"Abbiamo 530mila clandestini che non possono lavorare, un peso per lo Stato". Il numero è sballato e si basa su una sottrazione semplice: 850mila arrivi via mare negli ultimi dieci anni meno 320mila persone che hanno ottenuto una forma di protezione. Da qui Vannacci deduce che esistano 530mila irregolari in Italia. Non funziona così: c'è chi lascia l'Italia e si sposta in altri Paesi europei, chi ottiene altri tipi di permesso, viene rimpatriato o diventa irreperibile. Secondo le stime della Fondazione Ismu, gli irregolari sarebbero 339mila. Definire automaticamente queste persone un peso ignora la realtà: una quota consistente lavora, spesso in nero, producendo comunque valore economico, sfruttata da imprese italiane.
"Gli immigrati pagano pochissime tasse". I lavoratori stranieri regolari versano imposte e contributi previdenziali. Secondo i rapporti annuali della fondazione Leone Moressa e dell'Inps, il saldo fiscale e contributivo dell'immigrazione regolare è positivo: gli stranieri versano più di quanto ricevono in prestazioni sociali.
"Con quasi tutti i Paesi esistono già accordi di rimpatrio, basta applicarli. Trump ha rimandato indietro due milioni di persone in due anni, di cui un milione e mezzo volontariamente". Vannacci basa su immigrazione e remigrazione buona parte della sua identità politica, ma ha idee molto confuse. Se fosse così facile eseguire i rimpatri, Meloni non avrebbe collezionato numeri così scadenti. I rimpatri rappresentano da anni il grande fallimento di tutti i governi europei. Le semplificazioni sono inutili. Servono: identificazione certa della persona; documenti rilasciati dal Paese di origine; cooperazione diplomatica; voli dedicati; personale di scorta; disponibilità del Paese destinatario ad accettare il rimpatrio. Quando cita Trump, Vannacci trascura una differenza fondamentale: gli Stati Uniti condividono migliaia di chilometri di frontiera terrestre con il Messico. Molti dei rimpatri effettuati dall'amministrazione americana consistono semplicemente nel riaccompagnare persone oltre il confine. L'Italia opera dentro il quadro normativo dell'Unione europea. Ogni rimpatrio richiede procedure molto più complesse.
"Chi non ha diritto a stare qui va deportato in un Paese terzo". L'idea dei Paesi terzi sicuri è ancora oggetto di forti controversie giuridiche e politiche in Europa, come dimostrano le difficoltà che ha incontrato il progetto Albania del governo Meloni.
"La famiglia è una sola: padre, madre e figli". Non scendiamo sul campo di questa banalità ideologica, ci limitiamo a registrare che non coincide con la realtà statistica delle famiglie italiane. L 'Istat elenca: famiglie monoparentali, coppie senza figli, famiglie ricostituite, convivenze, unioni civili.
"I criminali entrano in galera e ne escono dopo sei anni se tutto va male". Altro slogan e luogo comune. È quasi imbarazzante doverlo riaffermare, ma la detenzione dipende dal reato, dalla pena, da eventuali benefici o recidive.
"L'abolizione dell'abuso d'ufficio non c'entra nulla con la legalità". Là frase si commenta da sé. Vannacci minimizza l'indebolimento di alcuni strumenti anticorruzione operato dal governo in carica e contemporaneamente invoca più repressione penale. Vuole una giustizia morbida con i colletti bianchi e inflessibile con i criminali comuni.
"Il Ponte sullo Stretto va fatto anche se ci sono indagini per corruzione". Altra affermazione bizzarra, specie per un politico che si è appena lamentato della permissività del sistema penale. (Tratto da “Migranti, giustizia, famiglia: le patacche del generale in tivù” di Tommaso Rodano, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 12 di giugno 2026).
“Le tre destre italiane e il Golem”, testo di Ezio Mauro pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 14 di giugno 2026: (…). Ribellismo, antagonismo, estremismo sono la dominante della lunga fase in cui viviamo, producendo consenso e generando governi populisti e sovranisti incentrati sulla prevalenza del leader e non più sull’equilibrio dei poteri. La potenza dell’ideologia, (…), ritorna col segno opposto a incendiare la politica, spargendo tra i continenti l’ultima suggestione: superare la democrazia, dichiararla decaduta, inaugurare una nuova epoca post-costituzionale in cui il potere è governo e il governo è comando. Tutto il resto può solo disciplinarsi in funzione gregaria, rispettando la nuova gerarchia. Ma proprio la nascita del caso Vannacci e il decollo della sua avventura (la terza destra) dimostra che il campo è stato colonizzato, ma non è dominato, anzi è luogo di contesa permanente. Com’è possibile? C’è in quell’area una leadership riconosciuta e sicura, (…), che guida il governo, la maggioranza, il partito più forte e soprattutto impersona la politica estera, che oggi è la cifra decisiva di ogni esecutivo: e tuttavia altre ipotesi di destra sono possibili, si confermano e si affacciano, contraddicendosi in una competizione aperta. Tutto questo conferma che mentre la destra in questi quattro anni a palazzo Chigi cercava l’egemonia culturale, non è riuscita a produrre una cultura di sicuro riferimento, senza la quale non si fonda una supremazia e nemmeno un’autorità. (…). E quest’opera incompiuta, proprio sotto l’aspetto culturale (…) spiega perché un generale senza base elettorale, senza seguito parlamentare, senza radici e senza esperienza politica sia riuscito a diventare il nuovo fantasma che agita i sonni governativi della destra italiana. Vannacci in realtà non ha fatto nulla, e forse proprio questo spiega la curiosità estremista che lo circonda, come se fosse un puro marchio, un ologramma innocente perché senza sostanza. Ma ha concentrato su di sé un tale accumulo di simboli che può attribuirsi un ruolo senza nemmeno misurare la sua reale consistenza: militare, fascista, filorusso, insofferente a ogni disciplina esterna, ribelle anche nei confronti di chi lo ha portato dall’anonimato alla politica, putiniano al punto da lanciare addirittura un segnale di richiamo rossobruno alla zona grigia profonda del Paese, impersonando intanto una completa estraneità alla Costituzione: quanto basta per garantire una totale opposizione al sistema. Un tizzone ardente, dunque, a prima vista di piccole dimensioni, ma in realtà difficile da maneggiare per chi lo trova nella sua metà del campo. (…). Ma questa identità reazionaria si è per forza di cose ibridata con il ruolo della leader, che come capo del governo deve negoziare con Bruxelles, deve entrare nel concerto istituzionale assumendone le posture, deve condividere le liturgie costituzionali repubblicane, deve fare i conti con la realpolitik quotidiana: deve in una parola moderarsi, subordinando l’underdog che è in lei al Primo ministro che è diventata. Potenza dei riti repubblicani. (…). La seconda destra (di Salvini n.d.r.) è così diventata una forza estremista, anarco-reazionaria, tributaria di Trump e seguace di Putin, con metà corpo trattenuto nel recinto istituzionale ma con i piedi già fuori dal perimetro della Costituzione.


