Con l'immaginazione percorreva in punta di piedi la penombra della camera, dove le spesse cortine di velluto respingevano la luce della vetrata sulla veranda. La piccola toilette con la specchiera e lo sgabello di raso trapunto è ingombra di flaconi e di spazzole, con le retine per i capelli appese sui piccoli torciglioni degli angoli, afflosciate come vecchie ragnatele. Sul piano di marmo del grosso canterale, le suppellettili che ha sempre conosciuto: il vaso cinese, la lucerna; in mezzo a queste, i due ritratti nelle cornici d'argento che si fronteggiano lanciandosi un sorriso fuori del tempo: a sinistra la mamma e il babbo, lui le allaccia la vita col braccio, ridono circondati dai piccioni, un piccione si è posato sulla mano aperta della mamma; dietro c'è San Marco, scintillante sotto una luce vivida che la lastra fotografica ha fissato come un abbaglio. La scarpa della mamma, la destra, con due cintolini intrecciati sul collo del piede, ha invaso la data scritta a inchiostro: Venezia, 12 aprile 1941. (Tratto da “Capodanno” – 1991 – di Antonio Tabucchi).
“DellOrgoglio”. “La vana orgoglieide”, testo di Filippo Ceccarelli: L’orgoglio di qua, l'orgoglio di là, l'orgoglio di sopra e l'orgoglio di sotto: tra le varie ragioni di sollievo per il risultato del referendum c'è anche quella che nessuno del fronte governativo potrà dirsi orgoglioso della sberla - ma non è detto che passato lo shock non ci provino. I luoghi comuni, gli automatismi concettuali e i tic del linguaggio funzionano infatti ben oltre la ragione, l'analisi e il buon senso; per cui la penultima menzione dell'orgoglio si è registrata durante la missione in Usa del ministro Giuli allorché, abbigliato al solito per far colpo nei tg, dopo l'omaggio alla statua di Cristoforo Colombo, ha pronunciato un innocuo fervorino concluso con il riconoscimento dell'importanza assegnata dagli americani al grande navigatore: «e di questo siamo tutti molto, molto orgogliosi». Evviva, ma ce n'era bisogno? Evidentemente sì. Vedi il video di Nordio che chiede lo spritz alla giornalista indossando un cappelletto che recava: "Orgoglio italiano". Nel vuoto di ideali e nel deserto di programmi, la retorica dell'orgoglio riempie la vita pubblica di specchietti, perline, campanelli a breve impatto emotivo per strappare l'applauso o propinare ai gonzi l'ennesima card social. Poco mancava che i più assidui sovranisti si dichiarassero orgogliosi di una bella giornata. Come sempre con scrupolo degno di miglior causa, il tenutario di questa evanescente rubrichetta ha raccolto un florilegio di orgogli, alcuni addirittura preventivi, che l'opinione pubblica si è dovuta sorbire riguardo alla biblioteca di Sangiuliano, il decreto anti-rave, il papà di La Russa, la manovra scritta in tempi record, l'occupazione, Miss Italia, le frecce tricolori, il Ponte di Salvini, il concerto di Mogol, i soldati italiani all'estero, l'Italia finalmente rispettata all'estero, a parte il settore gastronomico la cui apoteosi si è raggiunta con un'iniziativa battezzata "Orgoglio Pasta". D'altra parte la premier, orgogliosa di essere madre eccetera, aveva augurato «un 2025 d'orgoglio». Orgogliosa Arianna di essere sua sorella, orgoglioso Piantedosi del suo essere un questurino, orgoglioso Toti della Liguria proprio il giorno in cui venne fuori lo scandalo che di lì a poco l'avrebbe mandato prima agli arresti e poi definitivamente a casa. E dire che l'orgoglio, fratellino della superbia e cuginetto del narcisismo, può essere, oltre che una colpa, anche un bel guaio, non solo referendario, per sé e per gli altri. «L'orgoglio è la dote degli stolti» recita un proverbio. In tale spirito si è scelta l'allegoria della Stultitia che Giotto ha dipinto nella Cappella degli Scrovegni. Una creatura stramba, gonfia e pennuta che a testa alta maneggia una clava. Una specie di meme che alla rovescia invoca la pace e l'umiltà.
“DellIndifferenza”. “L’orrore via social”, di Annalisa Cuzzocrea: Avevo da poco compiuto 17 anni quando mia madre venne a svegliarmi col caffè caldo, la mattina di un giorno di fine febbraio, e dopo aver alzato le persiane mi disse: «La guerra è finita». Ricordo perfettamente la sensazione di sollievo che provai in quel momento. E ricordo quel che pensai: allora il mondo non è davvero impazzito; allora tutto ha ancora un senso. Era la prima guerra del Golfo, si svolgeva in un luogo molto lontano dalla stanzetta in cui dormivo nel mio ultimo anno di liceo, eppure – credo fosse la sensazione di tutta la mia generazione – ero certa che mi riguardasse. Ho pensato spesso al motivo per cui le guerre spingano i ragazzi a scendere in piazza più di qualsiasi altra istanza. Succedeva allora e succede oggi, soprattutto è accaduto per il massacro di Gaza. Potrebbe aver ragione Alessandro Baricco, potrebbe essere il loro modo di rispondere ai colpi di coda di un ‘900 morente. Una maniera per dire: guardate che noi, con questa roba degli eserciti e degli assassinii e delle bombe, non vogliamo più avere niente a che fare. Oppure, quella tendenza a essere parte di tutto quel che accade nel mondo che anche io ho sperimentato da una piccola città del Sud Italia, è stata oggi rafforzata dai dispositivi che abbiamo in tasca. In Da vicino. Raccontare la guerra oggi, uscito per Einaudi, lo scrittore Paolo Giordano riflette su com’è cambiato il nostro modo di percepire la guerra. E di raccontarla. Lo fa insieme a un gruppo di giornalisti che coraggiosamente coprono i teatri di crisi di questi anni folli. Nati negli anni 70, 80 o 90, molto diversi dagli inviati di un tempo, perché tutto è cambiato da quella prima guerra del Golfo che anche Giordano ricorda. Aveva 9 anni, e quel che vedeva in televisione erano luci verdi che squarciavano i cieli di Baghdad, ma – scrive – già all’epoca sembrava «osceno assistere a un’aggressione militare in tempo reale». Così riparte dalla riflessione di Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri, dalla sua denuncia della “tele-intimità con la morte e la distruzione”: rischiamo di non essere toccati adeguatamente da quel che vediamo. Di essere immersi in quel dolore, senza riuscire più a usare il raziocinio, l’analisi, la distanza che serve per capirlo, prima ancora che per raccontarlo. La vera comprensione delle vite squassate dai conflitti voluti da chi resta al sicuro nella propria reggia, e non penso solo a Putin, non può che avvenire avvicinando i propri corpi ai luoghi, ai volti, alle storie. C’è una cosa che Giordano dice nella sua introduzione e che ci riguarda tutti: non ci siamo assuefatti all’orrore, non è quel che è successo. Abbiamo invece operato un’assurda selettività dell’indifferenza. Siamo più coinvolti dal dolore della parte che abbiamo scelto, senza riuscire a vedere quello degli altri. “Così la guerra, nell’epoca dei social, ci ha radicalizzato uno per uno”.
