"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

sabato 30 gennaio 2016

Oltrelenews. 77 “Sala Expo2015”.



Dal dossier “Il buio oltre le code: Expo tra debiti e banche alle costole” di Gianni Barbacetto e Marco Maroni, su “il Fatto Quotidiano” del 31 di ottobre dell’anno 2015: (…). Se al di là della fanfara celebrativa si guardano i fatti, l’Expo universale di Milano ha registrato ingressi contenuti, chiude con un disastroso buco di bilancio, non ha rilanciato l’economia e lascia dietro di sé uno strascico di problemi irrisolti. Quello milanese è stato il peggior Expo degli ultimi 50 anni. Tolti i quasi 14 mila addetti che ogni giorno si sono avvicendati nel sito, su cui i comunicati di Expo sorvolano, e la ridicola mistificazione per cui si considerano le code da sfinimento un indice di successo e non di disorganizzazione, l’esposizione milanese chiude con 18 milioni di visitatori. È la stessa cifra registrata dall’Expo di Hannover 2000, ricordato come “il flop del millennio”. Per fare peggio di così bisogna andare all’Expo di Seattle del 1962, con 9 milioni di visite. Ma il problema non è quello del flusso di visitatori. È che per evitare un flop colossale, il management dell’Expo ha spinto sui numeri dei tornelli a scapito del conto economico, che già partiva appesantito da malaffare, clientelismi, inefficienze. (…). Il risultato è che la manifestazione peserà sui contribuenti per più di un miliardo di euro. Expo è costata, finora, 2,4 miliardi di euro: 1,3 miliardi per la costruzione del sito; 960 milioni per la gestione dell’evento (840 milioni secondo Expo, ma è un conteggio basato su magheggi contabili già censurati dalla Corte dei conti) e 160 per l’acquisto dei terreni, pagati – giusto per ricordare come è partita l’operazione – dieci volte il prezzo di mercato.

mercoledì 27 gennaio 2016

Paginatre. 17 “I vecchi e i giovani”.



Quanto è distante Marzabotto? Settant’anni…? Settanta miglia prima che lo scafista butti a mare i suoi naviganti “clandestini,” settanta giorni di prigionia prima che il combattente rivendichi la gloria di esporre al mondo la morte per decapitazione del suo prigioniero inerme, settanta bombe, settanta razzi prima che una, due, tre cadano sulla scuola, nel mercato, prima di vedere i brandelli di sangue come a Casaglia o Cerpiano. È molto vicina la strage di Marzabotto, ha cambiato lingua, territorio, ma poco altro nello scempio di vita altrui che certi uomini continuano a fare. Nello scempio di un società evoluta dove la ricchezza si fonda anche sul mercato delle armi, sullo sfruttamento dei simili, sulla schiavitù, e dove il confine dello spettacolo televisivo mischia ogni sera la realtà drammatica e violenta a quella effimera della pubblicità. Il pianto cammina ancora sui sentieri di Monte Sole nell’animo di chi c’era o di chi ha ascoltato la voce di chi c’era. Credo sia fondamentale nella vita un giorno andare lì. La memoria è il più importante patrimonio da difendere. E forse un giorno, finalmente, il progresso non sarà solo un nuovo oggetto tecnologico ma il bene per l’umanità. Da “Cambia solo la lingua” di Giorgio Diritti - regista e scrittore, ha diretto i film “L’uomo che verrà” (2009) sulla strage nazista di Marzabotto ed “Il vento fa il suo giro” – sul quotidiano la Repubblica del 21 di settembre dell’anno 2014. 27 di gennaio, nel giorno della “Memoria”.

martedì 26 gennaio 2016

Capitalismoedemocrazia. 55 “Multinazionali, tasse e democrazia”.



Sul secondo numero - del 18 di gennaio - del settimanale “Affari&Finanza” compare in prima pagina ed in grande evidenza un testo di Marco Panara  che ha per titolo “Multinazionali e tasse è ora di seguire il denaro”. A prima vista un titolo anodino, di quelli che dicono e non dicono il resto di nulla. Tanto che la tentazione di saltarlo a pie’ pari e di girare pagina è fortissima. Poiché è divenuto un discorso stucchevole, quasi d’intrattenimento, star lì a parlare di quell’1% che fa le scarpe al 99% dell’umanità. È di questi ultimi giorni un dossier del quotidiano editore del settimanale che ha mostrato i 61 nababbi che dettano le regole del giuoco al rimanente popolo degli umani. Insomma, una tiritera che non si ha più lo stomaco per attenzionarsi alla inutile pubblica denuncia. Tanto a che serve? La sorpresa è stata grande allorquando, seguendo il rimando ad una pagina interna del settimanale, ci si è trovati dinnanzi ad un titolo diverso e con una ben diversa caratura e pregnanza. All’interno la titolazione del pezzo di Marco Panara diveniva “Multinazionali, tasse e democrazia”. Finalmente! Un titolo che avrebbe dovuto campeggiare in prima pagina e non nascosto a pagina 10 del settimanale. Perché quella scelta editoriale? Ché parlare di “tasse e democrazia” avrebbe “disturbato” qualcuno? La titolazione scoperta all’interno rendeva al meglio quanto l’Autore andava sostenendo. Ha scritto Marco Panara che

venerdì 22 gennaio 2016

Sfogliature. 52 “Il passo breve verso l'autoritarismo”.



Sta per compiersi – referendum confermativo di ottobre (??) permettendo - quella revisione - o meglio stravolgimento - della Costituzione che non fu realizzata al tempo dell’egoarca di Arcore e che si compie ai nostri giorni con al timone un governo posto sotto l’egida di un sedicente partito che guarda con occhio strabico a “sinistra”. Illuminante, trascorsi otto anni appena, osservare il riposizionamento di due degli organi di stampa più importanti e rappresentativi del panorama nazionale. L’Unità a quel tempo poneva nella sua “striscia rossa” il pensiero del “comunista” Piero Calamandrei ed il quotidiano la Repubblica anticipava l’articolo che oggi dà titolo a questa “sfogliatura”. Il post risale al 26 di settembre dell’anno 2008, cinquantesimo post di una rubrichetta che al tempo avevo intitolato “Ilgrilloparlante”. Scrivevo allora che… “Il passo breve verso l'autoritarismo” è il titolo di un articolo di don Antonio Sciortino, direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, che il quotidiano “la Repubblica” ha anticipato nelle sue pagine, articolo che comparirà anche nell’ultimo numero della rivista “Micromega”. Per questa “rubrichetta” ho riportato solo in parte l’apprezzabilissimo ed inquietante articolo. Non ritengo necessario aggiungere considerazione alcuna, stante la linearità e la chiarezza estrema dell’Autore, bersaglio di recente di attacchi per le Sue coraggiose e libere posizioni assunte sui più discutibili temi del governare nell’era dell’egoarca di Arcore ed ancor più bersaglio di critiche feroci per alcune Sue opinioni espresse a seguito di discutibilissime decisioni assunte dalla compagine governativa sui temi propri dell’accoglienza, del rispetto dei diritti umani e delle vere priorità sociali ed economiche che affliggono il bel paese. La “Striscia rossa” è ripresa come sempre dal quotidiano l’Unità; profetiche le parole in essa contenute e pronunciate oltre cinquant’anni addietro da un inveterato mestatore e notoriamente sobillatore “comunista” tale Piero Calamandrei, “comunista” secondo la vulgata corrente. Da accomunare senza dubbio al “comunista” don Antonio Sciortino.

giovedì 21 gennaio 2016

Lalinguabatte. 8 “A scuola ho imparato la felicità”.

Non potevo andare oltre ed abbandonare al suo destino la stupenda pagina che Claudia De Lillo – in “arte” Elasti – ha scritto per il settimanale “D” del 16 di gennaio 2016, pagina che ha per titolo “A scuola ho imparato la felicità”. Un titolo che ha dell’incredibile in questo mondo che, per la ricerca della “felicità”, percorre sentieri spesso impervi e decisamente fuori rotta. Per Elasti fu semplice invece “innamorarsi” della Sua insegnante del quarto ginnasio con l’aiuto della quale…“scoprii che nel greco antico avrei trovato radici, spiegazioni e chiavi per capire me stessa”. Una ricerca della “felicità” impensabile oggigiorno, ricerca quella che sta oltre la materialità dilagante dell’oggi, dell’avere per essere e non già per scrutare ed esplorare orizzonti nuovi del conoscere e del sapere. Ed è leggendo la pagina di Elasti che mi è ritornata alla mente una mia lettura contenuta in quel meraviglioso libro di memorie che ha per titolo “Storia di una giovinezza” di Elias Canetti. È da quella lettura che vien fuori la poliedrica e misteriosa figura dell’insegnante, di tutti gli insegnanti, così come di sicuro essa è apparsa ed appare agli occhi incantati dei pre/adolescenti di tutte le epoche e di tutti i luoghi. E chi non ha provato un incantamento anche breve al cospetto di un insegnante ilare e giocoso, o di un insegnante canuto ed austero, non avrà goduto di quel tempo “sospeso” che quasi per miracolo la scuola riesce a creare ed a dispensare sol che si sia disposti ad accoglierne i succosi frutti. Ed in un simile e magico incantamento la curiosità giovanile galoppa e si inerpica per quelle vie tortuose della immaginazione per cui, di quelle stupende persone che sono pur sempre gli insegnanti, ci si sforza di indovinarne la vita anche la più recondita, a costruirne attorno un alone a volte impenetrabile di pensieri e di ingenui ed indistruttibili convincimenti, ché solo il progredire degli anni dissiperà per restituire una immagine dell’insegnante più concreta e verosimilmente vicina alla sua umanità.

mercoledì 20 gennaio 2016

Oltrelenews. 76 “In Europa, col cappello in mano”.



Da “Altro che gufi, è la politica del suo esecutivo che rischia di affossarci” di Mario Seminerio, su “il Fatto Quotidiano” del 30 di dicembre dell’anno 2015: (…). La Renzinomics veicola un messaggio tanto semplice quanto rozzo: siate sereni e spendete. Per Renzi, ogni aumento del tasso di risparmio è quindi da combattere in quanto spia di paura e dell’azione di sabotaggio di gufi disfattisti. A conferma di questa visione, il premier si è spinto ad affermare che gli italiani avrebbero “nascosto i risparmi in banca”, manco si trattasse di un nuovo tipo di materasso. Parliamo dello stesso Renzi che lo scorso anno ha colpito i risparmiatori col 26 per cento di aliquota sulle “rendite finanziarie pure”, mentre manteneva invariata al 12,5 per cento la tassazione di titoli di Stato e risparmio postale, con evidente discriminazione a danno del settore privato dell’economia. Nella predicazione renziana il deficit ha cessato di essere un problema: conta la rassicurazione che “comunque siamo sotto il 3 per cento di Maastricht”: come se fosse l’unico parametro e come se non stessimo comunque producendo nuovo debito.

venerdì 8 gennaio 2016

Sfogliature. 51 “C’era una volta…”.



Lunedì 20 di settembre dell’anno 2010 postavo “C’era una volta…”. Me lo ritrovo e lo ripropongo alla Vostra cortese attenzione. Scrivevo allora: Sarà capitato ai tanti di noi di dare inizio ad un racconto, ad una qualsivoglia storia, con quel celeberrimo “c’era una volta”. E se ad ascoltare saranno stati, indubbiamente come saranno stati, dei bambini, sarà stato facile cogliere il momento magico innescato nelle loro giovanissime e fertilissime menti. Sarà scattato in essi quel momento supremo nel quale sembra che tutto si sia fermato solo per ascoltare l’affabulatore di turno. E si sarà potuto cogliere il respiro dei piccoli quasi contenuto se non sospeso, i loro occhi assumere una espressione di improvviso straniamento dalla realtà circostante, mentre le loro giovani menti si saranno inoltrate in labirinti nuovi ed inesplorati dai quali tornare con sempre nuove consapevolezze. L’affabulazione. La vita nelle fiabe. Una storia antica, propria degli umani. Si è affabulato ovunque e sempre, per vincere paure o quant’altro la vita doviziosamente propina dalla sua capace cornucopia del dolore. Ma l’affabulazione rimane una magia ed un mistero al contempo. Conosco persone a me carissime che, sorprendendomi nell’affabulare con i loro innocenti pargoli, hanno dimostrato allarme per le fiabesche storie che non disdegnano anche la rappresentazione del male del vivere. Mi sono sentito in quegli istanti come un “violentatore” inopportuno di quelle giovani coscienze. Ma le fiabe hanno di straordinario la rappresentazione del male del vivere in un contesto che è pur sempre fantasioso e fantastico. Quale dovrebbe essere il limite proprio delle fiabe? Cosa andrebbe bandito in esse? Mi accorgo d’essermi inoltrato in un labirinto oscuro e pericoloso. Non ne ho la necessaria competenza. Mi manca, come suol dirsi, la dottrina. Me ne ritraggo prontamente citando il grande Bruno Bettelheim (nato a Vienna il 28 di agosto dell’anno 1903 e trapassato a Silver Spring, nello stato del Maryland, il 13 di marzo dell’anno 1990) che, per le sue origini ebraiche, fu costretto ad emigrare negli USA dove ottenne la cittadinanza ed ove esercitò la professione di psicologo dell'infanzia interessandosi in particolar modo dell'autismo. Secondo il grande studioso austriaco il messaggio che le fiabe inviano al bambino è questo: - una lotta (e la sua rappresentazione anche per il tramite delle fiabe, per l’appunto n.d.r.) contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso – citazione tratta dall’opera di quel grande “Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe” – pag. 13 – pubblicata da Feltrinelli. Fortificati nell’infanzia e nel corso degli anni che pur son già tantissimi dagli insegnamenti di quel grande, ci siam fatti soggiogare dalla fiaba (in verità nera che più nera non si può) che Giacomo Papi ha scritto di recente per un supplemento al quotidiano “la Repubblica”. Titolo della fiaba “Questo re”. Una fiaba (nera), che ha inizio nel secolo ventesimo e che si trascina angosciosamente in questo tormentato secolo nuovo. Merita attentissima lettura. Chi è l’orco di turno? Allora…

mercoledì 6 gennaio 2016

Strettamentepersonale. 19 “Ben ritrovato, nuovo anno”.



Non so se Voi abbiate concluso felicemente e con soddisfazione grande il vostro giro augurale. È che andando io speditamente ed ineluttabilmente verso il traguardo dei “tanta” l’afflato si spegne ed il disincanto di quegli anni (i tanto attesi “tanta”) offre visioni nuove e dischiude orizzonti che, seppur intuiti nelle decadi precedenti, assumono significati e pregnanze nuove. Mi soccorre alla bisogna il sommo Poeta di Recanati che nelle Sue immortali “Operette morali” - “Dialogo di un  venditore d’almanacchi e di un passeggere” – andava poetando così: