"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 19 giugno 2026

MadreTerra. 76 Vito Teti: «Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata».


(…). …la casa lasciata restava edificata nella memoria, restava come desiderio del ritorno, anche quando diventava chiaro che nessun ritorno sarebbe stato più possibile. Ho visto spesso persone che tornavano e che non volevano più entrare nella casa vuota, chiusa, magari con qualche erbaccia alla porta o alle pareti. La soglia, come limen tra passato e presente, segna la cesura tra sogno e realtà, tra noto e ignoto, tra un io che è partito e un io che torna e che però non può più tornare del tutto e per sempre. Questo sentimento invade chi ritorna e percepisce che tutta la vita è diventata altro dopo aver varcato la soglia in uscita. La casa vuota era la fine di tutto. Una tradizione, che risale al mondo antico, vuole che subito dopo la morte l'anima del defunto parta per un viaggio mitico per attraversare il «ponte di San Giacomo», un ponte che in questa narrazione ha lo spessore di un capello, che non può essere oltrepassato se si è gravati di peccati (Lombardi Satriani e Meligrana 1989). Non poter iniziare questo viaggio dal proprio letto, tra gli affetti dei propri cari, tra le preghiere che agevolano il cammino, veniva considerato un esito disordinato del proprio progetto di vita. Il lutto si elabora nella propria casa. Le case di paese quasi mai sono costruzioni banali, seriali. Ogni casa ha una sua personalità, un carattere distintivo, una somiglianza spiccata con il contesto e con il suo proprietario, tanto più nei centri arroccati e appesi, veri e propri miracoli di equilibrio e di abilità costruttiva, frutto di genialità, di storie ripetute di abbandoni e di ricostruzione. Spesso, nel passato, le abitazioni povere erano insicure; a volte erano solo baracche nelle quali convivevano molte persone e, non di rado, lo facevano con gli animali domestici. Ciononostante, la perdita della propria casa poteva configurarsi non come «la fine di un mondo» ma, più drammaticamente, come «la fine del mondo». Chi lasciava la casa lo faceva solo per un tempo limitato alla sua ristrutturazione, o a volte per costruirne una migliore. Per chi restava la casa era l'ancoraggio della propria presenza; per chi partiva era pegno di memoria, certezza di essere attesi. È per tutto questo che ho trovato insensati e irrispettosi alcuni inviti retorici a ripopolare i paesi, a riabitare le case vuote di chi è andato via, quasi come se fossero edifici senza memorie, senza storia, prive di un senso proprio. Nelle spopolate aree interne, nella speranza di attrarre residenti, è stata proposta più volte la vendita «a un euro» delle case abbandonate dai proprietari. Si tratta dello slogan di una presunta azione di salvaguardia che, però, è rivolta alla vita degli immobili e non a quella delle persone, che punta ad attivare microcircuiti edilizi, che incoraggia le fughe-singhiozzo dalle città invivibili, ma che in nessun modo si configura come un progetto organico teso alla costruzione di nuovi legami comunitari. (…). (Tratto da “La restanza” – pagg. 72/73 – di Vito Teti - calabrese di San Nicola da Crissa, scrittore, già antropologo presso l’Università della Calabria, saggista – edito da Einaudi, 2022).

“Torniamo ad abitare le solitudini”, testo di Vito Teti pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 14 di giugno 2026: C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola "cultura" e la parola "coltura" condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l'essere umano, l'animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l'emorragia dell'abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l'uomo e il territorio sembra minacciato dall'avanzare di una cupa ideologia della fine. L'idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di "paesi fantasmi", si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all'abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l'etnologo in un archeologo della memoria.  James Clifford leggeva nella nostra disciplina una «scienza del lutto», un esercizio in cui l'altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell'estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d'altro canto, scivolare nell'errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica «ingiustizia discorsiva» verso i margini, è necessaria un'inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un'assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l'attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l'esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive. I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d'inverno a barriere spettrali davanti al mare.