"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 25 marzo 2026

MadreTerra. 69 Giuseppe De Marzo: «Siamo dinanzi a un'oligarchia legata mani e piedi a fossili e armi che si muove senza scrupoli, fuori dalle regole condivise del diritto internazionale, ritenuto un freno agli affari, che gioca con le sorti del mondo, riducendolo a oggetto di conquista per i propri interessi».


28 March, Together Alliance! Centinaia di associazioni, reti di cittadinanza attiva, gruppi ecologisti, sindacati, artisti, scenderanno in piazza il prossimo 28 marzo per una grande mobilitazione internazionale che attraverserà le strade di Minneapolis, Londra, Roma, Atene, Stoccolma e altre ancora. Lo faranno il giorno prima della partenza fissata per la nuova Global Sumud Flotilla, che salperà con il suo carico di umanità per Gaza. Tutte e tutti unite dallo stesso sentimento contro quelli che vengono chiamati i nuovi Re. Il movimento No Kings scenderà in piazza in contemporanea in diversi luoghi aggrediti in questi ultimi mesi da politiche liberticide, antisociali e repressive portate avanti dalle destre. Con l'obiettivo di connettere le tante lotte in corso, per dare gambe e spazio a chi rappresenta un'alternativa ai nuovi Re e alle loro guerre. In Italia i No Kings promuovono due giorni di mobilitazione. Il 27 con un grande concerto alla Città dell'Altra Economia in cui si esibiranno, tra gli altri, Ditonellapiaga, Assalti Frontali, Willie Peyote, Gemitaiz, Giancane, Giulia Mei. Il 28 con una manifestazione internazionale che partirà da piazza della Repubblica per rimettere al centro dell'agenda politica l'impegno per contrastare la svolta autoritaria introdotta con i pacchetti sicurezza del governo Meloni e il piano di riarmo europeo con la sua folle corsa agli armamenti. Con l'obiettivo di restituire voce a milioni di cittadini resi invisibili dalle scelte di chi governa e riportare al centro del dibattitto politico le priorità della stragrande maggioranza del Paese: lavoro, sanità pubblica, casa, riconversione ecologica, parità di genere, partecipazione. Sollevando una questione dirimente per la sopravvivenza della democrazia: la politica è in grado di limitare il potere delle lobby del fossile e delle armi? L'ultimo rapporto Sipri mostra come l'export di armi italiano sia cresciuto del 157% negli ultimi cinque anni. Mentre diminuiscono redditi, salari, salute, opportunità e diritti. È il nuovo made in Italy promosso dai fratelli di Trump al governo. Grazie ai quali gli Usa hanno registrato il picco di vendite verso l'Europa, oltre a essere i maggiori esportatori di armi in Medio Oriente (di democrazia ne esportano meno, possedendone ormai poca). La questione politica messa al centro dalla mobilitazione internazionale del 28 è questa: con i soldi che dovevano essere usati per le politiche sociali, la salute pubblica, il contrasto al collasso climatico e la riconversione industriale ed energetica, stanno arricchendo l'industria della morte e del veleno, alimentando l'ego di una élite di miliardari suprematisti e razzisti. Dobbiamo dircelo senza infingimenti: siamo dinanzi a un'oligarchia legata mani e piedi a fossili e armi che si muove senza scrupoli, fuori dalle regole condivise del diritto internazionale, ritenuto un freno agli affari, che gioca con le sorti del mondo, riducendolo a oggetto di conquista per i propri interessi. Non si tratta solo di manifestare ma di costruire insieme a tanti e diversi una risposta politica in grado di tirarci fuori dalla palude pericolosa in cui siamo, come dice il movimento No Kings. Iniziando a connettere lotte e punti di vista apparentemente slegati, uniti invece dalla relazione tra giustizia sociale e ambientale, tra ecologia, salute e lavoro, tra riconversione ecologica e pace. Per un'Alleanza Insieme. Facciamo Eco! (Tratto da “Stop armi e fossile è la marcia dei No Kings” di Giuseppe De Marzo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 20 di marzo 2026).

“La morte dell’acqua avviene senza rumore”, testo di Donatella Di Pietrantonio – dentista di professione, vincitrice del “Premio Campiello” dell’anno 2017 – pubblicato sul periodico “Green&Blue” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di dicembre dell’anno 2025: Le case erano costruite in discesa. Come non rotolassero a fondovalle, così senza fondamenta, era un mistero.  Due o trecento metri più su, in uno spiazzo, c'era la fontana.  Da lì si allungavano i tubi di gomma, uno per ogni casa. Delle tante necessità legate all'acqua la prima e più ovvia era il bere. Dopo veniva l'acqua per cucinare e dopo ancora: quella per lavarsi e pulire le stanze. Il bagno mancava. Ogni famiglia aveva un tempo limitato per riempire i secchi. Bisognava attaccare il proprio tubo al cannello della fonte. Di solito toccava ai bambini, per la mia famiglia salivo io. Intorno all'uso dell'acqua si accumulavano dispetti, rancori, minime e silenziose vendette. Se avevi tolto troppo presto il tubo del vicino per mettere il tuo potevi ritrovare il gallo morto, il più bello, con la cresta orgogliosa. Mia madre l'ha raccolto una mattina davanti alla porta, con il collo spezzato. Alla provvista di acqua ci dovevano pensare le donne. Dopotutto erano loro ad averne più bisogno, per le faccende domestiche e l'igiene in quei giorni. Gli uomini si lavavano meno, l'aspro delle ascelle era segno di virilità. D'estate era divertente fare il bagno nella tinozza scaldata al sole sul terrazzo. In inverno scappavo sempre dalla camera gelida dove pretendevano che lo facessi. Ero molto freddolosa, preferivo restare sporca. Mi lavavo solo i piedi e nell'intimo. Coprivo la testa con un cappello fino a primavera.

domenica 22 marzo 2026

Doveravatetutti. 74 Federico II di Prussia: «Se i miei soldati cominciassero a pensare, nessuno di essi rimarrebbe nelle file».

 
Sopra. "Federico II di Prussia" - olio su tela, 1870 - di Wilhelm Camphausen.

Wilhelm Camphausen dipinge un'icona senza tempo del dispotismo "illuminato", fermando sulla tela un Federico II di Prussia ormai sessantenne, dallo sguardo spiritato e fanatico, pronto a sferrare una bastonata a un servitore o a un ministro incapace. Con quegli occhi sbarrati, Federico vedeva fino in fondo alle cose: «Se i miei soldati cominciassero a pensare» disse, «nessuno di essi rimarrebbe nelle file». Citando questa lucida constatazione, Lev Tolstoj scrisse una pagina profonda e dolente sulla "cieca" obbedienza dei soldati, che in ogni tempo e in ogni luogo non trovano il coraggio di disertare anche se "nel fondo della loro anima sentono che fanno un atto cattivo obbedendo alle autorità che li strappano al lavoro, alla famiglia e li mandano alla strage inutile". E questo non è, purtroppo, l'unico motivo per guardare oggi con interesse alla Prussia di Federico II. Si narra che un mugnaio di Potsdam a cui il re voleva espropriare, e distruggere, un certo fastidioso mulino posto troppo vicino alla reggia di Sanssouci, rispose seccato: «Ci sarà un giudice, a Berlino!». La storia è in realtà una leggenda, forse ispirata a una vicenda analoga, ma più complicata. Vera o falsa, la morale è chiara: perfino sotto il ferreo Federico, la Prussia era così "costituzionale" da avere giudici tanto liberi e così soggetti solo alla legge da poter dar torto (almeno in teoria) anche allo stesso re prepotente. C'è un motivo per cui questa storiella ha avuto tanta fortuna nel Novecento: ed è che non è per nulla scontato, anche nelle nostre democrazie, che il potere esecutivo si lasci limitare da quello giudiziario. Ed è esattamente su questo che voteremo, domenica e lunedì: perché c'è di nuovo un governo che vuole togliersi di torno i giudici. Lo fa spergiurando che così il popolo sarà più sovrano: ma la verità è il contrario, e cioè che il popolo è davvero sovrano se la sua sovranità è spezzata (almeno) tra tre poteri, perché quando sono tutti concentrati, chi li detiene caccia il popolo dal trono, e si siede lì, al suo posto, come un sovrano abusivo e prepotente. Se vogliamo che ci sia ancora "un giudice a Roma", allora è il momento di dire un rotondo No a questa riforma. È il modo che abbiamo per fermare la bastonata che il re sta per sferrarci. E per far sì che quello sguardo ebbro di un potere senza limiti resti nei quadri dell'antico regime: oggi lo vediamo anche troppo spesso tornare tutto intorno a noi, stampato sui volti dei tanti tiranni che ci circondano. (Tratto da “Ci sarà un giudice a Berlino. O a Roma” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 20 di marzo 2026).