"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 17 ottobre 2026

Cosedettecosì. 66 “ilcavalierdelamancia”.

         Sopra. Honore Daumier, "Don Chisciotte e Sancho Panza" (1864-65).

“Un supereroe contro tutte le ingiustizie”, testo di Alberto Manguel: (…). Chi è dunque Don Chisciotte? Innanzitutto, un lettore. La sua precedente incarnazione, l’anziano Alonso Quijano, è un lettore che ha venduto «molti acri di terra coltivabile per comprare romanzi cavallereschi da leggere». Ma è anche un lettore di ogni sorta di altre opere citate, nel corso delle sue avventure, e che condivide con il proprio autore, il dotto Cervantes: Omero, Aristotele, Virgilio, Ariosto, Boccaccio… Cosa ci dice Cervantes di Alonso Quijano il lettore? Fin dalle prime pagine del romanzo, Cervantes osserva che al vecchio gentiluomo «a causa del poco sonno e delle molte letture il cervello si era inaridito, tanto che finì per perdere il senno» e «arrivò a nutrire il pensiero più strano che qualsiasi pazzo al mondo abbia mai concepito; e cioè che gli sembrava opportuno e necessario, sia per accrescere il proprio onore sia per servire la patria, diventare un cavaliere errante, e partire per il mondo con il proprio cavallo e la propria armatura alla ricerca di avventure, e mettere in pratica tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti praticavano, riparando ogni torto e mettendosi in situazioni e pericoli dove, superandoli, potesse guadagnarsi fama e gloria eterne». A poco a poco, le avventure di Don Chisciotte cominciano a dispiegarsi in un mondo assolutamente, crudamente reale, anziché nei regni fantastici del Gigante Caraculiambro e di Astolfo. La lettura dei romanzi cavallereschi ha per Don Chisciotte l’effetto opposto a quello dei conquistadores europei, che cercavano di imporre le finzioni del Vecchio Mondo – Amazzoni e Patagoni, Eldorado e la Ciudad de los Césares – al Nuovo Mondo, al fine di giustificare meglio i propri saccheggi e massacri, presentandosi come nuovi Lancillotti e Orlandi in lotta contro pagani peccatori. Don Chisciotte, d’altra parte, abbraccia l’etica della vera cavalleria e combatte contro le ingiustizie commesse da creature in carne e ossa, cristiane o meno. Il suo «rimedio abituale» di fronte a una sfida, ci dice Cervantes, «era quello di pensare a qualche passo dei suoi libri» da emulare, perché è la sua biblioteca a fornirgli un vocabolario con cui confrontarsi con un mondo fin troppo reale. Un cambiamento fondamentale avviene in Don Chisciotte al sesto capitolo del romanzo, nel passaggio che descrive la purga dei libri effettuata dal barbiere e dal prete. Non contenti di gettare nel fuoco i libri scartati, murano la stanza che era stata usata per conservarli. Quando Don Chisciotte va alla ricerca dei suoi libri e non riesce a trovare la porta della sua biblioteca, sua nipote, attingendo alla tradizione dei suoi amati romanzi, gli spiega che un incantatore è giunto di notte cavalcando una nuvola e ha fatto scomparire la biblioteca. Come lettori, possiamo immaginare come deve essersi sentito il vecchio cavaliere. Ma Don Chisciotte è più coraggioso, più sensato e meno sentimentalmente nostalgico di noi. Accetta le conseguenze della vendetta del mago e si ritira nella sua camera da letto per due lunghe settimane. Dopodiché, senza dire una parola a nessuno, assume il suo vicino, un certo Sancho Panza, come scudiero e, senza nemmeno un addio, i due avventurieri partono dalle loro case una notte per affrontare la realtà del mondo. Che cosa è successo? Ora che la sua biblioteca è andata perduta, il lettore Alonso Quijano non ha più bisogno dei suoi libri per essere Don Chisciotte. Non aprirà più le pagine di un volume, nemmeno una volta, per tutto il romanzo, ma ciò non significa che abbia rinunciato al suo grande scopo. Credendo nell’etica che i suoi romanzi gli hanno insegnato, il grande lettore non ha più bisogno dei suoi libri fisici: essi sono impressi nella sua memoria, come in un’intima biblioteca virtuale. Lettore e libri sono ormai la stessa cosa. Il carattere dei suoi eroi è ormai il suo stesso carattere. Cosa significa essere giusti o ingiusti nel mondo di Alonso Quijano? L’ingiustizia si manifestava in ogni aspetto della Spagna del Secolo d’Oro, così come avviene nella nostra. Durante il regno di Ferdinando e Isabella, la Spagna si era inventata un’identità «puramente cristiana», una purezza che si supponeva fosse stata affermata dalle successive espulsioni di ebrei e arabi. Contro questa finzione, Cervantes costruì la finzione di Don Chisciotte, attribuendo la paternità della sua opera a uno scrittore arabo, Cide Hamete Benengeli, e inventando il personaggio di Ricote, il vicino moro di Sancho, che torna segretamente dall’esilio a cui era stato condannato e dichiara che la Spagna è la sua vera patria. L’ingiustizia nel mondo di Don Chisciotte è presente ovunque. Si manifesta nelle menzogne diffuse da chi detiene il potere e crede che la propria posizione autoritaria dia loro il diritto di ingannare gli altri, come fanno i duchi che Don Chisciotte incontra e che deridono un vecchio pazzo fino a torturarlo. Si diffonde anche tra la gente comune, come i galiziani che picchiano Don Chisciotte fino a ridurlo privo di sensi, o le guardie che sorvegliano gli schiavi incatenati sulle galee, che Don Chisciotte ammonisce dicendo: «Non è giusto che uomini onorevoli siano carnefici di altri uomini, quando non hanno alcun interesse nella faccenda». E infine, l’ingiustizia si estende agli intellettuali come il bachelor Samsón Carrasco, che, travestito da Cavaliere della Luna Bianca, sconfigge Don Chisciotte e lo costringe a rinunciare alle sue ambizioni etiche. Gli intellettuali come Carrasco mi sembrano i peggiori di tutti, perché hanno i mezzi per immaginare un mondo migliore e meno ingiusto, eppure non si impegnano a realizzarlo. Carrasco è l’archetipo del lettore che apprezza la letteratura ma non crede pienamente in essa. E non solo Carrasco non crede nel potere redentore della finzione, né nell’opportunità che essa offre ai suoi lettori di diventare più intelligenti, meno egoisti, meno arroganti e più compassionevoli, ma costringe anche Don Chisciotte a non crederci. Pertanto, quando il cavaliere, fedele alla sua parola, abbandona la lotta contro l’ingiustizia e torna a casa, guarito, per così dire, dalla sua apparente follia, cessa di essere Don Chisciotte; cessa di essere il lettore illuminato che era un tempo e muore come un semplice Alonso Quijano. O forse no. Alla fine della seconda parte, quando «tra pietà e lacrime» il vecchio nobile esala l’ultimo respiro, Cervantes, come se non riuscisse a rassegnarsi al sacrificio della sua creazione, lo chiama ancora una volta «Don Chisciotte». Ed è con quel nome che lo ricordiamo. Le prime copie del Don Chisciotte arrivarono come “immigrati clandestini” nelle Americhe. Miracolosamente, queste operazioni di contrabbando, condotte all’ombra di un regime autoritario, riflettevano il libro che doveva ancora essere letto. Perché, in sostanza, fin dal momento stesso della sua concezione, Don Chisciotte della Mancia era, ed è, un libro sovversivo. Contro l’autorità arbitraria di aristocratici e finanzieri, contro la slealtà della gente comune, contro l’arroganza di scrittori e accademici, Don Chisciotte insiste sul fatto che il primo dovere di un lettore è agire nel mondo con onestà morale e intellettuale, senza lasciarsi influenzare da slogan allettanti e da sfoghi emotivi, né credere alle cosiddette notizie vere senza esaminarle con attenzione. Forse questo modesto principio di Don Chisciotte potrebbe renderci, noi lettori di questa società corrotta in cui viviamo, più tolleranti e meno infelici.