"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 6 agosto 2026

Cosedettecosì. 47 Annamaria Andreoli: «Pirandello è la tragedia umana, il caos nel quale la mente si smarrisce. L'identità va in frantumi. L'Io si dilegua. Non credo ci sia niente di più inquietante e di così prossimo alla nostra attuale condizione».


“I tormenti di Pirandello sono i nostri”, testo della intervista di Antonio Gnoli ad Annamaria Andreoli – studiosa di letteratura, già direttrice della “Fondazione del Vittoriale”, Presidente dell’”Istituto di studi pirandelliani” – riportata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 2 di agosto 2026: (…). Che rapporto c'è stato tra d'Annunzio e Pirandello? «Una relazione asimmetrica. D'Annunzio ha di fatto ignorato Pirandello. Mentre Pirandello ha provato per il Vate sentimenti contrastanti. Ammirandolo ma al tempo stesso detestandolo».

Lo detesta perché? «Perché occupa la scena letteraria in maniera pressoché totale. C'è un culto e un fanatismo attorno a d'Annunzio che irritano Pirandello. Il punto più aspro si tocca per la celebrazione degli ottant'anni di Giovanni Verga».

Un altro siciliano. «Per il quale Pirandello nutre stima incondizionata. Nelle celebrazioni del 1920, al teatro Massimo di Catania, Pirandello a sorpresa lancia un j'accuse contro d'Annunzio. Si lamenta che la presenza ingombrante del Vate abbia messo in ombra Verga e poi l'aut aut: la vita o la si vive o la si scrive. Per Pirandello non si possono fare entrambe le cose».

Da circa un anno d'Annunzio è impegnato nell'avventura fiumana. «Nel momento in cui tutta l'Italia grida all'impresa eroica, Pirandello si mostra inopportuno. Più o meno replicherà le stesse cose nel dicembre del 1931 quando all'Accademia d'Italia commemora i 50 anni del romanzo I Malavoglia. Ancora una volta attacca violentemente d'Annunzio. Il pubblico - composto di accademici, ministri! potenti del regime - è infastidito e incredulo da tanta acredine».

D'Annunzio non reagisce? «Vola troppo alto per sentirsi oggetto di rancori. Sa che l'Italia intera è ai suoi piedi. Lo stesso Pirandello dietro un pronunciato livore nasconde una disperata ammirazione. Oltretutto ci sono in ballo vicende teatrali. Pirandello è direttore del Teatro Argentina e vorrebbe, per rinnovare i fasti romani, rappresentare La Nave, la tragedia più politica di d'Annunzio. In ogni caso nel 1934, quando fa allestire Lafiglia di Iorio, trasmette al Vate la sua infinita ammirazione».

Ha cambiato idea? «Diciamo che il successo, finalmente giunto, lo ha placato».

Nel 1934 vince il Nobel. Quanto è frutto del suo riconosciuto talento e quanto dipende dalle fortune del regime? «Ci sono entrambi gli ingredienti. Il fascismo è all'apice del riconoscimento. Si arriva perfino a pensare che Mussolini possa salvare l'Europa dall'aggressività di Hitler. Il quale a sua volta fa di tutto per accreditarsi con il duce. E dovrà aspettare prima di essere ricevuto».

Pirandello che ruolo ha nel fascismo? «È riconosciuto come scrittore e intellettuale fedele e adeguatamente sovvenzionato. A volte si lamenta, ma gode di autorevoli protezioni nel regime. Primo fra tutti Mussolini».

Che rapporto hanno i due? «Da parte dello scrittore c'è devozione e riconoscenza. Il duce apprezza alcune opere e intuisce che Pirandello possa essere una carta spendibile in Europa».

Perché? «In Francia, in Germania, in Spagna, in Inghilterra, in Sudamerica il successo di Pirandello è pari se non superiore a quello ottenuto in Italia».

A cosa si deve l'attenzione internazionale? «C'è grande innovazione nella capacità di narrare che viene percepita dai critici più acuti. Sei personaggi in cerca di autore, uno dei suoi capolavori, è accolto in modo entusiastico all'estero ma non in Italia. Blande le reazioni dei nostri critici. Qualcuno si spinge a dire che il capolavoro è stato sfiorato. Lo stesso Pirandello non è del tutto consapevole della forza del dramma».

Borges si mostra entusiasta di lui. «Sembra che nel 1922 assistette in Italia all'Enrico IV. Un altro dei capolavori. Qualche eco del dramma si ritrova nel racconto "L'altra morte" inserito nell'Aleph. E poi c'è il viaggio di Pirandello in Argentina nel 1927. Per l'occasione Borges scrive un articolo di benvenuto».