Sopra. "La fuga di Enea da Troia" (1598) di Federico Barocci.
«Quella sera – era il 21 aprile del 1942 - andai in bicicletta fino alla Zuiderkade; era domenica, pareva una giornata tranquilla». L'uomo fu scosso da un brivido. «Avevamo concordato tutto. Li avrei portati appena fuori città in un luogo in cui avrebbero potuto pernottare. Il mattino seguente saremmo partiti di buon'ora in automobile. C'era da camminare per una ventina di minuti appena, ma ero particolarmente preoccupato proprio per quel breve tragitto.» «I documenti non erano a posto?» «Oh, sì, avevo procurato carte d'identità, passaporti e perfino certificati di nascita per tutti. Ognuno avrebbe portato addosso i propri, questo gliel'avevo inculcato bene. Ma in una città in cui ti conoscono tutti, non è certo facile passare inosservati. Avrei voluto andarli a prendere in auto. L'obiettivo per la prima sera era di allontanarsi il più possibile. Avevamo un'ora e mezzo di tempo. Avremmo raggiunto il confine con il Belgio.» Scosse la testa; chiamò il cameriere con un cenno della mano, ordinò una birra, e quando gli fu servita ne bevve avidamente un sorso. (Tratto da “La caduta” – 1983 – di Marga Minco).
“Perché siamo affascinati dalla vocazione di Enea”, titolo dato al testo giovanile di Jorge Mario Bergoglio (17-12-1936/21-04-2025) riportato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, martedì 21 di aprile 2026, nella ricorrenza della morte del Suo Autore affascinato, come è stato, dalla figura di quell’eroe creata dal sommo Virgilio: Era una notte in cui «il terrore s’insinuava ovunque e persino lo stesso silenzio era raccapricciante». Il fasto di una grande città si era trasformato in ceneri schiacciate dal peso implacabile dei fati. La vita fuggiva con il fumo nero che velava le stelle. In quell’ambiente caotico fluttuava solo un respiro, una vocazione che lottava con l’uomo nel quale doveva incarnarsi: «e la colomba tornò e aveva nel becco un ramoscello d’olivo». Un uomo, Enea, è chiamato a far sorgere la vita da quelle ceneri, anzi, quelle stesse rovine incenerite erano preannuncio di vita. E sebbene questa scena sia avvenuta lontano, nella regione in cui la storia abbraccia la leggenda, ha le caratteristiche di ogni scelta divina. Una vocazione grande che deve essere accolta da un uomo che non vuole accettarla. Un sentimento di pudore gli nega di sopravvivere alle ceneri della sua patria: «Unica salvezza ai vinti, non sperare in nessuna salvezza» (Eneide II, 354). Suicidio per disperazione o supremo atto di coraggio e di amore per la patria? Le due cose si uniscono nella figura di Enea che corre come un pazzo per le vie di Troia. Cerca compagni che lo seguano nella sua assurda concitazione. «Comincio a incitarli: “O giovani, cuori invano/fortissimi, se avete il fermo desiderio di seguire/me che oso l’estremo, esaminate la condizione/degli eventi: gli dei, sui quali si fondava il nostro impero, /fuggirono tutti, lasciati i sacrari e le are; voi soccorrete/una città incendiata; moriamo, e gettiamoci tra le armi» (Eneide II, 347). Moriamo, l’unica soluzione; non può essercene altra per uno spirito completamente identificato con la sua terra. È l’atteggiamento di Corebo: «E si gettò in mezzo alla schiera, a rischio della morte» (Eneide, II, 408). È l’atteggiamento di Priamo: «carico d’anni, circonda le spalle tremanti/con le armi a lungo desuete, e cinge l’inutile ferro, /e muove deciso a morire nel folto dei nemici” (Eneide II, 509). È l’atteggiamento del vecchio Anchise che «rifiuta di continuare la vita, distrutta Troia, e di patire l’esilio» (Eneide II, 637). Quel vecchio che sa molto bene qual è il suo dovere di fronte alle rovine della sua patria: «Mi procurerò la morte» (Eneide II, 645). Uomini che non si rassegnano a vederla morire senza gloria e senza averla vendicata con il loro sangue: «Armi, o uomini, /datemi armi; l’ultimo giorno chiama i vinti. /Rendetemi ai Danai; lasciate che torni a rinnovate/ battaglie; non tutti oggi morremo invendicati» (Eneide II, 667). E su quest’uomo c’è una vocazione: «Ahi, fuggi, figlio della dea, dice, e scampa alle fiamme». Il nemico occupa le mura; Troia precipita dall’alto della rocca. Abbiamo dato abbastanza alla patria e a Priamo: «Se un braccio potesse difendere Pergamo, l’avrebbe difesa/già il mio. Troia ti affida i sacri arredi/e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi/grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare» (Eneide II, 289). Ma c’è qualcosa che impedisce all’eroe troiano il dono di sé stesso in nome della patria. Lui farà tutto il possibile per cadere, ma gli sarà negato: «Ceneri d’Ilio e tu ultima fiamma dei miei, /vi chiamo a testimoni: nella vostra caduta non evitai/i dardi né i rischi, e se era destino che cadessi, / l’avrei meritato per mano dei Danai» (Eneide II, 431). I fati gli negavano questa ultima consolazione e gli impedivano la fuga come meta: «Ahi, fuggi, figlio della dea». Doveva fuggire... Come i codardi. Enea si oppone, non può sopportarlo. Tutta la narrazione del secondo libro dell’Eneide consiste nella lotta di Enea con la vocazione voluta dagli dei. È l’Enea che era nato per trionfare o per morire con onore: «moriamo, e gettiamoci tra le armi» (Eneide II, 353), ma che non accetterà di abbandonare la patria per salvare la sua vita... la sua vita è la sua Patria; morta questa, non esiste più il diritto di vivere. Ma Troia non era morta. Proprio allora, dopo quella terribile notte, cominciava la sua vera vita. Troia s’identificava con il chicco di grano. Il destino degli dei riusciva a vedere tra le sue rovine nere e sterili la gloria di un impero futuro: «di dove la stirpe latina, e i padri albani e le mura dell’alta Roma» (Eneide I, 6). E lui, Enea, era scelto per portare l’anima di Troia nel luogo indicato dagli dei. «Troia ti affida i sacri arredi/e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi/grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare» (Eneide II, 293). Doveva partire, fuggire... La sua vocazione era chiara: «fondare la città, e introdurre nel Lazio i Penati» (Eneide I, 5). Ma si rifiutava di accettare. In uno scatto d’ira, quando suo padre non vuole seguirlo, si getta di nuovo nel fragore del combattimento. «Sono ricacciato tra le armi e disperato desidero la morte. / Infatti quale disegno o destino si offriva? /Padre, pensasti che potessi partire lasciandoti, /e una tale empietà cadde dal labbro paterno?» (Eneide Il, 655). E rinfaccia a sua madre di averlo salvato. Infine, mosso dai continui segnali degli dei, fugge e, una volta giunto a un tempio non lontano da Troia si rende conto di aver perso la sua sposa. Spinto da una amenza imprudente, si dimentica della sua missione e torna a cercarla esponendosi nuovamente a tutti i pericoli: «Ritorno in città e mi cingo delle fulgide armi. Decido/di riaffrontare tutti gli eventi, di ripercorrere l’intera/ Troia e di esporre di nuovo la vita ai pericoli» (Eneide II, 749). «Osando persino lanciare grida nell’ombra/riempii di clamore le vie e mesto chiamai/invano ripetendo ancora ed ancora Creusa» (Eneide II, 768).


