"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 1 gennaio 2026

MadreTerra. 63 Nicolina D’Orazio: «L'acqua non è solo un oggetto geografico con una propria dimensione fisica, ma è anche un elemento che vive nella sfera intellettuale e spirituale dell'uomo».


Il 15 giugno del prossimo anno sarà celebrata la Giornata Mondiale dell'Ambi ente. Per la 53esima volta. Era infatti il 1972 quando l’Onu decise di dar vita a un momento annuale (la prima edizione fu poi del 1974) che ricordasse al mondo intero la fragilità della Terra, minacciata da uno sviluppo che non tenesse conto della salute del Pianeta e quindi dei suoi abitanti. Non è un caso che questo appuntamento sia nato negli anni Settanta. I tempi erano maturi. Dopo il boom economico del secondo dopoguerra, infatti, in quel periodo crebbe nell'opinione pubblica il dibattito sulla ricerca di un equilibrio tra crescita economica e tutela dell'ambiente. Alcune associazioni ecologiste erano nate da qualche anno (Italia Nostra nel 1955, Wwf nel 1961, per esempio) ma molte altre si formarono proprio in quel decennio: Greenpeace nel 1971, il Fondo per l'Ambiente Italiano nel 1975 e Legambiente nel 1980. Il 1976 fu un anno chiave. E, col senno di poi, anche di speranza. Cinquanta anni fa, infatti, furono confermati da diversi studi scientifici i primi allarmi sul buco dell'ozono causato da inquinanti atmosferici. Moniti che arrivavano dal chimico statunitense Frank Sherwood Rowland che scoprì che i clorofluorocarburi (cfc) erano i colpevoli del deterioramento della fascia di ozono, un gas che avvolge la Terra e che ci protegge dai danni dei raggi ultravioletti del Sole. Una scoperta che valse a Rowland il Premio Nobel per la chimica nel 1995. Ma che soprattutto portò al Protocollo di Montreal del 1987: oggi i 196 Stati più l'Unione Europea che lo hanno sottoscritto hanno ridotto se non eliminato l'uso del freon, nome commerciale dei cfc e marchio registrato dalla DuPont. Una misura che ha dato i suoi frutti. Tanto che uno studio su Nature dello scorso marzo, e condotto da un'équipe del Mit di Boston, ha dimostrato come il buco dell'ozono sopra l'Antartide - che prima del riscaldamento globale è stato per anni il principale simbolo dell'inquinamento antropico - si stia richiudendo anche per gli effetti dell'accordo firmato nel Québec quasi 40 anni fa. Un segnale che le politiche ambientali possono portare a miglioramenti significativi anche quando la situazione sembra compromessa. Come oggi. Ecco perché il 2026, anche se sarà probabilmente uno dei più caldi di sempre, sarà un anno importante per continuare a contrastare la crisi climatica. Entro marzo i paesi della Ue, per esempio, dovranno ratificare la cosiddetta Direttiva Green Claims che, in sintesi, obbliga le aziende a non usare affermazioni ambientali vaghe o non dimostrabili come eco, green, sostenibile, a zero emissioni o carbon neutral, se non sono supportate da dati scientifìci verificati in maniera indipendente, cioè da terzi. Un percorso, quello delle politiche ambientali europee, che è iniziato decenni fa. Con l'Italia e, di nuovo, il 1976 protagonisti. Furono infatti luogo e anno simbolo di catastrofi e conseguenti mobilitazioni e regole (come l'Italiana Merli, la prima legge nazionale sulla tutela delle acque dall'inquinamento) che hanno portato all'attuale quadro normativo. Pochi mesi dopo la nascita di Repubblica, infatti, nel nostro paese avvenne uno dei più grandi disastri ambientali della Storia, quello di Seveso. Il 10 luglio un'esplosione negli impianti dell'azienda svizzera Icmesa disperse nell'aria dell'attuale provincia di Monza e Brianza una nube di 13-18 chili di una particolare diossina, una sostanza altamente tossica e cancerogena. Gli effetti sulla salute furono rilevanti: centinaia di persone, per la maggior parte bambini, vennero subito colpiti da cloracne, una grave forma di dermatosi. E negli anni successivi, nonostante la decontaminazione, diversi studi hanno evidenziato un incremento di linfomi, leucemie, mielomi e tumori al retto e alla mammella. La strage di Seveso non fu l'unico incidente italiano del 1976. A settembre avvenne anche lo sversamento di ossido di arsenico all'Enichem di Manfredonia che portò nella popolazione locale a un aumento dei tumori allo stomaco, alla prostata e alla vescica per gli uomini e alla laringe, alla pleura e casi di mieloma multiplo per le donne. Episodi come quello di Seveso e di Manfredonia ebbero l'effetto di sensibilizzare l'opinione pubblica sul prezzo che non dovremmo pagare per lo sviluppo economico. E portarono - insieme all'epidemia da ebola (virus identificato per la prima volta nel 1976) e, molti anni dopo, a Chemobyl, alla mucca pazza, alla clonazione della pecora Dolly, agli Ogm, al Covid, ai vaccini, alla carne coltivata, alla crisi climatica e a tanti altri casi - la scienza al centro del dibattito politico. Con la ricerca, basata su evidenze certe, tristemente piegata a fini di consenso elettorale. Speriamo che, tra 12 mesi, il 2026 possa essere ricordato anche come l'anno dove tutto questo è finito. (Tratto da “La speranza è verde” di Federico Ferrazza pubblicato sul supplemento - “L’anno che verrà” - del quotidiano “la Repubblica” del 31 di dicembre 2025).