"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 30 marzo 2026

Doveravatetutti. 76 Fratel Nazareno: «In un mondo di guerre ciò che vince è l'amore e mai l'odio, perché l'amore e il perdono edificano, l'odio e la vendetta distruggono, anzi uccidono».


Carissimi, voglio condividere un momento di gioia con voi e cioè che ieri (22 di marzo 2026) abbiamo fatto visita per la festa di fine Ramadan ai nostri vicini e amici musulmani, e continueremo a farlo anche oggi. Ieri siamo stati a far visita per gli auguri dalla famiglia di Sufiàn, un nostro amico di 37 anni, padre di 5 figli, tre maschi e due femmine. Una famiglia povera ma gioiosa. Per me vivere accanto a questi fratelli mussulmani, e anche in minoranza, e condividere con loro la medesima fede in Dio mi riempie il cuore di gioia, per cui la loro festa è la mia festa, la loro gioia è la mia gioia, il loro dolore è il mio dolore, i loro problemi sono i miei problemi. In un mondo di guerre ciò che vince è l'amore e mai l'odio, perché l'amore e il perdono edificano, l'odio e la vendetta distruggono, anzi uccidono. Un grande abbraccio. (Messaggio di Fratel Nazareno della “Piccola famiglia dell’Annunziata”, attualmente missionario in Cisgiordania).

“Quello che ho visto”, testo della intervista di Francesca Caferri a Loris De Filippi – operatore infermieristico “health specialist” dell’Unicef, a Gaza City – pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026: (…). «Durante il Ramadan pregano tutti insieme. Poi i bambini giocano per terra», (…).

Lei è stato in prima fila in alcune delle crisi umanitarie più drammatiche degli ultimi trent’anni, ma non ne ha mai scritto. Perché questa volta sì? «Perché in tutti i contesti dove ho lavorato c’erano i giornalisti, a raccontare meglio di me. Questa volta no, e le cose che ho visto sono state così forti da mettermi spalle al muro. E poi perché volevo chiarire dei punti, come quello dell’arbitrarietà: che vuol dire spiegare che c’è un rubinetto di acqua da cui dipendono migliaia di persone e Israele può chiuderlo in ogni momento, lasciandole senza acqua per bere. Altro motivo per cui ho scritto: in tutte le crisi c’è sempre stata una via di fuga, qui no. Infine, ho scritto perché scrivere è diventata la terapia per non impazzire. Un esercizio salvifico».

Anche senza giornalisti stranieri, Gaza in questi anni è stata raccontata grazie ai social media e al lavoro dei giornalisti palestinesi, che spesso sono stati uccisi proprio perché raccontavano. Che cosa è che ha visto lei e non è arrivato a noi? «Nessuno ha spiegato abbastanza il livello di rabbia che c’è: contro Israele ma anche contro Hamas. C’è una parte della popolazione che detesta Hamas e non ha la possibilità di esprimersi, questo perché la repressione è fortissima. Io racconto di Oday Nasser Al Rabay, ucciso perché aveva criticato l’organizzazione: conosciamo la sua storia ma ce ne sono molte altre. Ho lavorato con tantissimi colleghi palestinesi – medici, infermieri, logisti – che erano profondamente scossi da ciò che è accaduto il 7 ottobre 2023: nessuno può accettare che 1.139 persone vengano uccise in modo così brutale. Ma ciò che è seguito, per quello che ho visto e vissuto, non trova giustificazione. Non lo dico io, lo dicono molti israeliani e moltissimi ebrei nel mondo».

Lei dice che una parte della popolazione detesta Hamas. Ma, una volta tornati in Israele, molti ostaggi hanno raccontato di abusi e violenze, anche sessuali, subite da civili, insegnanti, impiegati, gente comune, e anche da medici. “Non ci sono innocenti a Gaza” è una frase molto comune in Israele. Che cosa ne pensa? «A Gaza esistono certamente persone più vicine all’ala militare di Hamas, che leggono la propria storia – e la percezione di essere sotto attacco dal 1948 – come una chiave per spiegare anche gli impulsi più estremi, collocando il 7 ottobre dentro questa narrazione. Ma esiste anche una parte molto più ampia della società che non si riconosce in questa visione: persone che in passato avevano sostenuto Arafat, l’Anp e Fatah e che se ne sono allontanate di fronte alle inadempienze politiche; e che, dopo la vittoria elettorale di Hamas nel 2006, hanno conosciuto anche i limiti democratici del suo governo, sperimentando spesso la difficoltà a dissentire. Tenendo conto che circa la metà della popolazione è minorenne e quasi il 40 per cento ha meno di 15 anni, è evidente che la grande maggioranza delle persone non può essere considerata mandante o complice del 7 ottobre. La punizione collettiva che la popolazione ha subito – con oltre 71 mila morti e circa 170 mila feriti – resta atroce e non giustificabile anche alla luce del diritto umanitario internazionale, che impone la protezione dei civili».

È di questo che lei chiede perdono nel titolo? (“E ancora chiediamo perdono”, edito da Mondadori n.d.r.). «Il titolo è nato nella primavera 2025, quando uno dei nostri colleghi è stato ucciso nel bombardamento di una guest house Onu da parte dell’esercito israeliano. Si parlava di evacuare, eravamo tutti pronti ad andare via e io ero molto giù, pensavo a quello che non ero riuscito a fare. Mi sono ritrovato ad ascoltare un brano dei Nirvana, All Apologies. Sono entrato in una sorta di paranoia e volevo solo chiedere perdono: per non essere stati abbastanza veloci, per non aver avuto abbastanza barelle, per non aver evacuato abbastanza bambini e abbastanza in fretta. Io ho dato tutto a Gaza, molto più che in altre missioni: ma non bastava mai».

Parliamo di bambini. Come è nascere a Gaza oggi? «Provo a risponderle partendo dalla fine, perché a Gaza spesso si capisce solo tornando indietro: tra gennaio e febbraio 2026, 1.070 neonati sono stati ricoverati in terapia intensiva. Corpi minuscoli che arrivano già stremati. Nascono denutriti, da madri che non hanno potuto fare controlli, che non hanno assunto ferro o acido folico, che hanno partorito prima del tempo a causa dello stress e per il freddo. E quando i neonati prematuri arrivano, bisogna correre: senza un ricovero immediato sviluppano polmoniti, sepsi, complicanze che non perdonano. In questi due anni e mezzo le incubatrici e i ventilatori non sono mai bastati. Troppi distrutti, troppi danneggiati. Ci siamo ritrovati a sistemare due, a volte tre bambini nella stessa incubatrice, pensata per uno solo. E poi c’è la corrente: questi macchinari vivono di elettricità, e quando il generatore si ferma si fermano anche loro. Allora si ventila a mano, con l’Ambu, contando il ritmo nella testa per non sbagliare: né troppo forte né troppo piano. Dopo venti minuti arrivano i crampi, e serve qualcuno che ti dia il cambio, perché se sbagli fai male al bambino. E poi ci sono quelli feriti, che devi evacuare in fretta, e quelli malati che si salvano solo se riesci a farli uscire. Qualche volta ce l’abbiamo fatta, troppe volte siamo arrivati tardi. A Gaza oggi nascere significa entrare nel mondo già in lotta per restarci».

Ci racconti un successo… «Ce ne sono tanti. I bambini che giocano sono un successo, come lo è trovare l’olio per far ripartire un generatore. Oppure quando riesci a distribuire acqua pulita o a far funzionare una scuola. Ancora, quando nell’autunno del 2025 siamo riusciti a sbloccare trenta ventilatori neonatali rimasti fermi per otto mesi a Ben Gurion: hanno contribuito a salvare molti neonati e bambini. Poi le incubatrici: tra Gaza City ed il Nord siamo passati da tre a oltre quaranta, e oggi sono circa 110 in tutta la Striscia. Nei mesi più freddi hanno fatto la differenza per tanti piccoli a rischio di ipotermia. C’è stata anche la campagna contro la polio: quando il virus è stato isolato dopo trent’anni, lo sconforto è stato enorme. Ma dopo il via libera alle vaccinazioni, in poco tempo siamo arrivati quasi al 100 per cento di copertura. Infine, solo poche settimane fa, siamo riusciti a far entrare il surfattante, farmaco che impedisce ai polmoni dei prematuri di collassare. È difficile dire quanti neonati abbiamo perso perché non c’era».

Come si fa a restare sani vedendo un bambino morire perché non hai il farmaco giusto a disposizione? «Devi mettere in conto che quando uscirai dovrai vedere un terapista per affrontare ciò che hai vissuto, la paura, le frustrazioni, gli incontri che hai fatto, la violenza che hai visto. Sono cose che diventano pericolose se non le affronti».

Lei sa che c’è la possibilità che a causa del libro non le sarà più dato il permesso di entrare a Gaza, vero? «L’ho messo in conto. Una volta che entri a Kerem Shalom per gli israeliani sei un pro Palestina o un pro Hamas: non è così. Io sono un operatore umanitario e spero di tornare: ma ho fatto una scelta e la mia scelta è raccontare quello che ho visto. Lo devo ai ragazzini di Gaza, che giocano e ridono nonostante tutto. Che cercano i libri e lo zaino di scuola fra le macerie di casa».

Qual è l’immagine che si porterà dietro? «I bambini. E il dottor Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, nel Nord, che ha continuato a lavorare anche dopo essere stato ferito, camminando con una stampella e ci ha accolto tre settimane dopo aver sepolto il figlio di 15 anni, ucciso in un bombardamento al cancello dell’ospedale. Lui e i suoi infermieri completamente isolati che si prodigavano per evacuare i bambini: chiunque di noi avrebbe mollato prima. Gli israeliani lo hanno arrestato a dicembre 2024: l’immagine di lui che cammina in camice verso i tank non la dimenticherò mai. Spero che non la dimentichi anche il resto del mondo».

N.d.r. Fratel Nazareno – che ringrazio per la affettuosa Sua concessione di postare la foto – è il primo degli adulti a sinistra. Grazie ancora.