Al capitolo decimo – “La grande festa del perdono” – Raffaele Simone, fonte di questa rubrichetta con il suo volume di recente pubblicazione “Il paese del pressappoco”, ci propone le seguenti amarissime riflessioni. Indubbiamente l’inclinazione degli abitatori del bel paese, di cui si duole l’autore, non traligna di certo da tutta una storia millenaria, non si discosta da un dato antropologico contro il quale sembra si possano condurre solo vane battaglie, donchisciottesche come contro i mulini a vento. Infatti, anche nei periodi più bui della storia del bel paese, si pensi al ventennio di dittatura, ha sempre allignato nel vivere del bel paese un “perdonismo sospetto”, un buon cameratismo ove, fatta la voce grossa ed applicata la legge con i più deboli ed indifesi, per tutto il resto quel tale sospetto “perdonismo” ha fatto da camera di compensazione e di garanzia per tutto ciò che nel futuro avrebbe comportato e significato un cambiamento sociale e politico, un rovesciamento delle parti insomma. Un “perdonismo” di garanzia, quindi; alla fine è sempre prevalso il detto “vogliamoci bene”. (…). Lo scarso timore di punizione domina (…) il comportamento degli italiani, dai reati più semplici ai più delicati. Questo fenomeno è unico nel mondo moderno e merita un’interpretazione. Bisogna supporre infatti che in Italia sia successo qualcosa che senza rumore ha prodotto un risultato profondo: l’idea di punizione si è indebolita e sfibrata fin quasi a dissolversi, sia nella coscienza della gente sia, via via, in quella di quanti si occupano per professione, in modo diretto o indiretto, di far osservare le leggi (magistrati, poliziotti, amministratori, e così via). Il risultato è che la punizione o non c’è affatto o è estemporanea, desultoria, discontinua (a te sì e a me no, oggi sì e domani no, in una città sì e in una no), ritardata e intermittente, e può sempre essere azzerata con una sanatoria, un condono, un concordato, una legge “premiale” o con altre forme di giustificazione o assoluzione, preventiva o postuma. (…).
Postato al tempo, il 4 di dicembre dell’anno 2005, su di “un altrove” che non c’è più.
“Il record di Giorgia, che ha copiato B. per durare di più”, testo di Pino Corrias pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, mercoledì 26 di agosto 2026: Grazie alla tonta sinistra, l’Italia resta di destra e Giorgia Meloni ringrazia indossando il record di bugie e di durata. Il 4 settembre supererà i 1412 giorni del secondo governo Berlusconi fino a oggi il più longevo della storia repubblicana. Un primato e una certificazione della destra italiana. Della sua capacità di attraversare il tempo e gli scandali, di adattarsi ai costumi, alle tv, ai social, alle mode, ai rancori. Di cambiare abito senza cambiare pelle. Proprio come quella pulviscolare e intermittente maggioranza di italiani che di destra lo è sempre stata, ma aveva trovato il modo di non dirlo mai troppo ad alta voce. Nella Prima Repubblica la Democrazia cristiana è stata un gigantesco biodigestore nazionale. Inghiottiva tutto. Il moderatismo e la paura dei comunisti. Le lotte sociali, le stragi nere e il terrorismo rosso. Il familismo, il Vaticano e il laicismo. I padroni, i contadini, gli impiegati. Il Sud assistito e il Nord industriale. Ma soprattutto assorbiva quel carattere ipocrita, conformista, reazionario, che il Ventennio aveva coltivato e che la Repubblica non si sognò di cancellare. Lo digeriva. Lo mescolava con il cattolicesimo sociale, con il riformismo, con pezzi di cultura laica e socialista. Arrivando a estrarre dal disordine del sovversivismo piccolo borghese, l’ordine discontinuo del centrismo prima, del centrosinistra poi. Funzionò per quasi mezzo secolo. Poi il biodigestore finì in manette. Tangentopoli spazzò via il pentapartito, i suoi equilibri, le sue derive. Rimase sui territori un elettorato enorme, moderato, anticomunista, proprietario, diffidente verso lo Stato ma affezionato alle sue pensioni, allergico alle tasse, indulgente con i propri abusi, insofferente alle regole, innamorato dell’ordine sotto casa, disinteressato al resto. Berlusconi era già quella cosa lì, moltiplicata per cento: ci salì a cavallo. Occhetto – stordito dallo Strappo – lo guardò correre al galoppo: con soldi a non finire, la P2 e i poteri marci, le tre televisioni, il Milan, la Mondadori, le ville, i sorrisi, le barzellette e una politica italiana ridotta a televendita. Disse che l’Italia era il Paese che amava. Gli italiani amarono lui. In misura così ostinata da consentirgli di trasformare il proprio conflitto d’interessi in un primato da rivendicare con infinite leggi ad personam. Cambiò in peggio il costume e l’immaginario, il rapporto con il denaro, con il successo, con le donne, con le regole. Il ricco diventò virtuoso. Il giudice sospetto. La legge un intralcio. La menzogna un programma di governo. Governò quattro volte per 3.339 giorni complessivi. Record ancora suo. A certificare che non era un’anomalia italiana, ma l’Italia di aggiornata tradizione. Al punto che anche la sinistra finì per accomodarsi sulla sua scia, mimetizzandosi il necessario per stare dove sgocciola il potere e rendersi compatibile. D’Alema e Bertinotti ne furono i campioni. Uno con il mito della barca dei quasi ricchi, l’altro con il birignao del cachemire dei quasi poveri. Entrambi con l’ambizione di essere riconosciuti statisti alla sua tavola. Che fosse quella della Bicamerale o della Crostata. Senza mai intralciare il suo potere vero, né opporsi ai suoi misfatti. Non per caso è stato un solido democristiano a batterlo due volte, Romano Prodi, con lentezza di passo e di omelia, nessuna smania di seduzione. L’esatto contrario dell’Egoarca. Vinse nel 1996 e nel 2006. E per due volte furono i suoi alleati a maneggiare il coltello del tradimento: la prima, voltando il fattaccio in tragedia, con D’Alema disposto a bombardare Belgrado. La seconda in farsa, con Mastella sul palcoscenico dei pupi, il senatore Di Gregorio e un esordiente Valter Lavitola nel retropalco a intrecciare i fili. La destra imparò la lezione. La sinistra talmente nulla che si arrivò a Giorgia Meloni. Al passaggio di consegne dal maschile al femminile. Con evidenti modifiche di costumi linguistici e sartoriali: via gli orrendi Caraceni del “Figantropo” di Brianza, dentro gli svolazzi di Ermanno Scervino in bianco e blu presidenziali. Via le barzellette con corna dell’era Obama, avanti con le foto sorridenti (e poi imploranti) dell’era Trump.


