“Cosa diciamo quando parliamo di dolore” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di settembre dell’anno 2013: Le convinzioni degli altri vanno giudicate dal contesto culturale in cui sono nate. (…). E questo è proprio il caso relativo alla sofferenza e al dolore. Il dolore infatti è sordo e muto, il suo significato dipende dalla cultura che lo interpreta. Per la cultura greca, per esempio, il dolore non ha alcun senso. Al pari della gioia, esso appartiene alla vita che, come vuole l'ineluttabilità della legge di natura, che prevede la morte dei singoli individui, essa non li esonera di incontrare prima o poi la sofferenza e il dolore che occorre reggere ed esonerarsi dal metterlo in mostra. «Substine et abstine», dice la sentenza formulata dagli Stoici. Per i cristiani, invece, il dolore ha un senso in quanto concorre all'espiazione delle colpe e, come dice Francesco di Sales, costituisce una caparra per l'eternità. Questo spiega la differenza tra la morte di Socrate, che senza scomporsi, beve la cicuta, dopo aver dato ai suoi discepoli gli ultimi insegnamenti, e la morte di Gesù, che dopo aver chiesto al Padre di allontanare quel calice, si offre alla sofferenza della flagellazione, della corona di spine, della croce. In una parola mette in scena il dolore in quanto evento di redenzione, come ha fatto Giovanni Paolo II, perché, come dice Giovanni Evangelista (15,20): «Se il maestro ha conosciuto sofferenze e tribolazioni, i discepoli devono seguire la stessa via». Noi oggi, che viviamo nell'età della tecnica che, per quanto può, al dolore pone rimedio, non capiamo più il senso cristiano del dolore, ma questo non ci autorizza a ritenere che all'interno della visione cristiana della storia, che prevede espiazione e redenzione, l'accettazione del dolore non abbia senso. Lo possiamo dire solo se rifiutiamo quella visione, ma non posiamo confutare chi a quella visione partecipa e secondo quella visione interpreta la propria esistenza. Se lo facciamo vuol dire che rifiutiamo il "relativismo culturale" e assumiamo quell'atteggiamento "dogmatico" che imputiamo, non sempre a torto, alla Chiesa, quando questa interpreta le vicende del mondo e le condotte degli uomini a partire dai suoi "principi non negoziabili".
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 19 settembre 2026
Cosedettecosì. 61 «Dietro ogni bambino con disabilità ci sono spesso una madre e un padre che diventano infermieri, assistenti, educatori, terapisti. Ventiquattr'ore al giorno. Senza ferie, senza malattia, senza domeniche. Con una domanda che diventa sempre più angosciante: cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?».
Da soli non ce la facciamo più,
hanno lasciato scritto. Luca e Valentina, quarantadue e quarantuno anni,
avevano una bambina di cinque, Bianca, e un cane. Li hanno trovati morti, nella
stessa stanza. Tutti, anche il cane. Non lo avrebbero mai lasciato solo.
Omicidio suicidio. Hanno sparato, si sono sparati. Bianca aveva una disabilità
grave. La madre aveva lasciato il lavoro per stare con lei, per assisterla
tutto il giorno, tutta la notte, sempre. Il padre, tecnico informatico, aveva
chiesto di lavorare da casa per stare con loro. A Pietralata, Roma. Via
dell'Antracite, quel carbone che brilla. È quasi nero, ci si può scrivere con
l'antracite. I bambini lo fanno, le mani poi restano nere. E il viso, e i vestiti
si sporcano. Poco a poco la casa di vie dell'Antracite si era chiusa, il mondo
fuori e il mondo dentro. Loro tre, sempre, dentro. Hanno trovato molti biglietti,
pagine scritte, una specie di diario per appunti. È un diario della solitudine.
Perché sì, la famiglia era assistita dai servizi sociali, ma quelle parole
scritte sul biglietto trovato accanto ai corpi non lasciano dubbi e non smettono
di rimbombare. "Da soli non ce la facciamo più". Soli. La solitudine non
si misura in ore, giorni, minuti. Non serve, non basta dire ma come, sempre
soli no: ogni tanto c'era la visita del personale dei servizi sociali, e poi
c'era la scuola. Non c'entra. La solitudine è di gomma. È un pallone che si
gonfia dentro il corpo, col respiro. Tu respiri, lei si gonfia. Preme sui
polmoni, schiaccia il cuore, batte in testa. Pulsa, la notte fa rumore. Davide
Faraone, padre di un ragazzo autistico, ha scritto: "Dietro ogni bambino
con disabilità ci sono spesso una madre e un padre che diventano infermieri,
assistenti, educatori, terapisti. Ventiquattr'ore al giorno. Senza ferie, senza
malattia, senza domeniche. Senza che nessuno li abbia preparati a quel
cambiamento così violento. Con una domanda che diventa sempre più angosciante:
cosa succederà a mio figlio quando io non ci sarò più?". Conosco molto
bene quelle sette parole. Da soli, da sola, non ce la faccio più. Le ho sentite
tante volte, nella vita e nel lavoro, che è lo stesso visto che il mio lavoro è
ascoltare le vite degli altri. A volte l'ho provato, quel sentimento che ti fa
dire basta. È bello poter raccontare adesso: era un momento durissimo e cupo, è
passato. Anche i momenti più bui passano. Si possono superare. Guardate, si
può. Serve, quasi sempre, uno sguardo. Qualcuno che ti veda. Una mano che si
tenda, una persona che ti dica ti capisco, io ti capisco. E poi serve un paese
attorno. È un modo di dire per dire: servirebbe vivere come si viveva una
volta. Con le persone che ti vedono passare e ti salutano, ti spronano se sei
in ritardo per la scuola, bussano a casa se è tempo che non si affaccia
nessuno, che puoi chiamare se hai bisogno. Ma anche solo: le persone che
incontri quando esci e ti chiedono come va, oggi? Serve qualcuno a cui essere
utile. Sì, proprio così. Qualcun altro, qualcuno di diverso da Bianca, di cui
occuparsi. Un giardino, uno striscione da preparare. Serve la sanità pubblica,
finanziata perché funzioni. Ma insieme, intanto, serve un mondo fuori che ti
veda. Il paese, ve lo ricordate? (Tratto da “Diario della solitudine” di Concita De
Gregorio, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 12
di settembre 2026).
giovedì 17 settembre 2026
Cosedettecosì. 60 Antonio Scurati: «Cent'anni fa il populismo fascista individuò il "nemico semplificatore" nel socialista. Oggi lo si individua nell'immigrato. L'intera vita politica si riduce al fatto di avere un nemico da odiare.
“Ma, bene”, pensò il giovine signore Andrea von Ferschengelder, quando
il barcaiolo quel dì 17 settembre 1778 gli ebbe posato la valigia in cima alla scala
di pietra e si allontanava, "ma benissimo, costui mi pianta qui e festa
signori, carrozze a Venezia non ce ne sono, chi non lo sa, un facchino, e che
verrebbe a farci? è un angolo sperduto dove non passa un cane. Come se alle sei
del mattino si facesse scendere di posta sulla Rossauerlande o tra i
Weissgarber chi non è pratico di Vienna. So la lingua, e con questo? fanno di
me quel che vogliono egualmente. E come rivolgersi a gente che non s'è mai
vista e se ne sta dormendo placidamente - busso e dico: ehi, di casa?" -
Sapeva che non l'avrebbe fatto, - intanto passi si avvicinavano sul lastrico
sonoro netti e distinti nel silenzio del mattino, ci volle del tempo perché si
facessero vicini, e un uomo in maschera uscì da una piccola calle, si avviluppò
stretto nel mantello, lo tenne chiuso con tutte e due le mani, e fece per
attraversare la piazza. (Tratto da “Andrea o I ricongiunti” –
1930 – di Hugo von Hofmannsthal).
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