Postato al tempo, il 6 di novembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più.
“Egemonia culturale e antifascismo”, testo di Franco Cardini pubblicato su il “Fatto Quotidiano” di ieri, giovedì 13 di agosto 2026: (…). …se fossimo un paese appena un po’ serio, una questione dovrebbe toglierci il sonno. Come può essere che, dopo otto decenni di pubblica educazione nel segno dell'antifascismo, è ancora tanto diffuso il fenomeno di ragazzi che palesemente non sanno nulla di Storia, che non articolano giudizi, che non leggono né scrivono e se partecipano a qualche dibattito non riescono a proferire nulla di meglio di pietosi, ridicoli slogan: e che pure si dicono "fascisti" e fanno proseliti? Se ciò accade, al di là della loro protervia, dov'è che abbiamo sbagliato? Cercando di comprenderlo sono tornato, per quel che mi riguarda, ad autopropormi un serio esame di coscienza. Partiamo dalla vexata quaestio del tempo nel quale - dicono in molti - in Italia vigeva la "dittatura intellettuale della sinistra". Era vero? Alla non più verdissima età di 86 anni, dei quali ottanta passati nella scuola prima come allievo e studente e quindi come professore (è ancora oggi a vario titolo docente universitario), sono tra coloro che ricordano come in effetti in certe aree della cultura e della vita politica italiana culturalmente impegnata esistesse - tra anni Cinquanta e anni Ottanta- una "egemonia" (se non proprio una "dittatura") della sinistra, e in particolare soprattutto del Pci, che si esprimeva bene nel monopolio delle commissioni giudicatrici concorsuali e della distribuzione delle cattedre universitarie soprattutto in molte facoltà umanistiche nonché nel meccanismo dei premi letterari, nello spettacolo, nel cinema, nei programmi culturali radiofonici e poi televisivi. Posso testimoniarlo perché tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta ho vissuto quella "egemonia-dittatura" contrastandola in primissima linea. In quanto studente liceale e quindi universitario dirigente del partito di estrema destra di allora, ero talora - lo ricordo bene - messo a tacere e minacciato dai colleghi di sinistra e anche da molti "moderati" che per vigliaccheria o per conformismo o per furbizia tenevano loro bordone. Però debbo altresì testimoniare che mi capitava spesso anche al contrario: di venir invitato e magari sfidato a dire la mia. E in quella rude, ruspante accademia fui messo alla prova, incitato a impegnarmi di più; fui spronato a difendere quello che pensavo e che sapevo, a dare il meglio di me. Ed evidentemente ce la feci: ebbi qualche guaio, senza dubbio, ma riuscii a guadagnarmi il rispetto e l'amicizia di molti colleghi degli schieramenti più duramente avversi: rispetto e amicizia che, tra noi vecchi militanti di allora, durano a tutt'oggi. Non sono mai stato un cuordileone: ma accettavo il confronto, sfidando addirittura le arene delle Feste dell'Unità delle quali conservo ancora memorie simpatiche e commoventi; così come ricordo benissimo che non mi perdevo mai una puntata radiofonica della trasmissione Il Contemporaneo e che conservavo gelosamente dossier interi di "ritagli" di Rinascita. Quando i tempi cominciavano a essere un po' meno “caldi” l'amico Corrado Bologna m'invitò ascrivere a proposito di san Francesco appunto su Rinascita: e la cosa fece sì scalpore, ma suscitò un dibattito serio. Del resto, a quel tempo, i corridoi della sede centrale del Msi situata allora in via delle Quattro Fontane, a Roma, erano percorsi talvolta da personaggi come Ettore Paratore, Antonino Pagliaro e Mario Bussagli. Ma oggi, mi chiedo, da chi è stata raccolta quell'eredità? Che le cose siano peggiorate da allora, tanto a destra quanto a sinistra? Dal punto di vista di quella che era la mia posizione non si trattava, badate, di squadracce o di saluti fascisti: qualcuno ne faceva, e allora poteva anche finire a schifìo. Più spesso si parlava però di altro, di cose serie: e anche noi avevamo le nostre riviste e la nostra piccola "scuola di partito". Si trattava di un'eredità che non passava tanto e soltanto attraverso la "nostalgia" o quel che poteva restare della cultura "di regime", ma soprattutto di quella delle vivacissime "fronde" fasciste: quelle che pubblicavano riviste come L'Universale; quelle di personaggi come Ardengo Soffici, Camillo Pelizzi, Diano Brocchi, Berto Ricci, e che nei pieni anni Trenta promossero la polemica sulla nuova architettura, sulla nuova urbanistica, su edifici come la Stazione di Santa Maria Novella a Firenze; per non parlare della politica socioeconomica del tempo, che dotò l'Italia di uno "Stato sociale" capace d'imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica più preparata a livello internazionale dialogando con fordisti e keynesiani e magari anche con certi intellettuali comunisti (vi dice nulla la "Lettera ai fratelli in camicia nera"?). Ne hanno trattato in seguito molti, con coraggio e serietà: da Romano Bilenchi a Mino Maccari, da Pietro Ingrao ad Antonio Pennacchi. Che cos'è rimasto di tutto ciò?


