“Difendere i boschi per non soffocare tra caldo e cemento”, testo di Giuseppe De Nardo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 21 di agosto 2026: Due metri quadrati e mezzo ogni secondo. È la quantità naturale di suolo che cementifichiamo, denuncia l'ultimo rapporto Ispra. Chilometri quadrati di terra fertile vengono trasformati in superfici impermeabili. Riscaldando ulteriormente l'aria, perché asfalto e calcestruzzo accumulano il caldo durante la giornata per poi rilasciarlo la notte, alimentando il fenomeno delle isole di calore urbano. Consumo di suolo che non solo fa salire le temperature nelle nostre città ma ci espone a rischio alluvioni. Il cemento, infatti, non essendo in grado di drenare acqua finisce per aumentare il carico sulle reti fognarie. Fermare il consumo di suolo, riportare il verde nelle città, ripensare l'urbanistica, modificare i consumi energetici per adattarci e mitigare gli effetti della crisi climatica sono obiettivi politici prioritari da raggiungere se vogliamo tornare a respirare. Invece, nell'estate più calda della storia c'è ancora chi continua ad abbattere alberi e boschi. Dovremmo difenderli e curarli, come stanno facendo da tempo i cittadini di Reggio Emilia. Dallo scorso 3 agosto hanno infatti bloccato con un presidio permanente le ruspe che volevano distruggere il Bosco Ospizio, al cui posto l'amministrazione comunale a guida Pd ha preferito un centro commerciale. Parliamo di un'area verde cresciuta spontaneamente nello spazio dove una volta c'era l'ospizio cittadino, sulla via Emilia andando verso Modena. Dopo decenni di rinaturalizzazione è diventata un'area boschiva di 45 mila mq. Un enorme polmone verde oggi minacciato dall'ennesimo centro commerciale. Il progetto, reso possibile da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la Conad, prevede la realizzazione di edifici, parcheggi e viabilità che porterebbero a impermeabilizzare 31 mila mq. Vorrebbe dire abbattere il 70% del Bosco Ospi-zio. Nel 2024 cittadini e associazioni hanno dato vita all'Assemblea Permanente del Bosco Ospizio per impedirne la distruzione. Nonostante la raccolta firme per ottenere un consiglio Comunale aperto in cui discutere la mozione popolare, la maggioranza ha scelto di bocciarla ancora prima della discussione pubblica e di andare avanti con la cementificazione. Alla faccia dell'ascolto e della partecipazione, salvo poi lamentarsi della scarsa affluenza al voto. Anche la scienza si è schierata accanto a chi legittimamente impedisce alle ruspe di avanzare, dal prof Francesco Reyes al presidente della società meteorologica italiana, Luca Mercalli. Ricordano all'amministrazione comunale l'importanza del Bosco, che rap-presenta un'area di biodiversità unica in grado di mitigare gli effetti del riscaldamento e garantire spazio vitale ad anfibi a rischio estinzione. In una pianura fortemente urbanizzata come Reggio Emilia aree come quella del Bosco Ospizio sono indispensabili per la nostra sopravvivenza. Abbatterlo sarebbe un errore gravissimo. La gestione e la programmazione urbanistica dovrebbero garantire consumo di suolo zero, dando la priorità in edilizia a riuso, riqualificazione e riconversione di ciò che già esiste. Solo così possiamo salvaguardare gli spazi verdi rimasti e migliorare le nostre vite. Il centrosinistra su questo si era impegnato ma lo studio dei dati nelle città, a partire da Roma e Milano, ci dicono che ha preferito la lobby del cemento ai cittadini. L'impossibilità di garantire lo stop al consumo di suolo è la prova evidente di come non sia possibile conciliare oggi il modello estrattivista con i diritti delle persone e dell'ambiente. Difendere oggi boschi ed ecosistemi equivale a difendere l'interesse generale e i diritti delle generazioni che verranno. A Reggio Emilia come in tutta Italia. Facciamo Eco!
“Fermiamo il conflitto scoppiato tra l’umanità e il pianeta”, testo della intervista di Sara Scarafia a David Van Reybrouck – storico, archeologo, filosofo -: (…). Perché dobbiamo partire dalle parole mondo e Terra e dalla loro differenza? «All’inizio (…) ho usato l’immagine del mappamondo che si illumina. Con la luce accesa si vede il mondo, ovvero le capitali, le autostrade e i confini. Con la luce spenta si vede la Terra, il pianeta fisico che ci sostiene. Non possiamo affrontare la sfida planetaria del cambiamento climatico con gli strumenti del mondo. L’attuale governance climatica non funziona per questo: viene attuata attraverso l’Onu, l’Accordo di Parigi, le riunioni annuali della Cop (il vertice annuale sul clima organizzato dalle Nazioni Unite), le istituzioni europee. Ma le Nazioni Unite risalgono alla fine degli anni Quaranta: sono nate per fermare la violenza tra le nazioni, o per ridurla. E hanno svolto un ruolo incredibilmente importante. Ma quello di cui stiamo parlando ora è un conflitto tra l’umanità e il pianeta».
Lei sostiene che bisogna dare la parola ai cittadini. In che modo? «Abbiamo un problema con la diplomazia. E, a livello nazionale, abbiamo un problema con la democrazia: le due cose sono correlate. Abbiamo solo istituzioni internazionali, quindi sono le nazioni che devono collaborare per creare una governance globale. È molto difficile. Le democrazie ridotte ai partiti politici sono in una posizione scomoda per affrontare fenomeni di grande portata».
Aveva scritto anche un saggio, “Contro le elezioni”: qual è la sua tesi? «Mi ha colpito il fatto che ci siano tredici Paesi europei che hanno istituito assemblee civiche nazionali per il clima. L’Italia non è tra questi. E viene fuori che quello che i cittadini raccomandano è molto più ambizioso, molto più audace e molto più coerente di quanto i politici riescano a proporre. I partiti pensano a breve termine, il cambiamento climatico ha bisogno di strategia di lungo termine. (…), ora ci sono luoghi, da Bruxelles a Parigi, in cui le assemblee cittadine sono permanenti. Abbiamo iniziato nella zona di lingua tedesca del Belgio: il primo posto al mondo nel quale, accanto al Parlamento, esiste un Consiglio dei cittadini composto da un gran numero di persone».
Perché la diplomazia attuale non basta? «Sono rimasto davvero impressionato dai primi tentativi di organizzare un’Assemblea Globale dei Cittadini, con lo stesso modello applicato in Belgio, ma a livello globale. Al momento si svolge solo online ma è già impressionante vedere cosa possono fare le persone se hanno la possibilità di parlare tra loro. I risultati ottenuti in 30 anni di Cop non hanno portato a nulla. Il mio sogno è che quest’anno, in occasione della prossima Cop, e negli anni a venire, nella “zona blu” dove si svolgono i negoziati politici non ci siano solo delegazioni nazionali, ma anche cittadini che rappresentino la diversità dell’umanità. Abbiamo bisogno di un’autorità morale globale, che al momento non abbiamo».
Bisogna superare la sovranità nazionale per affrontare il cambiamento climatico? «Abbiamo il privilegio di vivere nell’unico posto al mondo, l’Unione Europea, dove è stato già fatto. La difesa e la sicurezza sono state recentemente integrate. Con l’arrivo della pandemia abbiamo deciso che era molto più sensato acquistare mascherine e vaccini insieme, come Unione Europea».
È l’estate più calda mai registrata: cosa si aspetta dal prossimo futuro? «Colpi di calore, morti in massa, degrado degli ecosistemi, inondazioni su vasta scala, fenomeni meteorologici estremi. Ci sono nove limiti planetari. Sette sono stati superati».
Ha criticato la presenza delle lobby all’interno della Cop. «I Paesi che ospitano la Cop non possono più essere Stati petroliferi che non prendono sul serio le proprie politiche in termini di rispetto degli obblighi previsti dall’Accordo di Parigi. So che quello che suggerisco è un grande salto. Ma pensiamo a Immanuel Kant: fu lui il primo, nel periodo d’oro della diplomazia bilaterale alla fine del XVIII secolo, a dire che per avere una pace eterna dovevamo creare federazioni di Stati-nazione. L’Unione Europea oggi non è altro che la concretizzazione di quell’idea kantiana».
Può esistere un’intelligenza naturale contrapposta all’intelligenza artificiale? «La “ragione di Stato” di Machiavelli è ancora presente ma si tratta di un concetto molto occidentale. E penso che se vogliamo aggiornare la nostra diplomazia oggi, dovremmo trarre più insegnamenti dalle tradizioni non occidentali e indigene».
L’IA consuma tantissime risorse. Si può trovare un equilibrio tra progresso e ambiente? «Come ogni tecnologia, l’IA è ambivalente. Un paio di mesi fa ho incontrato Papa Leone XIV in Vaticano. Ero a Roma, in occasione del centenario della Libreria editrice vaticana. E l’ho ringraziato per la sua enciclica molto saggia: si tratta di una nuova tecnologia che dovrebbe essere al servizio del bene comune e non solo di alcuni imperi tecnologici. Spero che diventi meno dispendiosa in termini di risorse naturali, acqua ed elettricità. È come le macchine a vapore del 1760. Può diventare più ecologica e più potente, ma non nelle mani di pochi operatori: deve essere a disposizione di tutti».
Ha scritto “Congo”. Attualmente il Paese vive una tragica epidemia di Ebola. Perché c’entra con il clima? «Molte delle sfide che il Pianeta deve affrontare oggi si concentrano nell’emergenza Ebola: la crisi della politica, la crisi della scienza, il senso di abbandono e frustrazione tra le popolazioni congolesi, il drammatico crollo dell’ordine mondiale internazionale del dopoguerra, la fine degli aiuti statunitensi».
N.d.r. I testi sopra riportati di Michele Serra e di Sara Scarafia sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” di ieri, martedì 25 di agosto 2026.


