“Io, Guccini e le canzoni imparate da mio padre”, testo di Francesco Bianconi – cantante del gruppo dei “Baustelle” – pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” di ieri, domenica 22 di agosto 2026: Mi è molto difficile commentare la morte di Francesco Guccini. Pur avendolo conosciuto poco di persona, è un fatto che mi tocca nel profondo. Adesso che sono passati un po' di giorni, provo a metter giù dei pensieri alla rinfusa, nella speranza che possano essere utili a qualche lettore. Sento di dover scrivere. Guccini era il cantautore preferito di mio padre. È stato lui a portarmi a tanti suoi concerti, quando ero piccolo. Me ne ricordo uno, leggendario, alla Festa dell'Unità di Campi Bisenzio. Eravamo io, mio padre, e il mio amico Marco Neri, compagno di liceo. Non avevo mai visto così tanta gente tutta insieme, su un prato, il pomeriggio, ad aspettare un cantante. Mi ricordo che c'era uno coi panini e le birre accanto a noi che gridava a squarciagola: «Balestri!». Chissà se l'avrà poi mai trovato. Mio padre, si diceva: fu lui a comprare il disco doppio Fra la via Emilia e il West, il disco dal vivo che raccoglie tante canzoni importanti di Guccini. Sulla copertina vedevo la fotografia di una Piazza Maggiore gremita di persone. Anche lì, di nuovo, tornava il mio stupore di ragazzino di campagna di fronte alla moltitudine di ascoltatori che aveva uno di cui non avevo sentito mai parlare. Uno che non andava in televisione e non passava in radio. Lo stesso numero di gente di una piazza del Festivalbar con ospiti i Duran Duran, per dire. Lo ripeto qui, per chi non lo sapesse: io vengo da una frazione di Montepulciano, provincia di Siena, quello è stato il mio campo di gioco per tanti anni; in quella frazione, ma neanche poi a Montepulciano, cristo santo, non esisteva un negozio di dischi (il più vicino era a Siena, a cinquanta chilometri), non c'era internet (quello per tutti, era l'inizio degli anni Ottanta), e l'edicola di paese non aveva le riviste musicali. Insomma, Guccini lo conoscevano soltanto certi adulti. Certi adulti bene instradati, non si capisce da chi, che conoscevano i cantautori degli anni Sessanta e Settanta, e ne possedevano dischi e cassette; magari addirittura ne strimpellavano alcuni pezzi alla chitarra in dopocena con gli amici. Con un piacere clandestino, carbonaro. Il piacere di custodire beni preziosi, segreti; preziosi perché diversi dalla solita musica (quella che in televisione ci passava, ad esempio Sanremo, Discoring, Domenica In); il piacere di conoscere e apprezzare la musica vietata, "maledetta", per forma e contenuto; quasi una sorta di diffusione per canali occulti, e per vie tangenziali e a volte orali. Un gusto arcano, da setta (mi ricordo Remo, l'amico di mio padre, che cantava accompagnato alla chitarra da Mario, un altro amico ancora, le ballate brassensiane del primo De André, in una tavernetta piccolo-borghese, in serate goliardiche e un po' giacobine). E io ragazzino per l'appunto mi stupivo di come questi seguaci di Guccini, questi adepti misteriosi, potessero essere così numerosi. Come si diffondeva il Verbo? Come faceva a penetrare dentro le case di paesini di un isolamento inimmaginabile e cosmico? Bisogna ammetterlo, io son stato fortunato: al di là degli arrangiamenti, che possono piacere o non piacere, Fra la via Emilia e il West è un buon modo per essere introdotti alla conoscenza di Guccini. Ci sono dentro tante delle sue canzoni più significative. Me ne innamorai. In ogni compilation su cassetta fatta ad amici o potenziali ragazze da conquistare, mettevo dentro dei pezzi da quel disco (per far colpo quasi sempre Canzone quasi d'amore, che è una canzone perfetta). Quel disco mi innescò una sorta di spinta all'approfondimento di tutta la restante discografia di Guccini. In fondo, l'ho già detto tante volte, quando facevo le medie io, la musica a me coeva pareva tutta bruttissima; la associavo a beceri programmi in tv, a volgari toni da radio commerciale. La musica mi pareva un incubo: non riuscivo a credere che il nuovo, il contemporaneo, potesse risultare allo stesso tempo anche così osceno: brutti suoni di tastiere digitali, batterie elettroniche, musica che mi faceva venire la depressione, la voglia di uccidermi; musica da ballo per paninari, roba da fiera di paese, da tagadà. Dunque non mi rimaneva che rifugiarmi nei cantautori e nel passato. E giù gruppi beat, caschetti e chitarre, vecchi cantautori. Gli anni Sessanta e Settanta mi sembravano l'unico rifugio possibile, l'unico unguento per i miei tormenti. L'unico baluardo del Vero. L'immagine di Guccini fu per me mitica da subito. Si sostituiva/confondeva innanzitutto con quella di mio padre e con quella di Dio Padre. Per me Guccini è sempre stato, per fisicità, per tono di voce, ancor prima di ciò che componeva e scriveva, un padreterno. E non credo di essere l'unico a sostenere questa teoria. In Guccini si riponeva con facilità un valore morale prima che estetico. O meglio, l'analisi di una serie di segni, quelli estetici delle canzoni, quelli fisiognomici della sua immagine, portava con naturalezza alla creazione di un plusvalore. Etico, per l'appunto. Tu ti costruivi ascoltando e guardando Guccini l'idea che Guccini fosse uno dei pochi Giusti del mondo. Guardavo le rare immagini di Guccini (principalmente quelle sui dischi, perché come si diceva non c'era altro modo di vederlo) e deliravo. L'immagine di Guccini, che in un certo senso si negava, produceva vertigini narrative nella mia testolina. Più non si vedeva, la faccia di Guccini, più io immaginavo mondi possibili e meravigliosi. Mischiavo queste mie immaginazioni con le parole delle canzoni, le mischiavo coi racconti di qualche adulto del paese appassionato di musica, et voilà: usciva questa mappa fantastica, un bestiario fantastico, una storia di storie. C'era la storia di Guccini senza barba, ventenne, appassionato di folk americano, che abita le strade di Modena all'inizio degli anni Sessanta. E scrive le prime canzoni, fa Dylan in italiano, gira per le strade di notte, alto e allampanato, frequenta Bonvi e i ragazzi che poi formeranno dei complessi. La storia del ragazzo più bravo e colto di Modena che scrive parole come nessun altro, e che compie un piccolo miracolo, una certa, inconfutabile piccola rivoluzione, creando una forma canzone prima non esistente in Italia. Intendo la forma canzone di Auschwitz, Per fare un uomo, Dio è morto. Ballate folk di derivazione americana con parole (e argomenti) che prima nelle canzoni non si potevano affrontare. I cantautori precedenti (i genovesi, per semplificare) avevano fatto un altro tipo di innovazione. Qui c'è una forza nuova che entra in gioco: si capisce che il codice del folk americano può essere veicolo di una rivoluzione tematica e lessicale, e scoppia una bomba. Guardate l'esordio in tv del giovane Franceco che suona Auschwitz davanti a Caterina Caselli, l'avrete visto sicuramente e capirete che cosa intendo. Leggete il testo di Auschwiz, di Dio è morto, di Per fare un uomo, maledizione. Stavano nascendo i giovani in Italia. Prima non c'erano. E nascono grazie anche a Guccini, nascono grazie alla storia di Guccini, i1 ragazzone scontroso che incontra Vandelli e Carletti e Daolio, e la Caselli per l'appunto. L’autostop, il blues, il talking, Dodo Veroli. Nella mia testa si formava la storia di questi ragazzi formidabili che si incontravano al Bar Grande Italia di Modena per ricostruire da zero, mettendosi in opposizione al sistema, e al Mondo. Nella stanza dello stereo di casa dei miei a Montepulciano, quante volte mi sono perso a guardare le immagini (poche!) dei dischi di Guccini, come rapito da una passione da esploratore, come inebriato da una febbre da decrittatore di geroglifici. Le foto di Guccini con la barba. Guccini nel ritratto familiare del retrocopertina di Radici, Guccini nel primo piano di Via Paolo Fabbri. La barba, i capelli lunghi. Suggestioni che si autoalimentavano, amplificandosi. Tutto si faceva più arcano e segreto, e la storia era quella di un artista che è un po' un eremita, uno che non fa neanche concerti, no, piuttosto fa serate nelle osterie di Bologna, gioca a carte, beve vino e fuma. Uno che potrebbe essere un tombarolo, un cospiratore, un terrorista. Mi si formava in testa la storia incredibile di uno che in un certo senso è come te (gli puoi andare a suonare a casa, lo puoi sfidare a scopone), ma che al contrario di te ha il coraggio di essere controcorrente, in contrapposizione al Mondo. A un livello tale che poi - in un Paese di semplificazioni ideologiche come il nostro, in cui la differenza fra l'essere antisistema (o anarchici libertari) e l'essere comunisti non era concepibile - ahimè si è sempre associato Guccini al Pci., Ma vabbè, lasciamo perdere. C'era poi la voce. Quella voce tenorile antica e forte, che cantava quelle parole. All'inizio, come si diceva, su strutture musicali inedite per l'Italia ma più codificate, ovverosia il folk americano; poi via via attingendo a forme musicali altre, contaminando i codici americani con altri elementi: la Francia, l'Argentina, il Sudamerica tutto. Quella voce formava nella mia testa la storia di un uomo capace di creare grandi narrazioni di respiro letterario, la storia dell'unico cantautore in Italia che si può ascoltare con lo stesso piacere con cui si legge un romanzo di Emile Zola. La storia di Guccini Dio delle Storie, storie raccontate con una maestria di tecniche retoriche e una ricchezza lessicale che non ha eguali nel nostro Paese e forse nel mondo del cantautorato. Alto e basso, sacro e profano, melodramma e opera buffa, pastiche, ricerca, zibaldone, poesia e barzelletta schioccante. Con la voce di Guccini entravo in un caos di corridoi narrativi, inebriandomici, e non ne uscivo più. Non volevo uscirne più.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 24 agosto 2026
Cosedettecosì. 52 “In memoria di Francesco Guccini”.
Ma in quale epoca della vita di Pompei era stato trasportato? Una iscrizione edile scolpita su un muro gli
fece capire dal nome dei personaggi pubblici, che si era all’inizio del regno
di Tito, cioè nell'anno 79 della nostra era. Un pensiero improvviso attraversò
la mente di Octavien: la donna di cui aveva ammirato l'impronta al museo di
Napoli doveva essere viva perché l'eruzione del Vesuvio nella quale era morta
era avvenuta il 24 agosto di quell'anno. Poteva dunque ritrovarla, vederla, parlarle...
Il desiderio folle che aveva provato vedendo quella cenere modellata su forme
divine poteva essere soddisfatto, perché nulla doveva essere impossibile a un
amore che aveva avuto la forza di far tornare indietro il tempo e di far
passare due volte la stessa ora nella clessidra dell'eternità. (Tratto
da “Arria Marcella” – 1852 – di Théophile Gautier).
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