“LeggerePaoloNori”. “L’acqua invisibile delle dittature” di Paolo Nori, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, domenica 13 di settembre 2026: Mi viene in mente una storiella raccontata da David Foster Wallace a degli studenti, che c'è un pesce vecchio che passa di fianco a due pesci giovani e che gli dice "Ciao, com'è l'acqua?". E questi si girano, lo guardano, si guardano, si chiedono "L'acqua? Che acqua?". Ecco, secondo me, noi siamo così, io, perlomeno, cioè io non ho capito ancora bene il posto in cui sono, e credo che quella cosa lì, capire il posto in cui uno è sia una cosa difficilissima anche in casi in cui dovrebbe essere evidente, per esempio , in una dittatura, come quella che c'è stata in Italia nel ventennio, che l'han vissuta i miei genitori, che erano piccoli, e fin da piccoli, a scuola, gli insegnavano che il fascismo era il migliore dei regimi possibili, e se qualcuno, all'epoca, avesse chiesto ai miei genitori "Com'è vivere in una dittatura?", loro probabilmente avrebbero risposto "Dittatura? Che dittatura?". Un po' di tempo fa mi hanno chiamato a Riva del Garda a scrivere una cosa su un fatto che è successo lì nel 1944, il 28 giugno 1944, quando i nazisti hanno ucciso quattro ragazzi che facevano parte di un gruppo di antifascisti. Una cosa singolare, di questi fatti, è che gli antifascisti erano dei ragazzi, quanti anni avranno avuto, 16 anni, 17, 19, facevano il liceo, ed erano nati nel fascismo, l'acqua nella quale stavano era il fascismo, e quando sono entrati al liceo non avevano dubbi, eran fascisti, e se gli avessero chiesto: E la dittatura? Avrebbero risposto: "La dittatura? Che dittatura?". In molte delle memorie di quei liceali di Riva del Garda si cita il professor Adolfo Leonardi, che presentandosi all'inizio dell'anno, diceva agli studenti: "Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia". Ecco questa frase qua, semplicissima, "Chiedo scusa per il mio nome': non è colpa mia, è stata, a legger le memorie di quegli studenti di Riva del Garda una frase memorabile, come una piccola sveglia che ti diceva "Sta attento. Prova a ragionare. Prova a guardare. Prova a pensare con la tua testa. Prova ad ascoltare". E aveva il pregio di dirti tutte queste cose senza dirti niente. Ti diceva soltanto: "Chiedo scusa per il mio nome, non è colpa mia". Una quindicina di anni fa c'era un gruppo di scrittori italiani tra i trenta e i quarant'anni che si lamentavano che non avevano potere, non avevano posti di rilievo, e hanno fatto un'associazione, l'han chiamata TQ, che significa Trenta Quarantenni, che fantasia, e han fatto delle riunioni per capire come fare per incidere sulla realtà, volevano incidere sulla realtà. Io, avevo allora 48 anni, non mi hanno invitato. Ci son rimasto malissimo, perché mi hanno tolto l'opportunità di dirgli di no, non ci sarei andato però mi dovevano invitare, ero anch'io un quarantenne, in un certo senso, avevo 48 anni, non mi hanno invitato.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
domenica 13 settembre 2026
Cosedettecosì. 58 Paolo Nori: «L’acqua invisibile delle dittature».
(…). Il capitano Muddy aveva una buona educazione superiore e
conosceva un po' di francese. Così, la mia prima immagine dei liberatori
americani, dopo tanti visi pallidi in camicia nera, fu quella di un nero colto
in uniforme giallo-verde che diceva: "Oui, merci beaucoup Madame, moi
aussi j'aime le champagne...". Sfortunatamente mancava lo champagne, ma
dal capitano Muddy ebbi il mio primo chewing-gum e cominciai a masticare tutto
il giorno. Di notte mettevo la cicca in un bicchiere d'acqua, per tenerla in
fresco per il giorno dopo. In maggio, sentimmo dire che la guerra era finita.
La pace mi diede una sensazione curiosa. Mi era stato detto che la guerra permanente
era la condizione normale per un giovane italiano. Nei mesi successivi scoprii
che la Resistenza non era solo un fenomeno locale, ma europeo. Imparai nuove,
eccitanti parole come réseau, maquis, armée secrète, Rote Kapelle, ghetto di
Varsavia. Vidi le prime fotografie dell'Olocausto, e ne compresi così il
significato prima di conoscere la parola. Mi resi conto da che cosa eravamo
stati liberati. In Italia vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza
abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia
generazione la questione è irrilevante: comprendemmo immediatamente il
significato morale e psicologico della Resistenza. Era motivo d'orgoglio sapere
che noi europei non avevamo atteso la liberazione passivamente. Penso che anche
per i giovani americani che versavano il loro tributo di sangue alla nostra
libertà non fosse irrilevante sapere che dietro le linee c'erano europei che
stavano già pagando il loro debito. In Italia c'è oggi qualcuno che dice che il
mito della Resistenza era una bugia comunista. È vero che i comunisti hanno
sfruttato la Resistenza come una proprietà personale, dal momento che vi ebbero
un ruolo primario; ma io ricordo partigiani con fazzoletti di diversi colori. Appiccicato
alla radio, passavo le mie notti - le finestre chiuse, e l'oscuramento generale
che faceva del piccolo spazio intorno all'apparecchio l'unico alone luminoso -
ascoltando i messaggi che Radio Londra trasmetteva ai partigiani. Erano al
tempo stesso oscuri e poetici ("Il sole sorge ancora", "Le rose
fioriranno"), e la maggior parte erano "messaggi per la
Franchi". Qualcuno mi bisbigliò che Franchi era il capo di uno dei gruppi
clandestini più potenti dell'Italia del Nord, un uomo dal coraggio leggendario.
Franchi divenne il mio eroe. Franchi (il cui vero nome era Edgardo Sogno) era
un monarchico, così anticomunista che dopo la guerra si unì a gruppi di estrema
destra, e venne anche accusato di aver collaborato a un colpo di stato
reazionario. Ma che importa? Sogno rimane ancora il sogno della mia infanzia.
La liberazione fu un'impresa comune per gente di diverso colore. In Italia c'è
oggi qualcuno che dice che la guerra di liberazione fu un tragico periodo di
divisione, e che abbiamo ora bisogno di una riconciliazione nazionale. Il
ricordo di quegli anni terribili dovrebbe venire represso. Ma la repressione
provoca nevrosi. Se riconciliazione significa compassione e rispetto per tutti
coloro che hanno combattuto la loro guerra in buona fede, perdonare non
significa dimenticare. Posso anche ammettere che Eichmann credesse sinceramente
nella sua missione, ma non mi sento di dire: "Okay, torna e fallo
ancora." Noi siamo qui per ricordare ciò che accadde e per dichiarare
solennemente che "loro" non debbono farlo più. Ma chi sono
"loro"? Se pensiamo ancora ai governi totalitari che dominarono
l'Europa prima della seconda guerra mondiale, possiamo dire con tranquillità
che sarebbe difficile vederli ritornare nella stessa forma in circostanze
storiche diverse. Se il fascismo di Mussolini si fondava sull'idea di un capo
carismatico, sul corporativismo, sull'utopia del "destino fatale di
Roma", su una volontà imperialistica di conquistare nuove terre, su un
nazionalismo esacerbato, sull'ideale di una intera nazione irreggimentata in
camicia nera, sul rifiuto della democrazia parlamentare, sull'antisemitismo,
allora non ho difficoltà ad ammettere che Alleanza Nazionale, nata dall'MSI, è
certamente un partito di destra, ma ha poco a che fare col vecchio fascismo.
Per le stesse ragioni, anche se sono preoccupato dai vari movimenti filonazisti
attivi qua e là in Europa, Russia compresa, non penso che il nazismo, nella sua
forma originale, stia per ricomparire come movimento che coinvolga una nazione
intera. Tuttavia, anche se i regimi politici possono venire rovesciati, e le
ideologie criticate e delegittimate, dietro un regime e la sua ideologia c'è
sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una
nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni. C'è dunque ancora un
altro fantasma che si aggira per l'Europa (per non parlare di altre parti del
mondo)? Ionesco disse una volta che "solo le parole contano e il resto
sono chiacchiere. Le abitudini linguistiche sono spesso sintomi di sentimenti
inespressi. (…). (Tratto da “Il fascismo eterno” – 2018, pagg
14/20 – di Umberto Eco).
sabato 12 settembre 2026
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