Il diserbante purista dell'eugenetica stilistica delle chiese medioevali non è riuscito a sterminare tutta la lussureggiante giungla barocca, intagliata in legno e dorata, che per due secoli cresce a dismisura nella penombra accogliente delle aule sacre romaniche e gotiche di tutta la Penisola, dal Veneto alla Calabria. E proprio in Calabria, sulla Sila cosentina, le denudate mura monastiche dell'Abbazia Florense racchiudono un esemplare carnosamente vivace di quella flora artificiale. Il mito di Gioacchino da Fiore - "il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato" che Dante eterna nel XII canto del Paradiso - non tollerava una chiesa che non fosse ostentatamente "medievale": e nonostante vari massacri, non poco malriposto cemento e l'assedio di un paese informe, il fascino di quello spazio sacro è ancora fortissimo. Così, solo un frammento dell'arredo barocco ha avuto salva la vita: ma che frammento! Giovan Battista Altomare da Rogliano, con la sua bottega di intagliatori del legno, immagina un altare come tanti altri che si potevano desiderare nella periferia del Viceregno di Napoli alla metà del Settecento. Ma dal dossale fa esplodere, come un consumato artificiere, questo enorme cespuglio rampante - fratello ipertrofico e smodato dei vasi di fiori di legno o metallo che non di rado compongono i fornimenti d'altare - che oggi (ma non saprei se fin dall'origine) accoglie la statua cultuale del titolare della chiesa, san Giovanni Battista: così da restituire, nel più tipico rebus visuale barocco, la traduzione letterale in immagine del toponimo "San Giovanni in Fiore". L'inserto figurativo, l'angelone alla base, tradisce una qualità non certo sperticata: quella che invece abita il movimento dei girali, dei rami, delle foglie enormi da pianta carnivora - quasi che un enorme infiorescenza tropicale stia divorando il Precursore. Lì di fronte, sulla Sila, sei trasportato di peso a Lisbona, a Stoccolma, a Bratislava... ogni curva, ogni impennata, ogni apertura di foglia te ne ricorda un'altra, remota nello spazio, prossima nello stile. Ostensori, carrozze regali, carri da processione, apparati effimeri, basi per sculture, mobili di ogni tipo: ecco l'enorme famiglia europea cui appartiene la pianta gioachimita. Una famiglia infestante, invadente, pulsante: una specie dalla vitalità inquietante, dalla sensualità sfrenata, dalla straordinaria capacità di trasmettere una voglia di vivere che arda come una fiamma. Quella che così tanto ci manca, oggi. (Tratto da “Il Barocco che infiamma l’austerità medievale” di Tomaso Montanari pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 10 di luglio 2026).
Dal volume “La restanza” (2022), alle pagg 119/121, del conterraneo Vito Teti, pubblicato da Einaudi: (…). Le rovine. Ciò che fonde in un complesso corredo segnico il presente e il passato sono le rovine, le tracce di qualcosa che è stato e che non è più. Resti più o meno eloquenti risultano caratterizzanti dell'aspetto di molti paesaggi odierni, ma anche rappresentazione icastica di un processo storico, di un fenomeno di decomposizione che non ammette palingenesi. Le rovine provocate dal tempo, dalla natura e dagli uomini finiscono con l'esercitare sempre fascino e attrazione. Sono freudianamente perturbanti, familiari e sconosciute, sono spesso legate a un atteggiamento sacrale, pietoso, riverente nei confronti della storia e dei suoi manufatti; possono provocare amarezza e rimorso, produrre consapevolezza, generare legami. Ogni forma, ogni reperto, ogni ritrovamento, come afferma Jean-Baptiste-René Robinet in merito ai fossili, non è semplicemente un oggetto che ha vissuto, ma «è un essere che vive ancora, addormentalo nella sua forma» (1768, citato in Bachelard 1975, p. 137). Nei più piccoli oggetti si è fossilizzata e dorme la vita delle persone cui sono appartenuti. Stesso sentimento delle cose che sentono e pensano evocano le riflessioni di Flaminia Cruciani (2020) che sottolinea come oggetti minuti, apparentemente insignificanti, spesso rotti, veicolino il perduto, si configurino come dispositivi per accedere alla memoria degli oggetti, perché anche gli oggetti hanno una memoria. Quando sopravvivono alla loro epoca, gli oggetti iniziano un'altra vita, acquisiscono lo statuto identitarie dei sopravvissuti. Diventano modelli ispirativi, immagini che iniziano a trasmettersi e producono diffusioni, generazioni, scambi, ibridazioni, filiazioni. Questi segni tenaci diventano vettori di sopravvivenze, tensioni formali che dal passato investono il futuro. Non sempre siamo capaci di costruire permanenze e continuità tra passato e presente. Le rovine del passato non servono a impedire le rovine dell'oggi. Ed è in questo cortocircuito della cultura occidentale che dobbiamo scorgere le ragioni delle distruzioni già compiute e delle distruzioni in corso. Nessun'altra cultura come quella occidentale ha avuto così forte il senso e la consapevolezza delle rovine, la capacità di valorizzarle, tutelarle, decifrarle. Allo stesso tempo, nessuna civiltà come la nostra ha avuto la capacità di determinarle. La rovina rifrange in filigrana un tempo passato che dura nel presente e la residualità del passato impone una riflessione sulla contiguità, sulla prossimità di destini divaricati che si riannodano e si tormentano dialetticamente. La rovina fa sentire gli uomini responsabili, per quel tanto che ci appartiene del nostro tempo o di quello da poco trascorso. «Responsabilità»: una parola ambivalente capace di rimandarci, da un lato, ad un sentimento di complicità (se non altro culturale) nella fine esibita in ogni rovina e, dall'altro, all'occasione di ascolto, che ancora ci è offerta. La retorica delle rovine nei nostri luoghi si accompagna spesso allo scempio di paesaggi, alla devastazione delle coste, all'occultamento, con colate di cemento, di resti archeologici che arrivano da un lontano e spesso ignorato passato. L'Occidente non riesce a liberarsi di questa sua contraddizione originaria. Minute rovine, pietre, ferite della natura raccontano i luoghi più appartati e periferici dell'Occidente, che spesso sfuggono all'occhio di chi auspica un eterno presente e costruisce in maniera uguale in tutte le città del mondo. Queste rovine vernacolari si configurano come i segni di una più vasta storia mondiale, ma esprimono anche la loro peculiarità, il loro senso locale. «Ai luoghi ormai non si rivolge più l'ascolto silenzioso e devoto in cerca della verità, ma la curiosità mobile e ciarliera, assetata di sempre nuovi spettacoli. Il luogo non è più una voce enigmatica ma veritiera, ma un oggetto su cui lasciare correre uno sguardo superficiale» La riflessione di Giovanni Ferrara (2001, p 397) racchiude il paradosso che i luoghi dell'interno, i paesi nostri dell'Appennino, e i piccoli paesi di tutto il mondo, conoscono: l'indifferenza per il loro destino o per la loro morte unita ad una nuova metafisica del luogo. (…).


