“LeggerePaoloNori”.
“Censura alla russa: istruzioni per l’uso” di Paolo Nori, pubblicato su “il
Fatto Quotidiano” del 10 di ottobre dell'anno 2025: L’anno scorso, dalla casa
editrice russa AST, che aveva comperato i diritti del mio romanzo su
Dostoevskij e di quello su Anna Achmatova, ho ricevuto una mail che mi diceva
che il romanzo su Dostoevskij, l'avevano tradotto non c'erano problemi, il
romanzo su Anna Achmatova, siccome l'avevo scritto nel 2022, quando in Ucraina
era cominciata quella cosa che il governo russo chiama operazione militare speciale,
e io, dentro il libro la chiamavo guerra in Ucraina, dalla casa editrice AST mi
hanno scritto che loro, per pubblicare il mio romanzo dovevano togliere delle
parti, altrimenti, a pubblicarlo così com'era, rischiavano di andare in galera.
In Russia c'è questa legge sulle fakenews
che chi diffonde fakenews sull'operazione militare speciale rischia degli anni
di galera. Io, questa cosa, un po' ci sono rimasto male, un po' ero contento.
Ero contento perché mi ero detto che, se quello che ho scritto io della guerra
in Ucraina fosse piaciuto al governo russo, lì forse avrei dovuto preoccuparmi.
E anche perché se poi il libro lo pubblicavano censurato io forse, con un po'
di fantasia, sarei diventato anch'io uno scrittore russo censurato e sarei
stato in ottima compagnia. Però accettare la censura, non ero sicuro. Dopo, ero
a Ragusa, in un festival, sono andato a bere qualcosa dopo la lettura che ho
fatto e al mio tavolo c'erano Anna Voltaggio, che è una mia amica, Maddalena
Oliva, la vicedirettrice del Fatto, e Francesca Fagnani, la giornalista e
scrittrice. E io ho raccontato questa cosa della censura e Francesca Fagnani ha
detto "Io non accetterei mai, mi sentirei complice di Putin". Io le
ho risposto "A te non te l'hanno chiesto, per te non c'è problema".
Il problema ce l'avevo io, e ci ho messo un po’ a decifrarlo. Mia nonna
Carmela, quando doveva prendere una decisione complicata diceva "Bisognas'
cifrare la faccenda ecco, io ci ho messo un po’ as' cifrarla, la faccenda, ma
dopo l5 giorni ho scritto a AST gli ho detto che io accettavo la censura a patto
che loro mettessero, nella prima pagina del mio libro tradotto in russo, una
mia nota al lettore russo nella quale dicevo che ero molto contento, che il mio
romanzo fosse pubblicato in russo, ma che volevo che i lettori sapessero che
nel libro che avevano in mano non c'era tutto quello che c'è nell'originale,
perché nell'originale ci son delle cose che, secondo la legge russa, in Russia
non possono essere pubblicate. La redattrice di AST mi ha risposto "È
giusto, siamo d'accordo'; e abbiamo fatto così, il libro è uscito, ho
verificalo, c'era la mia nota all'inizio, ero contento. Intanto che succedevano
tutte queste cose io, siccome ero stato censurato sia in Italia che in Russia,
ho scritto un altro libro, sulla censura, che è uscito meno di un mese fa per
Utet. Quest'estate, stavo finendo di scriverlo (si intitola Non è colpa dello
specchio se le facce sono storte, sottotitolo Diario di un filorusso), mi ha
scritto uno scrittore russo che mi ringraziava per il fatto che io scrivo della
letteratura russa come se fosse un qualcosa molto personale, così personale che
c'entra anche mia nonna Carmela. E mi ringraziava per avere ripetuto più volte,
nei miei libri che aveva letto, "nascere russo non è una colpa'. Lui, mi
ha scritto, viveva in Lettonia perché in Russia per quello che ha scritto, si è
guadagnato 7 anni di carcere, ma si sentiva comunque colpevole di questa
guerra. Aveva sposato un'ucraina, e in Russia aveva molto successo, pagava
molte tasse, e con le sue tasse il governo russo aveva pagato i missili, che
bombardano la mamma e la cugina di sua moglie, che vivevano in Ucraina. La
frase "essere russo non è una colpa" gli aveva dato un momento di
sollievo. Si era sentito, mi ha scritto, come quel personaggio dall'Inferno di
Dante che chiedeva di sollevargli dagli occhi le lacrime ghiacciate per poter
piangere un minuto (il personaggio, ho scoperto, è Alberigo Manfredi, nel
XXXIII canto dell'Inferno). "Lei'; mi ha scritto quello scrittore
"quel minuto, quel respiro di sollievo lo ha dato a me, grazie! Ecco. Io
poi quello scrittore l'ho incontrato, a Bologna, e gli ho chiesto se mi dava il
permesso di raccontare quello che mi aveva scritto e di dire il suo nome. E lui
me l'ha dato. Si chiama Valerij PànjusKin. E quando l'ho incontrato gli ho
detto che sarebbe uscita l'edizione economica, del mio libro sull'Achmatova,
dove con Mondadori avremmo indicato tutti i passi tagliati e tutte le parole
sostituite. E, quando è uscita, gliel'ho mandata, e lui, su un sito che si
chiama nastojasee vremja, che si potrebbe forse tradurre "i tempi che
corrono" (l'indirizzo è www.currenttime.tv) ha scritto un pezzo che si
intitola "La censura militare russa adesso colpisce anche gli italiani. È
vietato piangere, scrivere la parola Pioggia e il numero 24 ". E che
finiva con alcuni paragrafi censurati del mio libro su Anna Achmatova che vi
copio qua sotto. Mi ha intervistato una televisione italiana e ho detto che io,
questa cosa che era successa, che da Mosca partissero dei missili diretti a
Kiev o a Odessa non lo capivo, perché io Kiev la conoscevo dalla letteratura russa,
e sapevo, dalla letteratura russa, che il Dnepr è così grande che le aquile che
lo vogliono attraversare quando arrivano a metà tornano indietro, e Odessa, la
scalinata, la conoscevo dal cinema russo e non capivo come i russi potessero
bombardare quelle città delle quali mi avevano fatto innamorare, e che l'unica
cosa che sapevo era che mi veniva da piangere. E su Dozd' Tv, un canale
indipendente che si vede su youtube, ho sentito un ragazzo, un cittadino russo
che diceva che lui era nato a Kiev, e aveva fatto le scuole a Kiev, e a Kiev abitavano
sua mamma e suo fratello, e lui si era svegliato quella mattina che la sua nazione,
la Russia, bombardava Kiev, bombardava sua mamma, e suo fratello, e poi aveva
taciuto e aveva stretto le labbra e non sapeva più cosa dire e gli veniva da
piangere e veniva da piangere anche a me. E mi sono ricordato che Putin,
qualche giorno prima, nel suo lungo discorso, che ero andato a sentire, una
delle prime cose che ha detto è che moltissimi cittadini russi hanno un parente
in Ucraina, o qualcuno che comunque è rodnòj, che è una parola russa difficile
da tradurre e che significa, più o meno, "caro', ma è più forte, viene da rodìt,
che significa partorire, e se un russo ti dice che sei rodrùrj vuol dire che si
sente legato a te con le viscere, e io ho telefonato a due miei amici che
vivono a Pietroburgo e che mi chiamano rodnòj, e gli ho chiesto come stanno e loro
mi hanno detto che stanno bene, che sono mortificati da quello che sta succedendo
e mi hanno chiesto come stiamo noi e io gli ho detto "Bene" e loro mi
han detto "Tenete duro". Loro. Ame. E poi alla sera, su un canale
Internet di un mio conoscente italiano che vive a Pietroburgo avevo visto una
foto del centro di Pietroburgo con un cartellone pubblicitario con la faccia di
Putin e una grande bandiera russa sullo sfondo e la scritta "Non ci hanno
dato la possibilità di agire diversamente". E mi era tornato in mente che
Putin, quando aveva 16 anni, era andato nella sede del Kgb di Leningrado, sul
Litejnyj prospekt, vicino alla casa dove abitava Iosif Brodskij, e ancora più
vicino alla prima casa pietroburghese dove va il principe Myskin, l'Idiota di
Dostoevskij, la casa del generale Epancin e delle sue tre figlie, Aleksandra,
Adelaida e Aglaja, e aveva chiesto, quel Putin sedicenne, cosa doveva fare per
farsi assumere al Kgb. E c'è chi da piccolo vuol far l'astronauta, chi vuole
fare il calciatore, chi vuole fare la rockstar, lui voleva fare l'agente del
Kgb.


