"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 19 aprile 2026

Cosedettecosì. 19 Natalia Ginzburg: «Il mondo ora è pieno di questi ragazzi, che girano senza scopo da un posto all'altro. Non si riesce a capire come invecchieranno. Sembra che non debbano invecchiare mai. Sembra che debbano restare sempre così, senza casa, senza famiglie, senza orari di lavoro, senza niente».


(…). Se un ragazzino di 13 anni va in giro con una maglietta su cui c'è scritto "Vendetta" e, istruito in rete all'uso delle armi, decide di uccidere la sua professoressa di francese, rammaricandosi poi di non esserci riuscito, vuol dire che un limite lo abbiamo passato. Ora si discute sull'urgenza di introdurre soglie per l'accesso ai social: il divieto ai minori di 16 anni è la regola più gettonata anche in Italia, sul modello di Australia e Francia, Germania e Spagna. Serve? Non sono un esperto, vedo quello che mi succede intorno e spesso lo racconto qui. I divieti sono sgradevoli e da soli non bastano se quel che resta delle nostre civiltà non lo accompagniamo con scelte che cambiano il segno della nostra convivenza. Puoi vietare tutto quello che vuoi, ma se nel frattempo non costruisci un ecosistema che aiuti, soprattutto i ragazzi, a ritrovare il gusto e la passione per l'incontro fisico, dei corpi e delle menti, non caverai un ragno dal buco. Poi c'è un altro problema, che in tutta questa chiacchiera intorno alla bolla digitale mi pare trascurata: il ruolo dei colossi tecnologici, veri padroni dei nostri pensieri, dei nostri dati, delle nostre vite. A ragione, Le Monde considera il divieto ai minori sui social media una risposta protettiva solo all'apparenza. In realtà, implica solo un pericoloso trasferimento di responsabilità: si chiede ai genitori degli adolescenti di fare "il lavoro sporco" che gli Stati non vogliono imporre ai giganti digitali. Perché in tutti gli altri settori nei quali è in ballo la tutela della salute pubblica spetta ai produttori dimostrare che la loro "merce" non è pericolosa, mentre sui social questo principio non esiste? Per immettere un farmaco sul mercato servono studi clinici severissimi, per gli additivi alimentari test tossicologici rigorosissimi. Perché a Meta, Tik Tok o Snapchat non si richiede lo stesso standard di sicurezza, a difesa di un sano sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei loro utenti? Guardate, la domanda ha molto senso. E ci interroga, ancora una volta, su un punto-chiave: il rapporto tra potere politico e strapotere tecnologico. Il secondo, ormai annichilisce il primo, che ha rinunciato anche solo a dettare le regole del gioco. E invece dovrebbe farlo: mettiamo pure i divieti ai ragazzi, ma imponiamo ai social un vero controllo su ciò che veicolano. Spetta ai padroni dell'algoritmo accettarne il limite, e tocca ai governi farlo rispettare. Prima che sia troppo tardi. O forse è già troppo tardi? Me lo chiedo perché sul New York Times ho letto che nel 2025 i big della Silicon Valley hanno speso 151 milioni di euro per una massiccia campagna di lobbying nei confronti dei parlamentari europei, per convincerli a fare leggi che affidino ai genitori dei ragazzi il compito di vigilare. Meta ha speso 10 milioni di euro, Google 4,5 milioni. Con raccapriccio, ho appreso che, a fronte dei 720 membri dell'Europarlamento, a Bruxelles ci sono 890 lobbisti tecnologici. Se vincono loro, perdiamo tutti. (Tratto da “Il lavoro sporco” di Massimo Giannini, pubblicato sul settimanale “d” del quotidiano “la Repubblica” dell’11 di aprile 2026).

“È sempre colpa dei giovani”, testo dello scrittore Paolo Di Paolo pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 10 di aprile 2026: In un romanzo del 1973, "Caro Michele", Natalia Ginzburg dà voce a una donna quarantenne (si sembrava più vecchi, allora) che giudica i giovani intorno a lei: «Il mondo ora è pieno di questi ragazzi, che girano senza scopo da un posto all'altro. Non si riesce a capire come invecchieranno. Sembra che non debbano invecchiare mai. Sembra che debbano restare sempre così, senza casa, senza famiglie, senza orari di lavoro, senza niente». Nello stesso anno, sul Corriere della Sera un articolo «Contro i capelli lunghi» è firmato da Pier Paolo Pasolini: «Le maschere ripugnanti che i giovani mettono sulla faccia...». Quattro anni dopo una lettrice del Giornale, una insegnante di scuola media, scrive al direttore Indro Montanelli. Il quale, nella risposta, «il settarismo, l'intolleranza, l'irrazionalità che caratterizzano tanti giovani d'oggi». Eccoli là: i giovani d'oggi. Una categoria, un'etichettatura buona per ogni stagione, da Socrate a Cicerone alla fine dei tempi. Basta, molto banalmente, invecchiare: e la fatica che facciamo a orientarci nel presente si traduce in una dialettica imbarazzante per come è ovvia. Ah, i giovani: istupiditi dalla tecnologia digitale, incollati ai loro smartphone, ignoranti... Non si tratta di sottovalutare gli effetti di un'esposizione agli schermi fin dalla prima infanzia né la riduzione delle capacità di concentrazione o ancora l'incremento di stati ansiosi generati dalla immersione permanente nell'acqua dell'online. Si tratta semmai di rigettare le semplificazioni apocalittiche, di ragionare con più serietà e meno formule fisse sugli effetti che la grande rivoluzione del ventunesimo secolo ha avuto e sta avendo sugli adulti, compresi i più attempati. L'ultima copertina del New York Times Magazine, per dire, racconta come una generazione cresciuta con lo smartphone stia cercando di immaginare una vita senza esserne ostaggio: bene.