"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 28 giugno 2017

Quodlibet. 6 “Il mondo che rivuole le frontiere”.



Da “Il mondo che rivuole le frontiere” di Federico Rampini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 27 di giugno dell’anno 2016: La competizione globale - dice Barack Obama - dà a molti lavoratori la sensazione che li abbiamo abbandonati. Provoca diseguaglianze ancora maggiori. I privilegiati accumulano straordinarie ricchezze e potere. L'angoscia è reale. Quando la gente è spaventata, ci sono politici che sfruttano queste frustrazioni". Pronunciate poche ore dopo il risultato del referendum inglese, queste parole del presidente degli Stati Uniti abbracciano fenomeni comuni a tutto l'Occidente. Da Brexit  a Donald Trump, forti correnti dell'opinione pubblica appoggiano i politici che promettono un ritorno all'indietro, verso un'Età dell'Oro pre-globalizzazione. È un vasto rigetto delle frontiere aperte, dei mercati comuni, dei trattati di libero scambio, oltre che dell'immigrazione. Viene rimesso in discussione tutto ciò che sotto il termine di globalizzazione ha segnato l'ordine economico mondiale nell'ultimo quarto di secolo. Una storia che ha origini in due trattati. Il primo è l'Atto che crea nel 1992 il grande Mercato unico europeo. Il secondo è il Nafta (North American Free Trade Agreement) negoziato nel '92 e ratificato nel 1994 tra Stati Uniti, Canada e Messico. Parte da quei due cantieri la costruzione di un sistema che in seguito si estenderà fino ad abbracciare Cina e altre nazioni emergenti. Ma dall'inizio Mercato unico e Nafta avevano in embrione i problemi destinati a esplodere oggi. Le riforme di mercato degli anni 90 arrivano al termine di un'offensiva neoliberista travolgente: gli anni Ottanta con Ronald Reagan e Margaret Thatcher hanno delegittimato l'economia mista, il capitalismo di Stato, la pianificazione, la concertazione sindacale. Il crollo del Muro di Berlino ha sancito il fallimento dei sistemi comunisti. L'implosione dell'Urss e dei suoi satelliti è l'altra faccia di una storia di successo: di qua dal Muro, l'America e l'Europa occidentale hanno conosciuto decenni di sviluppo e diffusione del benessere, che hanno coinciso con i primi smantellamenti di barriere doganali. Dal 1947 al 1995 il Gatt e la Cee sono stati i primi esperimenti di libero scambio. Con gli anni Novanta la parola d'ordine diventa: andare più avanti, molto più avanti. Reagan-Thatcher sposano le teorie di Milton Friedman, premio Nobel dell'economia, capo della "scuola di Chicago". Qualsiasi laccio che freni il mercato va abolito perché impedisce il dinamismo e la creazione di ricchezza. Senza più barriere e protezionismi ciascun paese può specializzarsi nelle cose che fa meglio e sfruttare i "vantaggi comparativi". Fin da allora si levano alcune voci critiche. Jacques Delors, socialista e cattolico, è il presidente della Commissione europea che gode dell'appoggio di François Mitterrand. Delors vede la necessità che il Mercato unico sia accompagnato da una "carta sociale" dei diritti: per evitare che la competizione fra paesi di livello diverso si trasformi in una "rincorsa al ribasso" verso il minimo comune denominatore. Nel Mercato unico c'è qualcosa dell'idea di Delors. Tant'è che i conservatori inglesi allora denunciano un'Europa "socialista" che impone rigidità al mercato del lavoro. È di quegli anni un progresso nelle tutele dei consumatori, terreno sul quale l'Europa parte tardi ma sorpassa rapidamente gli Stati Uniti. Il Mercato unico è più di un'area di libero scambio. Elimina barriere occulte all'esportazione di beni e anche di servizi; abolisce ostacoli alla circolazione di tutti i fattori di produzione: dà libertà ai movimenti di capitali e all'emigrazione di manodopera. Coordina politiche fiscali, industriali, agricole. Crea regole standard in quasi tutti i settori. Apre il mercato dei lavori pubblici. Vieta gli aiuti di Stato.

domenica 25 giugno 2017

Quodlibet. 5 “Il referendum per una politica che abdica”.



Da “La politica che abdica” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 25 di giugno dell’anno 2016: Cosa si muove nel sentimento profondo del popolo? Come se la vita fosse senza dubbi, e la vita pubblica senza sfumature, il referendum sembra costruito apposta per questi tempi radicali, radicalizzando i due corni dell'opinione pubblica nelle loro forme estreme, dove c'è spazio soltanto per essere totalmente a favore o definitivamente contro. Sembra il massimo dell'espressione democratica, la parola al popolo, come la scelta tra Gesù e Barabba. E invece è l'espressione basica e universale della democrazia che cerca se stessa, quando i rappresentanti non sono in grado di elaborare una proposta politica convincente, si spogliano della loro responsabilità e delegano la scelta ai cittadini, saltando i parlamenti e i governi per raggiungere una vox populi dove fatalmente si mescola la ragione e l'istinto, l'emozione e la frustrazione, l'individuale e il collettivo. In questo senso, il pronunciamento popolare è il più ricco di contenuto e di ingredienti soggettivi. In un senso più generale, è un'altra prova di abdicazione della politica organizzata nella sua forma storica tradizionale, che oggi rinuncia ad assumersi i suoi rischi e ricorre al popolo per rincorrere in realtà il populismo che la sta mangiando a morsi e bocconi. (…). Ma che importa, se è vero quel che diceva Nietzsche: "La decadenza è scegliere istintivamente ciò che è nocivo, lasciarsi sedurre da motivazioni non finalizzate". Ci sono momenti in cui l'istinto di dare una forma politica visibile alla decadenza in cui viviamo prevale su tutto, anche sulle convenienze. (…). Vale dunque la pena di cercare i caratteri generali di un fenomeno che (…) sta covando come una febbre sotto la pelle di tutta l'Europa. (…). L'europeismo non è più un sentimento politico, in nessuno dei nostri Paesi. L'antieuropeismo è invece un risentimento robusto e potente, distribuito a piene mani dovunque. La radicalizzazione delle scelte senza mediazioni, come quella del referendum (in Inghilterra n.d.r.), realizza un processo alchemico strepitoso e inedito nel dopoguerra, trasformando immediatamente e definitivamente il risentimento in politica, quella politica in vincolo, quel vincolo in destino generale. Tutto ciò che un processo storico lento, prudente e tuttavia visionario ha costruito in decenni, si spezza così in una sola giornata, probabilmente per sempre. Minoritario sugli scranni del parlamento, il populismo anti-sistema e anti-istituzionale ha dunque portato a termine la sua vittoria nelle piazze, sommando le frustrazioni individuali, le separazioni e le solitudini, lo smarrimento delle comunità reali nella ricerca artificiale di una comunità di sicurezza e di rassicurazione che non è più territoriale e nazionale (nonostante lo slogan "Brexit") ma è spirituale e politica, una sorta di secessione dalla forma istituzionale organizzata che i popoli europei si erano costruiti nel lungo dopoguerra di pace, per crescere insieme cercando un futuro comune. Il risentimento ha le sue ragioni, tutte visibili a occhio nudo. L'impotenza della politica prima di tutto, schiacciata dalla sproporzione tra problemi sovranazionali (la crisi, l'immigrazione, il terrorismo) e le sovranità nazionali a cui chiediamo protezione. Poi la lontananza burocratica dell'Unione Europea, che percepiamo come un'obbligazione disciplinare senza più rintracciare la legittimità di quella disciplina. Quindi il peso ingigantito delle disuguaglianze che diventano esclusioni, la nuova cifra dell'epoca. In più la sensazione tragica che la democrazia e i suoi principii valgano soltanto per i garantiti e non per i perdenti della globalizzazione. Ancora la rottura del vincolo di società che aveva fin qui unito — nelle differenze — il ricco e il povero in una sorta di comunità di destino, mentre il primo può ormai fare a meno del secondo. Infine e soprattutto il sentimento di precarietà diffusa e dominante, la mancanza di sicurezza, la scomparsa del futuro e non solo dell'avvenire, la sensazione di una perdita complessiva di controllo dei fenomeni in corso: di fronte ai quali l'individuo è solo, immerso nel moderno terrore di smarrire il filo di esperienze condivise, vale a dire ciò che gli resta della memoria, quel che sostituisce l'identità.È evidente come tutto questo favorisca un linguaggio di destra, una semplificazione demagogica, una banalizzazione antipolitica, uno sfogo nel politicamente scorretto e una via di fuga nell'estremismo, (…). In realtà, c'è uno spazio enorme per una riconquista della politica, se sapesse ritrovare una voce credibile e per la costruzione europea, se sapesse riscoprire l'ambizione di sé. Altrimenti varrà, a partire proprio dal Brexit, la profezia di George Steiner, secondo cui l'Europa ha sempre pensato di dover morire. Mentre ormai soltanto gli immigrati vedono nella nostra terra quel che noi non sappiamo più vedere: semplicemente "una dimora, e un nome".

sabato 24 giugno 2017

Eventi. 23 “Stefano Rodotà, la bandiera della dignità”.



In memoria di un Uomo “grande” che ci ha appena lasciati. Da “La bandiera della dignità” di Stefano Rodotà, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 15 di febbraio dell’anno 2011: È tempo di liberarsi dello spirito minoritario che, malgrado tutto, continua a lambire anche qualche parte della stessa opposizione. È questa l'indicazione (la lezione?) che viene dai molti luoghi che da molti mesi vedono la presenza costante di centinaia di migliaia di persone che, con continuità e passione, rivendicano libertà e diritti: un fenomeno che non può essere capito con gli schemi, invecchiati, del "risveglio della società civile" o di qualche partito "a vocazione maggioritaria". Non sono fiammate destinate a spegnersi, esasperazioni d'un giorno, generiche contrapposizioni tra Piazza e Palazzo. Non sono frammenti di società, grumi di interesse. È un movimento costante che accompagna ormai la politica italiana, e a questa indica le vie per ritrovare un senso. È l'opposto delle maggioranze "silenziose" che si consegnano, passive, in mani altrui. Donne, lavoratori, studenti, mondo della cultura si sono mossi guidati da un sentimento comune, che unifica iniziative solo nelle apparenze diverse. Questo sentimento si chiama dignità. Dignità nel lavoro, che non può essere riconsegnato al potere autocratico di nessun padrone. Dignità nel costruire liberamente la propria personalità, che ha il suo fondamento nell'accesso alla conoscenza, nella produzione del sapere critico. Dignità d'ogni persona, che dal pensiero delle donne ha ricevuto un respiro che permette di guardare al mondo con una profondità prima assente. Proprio da questo sguardo più largo sono nate le condizioni per una manifestazione che non si è chiusa in nessuno schema. Le donne che l'hanno promossa, le donne che con il loro sapere ne hanno accompagnato la preparazione senza rimanere prigioniere di alcuni stereotipi della stessa cultura femminista, hanno colto lo spirito del tempo, dimostrando quanta fecondità vi sia ancora in quella cultura, dove l'intreccio tra libertà, dignità, relazione è capace di generare opportunità non alla portata della tradizionale cultura politica.

giovedì 22 giugno 2017

Quodlibet. 4 “La stagione del risentimento”.



Da “La stagione del risentimento” di Marco Belpoliti, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 22 di giugno dell’anno 2016: Un profondo senso di frustrazione unisce le madri ai figli e alle figlie disoccupate, i sessantenni ai trentenni, gli operai ai piccoli imprenditori, i professori ai loro allievi. Nessuno si salva, nessuno ne sembra esente. C'è anche il rancore, che s'accompagna al risentimento, suo fratello gemello; parola d'origine latina, rancor, ha la medesima radice di rancidus, "astioso" e anche "stantio". La convinzione che i più coltivano, a torto o a ragione non importa, è quella di aver subito un sopruso, un'ingiustizia. Ne consegue dolore, afflizione, ma anche ansia e depressione, che sono due stati d'animo assai diffusi, opposti e simmetrici alla rabbia che il risentimento produce. I luoghi dove manifestarlo sono molti e diversi, tra questi anche la lotta politica, trasformata da competizione tra partiti e programmi diversi in resa dei conti, luogo in cui ribaltare i torti o compiere agognate vendette. Luis Kancyper, uno psicoanalista sudamericano, che si occupa da anni del rancore, sottolinea come si tratti di una attività ripetitiva: rancore come "ruminare". In origine il termine indicava l'atto di dondolarsi, il pensare e ripensare al medesimo evento in modo costrittivo. Allo stesso modo, scrive Kancyper, il risentimento è un "sentire ancora, di nuovo", un ritornare incessantemente sul proprio stato emotivo, senza possibilità alcuna di allontanarsi definitivamente dall'offesa o dal torto subito, sovente immaginario. Il risentimento deve avere senza dubbio una qualche parentela con la paranoia, l'unica malattia mentale contagiosa, come ha ricordato Luigi Zoja nel suo studio Paranoia. Gli psicoanalisti sono convinti che la radice profonda del risentimento risieda nell'invidia, sentimento negativo, ma che ha un'enorme importanza nelle relazioni tra i singoli e tra i gruppi sociali. Il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha raccontato in vari libri un'emblematica storiella al riguardo. Una strega dice a un contadino: «Ti farò quello che vorrai, ma ricorda, farò due volte la stessa cosa al tuo vicino». E il contadino con un sorriso furbo: «Prendimi un occhio!». Quale è la radice sociale del risentimento che colpisce da almeno un paio di decenni l'Italia e che ha avuto il suo culmine nei fenomeni xenofobi, nelle manifestazioni leghiste e che fluttuando si manifesta a intervalli più o meno regolari qui e là, determinando anche i flussi elettorali e le manifestazioni collettive? La frustrazione, si potrebbe rispondere. Ma per cosa? La condizione contemporanea sarebbe secondo gli psicologi un impasto inedito d'invidia e risentimento. L'inseguimento del successo, proposto sempre più come una meta individuale e collettiva, produce forme ossessive di ripiegamento su di sé, da cui nasce il risentimento.

mercoledì 21 giugno 2017

Paginatre. 90 “Se un condannato per mafia, un giornalista stimato, il segretario del PD…”.

Da “La nostra Repubblica fondata sul disonore” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di giugno 2017: Se un condannato per mafia e stragi come Giuseppe Graviano avesse dichiarato che ho pesanti responsabilità per attività terroristiche e sono colluso con la criminalità organizzata, sarei io ad esigere un contraddittorio davanti a un giudice e, per essere sicuro che la mia onorabilità fosse agli occhi della pubblica opinione più chiara del sole, farei di tutto affinché televisioni e giornali assistessero al dibattimento. Se un galantuomo e giornalista stimato come Ferruccio De Bortoli avesse scritto in un libro che ho esercitato pressioni indebite affinché un importante istituto bancario intervenisse per salvare una banca a rischio di collasso per la mala gestione di mio padre e di altri, raccoglierei i miei risparmi per querelare il De Bortoli e, prima ancora che la giustizia completasse il suo lungo e lento iter, lo sfiderei a un pubblico contraddittorio davanti a televisioni e alla presenza di giornalisti al fine, ancora una volta, di difendere il mio onore. Se fossi il segretario del Pd esigerei dalla ministra Maria Elena Boschi che trascinasse De Bortoli davanti alle telecamere e davanti al giudice e, qualora non accettasse il mio pressante invito, la farei cacciare per difendere l’onorabilità del mio partito e presentarmi ai cittadini italiani con le carte in regola per governare la Repubblica. Per quel che ne so, Silvio Berlusconi non ha chiesto il contraddittorio con Giuseppe Graviano; Maria Elena Boschi non ha querelato De Bortoli e non lo ha sfidato ad alcun pubblico dibattito; Matteo Renzi non ha deferito la ministra ai probiviri. Segni inequivocabili, a mio giudizio, che Berlusconi e Boschi tengono assai poco al loro onore personale, e che Matteo Renzi tiene assai poco all’onore del partito che ha il dovere di rappresentare, vale a dire di tutelare e sostenere. Poco male, se i tre personaggi fossero cittadini senza pubbliche responsabilità. Ma Maria Elena Boschi è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Matteo Renzi è segretario del Pd e Silvio Berlusconi è presidente di Forza Italia, e tutti e tre, a titolo e in modi diversi (Berlusconi non può allo stato attuale delle cose essere eleggibile) molto probabilmente ci governeranno nel prossimo futuro. Governare, per chi è come me all’antica, vuol dire servire la Repubblica nel rispetto rigoroso della Costituzione. La Costituzione afferma all’art 54: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Domanda ingenua: come possono governare persone che nei fatti dimostrano di non avere senso dell’onore? Personalmente considero gli individui senza senso dell’onore ripugnanti. Non li frequenterei e soprattutto non affiderei loro il governo della cosa pubblica per la semplice ragione che, non avendo senso dell’onore, sono di per sé inaffidabili. Temo tuttavia che la maggioranza dei miei concittadini poco si preoccupi dell’onore dei rappresentanti, come dimostrano infiniti esempi delle elezioni del passato e pure le recenti elezioni amministrative dove candidati condannati o indagati sono stati votati trionfalmente per governare le loro città. Invito tuttavia i concittadini che dell’onore si preoccupano poco o nulla a considerare che, se avremo al governo persone senza senso dell’onore, il loro esempio contribuirà a devastare ulteriormente quel poco di etica pubblica che ancora per miracolo sopravvive in Italia fra le forze dell’ordine, le forze armate, i magistrati, gli insegnanti, e i cittadini comuni. Avremo di conseguenza un Paese ancora meno sicuro, ancora più degradato, ancora più in balia dei prepotenti e degli arroganti di varia specie. (…).

domenica 18 giugno 2017

Quodlibet. 3 “Le voragini della democrazia italiana”.



Da “Le voragini della democrazia italiana” di Andrea Manzella, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di giugno dell’anno 2013: (…). La democrazia italiana sta male non solo perché ci sono due Camere invece di una o perché i parlamentari sono 1000 e non 500. Ma perché le si sono aperte dentro due immense voragini. Una è quella che ormai separa le istituzioni rappresentative dalla cittadinanza concreta, l’altra è quella che si è creata tra il principio di maggioranza politica e il principio di competenza tecnica. La prima scollatura ha determinato la crisi del rapporto tra i mondi vitali (interessi, speranze, volontà) della gente qualunque e la rappresentanza collettiva che se ne ha nelle istituzioni. L’altro vuoto, quello tra maggioranza elettorale e competenze, ha portato alle varie storture: la necessità di governi tecnici senza vere basi politiche, l’egemonia di una amministrazione pubblica autoreferenziale, la formazione di gruppi parlamentari “per caso”. Alla radice di questi aspetti di dissesto democratico vi è la fine del partito politico di massa: collettore di bisogni, organizzatore sociale, promotore e animatore delle conoscenze tecniche intorno a progetti di progresso comunitario. È accaduto che, ad un certo punto, l’andamento del mondo è stato più rapido della capacità culturale del partito politico,uscito dalla storia dell’800, di adeguarsi ai mutati orizzonti. Rattrappito su se stesso, non ha più capito niente e si è fatto sommergere dalla società com’era diventata. Il suo posto è stato preso da non-partiti, i partiti “personali”. Oppure da qualcuno che si è appropriato dell’antico marchio come bene pubblicitario utilizzabile nel mercato elettorale. In altri casi sono nati partiti elettorali programmati per “non essere partiti”. In un unico caso – quello del Pd – è sopravvissuta la trama di un insieme a cui con straordinario sforzo di memoria e di fiducia ancora si reggono “militanti” in attesa di parole e tempi nuovi di ritrovamento. (…). …la cittadinanza del “cittadino” qualunque non può esaurirsi, di tanto in tanto, e sempre più svogliatamente, nel momento elettorale. Essere cittadino ogni giorno vuol dire farsi carico dei problemi concreti che quotidianamente lo coinvolgono e che le istituzioni rappresentative sempre più fanno fatica a risolvere, da sole. Dalle minute questioni di prossimità (la scuola, la strada, il decoro urbano, la sicurezza del quartiere. ..) a quelle grandi della comunità più larga ( l’opera pubblica interregionale,il rapporto tra fabbrica e ambiente, la bioetica, persino: come nella Francia del débat public...). (…).

venerdì 16 giugno 2017

Quodlibet. 2 “Brexit, la UE e la democrazia”



Da “Brexit, a spaventare la UE è la democrazia” di Alberto Bagnai, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di giugno dell’anno 2016: (…). Parto dall’osservazione più semplice: le stesse istituzioni, in qualche caso addirittura le stesse persone, che ci stanno prospettando sciagure inerarrabili in caso di uscita del Regno Unito dalla Ue, sono quelle che ci hanno promesso prosperità e pace grazie alla nostra adesione al progetto europeo. Un esempio per tutti: Donald Tusk, secondo cui la Brexit sarebbe “la fine della civiltà politica europea”. Siamo di fronte alla forma più esasperata del fenomeno descritto da Giandomenico Majone, professore emerito di Scienze politiche all’Istituto Universitario Europeo, nel suo libro Rethinking the union of Europe: il passaggio dalla cultura politica dell’ottimismo totale, quella che ha portato a negare nei Trattati l’eventualità di una crisi, al suo contrario, la cultura della politica del catastrofismo totale, quella che, al verificarsi di una crisi, paralizza l’azione dei governanti, scaricando i costi sui cittadini. Invertendone la polarità (da positiva a negativa) la demagogia non cambia: la prima vittima della Brexit è la credibilità delle autorità europee, così caricaturali nel loro profetizzare sventure, che perfino Alesina e Giavazzi hanno sentito l’esigenza di distanziarsi! Ma non finisce qui. Come saprete, l’Unione europea si propone esplicitamente di costituire una unione monetaria fra tutti i paesi membri (art.2, comma 4 del Trattato di Lisbona). Saprete anche che mentre il Trattato di Maastricht non prevede l’eventualità di uscita dall’unione monetaria, il Trattato di Lisbona prevede, all’art.50, il recesso di un paese membro dell’Unione europea. Un aborto giuridico e politico, da cui è però immune il Regno Unito, che non ha firmato il Trattato di Maastricht (lo evidenzio per quelli che parlano di uscita dell’“Inghilterra” dall’euro). Il punto è un altro: prendiamo per buona l’ipotesi che l’uscita di un paese dall’Unione causi sconquassi epocali. Se così fosse, dovremmo concludere che il Trattato di Lisbona, in quanto prevede un’eventualità tanto destabilizzante, è il parto di una combriccola di incoscienti e andrebbe riscritto. Facciamo ora l’ipotesi contraria, più ragionevole: quella che dopo la Brexit il sole continuerebbe a sorgere, gli inglesi a comprare Bmw, e i vassalli della Merkel a bere whisky (non sempre con moderazione, com’è noto). In questo caso staremmo assistendo allo spettacolo incivile e inquietante di istituzioni che, chiamate dal loro ruolo a garantire il rispetto dei Trattati, minacciano invece ritorsioni verso un paese perché questo intende esercitare un diritto che i Trattati sanciscono. Dalla Brexit Bruxelles esce comunque distrutta: o ha scritto un Trattato inapplicabile (vedi alla voce “ottimismo totale”) o si rifiuta di applicarlo (celando le sue smanie totalitarie dietro la cortina fumogena del “catastrofismo totale”). Ripeto: o Bruxelles ha sbagliato scrivendo male il Trattato, o sbaglia nell’ostacolarne l’applicazione. Tertium non datur. La seconda vittima della Brexit è quindi la credibilità del progetto cosidetto “europeo”. Quest’ultimo si qualifica una volta di più come profondamente eversivo dell’ordine costituito, un insulto allo stato di diritto e alle norme basilari dell’ordinamento internazionale, a partire dalla più ovvia e universalmente nota: pacta sunt servanda.

martedì 13 giugno 2017

Sfogliature. 80 “Debiti&fiducia, mina vagante per nuove crisi”.


Nell’era del trumpismo imperante (fino a quando?) un “allarme”, se così è lecito dire, si leva da quel mondo che è stato incubatrice e culla di quella “crisi globale” che ancor oggi attanaglia e svuota le nostre vite. Ed a quell’”allarme” donano forza i tanti proclami e le tante intimidazioni rese al resto del genere umano da quell’uomo “ridicolo” assiso alla suprema carica di quel paese. A lanciare quell’allarme è la breve corrispondenza di Federico Rampini, corrispondenza pubblicata sul numero del settimanale A&F del 22 di maggio, che ha per titolo “Usa, torna il debito: indice di fiducia, ma mina vagante per nuove crisi”:  Ha raggiunto un nuovo record storico di 12.700 miliardi il debito delle famiglie americane. E con questo siamo ritornati per la prima volta al di sopra dei livelli pre-crisi. Al primo posto nell'alimentare questa escalation dei debiti individuali ci sono i mutui casa che rappresentano il 71% del totale; sono seguiti dai prestiti bancari agli studenti per pagarsi l'università (11% del totale), poi dalle rateizzazioni auto (9%) e dagli scoperti sulle carte di credito (6%). È un fenomeno che ha due facce, positiva e negativa: 1) Da un lato è considerato un indicatore di ritrovata fiducia nell'economia e nella proprie prospettive di reddito, quando i consumatori tornano a indebitarsi; a sua volta questo "consumo finanziato coi debiti" è un motore di crescita; 2) Storicamente però sappiamo come i periodi di boom nei debiti sono spesso stati la premessa per dei crac finanziari, il caso più drammatico fu proprio il 2008 quando il crac sistemico fu preceduto da un'anomala crescita dei mutui subprime con cui tante famiglie meno abbienti accedevano al sogno della casa ma senza avere i mezzi per ripagare i debiti. Spendere e indebitarsi "like drunken sailors", come marinai ubriachi, è una colorita espressione idiomatica in uso qui negli Stati Uniti. Suona un po' offensiva, non so se contro i marinai o contro le famiglie a basso reddito, però rende l'idea... Questi dati riportano alla luce due temi, uno congiunturale e l'altro strutturale. Il primo è la durata di questa crescita americana ormai giunta all'ottavo anno consecutivo. È una delle riprese più lunghe della storia, anche se non è certo una delle più vigorose (siamo sempre nella "stagnazione secolare" con tassi di crescita che sono una frazione rispetto al trentennio dell'ultima età aurea del capitalismo, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta). Questo però significa anche che aumentano le probabilità statistiche che ci stiamo avvicinando alla prossima recessione. E un'idigestione di debiti, insieme con un rialzo dei tassi della Fed, è uno scenario tipico da recessione. Il tema strutturale riguarda il modello di sviluppo che domina in Occidente: troppe diseguaglianze, e anche dove c'è crescita e "apparente piena occupazione" i redditi ristagnano o diminuiscono. Il credito a gogò è lo strumento con cui questo tipo di capitalismo maschera il problema.

sabato 10 giugno 2017

Paginatre. 89 “Elogio di Franti”.



Da “Elogio di Franti” (1962) di Umberto Eco, in “Diario minimo”  (alle pagg. 85-96) Mondadori Editore – prima edizione “Oscar” dell’ottobre 1988 -:
(…).
“E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un'altra sezione." Così alla pagina di martedì 25 ottobre Enrico introduce ai lettori il personaggio di Franti. Di tutti gli altri è detto qualcosa di più, cosa facesse il padre, in che eccellessero a scuola, come portassero la giacca o si levassero i peluzzi dai panni: ma di Franti niente altro, egli non ha estrazione sociale, caratteristiche fisionomiche o passioni palesi. Tosto e tristo, tale il suo carattere, determinato al principio dell'azione, così che non si debba supporre che gli eventi e le catastrofi lo mutino o lo pongano in relazione dialettica con alcunché. Franti da Franti non esce; e Franti morirà: "ma Franti dicono che non verrà più perché lo metteranno all'ergastolo", si scrive il lunedì 6 marzo, e da quel punto, che è a metà del volume, non se ne farà più motto. Chi sia codesto Enrico è sin troppo risaputo: di mediocre intelletto (non si sa che voti prenda né se riesca promosso a fine anno), oppresso sin dalla più tenera infanzia da un padre, da una madre e da una sorella che gli scrivono nottetempo, come sicari dell'OAS, lettere pressoché minatorie sul suo diario, egli vive continuamente immerso in umbratili complessi, un po' diviso tra l'ammirazione prona per un Garrone che non perde occasione per far della bassa retorica elettorale ("Son io!" e il maestro, babbeo: "Tu sei un'anima nobile!"; e se qualcuno dà noia al supplente, subito Garrone dalla parte del potente e dell'ordine: "guai a chi lo fa inquietare, abusate perché è buono, il primo che gli fa ancora uno scherzo lo aspetto fuori e gli rompo i denti!", così il supplente rientra e vede tutti zitti, lui, Garrone, con gli occhi che mandavan fiamme "un leoncello furioso, pareva" – e gli dice "come avrebbe detto a un fratello" ti ringrazio Garrone, e via, Garrone è a posto per tutto l'anno, ditemi se non era figlio di mignotta ) e d'altro lato una sorta di attrazione omosessuale per il Derossi, che è "il più bello di tutti", scuote i capelli biondi, prende il primo premio, si fa baciare dal giovane calabrese e sembra insomma certi personaggi dei libri di Arbasino. Tra questi poli è l'Enrico: di carattere impreciso, incostante nei suoi propositi etici, schiavo di ambigui culti della personalità, non poteva essere gran che diverso col padre che si ritrovava, torbido personaggio costui, incarnazione di quell'ambiguo socialismo umanitario che precedette il fascismo, e in cui l'ideologia dolciastra stava alla lotta di classe come il repubblicanesimo di Carducci alla rivoluzione francese (odi alla regina Margherita, nonne e cipressi che a bolgheri alti e stretti, ma repubblica, ciccia): questo padre che parla di rispetto per i mestieri e le professioni, esalta la nobiltà degli umili, incita il figlio ad amare i muratori, ma si demistifica in quella terribile pagina del 20 aprile (giovedì) in cui esorta il figlio a gettare le braccia al collo a Garrone quando tra quarant'anni lo ritroverà col viso nero nei panni di un macchinista, "ah non m'occorre che tu lo giuri, Enrico, sono sicuro, fossi tu anche un senatore del Regno" – e non lo sfiora neppure il sospetto di quel che potrebbe (dovrebbe) accadere, che cioè Enrico possa ritrovarsi nei panni di un macchinista ad incontrar l'amico Garrone senatore del Regno (conoscendo Garrone, arrivato alla camera alta per via Acli, va bene, ma ciononostante è il principio che conta, vero?) . Che poi chi sia questo padre, questo Alberto Bottini dalla oscura professione (non la dice neppure quando va a visitare il vecchio maestro a Condove), viene fuori abbastanza bene pagina per pagina, e si esemplifica infine in quelle linee in cui questo squallido filisteo protofascista esplode nell'elogio dell'esercito: "Tutti questi giovani pieni di forza e di speranze possono da un giorno all'altro essere chiamati a difendere il nostro Paese, e in poche ore essere sfracellati tutti dalle palle e dalla mitraglia. Ogni volta che senti gridare in una festa: Viva l'Esercito, viva l'Italia, raffigurati, di là dai reggimenti che passano, una campagna coperta di cadaveri e allagata di sangue, e allora l'evviva dell'Esercito ti escirà più profondo dal cuore, e l'immagine dell'Italia ti apparirà più severa e più grande". È la domenica 11 ottobre, e il martedì 14 costui scriverà ancora una lettera guerrafondaia al figlio, parlando di Roma meravigliosa e eterna, di Patria sacra, di sangue da donare e ultimo bacio alla bandiera benedetta; e sempre senza la minima chiarezza ideologica, sì che a distanza di pochi giorni intesse con il medesimo tono l'elogio di Cavour e di Garibaldi, dimostrando di non aver capito nulla delle forze profonde che divisero il nostro Risorgimento.

venerdì 9 giugno 2017

Dell’essere. 13 “L’etica della verità e l'utilità della menzogna”.



Ha scritto Gustavo Zagreblesky in “Contro l’etica della verità” – Editori Laterza (2008), pagg. 172 € 15 -: (…). Il dubbio, (…), al contrario del radicale scetticismo, presuppone l’afferrabilità delle cose umane, ma, insieme, l’insicurezza di averle afferrate veramente, cioè la consapevolezza del carattere necessariamente fallace o mai completamente perfetto della conoscenza umana, cioè ancora la coscienza che la profondità delle cose, pur se sondabile, è però inesauribile. Onde, di ogni nostra conoscenza, deve dirsi ch’essa è non fallace o impossibile, ma sempre, necessariamente, superficiale. Il dubbio si esprime così: - sarà davvero vero? –, e questo, in certo senso, è un duplice omaggio alla verità, insieme al riconoscimento della nostra limitatezza nei suoi confronti. Il dubbio contiene quindi un elogio della verità, ma di una verità che ha sempre e di nuovo da essere esaminata e ri-scoperta. Così, l’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica, che è quella che vuole fissare le cose una volta per tutte e impedire o squalificare quella cruciale domanda: - sarà davvero vero? -. (…)“. Schierarsi contro “l’etica della verità” è da sempre una pre-condizione propria di chi aspiri a fare della vita associata un momento d’inclusione e di crescita sia personale che collettiva. Ci si ritrova invece, in questo primo ventennio del secolo ventunesimo, come nei momenti più bui della storia umana. E come nei secoli dell’oscurantismo più assoluto la mia “verità” non può in alcun modo coesistere con la tua “verità”. Ne viene fuori la spietatezza dell’oggi che, sotto le bandiere rosso-sangue delle “verità” contrapposte, genera distruzioni e morte in nome di un “assolutismo” anacronistico e fallace. La “verità” è stata da sempre quello “specchietto” entro il quale è andato specchiandosi l’arretratezza culturale e l’intransigenza assolutistica che ha avuto eccellenti campioni in tutte quelle religioni che diconsi “rivelate”. Una stortura gigantesca all’ombra della quale le nequizie e le atrocità hanno trovato facile terreno di coltura al pari della gramigna evangelica che il tutto ricopre e distrugge. Ha scritto Andrea Muni sul settimanale “l’Espresso” del 7 di maggio 2017 – “La post-verità ci mette in gioco”:

lunedì 5 giugno 2017

Sfogliature. 79 “Il motel sull’orlo dell’abisso”.


La “sfogliatura” proposta è del martedì 2 di agosto dell’anno 2011. Ritrovo in essa quel Goffredo Fofi che in “La vocazione minoritaria” - Laterza editore (2009), pagg. 165, € 12 –, ebbe a scrivere, sarcasticamente e magistralmente, che “una delle astuzie della società attuale – almeno in Italia – è di aver convinto i poveri ad amare i ricchi, a idolatrare la ricchezza e la volgarità. In passato i poveri solitamente non amavano i ricchi: li si convinceva, anche con la forza, a sopportare la loro condizione, si tollerava anche che peccassero di invidia, al più li si spaventava con la prospettiva delle pene dell’inferno. Negli anni Ottanta, negli anni di Craxi, è esplosa invece una cosa del tutto nuova: la tendenza a negare le differenze tra i ricchi e i non ricchi, a far sì che i non ricchi si pensino ricchi, che amino i ricchi come maestri di vita, come modelli assoluti di cui seguire ogni esempio”. Si legge in quella “sfogliatura” del 2 di agosto dell’anno 2011 che “(…). Il motel - o il circo - sull’orlo dell’abisso? Certamente il Paese non sembra ancora rendersi conto dei tempi che corrono, e il lungo trentennio 1980-2010 ha provocato un sonno/sogno collettivo che esclude nei più la capacità di rendersi conto e soprattutto di reagire. Si uscì da un altro e più pesante fascismo, il «ventennio» per definizione, grazie a una guerra mondiale e a due anni di guerra civile. Da questi 30 anni senza tragedia si esce castrati nelle nostre reazioni, e quand’anche qualcosa ce la faccia a muoversi, ecco che tutti i partiti e le istituzioni concordemente fanno quadrato e condannano senza discutere, sia che si tratti di un voto massiccio (il referendum, dei cui sbalorditivi risultati i partiti si sono serviti solo per aggiustare i rapporti tra loro: due cose in più a te e due in meno a me e sul fondo nulla che cambia), di una chiara manifestazione di disobbedienza civile o di una sassaiola – e in quest’ultimo caso il «sistema» si ricompatta con una rapidità supersonica. Ma è ben poco quel che si muove, anche se destinato ineluttabilmente a crescere, data la miseria della risposta istituzionale alla crisi. È chiaro - vedi gli Usa - che i super-ricchi rifiutano di essere loro a pagare per i guai che hanno combinato. È chiaro che coloro che sono preposti alla soluzione della crisi sono gli stessi che l’hanno provocata, e che i mezzi che usano sono gli stessi che hanno portato alla crisi. È chiaro che il loro ricatto è la parabola di Menenio Agrippa. Siamo sulla stessa barca, dicono i potenti, e invece no, siamo su due barche diverse, e loro faranno di tutto perché ad affondare per prima sia la nostra. (…)”.

sabato 3 giugno 2017

Quodlibet. 1 “Dentro l’euro non c’è sinistra”.



Ciò che piace. Le “letture” che piacciono. Da “L’esempio greco: dentro l’euro non c’è sinistra” di Alberto Bagnai, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 3 di giugno dell’anno 2015: La crisi greca ha dato ai nostri politici progressisti tre importanti lezioni, destinate a cadere nel vuoto pneumatico della loro ignavia. Peccato, perché capirle sarebbe soprattutto loro interesse. La prima lezione è che dentro l’euro non c’è spazio per la “sinistra”. Questo lo sapevano bene i comunisti italiani degli anni 70. Marco Palombi ha riportato alla luce sul Fatto Quotidiano del 19 maggio 2014 le parole con cui Barca (quello vero, Luciano) scolpì nel 1978 l’alfa e l’omega del progetto di integrazione monetaria europea: “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e di recessione anti operaia”. In cambi flessibili gli squilibri fra paesi vengono sanati dalla rivalutazione del Paese forte, la cui valuta si apprezza fisiologicamente perché molto domandata per motivi commerciali e finanziari. Ma in cambi fissi questo meccanismo cade e gli squilibri devono essere sanati dalla disoccupazione del paese debole. L’austerità a questo serve: tagliando la spesa e alzando le tasse il governo costringe le imprese a licenziare o fallire, nella ragionevole presunzione che chi si ritrova disoccupato accetterà un nuovo lavoro a salari inferiori, contribuendo a rendere il paese più competitivo. Chi vuole l’euro vuole l’austerità, cioè la disoccupazione competitiva usata come leva per svalutare il lavoro. Non pare una cosa molto “di sinistra”, vero? La crisi greca ha definitivamente chiarito questo punto. Come ha detto Schäuble allo Zeit il 28 maggio scorso riferendosi a Tsipras, tenersi l’euro ma non le riforme “passt nicht zusammen”. Traduco per i diversamente europei: “non sta insieme”, è incoerente volere l’euro senza volere l’austerità. Schäuble non dice queste parole perché la mamma non gli ha voluto bene da piccolo. Le dice per lo stesso motivo per il quale le dicevano Barca nel 1978, o Bersani sul Sole 24 Ore del 9 agosto 2012 (“noi siamo quelli dell’euro, fedeli all’Europa del rigore”): perché è così. La crisi greca pianta quindi l’ultimo chiodo sulla bara di quelli che “un altro euro è possibile”. La seconda lezione è più radicale: dentro l’euro non c’è spazio per la democrazia. L’euro incorpora il dogma dell’indipendenza della Banca centrale. Il Trattato di Maastricht aggiunge ai tre poteri consueti (legislativo, esecutivo, giudiziario) un quarto potere, quello monetario, che, tenendo i cordoni della borsa ed essendo legibus solutus, di fatto comanda. La Bce non manda lettere in giro per l’Europa, facendo e disfacendo governi, perché è cattiva dentro, come ci raccontano gli intellettuali “di sinistra”, asserragliati in una visione sentimentale e favolistica della crisi per non confessare il proprio tradimento. La Bce può mandare i suoi missi dominici perché glielo consente Maastricht, nel momento stesso in cui le attribuisce un decisivo potere di ricatto sui governi, proibendo a questi ultimi di servirsi della “loro” Banca centrale come prestatore di ultima istanza. Chi tiene i cordoni della borsa comanda.

venerdì 2 giugno 2017

Scriptamanent. 100 “La Re(s)pubblica”.



E…100. 100 “riflessioni” in “scriptamanent” come una narrazione dei giorni passati. Da “La lezione del 2 giugno” di Michele Ainis, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 2 di giugno dell’anno 2016: (…). …la Costituzione rappresenta la carta d’identità di un popolo, ne riflette il vissuto, ne esprime i valori. Ma noi italiani la conosciamo poco: non la studiamo a scuola, non la pratichiamo quasi mai da adulti. Sarà per questo che siamo diventati incerti sulla nostra stessa identità. Sarà per questo che ci specchiamo nella Costituzione come su un vetro infranto, da cui rimbalza un caleidoscopio d’immagini parziali, segmentate. È l’uso politico della Carta costituzionale, nel tempo in cui la politica consiste in una lotta tra fazioni. Di conseguenza, alle nostre latitudini ciascun tentativo di riforma aggiunge ulteriori divisioni, quando sulle regole del gioco occorrerebbe viceversa il massimo di condivisione. Ecco perché cade a proposito questo 70° compleanno della Repubblica italiana. Fu battezzata anch’essa con un referendum, il 2 giugno 1946. Quel giorno ogni elettore ricevette una scheda con due simboli: una corona per la monarchia; una testa di donna con fronde di quercia per la repubblica. E il referendum spaccò il Paese in due come una mela; perfino l’esito venne contestato, tanto che il dato ufficiale si conobbe soltanto il 18 giugno, dopo i controlli della Cassazione. Tuttavia dalla frattura è germinata l’unità. C’è forse qualcuno, settant’anni più tardi, che non si riconosca nella Repubblica italiana? D’altronde lo stesso referendum del 1946 svolse una funzione pacificatrice. Intanto, la soluzione referendaria fu negoziata con la monarchia. In secondo luogo, essa evitò una conta all’interno dell’area moderata, divisa a metà fra monarchici e repubblicani; e infatti De Gasperi ne fu strenuo sostenitore. In terzo luogo, il referendum permise di saldare due Italie e due generazioni, i vecchi e i giovani, gli operai del nord e i contadini del sud, convocati per la prima volta dinanzi a un’urna elettorale. E infine i vincitori seppero rispettare i vinti, senza calpestarli sotto un tacco chiodato. Non a caso, i primi due presidenti della nuova Repubblica furono entrambi uomini di simpatie monarchiche: Enrico De Nicola e Luigi Einaudi. Che lezione si può trarre da quei remoti avvenimenti? Una su tutte: la democrazia non deve aver paura dei conflitti, perché dai conflitti nascono i diritti. Però nessuna democrazia può sopravvivere in un conflitto permanente, che s’estende alle stesse norme costituzionali. Come regolarmente ci succede in questo primo scorcio di millennio. Nel 2001 la riforma del Titolo V fu approvata dal centro-sinistra con una maggioranza risicata (4 voti alla Camera, 9 al Senato). Nel 2005 la devolution del centro- destra passò con 8 voti di scarto.