“Caro Dario, la censura oggi non è più il silenzio”, testo di Roberto Saviano pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 13 di ottobre 2026 nel decimo anniversario della morte di Dario Fo: Nel giugno del 2016 i medici gli danno meno di una settimana di vita. Due settimane dopo Dario Fo è su un palco a Roma, davanti a tremila persone, a recitare Mistero buffo. Comincia quasi senza voce, finisce lo spettacolo cantando. Voleva morire in scena, come Molière. Non ci riuscì. Morì il 13 ottobre, in un letto d’ospedale, mentre gli preparavano i muri della stanza per dipingerci sopra le allucinazioni del cortisone. Sono passati dieci anni. Io l’ho conosciuto a Brera, il 10 dicembre 2009. Mi disse che l’arte è questo: organizzare la fantasia e il sapere contro ogni potere, contro qualsiasi forma di controllo sui corpi. Non per sentirsi migliori, ma per non sentirsi soli. Per stringere alleanze tra chi si sente sbagliato e, venendo a teatro, scopre di non essere l’unico a vedere quello che vede. Poi mi prese sottobraccio – Brera era casa sua, ci si era iscritto a quattordici anni – e mi regalò un giro della Pinacoteca. Si fermò davanti al Cristo morto di Mantegna, il suo quadro. «Lo vedi? Ha imbrogliato. I piedi sono troppo piccoli. Se li avesse dipinti giusti, gli avrebbero coperto la faccia. Ha mentito sulle proporzioni per dirti la verità sul dolore. Non ti fa vedere un Dio, ti mette davanti un morto, uno dei nostri, con le donne che piangono in un angolo come le vedove dei pescatori. Il giullare fa lo stesso: sbaglia di proposito, così vedi quello che non volevi vedere». Quel modo di guardare l’aveva imparato da bambino, sul Lago Maggiore, ascoltando i fabulatori: soffiatori di vetro, pescatori, mezzi matti per la silicosi, che in osteria raccontavano mondi capovolti dove i contadini prendevano a calci i padroni. Da lì viene la sua idea dell’attore. «Rappresentare sempre, recitare mai». Recitare, per lui, era fingere, e fingere gli faceva schifo. Odiava la quarta parete, il buio in sala che trasforma lo spettatore in un guardone nascosto dietro una tenda. Lui il pubblico lo voleva dentro, complice, chiamato a fare l’amore con la scena, a entrare in quell’orgia di piacere e verità che può essere il teatro. Raccontava spesso dei giullari di Berna, che nel Cinquecento, sui trampoli e a cavallo dei maiali, sbeffeggiarono l’esercito nemico fino a fargli rompere le file. Ma aggiungeva sempre che giullare non vuol dire ribelle: ci sono stati anche giullari al servizio del potere. Il giullare deve scegliere da che parte stare. Lui aveva scelto, e l’aveva pagata cara. Nel 1962 lui e Franca Rame conducono Canzonissima, davanti a quindici milioni di italiani. In uno sketch Franca è una donna siciliana che avvolge un lungo filo, come una Parca. Fuori scena si sentono spari, e lei spiega con calma a un giornalista arrivato dal continente cosa significa ognuno di questi: un infame che ha avuto la sua sentenza, un sindacalista che dava fastidio, una casa saltata in aria perché qualcuno non ha pagato il pizzo. Poi silenzio. «A chi andrà l’ultimo botto?» chiede il cronista. «A chiddu cchi fa troppe domanne, cioè a tia». Sparo, il giornalista cade, lei taglia il filo. È la prima volta che la televisione italiana parla di mafia. I liberali li attaccano duramente. Il cardinale di Palermo dichiara che la mafia non esiste. A casa arrivano lettere scritte col sangue, una piccola bara di legno e un avvertimento: «State attenti a vostro figlio Jacopo». Il bambino ha sette anni e per tutto l’anno va a scuola con due poliziotti, mentre la censura taglia perfino le parole: orfanotrofio, letto, libertà. All’ottava puntata bloccano uno sketch su un operaio caduto da un’impalcatura senza protezioni, proprio mentre in tutta Italia gli edili scioperano per la sicurezza nei cantieri. Fo e Rame decidono di andarsene, pochi minuti prima della diretta. La Rai li denuncia per aver abbandonato la trasmissione, loro denunciano la Rai. Dopo anni di processi perdono l’ultima causa: pagano i danni e restano banditi dalla televisione per quattordici anni. Poi arrivano gli anni Settanta. Nel 1972 un avviso di reato per “attività sovversive”, poi archiviato. Un giudice di Milano li denuncia per oltraggio alla polizia a causa del manifesto di uno spettacolo, Pum pum! Chi è? La polizia!, che mostrava una famiglia con i vestiti insanguinati. Nell’autunno del 1973 a Sassari recitano Guerra di popolo in Cile in un circolo privato. Una cinquantina di carabinieri entra nel pieno della rappresentazione. Il giorno dopo ci riprovano, gli spettatori fanno muro, Fo viene trascinato via e chiuso in cella per resistenza a pubblico ufficiale. I detenuti lo accolgono con un applauso.
ilcavalierdelamancia
"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".
giovedì 15 ottobre 2026
Cosedettecosì. 65 Stephen King: «La folla doveva essere accontentata. La folla doveva essere adorata e temuta. La folla voleva il sacrificio».
«Tutti i giochi sembrano onesti se uno si lascia imbrogliare una
volta», scriveva amaramente Stephen King già nel 1979, nel suo romanzo "La
lunga marcia" (…): allora la definizione di distopia non veniva affibbiata
con la facilità di oggi, e non è del tutto sicuro che sia quella corretta per
questa storia, che racconta la disperata maratona di un gruppo di ragazzi
obbligati a non fermarsi mai, pena l'eliminazione (fisica), finché non ne
resterà uno solo. Il tutto, a gloria dell'America e a distrazione dei
cittadini. La distrazione, negli anni, è peggiorata, perché bisogna fare lo
slalom fra le notizie per trovare un minimo di rilevanza alle storie di Maja T.
e Rexhino Abazaj, detto "Gino". Venticinquenne antifascista Maja T. è
una parona non binaria condannata a sette anni per l'accusa di aggressione a
militanti neonazisti durante il famigerato Giorno dell'onore, nel 2023. A
Gabriele Marchesi (non in Ungheria) ne sono stati dati sei. Anche su Gino
pesano le stesse accuse, e nella scorsa settimana, nonostante la mobilitazione
di molti, è stata decisa la sua estradizione dalla Francia alla Germania, e
chissà se anche per lui scatterà la trappola ungherese (che attende anche la
fine del mandato di europarlamentare di Ilaria Salis). È uno degli ultimi
capitoli della caccia agli Antifa, nata sotto Orbàn, rilanciata da Trump alla
grande e gorgogliante in molti paesi europei, e va bene essere distratti ma qui
sembra di essere ne "L'uovo del serpente'' di Ingmar Bergman (1977) dove,
in piena Repubblica di Weimar, qualcuno dice «Un flagello sta per abbattersi su
di noi». Il flagello c'è, ed è dura non vederlo, anche se è più che
comprensibile che ci si distragga, con svariate guerre alle porte, le
dichiarazioni di Tajani, l'inflazione salita in un mese dal 3,3 al 4,2%,
un'emergenza climatica che preme e cui parecchi sindaci rispondono tagliando
alberi per far posto a centri commerciali (ultimo caso, le ruspe su Bosco
Ospizio a Reggio Emilia). E magari si vorrebbero libri che parlino di questo,
anche sotto metafora come avvenne con il romanzo di King: certo, la letteratura
non può abbassare il prezzo dei ticket sanitari o salvare un'area verde, o
liberare gli antifascisti. Però si potrebbe almeno porre fine a quell'ostinato
volare con la testa voltata indietro come l'angelo della storia di Benjamin, e
quanto meno diluire le saghe del passato dove eroiche ave attraversano le due
guerre per poi approdare negli anni del boom, perché tutto questo oscura
l'oggi, mentre l'oggi ha bisogno di essere narrato: nel 1952, Ernesto De
Martino diceva che gli abitanti più poveri di Eboli volevano soprattutto una
cosa, questa: che «le loro storie personali cessino di consumarsi privatamente
nel grande sfacelo». (…), come è scritto ne "La lunga marcia", «La folla doveva essere accontentata. La folla doveva
essere adorata e temuta. La folla voleva il sacrificio». (Tratto da “Il nostro presente e
la necessità di una narrazione” di Loredana Lipperini pubblicato sul
settimanale “L’Espresso” del 9 di ottobre 2026).
martedì 13 ottobre 2026
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