Sopra. "Royal Courts Of Justice" di Bansksy, murale 2025.
Per chi si chiede "dov'è l'arte oggi?" c'è una risposta facile, chiara, universale: per la strada, sui muri, dove non si paga il biglietto. Un'arte libera, e spesso illegale: ma non ingiusta, anzi. Un'arte capace di scuotere una società che considera legale il cemento della speculazione edilizia e illegale chi lo colora. Tra gli artisti grandi della strada, uno dei più grandi è Banksy. Nel settembre scorso egli ha dipinto, sul muro delle Royal Courts of Justice di Londra questo murale: così scandaloso, bello, efficace da essere rimosso. Un segno (nel più concreto dei significati possibili), e un segno contraddetto per usare il linguaggio evangelico. Vi si vedeva, e vi si vede ancora nelle sue infinite e indistruttibili fotografie, un giudice di quella stessa corte di giustizia, agghindato nella sua toga e nella sua parrucca, che aggredisce un manifestante, già a terra, col martello da udienza, e lo ferisce al punto da far sgorgare un fiotto di sangue, unica accensione cromatica dell'opera. Un'immagine di violenza, prepotenza e abuso: capace di dire in modo fulmineo, commovente e convincente che la giustizia è diventata ingiusta, il potere prevaricazione, lo stato di diritto uno stato di polizia. Banksy allude alla feroce repressione di Palestine Action, movimento contro il genocidio di Gaza duramente colpito dai decreti del governo e dunque dall'azione della magistratura. L'accusa, infamante e infondata, di complicità con il terrorismo ha aperto la strada a una campagna liberticida che avrebbe reso il Regno Unito irriconoscibile ai suoi grandi difensori della libertà di espressione, a partire da George Orwell, che diceva che la libertà è libertà di dire ciò che la gente non vuole sentirsi dire: per esempio che l'Occidente è complice del genocidio palestinese perpetrato da Israele. In Italia non siamo messi meglio, con la destra e la sinistra che presentano leggi gemelle che vorrebbero silenziare chi parla di Palestina. Ebbene, Banksy fa vedere ciò che la gente "perbene" non vorrebbe vedere: la giustizia è ingiusta quando è controllata dai governi, il volto della legge è violenza quando è al servizio del potere e non dei diritti, le leggi sono sbagliate quando vogliono tappare la bocca alla gente. Quante cose si possono dire con due corpi: si chiama arte figurativa, ed è più viva che mai. (“Banksy censurato”, testo di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 23 di gennaio 2026).
Oggi, sabato 24 gennaio 2026, si è verificato un episodio di estrema gravità nei pressi di Birzeit, che riflette il rapido e pericoloso deterioramento della situazione in Cisgiordania. Secondo testimoni locali, un gruppo di coloni israeliani è entrato in un terreno appartenente a una famiglia cristiana, nei pressi della loro abitazione. Quando la madre è uscita con i suoi figli e i loro cugini per difendere la loro proprietà, uno dei coloni ha lanciato una pietra che l’ha colpita alla testa, provocandole una grave ferita. Attualmente si trova in condizioni critiche nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Al-Istishari di Ramallah. Nel caos che ne è seguito, suo figlio ha reagito colpendo uno dei coloni. Successivamente, le forze dell’esercito israeliano hanno arrestato suo figlio e due suoi cugini, mentre la madre continua a lottare per la vita in ospedale. (…). Nonostante questi fatti, sta già circolando tra i coloni una narrazione fuorviante che li presenta come vittime e descrive la famiglia locale come “terrorista”. Questa sistematica inversione della realtà è purtroppo diventata abituale e contribuisce soltanto ad alimentare ulteriori ingiustizie ed escalation di violenza. Si tratta di una famiglia cristiana, ma quanto sta accadendo non riguarda solo i cristiani. Colpisce tutti i palestinesi, cristiani e musulmani, e rivela quanto grave sia diventato il deterioramento della situazione in Cisgiordania. La violenza esercitata in nome dell’ideologia o della religione - in questo caso sotto una forma distorta di ideologia sionista religiosa - e diretta contro civili innocenti è moralmente inaccettabile e in aperto contrasto con la volontà di Dio, che è Dio di misericordia, giustizia, pace e garante della dignità di ogni persona umana. Questa violenza estremista perpetrata da coloni israeliani ebrei costituisce un grave comportamento terroristico. Essa non mette in pericolo solo i palestinesi, ma minaccia anche il tessuto morale dell’umanità e il futuro di tutti coloro che vivono in questa terra, compresi quanti in Israele cercano la pace, la convivenza e il rispetto della sacralità della vita umana. Chiedo anzitutto preghiere urgenti per questa madre, per i detenuti e per i feriti, e per l’intera famiglia. Chiedo inoltre preghiere per la nostra comunità cristiana in Cisgiordania e per tutti coloro che soffrono a causa della violenza, dell’ingiustizia e della paura. Che il Signore tocchi i cuori, protegga gli innocenti, guarisca i feriti, consoli gli afflitti e guidi i responsabili e i popoli sui cammini della giustizia e della pace. p. Firas Abedrabbo (Testo fattomi pervenire, nella giornata di ieri, da Fra’ Nazareno missionario in Cisgiordania).
“C’è il Giorno della Memoria, non dimentichiamoci di Gaza” di Tomaso Montanari, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi, lunedì 26 di gennaio 2026: Domani ricorderemo che il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa scardinò i cancelli di Auschwitz. E qui c’è una risposta a chi ripete a macchinetta “e allora il comunismo?” quando si fa notare (con il Primo Levi dei Sommersi e i salvati) che “in effetti, molti segni fanno pensare ad una genealogia della violenza odierna che si dirama proprio da quella dominante nella Germania di Hitler”. La legge istitutiva del Giorno della Memoria stabilisce di ricordare, specie nelle scuole, “quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti … affinché simili eventi non possano mai più accadere”. Accanto agli ebrei, agli antifascisti e a chi si era rifiutato di aderire a Salò ricordiamo il popolo Rom, le persone omosessuali, con disabilità o con la pelle nera e tutte e tutti coloro che, solo per la loro ‘diversità’, furono assassinati dai nazisti. E dal fascismo italiano: la legge prescrive di riflettere sulle “leggi razziali, e la persecuzione italiana dei cittadini ebrei”, ricordandoci che non fummo affatto meno colpevoli dei tedeschi. Non è un giorno dedicato a lezioni di storia, ma a un esercizio pubblico e solenne della memoria, cioè alla costruzione di un giudizio collettivo sul passato che impedisca che qualcosa di analogo torni ad accadere: “incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire” (Primo Levi). Non è un messaggio difficile da capire nel momento in cui la massima potenza economica e militare del mondo è guidata da “un istrione la cui figura oggi muove al riso”, e che usa la violenza dello Stato contro i diversi. Non si tratta ogni volta di misurare le differenze con Hitler e il nazismo, ma di andare appunto al nocciolo morale della questione: la sostituzione del diritto con l’arbitrio, un uso ideologico della violenza contro gruppi di umani ritenuti meno degni di altri, il terrore come strumento politico. Onorare le vittime della Shoah e del nazismo significa impedire che altri umani possano fare una fine analoga. Per questo, non citare la parola ‘Gaza’ nelle cerimonie ufficiali di domani significa tradire la memoria di quelle vittime, e il senso stesso del Giorno della Memoria. Il Laboratorio ebraico antirazzista ha espresso questo concetto nel modo più limpido e coraggioso: “nel giorno in cui ricordiamo la fine di un genocidio, guardiamo a come fermarne un altro che è in corso”. Dopo la Shoah, e pensando alla Shoah, fu un giurista ebreo a definire il reato di genocidio, fissandone le cinque caratteristiche essenziali. Oggi la comunità scientifica mondiale dei giuristi e quella degli storici si sono espresse – a larghissima maggioranza, nelle sedi più prestigiose e ufficiali –, concordando sul fatto che quello che Israele sta perpetrando a Gaza è un genocidio: e non è possibile celebrare la memoria di un genocidio passato tacendo di un genocidio presente. Allo stesso modo, domani sarà impossibile tacere sul fatto che alcuni disegni di legge presentati al Parlamento italiano – (…) – hanno l’obiettivo di “tacciare le critiche all’ideologia sionista e allo Stato di Israele come antisemitismo … equiparazione che serve a proteggere uno Stato e le sue politiche, colpendo e criminalizzando chi denuncia il colonialismo, l’apartheid, la violenza sistematica e le pratiche genocidarie esercitate in questi anni contro il popolo palestinese. Serve a trasformare l’antisemitismo e la memoria delle persecuzioni vissute anche dai nostri familiari da problema reale in arma politica di censura” (è ancora il Laboratorio ebraico antirazzista). Quando, nel 1972, i terroristi palestinesi di Settembre nero uccisero 11 atleti israeliani a Monaco, Natalia Ginzburg scrisse un lungo articolo, in cui (dopo aver affermato: “Io sono ebrea”), diceva: “A volte ho pensato che gli ebrei di Israele avevano diritti e superiorità sugli altri essendo sopravvissuti a uno sterminio. Questa non era un’idea mostruosa, ma era un errore. Il dolore e le stragi di innocenti che abbiamo contemplato e patito nella nostra vita, non ci danno nessun diritto sugli altri e nessuna specie di superiorità. Coloro che hanno conosciuto sulle proprie spalle il peso degli spaventi, non hanno il diritto di opprimere i propri simili con denaro e armi, semplicemente perché questo diritto non lo ha al mondo anima vivente”. Ricordarlo, e ricordarlo domani, serve ad evitare il terribile rovesciamento per cui proprio la Giornata della Memoria possa servire a coprire ciò che sta accadendo di nuovo.


