“Il mondo intero sull’orlo dell’abisso ma la politica è assente”, testo della intervista di Luca Fraioli al professore Mauro Ceruti – direttore del “Centro di ricerca sui sistemi complessi” presso l’Università Iulm di Milano -: «Siamo sull’orlo dell’abisso. L’umanità è diventata una specie potenzialmente suicida. Prima con l’atomica. Ora si è aggiunta la crisi climatica che, mi viene da dire, è il solo grande problema, perché al suo interno racchiude tutte le altre questioni globali, dalle migrazioni ai conflitti».
(…). Professor Ceruti, ha letto l’intervento di Antonio Scurati su Repubblica? «Sì e trovo che colga con grande efficacia i grandi problemi antropologici del nostro tempo. Viviamo una condizione inedita e complessa, ma rischiamo di leggerla con occhiali obsoleti. Complessa perché tutto è interconnesso, a partire dalla questione del clima che non è interpretabile in modo separato dalle altre crisi».
Invece, come racconta Scurati, siamo “schienati”, rassegnati. Perché? «C’è una rimozione nel senso psicoanalitico del termine. Ma mentre in Freud le angosce che portavano alla rimozione avevano a che fare con la malattia, la morte, la precarietà dell’esistenza umana, oggi siamo alle prese con angosce politiche. La distanza fra ciò che io come individuo posso fare e l’enormità del problema provoca rassegnazione fino all’estremo, oggi è più diffusa perfino della negazione climatica».
E la politica che non agisce di fronte all’emergenza di una estate da record? È rassegnata o negazionista? «Il negazionismo climatico è estremamente diffuso, soprattutto tra le destre radicali. Corrisponde a una forma di cultura ipersemplificatrice, che riduce la complessità della crisi planetaria, di volta in volta indicando un untore, un capo espiatorio, ultimamente soprattutto gli immigrati. E poi c’è anche una parte della classe politica che fa da supporto agli interessi delle lobby dei combustibili fossili».
Che tipo di politica servirebbe? «Di fronte ai due pericoli esistenziali, l’atomica e il clima, occorre un’assunzione di responsabilità nel costruire di politiche di solidarietà globale. Paradossalmente, assistiamo alla rinascita di sovranismi, identitarismi, nazionalismi: padroni a casa nostra. Ma tutte le crisi di questa epoca non hanno confini: riscaldamento globale, armamenti, energia. Come si può pensare di affrontarli invocando la sovranità nazionale?».
Un punto di svolta è stata la rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Qualcuno dice: quattro anni sembrano tanti, ma passano. Basterà attendere? «Aspettare non favorisce mai un cambiamento positivo, anzi favorisce il radicamento. E poi Trump è stato eletto da centinaia di milioni di americani: il problema non è cambiare un presidente da un giorno all’altro. Inoltre, nei sistemi complessi se si supera una soglia di discontinuità certe tendenze possono diventare irreversibili».
Abbiamo detto della rassegnazione, ma in tutto questo l’opinione pubblica, che oggi sperimenta sulla sua pelle la crisi delle temperature, che ruolo può avere? «Non è il mondo del Novecento, non c’è più la società con i suoi corpi intermedi, con le classi organizzate da partiti, sindacati, Chiesa e altre istituzioni culturali. E così prevalgono le logiche dei social: violenza, negazionismo, mancanza di conoscenza e di coscienza del rischio che l’umanità sta correndo. Nonostante, mai come oggi, la scienza sia in grado di dircelo».
Se fino a qualche tempo fa gli scienziati potevano essere additati come Cassandre, profeti di sventura, ora ci sono i fatti a dimostrare la gravità della crisi. Cos’altro deve succedere? «In effetti, le conseguenze del riscaldamento globale di quest’estate sono paragonabili a quelle di una pandemia: in una sola settimana, nell’ondata di calore di giugno, in Europa sono morte 10mila persone in più. E però da parte dei governi, e in particolare dei governi come il nostro, delle destre radicali, non solo non si menziona il problema climatico ma addirittura si afferma che le politiche ambientali sono sconsiderate, costose, lontane dai bisogni delle persone, nascondendo i molto maggiori costi prodotti dal riscaldamento globale».
E le opposizioni? «Se le destre negano, le sinistre globali senz’altro non brillano. Sono silenti, non hanno una visione di lungo periodo, ma solo elettoralistica. Pensano che la battaglia per il clima sia impopolare, perché danno per scontato che gli argomenti negazionisti colgano di più la pancia degli elettori. Ma con questa strategia, finisce sempre per vincere l’originale».
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, lunedì 17 di agosto 2026.


