Networking. Non piangete e non ridete. Perché, giunti al
capolinea, è meglio fermarsi a riflettere sulla parola da cui nasce questa
storia italiana: networking, appunto. Che vuol dire "fare network".
In inglese "rete". Termine usato in tanti sensi. Network di affari.
Network di amicizie. O di relazioni affettuose. O di alleanze. Cose e persone
che si tengono insieme, che interloquiscono tra loro. Congiungendosi senza
confondersi, con modalità più o meno strette. La teoria in effetti si
sbizzarrisce. Negli studi economici, come in quelli politici, c'è infatti chi
sostiene che strategicamente sia meglio dotarsi di reti lasche (come quelle
dell'Unione Europea), e c'è chi tifa invece per le reti strette (Usa e
sudditi). Mentre i più realisti (in medio stat virtus...) predicano le
strategie modellabili caso per caso, più efficaci perché più aperte alla
fantasia e al bisogno. Lo avrete notato: la parola la si sente ormai
pronunciare anche in tram, anche nelle conversazioni in libera uscita, come si
conviene a tutti i termini inglesi che conferiscono un'aura cosmopolita. Nella
peste del linguaggio che imperversa fa la sua figura. Se poi girate per
convegni è tutto un network. Severamente vietato dire rete, reticolo, insieme,
trama, sistema, groviglio, combinazione. Vietato perfino dire
"costellazione", che pure ebbe la sua massima fortuna negli Anni
Ottanta del secolo scorso. Ed è così che in queste settimane si è giunti all'
"apice della disgrazia", come avrebbe detto Diego Abatantuono nei
panni del fornaio che insidiava Pina, la moglie di Fantozzi. Ossia al programma
vero di un convegno. Giuro. Ufficiale, messo nero su bianco. In cui a un certo
punto compare la voce: ore 12.30 "aperitivo e networking". Proprio
così, rileggete e assaporate. C'è una intera filosofia dietro queste tre
parole. La prima componente, va da sé, è l'anglomania di chi ignora che, anche
grazie a "the Donald"; il mondo anglofono è in vorticoso declino di
reputazione. La seconda è l'ideologia del "qui-si-lavora-sempre",
stentoreamente enunciata proprio nel Paese che presenta i più bassi tassi di
crescita della produttività in Europa. Già, non vorrai mica prendere un
aperitivo pensando ai fatti tuoi, sorseggiare un bollicine per degustarlo o
immaginando la bella serata che ti sei apparecchiato con un'amica o un amico
piacevole. E nemmeno vorrai prenderti un bel bicchiere di coca-cola ripensando
all'ultima volta che lo hai fatto ridendo con il tuo nipotino. Meno che mai
vorrai appoggiarti a una parete con uno spritz in mano e studiarti con ironia
l'antropologia verdoniana che ti circonda. Macché. "Devi" fare
networking. Perché tu sei sempre al lavoro, dal momento che l'ozio, così
gustosamente glorificato dal rimpianto professor Domenico De Masi, è il male a
cui, tu manager d'affari, di scienza e di spettacolo, non puoi lasciare aperta
la minima fessura. Alzati dunque da quella poltrona, molla subito il tuo
davanzale, e fai il tuo networking, lavativo che non sei altro. Ma
c'è ancora una terza componente profondamente filosofica che prorompe da questo
programma patinato. Ed è la brutale strumentalità di ogni relazione. Perché dal
mondo quotidiano, notatelo, viene vigorosamente cacciata una forma di relazione
meravigliosa: la chiacchiera. Quella senza altro fine che scambiare opinioni sulle
mezze stagioni, sui pistacchi di Bronte o sui destini di Max Allegri. La
chiacchiera disinteressata da cui, proprio perché senza intenzioni, come dai
terreni a riposo, può sbucare (o fiorire) l'idea geniale, arrivare il lampo che
ti proietta in una nuova mentalità. Solo chi non ha mai ideato nulla ignorala
potenza creativa della chiacchiera, perfino della parola immaginifica del
bambino ancora incapace di esprimersi. Perché questa è infine la verità. Che un
architetto delle relazioni, quella parola magica - chiacchiera, sissignori - la
metterebbe sul programma, per dargli originalità e lucentezza, per farlo sapere
di antico e di moderno, di ozio e di pensiero insieme. Per distinguersi dalla
folla dei comunicatori senza fantasia, appunto i fan del networking. Che il
cielo abbia pietà di loro. Ma soprattutto di noi. (Tratto da "Basta col networking, torniamo all'umanità delle belle chiacchiere" di Nando Dalla Chiesa).


