"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 3 giugno 2026

MadeinItaly. 90 George Gissing: «È legittimo condannare i dirigenti dell’Italia, quelli che s’incaricano di plasmare la sua vita politica e sconsideratamente la caricano di pesi insopportabili».


(…). Tutte le colpe degli italiani sono perdonate appena la loro musica risuona sotto il loro cielo. Ci si ricorda di tutto quello che hanno sofferto e di tutto quello che sono riusciti a fare malgrado i torti ricevuti. Razze brute si sono gettate, una dopo l’altra, su questa terra dolce e gloriosa; la sottomissione e la schiavitù sono state, attraverso i secoli, il destino di questo popolo. Dovunque si cammini, si calpesta sempre terreno che è stato inzuppato di sangue. Un dolore immemorabile risuona anche attraverso le eccitanti note della vivacità italiana. È un paese stanco e pieno di rimpianti, che guarda sempre indietro, verso le cose del passato; banale nella vita presente e incapace di sperare sinceramente nel futuro. (…). È legittimo condannare i dirigenti dell’Italia, quelli che s’incaricano di plasmare la sua vita politica e sconsideratamente la caricano di pesi insopportabili. (Tratto da “Sulle rive dello Jonio” di George Gissing).

Referendum&Dintorni”. “Appena nata temevamo già un golpe”, la “memoria” di Ugo Zatterin (1920-2000) sugli avvenimenti referendari del 2 di giugno dell’anno 1946 riportata sul settimanale “L’Espresso” del 29 di maggio 2026: (…). I primi risultati del referendum giunsero al Viminale a tarda sera di quello stesso 3 giugno. Verso mezzanotte, il capo gabinetto di Romita (…), posò sul tavolo del ministro una sintesi dei dati fino a quel momento raccolti: dai quali risultava che la monarchia era nettamente in vantaggio. Si trattava soprattutto di cifre arrivate dal Meridione dove la maggioranza monarchica era prevista. Sul far dell'alba la tendenza iniziò ad invertirsi, con l'accumularsi dei risultati dell'Italia settentrionale. Ma l'impressione di incertezza seguitò a dominare il ministro per tutta la nottata e lo spinse a far diffondere soltanto una parte selezionata dei risultati, accompagnati da indiscrezioni anodine, buone per tutte le interpretazioni, e globalmente svuotate dalla precisazione che nessuna cifra sarebbe stata vera se non fosse stata ufficiale, e non sarebbe stata ufficiale se non l'avesse comunicata lui in persona. L'indomani, 4 giugno, alcuni giornali monarchici poterono perciò annunziare a grandi titoli la vittoria della monarchia e alcuni repubblicani la vittoria della repubblica. "La monarchia ha conquistato il 60 per cento dei voti" intitolò il "Giornale della sera". (…). La sera, nella redazione del quotidiano socialista i musi erano ancora lunghi. La somma dei risultati parziali, quelli comunicati a sua scelta dal Viminale e quelli raccolti dai corrispondenti, diceva sì, che la repubblica aveva un milione di voti in più della monarchia, su un totale di circa 9 milioni di schede scrutinate, ma che quei 9 milioni erano in gran parte settentrionali, mentre nessuno di noi aveva ancora potuto metter l'occhio sui risultati delle roccheforti monarchiche del Meridione. All'ora di cena (si fa per dire: chi mai pensava a cenare?) i timori crebbero. I monarchici rimontavano. Alle 23, con ventiquattr'ore di ritardo sul Viminale, la monarchia usciva in testa alla repubblica dalla piccola calcolatrice della redazione socialista. Qualcuno suggerì di chiederne conferma a Romita. Disse testualmente: «Se non è già scappato, dovrà pur raccontarci qualcosa». Toccò a me cercare il ministro dell'Interno. Al Viminale risposero che non c'era, e questo confermò nel collega il sospetto che fosse scappato. A casa invece mi rispose la figliola, gentile ma turbata: «Papà era molto stanco, la notte scorsa non ha dormito. È appena andato a letto». Insistei con la signorina, pregandola di vedere se per caso fosse ancora sveglio. Nemmeno il principe di Condè sarebbe riuscito a prender sonno in una notte simile. Dopo qualche minuto, sempre più imbarazzata, la dolce interlocutrice mi comunicò con cresciuto imbarazzo: «Il ministro dorme profondamente, comunque conferma di non aver nulla da dichiarare». Testuale. Da, Milano, Arturo Tofanelli, allora capo redattore dell'edizione settentrionale chiedeva lumi. Le incredibili cifre che aveva davanti significavano addirittura che i monarchici avevano vinto nel capoluogo lombardo e persino in molte rossissime città della valle padana. Gli mandammo vaghe parole di incoraggiamento, come da chi sa tutto, ma non può parlare. Non ricordo quale collega finalmente ebbe l'idea: «Telefoniamo a Nenni. Se sa qualcosa, è l'unico che parla».