"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 2 settembre 2026

Uominiedio. 70 Enzo Bianchi: «Come si può avere ancora fede nell’uomo se l’uomo ha generato Auschwitz?».


A un anno dall'inizio della devastante pandemia, prendiamo sempre più coscienza che il Covid è molto più di un'epidemia, perché i suoi effetti sulla vita personale e sociale si accrescono man mano che passa il tempo, un tempo che pare illimitato. La domanda costante in noi e tra di noi è: fino a quando? Siamo avvertiti sui mutamenti del nostro comportamento, sui nuovi assetti che si stanno delineando, segnati da fine e distruzione di legami, storie, equilibri che davano senso al nostro quotidiano. Dai dati forniti da diversi e qualificati osservatori la famiglia risulta essere la realtà più ferita: le separazioni sono infatti aumentate del 60%, con stima per difetto. La vita comune in condizioni di "clausura" e di numerose limitazioni diviene faticosa, conflittuale, in particolare tra coniugi, uomini e donne impegnati in storie di amore. Si giunge alla non comprensione reciproca, a una tensione non parlata, quando non esplicitamente ad atteggiamenti verbali e fisici di violenza. Ecco allora la separazione come via inevitabile per non permettere che una vita all'insegna dell'amore si trasformi in vita infernale. A partire da questi dati mi sento di rilevare quanto segue: nella nostra società, che da qualche decennio è sempre più individualista e segnata da tratti di narcisismo, non c'è più "pazienza", l'alta virtù che consente di vivere accettando la diversità, l'alterità, la complessità. Pazienza come makrothymìa, capacità di sentire in grande e di sopportare le debolezze altrui. Il conflitto non pare neanche più gestibile e viene inteso solo come via che conduce alla separazione e alla rottura, esiti accompagnati da sofferenza, confusione e disordine sociale. Ma oltre alle famiglie soffrono per la "clausura" anche i single, trascinati in una noia, in un'accidia spesso riempita con il conforto dell'alcol. Il non poter uscire di casa e il non poter incontrarsi di persona induce al consumo di alcol nella desolante solitudine dei propri appartamenti. Contatti ed empatia sono decisivi nella lotta contro questa deriva, e invece, purtroppo, quanti tentano di uscirne vedono crescere le loro difficoltà a incontrarsi e a essere supportati in un cammino già difficile. Ma si pensi anche a quanti, per mancanza di spazio nelle loro case, restano ore e ore davanti allo schermo di un computer, non solo per il lavoro da remoto ma anche per la fruizione di altri contenuti, spesso stesi su un letto o su un divano. Il movimento diventa più difficile, il corpo si impigrisce e i social assorbono quel tempo che potrebbe essere dedicato a pensare, stare in silenzio o tentare, per quanto possibile, una relazione con la natura. E potremmo continuare riflettendo sul malessere degli adolescenti... In breve, quasi tutti, pur con modalità diverse, in questo tempo soffrono, senza intravedere orizzonti di speranza, e tutti sono messi alla prova nella loro qualità umana. Lo testimonia la crescita della cattiveria e della violenza, che si esprime anche nella piaga dei femminicidi. Di fronte a ciò sorge spontanea una domanda: perché nei media vi è così tanto spazio per la pandemia, ma così poca riflessione sui suoi effetti sociali? (Tratto da “La cura antica della pazienza” di Enzo Bianchi, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del primo di febbraio dell’anno 2021).

“Bianchi e la vita come dogma”, testo di Massimo Recalcati pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, mercoledì 2 di settembre 2026: La morte di Enzo Bianchi lascia una grande tristezza innanzitutto in chi lo ha conosciuto e amato. La scomparsa di un amico assomiglia sempre alla scomparsa di un mondo intero. Il mio primo ricordo della sua persona riguarda la sua forza, la vitalità, l’energia dell’uomo. È quello che i Vangeli descrivono come potenza (dynamis): la sua vita era una vita capace di essere davvero viva. C’era una specie di fuoco che animava tutto quello che faceva: studiare, scrivere, predicare, curare l’orto e la cucina del suo monastero, viaggiare, incontrare i fratelli, le sorelle e gli amici, dialogare, avere rapporti affettuosi con i suoi cani, scegliere i vini giusti per la sua tavola, amare l’arte. Insomma, in tutto questo e in molte altre delle sue innumerevoli attività era la vita viva a salire in primo piano. Non l’ascesi sacrificale, la mortificazione della carne, la penitenza patibolare. È stata questa, se si vuole, la cifra più radicale del suo cristianesimo: accogliere con gioia la vita in tutte le sue svariate forme. È l’insegnamento fondamentale di Gesù che egli ha voluto ereditare e trasmettere: «Non sono venuto per condannare il mondo ma per salvarlo». Che cosa significa essere cristiani? È stata questa la domanda alla quale Enzo Bianchi non ha mai smesso di rispondere. «Come si può avere ancora fede nell’uomo se l’uomo ha generato Auschwitz?», disse una volta a voce alta nel corso di un nostro viaggio a Gerusalemme insieme ad altri amici e amiche. Domanda che faceva volontariamente eco a quella che a suo tempo Adorno aveva formulato di fronte all’orrore della Shoah: «Si può ancora scrivere poesie dopo Auschwitz?».