Nella giornata del 6 giugno era stato ordinato un rastrellamento delle fogne. Si temeva che diventassero il rifugio dei vinti, e il prefetto Gisquet dovette frugare la Parigi occulta mentre il generale Bugeaud spazzava la Parigi pubblica; duplice operazione connessa che esigeva una duplice strategia della forza pubblica, rappresentata in alto dall'esercito e in basso dalla polizia. Tre plotoni d'agenti e di fognaioli esplorarono l'intestino sotterraneo di Parigi, il primo sulla riva destra, il secondo sulla riva sinistra, il terzo nella Cité. Gli agenti erano armati di carabine, di mazze, di spade e di pugnali. Ciò che in quel momento si dirigeva su Jean Valjean era la lanterna della ronda della riva destra. Quella ronda aveva visitato la galleria curva e i tre cunicoli ciechi che si trovano sotto la rue du Cadran. Mentre essa faceva vagare il suo faro in fondo a quei vicoli ciechi, Jean Valjean aveva incontrato sul suo cammino l'ingresso della galleria, l'aveva riconosciuta più stretta del corridoio principale e non vi era penetrato. Era passato oltre. (Tratto da “I miserabili” – 1862 – di Victor Hugo).
“LeggerePaoloNori”. “Dante, i Russi e nonna Carmela”, testo di Paolo Nori pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, sabato 6 di giugno 2026: Poco meno di vent'anni fa, in un festival sardo che si chiamava "Sulla terra leggeri”, Angelo Maria Bellu ha presentato, insieme a Marino Sinibaldi, un suo romanzo che si intitola “L 'uomo che volle essere Peron”. E a Marino Sinibaldi, che gli chiedeva come mai, in un periodo così confuso, la Sardegna vivesse, nel campo della musica e della letteratura, un momento così felice, Bellu ha risposto che era una cosa che da dire era difficile ma che forse c'entrava il fatto che i sardi, anche quelli che avevano lasciato l'isola, avevano comunque dentro di sé un universo di riferimento, e che lui, per esempio, che abitava a Roma da tanti anni, quando usciva da Roma e si trovava all'altezza, non so, adesso non mi ricordo, di Civitavecchia, mettiamo, è come se fosse arrivato ad Arasolè, perché le unità di misura che si portava con sé, dovunque andasse nel mondo, erano quelle lì, sarde. Tutti i chilometri che ha percorso Bellu nella sua vita son stati chilometri sardi, ha detto quella volta Bellu, e io, mi ricordo, allora ho pensato che io, l'unica letteratura che conosco un po' bene è la letteratura russa e quello che leggo, anche quando leggo dei libri italiani, o americani, leggo poi sempre dei russi, e per quello l'invito che mi avete fatto, di parlare di Dante visto dalla Russia, è un invito che mi sembra sensato, diversamente da un invito che riguardava sempre Dante che mi hanno fatto tre anni fa. C'è uno scrittore russo che si chiama Sergej Dovlatov che ha cominciato a pubblicare negli Stati Uniti, dopo averci provato per anni in Unione Sovietica, e che, una volta che i suoi libri avevano cominciato a circolare, aveva dei problemi con la propria notorietà letteraria. "Quando vado in un posto e mi riconoscono", diceva Dovlatov, "mi stupisco. Quando vado in un posto e non mi riconoscono", diceva, "mi stupisco. Son sempre stupito", diceva. Ecco, io, un po' anch'io, forse. Quando, per esempio, propongo a una casa editrice, non so, Mondadori, un romanzo, non so, sulla vita di Fédor Dostoevskij, e loro mi rispondono e mi dicono di sì, io non dico niente, ma dentro di me penso "Ma siete sicuri? Ma voi veramente pensate che io son capace di scrivere un romanzo sulla vita di Fédor Dostoevskij? Sicuri sicuri? Volete magari pensarci un altro po'?, ho pensato quando mi han detto di sì, non ho detto niente, però, son stato bravo. E quando Silvia Masi, tre anni fa, mi ha scritto per propormi di tenere, alla biblioteca Classense di Ravenna, la Solenne prolusione il giorno del 702° anniversario della morte di Dante, io ho pensato "Ma sei sicura?". Non ho detto niente però e, quando sono stato poi lì, il giorno della cerimonia, se così si può dire, dopo che il sindaco di Ravenna, nelle cose che ha detto parlando prima di me, ha citato un mio predecessore, uno che qualche prima fa aveva tenuto la solenne prolusione che dovevo tenere io quel giorno lì, ed era Benedetto Croce, io ho pensato ". Ah, andiam bene". Ma ormai ero lì, mi è toccato dire le cose che mi ero scritto. E ho detto che io, di mestiere, scrivo dei libri, e la letteratura italiana contemporanea, quella dagli anni 90 in poi, la conosco abbastanza bene, conosco di persona anche molti dei protagonisti, cosa normalissima, ci incontriamo nei festival, ci salutiamo, ci leggiamo, ci piacciamo e ci dispiacciamo; sui classici, italiani, io devo dire, ho detto, son meno preparato.


