"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 9 luglio 2026

DalMondo. 04 “Il mondo al baratro?”.


9 luglio, mezzanotte. A forza d’attenzione (tensione) mi è venuto un sonno violento, improvviso. Spiavo i vostri passi, non volendo potermi dire, un giorno, che vi avevo mancato - nel triplamente triste senso di: mancare un'occasione, mancare di rispetto a un'Altezza e - come una madre manca al proprio figlio; foss'anche una sola volta, per colpa mia. Mi sono stesa a terra, la testa sul gradino del balcone, ben al liscio, ben al duro, per non addormentarmi. Alzo gli occhi, i due battenti della porca e tutto il cielo. (Tratto da “Le notti fiorentine” – 1983 – di Marina Cvetaeva).

“Il secolo del grande Sud e il declino occidentale” di Pino Arlacchi: (…). Le guerre del tramonto americano ci hanno messo sotto gli occhi scenari che sembravano futuribili. Quanti di noi credevano che il mondo multipolare, post-americano e post-occidentale, egemonizzato dal Grande Sud, si materializzasse così presto? Chi di noi pensava solo un paio di anni fa che il destino suicida dell’Europa presagito da Nietzsche e da Spengler si manifestasse davvero agli esordi di questo secolo? Ed eccoci qui, invece, intenti a contemplare stupefatti la visione di Toynbee sulle civiltà che si estinguono per suicidio e non per omicidio, per il fallimento delle proprie leadership nel creare risposte adeguate alle nuove sfide. Perché di questo si tratta. I capi dell’Occidente sono incapaci di trovare una soluzione alla sfida lanciata dalla svolta epocale che il pianeta sta attraversando con la fine della “parentesi atlantica” iniziata nel 1492 con Cristoforo Colombo e terminata con la Seconda guerra mondiale. Cosa significa “parentesi atlantica”? E perché è epocale? È epocale perché la minoranza al potere in Occidente ha sottomesso e dominato i popoli della Terra per 450 anni. Ed è una parentesi perché l’arco di tempo può apparire enorme per la storia di tutti i giorni, ma è normale, contenuto, alla luce della Grande Storia. L’Occidente ha avuto la sua stagione di gloria cavalcando l’onda di un capitalismo europeo lanciato alla conquista del mondo: dalla città-stato italiane del 1400-1500, all’Olanda del 1600-1700, alla Gran Bretagna del 1800 al ribaldo capitalismo americano dei nostri tempi. Fino a che – roso dal suo male oscuro della violenza e della guerra, arrivato sull’orlo dell’autodistruzione negli anni 40 del Novecento – l’Occidente ha iniziato ad arretrare di fronte alla reazione del resto del mondo. La reazione dei colonizzati, dei dannati della Terra, l’ex Terzo mondo diventato adesso Grande Sud. Il nostro secolo è quello della rinascita del Grande Sud: un contro-movimento possente, che in una prima fase si è sviluppato in termini di emancipazione politica, con l’indipendenza dell’India, della Cina e di altri cento e più paesi dal 1947 fino all’inizio degli anni 70. Per acquisire poi, dopo gli anni 90, una graduale sovranità economica globale, facilitata dall’inizio della fase terminale del declino Usa. Noi che abbiamo la fortuna di vivere in questa era di transizione egemonica dobbiamo essere preparati a riconoscere il cammino di ritorno del mondo verso il suo equilibrio plurimillenario, segnato dalla preminenza economica, demografica, tecnologica e culturale dell’Asia orientale. Un primato che è un bene comune portatore di stabilità e di pace, dato il patrimonio di avversione alla violenza dell’Asia profonda. Asia e non solo Cina, attenzione. La Cina è solo la parte più avanzata di un tutto regionale più vasto, che coesiste con altri poli regionali. E che si basa su un sistema originale, di segno opposto al capitalismo finanziario. Un sistema misto, capitalistico, semi-capitalistico e non-capitalistico, in cui è lo Stato il regista dell’economia nazionale e non il mercato o il capitale finanziario. Un sistema che Adam Smith avrebbe chiamato “la via naturale verso lo sviluppo”. E che il mio amico André Gunder Frank ha denominato “ReOrient”. È dentro questi argini che scorre il fiume in piena delle grandi trasformazioni in corso. L’Europa sta tornando a essere quella modesta, turbolenta penisola dell’Asia occidentale che è sempre stata. E gli Usa stanno trovando il loro posto di potenza continentale relativamente solitaria, lontana dal centro egemonico eurasiatico. Questi sono i mega-trend in atto, e che emergono rafforzati dalla pausa dello scontro Usa-Iran. Devo solo aggiungere che non è detto che le ricadute dell’avanzata del Grande Sud siano così positive come si potrebbe inferire dai ragionamenti di cui sopra. Le civiltà che declinano – ci insegna ancora Toynbee – tendono a essere guidate da élite che perdono il contatto con la realtà, non ammettono la loro incapacità di fronteggiare le sfide e sono inclini a inventare stratagemmi di sopravvivenza che si rivelano irrazionali e dannosi per se stesse e per le masse dominate. E siccome non si vede l’ombra, né in Europa né negli Usa, di una superiore alternativa in campo, è probabile che il ciclo delle più recenti guerre e tragedie occidentali non si esaurisca così presto come tutti vorremmo.

“In Russia due linee diverse sul futuro della guerra”, testo di Elena Basile: Come ha osservato in un recente intervento pubblico il viceministro degli Esteri Alexander Grushko, già rappresentante permanente presso la Nato dal 2012 al 2018, la Russia dovrebbe porre fine alla guerra con l’Ucraina, ritornando, con una dura rappresaglia, alla deterrenza di cui le potenze occidentali non sembrano voler tener conto.  Gli attacchi ucraini con droni in Siberia, negli Urali, a San Pietroburgo e a Mosca, che hanno mirato a infrastrutture civili, raffinerie di petrolio e aeroporti, costituiscono una teatralità destinata a rinvigorire la propaganda occidentale, ma non cambiano i rapporti di forza né le sorti del conflitto.  La Russia avanza lentamente per evitare troppe perdite umane e in quanto i droni ucraini e il sistema Starlink creano difficoltà. Il ministro della Difesa russo A. Belousov in un dialogo aperto col presidente Putin e l’esercito, ha affermato di essere consapevole delle minacce rappresentate dalle nuove tecnologie fornite a Kiev e di star provvedendo a fronteggiarle. Notizie che apprendo dalla lettura della stampa e non dai miei supposti contatti con l’intelligence e la leadership russa, come sostenuto dal senatore Calenda, al quale purtroppo dovrò rispondere con una querela per diffamazione. Il problema per Mosca è rappresentato dalla durata di una guerra di attrito utilizzata dalla Nato per indebolire la Russia attraverso l’Ucraina per poi, nel 2030, come recitano i documenti Ue e gli stessi leader europei, essere pronti al conflitto diretto. Oggi si fronteggiano due linee strategiche.  Quella di Putin, in minoranza nel Paese, che punta sulla pazienza strategica e sulla possibilità di vincere la guerra sul campo di battaglia, provocando il collasso dell’Ucraina senza ricorrere ad azioni brutali. La strategia suggerita dai falchi come il politologo Karaganov acquisisce sempre maggiori sostenitori tra gli analisti e i rappresentanti governativi nonché nella società civile. Secondo quest’ultima visione la Russia non può permettersi di concentrarsi in una guerra di anni in Ucraina, indebolendosi mentre le potenze occidentali, Germania in testa, rafforzano le proprie capacità militari. Mosca è accerchiata dal cosiddetto cordone sanitario: il fronte nordico baltico a guida Uk, il fronte asiatico con la leadership del Giappone, il fianco sud attraverso il Caucaso, Armenia e Azerbaigian, sotto influenza turca, il fronte Europa dell’est pilotato dalla Polonia. L’utilizzo della deterrenza in Ucraina è secondo molti analisti necessario altrimenti, dopo il 2030, la Russia si scoprirà debole nei confronti della Nato europea che già oggi ha un potenziale militare ed economico superiore. La strategia occidentale mina alla neutralizzazione delle capacità nucleari della Russia al fine di permettere alle multinazionali Usa di accedere alle materie prime e risorse del Paese a proprio vantaggio, vero obiettivo di Trump. Se la Russia non torna alla vera deterrenza contro le politiche neoconservatrici di dominio della Nato potrebbe essere in una situazione di pericolo tale, dopo il 2030, da dover ricorrere all’arma nucleare. Osservare questo dibattito interno alla Russia, razionale e strategico, come purtroppo non esistono in Europa, dà i brividi. Mentre gli occidentali, distratti dai consumi e dall’estate, avanzano in danze macabre verso il precipizio, si decide in Russia il destino della guerra e dell’escalation.