"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 16 luglio 2026

Cosedettecosì. 43 “In quel mondo che sarà”.


Il computer prima di Salvatore Sanfilippo era una macchina ignorante.  Non era dotato di un archivio nel quale trovare risposte alle nostre domande. Vero o falso? «Falso. C'erano già, per fortuna, delle intelligenze artificiali aperte, scaricabili da chiunque. Il mio lavoro nasce dall'idea che questa circostanza andasse sfruttata. Cosa mancava? Di legare i pezzi nel modo migliore». Siciliano, geniale, mostruosamente bravo, a cinque anni compulsava il computer di papà. Da allora sviluppa il genio o inizia l'ossessione? «Geniale dice? Forse ciò che reputiamo tale è solo la comunione tra capacità poco diffuse (ma non eccezionali) e un impegno non comune. Il fatto di non essere troppo nerd mi pare un indizio della mancanza di ossessione. Per me l'informatica rimane un diletto, e il diletto, quello vero, conduce a rendere seri e verificabili gli sforzi compiuti».

Nelle campagne di Campobello di Licata realizza un programma per l'infrastruttura digitale che si chiama Redis. Consente al computer di avere una memoria. «È un po' come la memoria a breve termine: più veloce, più sfuggente, meno capiente. Ma l'arrivo di Redis in contemporanea con l'avanzata dei social agevola certi processi e spinge Redis in alto nelle classifiche di gradimento».

Chi fa i soldi con internet (Amazon, Instagram, Twitter, Airbnb etc) utilizza Redis. Perché ha accettato di condividere gratuitamente con chi invece fattura milioni su milioni? «Ho accettato di condividere il mio software con tutti, da chi fa ricerca a chi fa soldi senza scrupoli perché non posso scegliere l'identità del mio utente.  La tecnologia abilita il progresso, io sono un accelerazionista, credo che il superamento degli eccessi del capitalismo passerà attraverso il sorpasso del sistema attuale, e non attraverso un suo rimpiazzo voluto, votato dalla gente e attuato dai governi».

La macchina che fino a ieri sapeva solo ricordare ora ha la capacità di ragionare. Ragiona al nostro posto. L'intelligenza artificiale quanto è pericolosa? «I rischi sociali non mi preoccupano: nel breve periodo ci saranno scompigli, ma ci adatteremo presto».

Sono preoccupato davvero per la strage di posti di lavoro. «In alcuni settori sta già accadendo, si pensi ai traduttori. Eppure, i processi in atto sono altamente non lineari: in questo momento i programmatori sono parzialmente rimpiazzabili, ma se puoi fare più lavoro con l'aiuto dell'AI, le aziende potrebbero finire per assumere più di prima. Qualcuno deve pur decidere cosa fare e come farlo, e l'aumento di produttività potrebbe rendere il peso dei salari irrisorio rispetto ai vantaggi potenziali. E poi, ci sono le scelte politiche. Qualsiasi cosa accada, bisognerà non lasciare indietro chi perderà il posto di lavoro».

L'intelligenza artificiale ragiona al mio posto oppure mette in scena un ragionamento, lo simula? E se poi appalto l'intelletto alla macchina, del mio che ne faccio? «Sono un funzionalista. Se una macchina fa ciò che io ritenevo essere il solo frutto dell'intelligenza umana, allora quella macchina per me è intelligente».

Ha 49 anni, vive a Catania, ora sta facendo altre diavolerie (DwarfStar). Sanfilippo quanti milioni di euro ha stipato sotto il materasso? «Sono riuscito a sollevarmi (spero per sempre) dall'incubo di pagare l'affitto e la bolletta, incubo che mi ha rincorso fino ai miei trent'anni. Ma il mio scopo non era massimizzare la mia ricchezza: non ho la barca che sfoggia il professionista affermato, ma ho il vantaggio - decisivo - di non desiderarla. (Intervista – “Le macchine sono già intelligenti, ora la vera sfida siamo noi umani” - di Antonello Caporale a Salvatore Sanfilippo pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 6 di luglio 2026).

“L’IA va studiata come se fosse una nuova specie”, testo della intervista di Antonio Gnoli a Nello Cristianini – studioso, emigrato negli Usa e successivamente in Inghilterra ove ha insegnato nelle Università di Bristol e successivamente a Bath – pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 5 di luglio 2026: (…). Cosa vuol dire guardare dentro a una macchina? «Significa provare a decifrare i "pensieri" che la macchina elabora al proprio interno. Come fare una tac, una risonanza magnetica».

C'è chi sostiene che le sue conoscenze sono fatte di elettroni e di statistica. Niente di creativo. Allora che senso ha guardare dentro la "black box"? «Non è sbagliato dire che la rete neurale è composta di neuroni e statistica, ma questo non ne spiega il comportamento: il punto è che poi la macchina assorbe conoscenze e crea rappresentazioni del mondo. Se apriamo la "black box", oggi vediamo qualcosa che non si poteva vedere solo due anni fa. Ossia che alcuni gruppi di neuroni digitali si organizzano assieme e, quando si attivano, producono dei concetti i quali danno un'idea del livello di astrazione raggiunto delle macchine».

Intendi dire che i concetti non sono immessi prima? «Sono spontaneamente creati dalla macchina durante l'apprendimento. La cosa è verificabile per esempio con il programma scacchistico "AlphaZero" che ha imparato a giocare da solo».

Questo insieme di neuroni digitali svolge una funzione creativa? «La macchina non si limita a elaborare i dati che le abbiamo immesso. Impara leggendo. Fa esperienza. Ha letto tutto il web, ha divorato forse 500 milioni di libri. Uno scettico potrebbe dire che rigurgita le frasi che le abbiamo dato da mangiare. In realtà le distilla, le elabora, le rappresenta in modo astratto e poi le ricombina sotto forma di risposta».

In altre parole, la macchina è come se si dotasse di una forza propria che le consente di dialogare con sé stessa. «Non mi spingerei così avanti, anche se esiste una procedura che si chiama "monologo interiore". In questo momento sto solo dicendo che una macchina è in grado di leggere un testo, guardare un'immagine e rappresentarla internamente in modo astratto e poi eseguirla. Questa capacità astrattiva non la si può ridurre al "pappagallo stocastico"».

Un nuovo genere di animale? «È una metafora usata da alcuni per dire che la macchina non genera contenuti originali ma li ripete pappagallescamente senza realmente comprenderli».

Si è parlato del "cervello della macchina": come distinguerlo da quello umano? «Si tratta di quelle che oggi comunemente sono chiamate "reti neurali", le quali, essendo simulazioni molto semplificate dei tessuti cerebrali, possono imparare a risolvere compiti di natura molto diversi».

Come impara una rete neurale? «Diciamo che viene addestrata per combinare osservazioni diverse al fine di riconoscere una situazione astratta del mondo esterno».

Un esempio? «Pensa a una rete neurale incaricata di sostituire o aiutare nella guida di un'automobile. I suoi neuroni sono disposti a strati, ciascuno strato riceve informazioni dal precedente, le elabora e passa il risultato allo strato seguente».

martedì 14 luglio 2026

Cosedettecosì. 41 “Dalla terra mia”.

Sopra. San Giovanni in Fiore, Cosenza. "Altare ligneo intagliato e dorato" opera di Giovan Battista Altomare (1740) sito nella Abbazia Florense.