Sopra. "La Sila" - Calabria -, foto pervenutami dalla carissima amica Agnese A.
Gli Stati sono legalmente obbligati ad agire per contrastare e fermare i danni causati dalla crisi climatica, anche attraverso un 'equa eliminazione graduale dei combustibili fossili. L'ha stabilito lo scorso 20 maggio l'Assemblea generale delle Nazioni unite, approvando il parere consultivo emesso nel luglio del 2025 dalla Corte internazionale di giustizia, Cig. Scienza e diritto internazionale parlano da questo momento con una sola voce. Un passo avanti storico nella lotta per la giustizia climatica e la pace, sempre più legate tra loro. La risoluzione, proposta da Vanuatu in collaborazione con Barbados, Burkina Faso, Colombia, Giamaica, Kenya, Isole Marshall, Micronesia, Paesi Bassi, Palau, Filippine, Singapore e Sierra Leone, è passata con il parere favorevole di 141 Paesi; 28 gli astenuti, 8 i contrari: Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Iran, Russia, Yemen, Liberia e Bielorussa. I governi sono ora dinanzi a un bivio: rispettare la scienza e la legge o essere responsabili dei fallimenti prodotti. Siamo passati dalla presa in giro degli "impegni volontari" alla "responsabilità" per le scelte fatte. Una conquista molto importante in un momento in cui il diritto internazionale ed il multilateralismo sono messi in discussione dai giganteschi interessi legati al comparto dei combustibili fossili e delle armi. Interessi che hanno indirizzato a proprio vantaggio scelte politiche e investimenti in questi ultimi anni, esercitando pressioni senza precedenti su politica e media per alimentare il modello estrattivo tecnocapitalista responsabile di guerre, disuguaglianze e ingiustizie climatiche. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite con la sua risoluzione, rafforzando l'autorevolezza della Cig, ha il merito di ristabilire un primato fondamentale della nostra civiltà: nessuno Stato è al di sopra della legge. Un voto che, in un momento in cui la crisi energetica fa crescere esclusione e disuguaglianze, conferma come cooperazione internazionale e multilateralismo siano gli unici strumenti per affrontare e risolvere sia la crisi ecologica che quella dei diritti umani. Facendo chiarezza su chi paga i costi del collasso climatico, su chi deve essere protetto e su chi invece continua a fare soldi. Questa la novità giuridica: gli obblighi di adattamento e mitigazione non dipendono più dalla volontà politica degli Stati, ma da doveri giuridici che esistono a prescindere dall'aver ratificato degli accordi specifici. La comunità globale riconosce che proteggere il clima, adattarsi e mitigare gli effetti della crisi ecologica è un dovere giuridico. Che va applicato anche alla produzione e alla concessione delle licenze per i combustibili fossili. Obblighi che non derivano quindi solo da trattati internazionali o Convenzioni quadro delle Nazioni unite, ma che trovano fondamento nel diritto internazionale consuetudinario. Se gli Stati devono prevenire i danni climatici causati dall'impatto dei combustibili fossili, dovranno anche accelerarne l'eliminazione. È quello che propone la nuova alleanza tra scienza, natura ed etica nata a Santa Marta, in Colombia, lo scorso aprile, in rappresentanza di un terzo dell'umanità. Uscire dall'era dei fossili è l'unica visione in campo in grado di promuovere un nuovo ordine mondiale, sconfiggendo l'oligarchia che ignora i limiti del Pianeta e spinge l'umanità verso uno stato di guerra e insicurezza permanente. Facciamo Eco! (Tratto da “Sui danni climatici nessuno Stato è irresponsabile” di Giuseppe De Marzo, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 12 di giugno 2026).
“I predatori dell’arca perduta”, testo di Serenella Iovino pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del primo di marzo 2026: Dal loro tempo abissale, le pitture rupestri continuano a trovarci. Le ultime sono appena emerse in Egitto, a sud del Sinai. Accanto a iscrizioni e disegni più recenti, compaiono cani e uomini che cacciano stambecchi, cammelli, cavalli montati da guerrieri e molti altri animali. I graffiti più antichi hanno circa diecimila anni, ma il sito - un riparo di arenaria - fu visitato per secoli. Poco prima, in Indonesia, un'altra scoperta ci aveva tirato ancora più indietro. Sull'isola di Sulawesi, nella grotta di Liang Metanduno sono affiorate le pitture rupestri più antiche finora conosciute: stencil di mani, impronte al negativo ottenute spruzzando ocra sulla roccia. Risalirebbero a 67.800 anni fa. Si dice spesso che le impronte di mani siano i primi autoritratti dell'umanità. Se è così, in quelle mani c'è qualcosa di sconvolgente: le dita non sono tonde, ma appuntite come gli artigli di un rettile o di un uccello. Chi le tracciò immaginò, attraverso quelle mani, di essere nel corpo di qualcun altro: un corpo animale. Il nostro primo autoritratto è stato una metamorfosi, un incontro; l'immagine di due animali in uno, uno dei quali eravamo noi. Le pitture rupestri sono la prima espressione narrativa dell'umanità. Alcune risalgono a un tempo in cui il linguaggio era forse ancora agli inizi. Il loro significato è un mistero: riti di magia venatoria? Trance sciamaniche? Sistemi simbolici complessi? Non lo sappiamo davvero. Una certezza però c'è: quei nostri antenati paleolitici dipingevano animali, e non in maniera sporadica o isolata, ma continua, diffusa, quasi sistematica; e lo hanno fatto per decine di millenni, in centinaia di grotte disseminate in Europa, Africa, India, Cina, Australia, Oceania, Americhe. Lo facevano perché li vedevano attorno a sé, li seguivano ed erano seguiti da loro, in un movimento speculare che ha i tratti di una danza in cui gli stessi individui erano al contempo prede e predatori, e si muovevano su un unico proscenio, indistinti. Li ammiravano, li temevano, li imitavano, forse li sognavano. Questo suggeriscono quelle pitture.


