"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 8 settembre 2015

Oltrelenews. 60 “Yuan e le altre”.



Non è vero che la crisi che travolge oggigiorno la Cina e la sua moneta sia di nuova creazione. Ce ne erano i sintomi già da qualche tempo. Solo che per questi “fatti incresciosi” meglio non disturbare i manovratori della finanza globalizzata. “Cu picca pallò mai si pentiu” recita la saggezza popolare della Sicilia. Da “La crisi dello yuan la Cina sperimenta l’ombra della Lehman” di Federico Fubini, sul settimanale “Affari&Finanza” del 17 di marzo dell’anno 2014: (…). Ormai l’esposizione totale nell’economia cinese, banche escluse, è prossima al 200% del Pil del Paese: livelli da democrazia avanzata e in declino, che cerca di comprare il consenso, non da superpotenza emergente a partito unico. Nel frattempo il tasso di crescita della Cina è rallentato, in un sistema sempre più dipendente da iniezioni di nuovo credito per investimenti in aeroporti, grattacieli, acciaierie e pannelli solari sempre più in eccesso. In altri termini, ogni dollaro di debito in più sulla Cina genera un po’ meno prodotto interno lordo. Inevitabilmente i grandi default privati stanno iniziando, da ultimo quello di un impianto nel cuore del distretto carbonifero chiamato Haixin Steel. E proprio l’eccesso di debito è fra i fattori che spinge ormai una maggioranza degli analisti a ritenere che la Repubblica Popolare stia perdendo competitività: nel medio periodo, Pechino deve svalutare ordinatamente, ma in profondità, o rischia una stagione di insolvenze nel settore privato e di instabilità finanziaria. In questo la Cina è un Paese finalmente «normale». È parte di una tendenza più grande persino di lei. È qui che si sente di più il malessere di fondo del sistema di moneta fiduciaria, quella che si può creare illimitatamente senza alcuna corrispondenza con beni reali sottostanti. Il ricorso sempre più aggressivo al debito è infatti stata la risposta dell’intero sistema finanziario globale allo choc dei mutui subprime e al fallimento di Lehman Brothers. (…). 

Da “La guerra delle monete l’ha iniziata la Bce, la Cina risponde” di Alberto Bagnai, su “il Fatto Quotidiano” del 15 di agosto 2015: Vladimiro Giacché ha commentato così su Twitter le ultime vicende cinesi: “La Cina svaluta dell’1,9% e molti gridano alla guerra valutaria. Gli stessi che ritengono un regalo la rivalutazione del 350% del marco DDR”. Vi chiederete: “Ma cosa c’entrano vicende europee di 25 anni or sono con quanto sta accadendo in Cina oggi?” Risponderò con dei dati e un proverbio (italiano, perché dalla Cina importiamo già troppo). Nel 2013 il surplus della bilancia dei pagamenti dell’Eurozona ha superato quello della Cina: rispettivamente, 251 e 182 miliardi di dollari. Questo risultato ovviamente è dovuto all’unica economia rimasta in piedi, quella tedesca. La Germania aveva superato la Cina nel 2011: 228 miliardi di surplus estero contro 136. Cina e Germania sono le due più forti potenze esportatrici al mondo, ma hanno gestito questa loro posizione in modo molto diverso. La Cina ha lasciato rivalutare il renminbi rispetto al dollaro, per un totale del 25% da giugno 2005 a giugno 2015. Ciò ha reso i prodotti cinesi meno convenienti sui mercati internazionali, soprattutto perché in Cina i prezzi sono cresciuti più rapidamente. Di conseguenza in Cina il tasso di cambio reale, cioè corretto per l’inflazione, è cresciuto del 45% in dieci anni. I giornali raccontavano la favoletta del cinese sleale che trucca il cambio per drogare il surplus estero, ma stava succedendo il contrario: il saldo commerciale cinese, dal 6% del Pil nel 2005, scendeva a un più moderato 2% nel 2014. La Germania si è comportata in modo opposto: il suo cambio reale è sceso e il suo surplus estero cresciuto. Ma se la Germania si è comportata così, puntando a un’espansione senza limiti del suo surplus estero, perché invece la Cina ha lasciato rivalutare la sua valuta e ha ridotto il suo surplus? Per fare un favore a noi? No, per farlo a se stessa. Una crescita sostenuta principalmente dalle esportazioni è fragile, per due motivi. Il primo è quello che ha messo in ginocchio l’Eurozona: le esportazioni di uno sono importazioni di un altro, e chi vuole campare sulle importazioni altrui deve finanziargliele. Finché le cose andavano bene, le banche tedesche non si chiedevano se i soldi prestati ai greci per comprare prodotti tedeschi sarebbero stati restituiti. Allo scoppio della crisi finanziaria, il meccanismo si è inceppato. Sotto questo profilo la Cina corre meno rischi: il suo principale debitore sono gli Stati Uniti, per ora più solidi della Grecia. Ma crescere sulla spesa altrui è comunque una pessima idea. L’esportatore, per il fatto stesso di esportare agli altri i propri beni, importa dagli altri i loro problemi. Chi conta sulla capacità di spesa degli altrui cittadini è rovinato quando questa per qualche motivo viene a mancare. I cinesi lo capiscono, e per questo, saggiamente, da circa 10 anni pilotano la loro valuta al rialzo e il loro saldo commerciale al ribasso, nel tentativo di sganciarsi dalle fluttuazioni dell’economia globale. I tedeschi no: accecati dalla loro volontà di potenza, dopo aver superato la Cina hanno svalutato in termini reali di un altro 5%, e portato il loro surplus oltre la soglia massima prevista dai regolamenti europei (il 6%). Questa ottusità sta già dando i suoi frutti: a giugno l’indice della produzione industriale tedesca è calato dell’1,4% rispetto a maggio. Gli analisti dicono che ciò è dovuto alle difficoltà dei paesi emergenti, i paesi sulla cui capacità di spesa la Germania ha deciso di campare, dopo aver sbriciolato la nostra imponendoci l’austerità. Ma la Germania ha determinato anche le difficoltà dei suoi nuovi clienti, i paesi emergenti. La valuta cinese era agganciata fino a tre giorni fa al dollaro: la svalutazione dell’euro rispetto al dollaro per circa il 20%, avvenuta nell’ultimo anno, è stata quindi una pari rivalutazione dello yuan sull’euro. E qui arriva il proverbio: il lupo perde il pelo ma non il vizio: che sia la rivalutazione del 350% imposta alla Germania Est, o quella di circa il 20% imposta alla Cina, la Germania non riesce a concepire un modello di sviluppo che non passi per la manipolazione della propria valuta ai danni altrui. Chi vuole parlare di guerra valutaria si ricordi che a dichiararla è stata la Germania, quando, da massima potenza esportatrice mondiale, ha ingiunto a Draghi di deprezzare l’euro. Una decisione motivata dal tentativo di dare un minimo di respiro alle economie deboli dell’Eurozona per salvare l’euro. La brusca svalutazione dell’euro (cioè rivalutazione dello yuan) ha però messo in difficoltà la Cina, e quindi, a ricasco, la Germania, che così, ancora una volta, sta segando il ramo sul quale siede, anche perché i cinesi, a differenza dei cugini della Germania Est, se aggrediti reagiscono. La reazione non poteva che essere una svalutazione dello yuan, che metterà in difficoltà le nostre aziende che esportano in Cina. Chi pensava che il crollo dell’economia italiana non lo riguardasse, perché tanto lui vendeva in Cina, ha fatto male i conti. In un’economia interconnessa come quella odierna, le scelte sbagliate dei tuoi governanti ti inseguono ovunque. Digli di smettere.

Da “La moneta e l’impero dietro le guerre geopolitiche” di Lucio Caracciolo, sul quotidiano la Repubblica del 4 di marzo 2015: «Voi siete in un programma. Le elezioni non cambiano il programma». In questa frase rivolta dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble al collega greco Yanis Varoufakis, che gli faceva notare come il suo governo avesse ottenuto un mandato popolare per rinegoziare gli accordi con i partner dell’Eurozona, sta il cuore del rapporto fra economia e politica. Meglio, fra moneta e impero, (…). Per noi italiani ed europei, il nesso fra moneta e impero è inscritto nell’euro. Una divisa che scegliemmo non tanto per ragioni economiche, quanto perché la considerammo premessa dell’Europa come entità geopolitica unitaria. Attore globale a pieno titolo, dotato dello stesso rango e delle medesime ambizioni di Stati Uniti e Cina. L’Unione Europea come moderna forma di impero. Sicché fra i cantori della nostra nuova moneta si evocava nientemeno che Carlo Magno quale paradigma di tanta impresa. Che cosa resta oggi dell’Europa neocarolingia battezzata alla fonte dell’euro? Per tentare di capirlo, conviene ripartire dallo scontro Schäuble-Varoufakis. Fra il gigante e il nano economico dell’Eurozona. Due paesi totalmente asimmetrici per cultura monetaria e politica, ma dotati della (ingabbiati nella) stessa valuta. Il campione delle “formiche” contro il capofila delle “cicale”, per usare una vieta ma diffusa classificazione che rende il clima domi- nante nella famiglia europea. Dietro Berlino si riparano i paesi (nordici) che credono nelle virtù salvifiche dell’austerità, dietro Atene quelli (mediterranei, Francia inclusa) che agognano flessibilità, ovvero marcano l’urgenza di sostenere la domanda. Quello che può parere un conflitto di scuole economicomonetarie è soprattutto uno scontro geopolitico e culturale che investe l’Europa intera. Fino a metterne in questione le radici democratiche e i valori liberali. Al centro, l’idea stessa di sovranità. Il progetto euro ci era stato offerto come un percorso nel quale ciascun contraente, cedendo il diritto sovrano di battere la propria moneta nazionale, avrebbe contribuito ad armonizzare le economie europee, a vantaggio di tutti e di ciascuno. Per poi produrre, in un futuro non invisibile, quello Stato europeo — federale, confederale o d’altra forma — che avrebbe coronato il processo unitario avviato nel 1957 a Roma. Oggi scopriamo che non è così. Anziché unirci, sull’euro ci dividiamo. E ne facciamo fattore di demonizzazione reciproca, i cui limiti estremi si toccano nella disputa greco- germanica, ma che investono tutti i popoli europei, compreso il nostro. La materia del contendere sembra di natura contabile, di politica monetaria e fiscale, ma in effetti è culturale. Nell’approccio al supremo simbolo fiduciario che è la moneta ci scopriamo diversi. E tendiamo spesso ad attribuire tale diversità a fattori “genetici”, dunque irrazionali e innegoziabili — i greci barano perché sono greci, i tedeschi vogliono “germanizzare” gli altri perché sono tedeschi — invece che storico-politici, ossia calcolabili e disputabili. Un peculiare razzismo intraeuropeo. Risultato: anziché produrre un nuovo impero europeo — democratico, liberale e aperto al mondo — l’euro offre il pretesto per la chiusura e l’imbarbarimento dello spazio europeo. Per la sua disgregazione. Tanto che in ognuna delle crisi in corso, dall’Ucraina al caos nordafricano e mediorientale da cui germina lo Stato Islamico, i Ventotto si offrono rigorosamente divisi, quando non in aperto conflitto. (…).

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