“Chiamatemi Fomo”, testo di Angelo Flaccavento pubblicato sul periodico - del mese di aprile 2026 - “U” del quotidiano “la Repubblica”: Signora, la vedo in ansia, agitata, in grandi ambasce. Posso aiutarla? «Lei è la dimostrazione che bisogna sempre confidare nella benevolenza degli sconosciuti. La ringrazio della sollecitudine, ma le assicuro che non c'è nulla di anormale, men che mai di speciale, nella mia condizione attuale. Sono fatta così: fibrillante, insoddisfatta, sempre all'erta, incontentabile, distratta».
Lucida, aggiungerei: è raro che qualcuno si descriva in modo così preciso e disincantato. Le risulto oltraggioso, o anche solo inopportuno, se le chiedo come si chiama? «Sono Fomo, gentile interlocutore. Penso che lei sia giunto in terra da qualche lontana galassia se non ha mai sentito parlare di me, visto che di certo non ci siamo mai incontrati».
Non la conosco, in effetti, e questa è la prima volta che interloquiamo. Ha voglia di raccontarmi qualcosa di lei? «Certo che sì. Fomo è il vezzeggiativo con cui mi appellano tutti, familiari e non, per non farmi apparire perigliosa, dannosa o minacciosa. All'anagrafe i miei genitori, Ansia e Ipervigilanza, mi registrarono come Fear Of Missing Out. In inglese, perché Paura Di Essere Tagliati Fuori suonava in effetti basso e ordinario. Non li biasimo».
Quindi lei è una forma speciale di timore: il terrore di non riuscire a stare al passo con i tempi, o qualcosa del genere? Mi pare un sentimento antico; vecchio almeno quanto la modernità. «Ha ben capito, signore: la vedo perspicace. Io sono l'ansia, quindi vetusta nel sentire, ma ai tempi dei social media e della vita esperita su piattaforme virtuali o trasmessa attraverso canali digitali, quindi modernissima nella forma. Quel che mi caratterizza è il bisogno di rimanere costantemente connessa per tema di perdere esperienze gratificanti o rilevanti vissute da altri».
Inadeguatezza, insoddisfazione, emulazione: signora mia, la sua agitazione permanente è presto spiegata, ed è comune. Adesso mi è tutto chiaro. «Mi attribuiscono comportamenti compulsivi, scrollate coatte, la partecipazione a eventi solo per paura di esclusione, una costante ricerca di approvazione. E, non posso negarlo, mi agita il desiderio di appartenenza, pulsione assai umana, anche se non so bene a cosa. Sguazzo in una palude di insoddisfazione e angoscia, ma uscirne richiederebbe un processo lungo e accidentato, cui non voglio sottopormi».
Di nuovo, Fomo, c'è da prendere atto che lei ben conosce sé stessa: quel che manca in volontà di correggersi compensa in consapevolezza. Ci sarà un modo di sottrarla al circolo vizioso? «Dovrei riconoscere che è tutta una farsa e fregarmene, ma temo di perdermi qualcosa di importante e illuminante».
Ma così siamo punto e a capo. «Ha ragione. Dovrei fare come mia cugina, Jomo, ma non mi cale».
Jomo? «Joy of Missing Out! Lei è la mia nemesi: gioisce nel distacco dal sovraccarico digitale, rifiuta la frenesia sociale, si gode il presente e ha tempo per sé stessa».
Una persona da conoscere e coltivare. «Detesto la sua flemma illuminata, l'aria di paciosa superiorità che implica giudizio, come se io corressi dietro al nulla. Che stesse offline, ma senza fanfare. E adesso mi scusi se la saluto, ma sono già due minuti che non aggiorno il feed».


