"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 8 giugno 2026

MadeinItaly. 91 Marino Niola: «Il Sol dell'avvenire era una falsificazione assoluta della realtà. Non esisteva, era un sogno, un obiettivo impossibile ma ugualmente agognato».


Networking. Non piangete e non ridete. Perché, giunti al capolinea, è meglio fermarsi a riflettere sulla parola da cui nasce questa storia italiana: networking, appunto. Che vuol dire "fare network". In inglese "rete". Termine usato in tanti sensi. Network di affari. Network di amicizie. O di relazioni affettuose. O di alleanze. Cose e persone che si tengono insieme, che interloquiscono tra loro. Congiungendosi senza confondersi, con modalità più o meno strette. La teoria in effetti si sbizzarrisce. Negli studi economici, come in quelli politici, c'è infatti chi sostiene che strategicamente sia meglio dotarsi di reti lasche (come quelle dell'Unione Europea), e c'è chi tifa invece per le reti strette (Usa e sudditi). Mentre i più realisti (in medio stat virtus...) predicano le strategie modellabili caso per caso, più efficaci perché più aperte alla fantasia e al bisogno. Lo avrete notato: la parola la si sente ormai pronunciare anche in tram, anche nelle conversazioni in libera uscita, come si conviene a tutti i termini inglesi che conferiscono un'aura cosmopolita. Nella peste del linguaggio che imperversa fa la sua figura. Se poi girate per convegni è tutto un network. Severamente vietato dire rete, reticolo, insieme, trama, sistema, groviglio, combinazione. Vietato perfino dire "costellazione", che pure ebbe la sua massima fortuna negli Anni Ottanta del secolo scorso. Ed è così che in queste settimane si è giunti all' "apice della disgrazia", come avrebbe detto Diego Abatantuono nei panni del fornaio che insidiava Pina, la moglie di Fantozzi. Ossia al programma vero di un convegno. Giuro. Ufficiale, messo nero su bianco. In cui a un certo punto compare la voce: ore 12.30 "aperitivo e networking". Proprio così, rileggete e assaporate. C'è una intera filosofia dietro queste tre parole. La prima componente, va da sé, è l'anglomania di chi ignora che, anche grazie a "the Donald"; il mondo anglofono è in vorticoso declino di reputazione. La seconda è l'ideologia del "qui-si-lavora-sempre", stentoreamente enunciata proprio nel Paese che presenta i più bassi tassi di crescita della produttività in Europa. Già, non vorrai mica prendere un aperitivo pensando ai fatti tuoi, sorseggiare un bollicine per degustarlo o immaginando la bella serata che ti sei apparecchiato con un'amica o un amico piacevole. E nemmeno vorrai prenderti un bel bicchiere di coca-cola ripensando all'ultima volta che lo hai fatto ridendo con il tuo nipotino. Meno che mai vorrai appoggiarti a una parete con uno spritz in mano e studiarti con ironia l'antropologia verdoniana che ti circonda. Macché. "Devi" fare networking. Perché tu sei sempre al lavoro, dal momento che l'ozio, così gustosamente glorificato dal rimpianto professor Domenico De Masi, è il male a cui, tu manager d'affari, di scienza e di spettacolo, non puoi lasciare aperta la minima fessura. Alzati dunque da quella poltrona, molla subito il tuo davanzale, e fai il tuo networking, lavativo che non sei altro. Ma c'è ancora una terza componente profondamente filosofica che prorompe da questo programma patinato. Ed è la brutale strumentalità di ogni relazione. Perché dal mondo quotidiano, notatelo, viene vigorosamente cacciata una forma di relazione meravigliosa: la chiacchiera. Quella senza altro fine che scambiare opinioni sulle mezze stagioni, sui pistacchi di Bronte o sui destini di Max Allegri. La chiacchiera disinteressata da cui, proprio perché senza intenzioni, come dai terreni a riposo, può sbucare (o fiorire) l'idea geniale, arrivare il lampo che ti proietta in una nuova mentalità. Solo chi non ha mai ideato nulla ignorala potenza creativa della chiacchiera, perfino della parola immaginifica del bambino ancora incapace di esprimersi. Perché questa è infine la verità. Che un architetto delle relazioni, quella parola magica - chiacchiera, sissignori - la metterebbe sul programma, per dargli originalità e lucentezza, per farlo sapere di antico e di moderno, di ozio e di pensiero insieme. Per distinguersi dalla folla dei comunicatori senza fantasia, appunto i fan del networking. Che il cielo abbia pietà di loro. Ma soprattutto di noi. (Tratto da "Basta col networking, torniamo all'umanità delle belle chiacchiere" di Nando Dalla Chiesa).