"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 17 agosto 2026

MadreTerra. 82 Mauro Ceruti: «Tutte le crisi di questa epoca non hanno confini: riscaldamento globale, armamenti, energia. Come si può pensare di affrontarli invocando la sovranità nazionale?».


“Cosa facciamo sul clima? Nulla”, testo di Enrico Giovannini: Mercoledì 12 agosto, mentre gran parte degli italiani e la politica erano in vacanza, il neo primo ministro inglese Andy Burnham ha presieduto la riunione dedicata alla questione climatica del Cobra (Cabinet Office Briefing Room A), il comitato nel quale si discute come anticipare e affrontare crisi di varia natura. Mentre l’Italia si dilettava con le vicende riguardanti un giornalista, il governo inglese discuteva di come fronteggiare il caldo e gli incendi, la siccità e le inondazioni, il crollo della produzione agricola e l’inflazione attesi nei prossimi mesi. Vista la nostra cultura cristiana, forse prenderemmo più seriamente il problema se considerassimo “caldo”, “siccità”, “inondazione” e “inflazione” come una riedizione dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, in questo caso climatica, citati nella Bibbia (morte, carestia, pestilenza, guerra). Al di là della battuta, emerge l’evidente sottovalutazione della crisi climatica da parte delle autorità pubbliche del nostro Paese (governo, Regioni, città), di gran parte della classe dirigente e dell’opinione pubblica. In effetti, gli esperti avevano da tempo indicato il rischio di un’estate eccezionalmente torrida, seguita da eventi atmosferici estremi, crisi idriche prolungate, con effetti negativi sui raccolti agricoli e quindi sui prezzi degli alimentari. Ma, presi da altre crisi e priorità (vere o presunte), abbiamo preferito fare spallucce, salvo imprecare contro il caldo opprimente. Eppure, la scienza e la ricerca (alle quali evidentemente il governo inglese crede) ci dicono chiaramente quello che ci aspetta e ciò che dovremmo fare. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, l’arrivo di El Niño comporterà stravolgimenti climatici, anche in Europa, nei prossimi sei mesi. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha segnalato da tempo i rischi per la salute derivanti da caldo estremo, siccità, inondazioni, incendi. Gli effetti dipenderanno dalla vulnerabilità delle popolazioni, dalla flessibilità dei sistemi sanitari e dalla capacità dei governi di attivare misure preventive. E il rapporto dell’apposita Commissione Oms-Europe di cui ho fatto parte, pubblicato a maggio scorso, raccomanda una serie di azioni di breve e medio termine per ridurre i rischi per le persone. La Bce ha ricordato i rischi inflazionistici derivanti dalla perdita di produzione agricola cui si aggiungono i problemi della logistica dovuta al basso livello delle vie d’acqua europee. E si potrebbe continuare sui temi dell’obsolescenza delle reti idriche italiane e la bassa quota di cattura dell’acqua piovana, del rischio idrogeologico, della sicurezza dei lavoratori. Su tutti questi temi disponiamo di dati, analisi, mappe dei rischi, valutazioni dei costi degli interventi per decidere dove e come intervenire. Disponiamo anche di un Piano per l’adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel 2023, ma non attuato e non finanziato. Conosciamo i problemi che i quattro cavalieri possono determinare per le infrastrutture, le imprese e le famiglie, soprattutto le più fragili. Come ha scritto Antonio Scurati, «ad angosciare, più ancora della gravità della crisi, è la nostra incapacità di riscuoterci da infiniti, terminali torpori». Ma se altri governi si stanno attrezzando, perché noi no? Il tema è culturale prima che politico. Se fossimo in un’altra epoca, tanti dovrebbero fare pubblica ammenda per il negazionismo climatico praticato negli anni o per la colpevole disattenzione al tema, impegnandosi a cambiare direzione. Oggi basterebbe un post sui social per annunciare la creazione immediata di un Cobra italiano dedicato all’emergenza climatica dei prossimi 12 mesi. Questo stimolerebbe tutto il Paese a prendere coscienza della gravità della crisi e ad agire, ognuno per la sua parte. C’è una legge di Bilancio da preparare, la programmazione dei fondi europei da definire, i piani strategici delle aziende da predisporre. Insomma, c’è molto che si può e si deve fare qui e ora, soprattutto da parte delle forze politiche, anche per evitare di andare alle elezioni a settembre 2027, dopo un’altra estate drammatica, senza poter dire di aver fatto qualcosa per non lasciare soli cittadini e imprese di fronte ai cavalieri dell’Apocalisse climatica.

“Il mondo intero sull’orlo dell’abisso ma la politica è assente”, testo della intervista di Luca Fraioli al professore Mauro Ceruti – direttore del “Centro di ricerca sui sistemi complessi” presso l’Università Iulm di Milano -: «Siamo sull’orlo dell’abisso. L’umanità è diventata una specie potenzialmente suicida. Prima con l’atomica. Ora si è aggiunta la crisi climatica che, mi viene da dire, è il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti».

(…). Professor Ceruti, ha letto l’intervento di Antonio Scurati su Repubblica? «Sì e trovo che colga con grande efficacia i grandi problemi antropologici del nostro tempo. Viviamo una condizione inedita e complessa, ma rischiamo di leggerla con occhiali obsoleti. Complessa perché tutto è interconnesso, a partire dalla questione del clima che non è interpretabile in modo separato dalle altre crisi».

Invece, come racconta Scurati, siamo “schienati”, rassegnati. Perché? «C’è una rimozione nel senso psicoanalitico del termine. Ma mentre in Freud le angosce che portavano alla rimozione avevano a che fare con la malattia, la morte, la precarietà dell’esistenza umana, oggi siamo alle prese con angosce politiche. La distanza fra ciò che io come individuo posso fare e l’enormità del problema provoca rassegnazione fino all’estremo, oggi è più diffusa perfino della negazione climatica».

E la politica che non agisce di fronte all’emergenza di una estate da record? È rassegnata o negazionista? «Il negazionismo climatico è estremamente diffuso, soprattutto tra le destre radicali. Corrisponde a una forma di cultura ipersemplificatrice, che riduce la complessità della crisi planetaria, di volta in volta indicando un untore, un capo espiatorio, ultimamente soprattutto gli immigrati. E poi c’è anche una parte della classe politica che fa da supporto agli interessi delle lobby dei combustibili fossili».

Che tipo di politica servirebbe? «Di fronte ai due pericoli esistenziali, l’atomica e il clima, occorre un’assunzione di responsabilità nel costruire di politiche di solidarietà globale. Paradossalmente, assistiamo alla rinascita di sovranismi, identitarismi, nazionalismi: padroni a casa nostra. Ma tutte le crisi di questa epoca non hanno confini: riscaldamento globale, armamenti, energia. Come si può pensare di affrontarli invocando la sovranità nazionale?».

Un punto di svolta è stata la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Qualcuno dice: quattro anni sembrano tanti, ma passano. Basterà attendere? «Aspettare non favorisce mai un cambiamento positivo, anzi favorisce il radicamento. E poi Trump è stato eletto da centinaia di milioni di americani: il problema non è cambiare un presidente da un giorno all’altro. Inoltre, nei sistemi complessi se si supera una soglia di discontinuità certe tendenze possono diventare irreversibili».

Abbiamo detto della rassegnazione, ma in tutto questo l’opinione pubblica, che oggi sperimenta sulla sua pelle la crisi delle temperature, che ruolo può avere? «Non è il mondo del Novecento, non c’è più la società con i suoi corpi intermedi, con le classi organizzate da partiti, sindacati, Chiesa e altre istituzioni culturali. E così prevalgono le logiche dei social: violenza, negazionismo, mancanza di conoscenza e di coscienza del rischio che l’umanità sta correndo. Nonostante, mai come oggi, la scienza sia in grado di dircelo».

Se fino a qualche tempo fa gli scienziati potevano essere additati come Cassandre, profeti di sventura, ora ci sono i fatti a dimostrare la gravità della crisi. Cos’altro deve succedere? «In effetti, le conseguenze del riscaldamento globale di quest’estate sono paragonabili a quelle di una pandemia: in una sola settimana, nell’ondata di calore di giugno, in Europa sono morte 10mila persone in più. E però da parte dei governi, e in particolare dei governi come il nostro, delle destre radicali, non solo non si menziona il problema climatico ma addirittura si afferma che le politiche ambientali sono sconsiderate, costose, lontane dai bisogni delle persone, nascondendo i molto maggiori costi prodotti dal riscaldamento globale».

E le opposizioni? «Se le destre negano, le sinistre globali senz’altro non brillano. Sono silenti, non hanno una visione di lungo periodo, ma solo elettoralistica. Pensano che la battaglia per il clima sia impopolare, perché danno per scontato che gli argomenti negazionisti colgano di più la pancia degli elettori. Ma con questa strategia, finisce sempre per vincere l’originale».

N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, lunedì 17 di agosto 2026.