"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 21 ottobre 2026

DalMondo. 20 Pino Corrias: «I soldati sono addestrati a fronteggiare un nemico. I cittadini non sono nemici. Una manifestazione, anche violenta, non è un campo di battaglia. E militarizzare l’ordine pubblico non significa renderlo più sicuro».


“Ho imparato a non mettermi ne’ tumulti”, diceva a se stesso Renzo Tramaglino, ne I promessi sposi, un maranza gentile che veniva da fuori, un proletario, anche lui senza ascensore sociale, che dopotutto voleva solo sposarsi, poveretto. Perché i tumulti, guarda un po’, c’erano già nel Seicento ottocentesco del Manzoni, il più grande tra i milanesi, il quale diceva cose come: “I poveri, ci vuol poco a farli apparir birboni”, una frase che oggi gli assicurerebbe la nomea di “cattivo maestro”, di “fiancheggiatore dei violenti”, di “giustificazionista” di quelli che spaccano le vetrine. Buono o cattivo, ci perdonerete se come maestro preferiamo Manzoni a Piantedosi. Ma visto che siamo ai classici (sempre, rileggere i classici) ci sarebbe anche quella frasetta di nonno Marx: “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotta di classi”, una riga soltanto, ma difficile da smentire. Ora che tutti si esercitano nell’esercizio sociologico di leggere, interpretare, spiegare la due giorni milanese di assalto ai forni – nella loro moderna versione di negozi del centro – i sacri testi ci vengono in soccorso, e ne aggiungo un altro che non appartiene alla letteratura, ma al sapere popolare. Un proverbio brasiliano che dice: “Apro la televisione (variante: Instagram, TikTok…) e c’è tutto; apro il frigorifero e non c’è niente”. Che brutta cosa. Per una volta, la frasetta paracula “né di destra né di sinistra” ha un senso: i ragazzini che sono andati in centro col metrò e sono tornati a casa (sempre col metrò) con un paio di sneakers prese da uno scaffale senza passare alla cassa, non sono effettivamente né di destra né di sinistra, sono solo incazzati neri, stufi marci di parecchie cose. Tra cui, per esempio, i controlli costanti di profilazione razziale che subiscono (da anni, non dall’altro ieri) ogni volta che scendono dalle loro banlieue nella vetrina bella della città. Molti commentatori, bontà loro, ci dicono che c’è una questione di rabbia, e qualcuno si spinge a dire che quella rabbia ha delle radici, dei motivi, e insomma, dei perché, che non sono una sorpresa, ma anzi sono sotto gli occhi di tutti da parecchio tempo. Se ne parla, si dice nella canzoni, nei video, nell’estetica maranzo-proletaria dei ribelli senza causa (Gioventù bruciata, Nichalas Ray, James Dean, 1955, altro classico) La pentola a pressione, insomma, produce vapore, il vapore preme, e prima o poi la valvola salta, una cosa che si poteva prevedere e che nessuno, pare, ha previsto. Tanto meno, ahimé, quella “sinistra” che per tradizione storica e culturale dovrebbe essere più attenta alle differenze sociali, alle diseguaglianze e insomma, alla lezione dei vecchi classici (Marx, non Manzoni). E’ probabile che quel che prova oggi un sottoproletario sedicenne – la cui prospettiva, se va bene, è di diventare un sottoproletario cinquantenne – possa dirlo solo lui, e tutto il resto (compreso questo che state leggendo) sia solo un esercizio di edificante trombonismo. Ed è forse l’unica cosa da augurarsi seriamente: che il racconto di quel che succede vanga da lì, dalla rabbia da chi vede l’ascensore sociale funzionare solo per le élite, le garanzie funzionare solo per i già garantiti, il futuro assicurato a chi già lo vede per successione dinastica o di classe. La faccenda sarà anche nuova, ma come si vede le parole valide sono antiche, come sono antiche le soluzioni: pene più dure! Militari! Repressione! Spoiler: non funzionerà, finché non si spegne il fuoco sotto la pentola a pressione. (Tratto da «Milano, oh cara! I “maranza” a Milano: quelli di Manzoni e quelli visti da Marx» di Alessandro Robecchi).

martedì 20 ottobre 2026

DalMondo. 19 Pino Corrias: «Dai tempi dei linciaggi e del patibolo eretto davanti al saloon, l’America ordinaria e selvaggia ha sempre esibito in pubblico il misfatto della pena di morte».


Ho visto

la gente della mia età andare via

lungo le strade che non portano mai a niente,

cercare il sogno che conduce alla pazzia

nella ricerca di qualcosa che non trovano

nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate,

dentro alle stanze da pastiglie trasformate,

lungo alle nuvole di fumo del mondo fatto di città,

essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà

e un dio che è morto,

ai bordi delle strade dio è morto,

nelle auto prese a rate dio è morto,

nei miti dell'estate dio è morto...

Mi han detto

che questa mia generazione ormai non crede

in ciò che spesso han mascherato con la fede,

nei miti eterni della patria o dell'eroe

perchè è venuto ormai il momento di negare

tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,

una politica che è solo far carriera,

il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,

l'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto

e un dio che è morto,

nei campi di sterminio dio è morto,

coi miti della razza dio è morto

con gli odi di partito dio è morto...

Ma penso

che questa mia generazione è preparata

a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,

ad un futuro che ha già in mano,

a una rivolta senza armi,

perchè noi tutti ormai sappiamo

che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo dio è risorto,

in ciò che noi vogliamo dio è risorto,

nel mondo che faremo dio è risorto...

(“Dio è morto” di Francesco Guccini).