Lo definisce “il nostro morbo” il caro nostro
Autore Raffaele Simone dalla cui opera ultima “Il paese del pressappoco” di recentissima pubblicazione si continua ad attingere con dovizia
per questa rubrichetta. Ed infatti giunti al capitolo
ventiduesimo dell’opera Sua, titolato per l’appunto “Il Mal d’Italia”, si intravvedono
i contorni precisi di un ritratto antropologicamente ben distinto ed i cui
connotati ed effetti sono ben presenti e mirabilmente riscontrabili nella vita
quotidiana dagli abitatori del bel paese. E’ la quotidiana dannazione di un
paese ridotto a “lontana provincia” ed alle prese con le eterne sue
contraddizioni, allorquando tenta disperatamente si sottrarsi ad ataviche
abitudini da terzo mondo e nel contempo rinnova e rinforza le sue esasperanti,
pessime abitudini. E da paese eternamente emergente
non trova lo slancio per liberarsi dalle contraddizioni che hanno contribuito
anche a fare emergere un ceto politico che su quelle stesse contraddizioni ha
cementato il suo potere che nessuna riforma, se non illusoria, riuscirà mai e
poi mai a porre in forse. Caro***, il Mal d’Italia… L’espressione è calcata sul modello del Mal
Francese, detto anche “Morbo Gallico”, cioè la sifilide, che nei secoli antichi
si riteneva proveniente dalla Francia. La negligenza dei diritti terra terra, il furbismo, l’anarco-servilismo e
il disprezzo delle leggi e dei confini sono i sintomi più vistosi del Mal d’Italia,
il nostro morbo, una lue civica dall’eziologia misteriosa ma evidente a tutti,
che infetta il paese, gli impedisce di diventare normale e minaccia
pericolosamente, a guisa del Mal Francese, di debordare e diffondersi altrove… (…). L’abitudine al servaggio priva (…) del vigore civico. Per noi, l’emblema più
evidente è il burocrate: inattivo, privo di speranza, edonista e cinico. Il posto giusto per un popolo siffatto è la “poltrona”,
una delle icone più espressive del Pensiero Italiano. Ma se ne hanno anche altre manifestazioni
importanti, come il bisogno di un “posto”, di un “impiego statale”, di un “fisso”
(termine tecnico: si chiama così uno stipendio magari basso ma quoad vitam,
meglio se a carico dello stato) che permetta di fare un secondo lavoro, o la
tendenza a “imboscarsi” (termine tecnico) in un ministero, o “nel pubblico” dove
cioè nessuno può disturbarti o cacciarti. Alla base di queste propensioni si nasconde il bisogno di sottrarsi a
ogni assunzione di responsabilità, a ogni rischio, a ogni orgoglio della cosa
ben fatta e lavorata fino in fondo: insomma, l’ostilità verso il cambiamento e
il dinamismo, (…), tutte cose che richiedono doti che il Pensiero Italiano
avversa. (…).
Postato al tempo, il 19 di gennaio dell’anno 2006, su di “un altrove” che
non c’è più.
Guardala lì: beata, corteggiata, venerata, atteggiata a gran guru quando
poco o nulla sa. Non fa che zompare di qua e di là, protagonista su infinite
scene, sempre più famigerata, idolo e panacea delle masse anestetizzate dal
doomscroll. Capitalizza sine fine, negli ambiti più diversi. Non ha vergogna.
Tutti la cercano e tutti la vogliono, ma non si capisce bene il perché dal
momento che non vale nulla. Sarà il caso di indagare meglio? Certo la sua
prossemica non è delle più cordiali o delle più invitanti al dialogo, ma visto
che è qui a portata di voce perché non provare? Altezzosa signora, buongiorno.
Le spiace fermare il suo incedere spedito per raccontarci un po' di lei? «Io?
Sia piuttosto lei a raccontare di me, illustre e un po' villano sconosciuto,
che a occhio e croce direi essere un pennivendolo. Lei sa benissimo chi sono e
dovrebbe anzi dedicarmi un panegirico, perché io valgo e me lo merito».
Vede giusto, purtroppo: svendo parole per cercar di navigare il
presente. Certo che la conosco: lei è l'Incompetenza, gran regina del
contemporaneo ovunque ci si giri, dalla cucina all'arte, dalla politica alla filosofia,
Meno sa e più pontifica: le basta avere il tono giusto per acchiappare i
citrulli, e che sia suadente o imperativo non importa. «Sono io, certamente.
Non mi sorprende che mi abbia riconosciuto: imperverso per ogni dove e la
faccio da padrona, soprattutto nel mondo social che, le ricordo, non è virtuale
come vorrebbero alcuni, ma la nuova, solida realtà».