (…), adatta per descrivere il nucleo del naturale degli italiani, che non si lascia esaurire da un aggettivo singolo. Ce ne vogliono proprio due, che nel loro insieme descrivono una indefinita capacità di oscillare: gli italiani sono “conservatori ed eversivi”, “garantisti e illegali”, “sedizioni e servili”. Per questo insieme di motivi in politica è così importante il centro, rassicurante aggregato di prudenza o di mancanza di audacia, posizione di fuga per eccellenza, partendo dalla quale è sempre aperta la possibilità di riposizionarsi a destra o a sinistra, sostenendo: - Ma io non ho detto quel che mi attribuisci! -.

Postato al tempo, il 16 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove” che non c’è più.

"Piazza nera e agente ucciso: quando ‘Gnazio era di lotta”, testo di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, 31 di ottobre 2026: Hai voglia a protestare e minacciare querele. Ignazio La Russa, diventato seconda carica dello Stato, e Antonio Marino, agente di polizia morto sconciato da una bomba lanciata da un neofascista, il 12 aprile 1973, sono indissolubilmente legati da mezzo secolo di storia. Quel lontano giovedì, Milano è blindata. Antonio Marino ha 22 anni, un manganello, un tascapane, la divisa grigioverde del Terzo reparto Celere. È salito al Nord da Puccianiello, provincia di Caserta, per guadagnarsi da vivere. Novantamila lire al mese, la metà spedite a casa. Quel pomeriggio è in servizio di ordine pubblico. Ci sono i neofascisti in piazza che agitano bastoni e slogan contro "le zecche rosse e la violenza comunista". La Questura ha vietato ogni manifestazione, ma i camerati se ne fregano, li guida Ciccio Franco, quello dei "Boia chi molla" e della rivolta di Reggio Calabria. Accanto a lui, lo stato maggiore del Movimento sociale di Milano, Franco Servello, Francesco Petronio, Massimo Anderson. Dietro di loro c'è l'altro ragazzo di questa storia, Ignazio Benito Maria La Russa, segretario del Fronte della gioventù. Ha 24 anni, i capelli lunghi fino alle spalle, gli occhi accesi, la barba folta. È il figlio elettrico di una delle famiglie più ricche e più potenti di Milano. Suo padre Antonino La Russa, avvocato siciliano, è stato segretario del Fascio di Paternò, dal 1972 è deputato missino. Ma soprattutto è l'avvocato di Michelan¬gelo Virgilito, suo compare di Paternò, finanziere senza tanti scrupoli, che negli anni del Boom ha fatto fortuna a Milano con gli immobili, la Borsa, le scalate della Liquigas e della Lanerossi, sempre in compagnia di La Russa padre, suo consigliere e braccio operativo. La Russa figlio, detto 'Gnazio, cresce nella sua ombra: è tra i più accesi e più conosciuti militanti missini di Milano, si laurea in Legge, ne1 partito, organizza volantinaggi, manifestazioni, nei momenti di tensione presidia la sede storica di via Mancini che almeno una volta l'anno viene presa a sassate dai cortei antifascisti. Nella remota Puccianiello, a casa di Antonio Marino sono in nove. La madre Agnese è ammalata dì diabete. Il padre, 62 anni, fatica a mantenere sette figli, quattro maschi e tre femmine. Antonio è il quinto. Prima di arruolarsi ha cercato fortuna in Germania. Poi è entrato in polizia, destinazione Milano. Ogni domenica telefona ai genitori, perché le chiamate costano meno. L'ultima volta ha chiesto alla mamma il permesso di comprarsi un vestito. La madre gli ha detto di non spendere troppo. Quel giovedì a Milano sono arrivati militanti missini da tutta Italia. Ci sono i camerati di Avanguardia Nazionale, di Ordine Nuovo e quelli di Roma. Cinque giorni prima, il 7 aprile, Nico Azzi, militante neofascista della Fenice, ha tentato di collocare dell'esplosivo sul direttissimo Torino- Roma. Aveva con sé una copia di Lotta Continua, per indirizzare i sospetti verso la sinistra. L'ordigno gli è esploso tra le gambe. È rimasto gravemente ferito. La tensione in quei giorni è altissima. Il prefetto Libero Mazza ha vietato il corteo. Il Movimento sociale non ci sta. Intorno alle cinque del pomeriggio i cordoni dei missini sventolano bandiere e alzano bastoni. Drappelli di celerini li fronteggiano. Tra loro, in via Bellotti c'è Antonio Marino. È un agente semplice tra i tanti e aspetta ordini. Le fotografie di quel giorno in corso Monforte, mostrano Ignazio La Russa, maglione, camicia slacciata, volto scuro, alle spalle di Franco Servello. Stanno andando verso la Prefettura per contestare il divieto. La Russa è uno dei responsabili politici di quella manifestazione. Il corteo vietato diventa una prova di forza. Cominciano gli slogan e i primi scontri con la polizia che avanza, arretra, spara lacrimogeni. I missini assaltano la Casa dello Studente in viale Romagna, devastano i locali, danneggiano l'istituto magistrale Virgilio di piazza Ascoli, considerato covo di comunisti. Volano pietre, spranghe, bottiglie. I reparti della Celere inseguono e sono inseguiti. La città è attraversata da sirene, urla, nuvole di fumo. In mezzo a quegli assalti ci sono Vittorio Loi, 21 anni, figlio del celebre pugile Duilio Loi, e Maurizio Murelli, 19 anni, proletario, rivestito da sanbabilino. Sono armati di due bombe a mano SRCM, ordigni militari a frammentazione. La prima esplode ferendo un passante e un agente. La seconda, all'incrocio tra via Bellotti e via Kramer, centra un drappello di poliziotti. Il boato è secco. Una nuvola bianca si alza dall'asfalto. Cinque agenti vengono scaraventati a terra. Qualcuno si rialza, qualcuno cerca riparo. Antonio Marino è sdraiato immobile, la bomba gli ha squarciato il torace. La foto d'epoca lo inquadra per sempre al centro del selciato, intorno a lui il vuoto e il fumo. Mentre Milano conta i feriti, Giorgio Almirante, segretario del Msi, offre 5 milioni di lire a chi denuncerà gli assassini. Lo fa Gianluigi Radice, camerata missino, con una telefonata anonima in Questura. Vittorio Loi si consegna, Murelli fugge a Firenze, mala sua latitanza dura un giorno. Durante i primi interrogatori, Murelli chiama in causa Ignazio La Russa e suo fratello Romano. Sostiene che gli incidenti fossero stati pianificati. Ma durante il processo Murelli ritratta, dichiara di avere mentito perché si sentiva scaricato dal partito. Ignazio La Russa mette a verbale che quando Marino è morto lui era in Prefettura. L'inchiesta lo dichiara estraneo ai fatti. Ma il diavolo del sospetto aggiunge un dettaglio, quando, anni dopo, salterà fuori che gli avvocati di Murelli e Loi, condannati a 18 anni di carcere, li aveva pagati Antonino La Russa, il padre, 22 milioni di lire, più o meno 150mila euro di oggi. Circostanza confermata da Murelli in un'intervista a Report due anni fa, ma negando che quei soldi c'entrino con la ritrattazione. Altri 20 milioni di lire la famiglia La Russa li ha promessi riservatamente alla famiglia Marino. Quindi tutto bene per Ignazio e la sua carriera politica che corre da allora: deputato, ministro, dal 2022 presidente del Senato. Ma ancora oggi insofferente a quei ricordi, pronto a querelare Michela Ponzani, storica, che in televisione ha ricostruito quel giovedì nero, che La Russa (non) si è lasciato alle spalle. E dal quale Antonio Marino - una medaglia alla memoria, un busto, una strada e una scuola intitolati a suo nome - non si è mai più rialzato.