Tre giorni furono spesi in preparativi: l'undici di giugno, che era il giorno stabilito, la processione uscì, all’duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d'ampi zendali, molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da' loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l'insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. (Tratto da “I promessi sposi – 1827/1840 – di Alessandro Manzoni).
Antisemitismo e islamofobia sono due gemelli velenosi che crescono insieme. E che dopo l'attacco del 7 ottobre 2023 stanno toccando livelli sempre più preoccupanti in tutto il mondo. Per restare in Italia, a fine maggio è stato arrestato un dodicenne che si proponeva di «uccidere tre musulmani della mia classe e un altro immigrato musulmano», e negli stessi giorni la presidente dell'Unione comunità ebraiche italiane, Livia Ottolenghi, ha denunciato «un incremento del 400 per cento degli atti di antisemitismo certificati rispetto al 2022». Fa effetto quindi trovarsi davanti, in un ciclo di affreschi che è stato definito "la Cappella Sistina del Medioevo romano", una dimostrazione di come quei due mostri siano cresciuti insieme, verosimilmente alimentati dalla diffidenza verso le civiltà orientali da parte del cristianesimo, che pure ha le sue radici in quello che oggi chiamiamo Medio Oriente. Sulle pareti dell'Aula Gotica della Basilica dei Santi Quattro Coronati, in un ciclo del XIII secolo riportato alla luce poco più di dieci anni fa, le immagini auliche delle Virtù incombono sui Vizi Capitali: e qui si incontrano fianco a fianco islamofobia (la Lussuria nei panni di Maometto il poligamo) e antisemitismo (l'Avarizia personificata dalla caricatura di un usuraio ebreo). La condanna delle religioni "false" continua sulla parete dedicata alla grande figura del dio Mitra che uccide un toro: e qui c'è una citazione inattesa, che non può essere una coincidenza. Perché al piano terra dello stesso edificio, in quegli stessi anni veniva affrescato l'Oratorio di San Silvestro. E nella scena di uno dei miracoli del Santo, che resuscita un toro sacrificato da un sacerdote ebreo, ci troviamo davanti a un'immagine molto simile a quella del sacrificio del dio Mitra. È evidente la sovrapposizione dell'ebraismo al mitraismo, che era una religione molto diffusa e influente nella Roma dei primi secoli dell'era cristiana. Una similitudine che, quando il cristianesimo diventa religione dominante, lega entrambi nella stessa condanna. E pensare che pochi secoli prima, grosso modo tra il Terzo e il Settimo (e quindi fino alla nascita dell'islam}, la vita religiosa della Tarda antichità era caratterizzata da un sincretismo fiducioso: pagani, ebrei e cristiani condividevano quello che Michael L. Satlov, famoso storico delle religioni, ha definito "Un mondo incantato". (…). (Tratto da “Gemelli Velenosi” di Angiola Codacci-Pisanelli).
“La lotta collettiva non ha bisogno di idoli e purezza”, testo di Loredana Lipperini: La domanda emersa in questi giorni si può riassumere così: perché ci si sente traditi da Francesco De Gregori (che non prende posizione) e da Erri De Luca (che ne prende una oggettivamente deprecabile negando il genocidio a Gaza), al punto di affermare pubblicamente che si getteranno le loro opere nell'immondizia? Formulata diversamente, la domanda è: cosa ci aspettiamo dagli intellettuali? Si può rispondere scegliendo diverse strade. Quella più autorevole parte da Roland Barthes e da una sua vecchia affermazione: «Quello che il pubblico vuole è l'immagine della passione, non la passione». Parla del wrestling, ma la frase vale anche per gli scrittori o i cantanti che vengono trasformati in idoli se, per dirla con Barthes, li consumiamo come un segno. E giocare con i segni è pericoloso, perché cambiano in un batter d'occhio: per fare un solo esempio, cinque anni fa Fedez venne salutato come un eroe dell'antagonismo dopo il suo intervento dal palco del 1° maggio (che era semmai straniante, come se Gianni Agnelli avesse intonato la Canzone del maggio durante un'apparizione televisiva), e oggi è considerato, dopo l'intervista a Meloni, un fiancheggiatore del potere. Ma il problema non è degli intellettuali o degli artisti che cambiano idea, o dicono quello che non vogliamo che dicano: il problema è nostro. Perché spesso cadiamo nelle trappole di chi vuole screditare una parte politica evidenziando le contraddizioni di uno dei suoi esponenti, e quasi sempre abbiamo un disperato bisogno di maestri, guide, fari, Bertoncelli e preti, per dirla con Guccini, che ci indichino la via. Verrebbe da dire che dove la politica fallisce si cerca altrove, nel vecchio intellettuale organico o nella guida spirituale o musicale o letteraria. Ma è pericoloso, appunto. Perché se è sacrosanto che chi ha visibilità prenda parola pubblica, che sia, per dirla con Sartre, "implicato", è vero anche che è un errore delegargli la propria salvezza. Nella sua biografia postuma, Michela Murgia dice che avrebbe voluto non essere l'unica voce che si esprimeva. E prima, negli anni Settanta, "La cultura del narcisismo" di Christopher Lasch già parlava della dipendenza crescente da esperti e celebrità che offrissero un orientamento, un'illusione di autorità morale che rispondesse allo smarrimento comune. Gli idoli crollano, quasi sempre: nelle pagine iniziali di "Testamenti" di Margaret Atwood, zia Lydia guarda la statua che hanno eretto in suo onore e constata che è ricoperta di muffa ed escrementi di piccioni. Che è quel che avviene quando si erigono monumenti, i quali, a loro volta, vengono innalzati perché il nostro oggi è figlio di un lungo disincanto, che parte dagli anni Ottanta, si infila nel berlusconismo, trova enfasi nel primo V-Day del 2007 e nel grillismo che si appropria di quanto avevano fatto i movimenti altermondialisti sgretolati nel G8 di Genova, e infine è questo che ci impedisce di vedere che i movimenti esistono ancora, e che se guardassimo a quelli non avremmo bisogno di chiedere purezza e rappresentanza a nessuno. (…).
N.d.r. I testi sopra riportati sono stati pubblicati sul settimanale “L’Espresso” del 5 di giugno 2026.


