"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 28 settembre 2026

DalMondo. 12 «Promemoria quotidiano antifascista».


1 settembre.  Theodor W. Adorno analizza la mentalità fascista.  Per un promemoria quotidiano: "I fascisti, fino all'ultimo demagogo di provincia, sono particolarmente affezionati alle cerimonie rituali e alle differenziazioni gerarchiche".

3 settembre. "Hitler abolì il ruolo tradizionale del padre amorevole per sostituirlo con quello negativo di un'autorità minacciosa".

4 settembre. "La tecnica dei demagoghi fascisti è quella degli ipnotizzatori. E la loro tendenza tipica è quella di calpestare coloro che si trovano in basso, di perseguitare le minoranze deboli e indifese".

6 settembre. "Come ribellione contro la cultura, il fascismo non è solo ritorno all'arcaico, è anche la riproduzione dell'arcaico all'interno della cultura".

8 settembre. "Nel fascismo gli individui sono sottoposti a repressioni che li riducano a membri del gruppo".

9 settembre. "Ciò che viene risvegliato è l'idea di una personalità superiore da temere, verso cui avere un atteggiamento passivo-masochistico".

11 settembre. "L'attivismo fascista è centrato sulla figura del capo e del padre primordiale onnipossente e minaccioso che non si osa guardare in faccia".

14 settembre. "La propaganda fascista è sempre personalizzata, affinché la volontà dei singoli sia costretta ad assoggettarsi".

15 settembre. "L'individuo fascista rinuncia al suo ideale individuale per sostituirlo con l'ideale del gruppo".

16 settembre. "Hitler mirava a impersonare qualcosa fra King Kong e un barbiere di periferia".

P. S. personale. Il fascismo è la malavita ai vertici dello Stato. La mentalità fascista preannuncia il fascismo. (Tratto da “Promemoria quotidiana antifascista” di Alfonso Berardinelli, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 25 di settembre 2026).

“Il fascismo eterno” di Umberto Eco, alle pagine 24/31: (…). Fu solo negli anni trenta che movimenti fascisti fecero la loro comparsa in Inghilterra, con Mosley, e in Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Grecia, Iugoslavia, Spagna, Portogallo, Norvegia, e persino in America del Sud, per non parlare della Germania. Fu il fascismo italiano a convincere molti leader liberali europei che il nuovo regime stesse attuando interessanti riforme sociali in grado di fornire un'alternativa moderatamente rivoluzionaria alla minaccia comunista. Tuttavia, la priorità storica non mi sembra una ragione sufficiente per spiegare perché la parola "fascismo" divenne una sineddoche, una denominazione pars pro toto per movimenti totalitari diversi. Non serve dire che il fascismo conteneva in sé tutti gli elementi dei totalitarismi successivi, per così dire, "in stato quintessenziale". Al contrario, il fascismo non possedeva alcuna quintessenza, e neppure una singola essenza. Il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni. Si può forse concepire un movimento totalitario che riesca a mettere insieme monarchia e rivoluzione, esercito regio e milizia personale di Mussolini, i privilegi concessi alla chiesa e una educazione statale che esaltava la violenza, il controllo assoluto e il libero mercato? Il partito fascista era nato proclamando il suo nuovo ordine rivoluzionario ma era finanziato dai proprietari terrieri più conservatori, che si aspettavano una controrivoluzione. Il fascismo degli inizi era repubblicano e sopravvisse per vent'anni proclamando la sua lealtà alla famiglia reale, permettendo a un "duce" di tirare avanti sottobraccio a un "re" cui offerse anche il titolo di "imperatore". Ma quando nel 1943 il re licenziò Mussolini, il partito riapparve due mesi dopo, con l'aiuto dei tedeschi, sotto la bandiera di una repubblica "sociale", riciclando la sua vecchia partitura rivoluzionaria, arricchita di accentuazioni quasi giacobine. Ci fu una sola architettura nazista, e una sola arte nazista. Se l'architetto nazista era Speer, non c'era posto per Mies van der Rohe. Allo stesso modo, sotto Stalin, se Lamarck aveva ragione non c'era posto per Darwin. A contrario, vi furono certamente degli architetti fascisti, ma accanto ai loro pseudocolossei sorsero anche dei nuovi edifici ispirati al moderno razionalismo di Gropius. Non ci fu uno Zdanov fascista. In Italia ci furono due importanti premi artistici: il Premio Cremona era controllato da un fascista incolto e fanatico come Farinacci, che incoraggiava un'arte propagandistica (mi ricordo di quadri intitolati Ascoltando alla radio un discorso del Duce o Stati mentali creati dal Fascismo), e il Premio Bergamo, sponsorizzato da un fascista colto e ragionevolmente tollerante come Bottai, che proteggeva l'arte per l'arte e le nuove esperienze dell'arte d'avanguardia che in Germania erano state bandite come corrotte e criptocomuniste, contrarie al Kitsch nibelungico, il solo ammesso. Il poeta nazionale era d'Annunzio, un dandy che in Germania o in Russia sarebbe stato mandato davanti al plotone d'esecuzione. Venne assunto al rango di Vate del regime per il suo nazionalismo e il suo culto dell'eroismo - con l'aggiunta di forti dosi di decadentismo francese. Prendiamo il futurismo. Avrebbe dovuto essere considerato un esempio di entartete Kunst, così come l'espressionismo, il cubismo, il surrealismo. Ma i primi futuristi italiani erano nazionalisti, favorirono per ragioni estetiche la partecipazione italiana alla prima guerra mondiale, celebrarono la velocità, la violenza, il rischio, e in certo modo questi aspetti sembrarono vicini al culto fascista della gioventù. Quando il fascismo si identificò con l'impero romano e riscoprì le tradizioni rurali, Marinetti ( che proclamava una automobile più bella della Vittoria di Samotracia e voleva persino uccidere il chiaro di luna) venne nominato membro dell'Accademia d'Italia, che trattava il chiaro di luna con grande rispetto. Molti dei futuri partigiani, e dei futuri intellettuali del partito comunista, vennero educati dal GUF, l'associazione fascista degli studenti universitari, che doveva essere la culla della nuova cultura fascista. Questi club divennero una sorta di calderone intellettuale in cui le nuove idee circolavano senza alcun reale controllo ideologico, non tanto perché gli uomini di partito fossero tolleranti, quanto perché pochi di loro possedevano gli strumenti intellettuali per controllarle. Nel corso di quel ventennio, la poesia degli ermetici rappresentò una reazione allo stile pomposo del regime: a questi poeti venne permesso di elaborare la loro protesta letteraria dall'interno della torre d'avorio. Il sentire degli ermetici era esattamente il contrario del culto fascista dell'ottimismo e dell'eroismo. Il regime tollerava questo dissenso palese, anche se socialmente impercettibile, perché non prestava sufficiente attenzione a un gergo così oscuro. Il che non significa che il fascismo italiano fosse tollerante. Gramsci venne messo in prigione fino alla morte, Matteotti e i fratelli Rosselli vennero assassinati, la libera stampa soppressa, i sindacati smantellati, i dissidenti politici confinati su isole remote, il potere legislativo divenne una mera finzione e quello esecutivo (che controllava il giudiziario, come pure i mass media) emanava direttamente le nuove leggi, tra le quali vi furono anche quelle per la difesa della razza (l'appoggio formale italiano all'Olocausto).

domenica 27 settembre 2026

MaldItalia. 10 Antonio Tajani, ministro: «Il generale Almasri rimpatriato? Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte Penale Internazionale”».


Se vivessimo nel famoso “paese normale”, nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che ha accoltellato la prof a Roma, e di che colore è la sua pelle. E nessuno si chiederebbe dove è nato il ragazzino che l’ha soccorsa, e di che colore è la sua pelle. Staremmo discutendo di ragazzini e basta; della loro fragilità e della loro esposizione alla violenza, che i social trasmettono come i ratti e le pulci la peste; e della loro capacità di empatia, per aiutare una vittima e neutralizzare un aggressore. Invece ci tocca la classificazione etnica dei protagonisti, è il bianco indigeno che ha offeso, è il nero importato che ha difeso; e in aggiunta ci tocca la mesta analisi delle idee della prof, che ama Almirante e di conseguenza “difende la razza”, è a favore della remigrazione che è un poco come essere a favore del ritorno del dentifricio nel tubetto, ma si sa che tra l’ideologia e l’intelligenza non sempre c’è un nesso. Cosa che non la rende meno vittima, quella prof, e meno degna di soccorso e di solidarietà: ma oramai il quadro è avvelenato, niente è più leggibile per come la realtà lo ha scritto, anni e anni di schifoso razzismo e di disperato, affannato antirazzismo hanno trasfigurato le parole e gli sguardi. A parti invertite (il nero che assale, il bianco che difende) la storia sarebbe diventata una bandiera per l’oscena propaganda razzista, che ha piantato le tende, da anni, nelle prime pagine dei giornali di destra. La sola risposta intelligente e civile sarebbe ignorare totalmente quel criterio di giudizio. Non invertirlo: proprio ignorarlo. Non approfittare del fatto che è stato il bianco a violare e il nero a proteggere. Mi chiedo se ci siano ancora margini per farlo, e temo di no. La lettura cromatica degli episodi di cronaca è di per sé stessa una vittoria del razzismo. (Tratto da “I colori della cronaca” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 20 di settembre 2026).