Questa bottiglia di alabastro è stata realizzata tra il 550 e il 330 avanti Cristo. Ed è stata trovata a Gaza. In quel periodo, scrive Jean-Pierre Filiu nella sua Storia di Gaza (…), Gaza era sotto il governo dell'impero persiano (la Persia, l'Iran di oggi...), e «prospera quale crocevia commerciale tra l'Egitto e il Levante, nonché come sbocco marittimo della via carovaniera proveniente dall'Arabia Felix, l'odierno Yemen, celebre per le sue spezie e per le pietre preziose. In cambio, la città diffonde nella regione la moneta ateniese (al punto da imitarne le emissioni nei propri laboratori) e la ceramica attica. Attorno al 450 a.C., Erodoto paragona Gaza (che egli chiama "Cadytìs") ai più grandi centri urbani dell'Asia Minore». Questa bottiglia ci dice che Gaza ha avuto una storia: una grandissima storia. Non è solo una prigione a cielo aperto o un campo di sterminio, anzi di genocidio. No, è stata e potrebbe ancora essere una delle grandi città del Mediterraneo orientale, carica di storia e carica di futuro. È una storia che oggi, in Occidente, non si racconta. Perché si dovrebbe anche raccontare che Gaza l'abbiamo distrutta noi, con il suo straordinario e maciullato patrimonio culturale. Noi siamo i talebani, noi l'Isis: noi i vandali, noi i criminali. Noi occidentali, alleati di Israele, che ci ostiniamo a chiamare democrazia anche se pratica l'apartheid, e la guerra come unica dimensione esistenziale. Ebbene, oggi quella bottiglia è in mostra a Torino, alla Fondazione Merz, insieme a moltissimi altri reperti provenienti dalle collezioni palestinesi messe in salvo a Ginevra. E insieme ad opere del Museo Egizio di Torino e ad alcune meravigliose opere e installazioni di artisti di oggi. Il titolo di questa mostra è Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Queste ultime parole sono di Carlo Levi: e sono perfette per farci capire che tutta l'antica bellezza di queste opere, l'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre. Cresciute nella stessa bellezza antica che sola può oggi parlarci di futuro: se sapremo vedere, se sapremo ascoltare. Nonostante la sordità e la cecità di chi ci governa. Nonostante il nostro egoismo occidentale. Nonostante tutto. (Tratto da “Dai reperti preziosi la grandissima storia di Gaza” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del primo di maggio 2026).
“Netanyahu e la trappola di guerra: più Israele ha paura, più voterà per lui”, testo della intervista di Rachida El Azzouzi pubblicata sul giornale online “Mediapart” e riportata su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 4 di maggio 2026: Tra le centinaia di israeliani e palestinesi che hanno partecipato al Peoples Peace Summit giovedì scorso a Tel Aviv c'erano anche Aziz Abu Sarah e Maoz Inon. Il primo, palestinese, aveva dieci anni quando suo fratello morì sotto la tortura in una prigione israeliana durante la Prima Intifada. Il secondo, israeliano, ha perso i genitori durante l'attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 ad un kibbutz al confine con Gaza. Eppure i due sono amici e hanno appena pubblicato il libro “La paix est notre avenir. Un voyage de réconciliation en Terre sainte” (…), un "viaggio di riconciliazione in Terra Santa", dal deserto del Negev a Giaffa, passando per Nazareth, Betlemme e Gerusalemme, durante il quale Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, che lavorano nel settore del turismo, incontrano donne e uomini che rifiutano le bombe e vogliono "costruire la pace". Mediapart li ha intervistati. Molti ritengono che il vostro progetto sia utopico....
Maoz Inon: Non siamo ingenui, sappiamo che la pace è il nostro futuro. Nella mia famiglia eredevamo tutti che il muro che separa Israele da Gaza, a soli 200 metri dalla casa dei miei genitori, a Netiv HaAsara, li avrebbe protetti. Tutti tranne mia nipote, la più giovane, che aveva paura di passare la notte dai nonni. E aveva ragione. Il potere del sogno è il solo che può cambiare la realtà, in Israele e Palestina ma anche in Iran, in Libano, in Europa e negli Stati Uniti. Ce lo hanno insegnato Nelson Mandela e Martin Luther King. Il 7 ottobre ho perso i miei genitori, ma ho guadagnato un fratello, Aziz.
Aziz Abu Sarah: Bisogna smettere di pensare che le bombe siano la sola soluzione in Israele e Palestina. Essere una minoranza non deve scoraggiarci. Quando i coloni hanno iniziato a insediarsi in Cisgiordania, erano una minoranza. Ciò non ha impedito loro di colonizzare una parte del territorio. E continuano a farlo. All'inizio di aprile, il governo israeliano ha autorizzato 34 nuove colonie.
Cosa pensate di questo governo? Maoz Inon: Sono estremisti che impongono una deformazione del giudaismo e stanno distruggendo lo Stato di Israele. L'esercito commette crimini di guerra in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Iran. La polizia si sta trasformando in polizia politica. Spetta a noi, società civile, creare un'alternativa perché non ci scippino anche il nostro futuro.
Aziz Abu Sarah. Bisogna denunciare il governo israeliano ovunque nel mondo, invece, Europa e Stati Uniti continuano a fornirgli armi: non si può dire di voler la pace e al tempo stesso sostenere le guerre di Israele. Bombardare i civili, come Israele fa a Gaza o in Libano, non danneggia Hamas o Hezbollah, li rinforza. E il governo israeliano lo sa, per questo vuole che la guerra continui: più gli israeliani avranno paura, più continueranno a votarli. Gaza oggi è distrutta, man on Hamas.


