E quale messaggio legge in queste azioni violente? “Negli ultimi anni, in Italia, assistiamo a una forte criminalizzazione dei giovani, anche con decreti e leggi. Sono diventati un problema, o meglio vengono rappresentati come tale: sono il folk devil, gli agitatori del «panico morale». Una parte di questa generazione non viene riconosciuta: penso soprattutto ai ragazzi con un passato migratorio, spesso nelle periferie. Prevale la repressione, i giovani diventano capri espiatori. Ma a un certo punto la pentola a pressione esplode”.
La violenza quindi è lo sfogo di quella pressione? “Esiste il concetto di «violenza strutturale»: quella legata alle condizioni politiche, economiche e sociali, che può esplodere nella violenza quotidiana. Episodi che allarmano, naturalmente, ma che vanno letti dentro quelle condizioni. Altrimenti non facciamo un buon servizio alla società. E neppure al giornalismo”.
C'entra l'emulazione delle proteste francesi? “È difficile generalizzare, ma esiste una dimensione transnazionale che caratterizza questa generazione. Si guarda alla Francia, all'Europa. C'è un dialogo fortissimo attraverso le produzioni culturali: penso al rap, allo stile urbano contemporaneo, a un immaginario condiviso in diversi Paesi. I social fanno viaggiare questi significati oltre i confini”.
È una rabbia istintiva o c'è una forma di consapevolezza politica? “Per ora vedo soprattutto opposizione alle istituzioni. Nelle interviste ai ragazzi sento parlare delle forze dell'ordine, dello Stato, della mancanza di futuro, del costo della vita. Non ho sentito elaborare progetti politici. Ma certamente la rabbia potrebbe trasformarsi in altro. I movimenti sociali potrebbero essere preziosi per agganciare una generazione distante dalle loro rivendicazioni. Ma siamo in una fase preliminare”.
Non cita neanche i partiti. “Sono alieni”.
Quando parla di movimenti sociali, cosa intende? “Alcuni collettivi studenteschi si stanno interrogando su quello che accade, ma mi pare che lo abbiano decifrato solo fino a un certo punto. C'è poi la scuola, il mondo educativo, il privato sociale. A San Siro per anni c'è stato un vuoto nelle politiche giovanili; oggi ci sono finanziamenti e progetti, su queste risorse bisogna fare leva”.
Che direzione può prendere questa fiammata? “È difficile dirlo. Dipende molto anche dagli adulti, dal modo in cui vorranno rappresentare questa generazione. Se continueremo a farlo solo attraverso la criminalizzazione, non credo il futuro sarà roseo”. (Tratto da “Non possiamo solo criminalizzare o la violenza diventerà strutturale”, intervista di Tommaso Rodano all’antropologo Paolo Grassi pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 20 di ottobre 2026).
“Anche nell’antica Roma il popolo era ascoltato”, testo di Peter Gomez pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 23 di ottobre 2026: Nel 494 avanti Cristo i plebei romani dissero basta. Erano loro a lavorare e combattere, ma a comandare erano i patrizi. Così abbandonarono Roma e si ritirarono sul Monte Sacro, lasciando la città senza lavoratori e soldati. Non volevano rovesciare la Repubblica. Volevano diritti. E ottennero i tribuni della plebe. Fu uno sciopero generale prima degli scioperi. Con una differenza rispetto ai nostri giorni: allora se il popolo faceva sentire la propria voce qualcuno, sia pure controvoglia, lo ascoltava. Oggi non è più così. Ed è anche per questo che la violenza rischia di infiammare l’Europa, passando dalla generazione Z ai cittadini messi in ginocchio dalla crisi. Per decenni le nostre società si sono rette su un patto non scritto: tu scioperi, scendi in piazza, blocchi qualche strada, insomma simuli la rivoluzione. E chi governa coglie il messaggio. Magari non ti dà tutto, ma qualcosa concede. Se invece aspetta soltanto che la piazza si svuoti, il compromesso salta. E chi si convince che protestare pacificamente sia inutile cerca altri mezzi. È una vecchia legge della storia. Lo storico Edward Palmer Thompson, studiando i tumulti per il pane nell’Inghilterra del Settecento, spiegò che quelle folle non erano solo bande di scalmanati. Esisteva un accordo non scritto: i mercanti potevano guadagnare, ma non affamare la popolazione speculando sul grano. Quando le autorità non intervenivano, la folla sequestrava il grano e talvolta lo rivendeva al prezzo ritenuto giusto, restituendo il ricavato ai proprietari. Non voleva abolire il commercio. Voleva che rispettasse certe regole. Poi arrivarono sindacati, scioperi e manifestazioni. Le democrazie impararono a dare al conflitto forme legali e generalmente pacifiche. Si poteva protestare senza fare la rivoluzione. Purché qualcuno ascoltasse. Oggi quel meccanismo si è inceppato. Giovani in piazza per Gaza, studenti contro gli affitti, cortei per il clima, lavoratori contro il carovita, agricoltori che bloccano le autostrade. Proteste diverse, talvolta contrapposte. Quasi sempre senza risposta. Il caso emblematico è Gaza: milioni di cittadini chiedono ai governi di intervenire per fermare il massacro, ma senza nessun risultato. E con una crisi creata da guerre e da un riarmo che la gente non vuole, la domanda di molti diventa inevitabile: serve ancora protestare? C’è però qualcosa di ancora più serio. I cittadini manifestano nelle strade e davanti ai palazzi del potere. Ma una parte decisiva del potere che condiziona le loro vite si esercita altrove: nei mercati finanziari e nei consigli di amministrazione delle multinazionali. Lo abbiamo visto in Italia nel 2011. Lo spread arrivò a sfiorare i 575 punti. Berlusconi si dimise. Arrivò Mario Monti, con il compito di rassicurare gli investitori. Gli elettori avevano votato. I mercati, senza votare, avevano deciso. Poi ci sono i monopoli e gli oligopoli. Meta controlla Facebook, Instagram e WhatsApp e nel 2025 ha fatturato oltre 200 miliardi di dollari. Amazon ha superato i 700 miliardi. Eppure non è scritto da nessuna parte che questi colossi debbano essere intoccabili. Nel 1911 gli Stati Uniti imposero lo smembramento della Standard Oil di Rockefeller. Nel 1982 ottennero la divisione del colosso telefonico AT&T. Non si limitarono a multare i monopolisti. Spezzarono i loro imperi. Era sempre la patria del capitalismo. Ma allora era il capitalismo a dover obbedire allo Stato. Non il contrario. Nell’Europa del dopoguerra si scelse un’altra strada: il controllo pubblico dei settori strategici. Nel 1946 la Francia nazionalizzò elettricità e gas. Nel 1962 l’Italia creò l’Enel. Erano modi diversi di affermare lo stesso principio: l’economia di mercato non doveva sottrarsi alla politica. E questo vale anche per la finanza. Le regole con cui si muovono i capitali, si tassano le rendite e si comprano i titoli di Stato non le ha scritte il Padreterno. Le hanno stabilite gli Stati. Che possono cambiarle, limitando la speculazione, tassando le rendite, imponendo trasparenza ai grandi investitori e proteggendo il debito dalle crisi. Ed eccoci di nuovo alle piazze. Chi protesta contro salari insufficienti, affitti impossibili e servizi pubblici impoveriti chiede alla politica di intervenire su un’economia che essa stessa ha avallato e organizzato. Se la risposta è sempre che i mercati non lo consentono, il cittadino finisce per chiedersi a che cosa serva eleggere un governo. E a quel punto non è più soltanto l’economia a essere in crisi. Entra in crisi la democrazia e la violenza esplode. I plebei romani sapevano contro chi protestare. Oggi chi governa sostiene troppo spesso di non poter decidere. Mentre chi decide al posto suo non deve presentarsi agli elettori. Ma se il potere smette di rispondere al popolo, prima o poi il popolo smetterà di rispondere alle regole del potere.


