“Queglianniche…”. 1"Zelensky: la (brutta) fiction
come un reality dell’Ucraina”, testo di Daniela Ranieri: (…). L’eroizzazione
della figura di Zelensky ne rende oggi impossibile l’analisi. Parlare
criticamente della genesi del fenomeno Zelensky, non partecipando così alla sua
eroizzazione, espone automaticamente all’accusa di essere filo-Putin. E la
messa in onda della fiction (chissà se si può dire che è di una bruttezza rara,
o se si viene inseriti nella lista di proscrizione tra i collaborazionisti di
Putin), in cui egli è una figura simpatica e popolare, dovrebbe corroborare la
narrativa del figlio del popolo che si ritrova a esserne capo e sfodera la sua
abilità di comandante nell’ora più buia. Eppure, a ben vedere, rende il
servizio peggiore al presidente ucraino, e il docufilm andato in onda subito
dopo, Zelensky – The story, rovescia ogni eventuale intento celebrativo: il
comico che ha fatto “morire dal ridere un Paese intero” nella versione ucraina
de La sai l’ultima e ha vinto Ballando con le stelle vestito come Elvis, il re
del comedy show e delle gag con battute volgari, peti, balletti in tacchi a
spillo o nudo, è lo stesso che, eletto presidente in un partito che porta lo
stesso nome della serie tv, si recherà nel Donbass per imporsi come capo
militare e risollevare il morale delle truppe. È lo stesso che ha mostrato su
YouTube il conflitto in quelle terre, fino ai giorni in cui sotto ai colpi
d’artiglieria dei russi dirà, videoselfandosi: “Ho dormito solo 3 ore, nevica
ed è quasi primavera. La guerra è come questa primavera: triste. Ma la
supereremo”. Il Napoleone fuori di testa che vuole invadere la Russia, personaggio
di un suo telefilm, si trasforma – restando lo stesso e mutando di segno –
nell’eroe che esorta il suo popolo alla resistenza contro Putin. Zelensky è
diventato presidente perché ha aderito perfettamente, senza scarti, al suo
personaggio di finzione. Si candida la sera di Capodanno, promettendo in un
video lotta alla corruzione e lanciando slogan di plastica: “Non farti rubare
il futuro”. Sfonda lo schermo, trascinandosi dietro la scia del suo carisma
finzionale: “Non è una trovata pubblicitaria, vado fino in fondo”. Gira il
Paese in autobus, come tutti i politici-comunicatori smart e post-ideologici.
“È un volto nuovo”, dicono le vecchiette per strada, “metterà fine alla
corruzione”, dicono i giovani. Sottopone alla macchina della verità i membri
del suo partito accusati di corruzione, in diretta Facebook. La campagna viene
girata come una serie Netflix e postata sui social. Una potenza di fuoco
inesorabile: puro carisma mediatico, esibizione virale della spontaneità,
smargiasseria, trasmissione diuturna del sé, da reality show. Sfida Poroshenko
allo stadio Olimpico di Kiev, e vince col 73% dei voti. Mentre sale la tensione
bellica nelle regioni russofile e la Crimea è già in mano russa, lui estenua la
politica del selfie, diventando un influencer del proprio brand (in questo, è
un Renzi che ce l’ha fatta). Dopo due anni e mezzo di guerra nel Donbass la
gente comincia a sospettare che il fenomeno Zelensky sia un bluff, che sotto lo
spettacolo non ci sia nulla. Viene coinvolto in due scandali: nel 2019 Trump gli
avrebbe chiesto di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Biden in
cambio di aiuti militari, e nel 2021 i Pandora Papers rivelano che i proventi
della società di produzione della sua fiction sono nascosti in paradisi fiscali
e conti off-shore. Fa discutere il suo legame con un oligarca ucraino in esilio
per appropriazione indebita, proprietario del canale che manda in onda la serie
tv, ritenuto il suo burattinaio. Per risalire nei sondaggi, radicalizza la sua
novità. Smette di parlare russo nei territori occupati (prima diceva di
“pensare meglio in russo”). Dice in mondovisione: “La determinazione
dell’Ucraina di diventare membro dell’Unione europea e della Nato è la priorità
della nostra politica estera”, ciò che indurrà Putin a dire che l’Ucraina
guidata da Zelensky è “l’anti Russia”. Non è solo uno scontro tra eserciti per
il controllo territoriale: la politica videosocial di Zelensky si scontra col
totalitarismo autocratico di Putin, che si pone a difesa dei valori
tradizionali russi contro il nichilismo occidentale. Sono due mondi che si
fronteggiano, due civiltà opposte. Se Putin non avesse attaccato l’Ucraina,
Zelensky sarebbe rimasto un caso di studio di come l’equazione
“telespettatori/utenti dei social = popolo” sia una legge fisica dell’Occidente
de-ideologizzato. Di fronte all’orrore e alla minaccia nucleare, Zelensky si è
imposto come comandante-storyteller: collegato coi parlamenti dei vari Paesi ha
adattato il suo discorso alla storia di quel popolo. Cita Shakespeare al
Parlamento inglese, il Muro di Berlino al Bundestag, Genova bombardata (per
fortuna non la Resistenza, come fanno in tanti) con l’Italia, fino
all’inaudito: l’Olocausto alla Knesset, il Parlamento israeliano. La sua
richiesta della no-fly zone, cioè dell’inizio della terza guerra mondiale, si
inserisce in questa narrazione esorbitante e progressiva, tutto sommato
anestetizzata dall’ipertrofia dell’immagine. Il nazionalismo è annacquato in un
generico amor di Patria: il 19 marzo Zelensky dichiara “eroe dell’Ucraina” il maggiore
Prokopenko, comandante di un distaccamento speciale del battaglione nazista
Azov. La dialettica fiction-realtà brucia sé stessa e gli eventi; tutto evapora
nell’effimero regno del prodotto visuale. Capitato in qualcosa di enormemente
più grande di lui, Zelensky sta affrontando la guerra e gli eccidi russi con
gli strumenti che possiede: la comunicazione emozionale, le doti di attore e
l’esercito addestrato dalla Nato. Il popolo lo segue, come quando era un divo
della tv. È tutto autentico ma anche tutto mediatico, orribile e
spettacolarizzato; solo i cadaveri per strada sono veri, stupiti
nell’irreversibilità.

