"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 5 giugno 2026

Doveravatetutti. 95 “Tra le rovine del genocidio”.

Sopra. Umm Bilal al-Masri, 33 anni, nella sua tenda improvvisata a Khan Yunis, Gaza.

Il sole era già tramontato quando caddi, a nord del battaglione del 301° fanteria. Lo comandava un tenente colonnello, sulla cinquantina che trovai all'aperto, seduto ad un tavolino improvvisato con rami d'albero, una bottiglia di cognac in mano. Egli mi accolse molto gentilmente e mi offrì un bicchierino di cognac. «Molte grazie,» dissi, «non bevo liquori.» «Non beve liquori?» mi chiese, preoccupato, il tenente colonnello. Tirò dal taschino della giubba un taccuino e scrisse: «Conosciuto tenente astemio in liquori. 5 giugno 1916». (Tratto da “Un anno sull’altopiano” – 1938 – di Emilio Lussu).

“Tra le rovine del genocidio”, testo di Engy Abdelal – 27 anni proveniente da Gaza, in Italia per motivi di studio - riportato sul settimanale “L’Espresso” del 20 di maggio 2026: D’all'ottobre 2023, la guerra di Israele su Gaza riversa il suo veleno nei corpi delle donne gazawi, prima ancora che nelle loro tende, nelle cucine improvvisate e nei ricordi di case ridotte in macerie, dove non resta che l'eco dei loro richiami ai figli, dispersi tra un'autobotte dell'acqua e la fila a una mensa caritatevole all'ingresso di un campo per sfollati. Un campo senza muri che le protegga dalla ghigliottina di una guerra che non ha ancora deposto le armi, e dall'instabilità dello sfollamento. In una di queste tende, nella zona di al-Mawasi a Khan Yunis, Shadha Awda, 29 anni, madre di tre figli, racconta il peso che porta sulle spalle come «più pesante di quanto un corpo stremato dallo sfollamento e dalla paura possa sopportare». «Avevo messo una pentola d'acqua sul fuoco per scaldarla e fare il bagno a mia figlia di cinque anni», dice. «Una tenda vicina è stata rasa al suolo da un attacco improvviso, il terreno ha tremato sotto di noi, la pentola si è rovesciata e l'acqua bollente è finita sul corpo della mia bambina». Sua figlia, Qamar, ha riportato gravi ustioni e da allora ha perso la capacità di parlare. Con voce roca e gli occhi pieni di lacrime, Shadha racconta quanto quell'episodio abbia segnato la sua salute mentale. Da quel giorno soffre di insonnia cronica e di attacchi di panico ogni volta che sente un rumore che ricorda un bombardamento, oltre a un senso costante di esaurimento psicologico e fisico che le impedisce di riposare o di prendersi pienamente cura dei figli. Shadha aggiunge che suo marito è senza lavoro dall'inizio della guerra e non riesce più a garantire nemmeno il minimo necessario ai bambini. «Questa situazione mette una pressione enorme sui rapporti familiari», dice. «I litigi sono più frequenti e l'atmosfera in casa è pesante, soffocante, piena di impotenza». In un'altra tenda, Shireen al-Banna, 41 anni, ricorda la vita che aveva - una vita che descrive come piena di amore, sicurezza e calore insieme al marito e alla loro unica figlia, Lamia, 17 anni - prima che la guerra stravolgesse tutto. «Siamo stati costretti a fuggire da un posto all'altro, ancora e ancora», racconta. «Un giorno mio marito è tornato a controllare la nostra casa, ed è tornato solo sulle spalle degli altri, dopo che un proiettile di un cecchino gli aveva trapassato il cuore». Da quel giorno, la felicità non ha più bussato alla porta del suo piccolo "nido", un tempo pieno delle risate del marito e della figlia. Oggi Shireen lavora lunghe ore sotto il sole nell'animazione per bambini per pagare le tasse universitarie della figlia. «Cerco di portare gioia ai figli degli altri», dice, «mentre porto da sola il peso del futuro della mia». Non lontano dalla sua tenda, Laila al-Abadleh cerca di chiudere bene il telo logoro attorno al figlio di sei anni, Jamil, come se quel gesto potesse tenere fuori il caos e il dolore del campo. Prima della guerra, suo marito lavorava in un centro commerciale. Dopo, si è ritrovato in fila per gli aiuti, sperando in un sacco di farina o in una scatola di latte per il loro unico figlio. Un giorno è uscito e non è più tornato. Le sue tracce si fermano a un punto di distribuzione degli aiuti che Laila ora chiama «la porta della morte» per tutti quelli che sono usciti e non sono più rientrati. «Le rotte degli aiuti non sono mai state davvero una via di salvezza», dice Laila. «Sono una strada piena di incertezza e pericolo: gli uomini escono e non tornano, le domande si affollano nella testa di chi resta ad aspettare, e la paura ci stringe il petto ogni volta che sentiamo di un attacco su un'altra fila per gli aiuti». Senza notizie certe sul destino del marito, Laila si sente intrappolata in una zona grigia tra la vedovanza e la speranza che sia ancora vivo. Non sa se è moglie o vedova, ma in ogni caso non ha scelta: deve essere madre e padre per Jamil.