"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 3 marzo 2018

Primapagina. 72 “Lo smemorato di Rignano sull’Arno”.



Da “Matteo Renzi, ovvero lo smemorato del Nazareno” di Silvia Truzzi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di febbraio 2018: (…). …Renzi è tornato a parlare (…) del referendum: “Se il 5 marzo non ci sarà maggioranza è anche perché si è voluto dire di no a una riforma costituzionale che semplificava il sistema elettorale”. Oibò. E pensare che noi eravamo proprio convinti di aver votato contro l’abolizione del Senato eletto dai cittadini e lo stravolgimento di un terzo della Costituzione, riscritta così male che manco il libretto d’istruzioni della lavatrice. In realtà Renzi stesso era convinto che il quesito riguardasse, come in effetti era, la riforma costituzionale. Guardate cosa diceva il 9 giugno 2016, ancora premier, mentre si trovava al summit Nato di Varsavia: “Edi Rama, il premier albanese che ogni mattina legge tre giornali italiani, mi dice: dai Matteo e cambiala questa legge elettorale se vuoi vincere il referendum. Ho dovuto faticare non poco per fargli capire che il referendum non è sulla legge elettorale, è su altro, sulla riduzione del numero dei parlamentari, sulla fine del bicameralismo, chi vota Sì è per cambiare le cose, chi vota No le lascia come sono oggi con il Parlamento più costoso e con le procedure più contorte fra tutti i Paesi Nato”. E aggiungeva: “Non essendo oggetto del referendum non capisco perché si colleghi la legge elettorale con il referendum”. In effetti quella legge elettorale, l’Italicum, era stata approvata a colpi di fiducia nel 2015 con un’entrata in vigore differita a luglio 2016. Al di là di tutto, bisognerebbe dotare lo smemorato del Nazareno di qualche post-it: l’Italicum (disegnato con un premio di maggioranza che scattava al superamento del 40%, cioè sulla base della vittoria del Pd alle Europee 2014) valeva comunque solo per la Camera. E in ogni caso la legge che “mezza Europa” ci avrebbe copiato (dichiarazioni di Renzi e Boschi, marzo 2015) è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta un anno fa, motivo per cui è stata partorita – in fretta e furia e sempre a colpi di fiducie parlamentari – questa meravigliosa nuova legge detta Rosatellum con cui ci apprestiamo a votare domenica. Ma, ancora prima di venire battezzata, già si parla apertamente di cambiarla perché “produce ingovernabilità”. Addirittura si dice che potrebbe essere l’oggetto sociale di un eventuale governo di scopo: rifare la legge elettorale e poi tornare al volo alle urne. Domanda ai cosiddetti leader: ma voi, oltre a prenderci in giro con dichiarazioni che stravolgono la realtà dei fatti, esattamente che lavoro fate?

venerdì 2 marzo 2018

Lalinguabatte. 50 “Renzi, ovvero del mimetismo popolocratico”.



“Populismo?”. Ma no! “Popolarismo?”. Forse che sì! Forse che no! Boh! Se ne potrebbero fare infinite inutili “portaaporta” sull’insuperabile e soporifero stile del sespide televisivo con la partecipazione dei tanti disponibilissimi buontemponi. Che goduria per l’inutile dialogare! Ad un primo approccio, quindi, l'incipit del post potrebbe far pensare ad un abile gioco di contrapposizione dei due termini o definizioni sociologiche che dir si voglia, proprio come nei peggiori stilemi dei contemporanei talkshow, delle inutili infinite chiacchiere. Una perdita di tempo, insomma. O come direbbe qualcuno, tanto e solo per fare poesia. Leggendo invece l’agile volumetto del sociologo francese Pierre Musso “Sarkoberlusconismo” (2008), pubblicazione per i tipi “Ponte alle grazie”, mi sono convinto dell’inevitabilità e della opportunità della distinzione semantica e della giusta e santa causa di divulgarne l’esistenza. Giuro di non aver trovato altrove una definizione, ma cosa dico, una rappresentazione così esaustiva della condizione politica in cui oggigiorno versa il bel paese. A questo punto mi pare cosa giusta e santa riportare la definizione che lo stesso sociologo offre del temine “popolarismo” alle pagine 33 e 34 del predetto volumetto: (…). Il popolarismo, espressione obsoleta che risale all’Illuminismo, consente di connotare una forma generica dell’azione politica: - Al popolarismo basta la messa in scena dell’azione. Impressionare, colpire, decidere diventano prove manifeste di efficienza. La produzione di effetti sostanziali scompare dinanzi all’imperativo di sedurre… Il popolarismo fa leva sul soddisfacimento a poco prezzo dell’opinione dei consumatori […]non conosce altro che l’urgenza, la rapidità e l’immediato. Si spazientisce dinanzi alla prova del tempo: non può stare ad aspettare le conseguenze durature, a lungo termine, delle proprie azioni… Il popolarismo rimanda a dopo la verifica dell’azione o tenta abilmente di farla dimenticare. Il popolarismo è in continuo movimento: salta da un problema all’altro, solleva sempre nuovi motivi di dibattito […] si prefigge un unico obiettivo; conquistare il potere e conservarlo. (…). Diciamoci la verità: come sarebbe possibile ritrovare altrove, in un altro scritto, una più calzante rappresentazione dell’operosità dell’egoarca di Arcore in quel del bel paese? Ma a pensarci bene, così come ne scrive l’illustre sociologo francese, i dettami del popolarismo sembra abbiano una datazione antica: ovvero, risalenti addirittura all’Illuminismo. Orbene, cosa se ne può concludere alla luce del fatto che in quel tempo, al tempo dell’Illuminismo intendo dire, dei mezzi di comunicazione di massa non vi era ombra o traccia alcuna? Vuol semplicemente dire che gira e rigira è la pancia più profonda e non tanto la ragione della gente a dettare le regole nel mondo; ed il tutto diviene, di conseguenza, una allarmante tragica rappresentazione. Una perenne messa in scena insomma, tanto che gli abili allestitori, e da sempre, riescono bene a mischiare i tratti di illusorietà di quella con la più sostanziale banalità della quotidiana realtà. Ne coglie appieno il tragico senso Jean-Luc Porquet che ha pubblicato di recente “Venditori di fumo. Le regole basilari della demagogia efficace” (2008), in Italia per i tipi di Fazi Editore. Riporto di seguito una sua breve riflessione pubblicata su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica”:

giovedì 1 marzo 2018

Primapagina. 71 “Siamo rincoglioniti?”.



Da “Siamo rincoglioniti?” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9 di febbraio 2018: (…). Decine di sentenze, tutte disponibili sul web, ci dicono quanto segue (in estrema sintesi, si capisce, perché la biografia criminale integrale del personaggio occuperebbe un paio di Treccani). Nel 1973 B. comprò la sua prima villa, quella di Arcore, raggirando Annamaria Casati Stampa, una povera orfana per giunta assistita da Cesare Previti, pagandole una cifra ridicola, per giunta in azioni di una immobiliare non quotata che non valeva una cicca. Nel 1974 strinse un patto con Cosa Nostra tramite Marcello Dell’Utri e ingaggiò un mafioso doc, Vittorio Mangano, per travestirlo da stalliere e portarselo in casa come guardaspalle e tenerlo lì anche dopo che i carabinieri vennero due volte ad arrestarlo. Nel 1978 si iscrisse a una loggia massonica segreta deviata, la P2, poi sciolta dal Parlamento. Negli anni 80 accumulò un monopolio fuorilegge nella tv commerciale, facendosi poi legalizzare l’illegalità da due decreti Craxi, appena i pretori tentarono di fargli rispettare le regole. Intanto mise in piedi un intero comparto riservato della Fininvest all’estero, accumulando centinaia di miliardi di lire di fondi neri esentasse su 64 società nei paradisi fiscali, con la consulenza dell’avvocato inglese David Mills. Con quei fondi teneva a libro paga svariati politici (al solo Craxi e solo nel 1991 girò 23 miliardi di lire in Svizzera) e diversi giudici romani che gli garantivano impunità e sentenze à la carte. Nel 1991 scippò a De Benedetti la Mondadori, il primo gruppo editoriale che controllava Repubblica, Espresso, Epoca, Panorama e vari giornali locali, grazie a una sentenza comprata dagli appositi Previti&C.. Nei primi anni 90 la Guardia di Finanza stava per scoprire i suoi reati fiscal-contabili e i suoi manager – ispirati chissà da chi – pagarono quattro mazzette a ufficiali e sottufficiali perché chiudessero un occhio. Poi andò al governo e, siccome stavano per arrestargli il fratello e vari manager per le mazzette alle Fiamme Gialle, varò il decreto Biondi per vietare le manette per corruzione. Siccome poi Mills doveva testimoniare ai processi All Iberian e Gdf, nel 1999 gli ammollò 600 mila dollari in nero perché mentisse ai giudici e – come scrisse lo stesso legale al suo commercialista – lo salvasse “da un mare di guai”. Dal 2001 al 2006 tornò al governo per farsi solo i cazzi suoi, con una raffica di leggi anti-giudici e pro Mediaset. Ma qualche processo sopravvisse e allora lui, perse le elezioni del 2006, cominciò a comprare senatori (il dipietrista De Gregorio venne via per 3 milioni, di cui 2 in nero cash) per far cadere il secondo governo Prodi, tornare al governo e liquidare le ultime pendenze. Nel 2008 andò al governo per la terza volta e ricominciò. Poi saltò fuori il fiorente import-escort nelle sue varie ville e lui finì nei guai perché almeno una delle bungabunga-girl, Ruby, era minorenne, e lui aveva chiamato in Questura per farla rilasciare dopo un fermo per furto, spacciandola per la nipote di Mubarak. Condannato in tribunale, trovò in appello e in Cassazione giudici abbastanza spiritosi per assolverlo, complice anche la legge Severino che aveva cambiato la concussione. Intanto era così sicuro di essere innocente che iniziò a pagare una trentina di ragazze, temendo che dicessero la verità (di qui i nuovi processi per corruzione giudiziaria). Purtroppo gli andò male con la frode fiscale sui diritti Mediaset (7,2 milioni di euro, a fronte della mega-evasione di 368 milioni di dollari prescritta dalla sua Cirielli). Così, dopo 8 prescrizioni e 5 assoluzioni perché s’era abolito i reati, nel 2013 arrivò la prima condanna definitiva. Pregiudicato, espulso dal Senato e affidato ai servizi sociali nell’ospizio di Cesano Boscone, col braccio destro Dell’Utri in galera per mafia al posto suo e il braccio sinistro Previti condannato per corruzione giudiziaria e radiato dai pubblici uffici al posto suo, pensava di essere finito. Ma aveva sottovalutato gli odiati “comunisti”, sempre pronti a resuscitarlo. E anche la generosità di centinaia di giornalisti e milioni di italiani, che non sono affatto rincoglioniti. Anzi: sono come lui, o almeno vorrebbero tanto.