«Il “Woke” dei radical chic uccide la classe operaia» di Elena Basile, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di agosto 2026: Woke? Sebbene la parola imperversi, soprattutto negli ultimi giorni sulla stampa, sono sicura che per molti resta misteriosa. Molto più popolare è wok, una padella usata nella cucina asiatica. Di fatto, agli inizi del XX secolo, woke significava allerta contro le discriminazioni razziali e sociali incorporate nel linguaggio. La cosiddetta sinistra radical chic, la sinistra caviale, in particolare dopo il crollo dell’Unione Sovietica e in seguito alla fine dei partiti comunisti europei, ha voluto fare della cultura woke la propria bandiera, sostituendo le rivendicazioni della classe operaia, frammentata e monopolizzata dai colletti bianchi, con quelle di un ceto medio progressista, pronto a identificarsi con le battaglie delle minoranze, donne, neri, omosessuali, eccetera. Il problema costituito dalla cultura woke è stato, (…), il nostro amato dottor Jekyll della domenica, che ha creato un neo-galateo conformista, traducendo in un codice standard le parole private quindi di ogni autenticità. Una trasformazione ipocrita del linguaggio che ha aiutato il sorgere di una società orwelliana nella quale la nostra buona coscienza si nutre di camuffamenti cosmetici e non di vere trasformazioni sociali e culturali. Nel romanzo visionario 1984 di George Orwell la guerra è preparata dal Ministero della Pace. Le odierne élite europee ci informano che la mediazione con la Russia sarà ottenuta investendo miliardi in armi. Nessuno vorrà dire pubblicamente “sporco negro o sporco musulmano” ma questo non impedisce le terribili discriminazioni razziali ancora esistenti oppure la disumanizzazione e il genocidio dei palestinesi. Siamo in una società femminista nella quale se un uomo fa un’avance a una donna rischia di essere arrestato, ma la mercificazione del corpo femminile non ha fine e le donne povere investono nella loro ostentata femminilità per poter sedurre uomini facoltosi. La schiavitù è stata abolita (almeno quella classica, non certo lo sfruttamento di poveri, precari, immigrati e popoli soggetti al neocolonialismo) negli Usa nel 1865. Il divieto è un precetto morale interiorizzato dalla società americana. La parola schiavo si utilizza liberamente senza che nessuno se ne abbia a male. Con un paradosso, direi che la cosiddetta cultura woke impone cliché atroci a un film di successo: un soldato americano buono nero, una donna picchiata dal marito fascista e macho (ma soprattutto psicopatico) che trova nel diritto di voto la sua liberazione (script del film C’è ancora domani del 2023). Insomma, siamo di fronte a una trasformazione del linguaggio con luoghi comuni insopportabili che nutrono soprattutto la sottocultura del centrosinistra. Abbiamo tuttavia lasciato immutate le realtà profonde influenzate da fattori economico-sociali e storico-culturali. Il woke, mutuato dai Dem Usa, è stato il modo di “vincere al centro”, di cancellare il patrimonio marxista della cultura di sinistra trasformando le ideologie socialdemocratiche nel neo-liberismo che abita i Dem Usa, i socialisti europei e il Pd. Magari ne uscissimo e tornassimo alla politica, quella vera. A una visione di cui anche la sinistra dei Sanders e dei Mamdani è priva. Mi riferisco a un’analisi che colleghi le trasformazioni recenti del capitalismo finanziario all’esigenza dell’imperialismo occidentale di scatenare le guerre per il dominio del dollaro, contro la Russia, la Palestina, l’Iran, la Cina. Magari si uscisse dall’indecente slogan aggressore-aggredito per comprendere le cause profonde delle guerre in Europa e in M.O., riflettendo su quale futuro l’Europa possa mai avere se si allinea alle politiche neocon statunitensi. Purtroppo la nuova sinistra, una destra tecnocratica, serve a manipolare l’opinione pubblica, a fingere di difendere il diritto contro la forza, Biden contro Trump, Israele contro Netanyahu, l’Ucraina contro la Russia, le minoranze contro il 90% dei sudditi dell’impero a cui ormai rimane come unica libertà quella sessuale. Foucault direbbe che è moltissimo.Ho iniziato a 16 anni la militanza nel Partito radicale. Al tempo la società italiana, chiusa e oppressa dal Vaticano, dal cosiddetto catto-comunismo, cercava ossigeno nei diritti civili e a favore delle minoranze, donne e omosessuali. Battaglie sacre della modernità occidentale. La cultura woke è invece mistificazione. (…). L’Iran è solo uno dei tanti casi di manipolazione dell’opinione pubblica nella società orwelliana e woke. La Germania dichiara di volere investire 12 miliardi in missili ipersonici e Tomahawk per attaccare la Russia in profondità, il Giappone si riarma: è la cultura woke che ci impedisce di menzionare la terza guerra mondiale?
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
lunedì 31 agosto 2026
Quellichelasinistra. 48 «“Woke” o non “Woke”. Cosa ne pensi?».
sabato 29 agosto 2026
Cosedettecosì. 54 Vito Teti: «È qui che devo riguadagnare le ragioni, le emozioni, i sentimenti di una scelta. Siamo responsabili del tempo che viviamo, siamo responsabili dei luoghi che abitiamo».
Sopra. Il "Castello di Santa Severina", Crotone.
Abito, (…), nella casa in cui sono nato, dormo nella stanza in cui mia madre mi mise alla luce. Posso dire che, pur con tutti i miei viaggi, con tutte le mie vite altrove - reali e immaginate -, con tutto il mio errare, sono rimasto. Il paese che ho visto pieno adesso è vuoto. I compagni che partivano pensando a un ritorno poi non sono più tornati. Le case e le strade sono vuote. Il luogo che volevo cambiare mi ha, forse, cambiato. L'esilio non l'ho scelto io, mi è arrivato a casa. Dalla finestra, nella strada ormai deserta, ancora fino a pochi mesi fa, la mattina vedevo due donne anziane che parlavano davanti alla loro porta o sui gradini all'inizio di un vicolo. Assisto alla morte del paese. È struggente. Da bambino aspettavo il ritorno di mio padre, adesso assisto alla partenza dei miei figli. Eppure, è qui che devo dare un senso a quel che resta del mio giorno. È qui che devo riguadagnare le ragioni, le emozioni, i sentimenti di una scelta. Siamo responsabili del tempo che viviamo, siamo responsabili dei luoghi che abitiamo. Là dove si vive bisogna abitare, «dove si hanno i piedi, bisogna avere anche la testa», dice il mio amico Michele; là dove si è rimasti bisogna cercare di costruire e di immaginare una nuova vita. Non possiamo limitarci solo a contare i morti, non possiamo farci inghiottire dalle ombre e dai fantasmi del passato, con i quali tuttavia continuiamo ad avere un turbolento e sofferto dialogo. Il nostro compito è anche accogliere la vita che arriva, ricevere quelli che tornano, provare a sostenere quanti non vorrebbero partire. Il nostro compito è camminare, cercare, scrivere, sperando che anche questo possa servire a costruire nuova comunità. Mi oriento ovunque vada, ma mi sento a mio agio nei paesi dell’interno", che vedono il mare, il cielo e le nuvole, tra la gente che, pur senza istruzioni per l'uso, afferma una restanza come stile di vita, come la propria forma dell'abitare, come atto politico, come resistenza ai fenomeni di devastazione dei luoghi, come possibilità per rigenerarli. Mi sento a casa (a volte in maniera perturbante e dolente) tra quanti hanno esercitato e conoscono il diritto di migrare e oggi affermano anche il diritto di restare come principio di libertà, non per isolarsi, ma per inscrivere la propria piccola patria nel cuore del mondo. (Tratto da “La restanza” di Vito Teti - Giulio Einaudi Editore, 2022, - alle pagine 138-139).


