"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 16 giugno 2026

Cosedettecosì. 33 Manuel Vilas: «Quei libri sono il gioiello più pregiato della mia biblioteca. Sono soltanto otto volumi, ma in quegli otto volumi mio padre mi lasciava in eredità un tesoro, il tesoro della condizione umana. E mi diceva, attraverso il tempo, che mi amava».


Così giovedì sedici di giugno, seppellito Pack. Dignam, per colpo apoplettico e dopo gran siccità, Dio piacendo piovve, un battelliere giunto per via d’acqua da circa cinquanta miglia di distanza con un carico di torba diceva che il seme non buttava, la terra era sitibonda, di brutto colore e putiva fieramente, anche i paduli e le lande. Difficile tirare il fiato e i polloni giovani tutti consunti senza una goccia per tanto tempo che nessuno aveva memoria d'una simile mancanza. I boccioli color di rosa tutti abbruniti e aggrumati e sulle colline niente altro che giunchi e ramoscelli secchi pronti ad accendersi al primo foco. A tutti dicevano che, per quel che ne giudicavano, il grande vento del febbraio d'or è un anno che sconvolse la contrada in modo sì miserevole era piccola cosa appetto a questa siccità. Ma grado a grado, come sopra detto, questa sera dopo il calar del sole, tirando il vento da ponente, nuvole rigonfie grandicce furon viste in cielo sul far della notte e gli strologhi a studiarle e qualche lampo riflesso prima e quindi, dopo le ore dieci un gran colpo con tuono prolungato e in un batter di baleno via tutti a scapicollo al coperto per l'acquazzone furibondo, gli uomini facendo riparo ai cappelli di paglia con stracci o fazzoletti, le femmine saltellando con le gonne tirate su appena venne il rovescio. (Tratto da “Ulisse” – 1922 – di James Joyce).

“Storie inventate per amare la vita”, testo dello scrittore spagnolo Manuel Vilas pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di giugno 2026: La vita è un libro, e un libro è un oggetto che può trasformarsi in un corpo, e un corpo è sempre erotismo. I libri sono erotici in sé stessi, nel loro materiale, nella loro gravità: pesano, occupano spazio, hanno copertine, sono rilegati, odorano, sono visibili, invecchiano, sono suscettibili all'umidità, finiscono per avere l'odore dei loro proprietari, sembrano levrieri, gatti, sembrano dèi, o mummie, o rovine. La letteratura possiede un potere universale: trasforma la sconfitta in una lampada accesa. Uno apre il libro e ascolta una voce che proviene da molto lontano, magari da un morto, magari da sé stesso. Le parole sopravvivono meglio delle città e meglio di alcuni amori. Una poesia può accompagnare un uomo in silenzio, invisibile, per trent'anni e salvarlo una sera di domenica trasformandosi in una voce che risuona all'improvviso. Quasi nulla ci riesce in questo mondo. La letteratura ci insegna che anche la tristezza ha una musica e che il dolore ci conduce alla conoscenza. E che perfino i fallimenti possono essere stupendi quando qualcuno li racconta bene. Leggere è entrare nella memoria di altri per comprendere un poco la propria. Per questo i romanzi parlano tanto di genitori, di figli, di bar deserti, di stazioni ferroviarie, di letti disfatti, di cucine in cui un uomo e una donna piangono perché si stanno separando per sempre. Perché la vita vera quasi sempre accade in posti piccoli. I libri rendono immortale ciò che è quotidiano: una minestra calda, una telefonata, un commiato in un portone. La letteratura non cura la morte, ma dà un nome alla paura. E quando la paura ha un nome, non ci comanda più allo stesso modo. Forse per questo continuiamo a leggere: per sentire che qualcuno ci fa compagnia nell'oscurità. E perché finché esisterà una bella frase, per il mondo ci sarà ancora salvezza. Mi ricordo adesso di una storia del cuore, del mio cuore. Non conosco bene, e temo che non lo conoscerò mai più, il motivo per cui, agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, mio padre comprò una collana di grandi opere della letteratura universale. In quella collana c'erano diversi tomi di Dante, Cervantes, Dostoevskij e Kafka. Da bambino quei volumi hanno presieduto la mia infanzia, e mi intrigavano tanto quanto mi risultavano lontani e incomprensibili. Credo che mio padre avesse comprato quei libri pensando al suo primogenito, cioè a me. Mio padre era stato tolto dalla scuola a dodici anni e non aveva potuto studiare oltre la formazione di base. Perché comprò quei libri se l'evidente difficoltà della loro lettura gli avrebbe impedito di leggerli? Mio padre non lesse né Dante né Cervantes né Kafka. Non aveva le risorse culturali né la formazione per leggerli. Non le aveva perché era una vittima della Guerra civile spagnola e non aveva avuto l'opportunità di studiare. Suo padre, mio nonno, subì le rappresaglie del franchismo e dopo la guerra fu condannato a dieci anni di prigione per il delitto di avere collaborato con la Repubblica. Quando uscì dal carcere fu dichiarato persona non grata dal sindaco franchista del mio paese. Desolato, indifeso, spaventato, triste, malato, malatissimo di tristezza e di solitudine, morì poco dopo essere uscito dal carcere. Mio padre pensò che suo figlio avrebbe vissuto un altro momento della storia spagnola, un momento migliore, un momento in cui ci sarebbe stata uguaglianza di opportunità. Oggi parliamo del diritto all'uguaglianza di opportunità come di qualcosa di indiscutibile, di non negoziabile. Tuttavia, è un diritto recente nella storia e, nel caso della Spagna, è un diritto che ha a stento quarant'anni di vita reale. E così è stato, io ho avuto accesso a un'educazione superiore, e sono stato io che ho finito per leggere quei libri che mio padre aveva comprato agli inizi degli anni Sessanta. Hanno dovuto attendere più di vent'anni per essere letti. Avevano ancora il cellofan originale, un cellofan che aveva resistito per due decenni finché non erano arrivate le mie mani di ragazzo curioso a strapparlo e ad accedere a quelle pagine. Da allora, quei libri sono il gioiello più pregiato della mia biblioteca. Sono soltanto otto volumi, ma in quegli otto volumi mio padre mi lasciava in eredità un tesoro, il tesoro della condizione umana. E mi diceva, attraverso il tempo, che mi amava. Mio padre pensò che forse quei libri mi avrebbero aiutato a non morire di tristezza e di solitudine, com'era morto mio nonno. Ed è a questo che serve la letteratura, almeno quella che io cerco di scrivere. Serve a farci amare di più, e amando di più noi stessi ci innamoriamo con più forza della vita e di coloro che ci accompagnano in questa incommensurabile avventura di vivere e di esistere. Scrivo libri da tutta la vita. Il mio mestiere di scrittore è vecchio quanto il mondo. Noi scrittori non siamo persone né famose né importanti. Il nostro mestiere è quello di servire la vita. I nostri libri parlano della vita. E il nostro lavoro è molto semplice: fare in modo che chi entra in uno dei nostri romanzi ne esca amando di più la vita. Perché la vita passa e il mistero di vivere bene merita un buon romanzo prima che giunga il giorno della nostra scomparsa. Visto che dobbiamo morire, allora leggiamo e scriviamo. Me ne andrò da questo mondo senza vincere il premio Nobel per la letteratura. A me non importa, però mio padre sarebbe stato molto contento. Visto che dovrò essere dimenticato e saranno dimenticati tutti i miei libri, lasciatemi godere per un momento della bellezza di Roma, prima che cali la notte e trasformi in cenere tutte le parole che ho inventato per amare la vita.