"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 3 gennaio 2026

CosedalMondo. 97 Corrado Augias: «Io ricordo che proprio le conseguenze della guerra, le vite spezzate, le città distrutte, la somma di inesprimibile dolore di un intero paese furono il trauma che permise all’Italia di cambiare pelle, di trovare una nuova strada, di liberarsi del fascismo».

                                    Sopra. Quel che rimane di Gaza.

Negli ultimi cinquant’anni il bilancio tra guerra e pace nel mondo non è mai stato così sbilanciato dalla parte della guerra come oggi. Se nel 1976, l’anno dopo la fine del Vietnam che aveva straziato l’America e scosso la coscienza collettiva anche in Europa, il numero dei conflitti si contava sulle dita di una mano, all’inizio del 2026 i conflitti attivi, secondo il censimento dell’Uppsala Conflict Data Program, sfiorano il centinaio. Ucraina e Gaza sono solo la punta di un iceberg gigantesco, che l’opinione pubblica ignora, o preferisce ignorare, per sentirsi in pace con la propria coscienza. La grande illusione di un mondo pacificato, destinato a seguire un modello di sviluppo unificato dalla globalizzazione (The World is flat, il mondo è piatto, diceva il titolo di un libro di Thomas Friedman), prende forma con la fine dell’Unione Sovietica, preceduta dal crollo del suo impero con la caduta del Muro di Berlino, simbolo della guerra fredda. La conclusione di un equilibrio che durava da oltre quattro decenni, e che era basato sul terrore della reciproca distruzione assicurata (Mad, nell’acronimo inglese) tra le due superpotenze nucleari, indusse molti a profetizzare che democrazia ed economia di mercato si sarebbero imposte ovunque. Era questa del resto la ragione sociale del G7, il club esclusivo, fondato nel 1975, dei sette Paesi avanzati con il maggiore Pil del momento. Lo storico Francis Fukuyama, nel suo libro La fine della Storia, scriveva che l’umanità aveva raggiunto “non soltanto la conclusione di un particolare periodo della storia post-bellica, ma la fine della Storia come tale. Vale a dire, il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come la forma finale di governo”. Questo ottimismo ideologico, prevalente all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso nonostante il minaccioso avvertimento delle guerre balcaniche, ha portato il Paese leader dell’Occidente, gli Stati Uniti, a crogiolarsi in quello che il generale H.R. McMaster, nel suo ponderoso saggio Battlegrounds ha definito “narcisismo strategico”. La convinzione, cioè, che non ci fossero più minacce per la superpotenza americana e, quindi, non ci sarebbero più stati rivali dai quali guardarsi, tantomeno guerre da combattere. L’attacco alle Torri Gemelle di New York, con il secolo nuovo da poco iniziato, ha risvegliato gli Stati Uniti, e l’Occidente intero, dal torpore della sottovalutazione del pericolo. Dando ragione a un altro storico, Samuel Huntington, che nel suo saggio Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, aveva avvertito che l’esplosione demografica nei Paesi musulmani e l’ascesa della Cina avrebbero portato a uno scontro globale e a nuovi conflitti nel mondo. La guerra in Iraq e l’intervento in Afghanistan hanno segnato l’inizio della fine dell’illusione di una pace universale e duratura. L’altro errore del “narcisismo strategico” americano, e dell’intero Occidente, è stato l’incapacità di valutare il ritorno sulla scena internazionale della Russia, che Barack Obama aveva sbrigativamente declassato a potenza regionale nonostante Putin avesse mostrato in Siria le sue mire espansive e l’obiettivo di ridare al Cremlino il ruolo che aveva perduto. Neppure l’intervento alla conferenza di Monaco del 2007, in cui il nuovo zar lanciò una sfida a quello che avrebbe poi definito l’“Occidente collettivo”, era stato sufficiente a far capire che Vladimir Putin voleva recuperare l’eredità sovietica per porre fine a quella che considera una “tragedia geopolitica”, lo smantellamento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Quando ha cominciato la guerra ibrida in Ucraina e l’annessione della Crimea l’Occidente non ha neppure alzato un sopracciglio. Così all’alba del 2026 ci ritroviamo con un mondo alla rovescia, tutti contro tutti. Trump contro l’Europa, l’Occidente frantumato, la Russia minacciosa e refrattaria a negoziare, la Cina sfidante, il Medio Oriente sempre in fiamme, l’Africa cosparsa da conflitti (Yemen, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Sudan, Mali, Burkina Faso, Niger, Somalia). E delle guerre in Ucraina e Gaza non si vede una soluzione. L’illusione che ci aveva cullati alla fine del secolo scorso è definitivamente svanita. I tappi dello spumante sono diventati proiettili. (“Il nuovo mondo tutti contro tutti” di Paolo Garimberti, pubblicato sul supplemento “L’anno che verrà” al quotidiano “la Repubblica” del 31 di dicembre dell’anno 2025).