"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 22 settembre 2026

Cosedettecosì. 62 “Della umana condizione”.


La lettera era datata 18 settembre 1952 (eravamo ormai al 22 settembre) e lo indicava il seguente indirizzo: «Fermo posta», Coalmont» (Non «Virginia», non «Pennsylvania», non «Tennessee»... e neppure «Coalmont», del resto... ho camuffato tutto, amor mio). Opportune ricerche appurarono che si trattava di un piccolo centro industriale a circa milletrecento chilometri da New York. Pensai dapprima di viaggiare per tutto il giorno e per tutta la notte, ma poi cambiai idea e mi riposai per un paio d'ore, verso l'alba, nella stanza di un albergo per automobilisti, pochi chilometri prima della cittadina. Ero pervenuto alla conclusione che il demone, questo Schiller, fosse un rappresentante di automobili e che avesse forse conosciuto la mia Lolita dandole un passaggio a Beardsley - il giorno in cui ella aveva forato una gomma della bicicletta mentre si recava dalla signorina Emperor - e combinando magari qualche pasticcio sin da allora. (Tratto da “Lolita” – 1955 – di Vladimir Nabokov).

DellaUmanaCondizione”. 1 “Senza conflitto mai”: Poi, a un certo punto, avevamo litigato. Una telefonata brusca, un rimprovero, un vaffanculo, suo, per chiudere il rapporto e per non deroga re da un'essenza che era soprattutto conflitto. Antonio Pennacchi, morto cinque anni fa in piena estate, lo inseguiva come il contadino Era nutrimento e ispirazione, esigenza e obbligo naturale. D'altra parte era stato in lotta per tutta la vita. Senza conflitto Pennacchi non avrebbe scritto e noi ci saremmo persi l'epopea della sua famiglia, del padre trattorista impegnato nelle bonifiche e dei suoi molti fratelli precipitati nell'agro pontino negli anni 20. Antonio voleva bene a tutti, ma più di tutti voleva bene a Gianni detto Sciarpa bianca, il fratello giornalista che in pieno '68, tra i viali dell'università, portava al collo un candido foulard e che era morto per un'emorragia interna poche ore dopo essere caduto da una scala mentre preparava l'albero di Natale. La vita era sempre stata severa con i Pennacchi, ma loro si erano concessi il lusso dell'avventura e dell'incoerenza, trasformando le porte in faccia in patenti di diversità e la fatica in letteratura. Cresciuti in un contesto selvaggio in cui le rivalità tra borghi, paesi e quartieri erano materia per cori, sassaiole e agguati western: «Il sogno del sezzese la mattina è affacciarsi e non vedere più Latina». I fratelli se le erano date vicendevolmente quando i rapporti di forza erano sottoposti a verifiche quotidiane: «Ahò, correte, i Pennacchi se menano», per poi amarsi senza condizioni nel successivo mezzo secolo. Erano stati decenni di contraddizioni, entusiasmi stagionali, cambi di prospettiva e di idee. Missino, maoista, socialista lombardiano, comunista, operaio, sindacalista, agitatore. Antonio che da ragazzo era stato persino in convento e aveva trascorso la maturità in fabbrica, alla Fulgorcavi, non sopportava la calma, ma aveva imparato a conoscere il compromesso. Non più immondo patto peggiorativo, sconfitta, ma occasione per spezzare la catena e poter andare, finalmente libero, a rielaborare i ricordi. Quindi piegato da ernie e infarti si era fatto liquidare dai "padroni" e si era messo a scrivere il suo primo romanzo, Mammut. Lo aveva mandato a 33 editori - ad alcuni più volte - e aveva ricevuto cinquantasei rifiuti. Poi un giorno, stanco di aspettare, aveva caricato di fotocopie la 127 e con sua moglie Ivana era partito alla volta di Milano solo perché consegnare il tomo a mano, una mattina in cui era più nervoso del solito, gli era parsa la migliore delle idee. Poi, fuori tempo massimo, si accorsero di lui. Quelli che lo avevano ignorato per anni tremavano quando doveva parlare in pubblico, ma lo blandivano. Gli assegnarono il premio Strega che non lo placò, ma gli restituì una tribuna che con il basco in testa, gli occhiali e il fazzoletto rosso al collo Pennacchi occupava con una soddisfazione che non riusciva a occultare. In provincia, le cose arrivano con un'altra forza. Ci si mette ancora intorno al tavolo e se qualcuno legge il tuo nome sul giornale l'emozione dura più di trenta secondi. Pennacchi era rimasto ancorato alle origini e non immaginava potesse esistere un posto più bello di Borgo Podgora o degli intonaci rossi delle case popolari di Latina con le sue strade larghe per giocare a pallone. Era stato a Siena e dal suo reticolo di vicoli e ombre allungate, lui che veniva da una città «in cui non esiste una casa su cui non batta il sole» ne aveva ricavato un'impressione tutta sua: «Che vi devo dire? A me pare che fa schifo Siena». Era la stessa frase che tanta gente diceva di Latina e che Palude, il protagonista del suo romanzo più bello, ascoltava più spesso. Un giorno più nero di altri, sbottò: «Ma se proprio ti fa schifo perché non te ne vai a morìammazzato al paese tuo?», Sarebbe stato il destino di Antonio e quel giorno, felice, avrebbe saputo di essere nell'unico posto in cui andarsene non confinava con il dolore.

DellaUmanaCondizione”. 2 “Una leggenda urbana”: Ora che si è aperta Night, l'antologica di Maurizio Cattelan alla Neue Nationalgalerie di Berlino, viene voglia di raccontare qualche stupido aneddoto della strana condivisione di casa che facemmo io e lui in viale Bligny a Milano, a metà degli anni Novanta. Maurizio era appena riuscito a mettere a segno un colpo formidabile: raccogliere i fondi dai maggiori rappresentanti del mondo dell'arte in modo da assegnare a un artista una borsa per non lavorare (Oblomov si chiamava - non a caso - la fondazione che aveva messo in piedi) che poi alla fine si era autoattribuito, con un guizzo favoloso. Insomma andava a New York in cerca di fortuna. C'era questo cubo di casa che assomigliava quasi a una galleria, solo pareti bianche senza niente e pavimento di parquet, e poi il letto, la cucina, ecc, venivano fuori da incavi nel muro, come in quel vecchio film con Pozzetto. Il deal era questo: io pagavo pochissimo ma lui poteva tornare ogni tanto e rimpossessarsi del cubo. La maggior parte delle volte la cosa avveniva in modo rocambolesco, non tenendo io un calendario (per la quantità di pacchi che gli tiravo in continuazione mi ero anche guadagnato un soprannome: "Bidonetti", che non è mai più venuto meno). Bligny 42 ha rappresentato per anni e anni una leggenda urbana assoluta. Il grosso caseggiato era in origine un carcere. Era quindi composto di centinaia di celle - trasformate poi in monolocali - e lunghi corridoi bui. Era abitato da qualunque etnia vi possa venire in mente e da qualsiasi genere sessuale e miracolosamente gestito da una portinaia geniale (con la gotta) che distribuiva ogni giorno la posta coi nomi più impossibili che possiate immaginare. Una macchina quasi da Turing, se non fosse per quel suo vizietto di spacciare eroina dal gabbiotto d'ingresso. In tal senso un'altra popolazione temporanea si univa di notte al resto del circo. Le risse tra i barboncini delle trans, che tiravano sù una polvere del diavolo, erano leggendarie la domenica mattina. Trans che incontravi dentro i budelli scuri della ex galera magari con businessmen con cui avevi fatto riunione quella mattina. Tutto stupendo.