Sopra. Immagine trasmessami dalla carissima amica Agnese A.
(…). …il capitalismo prevede che le cose siano costruite per rompersi, smettere di funzionare. Gli elettrodomestici, per esempio, dopo un certo periodo che corrisponde alla scadenza della garanzia: ci puoi rimettere l’orologio, se si rompono sono appena passati due anni. Quelli nuovi costano il prezzo di una/due riparazioni. Conviene ricomprarli, informa il tecnico che di solito aggiunge: “lo dico contro il mio interesse”. Perché, certo, c’è anche l’interesse del tecnico - l’idraulico, l’elettricista, altro -, che dovendo sopravvivere al mercato usa e getta è sempre più difficile da trovare, perciò sempre più costoso. Mi ha rallegrata la notizia che una normativa europea impone da oggi il diritto alla riparazione di elettrodomestici e altri dispositivi elettronici (smartphone, tablet) oltre la scadenza della garanzia. Le aziende produttrici dovranno “mettere a disposizione i pezzi di ricambio per almeno dieci anni”. Immagino che le imprese non l’abbiamo presa bene. La direttiva deve essere recepita in Italia, passare dalle Camere. Ma, amici, questo mondo è sul precipizio, i poveri crescono moltissimo più dei ricchi. Pensate in anni, decenni, non in mesi. Quanto può durare, anche per voi? (Tratto da “Il ciabattino e i pezzi di ricambio” di Concita De Gregorio, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi, venerdì 31 di luglio 2026).
“Europa e scienza hanno bocciato il ddl spara tutto”: Stop caccia selvaggia! L'Associazione Teriologica Italiana mette insieme rappresentanti di tutte le professioni che a ogni livello si occupano della gestione e conservazione dei mammiferi nel nostro Paese: docenti universitari, ricercatori, esperti, sia di enti pubblici che privati. Lo scorso 29 giugno l'associazione ha diffuso un documento di quindici pagine che invita il Parlamento a sospendere l'iter di approvazione del ddl 1552, quello sulla caccia per intenderci. Chiede di riaprire un confronto con la comunità scientifica, a partire dagli esperti dell'Ispra e del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale. L'obiettivo dell'iniziativa, inusuale quanto urgente, è quello di rivedere il provvedimento perché incoerente con le informazioni scientifiche disponibili e incapace di garantire un adeguato livello di tutela delle popolazioni della fauna selvatica. Una bocciatura netta sia del mondo scientifico sia di coloro che si occupano a vario titolo della protezione degli animali. Il governo Meloni sull'attività venatoria e sulla conservazione della biodiversità impone decisioni sconfessate dalla scienza con l'obiettivo di scardinare l'impianto della legge 157 del 1992, per passare dalla "tutela della fauna" alla "gestione della fauna". Ammazzare più animali e farlo ovunque, per il centrodestra italiano serve a difendere fauna e biodiversità. In realtà si tratta di un regalo ingiustificabile e dannoso alle lobby dei cacciatori. L'ennesimo strumento di propaganda elettorale che questa volta usa gli animali come merce di scambio. Il ddl "spara tutto" non è stato bocciato solo dalla comunità scientifica ma anche dalla Commissione europea. Le associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e Wwf Italia sono venute in possesso di una lettera ufficiale che la Commissione aveva inviato al governo italiano già a dicembre 2025. Puntualmente ignorata dalla Meloni e dalla sua maggioranza che continua, come sempre, a sottrarsi al confronto. L'Europa denuncia gravi violazioni delle Direttive Uccelli e Habitat per quanto riguarda: l'estensione della caccia fuori stagione, l'indebolimento del parere scientifico, l'uso dei visori ottici e la liberalizzazione dei richiami vivi con rischi concreti di bracconaggio e traffici illegali. Nonostante i rilievi e le stroncature il governo è andato avanti spedito nell'iter parlamentare, approvando in Senato il ddl "spara tutto", confermando la solerzia delle destre italiane nel mettersi sempre al servizio di interessi privati, in questo caso delle lobby dei cacciatori e delle associazioni agricole che vogliono fare profitti a scapito di tanti piccoli agricoltori. Un comportamento gravissimo e irresponsabile a cui hanno replicato 57 associazioni ambientaliste, animaliste ed escursionistiche che chiedono lo stop immediato del provvedimento e la cancellazione delle norme bocciate dalla Commissione europea. L'alleanza di scopo ecologista ha anche inviato una richiesta formale al presidente della Camera per modificare l'iter previsto durante il confronto a Montecitorio. Chiedono che il testo venga discusso in commissione Ambiente, denunciando come sia stato assegnato in esame solo alla commissione Agricoltura, sbilanciata sulle richieste produttive e venatorie. Il conflitto sul ddl caccia selvaggia conferma quanto le decisioni sui temi cosiddette ambientali abbiano bisogno di un approccio sistemico, multicriteriale e interdisciplinare. Sono questioni complesse che non possono essere semplificate, come fa invece il governo Meloni. Che conferma la propria cultura specista e antiscientifica, dimostrando di non essere adeguato a prendere decisioni sulle questioni ambientali. Facciamo Eco!
“Consuma suolo acqua ed energia. L’Ia non è green”: No data center! A Lacchiarella, comune di circa 9.000 abitanti tra Pavia e Milano, lo scorso 11 luglio c'è stata la prima manifestazione contro il progetto della multinazionale Apto che prevede la costruzione del più grande centro dati d'Italia. Il Comitato di Ciarlasco, che mette insieme i cittadini anche dei paesi limitrofi, si batte per impedire la realizzazione di una struttura che da sola occuperebbe 230 mila metri quadrati, con un fabbisogno energetico pari a quello di una città grande come Bologna e un aumento della temperatura previsto dai 2 ai 5 gradi nel territorio circostante. In un momento in cui stiamo letteralmente morendo di caldo, mentre mancano politiche efficaci di adattamento e mitigazione. Il 60% dei data center nel nostro Paese sono in Lombardia, dove nei prossimi anni sono previsti interventi per 22 miliardi. Processi tutt'altro che "green", come denunciano non solo i cittadini, ma i rappresentanti di Avs in provincia e in regione (…). Il recente rapporto Environmental cost of AI's energy use: carbon, water and land fo-otprints - il costo ambientale del consumo energetico dell'Ia: impronta di carbonio, acqua e suolo, della Unu-Inweh (Istituto dell'Università delle Nazioni Unite per l'acqua, l'ambiente e la salute), denuncia come per il 2030 i data center arriveranno a consumare 945 terawattora di elettricità all'anno. L'acqua necessaria per farli funzionare sarà equivalente al fabbisogno di 1,3 miliardi di persone. Se volessimo compensare l'impronta di carbonio avremmo bisogno di 6,7 miliardi di alberi. I data center richiedono un consumo enorme di suolo agricolo, di energia (che sovraccarica la rete e provoca blackout) e di acqua (necessaria al raffreddamento). Per questo i cittadini chiedono che il settore venga regolamentato con leggi regionali e nazionali che impediscano l'utilizzo di acqua potabile per il raffreddamento, fermino il consumo di suolo, impongano l'utilizzo esclusivo di aree dismesse e degradate, obblighino all'approvvigionamento esclusivo da fonti rinnovabili, eliminino i generatori di emergenza a gasolio. Basti pensare che le capacità di stoccaggio di sostanze pericolose dei generatori del data center voluto dalla Apto superano i 4 mila litri. La disciplina nazionale approvata lo scorso 24 febbraio in Parlamento, il disegno di legge delega "Data Center Framework Act", è carente su molti aspetti. Ma soprattutto manca ancora dei decreti attuativi, lasciando indifesi territori e salute pubblica. Mentre la legge approvata recentemente dalla Regione Lombardia ha vincoli insufficienti, preoccupandosi più di tutelare gli affari delle grandi imprese che i diritti dei cittadini e degli ecosistemi dai quali dipendiamo per vivere. La colonizzazione di diversi territori del nostro Paese portata avanti dai data center fotografa da un lato la vera natura di una destra che persegue un modello economico, industriale ed energetico insostenibile. Dall'altro rivela l'arroganza delle Bigtech che in questa fase storica pensano di poter comprare la democrazia. Gli effetti sono sotto i nostri occhi: peggiorano salute e condizione economica. Oggi più che mai per uscirne abbiamo bisogno di una cultura politica che promuova e alimenti una nuova base produttiva in grado di tutelare la relazione tra diritti sociali e diritti ambientali. Facciamo Eco!
N.d.r. I testi sopra riportati sono a firma di Giuseppe De Marzo e sono stati pubblicati sul settimanale “L’Espresso” rispettivamente il 10 di luglio ed il 24 di luglio dell’anno 2026.


