"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 3 aprile 2026

Cosedettecosì. 16 «Sono Josephin sono italiana voglio insegnare».


“Sono Josephin sono italiana voglio insegnare”, “memoria” di Stefania Auci – scrittrice, insegnante di sostegno nella scuola pubblica italiana – riportata sulla edizione di Palermo del quotidiano “la Repubblica” di ieri, giovedì 2 di aprile 2026: La lezione di Josephine (Torri del Vento edizioni), a cura di Grazia Messina, è un testo a metà strada tra il racconto e l’autobiografia, scritto come un incastro di scatole cinesi. È la vera storia della prima donna immigrata a essere divenuta insegnante nella cittadina di Lawrence negli anni Trenta. Era racchiusa in un dattiloscritto ritrovato da due giovani ricercatori italiani a Boston. All for the love of teaching, tutto per amore dell’insegnamento – questo il titolo originale – è scritto in inglese, con uno stile didascalico e a tratti ingenuo, che nulla toglie alla forza del racconto. Nelle prime pagine, il lettore scopre il vero nome dell’autrice di questo memoir: Giuseppa Di Mauro, siciliana. Lasciò Trecastagni, un piccolo centro alle falde dell’Etna, nel 1912, quando aveva quattro anni e, insieme con tutta la famiglia, si trasferì a Lawrence, Massachusetts, dove viveva una comunità di catanesi emigrati in cerca di fortuna. Si trattava per lo più di contadini e braccianti agricoli che avevano dovuto abbandonare la Sicilia devastata dalla fillossera nella speranza di trovare un’esistenza più dignitosa, o di operai rimasti disoccupati per la decadenza delle tessitorie. Spinti dalla necessità, molti avevano attraversato l’Atlantico e si erano insediati a Lawrence, dove avevano trovato lavoro nelle fabbriche americane. Era una comunità numerosa, attraversata da legami familiari e affettivi, dentro la quale erano ancora applicate le regole comportamentali, gli usi e i costumi della Sicilia, forse nel tentativo di preservare la propria identità e la propria cultura. Anche i genitori di Giuseppa/Josephine, Cirino e Orazia, erano fortemente influenzati da queste norme. Per esempio, Cirino riteneva che la figlia non dovesse studiare, ma cercare di fare un buon matrimonio ed essere rispettosa e morigerata. Eppure, appena arrivati in America, furono proprio i genitori a decidere di cambiare il nome proprio e dei figli, per agevolare il processo di assimilazione. Per i primi anni di vita americana, i Di Mauro si confrontarono con una realtà meno favorevole di quella che era stata prospettata loro: salari bassi, case soffocanti e spesso in cattive condizioni, ostilità sociale e su tutto la cappa oppressiva della Grande Depressione successiva al 1929. Riuscirono comunque a farsi largo nella comunità siciliana raggiungendo un buon tenore di vita. Dalle parole di una Josephine ormai anziana apprendiamo della loro vita quotidiana, fatta di tensioni e di contrasti, di spinte di conservazione che si giustappongono alla voglia di libertà. È il ritratto di un microcosmo, quello della famiglia Di Mauro, che via via si assimila alla società americana e cerca di costruirsi una nuova, originale identità. Nel testo dattiloscritto si staglia la figura di Orazia, donna tenace e orgogliosa, in grado di scardinare il sistema patriarcale che voleva le femmine chiuse in casa, senza potersi dedicare allo studio o al lavoro. È per amore di sua figlia che la donna si scontra con il marito e i parenti. Vuole che Josephine realizzi il sogno di diventare insegnante. Josephine sarà grata per sempre alla madre che le permise di studiare e diplomarsi dandole quella possibilità che lei, Orazia, non aveva potuto avere.