“Il capo comanda e i suoi stanno zitti”, testo di Fabio Mini – da “Wikipedia”: “generale e saggista italiano, già comandante NATO della missione KFOR in Kosovo dal 2002 al 2003” - pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, venerdì 10 di aprile 2026: (…). In una serie di riunioni sulla situazione in Medio Oriente, dopo aver scomodato tre gruppi portaerei e spostato decine di migliaia di uomini dalle loro basi nel mondo e dalle Guardie nazionali in patria, occorreva valutare la raccomandazione di Netanyahu volato appositamente a Washington: “guerra e subito”. L’amico e alleato Bibi, sostenuto dal Mossad e dai comandanti israeliani che in videoconferenza avevano garantito una vittoria facile e decisiva. Trump avrebbe voluto continuare i negoziati, ma il genero Kushner non era d’accordo e si sa anche lui “tiene famiglia”. Gli israeliani erano stati chiari: si doveva e poteva decapitare l’Iran, attivare una rivolta popolare e una invasione curda – già pronte – e cambiare il regime teocratico con uno laico e fantoccio. Era una passeggiata, quattro missili e via. E soprattutto non c’era bisogno di nessun altro: Nazioni Unite, Alleati, Russi, Cinesi e non parliamo degli Europei o della Nato ormai zerbini consumati, tutti affan**. Trump era affascinato, anche se tenuto saldamente per le palle da Netanyahu: finalmente avrebbe fatto qualcosa di concreto, si sarebbe meritato il Nobel per la Guerra che avrebbe istituito e la presidenza a vita del Board of War, già costituito sotto falso nome. La valutazione dell’Intelligence statunitense era scettica: gli israeliani erano in grado di decapitare la dirigenza politica, ma il resto era irrealistico. Lo stesso direttore della Cia Ratcliff definì il cambio di regime proposto da Netanyahu “ridicolo”, Rubio da buon diplomatico lo bollò come una “cazzata” (Bull shit, immagino), e il Capo degli Stati Maggiori congiunti Dan Caine decisamente critico: “Sono i soliti israeliani, promettono più di quanto possano mantenere e i loro piani fanno acqua. Sanno che senza di noi non riescono a fare nulla e ci mettono sotto pressione”. (In sostanza “ci stanno prendendo per il c*** e trascinando in una trappola mortale”). Il generale accennò al depauperamento dell’arsenale militare, al blocco di Hormuz e altre frattaglie, ma non si oppose. Non era il solo. Rubio, nonostante la lucida e forbita analisi delle proposte israeliane, non se la sentì di prendere una posizione chiara: probabilmente si era messo “nelle scarpe del Presidente” (metaforiche oltre che letterali). Il vice Vance era contrario e indicò tutti i difetti dell’operazione: il caos regionale, la perdita delle alleanze arabe, la reazione militare iraniana, la perdita di tutte le scorte strategiche di materiali, il blocco di Hormuz, le conseguenze sull’economia interna e sull’elettorato Maga, ma alla fine disse: “secondo me è una pessima idea ma se vuoi farlo ti sosterrò.” Poteva sembrare una comoda posizione da fedele subordinato, ma essendo il vice presidente degli Stati Uniti e conoscendo il 25° Emendamento poteva anche essere la disponibilità ad assumersi le sue responsabilità: in caso di impeachment del Presidente a causa della guerra, della crisi economica e del caso Epstein o di qualsiasi altro motivo, lui sarebbe stato il successore legale per almeno un anno con la quasi certezza di vincere le elezioni successive proprio grazie a quella “pessima idea”, come già accaduto negli Usa. Nelle ultime riunioni, di fronte ad un presidente meditabondo, non furono più sentiti il segretario al Tesoro, quello all’Energia e la direttrice della National intelligence. Tutta gente che non capiva niente della materia in discussione che ovviamente non comportava né informazioni accurate, né previsioni sulle criticità finanziarie e energetiche. Trump era rimasto solo come aveva voluto rimanere. Lasciando parlare i suoi collaboratori aveva affinato la percezione di chi lo avrebbe potuto ostacolare o contrariare ma soprattutto più parlavano e più tendevano ad assecondarlo. Alla fine è rimasto con sé stesso, circondato da altri se stessi, felice e soddisfatto di una decisione che aveva già preso tanto tempo prima con lo stesso Netanyahu grazie alla comune ossessione per l’Iran, mania di grandezza e istinti. La ricostruzione di Swan e Haberman (Jonathan Swan e Maggie Haberman su il “New York Times” n.d.r.) non è soltanto il ritratto di un presidente che agisce d’istinto badando ai propri interessi personali e alle sue pulsioni, anche se spacciate per intuizioni geniali e coraggiose, è il ritratto di famiglia di un gruppo di potere incapace di discernere tra interesse personale del presidente e quelli dell’intera nazione. Una incapacità ancora più grave proprio perché consapevole della realtà, dei limiti e dei rischi. Se il “quadretto” di come è iniziata la guerra è avvilente, quello che riguarda la tregua e la quasi certa prosecuzione della guerra diventa catastrofico. La tregua, ormai qualsiasi tregua, è una specie di “oppio dei popoli”: bisogna crederci per sperare, con il risultato che si muore di più e peggio d’illusione, delusione e disperazione. Gli Stati Uniti non stanno trattando niente con nessuno, stanno traccheggiando per riprendere fiato e spostare armi e uomini da un teatro operativo all’altro. Sanno già di non avere i mezzi per sostenere un altro teatro di operazioni ovunque nel mondo. E la guerra in Ucraina non è finita, il Medio Oriente è in fiamme, l’Artico, il Pacifico e il Sud America sono ad alto rischio e gli stretti di Hormuz, Suez, Malacca, Taiwan, Panama e le altre strettoie naturali e artificiali sono tutte presidiate da forze americane con sempre minore autonomia logistica e quindi strategica. Le basi dovevano essere gli avamposti della proiezione di potenza e sono diventate le retrovie incapaci di sostenerla. Dovevano essere le leve per l’asservimento e sono diventate gli ostaggi sia del nemico sia degli alleati. Ogni forza spostata, ogni sistema venduto lascia un vuoto pericoloso e finisce nel buco nero dei consumi di guerra senza fini e senza fine. La tregua è una farsa a conclusione di una tragedia.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
venerdì 10 aprile 2026
Doveravatetutti. 80 Michele Serra: «Resta da chiedersi, e non è una domanda retorica, su quali basi di diritto, e anche solo su quali basi logiche, una nazione può decidere di condannare a morte il capo di un’altra nazione così, per puro arbitrio, per pura auto-investitura. Perché lo ha deciso. Perché può farlo: e siccome può farlo, lo fa».
La simpatia che una persona
democratica, forse anche solo una persona civile, può provare per il governo
teocratico iraniano e per la sua cosiddetta Guida Suprema, Alì Khamenei, è meno
di zero. Detto questo, è stupefacente la normalità con la quale mezzo mondo
parla della sua eventuale deposizione per assassinio da parte degli Stati
Uniti. È una delle opzioni in campo: farlo fuori, un drone o un missile,
chissà. Deciderà il Pentagono. E qualcuno fa notare che tra un bombardamento a
tappeto e l’uccisione “chirurgica” del leader, è meno sanguinaria la seconda
ipotesi. Resta da chiedersi, e non è una domanda retorica, su quali basi di
diritto, e anche solo su quali basi logiche, una nazione può decidere di
condannare a morte il capo di un’altra nazione così, per puro arbitrio, per
pura auto-investitura. Perché lo ha deciso. Perché può farlo: e siccome può
farlo, lo fa. È appena accaduto in Venezuela, dove il caudillo Maduro è stato
rapito e imprigionato dagli americani. Non un mandato di cattura (americano? internazionale?
venusiano?), niente di niente. Solo un pensiero e l’atto che ne consegue:
questo qui lo leviamo di mezzo. Perché non ci piace. Punto. Ha rischiato di
accadere in Colombia, il cui presidente, democraticamente eletto, poche
settimane fa ha raccontato di non disporre (e di non voler disporre) di alcuna
milizia personale, e di avere atteso per qualche giorno che un commando
americano venisse ad arrestarlo nella sua casa, nel suo paese: fino a che, con
una telefonata a Trump, è riuscito a rabbonirlo, e a evitare il peggio.
Scusate: ma non è allucinante? (Tratto da “Se posso farlo allora lo
faccio” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 24
di febbraio 2026).
giovedì 9 aprile 2026
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