"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 31 dicembre 2025

CosedalMondo. 96 «L’anno che verrà».


È la notte di capodanno del duemila, cosa farai? Scenderai giù nelle piazze a far capriole, a far baccano e spingere e brindare con la folla, o te ne starai a casa, con le serrande chiuse, a lustrare la pistola di mio padre e a disegnarti con lo smalto un buco rosso sulla tempia? Io, se sarò ancora vivo, avrò più di cinquant'anni. Credo che guarderò la fine del millennio dalla finestra. Chissà, forse mi farò prendere dalla commozione per tanta morte. Sulla neve artificiale, discesa con ogni cura, scivoleranno le slitte atomiche; sulle facciate degli edifici pubblici e delle caserme si accenderanno a intermittenza delle gigantesche scritte al neon, viva il millennio che viene, morte al millennio che muore, scritte sonore, ovviamente [...]. E qualcuno proverà a ricordare una canzone, qualcuno fermerà le adolescenti per la strada chiedendo l'ultimo bacio del millennio, qualcuno nascerà, qualcuno non riuscirà a morire, qualcuno dirà non è possibile. (Tratto da “Diario di un millennio che fugge” – 1986di Marco Lodoli).

“Gli anni delle sfide”, testo di Natalia Aspesi pubblicato sul supplemento al quotidiano “la Repubblica” di oggi, mercoledì 31 di dicembre 2025, che ha per titolo “L’anno che verrà”: Ecco, quando io vedo i miei colleghi, e lo sono proprio, che con in mano il cellulare fanno segni veloci incomprensibili e poi mi leggono cosa c'è scritto rivelandomi un segreto che tutti sanno tranne me, mi gira la testa e faccio finta di nulla. Non l'avrei capito l'anno scorso e immagino che l'anno prossimo, ammesso di esserci, ne capirò ancora meno. Perdonatemi, ebbene sì, per me il paradiso dell'IA misteriosamente arruffato con Internet mi è precluso. Io non ne voglio sapere di lui e immagino che lui non voglia saperne di me. Pace. Di anno in anno vi ho raccontato, piena di speranza, che molte cose sarebbero cambiate, e infatti eccolo: è tornato Donald Trump, con un patrimonio di 7,3 miliardi di dollari, con le laboriose fontanelle d'oro in soggiorno, una pettinatura d'oro immobile in testa anche nella bufera. Putin che lo prende in giro ogni giorno, 80 anni che lo fanno camminare storto, e votato ahimè dal maggior numero di persone. Se la vedano loro, mentre il "no nobel" per la pace a cui lui tiene molto va a finire a una gentile signora, Maria Corina Machado, leader dell'opposizione venezuelana. Intanto, pace o non pace, l'Ucraina è vittima da quattro anni dell'orribile Putin, e a Gaza gli israeliani dal 7 ottobre del 2023 anche mentre trattano di pace ogni giorno fan fuori il solito numero di civili palestinesi. L'anno che verrà ha anche un prezioso anniversario: i 50 anni di Repubblica. Sino al 14 gennaio del 76 non c'era, ma quel giorno il giornale, in una misura più contenuta e svelta dei giornaloni, apparve, con direttore il geniale Scalfati che tra Roma e Milano lo diresse per molto tempo. Io ci entrai due mesi prima che uscisse, e dopo 50 anni sono ancora qui. Tanti; troppi; una esagerazione. Altri non credo ce ne siano. Sarebbero vecchissimi. Io con Repubblica, ho condiviso mezzo secolo della mia vita, gli anni più belli e adesso i più tristi: siamo tornati, dopo 80 anni (che parevano mille!) di una cosa che in certe nazioni si chiama democrazia ma in tante altre no, alla confusa e crudele arroganza che ha portato i molto ricchi al disprezzo per i cosiddetti "porcellini", cioè noi. Io mi sono innamorata di quello che Repubblica mi ha regalato. Anche negli anni del terrorismo e delle stragi. Io c'ero e ci lavorai parecchio: mi stordirono i morti. Da quel momento, e ne ho visti tanti, i cadaveri non mi fecero più impressione. Intanto stava nascendo il nuovo, nuovissimo prèt-à-porter italiano che di colpo rese miliardari. Krizia, i Missoni, Ferrè, Moschino, Prada, Dolce e Gabbana, Gigli e soprattutto Armani che nell'82 conquistò la copertina dell'americano Time. Così nacquero gli addetti alla moda, giornalisti considerati niente, me compresa. Tra Brigate Rosse e altre stragi ogni tanto ci tenevo a fare articoli su una cosa bella. Allora si poteva essere anche spiritosi, fino a quando la proprietaria di un brand mi fermò e disse: «Lei ha fatto otto righe in più agli altri e dovrò dirlo alla pubblicità». E io da quel momento capii che anche la moda bella dovevo abbandonarla. Intanto, mentre le Brigate Rosse uccidevano un'ottantina di persone, finendo con l'assurda morte, nel 78, di Aldo Moro e, prima, dei suoi cinque poliziotti di scorta, alcuni stilisti accumulavano la loro nuova ricchezza. E tenevano nascosto quello che allora era una diavoleria, un peccato, qualcosa che in certi Paesi veniva ancora punito con la morte: l'omosessualità. Partivano in aereo il venerdì sera e a New York si chiudevano in dark room e ne uscivano il lunedì mattina per tornare in Italia. Stanze quasi buie dove la frenesia rumorosa e cieca dell'incontro esaltava la performance. Era spuntato l'Aids, la sindrome da immunodeficienza acquisita colpiva anche quelli delle dark room. Io li vedevo morire orrendamente. E per quello fui mandata a San Francisco nel 1982, per poterne sapere di più al congresso internazionale di Aids. Sono stati milioni i morti e adesso, con speciali farmaci, l'Aids non guarisce, ma consente di vivere. Mi sono accorta che i presidenti del consiglio fino a un certo punto erano quasi tutti democristiani (adesso non ci sono più), eppure pochi di loro hanno raggiunto la durata della premier Meloni. I suoi voti, lentamente, continuano a aumentare, e la sinistra non riesce a trovare il modo di superarla. Forse, chissà, bisognerebbe dimenticare chi non ce la fa e ricordarsi di chi a stento ce la farebbe e dargli la speranza di potercela fare. Anche la destra di Meloni ne inventa in continuazione qualcuna, e poi lascia perdere. Che sia il ponte sullo stretto o, persino, gli aumenti di un euro alle pensioni. Il Vannacci con le sue stupidità placa la memoria di chi cambia ormai ogni momento, e infatti vorrebbe che nulla cambiasse. Il Salvini è un disastro e fa bene a stare con Putin che lo travolgerebbe in un baleno, come se non esistesse.  I cinquant'anni di Repubblica arrivano così e noi che tanto l'amiamo siamo pronti a metterci in fila perché qualcosa cambi, al di fuori di noi, e alla fine con noi.

                     Un buon anno a tutti Voi. Affettuosamente.

martedì 30 dicembre 2025

MadeinItaly. 74 Isaia Sales: «La partita in gioco è sempre la stessa: il potere politico prova in tutti i modi a reagire al fatto che si è tutti uguali di fronte alla legge».


(…). Il decreto Sicurezza è quella creazione squisitamente horror criticata da mezzo mondo (Corte di Cassazione in testa) che introduce fra l'altro un nuovo articolo del Codice Penale, il 321- bis, il quale prevede che le forze dell'ordine possano intervenire per sgomberare gli immobili occupati già dopo 10 giorni dall'indicazione del giudice. Nei fatti, è quella pratica efficacemente descritta dai manifesti della Lega apparsi nelle strade di Roma: un nero, una rom e un ragazzo coi capelli lunghi (ah, le vecchie polemiche sui capelloni) che a testa bassa escono da un portone, con uno schieramento di poliziotti davanti. Slogan: "Occupi una casa? Ti buttiamo fuori in 24 ore. Grazie alla Lega". Il manifesto è stato rimosso dal Campidoglio, fra le urla al "bavaglio" dei leghisti. In compenso, la settimana scorsa abbiamo potuto vedere la sua attuazione nel video che mostra lo sfratto di via Michelino a Bologna, dove due famiglie con bambini sono state gettate fuori a manganellate. Anche se pagavano l'affitto, ma quegli appartamenti servivano ad altri. Ad affitti brevi, a quanto pare, anche se la proprietà giura che non è così. Anche noi giuriamo che è difficilissimo trovare una casa in affitto, con la moltiplicazione degli Airbnb e degli alloggi per studenti, a fronte di milioni di case vuote. Ma, si sa, nell'immaginario che si sta costruendo chi è povero e non riesce a comprare una casa è colpevole: e quindi bene le mazzate, bene il settantenne di Verona che si butta dalla finestra con l'ufficiale giudiziario che bussa, e bene pure chi non riesce a far fronte a un carrello della spesa cresciuto del 30 per cento in sei anni. Il bene è ironico, ovviamente: anche se non c'è nulla di ironico nel disprezzo di manovra e di governo, che, per dire, dalla Carta Valore del ministro Giuli esclude dagli studenti che potranno utilizzarla chi non ha il diploma superiore, chi non è riuscito a diplomarsi in cinque anni, chi ha scelto scuole di formazione come parrucchieri, estetiste, meccanici, elettricisti, pasticcieri, panettieri e giardinieri. La cultura è solo per chi ha la possibilità di permettersela, e così la casa. (…). (Tratto da “Mazze, manganelli e chi è povero è sempre colpevole” di Loredana Lipperini, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 31 di ottobre 2025).

“Impunità dei potenti: una storia italiana”, testo di Isaia Sales – da “Wikipedia”: “…accademico, giornalista e politico italiano, noto soprattutto come professore di Storia delle mafie (all'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli) e studioso della criminalità organizzata…” - pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, martedì 30 di dicembre 2025: In tutta la storia italiana, dal 1861 in poi, il potere politico ed economico ha sempre preteso di essere “ingiudicabile”, non perseguibile dal potere giudiziario, men che mai sottomesso alle sue decisioni. Un potente, un ricco, una persona influente non incappava quasi mai nei “rigori” della legge, e quando succedeva ne usciva quasi sempre assolto. Se nel Medioevo per i potenti esisteva “l’immunità”, nell’epoca moderna essa si era trasformata in “impunità”: si poteva sfuggire alla legge non più solo per nascita, ma anche per il ruolo rivestito in politica o alla guida delle istituzioni, per la ricchezza posseduta e per le amicizie importanti. Formalmente si era tutti uguali davanti alla legge, ma non davanti a coloro che erano incaricati di applicarla. Uno dei problemi centrali della vita pubblica dopo l’Unità d’Italia è stato, dunque, quello della giustizia. La continuità rispetto all’epoca preunitaria sembrava dominare nei fatti. I proverbi popolari sono pieni di rabbia o di rassegnazione verso il modo in cui veniva rappresentata e svolta la giustizia in Italia: “Chi comanda fa la legge”; “Fatta la legge trovato l’inganno”; “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”. E il poeta e politico piemontese Angelo Brofferio, amato da Papa Bergoglio, scriveva “Guai a colui che s’incapriccia / a voler giusta la giustizia”. Esistono, infatti, poche altre fragilità storiche che abbiano così profondamente inciso nella formazione del rapporto tra cittadini e Stato italiano quanto la gestione della giustizia. Secondo Piero Bevilacqua è stato il fatto indiscutibile di non aver assicurato la validità assoluta delle regole a compromettere stabilmente la credibilità dello Stato italiano. I casi clamorosi sono tanti. Ad esempio, la sostanziale impunità degli uomini di governo quando prendevano tangenti o quando difendevano i mafiosi, come nel caso dello scandalo delle Ferrovie nel 1862 (che vide coinvolto il ministro Piero Bastogi), in quello del Monopolio dei tabacchi (con una tangente al re Vittorio Emanuele II) e nel caso del più grande imbroglio finanziario di fine Ottocento, quello della Banca Romana: fu accertato che il capo del governo Crispi aveva incassato somme per quasi 2 milioni di euro di oggi, ma non ebbe nessuna condanna. O la totale impunità dei mafiosi: nel distretto giudiziario di Palermo, dal 1861 al 1986, c’erano stati migliaia e migliaia di morti ammazzati, ma erano stati erogati solo dieci ergastoli. La magistratura e gli uomini di governo avevano coperto i mafiosi in tutti i modi. Il nuovo Stato sembrava confermare i comportamenti di quelli precedenti: la giustizia era un semplice prolungamento del potere politico ed economico.