“LeggerePaoloNori”. “Amare la Russia non è amare Putin”, testo di Paolo Nori pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di ieri, venerdì 24 di luglio 2026: Sono stato in Russia, a Pietroburgo e a Mosca, a fare la guida turistica per Gogol’ Maps, un viaggio sui luoghi dove è natale la letteratura russa, e mi son successe due cose stranissime. La prima mi è successa l’ultimo giorno di Pietroburgo, sabato, che al mattino siamo usciti siamo andati in un parco, e quando son tornato in albergo, in questo giro in Russia non avevo connessione, le mail e i messaggi li vedevo solo in albergo, quando sono tornato in albergo mi sono arrivati un sacco di messaggi che dicevano che, in Italia, avevano detto che Pietroburgo era sotto una pioggia di droni ucraini e che le autorità consigliavano ai pietroburghesi di stare chiusi in casa. E dal “Fatto Quotidiano” mi hanno scritto che hanno letto dei droni in città e mi hanno chiesto di scriverne. Io ho risposto che la città era tranquillissima, che i parchi e le strade erano pieni di gente che si godeva il sole, molti matrimoni, gente che fa ginnastica, un normalissimo sabato di luglio. E loro mi hanno risposto se volevo scrivere anche solo un colonnino per descrivere questa situazione così diversa da quella descritta dai siti e dalle agenzie di stampa italiane. E io ho risposto di sì, ma che non riuscivo a farlo quella sera, che gliel’avrei mandato di notte e ho fatto così, quella notte c’è stata anche la maratona, a Pietroburgo, Notti bianche, si chiama, è partita alle dieci di sera, se non ricordo male, c’era un sacco di gente, dei maratoneti erano anche nel nostro albergo. Dopo, qualche giorno dopo, ero già a Mosca, qualcuno mi ha detto che, in Italia, il mio pezzo dove dicevo che Pietroburgo era tranquillissima era dispiaciuto a alcuni commentatori. E io ho pensato che, se ci fosse stata veramente una pioggia di droni, sul centro di Pietroburgo, e noi fossimo stati chiusi in albergo, io avrei scritto che c’era una pioggia di droni sul centro di Pietroburgo e che noi eravamo rimasti chiusi in albergo e questi commentatori sarebbero stati contenti. Invece di droni non ne abbiamo visti, io ho scritto che i droni, se c’erano, non ce ne siamo accorti, ci son rimasti male, i commentatori. Ma pensa. Dopo, a Mosca, la prima sera, siamo andati in piazza Rossa e, eravamo appena entrati, hanno cominciato a suonare le campane, una persona che era con me mi ha detto “Perché non fai un video?”, io ho fatto un video di pochi secondi, si sentivano le campane, c’era una bambina che ballava intorno a sua mamma, sullo sfondo il muro del Cremlino e San Basilio, un video semplicissimo che è stato visto da decine di migliaia di persone, è la seconda cosa più vista tra quelle che ho caricato su Instagram, la prima è la foto di un ragazzo che studia nella sala di lettura numero 3 della biblioteca Lenin di Mosca con la maglia di Paolo Maldini: la maglia del Milan, quella bianca, il numero 3, la scritta Maldini sulla schiena e intorno l’enorme sala di lettura dove io, 33 anni fa, ho raccolto il materiale per la mia tesi di laurea. Dopo, sotto il video della piazza Rossa e sotto la foto di Maldini c’erano molti commenti positivi e molti commenti anche negativi, uno mi consigliava di farmi esplodere e un altro mi diceva di non tornare, di restare in Russia, che io, devo dire, tra le due cose, preferirei non tornare, farmi esplodere preferisco di no ma alla fine, devo dire, non mi son fatto esplodere e sono tornato mi dispiace per quelle persone che gli dispiaceva che in piazza Rossa c’erano delle bambine che stavano bene e che nella biblioteca Lenin c’era un ragazzo che studiava con la maglia di Maldini. Molti di questi commentatori a cui non piaceva la maglia di Maldini avevano, vicino al nome, la bandiera ucraina, e qui veniamo alla seconda cosa stranissima che mi è successa a Mosca. Che io, una sera, sono tornato in albergo, ho guardato le foto e i video per decidere cosa mettere su Instagram e le mie foto, e i miei video, e tutti i video e tutte le foto che avevo fatto, mi sembrava, erano tutti neri. Eravamo stati alla Galleria Tret’jakovskaja, quel giorno lì, io avevo fatto un sacco di foto e qualche video che, adesso, erano tutti neri. “Chi è stato?”, mi sono chiesto, e mi son ricordato quelle bandiere nei commenti che mi dicevano di farmi esplodere e mi son detto “I servizi segreti ucraini. Son stati loro”. Allora. Io, da qualche mese, sto scrivendo un libro che si intitola Ma guarda: sono un coglione, dove racconto i momenti che mi sono accorto, nella mia vita, di essere un coglione, sono tanti, sarà un libro lungo, e devo aggiungerci anche questo perché, dopo qualche minuto che mi sentivo preso di mira dai servizi segreti ucraini, ho scoperto che le foto e i video che avevo fatto alla Tret’jakovskaja c’erano tutti, erano solo più sopra perché, tornando in albergo, il mio telefono, dentro la tasca dei miei pantaloni neri, aveva scattato delle foto nere. Ma guarda. Sessantaquattro, in tutto. Dopo, per via dei commentatori che dicono che sono un filorusso, hanno ragione, sono un filorusso. L’ho scritto anche nell’ultimo libro che ho pubblicato, Non è colpa dello specchio se le facce sono storte, dove c’è scritto che una volta Guido Carpi mi ha detto “Stai attento che poi dicono che sei filorusso”, e io gli ho risposto che, se lo dicono di me, fanno bene, a dirlo, perché io sono, un filorusso. Nel senso che sono innamorato, fin da quando ero piccolo, di un paese straordinario, dove si parla una lingua straordinaria, dove vive della gente straordinaria che ha generato una cultura straordinaria. E ho aggiunto che immaginare che la mia ammirazione per lingua, cultura e gente russa sia necessariamente ammirazione per i governanti, russi, sarebbe come immaginare che le migliaia di studenti che sono venuti e continuano tutti gli anni a venire in Italia a studiare, mettiamo, storia dell’arte, ci siano venuti e ci vengano perché hanno ammirato e ammirano Paolo Gentiloni, o Giuseppe Conte, o Enrico Letta, o Matteo Renzi, o Mario Monti, o Mario Draghi o Giorgia Meloni. Provate a fermare uno studente straniero che incontrate per strada e a chiedergli “Come mai ti attira tanto l’Italia?”. Se quello lì vi risponde “Guarda, a me piace tantissimo Paolo Gentiloni. E ho pensato che un paese che ha, come premier, Paolo Gentiloni, deve avere per forza qualcosa di buono”. Ecco, se succede, io smetto di dire che sono filorusso. Ma, fino a che non succede, io continuo a dire questa cosa che ho già detto varie volte, e già pubblicato, anche, varie volte, ma ci son dei periodi che certe cose è bene dirle e ripeterle un po’ ad alta voce.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
sabato 25 luglio 2026
Cosedettecosì. 46 Paolo Nori: «Amare la Russia non è amare Putin».
venerdì 24 luglio 2026
Cosedettecosì. 45 Michele Serra: «Non è più questione di destra o sinistra. Non è più una categoria che basta a spiegare le cose. La questione è credere nel diritto o nella forza bruta. Nella democrazia o nella sua dismissione che i Salvini di tutto il mondo, avendo Trump come faro, sognano di realizzare».
Sopra. "Allegoria del buon governo" - 1338/39 - di Ambrogio Lorenzetti.
In una seduta del Senato del 1961, Emilio Lussu (eroe della Resistenza, membro della Costituente e grandissimo scrittore) provò a far comprendere agli onorevoli colleghi quanto fosse grave non applicare una legge (si trattava di quella, ahimé quanto attuale, che proibiva la ricostituzione del partito fascista), dicendo che una simile inerzia avrebbe negato all'Italia il diritto di riconoscersi in uno «Stato del Buongoverno, per usare un'espressione simbolo che, nei suoi affreschi immortali, ci ha lasciato Ambrogio Lorenzetti». Ebbene, chi si chieda quale sia il posto della giustizia in un governo che voglia essere buono, vada a Siena a contemplare proprio il Buon Governo, una delle più potenti e seducenti rappresentazioni figurative dell'arte di sortirne insieme, cioè della politica. Ambrogio non ci mostra la Giustizia bendata, come si inizierà a fare solo dal Rinascimento, ma con gli occhi bene aperti verso l'alto: verso la Sapienza che regge i piatti della bilancia che consente di distribuire, appunto secondo giustizia, premi e pene. Senza giustizia non può esserci convivenza civile, come mostra la corda che dai piatti della Giustizia scende a legare i cittadini, in una interpretazione paretimologica della parola "concordia". Chi, nelle più svariate circostanze, viene chiamato a giudicare ha un solo dovere: quello di studiare, di approfondire, di capire, di entrare nelle cose, nelle norme e nei fatti. Di liberarsi da ogni vincolo, tenendo il proprio sguardo fisso in quello della Sapienza. Solo così potrà resistere alla tentazione di assolvere o condannare non in scienza e coscienza, ma secondo partito preso, corporazione, timore, condizionamenti di ogni tipo. Cedendo alle invocazioni di una folla che vuole libero Barabba, non Gesù. Lo sguardo fisso verso la Sapienza innalza la Giustizia, allontanandola dalle logiche pattizie e di scambio che lordano la vita delle comunità. E la corda della concordia sfata l'idea che possa esserci pace senza giustizia: senza punire i prevaricatori, i furbi, i potenti che pensano di farla franca attraverso vittimismo e minacce. È ironico che Silvio Berlusconi si fosse fatto riprodurre l'affresco di Lorenzetti a Palazzo Chigi: chissà se ha mai capito che quell'affresco esaltava un'Italia il cui ethos lui stava scientificamente distruggendo. Quella che per secoli si era sentita dire, con un versetto del libro della Sapienza, che il primo requisito per chi ha un potere terreno è l'amore per la Giustizia. (Tratto da “Non c’è giustizia senza pietà” di Tomaso Montanari).


