Sopra. Maurizio Maggiani.
“Tutti cercano la luce io amo l’ombra”, titolo della intervista di Antonio Gnolli a Maurizio Maggiani pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” di oggi, domenica 31 di maggio 2026: (…). “L'ornamento delle cose secondarie" è una bella definizione del tuo lavoro. «Sono cresciuto nella secondarietà. In una stanza, pagata a cambiali per arredarla, nel lungo dopoguerra. La prima percezione dell'"ornamento" - cioè di quel di più che va oltre l'essenziale - fu il regalo di un paio di cesoie che mi fece mio nonno per potare i filari di Vermentino. Avevo solo 6 anni».
Vivevi in campagna? «Sì, e ricordo noi due che camminavamo verso il filare come fosse l'orizzonte delle nostre povere vite. Era la prima potatura, quella invernale. Il nonno mi insegnò i gesti che mi avrebbero permesso di farla anch'io. Finito il lavoro mi prese per mano e arretrammo finché il nostro sguardo abbracciò tutto il filare. E lui guardandolo disse bon. La parola bello non esiste nel nostro dialetto».
Che è quello ligure. «Sono nato in una frazione di Castelnuovo Magra, a ridosso della via Aurelia Nella parte sud della Liguria».
Com'eri da bambino? «Sono cresciuto nella casa che il nonno costruì con gli scarti dei mattoni della fornace. Eravamo abbastanza poveri ma sono venuto su libero e indisturbato. È stato il periodo più bello. Poi mio padre trovò lavoro a La Spezia, dove ci trasferimmo. Una delle poche cose belle che ricordo di quel periodo fu una macchina fotografica».
Te la regalarono? «L'acquistò mio padre a rate per 40 mila lire. Non avevo mai visto un oggetto simile. Sentii subito il fascino di quella cosa meccanica e imparai a usarla. Quando divenni maestro la portavo spesso nelle classi in cui insegnavo. Fu meraviglioso vedere le facce incredule dei bambini mentre gli parlavo delle immagini e di come esse sono un racconto senza parole».
Hai realizzato un libro (“Almanacco dei viventi” edito da Feltrinelli n.d.r.) di parole e immagini. Che rapporto c'è? «Non mi ritengo un intellettuale. Le cose che faccio non si nutrono di un pensiero forte. A vent'anni andai a convivere con una ragazza che aveva un bambino. Era il periodo in cui, oltre a fare maestro, facevo il fotografo. Un giorno raccolsi ritagli di immagini di scarto e realizzai dei collage con dentro delle grandi parole. Era un album che realizzai per il bambino: parole e immagini, appunto. Per me il rapporto è la libera associazione fra i due momenti. Il fatto che un bambino ne fosse attratto non era frutto di una teoria, ma di un bellissimo gioco. Dopotutto, non ho mai saputo distinguere tra immagine e parola Sono lo stesso racconto con due voci diverse».
Hai detto che il "bello" non esiste nel tuo dialetto. Come definiresti le immagini del tuo libro? «Sono dotate di una bellezza secondaria, non appariscente. Come ombre che tornano alla luce. Da un po' mi aggiro in questo giardino, dove sediamo e parliamo, provando a fotografare le ombre. All'ombra quasi nessuno fa caso, tutti vogliono la luce».
Perché l'ombra? «Tutto è cominciato nel periodo del Covid. Essendo qui confinato potevo solo aggirarmi tra i fiori e le piante. Poi, l'anno scorso, ho avuto un problema al cuore e dovevo starmene qui tranquillo. Allora, con tutti i miei limiti fisici, ho guardato in modo diverso il giardino scoprendo che l'ombra suscita pensieri interessanti. Non è assenza di luce, ma qualcosa di più mite, simile a un barlume che può esaltare un frammento di questo tutto».
Concentrarti sull'ombra rinvia alla tua condizione di ipovedente? «Ma certo! Sono nato con i coni della retina completamente compromessi. Però di notte vedo più stelle di quante ne puoi vedere tu. Ho uno sguardo che non appartiene al tuo mondo. Non potrei mai associare la parola verde al verde. Perché il mio verde è un'altra cosa. Mi piace giocare sui colori che si disfano e che diventano ombre. Quando mi commiserano per quello che ho perso mi dico: c'è anche tanto che ho guadagnato e che si è potenziato».
Viene in mente la parola "tattile". Cosa ti fa pensare? «Che ho una vista tattile e uno sguardo angolato, decentrato. Per riuscire a "vedere" devo togliermi di mezzo. Accade un po' come nel sogno, ci sei e non ci sei. In fondo, se ti poni al centro della battaglia di Waterloo non capirai mai cosa è accaduto».
Il senso della lateralità è importante per la tua scrittura? «Penso proprio di sì. Sono per la fucilazione di coloro che mettono l'io al primo posto. Non riesco a tollerarlo e spero di non essere mai caduto in questo vizio».
Nei tuoi romanzi parli molto di te. «Ne parlo come fosse un'epica corale. Parlo di me, di come sono cresciuto in una casa dove a volte eravamo in dodici a mangiare e la sera c'era sempre uno che diceva: “Sai cosa ho visto oggi? E cominciava a raccontare. I miei romanzi partono da questo bellissimo incipit. Sono libri dove la gente si parla e ancora si incontra. C’è ancora attenzione naturale verso l’altro».
Nel libro hai messo all’inizio una frase di Simone Weil: “Essere attenti per poter essere, più tardi giusti”. «Mi arrabbio all’idea che ci sia sempre meno gentilezza, disponibilità, attenzione. Quella frase è un atto di resistenza in difesa degli altri e della natura. Se c’è attenzione c'è una possibilità che la grazia, come pensava Simone Weil, ci tocchi».
E la giustizia? «So che non posso prescinderne. So che sarò giudicato per quello che avrò fatto e non per altro».
Ti stai infilando in qualcosa di trascendente? «Non so sinceramente se un'entità suprema ci giudicherà, ma al giudizio non potremo sfuggire. Saremo giudicati su quanta vita e quanta morte abbiamo messo al mondo. Non c'è sera o quasi che non mi chieda se sia giusto che mi assolva. Nonostante sia fuggito dall'imperio delle leggi paterne mi è rimasta la probità di mio padre. A casa stilava i preventivi del suo lavoro di elettricista e muratore. Il foglietto, ricco di cifre, finiva con una frase: "Il tutto a regola d'arte, Maggiani Dino". Ecco, mi giudico se ciò che ho fatto è stato fatto a "regola d'arte"».
Nutri dubbi su di te? «A volte mi tormentano. Ma non potrebbe che essere così. Viviamo in una civiltà complessa e disarticolata. Ma possiamo sempre decidere chi siamo e cosa vogliamo essere. Se vuoi resistere oppure soccombere, adeguandoti alla legge del più forte».
Torna spesso nei tuoi discorsi la necessità di resistere. A cosa? «Agli attriti della vita e ai soprusi del forte senza scrupoli. Anche fotografando, anche ora che ho frugato nel mio archivio e ho estratto queste foto che hanno dato vita all'Almanacco dei viventi, mi è sembrato di lavorare per la vita giusta. Non la riesumazione di un tempo della nostalgia, ma un'opera di resurrezione. Niente, credo, deve andare perso. Da questo punto di vista sono ancora profondamente cristiano. Mi sento in sintonia con Gesù che salva i buoni e i semplici di spirito e manda alla geenna i malvagi».
Ma c'è una vita eterna? «Se c'è, è il racconto perpetuo della vita, la necessità morale di non abbandonarla alla smemoratezza. È questa la resistenza nel tempo della morte. Voglio bene, credimi, a quelle vite che attraverso le foto rinascono insieme alle mie parole: a Denis il bracciante; a Mimmo il ladro gentiluomo; a Gionni Parafango che aveva fama di forzuto gentile; a Maria, Ines e Carla, le tre grazie che cucinavano nelle feste del partito. Agli oggetti umili che ci hanno accompagnato e agli animali che ci hanno nutrito».
C'è una foto in particolare che colpisce. L'hai intitolata "I credenti". «Sono una vecchia e un bambino nel giorno della comunione. La vecchia è mia nonna che mi ha cresciuto e poi ha cresciuto quel bambino».
Confessi di aver invidiato la sua fede. «Ho invidiato la sua semplicità, ho invidiato il suo Dio che non aveva un nome. Lo chiamava "quer lassù". Quello lassù. A lui affidava senza spreco di parole la vita e la morte di tutti gli esseri che popolavano il suo universo, senza distinzione tra le montagne e i mari, tra le sue galline che avrebbe cucinato e i figli che avrebbe cresciuto perché vivessero in dignità e salute».
Quella foto ti parla ancora oggi? «La bellezza straziante dell'immagine, che non vincerebbe neanche un concorso per dilettanti, è tutta nella tranquillità della vecchia e nella dolcezza del bambino. Essi confidano, come protetti dal crocifisso alle spalle. Forse non sanno bene ciò che accade, non sono teologi, ma confidano».


