È morto er Gatto.
Accanto c’è la povera vedova: una Gatta
che se strugge dar pianto;
e pensa: - Pe’ stasera
me ce vorrà la collarina nera,
che me s’adatta tanto! -
Frattanto la soffitta
s’empie de bestie e ognuna fa in maniera
de consolà la vedovella affritta.
Via, sóra spósa! Fateve coraggio:
su, nun piagnete più, ché ve fa male…
Ma com’è stato? - Ieri, pe’ le scale,
mentre magnava un pezzo de formaggio:
nemmanco se n’è accorto,
nun ha capito gnente…
E già: naturarmente,
come viveva è morto.
E quanno c’è er trasporto?
-chiede un Mastino - Io stesso
je vojo venì appresso.
Era una bestia bona come er pane:
co’ tutto che sapevo ch’era un gatto
cercavo de trattallo come un cane;
che brutta fine ha fatto! -
E dice fra de sé:
-È mejo a lui ch’a me.
-Ah, zitti! - strilla un Sorcio - Nun ve dico
tutto lo strazzio mio!
Povero Micio! M’era tanto amico! -
E intanto pensa: - Ringrazziamo Iddio! -
L’Oca, er Piccione e er Gallo,
a nome de le bestie der cortile,
j’hanno portato un crisantemo giallo.
-Che pensiero gentile!
-je fa la Gatta - Grazzie a tutti quanti. —
E mentre l’accompagna
barbotta: - Che migragna!
Un crisantemo in tanti! -
Poi resta sola e sente
la vocetta d’un Micio
che sgnavola e fa er cicio…
-Questo dev’esse lui! - dice la Gatta:
e se guarda in un secchio
che je serve da specchio…
In fonno, è soddisfatta.
(“La morte der gatto” di Trilussa).
(…). Per Marguerite Yourcenar con gli animali ci alleniamo a fare violenza sui nostri simili. «È una lettura che si scontra con la nostra pervicace volontà di rimuovere. Non possiamo imparare da ciò che non vogliamo vedere».
Tirando le somme, che c'entra la Shoah? «C'entra soprattutto nell'aspetto, per così dire, testimoniale. Il parallelo più cogente che vedo tra lo sterminio animale e l'Olocausto è nel nostro voltare lo sguardo davanti ai camion che portano le bestie al macello, nel meccanismo della rimozione. Ma c'è anche una differenza fondamentale».
Quale? «I nazisti sfruttavano e uccidevano gli ebrei in modo industriale. Ma, come ha notato a suo tempo Derrida, non li facevano nascere. Non li costringevano a moltiplicarsi».
Nel libro (“La peggior specie” di Maurizio Torchio, Sellerio Editore, n.d.r.) si affaccia anche la religione. Quante fedi fondate da pastori... «È un tema che piaceva a Foucault, il potere pastorale. Questa idea che ci sia una figura che fa da intermediario tra te e il mondo. Un modello di leadership che ci riporta al tema più universale, lo scambio sicurezza-libertà. C'è una favola di Fedro su questo».
Prego. «Il lupo è affamato e malridotto, il cane ben pasciuto. E spiega al suo collega selvatico: sono più sano e forte perché il mio padrone mi dà quello di cui ho bisogno, devo solo controllare che nessuno entri nel suo terreno. Il lupo sta per farsi domesticare, poi vede il segno della catena al collo del cane e sceglie di andarsene. Libero e malridotto».
Il suo romanzo è anche un De pro-fundis per le narrazioni sul benessere animale. «Sì. Io lo chiamo il mito del nonno di Heidi, il gran battage sulle bestie allevate in ambienti naturali. Che infatti non cambia il cuore del problema. Sono bestie allevate per essere uccise oppure per essere ingravidate a scadenze forzate, produrre più latte e avvizzire in un quinto del tempo naturale. È l'ipocrisia sull'ipocrisia».
L'industria della macellazione è il gran teatro della supremazia di specie, e quella che descrive lei ha colori e odori novecenteschi. Ma questo è il tempo dell'intelligenza artificiale. «Giochiamo alla distopia, ci è utile. Si ricorda quando nei romanzi di fantascienza immaginavamo alieni che arrivavano e ci sottomettevano? Ora sono le IA a farci venire il dubbio che qualcuno possa scalzarci dal gradino più alto. Ecco, tener conto di questo potrebbe farci riconsiderare molte cose del nostro rapporto con le specie che consideriamo "inferiori"».
Al momento alle IA stiamo insegnando che si possono mettere intere specie in cattività e ammazzarle. «Esatto. E intanto noi umani restiamo ancora all'idea che sia soprattutto il Logos a decidere chi è soggetto morale e chi non lo è». (Tratto da “In quei mattatoi l’eterna Treblinca degli animali”, intervista di Marco Bracconi allo scrittore Maurizio Torchio pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 24 di aprile 2026).
“Il potere del cane”, testo di Francesco Merlo pubblicato sul periodico “U” del quotidiano “la Repubblica” del 23 di aprile 2026: La Coppa d'Africa di calcio si è chiusa nel gennaio scorso, ma la strage dei cani è già ripresa, ancora più efficace e più feroce. Per ospitare i campionati del mondo del 2030, il Marocco deve infatti eliminare tre milioni di "nemici dell'uomo", tre milioni di nemici del "vincitore nel pallone" cantato da Leopardi come "magnanimo campione". Per la verità Leopardi è anche il poeta della compassione verso il cane, che è metafora dell'altro già quando è solo maltrattato, e figuriamoci ora che in Marocco è addirittura sterminato: "Vedemmo - scrive nello Zibaldone - un giovanastro che con un grosso bastone, passando sbadatamente e come per giuoco, menò un buon colpo a un povero cane...". In poesia, anche in Marocco "i cani sono migliori degli esseri umani, perché sanno ma non dicono", che è un verso di Emily Dickinson.


