"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 6 maggio 2026

Cosedettecosì. 22 Matteo B. Bianchi: “Mia nonna Dina sapeva leggere e scrivere grazie all'aiuto di una vicina di casa che lavorava in una scuola. Con grande autoironia, diceva: «Gli altri bambini hanno imparato a scrivere dalla maestra, io dalla bidella»”.

 «Mamma, dammi il sole» è la frase che chiude "Spettri" di Henrik Ibsen: qualunque cosa chieda l'infelice Osvald che ne è protagonista (la verità, o una morte pietosa) inchioda la figura materna all'onnipotenza, come è avvenuto per secoli. Eppure, basterebbe leggere le scrittrici, che di maternità hanno scritto moltissimo, salvo venir ricacciate nella definizione di scribacchine sentimentali che non producono vera letteratura. Ma se la letteratura è la famosa ascia che spacca il ghiaccio, ebbene le scrittrici hanno calato quell'ascia anche sulla parte meno rassicurante della maternità, quella di cui non vogliamo sentir parlare: basterebbe leggere “From Medea” di Grazia Verasani o “Mostruosa maternità” di Romana Petri, entrambi sull'infanticidio. Ma le scrittrici raccontano anche il disagio, l'incertezza, a volte il rifiuto che seguono il parto, come ha fatto Rachel Cusk in "Il lavoro di una vita", dove parla apertamente della scissione che avviene fra madre e persona: "Riuscire a essere l'una significa fallire nell'essere l'altra". (…). …e già che ci siamo ricordiamo che in Italia lavora una donna su due, facendo del nostro Paese il fanalino di coda nella UE a 27, e già che ci siamo ricordiamo pure che le donne che lavorano guadagnano in media il 25% in meno degli uomini. E questo si deve sì alle esigue politiche sul welfare ma, viene da pensare, anche alla retorica identitaria che in Italia, e non solo, i governi di destra stanno utilizzando sulla maternità come collante dello Stato: spesso, va detto, con il plauso di molte pensatrici. La presidente del consiglio Meloni ha usato spessissimo questa leva, arrivando a dire, al raduno di Vox del 2021: «Serve una grande battaglia per difendere la famiglia, perché difendere la famiglia significa difendere Dio, la nostra identità e tutto quello che ha contribuito a costruire la nostra civiltà». Del resto, era stato lo stesso Orbàn a dichiarare: «Senza madri ungheresi non ci sarà un'Ungheria» (…). Cose indubbiamente già note. Ma è in questo clima che si alimenta l'identificazione fra sacro e materno, che fa danni non piccoli. Qualche giorno fa, sul quotidiano Avvenire, il poeta (e curatore di musei e festival e celebrazioni francescane) Davide Rondoni ha commentato la tragedia della donna di Catanzaro che ha ucciso sé stessa e due dei tre figli con un articolo che comincia così: «Le madri non buttano i figli dal terrazzo, le madri, se sono madri, non si buttano nella morte con i figli». E prosegue: «Fino a dove può spingersi il male a rubare territorio al bene, a quello più naturale, materno, ovvio, universale?», La maternità, invece, non è ovvia, ma è piena di ombre e pozzi neri, hanno sempre ripetuto le donne, a volerle ascoltare: e riconoscerli significa aiutare e aiutarsi a non caderci dentro. (…). (Tratto da “Quanti danni la retorica sulla maternità” di Loredana Lipperini pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del primo di maggio 2026).

Donne&Madri”. “L’ha reso possibile”, testo dello scrittore Matteo B. Bianchi pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” del 19 di aprile 2026: Mia nonna Dina sapeva leggere e scrivere grazie all'aiuto di una vicina di casa che lavorava in una scuola. Con grande autoironia, diceva: «Gli altri bambini hanno imparato a scrivere dalla maestra, io dalla bidella». Per una donna cresciuta in un paese di campagna nei primi decenni del secolo scorso, era già un risultato. All'epoca erano molti gli alunni che abbandonavano la scuola per andare a lavorare nei campi e i rudimenti di scrittura finivano per dimenticarseli presto. Dina invece amava leggere e coltivava questa passione, anche se proveniva da una famiglia umilissima dove nessuno la comprendeva. Le piaceva farlo anche per gli altri. La sua casa si affacciava su un cortile e spesso si sedeva fuori, su una seggiola, per leggere le favole ai bambini delle case vicine, che la ascoltavano rapiti perché nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile per loro. Fu solo durante la Seconda guerra mondiale però, che il suo vero talento venne alla luce. Non so di preciso come tutto sia cominciato, fatto sta che ogni sera venivano diverse donne a bussare alla sua porta, tutte con la stessa richiesta. Il solo contatto che potevano avere con mariti e fidanzati al fronte era tramite lettere, ma quelle ragazze non sapevano né leggerle, né scriverle, così pregavano Dina perché lo facesse al posto loro. Le prime volte mia nonna chiedeva cosa volessero dire ai compagni lontani, ma a parte qualche aggiornamento sulla salute di figli e familiari, non tiravano fuori altro. Allora a lei non restava che improvvisare, raccontando dei sentimenti che leggeva negli occhi di queste donne e che loro stesse non riuscivano a esprimere. Quando giungevano le risposte dei militari erano cariche di commozione e gratitudine, un raggio di sole nell'orrore della guerra in cui erano immersi. Così le mogli e le fidanzate tornavano da Dina chiedendo parole ancora più affettuose e dolci, e attendevano frementi la replica dei loro amati. Mia nonna sapeva che probabilmente dall'altra parte c'era qualcuno come lei, un commilitone istruito, un tenente gentile, che le leggeva e le redigeva al posto dei soldati che non sapevano farlo. Erano corrispondenze sentimentali nelle quali i reali autori svolgevano il ruolo di tramite, ma era grazie a quelle righe che queste coppie riuscivano a sopravvivere. Per decenni, mia nonna ha goduto in paese della loro gratitudine. Il suo vero capolavoro tuttavia fu un altro ma lo venimmo a scoprire soltanto durante la sua veglia funebre e fu la stessa protagonista a confidarlo a mia madre. Subito dopo la guerra, Lisetta si era innamorata di Sandro, il figlio del macellaio. A quel tempo chi possedeva un negozio era considerato un ottimo partito e su di lui aveva posato gli occhi anche la figlia dell'oste di un paese vicino. Erano entrambe belle ragazze, ma Lisetta era povera, l'altra no. I genitori macellai premevano perché scegliesse quest'ultima. Lisetta sapeva che stava per perdere l'uomo che amava, così aveva deciso di ricorrere a Dina. Le aveva confidato il tormento che stava vivendo e le aveva detto (in dialetto): «Tu devi scrivere una lettera d'amore talmente convincente che non possa fare altro che scegliere me». Nessuno sa cosa abbia scritto mia nonna, ma quando Sandro ricevette la missiva decise di condividerla con l'intera famiglia: piansero tutti. Sua madre andò da lui e dichiarò: «Questa è una donna da sposare». E così avvenne. La sera della veglia, Lisetta confidò a mia madre di non aver mai rivelato quel segreto a nessuno. «Il mio Sandrino è morto senza sapere che la lettera che l'aveva fatto innamorare di me non l'avevo scritta io». Lo diceva accarezzando la bara della donna che le aveva cambiato la vita. A lungo ho ritenuto che, se i tempi e le circostanze sociali fossero stati diversi, mia nonna sarebbe stata una straordinaria scrittrice di romanzi rosa. Lo pensavo con rammarico, considerandola un'ingiustizia. Oggi, invece, mi rendo conto che in realtà Dina ha fatto molto più: le sue lettere hanno tenuto vivi i rapporti, hanno fatto sbocciare e fiorire relazioni, hanno dato speranza e sollievo durante i periodi più cupi. Non si è limitata a scrivere d'amore: l'ha reso possibile.       

martedì 5 maggio 2026

Doveravatetutti. 88 Tomaso Montanari: L'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre.


“BOTTIGLIA DI ALABASTRO”. Periodo persiano, 550-330 a.C. Gaza, Teli el-'Ajjul. Stato di Palestina, ex collezione Jawdat Khoudary. Reperto affidato al MAH-Musée d'art et d'histoire, Città di Ginevra, in mostra alla Fondazione Merz di Torino fino al prossimo 27 settembre.

Questa bottiglia di alabastro è stata realizzata tra il 550 e il 330 avanti Cristo. Ed è stata trovata a Gaza. In quel periodo, scrive Jean-Pierre Filiu nella sua Storia di Gaza (…), Gaza era sotto il governo dell'impero persiano (la Persia, l'Iran di oggi...), e «prospera quale crocevia commerciale tra l'Egitto e il Levante, nonché come sbocco marittimo della via carovaniera proveniente dall'Arabia Felix, l'odierno Yemen, celebre per le sue spezie e per le pietre preziose. In cambio, la città diffonde nella regione la moneta ateniese (al punto da imitarne le emissioni nei propri laboratori) e la ceramica attica. Attorno al 450 a.C., Erodoto paragona Gaza (che egli chiama "Cadytìs") ai più grandi centri urbani dell'Asia Minore». Questa bottiglia ci dice che Gaza ha avuto una storia: una grandissima storia. Non è solo una prigione a cielo aperto o un campo di sterminio, anzi di genocidio. No, è stata e potrebbe ancora essere una delle grandi città del Mediterraneo orientale, carica di storia e carica di futuro. È una storia che oggi, in Occidente, non si racconta. Perché si dovrebbe anche raccontare che Gaza l'abbiamo distrutta noi, con il suo straordinario e maciullato patrimonio culturale. Noi siamo i talebani, noi l'Isis: noi i vandali, noi i criminali. Noi occidentali, alleati di Israele, che ci ostiniamo a chiamare democrazia anche se pratica l'apartheid, e la guerra come unica dimensione esistenziale. Ebbene, oggi quella bottiglia è in mostra a Torino, alla Fondazione Merz, insieme a moltissimi altri reperti provenienti dalle collezioni palestinesi messe in salvo a Ginevra. E insieme ad opere del Museo Egizio di Torino e ad alcune meravigliose opere e installazioni di artisti di oggi. Il titolo di questa mostra è Gaza. Il futuro ha un cuore antico. Queste ultime parole sono di Carlo Levi: e sono perfette per farci capire che tutta l'antica bellezza di queste opere, l'eleganza e la luce di questa bottiglia di alabastro, sono le stesse delle vite delle persone uccise a Gaza. Le abbiamo ritenute «vite non degne di lutto» (Judith Butler), e invece sono vite come le nostre. Cresciute nella stessa bellezza antica che sola può oggi parlarci di futuro: se sapremo vedere, se sapremo ascoltare. Nonostante la sordità e la cecità di chi ci governa. Nonostante il nostro egoismo occidentale. Nonostante tutto. (Tratto da “Dai reperti preziosi la grandissima storia di Gaza” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del primo di maggio 2026).

“Netanyahu e la trappola di guerra: più Israele ha paura, più voterà per lui”, testo della intervista di Rachida El Azzouzi pubblicata sul giornale online “Mediapart” e riportata su “il Fatto Quotidiano” di ieri, lunedì 4 di maggio 2026: Tra le centinaia di israeliani e palestinesi che hanno partecipato al Peoples Peace Summit giovedì scorso a Tel Aviv c'erano anche Aziz Abu Sarah e Maoz Inon. Il primo, palestinese, aveva dieci anni quando suo fratello morì sotto la tortura in una prigione israeliana durante la Prima Intifada. Il secondo, israeliano, ha perso i genitori durante l'attacco di Hamas il 7 ottobre 2023 ad un kibbutz al confine con Gaza. Eppure i due sono amici e hanno appena pubblicato il libro “La paix est notre avenir. Un voyage de réconciliation en Terre sainte” (…), un "viaggio di riconciliazione in Terra Santa", dal deserto del Negev a Giaffa, passando per Nazareth, Betlemme e Gerusalemme, durante il quale Aziz Abu Sarah e Maoz Inon, che lavorano nel settore del turismo, incontrano donne e uomini che rifiutano le bombe e vogliono "costruire la pace". Mediapart li ha intervistati. Molti ritengono che il vostro progetto sia utopico....

Maoz Inon: Non siamo ingenui, sappiamo che la pace è il nostro futuro. Nella mia famiglia eredevamo tutti che il muro che separa Israele da Gaza, a soli 200 metri dalla casa dei miei genitori, a Netiv HaAsara, li avrebbe protetti. Tutti tranne mia nipote, la più giovane, che aveva paura di passare la notte dai nonni. E aveva ragione. Il potere del sogno è il solo che può cambiare la realtà, in Israele e Palestina ma anche in Iran, in Libano, in Europa e negli Stati Uniti. Ce lo hanno insegnato Nelson Mandela e Martin Luther King. Il 7 ottobre ho perso i miei genitori, ma ho guadagnato un fratello, Aziz.

Aziz Abu Sarah: Bisogna smettere di pensare che le bombe siano la sola soluzione in Israele e Palestina. Essere una minoranza non deve scoraggiarci. Quando i coloni hanno iniziato a insediarsi in Cisgiordania, erano una minoranza. Ciò non ha impedito loro di colonizzare una parte del territorio. E continuano a farlo. All'inizio di aprile, il governo israeliano ha autorizzato 34 nuove colonie.

Cosa pensate di questo governo? Maoz Inon: Sono estremisti che impongono una deformazione del giudaismo e stanno distruggendo lo Stato di Israele. L'esercito commette crimini di guerra in Cisgiordania, a Gaza, in Libano, in Iran. La polizia si sta trasformando in polizia politica. Spetta a noi, società civile, creare un'alternativa perché non ci scippino anche il nostro futuro.

Aziz Abu Sarah. Bisogna denunciare il governo israeliano ovunque nel mondo, invece, Europa e Stati Uniti continuano a fornirgli armi: non si può dire di voler la pace e al tempo stesso sostenere le guerre di Israele. Bombardare i civili, come Israele fa a Gaza o in Libano, non danneggia Hamas o Hezbollah, li rinforza. E il governo israeliano lo sa, per questo vuole che la guerra continui: più gli israeliani avranno paura, più continueranno a votarli. Gaza oggi è distrutta, man on Hamas.