(…). …del Convivio: "per le parti quasi tutte a le quali
questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando
contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato
molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza
governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la
dolorosa povertade; e sono apparito a li occhi a molti che forseché per alcuna
fama in altra forma m'aveano imaginato". Quanto questo Dante del Convivio
andrebbe letto nelle scuole, nelle piazze! E proprio nelle piazze in cui Dante
è diventato monumento, di marmo o di bronzo. Perché questa monumentalizzazione,
insieme alla sacralizzazione patriottica e alla coercizione scolastica, finiscono per fare parere Dante - e parlo
specialmente della percezione delle ragazze e dei ragazzi - un vincente, un
uomo di successo, un mostro sacro, un padre della patria. Uno di quelli che
stanno dalla parte degli adulti, cioè del mondo così com'è. Quelle sue vive
parole ci parlano di uno che la patria gettò via, rifiutò. Di uno scartato, di
uno sconfitto, di un perdente. Di uno che fu costretto ad andare in giro quasi
mendicando, e che si vide trattato come se tutta quella sofferenza se la fosse
meritata (victim blaming: proprio come succede alle donne che oggi denunciano
di aver subìto violenza). Una figura, questa dell'esule supplice, che oggi non
fatichiamo a conoscere, a vedere, a incontrare: nei profughi, nei rifugiati,
nei migranti. Negli intellettuali palestinesi in esilio, come Said. Eppure,
l'esperienza terribile dell'esilio - dell'essere straniero, apolide, senza
patria e dipendente dagli altri per ogni cosa - fece nascere Dante una seconda
volta. La prima volta era nato fiorentino, la seconda nacque al mondo. È il
mondo, non Firenze, la sua patria: "come per i pesci il mare", scrive
lui stesso. Dante liberato da ogni identità particolare: un Dante libero perché
solo umano. Un Dante che ci libera. (Tratto da “Quel Dante senza
patria” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di
Repubblica” del 25 di settembre 2026).


