“Nell’era nuova l’uomo è più solo non più forte”, testo della intervista di Antonio Gnoli ad Umberto Galimberti pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 5 di aprile 2026: (…). Come gestisci il successo? «Non lo gestisco, piuttosto lo subisco. Arrivo in un posto, faccio quello che c’è da fare. La gente applaude. Scendo dal palco. C’è il rito del firmacopie. La fila di persone, l’attesa. Gente perbene che vorresti abbracciare. È un’Italia che mi piace, che mi dà la sensazione che ci sia ancora un futuro. Ma io non so se mi sopporto. Mi guardo attorno. Qualcuno mi porta a mangiare. Vado in albergo e provo a dormire perché all’alba c’è un nuovo treno da prendere. Se non mi addormento subito leggo qualche pagina. È un gesto automatico, come spengere la luce e attendere che la notte si confonda con il mio buio».
Sei abitudinario? «Lo sono, ma sono altresì convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
I tuoi libri, le conferenze, le persone che incontri hanno un senso. «Certamente. Ma tutto questo, vedi, definisce il ruolo, la riconoscibilità, perfino il potere, in questo caso intellettuale. Ciò che davvero mi aiuta a contrastare certi dubbi è non dimenticare mai chi sono veramente e da dove vengo».
Provieni da una famiglia numerosa. «Eravamo dieci fratelli. Mio padre non c’era più. Mia madre aveva uno stipendio di 60 mila lire al mese come maestra elementare. Non potevo pesare sulla famiglia. Sono stato in seminario per quattro anni, poi ne sono uscito a metà della seconda liceo. Non tolleravo l’autorità. Di quegli anni ricordo con riconoscenza due cose: i padri spirituali, dalle cui prediche mattiniere ho appreso l’arte di parlare in pubblico, e Gianfranco Ravasi che è stato un prezioso compagno di banco».
Non hai mai pensato alla carriera ecclesiastica? «Ero inadatto alle gerarchie e alla cieca disciplina. E poi, non ho mai avuto quella potenza del credere che ha accompagnato le scelte del mio amico Ravasi».
Dopo la maturità cosa accadde? «Una borsa di studio mi portò alla Cattolica. All’università incontrai insegnanti straordinari: Gustavo Bontadini, Sofia Vanni Rovighi, Francesco Alberoni che insegnava sociologia e Gianfranco Miglio, Scienze politiche. E poi Emanuele Severino».

