"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

giovedì 30 agosto 2012

Sfogliature. 6 La fattoria degli italiani.


Oppresso dalla canicola – e dallo spread - mi rigiro sullo schermo il blog che è stato. Al venerdì 6 di novembre dell’anno 2009 mi ritrovo in quella che è stata una sezione di quello - “Cattivi pensieri” -  a rileggere il post che ha per titolo “La fattoria degli italiani”. Mi arrabbio. È che stamane sui quotidiani campeggiano notizie di questo genere: su “il Fatto Quotidiano”, a firma di Carlo Tecce, si legge un articolo che ha per titolo “Partiti, ultima abbuffata: 185 milioni (solo 65 spesi)” – e dagli alla pratica dell’antipolitica pervicacemente coltivata dai politicanti del bel paese - e come anticipazione del suo contenuto, in prima pagina: “I nuovi dati della Corte dei conti: paghiamo anche per le liste civetta di Magdi Allam e di Fitto con Patrizia D’Addario”. Le liste civetta. Bisognerebbe chiedere scusa al nobile volatile. Di volatile nell’antipolitica all’amatriciana volano solo gli stracci. Magdi Allam. Chi è costui? Egiziano e giornalista, scrittore divenuto cittadino italiano, ha avuto l’accortezza di convertirsi al cattolicesimo. In premio ha avuto la promessa delle visioni di beatitudine nell’altra vita e, per intanto, uno scranno al Parlamento Europeo. Ti pareva! Inizialmente con la lista dell'UDC - capolista per il Nord-Ovest alle Elezioni europee del 2009, 39.637 preferenze – ha collezionato record su record di presenze ai lavori del parlamento europeo - secondo VoteWatch, a fine ottobre del 2011, è al 699º posto su 734 nella classifica complessiva delle presenze in seduta plenaria -. Nel dicembre del 2011 compie il salto della quaglia ed abbandona il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo (PPE) per passare, armi, bagaglio e possibilmente carriaggi, al gruppo euroscettico Europa della Libertà e della Democrazia, in graditissima compagnia degli europarlamentari italiani della Lega Nord e di altri movimenti nazionalisti. Di Raffale Fitto e della D’Addario ne sono piene le cronache. Non se ne parla per una questione di decenza. È la politica condotta in Italia con altri mezzi: l’”antipolitica” per eccellenza.

Cattivi pensieri. Sono quelli che ti frullano nella mente per l’intiera giornata. E che al sopraggiungere della sera continuano a girarti per la mente. Un ronzio fastidioso. Come di insetto impertinente. Che provi ad allontanare. Poi a schiacciare addirittura. Ma se ne stanno lì, a tormentarti. Sono cattivi pensieri, per l’appunto. E fare cattivi pensieri di questi tempi è brutta cosa assai. Ma succede di scoprire che anche altri fanno cattivi pensieri. Non ti serve molto fare una simile scoperta. Non ti allevia il fastidio. Ma tant’è. Cogli i cattivi pensieri altrui e te li coltivi. Ci giri attorno. Non puoi non condividerli. Disse qualcuno che a far cattivi pensieri certe volte ci si indovina. Che cosa? Quel tale è passato per un saggio. Conviene allora coltivare cattivi pensieri. Che per caso non si possa diventare saggi?

“Quando si chiede agli italiani cosa pensano della politica, ormai la reazione più moderata è il disgusto, più spesso l’anatema. E non sono solo i cittadini a fuggire dalla politica: anche svariati politici la disertano. Non contenti di dar vita a un confronto pubblico di ineguagliata rozzezza e astiosità, dimostrano anche un sovrano disprezzo, per non parlare della crassa ignoranza, per le regole base della democrazia parlamentare. Ecco allora dilagare il populismo alla vaccinara di chi pretende di fare e disfare senza rendere conto a chicchessia, minando le istituzioni alla base del bilanciamento dei poteri; ecco il potere giudiziario definito illegittimo e il parlamento inondato di decreti. Una deformazione grottesca del sistema democratico che culmina nella figura di Silvio Berlusconi, con il suo esplosivo connubio di inadeguata formazione politica e totale assenza di una cultura del limite. Il popolo identificato con il leader, un Capo che si crede investito di una missione divina, veste più volentieri i panni del benefattore che quelli del buon amministratore e usa il suo immenso potere nel più disinvolto dei modi. Queste sono le caratteristiche attuali della democrazia italiana, ormai alla deriva. La domanda è:i cittadini sono ancora in grado di ribellarsi a chi li vuole popolo bue, acriticamente intruppati dietro il leader padrone? La buona politica e la normalità non sono mai sembrate tanto lontane”.

Il cattivo pensiero di oggi è stato trascritto dalla seconda di copertina del volume “La fattoria degli italiani” di Piero Ignazi edito da Rizzoli.

domenica 26 agosto 2012

Storiedallitalia. 22 Turiboli, menzogna e privilegio.


E poi ci sarebbe la “politica”. Che non c’è. La “politica” contro la “furbizia” italica ed il “familismo amorale”. La politica a difesa di quello che comunemente viene chiamato il “bene comune”. La “politica” che non c’è. Esiste ed ha prosperato, piantando da tempo immemore le sue profondissime radici, un surrogato maligno di quella che dovrebbe essere la sana “politica”: è l’antipolitica per eccellenza. È la versione italica della “politica” fatta con altri mezzi. L’antipolitica: ché i turiferari al lavoro affermano essere la cifra di coloro che avversano il modo loro di fare la politica politicante nel bel paese. È avvenuto qualcosa di grave nel bel paese, così come avviene nel campo delle teorie monetariste e della cosiddetta legge di Gresham - sir Thomas Gresham, mercante e finanziere inglese XVI secolo - per la quale legge «la moneta cattiva scaccia quella buona». L’antipolitica ha scacciato la “politica” del “bene comune”. Che non è il bene del singolo o delle sottocomunità costituite, ma di una comunità intera che nelle leggi uguali per tutti riconosce la sua ancora di salvezza. Ha scritto il filosofo Roberta De Monticelli su “il Fatto Quotidiano” - col titolo “Menzogna e privilegio” -: (…). …di occultamento di singole verità di fatto, addirittura teorizzato dai massimi pensatori politici che ritengono lecita in politica la menzogna, è fatto il potere legittimo nei secoli dei secoli, intessuto di arcana imperii. Oggi dell’esistenza di arcani è molto più responsabile una mentalità diffusa, diciamo una scarsa ansietà di trasparenza, che singole figure abituate all’esercizio del potere (…). Che è l’aspetto più preoccupante della questione. Laddove l’utilizzo del sotterfugio e della menzogna diviene strumento largamente diffuso per tacitare le voci dissenzienti o che aspirino al primato della verità. Afferma ancora Roberta De Monticelli: Prova ne sia l’esperienza di molti che nella loro comunità di lavoro si sentono quotidianamente richiamati all’”opportunità”, alla “responsabilità”, alle “conseguenze” quando chiedono più trasparenza, o la diffusione di un proverbio come quello tanto meschino dei panni sporchi che si lavano in casa. (…). Eppure di arcana imperii è fatta l’opacità, la non trasparenza, la non controllabilità delle decisioni di governo e gestione che purtroppo possono fare la rovina di queste comunità. (…). …è vero che il regime della comunicazione all’interno delle comunità organizzate per perseguire cooperativamente un fine comune (come aziende, università, altre istituzioni), nella misura in cui riguardi la deliberazione e l’assunzione di decisioni che riguardano il governo della comunità e possano quindi in questo senso lato dirsi “politiche”, è un regime non “logico” ma “retorico” dell’uso del linguaggio? È dunque necessario che sincerità, veridicità e buona argomentazione siano escluse dal novero delle virtù “politiche”? Personalmente tenderei a sostenere che la storia ha dimostrato a iosa quanto alla fine “cattiva” sia la politica che si fonda su questi precetti. (…). …la verità, sia pure nel suo raro darsi, e fino a evidenza contraria, limita eccome la nostra libertà. Non siamo affatto liberi di vedere nero ciò che è bianco e buono ciò che è cattivo. (…). Questa consapevolezza attraversa le pagine dei migliori autori del secolo scorso che abbiano avuto qualche dimestichezza col rapporto fra verità e politica: Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, Albert Camus e Hannah Arendt, Guido Calogero e Piero Calamandrei …. Per tutti questi spiriti magni è necessaria una completa rivoluzione del pensiero politologico corrente, che metta alla base della rifondazione delle civiltà precisamente la costruzione dei palazzi di vetro del potere legittimo: e l’instaurazione della perfetta trasparenza in cuore agli uomini che hanno responsabilità di potere.

P.s. Ha scritto il direttore del quotidiano la Repubblica – 24 di agosto “Un giornale, le procure e il Quirinale” -:  (…). Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se quelle conversazioni  -  che hanno necessariamente preceduto e preparato l'epilogo istituzionale di vent'anni di berlusconismo  -  fossero diventate pubbliche, quell'esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile? Incredibile! Si vuole pervicacemente equivocare. Con quale servizio maldestro per la verità? E per le istituzioni democratiche? Ma quelle telefonate non sono state fatte e non rientrano nell’”esercizio delle sue funzioni”? Quale attinenza hanno con le telefonate fatte con il cittadino Mancino Nicola? E poi ancora, scivolando sugli specchi: (…). Con quel che l'Italia ha passato in questi vent'anni, e con l'emergenza economico-finanziaria che ci getta ai margini dell'Europa, togliendo lavoro e futuro ai giovani, com'è possibile rappresentare la crisi italiana come una manovra di palazzo, orchestrata da un uomo che gli altri Paesi considerano come uno dei pochi punti fermi della nostra democrazia? (…). Ma chi ha incolpato l’uomo del Quirinale di “una manovra di palazzo”? Si è detto soltanto che nella storiaccia del “tengo famiglia” sarebbe stata necessaria una schiena più dritta. E basta.

venerdì 24 agosto 2012

Storiedallitalia. 21 I turiferari al lavoro, due.


E poi c’è il “familismo”. Che è sempre “amorale”, secondo la felice intuizione (“amoral familism”) del sociologico Edward C. Banfield – in “The Moral Basis of a Backward Society” (1958), in italiano “Le basi morali di una società arretrata” (1976) -. Che spinge questo stramaledetto paese ai margini della civiltà e del progresso. Poiché è in nome di quel “familismo amorale” che si compiono tutte le distorsioni della legge e del vivere civile possibili. E non ultima, la controversia Procura-Quirinale che tante devastazioni e macerie procureranno alla tenuta sociale e democratica del bel paese. Poiché all’ombra del “familismo amorale” tutto si consente e tutto trova inspiegabili giustificazioni. Poiché all’ombra di quell’obbrobrio sociale si sviluppa e viene coltivata l’antichissima mala pianta della “furbizia” italica. Scrive a proposito di essa il politologo Carlo Galli – la Repubblica, 23 di agosto 2012 - : (…). La furbizia, (…), è una ragione a breve raggio, che cerca il beneficio immediato di uno solo, contraddicendo la legge, che è invece la ragione a più largo raggio, istituita da tutti per il beneficio di ciascuno. (…). Per Hobbes il furbo oltre che ingiusto è poi anche stolto perché rinuncia ai benefici della società per ritornare in una sorta di stato di natura in cui è sì libero di fare quello che vuole, ma è anche esposto alle rappresaglie della società intera, che vede in lui una persona inaffidabile e perciò non degna del consesso civile. L’Italia dei furbi è, quindi, un’Italia asociale e autolesionista; l’Italia di quanti trasformano la città dell’uomo e delle leggi in una giungla in cui abitano – più o meno entusiasti, più o meno applauditi – come “animali”, per finire poi, quasi sempre, quasi tutti, come volpi spelacchiate, preda dei lupi (che, dove manca la legge, non mancano mai). Ovvero, è un’Italia a misura di Tognazzi che (nel film I mostri) insegna al figliolo ogni tipo di furbizia e di ingiustizia (perché «il mondo è tondo e chi non sa stare a galla va a fondo»), per finire poi ucciso, per soldi, dal rampollo una volta cresciuto. Una storia che riguarda da vicino l’Italia di oggi, che sta pagando a caro prezzo la furbizia e l’ingiustizia nella quale ha vissuto, più o meno soddisfatta, per tanti anni. Un’Italia tanto furba, abile e vincente da essere stupida. Poiché, alla fine, prevale il grido giustificazionista del “tengo famiglia” lanciato dal singolo, che varrebbe la pena di adeguare all’assolutorio grido collettivo “tenimmo tutti famiglia”. Dal quale ne discende, per cerchi concentrici e via via allargando lo spettro del “familismo amorale”, che “È sempre l’Italia dei notabili” – L’Espresso pag. 17 del 28 di dicembre dell’anno 2011 - individuata e descritta di seguito magistralmente da Luigi Zingales, economista e professore presso l’University of Chicago Booth School of Business: (…). Chi sono i notabili della piazza centrale? C'è il farmacista, spesso figlio del farmacista del paese. (…). Sopra la farmacia in molti paesi c'è l'ufficio del notaio, altra professione tramandata di padre in figlio e protetta dallo Stato, che limita il numero di notai e impone tariffe minime. (…). A fianco del notaio nella piazza principale c'è l'ufficio dell'avvocato, un'altra professione spesso tramandata di padre in figlio, protetta da un ordine corporativo. Di fronte alla farmacia in molte piazze centrali c'è la sede di una banca. Una volta era una banca locale, oggi è parte di un gruppo nazionale. Ma anche qui i posti si tramandano di padre in figlio. Il motivo è che la banca non è gestita secondo criteri di efficienza, ma secondo criteri clientelari. (…). Il notaio, il farmacista, il bancario, l'avvocato e il presidente della fondazione si trovano tutti a prendere l'aperitivo al bar centrale, anche quello tramandato di padre in figlio. Questo settore, almeno, è competitivo. Ma anche il barista gode di un vantaggio: una certa tolleranza nell'applicazione delle leggi. La sua cucina non è proprio a norma e la cassiera non sempre emette lo scontrino fiscale. Ma con l'appoggio dei notabili clienti riesce a farla franca. Ognuno difende strenuamente il proprio privilegio, non capendo che il privilegio mio è costo tuo. L'Italia si sta trasformando in una società per caste, dove i giovani non hanno futuro. La strenua difesa dei privilegi personali alla fine danneggia tutti. Ma nessuno è disposto a rinunciare da solo al suo privilegio. Se è l'unico a farlo, ci perde. Solo se tutti lo facciamo contemporaneamente, ci guadagniamo tutti. C'è bisogno di un patto civile per le riforme, dove tutti rinunciano a qualcosa, per guadagnarci tutti. (…). Ed è in questo ambito che si è consumata la storia del/al telefono. Nessuna congiura, nessuna cospirazione. Una banalissima storia all’italiana: il procacciamento di un vantaggio che sia, cercando al telefono quirinalizio il “beneficio immediato di uno solo, contraddicendo la legge, che è invece la ragione a più largo raggio, istituita da tutti per il beneficio di ciascuno”. Passando  sopra ogni cosa e non valutando “Le conseguenze del conflitto”, per come ne ha scritto Maurizio Viroli su il Fatto Quotidiano del 23 di agosto: (…). Nel suo magistrale e coraggioso articolo su Repubblica del 17 agosto, Gustavo Zagrebelsky ha sottolineato che se la Corte Costituzionale desse torto al Capo dello Stato, si aprirebbe un conflitto devastante “al limite della crisi costituzionale” fra due istituzioni fondamentali dello Stato. Si tratta di un’eventualità molto remota, ma la semplice possibilità che si possa verificare avrebbe dovuto dissuadere il capo dello Stato dal suo proposito, non fosse altro perché suo primo e più importante dovere, è rappresentare l’unità nazionale (art. 87). Se invece la Corte costituzionale darà ragione al capo dello Stato, com’è pressoché certo che farà, riconoscerà non solo che il presidente della Repubblica “non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” (art. 90), ma decreterà anche la sua “inconoscibilità” e “intoccabilità” assoluta, da cui conseguirebbero “obblighi particolari di comportamento degli uffici giudiziari, fuori dalle regole e dalle garanzie ordinarie del processo penale”. Immaginiamo che al Colle sia eletto – ipotesi tutt’altro che infondata – uno dei tanti politici corrotti che popolano il nostro panorama politico, reso inconoscibile e intoccabile da una decisione della Corte Costituzionale: c’è da rabbrividire. Ma le conseguenze del conflitto aperto dal capo dello Stato nei riguardi dei magistrati di Palermo potrebbero essere ancora più tragiche perché potrebbero coinvolgere la sicurezza dei servitori dello Stato. Una Repubblica che si rispetti deve avere quale prima preoccupazione la tutela della sicurezza dei cittadini e in particolare quella dei suoi magistrati e delle sue forze dell’ordine. Da questo principio discende che deve essere cura precipua di chi la rappresenta fare capire ai criminali di qualsiasi specie, con le parole e con gli atti, che se toccano un magistrato dovranno vedersela con tutto la forza dello Stato, unito in tutte le sue componenti, nella determinazione di punirli secondo le leggi. Orbene, dei magistrati chiamati a rispondere davanti alla Corte costituzionale del loro operato sono inevitabilmente più deboli rispetto alla mafia che combattono. E poiché sono esseri umani è tutt’altro che impossibile che alcuni di loro si sentano meno motivati a dedicare le proprie migliori energie e a rischiare la vita nella lotta alla mafia. Non dovrebbe essere necessario, ma è meglio precisare, che quanto ho fin qui sostenuto non implica che i magistrati, per la sola ragione che combattono la mafia, possano violare i diritti dei cittadini o interferire con gli altri poteri dello Stato. Se abusano, tocca al Consiglio Superiore della Magistratura (art. 105) procedere per via disciplinare. Poiché il Consiglio non ha trovato nulla da eccepire, non si vede motivo per sollevare il conflitto di attribuzioni. E ancora meno giustificato appare l’appello del capo dello Stato ad approvare una più restrittiva legge sulle intercettazioni telefoniche per via di larghe intese parlamentari, vale a dire con il contributo di forze, quali i berlusconiani, che, come tutti sappiamo, hanno sempre dimostrato un encomiabile senso dello Stato! (…). …nel suo decreto del 16 luglio il capo dello Stato ha invocato, a sostegno della sua decisione, il dovere di impedire che si formino precedenti tali da intaccare la figura presidenziale (“lesione delle prerogative costituzionali del presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione”) per lasciarla ai suoi successori così come l’ha ricevuta dai predecessori. No, non basta. L’armonia e la cooperazione fra i poteri dello Stato, il diritto dei cittadini di conoscere l’operato dei suoi rappresentanti e in primis di chi rappresenta l’unità nazionale, e soprattutto l’autorevolezza e la sicurezza dei magistrati sono , in regime repubblicano, più importanti delle incrinature, per altro opinabili, delle prerogative del presidente della Repubblica. Ed è quanto.

giovedì 23 agosto 2012

Storiedallitalia. 20 I turiferari al lavoro.


Do per scontato, con questo post, di dare un fortissimo dispiacere a M.B. Sperando pure di non perdere un altro dei pochissimi visitatori di questo blog. Visitatore peraltro attento, a giudicare dalle sue rinnovate cortesi considerazioni sul mio banale operato. Coltiviamo con M.B., amorevolmente direi, una antica amicizia e condividiamo un sentire politico che viene da molto lontano. Ciò non toglie che, pur mettendo in conto una sua riprovazione, debba dire qualcosa sul tema. Ed il tema del giorno non può che essere, nella distrazione generale che anche l’ultimo Lucifero concorre a diffondere, lo scambio telefonico Mancino-Quirinale. Incontrandomi al mio ritorno a ****** per la pausa estiva M.B. ebbe modo di apostrofarmi – “Non mi toccare Napolitano” – in verità con il sorriso sulle labbra e molto bonariamente, aggiungendo considerazioni molto positive sull’operato dell’uomo di Stato. Ora, è pur vero che in questo paese allo sfascio essere un tantino migliori, ma proprio un tantino soltanto, della media non costa una gran fatica: basta, possibilmente, volerlo. Non sempre è così. Una cattivissima sorte sembra impedirlo ai tanti nel bel paese. Ma da questa banalissima considerazione in poi ne deriva che un uomo di Stato abbia ben altre responsabilità sulle spalle che pedagogicamente debba necessariamente tirare fuori per non fare affondare il marcescente vascello alla deriva. E nella fattispecie ho cercato di dire a M.B. come le cose non siano andate per come ci si sarebbe aspettato da cotanto uomo. Si è ripetuta amaramente la tragicissima storia all’italiana del “tenimmo tutti famiglia”. Con ciò volendo dire che la “famiglia” di qualcuno, indistintamente parlando, è più “famiglia” della mia o di quella di M.B. Che con il sentire politico che viene da lontano e che condivido con M.B. non ci sta proprio bene. Intanto perché la storia tristissima ed italianissima è di una semplicità estrema che cerco di riprendere per sommi capi per convincermene sempre di più – della sua inequivocabile semplicità - e non tanto per convincere M.B. X telefona all’ufficio di Y. Gli risponde Z. Non si è capito bene sino a qual punto a titolo puramente personale. X cerca un aiuto, un rimedio, al suo incauto comportamento in un’indagine grossa grossa nella quale si parla anche di stragi. Di stragi, signori. Di morti ammazzati. Punto. Z intercede presso Y, e su questo non ci piove. Y avrebbe avuto l’opportunità, chiara e senza giri di parole, di fare sapere a X, tramite Z, che l’argomento non aveva  dignità – dignità - d’ascolto per le sue auguste orecchie. Punto e basta. Ciò non è accaduto. Punto e basta, in nome di quella escrescenza maligna che viene dal detto  “tenimmo tutti famiglia”. Scrive malignamente – ma quanto malignamente poi? -  nel Suo volume “Il cuore oscuro dell’Italia” il corrispondente inglese Tobias Jones: (…). La dietrologia è l’aria che si respira in Italia. È il risultato della paranoia e della gelosia e serve solo a esaltare un’intelligenza intricata. È come Otello con il fazzoletto di Desdemona: un oggetto innocente può scatenare infiniti sospetti. È un gioco che fa la gente, quasi per mettersi in mostra. Io preferisco non vedere una cospirazione che esiste che vederne una dove non c’è. (…). È un’arte tutta italiana. Ed ecco allora i soliti turiferari dispiegare le loro arti. Ed una storia semplicissima del tipo “tenimmo tutti famiglia” diviene, quasi d’incanto, ma non troppo, una caccia all’untore, un attentato alle alte (?) cariche dello Stato, alla strega di turno per via delle sue fatture perverse e, per la magia di quell’arte sublime, si preferisce “non vedere una cospirazione che esiste che vederne una dove non c’è”. È che la storia tristissima che stiamo vivendo sulle nostre pelli madide - di quest’estate infernale - non ha niente di una “cospirazione”, che nella Storia grande ha avuto anche una sua dignità e tanti servigi ha offerto al progresso dell’umanità eliminando despoti e tiranni di varia natura e coloritura. È stata solamente una storiaccia – ma proprio una storiaccia - del tipo  molto diffuso “tenimmo tutti famiglia”. E su questo non ci piove. Scrive come sempre pedagogicamente Franco Cordero sul quotidiano la Repubblica del 22 di agosto – “Le parole incaute del Colle” - : (…). Vent’anni fa uomini del re negoziavano con la mafia accreditandola quale potere concorrente: consta da res iudicatae; vale o no la pena sapere cos’avvenisse tra le quinte? Vi ostano potenti interessi. Cerimonie ipocrite velano collusioni organiche. Ricapitoliamo i fatti: voci del Quirinale conversano solidalmente con l’ex ministro in cerca d’aiuto contro la procura intenta alle indagini (in particolare temeva il confronto con due ex ministri); colloqui editi svelano gl’interna corporis; l’effetto è deprimente e vari gesti l’aggravano. L’uomo al vertice afferma d’avere solo adempiuto dei doveri: esorta gl’italiani a stare tranquilli, perché terrà d’occhio le macchine giudiziarie; in materia d’intercettazioni aspetta novità delle quali abbiamo gran bisogno (restrittive, ovviamente, nel testo berlusconiano su cui voterà Montecitorio, e l’attuale premier manda segnali). Ancora parole incaute, sia concesso dirlo col rispetto che la persona merita: vanta consensi da tutti gl’intenditori interloquenti nell’affare e «il più largo riconoscimento»; lancia accuse d’ascolto abusivo; esige la distruzione dei materiali, mentre sarebbe bello esporre al pubblico i due dialoghi occulti; rovescia le bilance sollevando un clamoroso conflitto davanti alla Consulta. Spettatori equanimi guardano esterrefatti. In una circostanza dolorosa (è morto il consigliere compromesso) quirinalisti volontari gridano l’«assassinio mediatico ». Nell’Italia postfascista non s’era mai visto tanto plumbeo mimetismo, sebbene siano motivo ricorrente le partite ad armi impari. Pedagogicamente, dicevo. Accade sempre che, se la lettura di un qualsivoglia pensiero – minimo come lo è il mio o massimo come quello del professor Franco Cordero non ha importanza -, messo sulla tradizionale carta che si può appallottolare e buttare con fastidio nel cestino o su di un foglio elettronico come avviene su questo blog, non viene incontro alle aspettative del lettore, a ciò che il lettore si aspetta che gli venga detto, a conferma delle sue costruzioni mentali, scatta inconsapevolmente quel bisogno perverso della “dietrologia” che “è l’aria che si respira in Italia”. Un’aria sempre maleodorante ed insana. Per gli uomini e per le bestie.

mercoledì 22 agosto 2012

Storiedallitalia. 19 Le parole al tempo della sobrietà.


Scrive la sociologa Chiara Saraceno nel pezzo pubblicato sul quotidiano la Repubblica che ha per titolo “L’attrazione di CL per il potere politico”: (…). Monti e Passera non sono diversi da chi li ha preceduti su quella passerella (il meeting di Comunione e Fatturazione, per dirla alla Marco Travaglio n.d.r.). Anche se, da chi ha fatto della propria “tecnicità” legittimata dalla competenza una specie di mantra, talvolta anche un po’ arrogante nei confronti sia della politica che dei cittadini, ci si sarebbe aspettati un po’ più di sobrietà e di concretezza e meno fumo. Sentirsi dire che c’è la luce in fondo al tunnel suona un po’ come una presa in giro ai milioni di italiani e alle loro famiglie alle prese con la crescita esponenziale della cassa integrazione, alla difficoltà dei giovani di trovare un lavoro e un salario decente, alla difficoltà di molte donne non solo a tenere un lavoro, ma a conciliarlo con la presenza di responsabilità di cura in città costrette a tagliare servizi (e posti di lavoro) che erano già insufficienti. Sono espressioni da campagna elettorale, non da tecnici-politici responsabili e non attratti dalle sirene di un consenso tanto facile, quanto effimero. È una delle poche voci dissonanti nel panorama politico del bel paese. Poiché anche ai cosiddetti tecnici è stato facile fare il salto del fossato e sentirsi subito dall’altra parte. Quella, per l’appunto, del potere. Alla faccia della sobrietà. Ci ha pensato per tempo il tale ministro della “paccata” di miliardi - “Non possiamo mettere una ‘paccata’ di soldi sul tavolo e sperare dopo che ci sia l’accordo, non si fa così” - in cambio di un’intesa sociale che sia. Un calcio alla sobrietà del comunicare. E poi di quel tale sotto-sub-segretario che suggeriva meno ferie agli italiani per mandar su il Pil. Ma quante ferie pensa che abbiano fatto gli italiani in questa stagione canicolare? Alla faccia della sobrietà del pensare. Ora, con la consueta sobrietà che tutti gli riconoscono, il tecnico-premier manda a quel paese la sobrietà del pensare e del dire  – fidando in verità nella dabbenaggine generale – per una capriola semantica affinché non si denominino più “furbetti” gli evasori fiscali per mezzo della quale piroetta semantica l’annoso problema della evasione – perché no eversione sociale? - verrebbe risolto. Sembra tornati ai tempi oscuri dell’EIAR. Del Minculpop. Dell’unanimità a tutti i costi. Le veline distribuite con le paroline d’ordine da far viaggiare per l’etere. Ci vuol ben altro. E loro, i signori tecnici al governo, da questo orecchio non ci sentono. Ha scritto Francesco Merlo nell’editoriale che ha per titolo “Siamo un popolo di furbi” – la Repubblica del 20 di agosto -: (…). …Machiavelli pensava che non si può abolire la malizia italiana ma che bisogna domarla con il terrore; il bastone del comando contro il sotterfugio e l’intrigo; il timore al posto dell’amore per scansare tutte le trappole e le miserie della furbizia, tra le quale oggi c’è certamente l’evasione fiscale. (…). Diciamo la verità: è impossibile non condividere il senso di un appello che svela l’inghippo di un linguaggio che  non è  innocente perché con la sua potenza è servito e serve a far crescere il pelo sullo stomaco a generazioni di italiani e a far credere che sia quella – appunto, la furbizia – la vera virtù da perseguire, in luogo del senso civico. (…): se non siamo mai riusciti a diventare cittadini la colpa non è del cattolicesimo o della disomogeneità dell’Italia o della mancanza di senso dello Stato, o del familismo e delle mamme…. Noi siamo marchiati perché ci siamo innamorati di questa natura ribalda della furbizia italiana che è una potentissima ideologia con un solo comandamento: amare Dio e fottere il prossimo. (…). Secondo Natalia Ginzburg, gli italiani hanno sempre cercato di sostituire le parole vive con cadaveri semantici che ne attenuino i significati. Tra gli orrori del politicamente corretto ci sono il cieco che diventa ‘non vedente’ e lo spazzino ‘operatore di pulizia’. In ‘Amici miei’ questo vezzo dell’eufemismo viene preso in giro cosi: <non si dice impotente ma ‘non trombante’>. Berlusconi, che è maestro di commedia all’italiana, ha inventato per noi ‘utilizzatore finale’, ‘cena elegante’, ‘burlesque’ e sono, per dirla con la Ginzburg cadaveri semantici che sostituiscono parole vive che invito il lettore a indovinare. E stavo per dimenticare la ‘escort’ al posto di …E che dire dei furbetti del quartierino: sono eroi o malfattori, o eroici malfattori? (…). Ecco, d’ora in poi – per editto del governo - non si chiamino più “furbetti”: cosa cambierà nel concreto? Nel concreto le cose da farsi ce le spiega Bruno Tinti su “il Fatto Quotidiano” del 18 di agosto – “All’estero vanno in galera da noi non rischiano nulla” -: (…). Il mio ex collega Davigo mi ha raccontato, tra il riso e il pianto, la sua esperienza americana. Visita al carcere di Pasadena. Il direttore gli spiega che lì sono detenuti i colletti bianchi e in particolare gli evasori fiscali. Davigo si sente un pezzente (in Italia, come ho detto, non si usa) e chiede con un filo di voce: “Perché, voi gli evasori fiscali li mettete in prigione?”. E il Direttore: “Certo. Hanno mentito al popolo americano”. Lascio alla vostra fantasia immaginare la reazione di un qualsiasi nostro concittadino se gli si spiegasse che è giusto arrestare gli evasori fiscali perché hanno mentito al popolo italiano. (…). Sta di fatto che, in Italia, le sanzioni per questi reati non solo sono ridicole ma in concreto non sono mai scontate; sia per le caratteristiche proprie del processo penale italiano, costruito per non funzionare; sia per quelle della legge penale tributaria, anch’essa costruita per garantire l’impunità agli evasori. E sta di fatto che l’evasione fiscale è stata incoraggiata e giustificata dalla classe politica italiana. Chi non ricorda Berlusconi e il suo elogio dell’evasione fiscale? “Oltre il 35 % di aliquota, l’evasione è legittima difesa”. Questo tipo di cultura (!) ha profondamente inquinato il senso civico dei cittadini. Un professionista che inquisivo per evasione fiscale e che aveva tentato di corrompere i marescialli della GdF che indagavano su di lui, mi disse, dopo che lo avevo arrestato (per tentata corruzione, per carità, non per frode fiscale; quella, per via della legge italiana non sussisteva: si trattava di semplice dichiarazione infedele). “Sa perché l’ho fatto? Perché ho lavorato a lungo negli Stati Uniti e lì, a parte la prigione, l’evasione fiscale ti fa perdere di status sociale: tua moglie non viene più invitata alle gare di torta di frutta con le altre mamme del vicinato; e nessuno viene più ai tuoi barbecue del sabato pomeriggio; e, dopo un po’, anche i clienti ti abbandonano. Ero terrorizzato”. Cultura civica, senso dello Stato. Non so quanto tempo ci vorrà per formare cittadini onesti e responsabili. Certo è che, se cominciassimo a mettere in prigione i delinquenti, anche e soprattutto quelli fiscali, avremmo fatto un bel passo avanti. (…). Le cose da farsi sono queste, senza giri di parole. Poiché con le parole si può perdere anche l’anima e ritrovarsi nella condizione del buon Renzo Tramaglino e del suo “latinorum”.

martedì 7 agosto 2012

Cosecosì. 25 Vivere al tempo dello spread con l’oro in bocca.


Ha scritto Nadia Urbinati sul quotidiano la Repubblica in un Suo “pezzo” che ha per titolo “Superare le diseguaglianze”: (…). Un problema tra i più urgenti che una politica democratica dovrà affrontare sarà quello della crescente diseguaglianza della società italiana. La diseguaglianza è un problema per la democrazia, soprattutto quando si radica nelle generazioni, perché balcanizza la società e rompe la solidarietà tra cittadini, inducendo i pochi a cedere, se così si può dire, dall’obbligo di contribuire per chi non sente più come uguale. La società italiana sta da alcuni anni percorrendo una strada a ritroso rispetto a quella nella quale si era immessa dopo la Seconda guerra mondiale: dall’eguaglianza alla diseguaglianza. E qui mi fermo nella citazione. Sfoglio una patinatissima rivista di “cucina” – il numero di Agosto – e la mia attenzione viene attratta dalla composizione fotografica che ne riempie la pagina 5. Campeggia sulla sinistra un calice al piede del quale si intravvede una collana di perle. L’immagine sfuma. Intriga. Nel calice non si intravvedono le bollicine consuete ma si intuisce un fluttuare come di corpi leggeri ridotti in lamelle. Mi guida, nella interpretazione della composizione fotografica, il logo che occupa l’angolo destro in alto della pagina laddove è scritto “Fabbrica di Oro e Argento in foglia Giusto Manetti Firenze”. Mi chiedo: che c’entra, quel logo, con il calice, la collana di perle – saranno naturali? - e lo spumante? Sposto lo sguardo nella pagina e sulla destra, in basso rispetto al logo precedente, si intravvede una grossa fragola con le scaglie/lamelle intravviste fluttuare leggere nel calice. E sotto all’immagine della fragola, a chiudere il quadro, una appetitosissima fetta di una torta al cioccolato ricoperta pur essa delle scaglie lamelle/. Cosa sarà mai? Il sortilegio, o il mistero che dir si voglia, resta sovrano. Né m’illumina, in basso a sinistra della pagina, al piede quasi del calice, un ben noto logo che sa di tutt’altro che di raffinatezze culinarie o dolciarie: UnoAerre. Ohibò, cosa sarà mai? La faccenda si complica ma, fortunatamente, trova la sua soluzione alla quarta di copertina della patinatissima rivista ove si legge, a mezza pagina, “Un prezioso regalo per una serata indimenticabile”, che sta sotto ad altre immagini di godurie culinarie cosparse sempre delle solite scaglie lamelle/. Il tutto si chiarisce ulteriormente – ohibò - dalla lettura a fondo pagina: “L’oro e l’argento alimentare di Giusto Manetti Battiloro, distribuiti in esclusiva da Unoaerre Industries Spa, sono in vendita nelle migliori gioiellerie”. Non avevo capito un accidente. Le godurie, gli intingoli, erano stati ricoperti da “oro” o “argento” “alimentare”. Chi compra “oro” o “argento” “alimentare” in Italia per ritrovarselo poi espulso integro, indigerito, dopo averne attraversato il lunghissimo canale intestinale, all’atto della quotidiana defecazione? Mi piacerebbe avere una risposta. E lo spread? E l’Imu? E la disoccupazione giovanile? Ed il taglio alla stato sociale? Chiudo sconsolato la rivista patinatissima. Ma ho anche tantissima rabbia. Ma dove sarà finita la rabbia degli oppressi? Degli sfruttati? Un consiglio: non comprate quella rivista, almeno per non arrabbiarvi come è accaduto a me! Ma se ne sarete incuriositi, cercatela e mostratela in giro. Quali reazioni susciterà negli altri? Riprendo volentieri il “pezzo” di Nadia Urbinati: (…). …la ricchezza sta assumendo un ruolo via via crescente tra le risorse economiche che definiscono la condizione di benessere di un individuo mentre declina il ruolo del lavoro. Un significativo aspetto della disuguaglianza riguarda la sua tendenza a trasferirsi da una generazione all’altra, legando sempre di più il destino dei figli a quello dei genitori. È questo un fattore tra i più devastanti e che documenta direttamente la stabilizzazione delle classi. Perché disuguaglianza non occasionale, non per personale responsabilità, ma di classe, un fatto che vanifica ogni più ragionevole discorso sul merito individuale. Questo trend classista ci dice in sostanza che lavoro dipendente e lavoro autonomo sono divaricati (il reddito del secondo aumenta molto più in proporzione al reddito del primo) e che i punti di partenza (la famiglia) diventano sempre più determinanti e difficilmente neutralizzabili da parte degli individui. Non a caso, insieme alla divaricazione dei redditi autonomi e da lavoro si ha la divaricazione degli accoppiamenti: sempre più persone si sposano con persone con reddito simile. Insomma poveri sposano poveri, ricchi sposano ricchi – e per conseguenza, tendenza al trasferimento delle diseguaglianza e dei privilegi da una generazione all’altra. La democrazia non ha mai promesso né perseguito l’obiettivo di rendere tutti i cittadini economicamente eguali, ma ha promesso con formale dichiarazione nelle costituzioni e nelle carte dei diritti, di “rimuovere gli ostacoli” che impediscono a uomini e donne, diversi tra loro sotto tanti punti di vista (dal genere al credo religioso alla ricchezza) di aspirare a una vita dignitosa. Vi è nella democrazia politica un invito assai esplicito a mai interrompere il lavoro di manutenzione sociale operando sulle condizioni di accesso o le “capacitazioni” per usare un termine coniato da Amartya Sen. Ecco perché a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale le democrazie hanno dichiarato che i livelli di disuguaglianza nella ricchezza devono e possono essere mitigati agendo sui meccanismi che la determinano, ad esempio con politiche in grado di assicurare che il godimento di alcuni diritti fondamentali raggiunga più pienamente e uniformemente la popolazione. (…). I programmi politici sono quindi determinanti perché a consolidare le classi insieme al declino fortissimo dei matrimoni interclassisti interviene proprio lo smantellamento di quel fattore sul quale si era costruita la democrazia moderna: la politica sociale, che significa la ridistribuzione dei redditi attraverso i servizi destinati alla salute e all’istruzione; in questi due settori chiave che da sempre hanno contribuito a contenere il divario tra le classi lo Stato investe sempre di meno, dimostrando nei fatti di non essere in grado o di non volere più usare la spesa pubblica per obiettivi democratici, per rimuove gli ostacoli alla crescita della disuguaglianza, come promesso dalla Costituzione.

sabato 4 agosto 2012

Capitalismoedemocrazia. 28 La finanza al tempo del Siv e dello Spv.


È un gioco perverso delle parti. Parla – inopportunamente? - il “drago” della banca centrale europea e le borse van giù che è una bellezza: - 4,6% di giovedì. Chiosa ingenuamente e con dire criptico il temporaneo reggitore della cosa pubblica del bel paese che i mercati sono tardi, ovvero lenti a capire il senso delle cose che avvengono sul pianeta Terra. È veramente strano. Velocissimi a spostare risorse finanziarie immense in un solo battito di ciglia, faticano a capire il senso delle cose dette durante lo svolgimento dell’alto consesso di quella banca. Trascorrono appena 24 ore, giusta una rotazione completa del pianeta Terra attorno al proprio asse, e la borsa di Milano registra un +6,3%. Mi viene da dare ragione ai cosiddetti “post-moderni” che, nel loro asperrimo scontro – per fortuna eminentemente intellettuale - con quelli del “nuovo realismo”, asseriscono che i fatti in quanto tali non esistono proprio ma esiste soltanto la loro interpretazione. I fatti della finanza impazzita, che sono reali, sembrano dar loro ragione. È come si vedono le cose di questo assurdo, ingiusto mondo! È la sempiterna storia del bicchiere che per alcuni è mezzo vuoto, per altri mezzo pieno. Sarà! Ma così il gioco diventa veramente pesante. I fatti sono fatti e c’è poco da scherzare. Afferma Martin Schulz, quello eletto Kapò dall’egoarca di Arcore di infelice e tristissima memoria: - I cittadini sentono l’Europa lontana. Non accettano che le decisioni sulla loro pelle siano prese da un gruppo ristretto. L’Europa non è delle banche. È ora che la politica riprenda il primato sui mercati -. Ben detto. Ma qual è, e dov’è, la politica che possa riprendere “il primato sui mercati”? Sarebbe la stessa politica che è rimasta indifferente – se non ne avesse creato anche le condizioni materiali - all’affermarsi della finanza predatrice che come un’idra a più teste divora l’economia reale? Ed il futuro delle giovani generazioni? Per avere contezza di queste affermazioni basta che si legga, con pazienza, quanto ha scritto sull’argomento il professor Luciano Gallino nella analisi pubblicata sul quotidiano la Repubblica col titolo “Sulla crisi pesano i debiti delle banche”, che di seguito propongo in parte. I fatti sono fatti e nulla può distogliermi da questo semplice convincimento, a dispetto dello scontro titanico tra quelli del “nuovo realismo” ed i cosiddetti “post-moderni”. Ne sembra convinto anche Moni Ovadia nella nota “Sto con i tartassati. Non è demagogia” nella Sua rubrica domenicale sul quotidiano l’Unità: - (…). L’ideologia dell’intimidazione demagogica contro chi chiede giustizia sociale, dignità e diritti, è figlia di una precisa pedagogia che per secoli e secoli ha costruito il mondo a misura dei potenti e dei loro privilegi. Dalla Rivoluzione francese in avanti, questa pedagogia è stata contrastata con crescente forza fino a tutti gli anni Settanta del Novecento, con conquiste significative e con un orizzonte di speranza. Ma dal crollo del cosiddetto comunismo in poi, la demagogia del privilegio si è riaffermata con questo messaggio: «Vi eravate illusi, lo Stato sociale è morto, vi spetta una vita grama, chinate la testa!» -. Ed i fatti stanno lì a dimostrarlo. Se ce ne fosse stato bisogno.

Il 20 luglio la Camera ha approvato il “Patto fiscale”, trattato Ue che impone di ridurre il debito pubblico al 60% del Pil in vent’anni. Comporterà per l’Italia una riduzione del debito di una cinquantina di miliardi l’anno, dal 2013 al 2032. Una cifra mostruosa che lascia aperte due sole possibilità: o il patto non viene rispettato, o condanna il Paese a una generazione di povertà. Approvando senza un minimo di discussione il testo la maggioranza parlamentare ha però fatto anche di peggio. Ha impresso il sigillo della massima istituzione della democrazia a una interpretazione del tutto errata della crisi iniziata nel 2007. Quella della vulgata che vede le sue cause nell’eccesso di spesa dello Stato, soprattutto della spesa sociale. In realtà le cause della crisi sono da ricercarsi nel sistema finanziario, cosa di cui nessuno dubitava sino agli inizi del 2010. Da quel momento in poi ha avuto inizio l’operazione che un analista tedesco ha definito il più grande successo di relazioni pubbliche di tutti i tempi: la crisi nata dalle banche è stata mascherata da crisi del debito pubblico. In sintesi la crisi è nata dal fatto che le banche Ue (come si continuano a chiamare, benché molte siano conglomerati finanziari formati da centinaia di società, tra le quali vi sono anche delle banche) sono gravate da una montagna di debiti e di crediti, di cui nessuno riesce a stabilire l’esatto ammontare né il rischio di insolvenza. Ciò avviene perché al pari delle consorelle Usa esse hanno creato, con l’aiuto dei governi e della legislazione, una gigantesca “finanza ombra”, un sistema finanziario parallelo i cui attivi e passivi non sono registrati in bilancio, per cui nessuno riesce a capire dove esattamente siano collocati né a misurarne il valore. La finanza ombra è formata da varie entità che operano come banche senza esserlo. Molti sono fondi: monetari, speculativi, di investimento, immobiliari. Il maggior pilastro di essa sono però le società di scopo create dalle banche stesse, chiamate Veicoli di investimento strutturato (acronimo Siv) o Veicoli per scopi speciali (Spv) e simili. Il nome di veicoli è quanto mai appropriato, perché essi servono anzitutto a trasportare fuori bilancio i crediti concessi da una banca, in modo che essa possa immediatamente concederne altri per ricavarne un utile. Infatti, quando una banca concede un prestito, deve versare una quota a titolo di riserva alla banca centrale (la Bce per i paesi Ue). Accade però che se continua a concedere prestiti, ad un certo punto le mancano i capitali da versare come riserva. Ecco allora la grande trovata: i crediti vengono trasformati in un titolo commerciale, venduti in tale forma a un Siv creato dalla stessa banca, e tolti dal bilancio. Con ciò la banca può ricominciare a concedere prestiti, oltre a incassare subito l’ammontare dei prestiti concessi, invece di aspettare anni come avviene ad esempio con un mutuo. Mediante tale dispositivo, riprodotto in centinaia di esemplari dalle maggiori banche Usa e Ue, spesso collocati in paradisi fiscali, esse hanno concesso a famiglie, imprese ed enti finanziari trilioni di dollari e di euro che le loro riserve, o il loro capitale proprio, non avrebbero mai permesso loro di concedere. Creando così rischi gravi per l’intero sistema finanziario. (…). Come notavano già nel 2006 due economisti americani, G. B. Gorton e N. S. Souleles, «i Spv sono essenzialmente società robot che non hanno dipendenti, non prendono decisioni economiche di rilievo, né hanno una collocazione fisica». Uno dei casi esemplari citati nella letteratura sulla finanza ombra è il Rhineland Funding, un Spv creato dalla banca tedesca IKB, che nel 2007 aveva un capitale proprio di 500 (cinquecento) dollari e gestiva un portafoglio di crediti cartolarizzati di 13 miliardi di euro. L’esilità strutturale dei Siv o Spv comporta che la separazione categorica tra responsabilità della banca sponsor, che dovrebbe essere totale, sia in realtà insostenibile. (…). La finanza ombra è stata una delle cause determinanti della crisi finanziaria esplosa nel 2007. In Usa essa è discussa e studiata fin dall’estate di quell’anno. Nella Ue sembrano essersi svegliati pochi mesi fa. Un rapporto del Financial Stability Board dell’ottobre 2011 stimava la sua consistenza nel 2010 in 60 trilioni di dollari, di cui circa 25 in Usa e altrettanti in cinque paesi europei: Francia, Germania, Italia, Olanda e Spagna. La cifra si suppone corrisponda alla metà di tutti gli attivi dell’eurozona. (…). Sono passati cinque anni dallo scoppio della crisi. Nella sua genesi le banche europee hanno avuto un ruolo di primissimo piano a causa delle acrobazie finanziarie in cui si sono impegnate, emulando e in certi casi superando quelle americane. Ogni tanto qualche acrobata cade rovinosamente a terra; tra gli ultimi, come noto, vi sono state grandi banche spagnole. Frattanto in pochi mesi i governi europei hanno tagliato pensioni, salari, fondi per l’istruzione e la sanità, personale della PA, adducendo a motivo l’inaridimento dei bilanci pubblici. Che è reale, ma è dovuto principalmente ai 4 trilioni di euro spesi o impegnati nella Ue al fine di salvare gli enti finanziari: parola di José Manuel Barroso. Per contro, in tema di riforma del sistema finanziario essi si limitano a raccomandare, esaminare e riflettere. Tra l’errore della diagnosi, i rimedi peggiori del male e l’inanità della politica, l’uscita dalla crisi rimane lontana.