"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 6 gennaio 2026

CosedalMondo. 99 Francis Fukuyama: «L’attacco in Venezuela ha chiarito che la dottrina Trump è puro imperialismo, un ritorno alla legge della giungla motivato solo dalla brama di arricchirsi».


L'attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta ad esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite. Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l'economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all'hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula. Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre "colonizzate". Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un'intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell'energia; l'unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse. In sintesi, io penso che l'attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. (Testo di Alessandro Volpi - docente di “Economia politica” nella Università di Pisa - pervenutomi per la cortese attenzione di fra’ Nazareno, attualmente missionario in Cisgiordania).

“Caracas ridotta alla fame ma quell’azione è illegale”, testo di Nicholas Kristof – editorialista del “New York Times”, due volte premio Pulitzer -: (…). Irrompere in un paese per arrestare un delinquente, uccidendo nell’operazione almeno 80 persone, a quanto si sa, non è un precedente che vogliamo veder replicato da altri. Sono a Taiwan mentre scrivo questo articolo, e qualcuno si chiede se il presidente cinese Xi Jinping prenderà ispirazione dall’azione di Trump. Francamente ne dubito: quello che tiene a freno Xi a mio parere è un calcolo militare, non scrupoli di legalità. Ma resta vero che il mondo funziona meglio quando gli Stati Uniti promuovono un ordine internazionale fondato sulle regole, invece della legge della giungla raccontata da Tucidide 2.500 anni fa: «I forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono quello che devono». Trump avrebbe potuto cercare di fornire una giustificazione legale per l’incursione dicendo di avere l’autorizzazione del legittimo presidente del Venezuela, Edmundo González, il vincitore apparente dell’elezione del 2024. Gli Stati Uniti, anche sotto il presidente Joe Biden, riconoscevano González come il vero presidente eletto del Venezuela, perciò avrebbe potuto costituire un’utile foglia di fico per i giuristi. Ma Trump è stato sprezzante verso le forze democratiche rappresentate da González e María Corina Machado, la leader dell’opposizione e vincitrice del Nobel per la pace. Invece, in una conferenza stampa, sabato, il presidente americano ha affermato che saranno gli Stati Uniti a «governare il paese». Più che la democrazia venezuelana e i diritti umani, all’inquilino della Casa Bianca sembrava stare a cuore il controllo del petrolio del paese. «Saremo presenti in Venezuela per quanto concerne il petrolio», ha dichiarato. Sono tutte cose che dovrebbero allarmare. Dal punto di vista militare e di intelligence l’operazione è stata condotta in modo magistrale, ma gli aspetti legali e politici fanno paura, e tutto questo promette male per il futuro del paese. La vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, rimane al suo posto e ha assunto le funzioni di presidente. I collaboratori di Trump sembrano pensare di poter controllare il Venezuela per suo tramite, ma per il momento lei non sembra avere tutta questa smania di essere la loro tirapiedi. «Se c’è qualcosa che i venezuelani non saranno mai è schiavi», ha detto, definendo l’attacco contro il suo paese un’azione «barbara» e un «sequestro illegale». È vero che Delcy Rodríguez nella sua carriera politica si è mostrata più pragmatica e maggiormente attenta al benessere dei cittadini rispetto a Maduro (ci vuol poco), ma in ogni caso non è chiaro quanta autonomia decisionale abbia. Il Venezuela è diretto da una nidiata di alti funzionari della sicurezza sostenuti da sicari cubani e non si capisce bene perché questi dovrebbero scegliere di rinunciare al potere. Se la Rodríguez resiste, che succederà? Trump lascia intendere che potrebbe esserci una «seconda ondata» di attacchi. «Non abbiamo paura di schierare i soldati», ha detto, ma invece dovrebbero. Mandare una forza d’invasione a occupare il Venezuela, che ha una superficie grande più o meno il doppio della California, richiederebbe uno sforzo enorme; l’Afghanistan e l’Iraq dovrebbero insegnarci un po’ di prudenza. Una lezione fondamentale degli interventi militari del dopoguerra è che bisogna diffidare dei leader che si affrettano a celebrare missioni compiute: rovesciare un governo è sempre più facile che assicurarne uno migliore. Mentre ascoltavo Trump annunciare trionfante le sue intenzioni di governare il paese e controllare il petrolio venezuelano, mi è tornata in mente una volta in cui mi trovai in mezzo a scontri di piazza a Caracas, nel 2002. Stavo intervistando la gente che prendeva parte a una gigantesca manifestazione in favore di Chávez, che fronteggiava un’altra folla enorme dall’altro lato della strada, questa composta, all’apparenza, da antichavisti. Si sentivano colpi di arma da fuoco, c’erano lanci di bottiglie e la polizia che sparava lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Mi incuneai dall’altra parte per intervistare quelli del gruppo opposto, e scoprii che erano chavisti pure loro. Due folle inferocite, che non sapevano di essere dalla stessa parte, cercavano di farsi largo in mezzo ai lacrimogeni per massacrarsi a vicenda. Il Venezuela è così, una palude indecifrabile. Mettete via lo champagne, quindi, perché quella scena nelle strade di Caracas fa pensare al terreno infido e pericoloso in cui ci ha sbarcati la diplomazia delle cannoniere di Trump.