"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 13 agosto 2014

Sfogliature. 29 “Il bambino che uccideva formiche”.



Riaccendo il mio computer e trovo che sorprendentemente il post del 5 di agosto ultimo ha scalato la speciale classifica del blog - dei “post più popolari” - tra gli incauti navigatori della rete che ad esso approdino piazzandosi, nel momento in cui scrivo, al terzo posto. Un buon risultato. Ben mi sta la cosa. Ma ho pensato poi: che la fortuna del post sia per il fatto che si parli di un bambino? Che poi, sai che bella scoperta, risulta essere il mio nipotino E. Ma a rifletterci bene mi son detto: ma quella domanda non ce la siamo posta tutti? Proprio tutti! Ed allora di buzzo buono a scandagliare le profondità della rete, che sono sempre di una ricchezza straordinaria. Rinvengo infatti un post del 23 di settembre dell’anno 2011 che sarebbe sepolto in quelle profondità se non avessi avuto la furbizia – o l’accortezza – di salvare il salvabile allorquando ci fu comunicato della chiusura della piattaforma. A quel tempo il post era collocato nella sezione “Dell’essere” con il titolo “Il bambino che uccideva formiche”, titolo che ha mantenuto in questa proposta di “sfogliatura”. È che nel post di allora faceva capolino il mio nipotino primo arrivato al mondo, R. Rileggiamo il post di allora. Ascoltate…

mercoledì 6 agosto 2014

Cosecosì. 88 Storia minima di una generosità mancata.



Amin ha cinque anni. Sara, la sorellina, ha due anni e mezzo. Giocano solitari nel piccolo parco-giuochi in un domenica assolata ed afosa nel quartiere periferico della città. La mamma, seduta all’ombra di uno dei pochi alberi del piccolo parco-giuochi, li sorveglia attenta ma con discrezione. È giovane la mamma, veste come quelle tante donne che dai paesi arabi arrivano speranzose nella terra del cosiddetto bel paese. Porta pantaloni ricoperti da una camiciona che la riveste per i tre quarti della sua statura. E porta il prescritto copri-capo. Ha una bellezza discreta e misteriosa, come accade per tante donne arabe. Ha scritto il professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del 26 di maggio dell’anno 2012 – “Riflessioni sul razzismo di una ragazzina di 12 anni” -: Tante volte i pensieri dei bambini sono più evoluti di quelli degli adulti. (…). …finché si è bambini e si scopre il mondo, ogni cosa nuova che si incontra e quindi ogni curiosità, che si tratti del colore della pelle o dell'angolatura degli occhi degli altri bambini, del loro modo di parlare o di vestirsi, desta interesse. Ma i bambini non crescono solo in un prato verde dove giocano con tutti quelli della loro età, i bambini crescono anche in famiglie, in alcune delle quali sono invitati a non familiarizzare troppo con chi ha la pelle nera o non parla bene la nostra lingua, perché questi bambini non sono proprio uguali a noi, dove è sottinteso che sono inferiori a noi. È in quel parco-giochi che i miei nipotini R. ed E. incontrano Amin e Sara. Amin è intraprendente nei giochi. “Sfida” i miei nipotini in abilità e dimostra all’istante la sua grande voglia di fare amicizia. I miei piccoli si mostrano restii ai suoi inviti. Ma il gelo dura pochissimo. I quattro, ché tanti se ne contano al mattino dell’afosa domenica agostana in quel parco-giuochi, ora filano che è un piacere e giocano con la disinvoltura ed il gusto pieno propri dei bambini di tutto il mando. Io mi sono seduto su di una panchina protetta da un altro dei pochi alberi esistenti nella struttura. Ho modo di osservare i bambini nei loro giochi; ho modo d’osservare la giovane donna araba e la misteriosità che emana. Ho deposto sulla panchina i quotidiani appena acquistati ed i piccoli giuochini che R. ed E. hanno immancabilmente rinvenuto tra le cianfrusaglie che si accumulano in tutte le edicole. E che io ho puntualmente pagato. Ma, deposto sulla panchina accanto ai quotidiani ed ai giuochini – un terzo giuochino è stato scelto da R. ed E. per G. il loro fratellino rimasto a casa – , è deposto un foglio A4 quadrettato sul quale E., nell’attesa di uscire, ha disegnato un prato verde con fiori multicolori, un cielo azzurro rischiarato da un sole sfolgorante. Il foglio, raccolto come un tempo s’usava per le pergamene, era trattenuto da un sottile elastico giallo. In una fase rallentata dei giuochi Amin si avvicina alla mia panchina. Osserva con attenzione gli oggetti deposti su di essa. Poi, col fare innocente e disinibito di tutti i bambini di questo mondo afferra… ma non ci credereste proprio! Afferra il disegno di E., non gli interessano i tre giuochini che pur stanno lì accanto al foglio quadrettato. Amin dispiega il foglio con cura e resta come incantato alla vista di quel prato verde, dei fiori multicolori, del cielo stupendamente azzurro, del sole raggiante che lo rischiara. Amin sembra ammirato dall’opera di E. Quali ricordi gli avrà suscitato l’opera di E.? Ha scritto oltre il professor Galimberti:

martedì 5 agosto 2014

Cosecosì. 87 “Le domande della vita di un bambino”.



E. ha cinque anni. E mesi. E. se ne andava, in una domenica torrida, nella città deserta e desolata per la mano d’un anziano signore. E se ne andavano come nel bel canto del grande Guccini… “un vecchio e un bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera; la polvere rossa si alzava lontano e il sole brillava di luce non vera...”. E nel silenzio profondo e lungo che accompagnava il loro andare quello stringersi per mano era il loro modo di stare assieme ed in pace. Il loro modo di dirsi tutte le affettuosità non dette. Ah fosse vero quel che Guccini dice dei vecchi signori… “i vecchi subiscon le ingiurie degli anni, non sanno distinguere il vero dai sogni, i vecchi non sanno, nel loro pensiero, distinguer nei sogni il falso dal vero..”. Fosse vero! E fu a quel punto là che E. disse all’anziano signore: - Ma dove vai quando tu muori? -. E fu a quel punto là che l’anziano signore sentì come una grande deflagrazione della sua chiusa scatola cranica. Restò attonito e smarrito. Avrebbe preferito sviare il discorso, cambiar il tema scabroso magari dirgli… "immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori e pensa alle voci e pensa ai colori e in questa pianura, fin dove si perde, crescevano gli alberi e tutto era verde, cadeva la pioggia, segnavano i soli il ritmo dell' uomo e delle stagioni...”. Non sarebbe stata la risposta attesa da E. del bel canto di Guccini. E l’anziano signore pensò a quello che aveva pur letto sull’argomento e avrebbe voluto rispondere ad E. con la magia della parola creata dall’animo immenso dell’Anna Maria Ortese nella Sua “Vita di Dea”:

lunedì 4 agosto 2014

Cronachebarbare. 31 “Caro Partito ti scrivo…”.



Lo confermo. Non ho mai “sostenuto” il Renzi. Tutte le volte che il mio partito ha voluto conoscere la mia opinione – con le primarie, per esempio – non sono stato mai dalla parte del Renzi. Così, “a prescindere”? No di certo. È che la “memoria” di cosa il partito era venuto sostenendo nel ventennio del dopo la “discesa in campo” ha continuato a sostenermi. La “memoria”. È che si vive in un paese che della “memoria”, piccola o grande che sia, si fa volentieri e colpevolmente a meno. E così è poi facile salire sul carro del vincitore. Ma io non sono avvezzo a simili sortite. Ed allora, se quella “memoria” è ancora fresca, mi risulta impossibile farla tacere. E poi c’è quell’inaspettato fiuto. Che mi avvertiva di una continuità che avrebbe smentito tutto ciò che si era detto per il bene della democrazia nel bel paese. Avvertivo, per via di quel fiuto, di un “cambiar verso” che non sarebbe stato in sintonia con le precedenti elaborazioni ed enunciazioni del partito. E che il “cambiar verso” avrebbe invece rappresentato ed assicurato la più incredibile delle continuità nella pratica della mala politica del bel paese. La continuità. Scrive oggi Ilvo Diamanti sul quotidiano la Repubblica – “La democrazia per caso” -: Renzi (…) è accusato di insofferenza verso ogni mediazione. Verso i partiti e i corpi intermedi. Sindacato e organizzazioni degli imprenditori, in primo luogo. E verso ogni controllo, si tratti di tecnici oppure di magistrati. D’altra parte, Renzi ha ri-assunto in sé i ruoli di capo del governo e del partito di maggioranza. Al tempo stesso, ha piegato il Pd a propria misura e immagine. Lo ha trasformato nel PdR, il Partito Democratico di Renzi. O, più semplicemente, il Partito di Renzi. In Parlamento, governa con una maggioranza variabile. A cui partecipano Ncd, i Centristi. Ma anche Fi. Dipende dagli argomenti. (…). Mentre diffida, per principio, della concertazione con le organizzazioni di rappresentanza degli interessi. Quanto al governo, si affida ai più fidati e fedeli (si scusi il bisticcio di parole). E per quel che riguarda i tecnici, se rallentano la marcia del governo e del suo Capo, vengono rimossi. Come, in questi giorni, Cottarelli, responsabile della spending review. Insomma, Renzi starebbe conducendo il Paese lungo una china autoritaria. Il mio dubbio, di fronte a queste accuse, non è che siano infondate, ma fuori tempo e fuori luogo. Ecco, i cosiddetti “corpi intermedi” nelle società complesse. Tanto invisi e combattuti al tempo del sig. B. Oggigiorno ridotti a nullità. Derisi e scherniti. Una continuità assicurata. Un non voler “cambiar verso”. Non per niente in precedenza si era pensato e malignamente proposto che nel Parlamento andassero abolite le inutili discussioni, le lungaggini della politica, ed andassero accelerati i tempi di delibera chiamando al voto, possibilmente, i cosiddetti capi-gruppo. Una boutade? Come non riscoprire oggi le stesse insofferenze che hanno caratterizzato quel tempo politico contro il quale il partito sembrava all’unisono fare barriera (fingendo)? Come non vedere negli attuali atteggiamenti d’insofferenza contro i “gufi”, i “rosiconi”, i “professoroni” gli stessi atteggiamenti d’intolleranza che animava la sciatta politica di un tempo passato ma prossimo ancora? Come non vedere un rinserrarsi nell’empireo eburneo della “casta” la nuova fase politica del bel paese? Un rinserrarsi, che non ammette intromissioni di sorta da parte di quella “società civile” tante volte tirata in ballo o tirata per la giacchetta quando c’era da mandare in crisi lo schieramento politico avverso. Oggigiorno quella stessa “società civile” è ridotta a masnada di “gufi” e di “rosiconi”. Era questo il “cambiar verso”? Lo sarebbe stato proprio se si fossero bandite quelle pratiche per le quali tanto si era gridato alla luna. A me, come a milioni d’altri che al partito hanno guardato con fiducia e speranza, veniva lasciato intendere tutt’altro. Scrive ancora Ilvo Diamanti: Perché fanno riferimento a tendenze che Renzi non ha “inventato”. Semmai, assecondato. In parte: accelerato. Per convenienza. Perché si tratta di storie vecchie. Scritte da tempo. Senza troppo scandalo e, anzi, nell’indifferenza. La personalizzazione della politica e dei partiti. È in atto dagli anni Ottanta. Interpretata da Craxi. E, in modo diverso, anche da Berlinguer. Ma ha conosciuto una forte accentuazione negli anni Novanta. Assieme alla fine della Prima Repubblica, fondata sui partiti (di massa). Allora si è sviluppato il rapporto diretto fra cittadini e leader. Soprattutto dopo la “discesa in campo” di Berlusconi. Che ha usato le (proprie) televisioni come canale di partecipazione e di consenso. Gli altri partiti si sono adeguati. O hanno cercato di farlo. Con maggiore o minore successo. Si è aperta così l’era dei “partiti personali”, la cui identità ed esistenza coincidono con quella del Capo. Sorti e scomparsi, oppure ridimensionati, insieme ai loro leader. Senza un leader capace di comunicare con gli elettori in modo “diretto”, è divenuto pressoché impossibile vincere le elezioni. Per questo il Centrosinistra, da ultimo il Pd, erede dei partiti di massa, ha sempre stentato ad affermarsi. E, ancor più, a durare. Fino all’arrivo di Renzi, appunto. (…). Chi accusa Renzi, oggi, di stravolgere la Costituzione dimentica, dunque, che ciò è già avvenuto. Da tempo. Almeno da vent’anni. E da vent’anni siamo divenuti una Repubblica “preterintenzionale”. Dove vige una democrazia ibrida, a metà fra personalizzazione ultrà e partecipazione diretta. Fra leaderismo e rete. Fra Tv e Web. A Renzi, semmai, si dovrebbe imputare di non avere inventato nulla. E di non avere l’intenzione di farlo. Cioè, di non essere interessato tanto a dare senso al caos, pardon, al “caso” istituzionale, che (s)regola il Paese. Ma, semmai, di assecondarlo. Selettivamente. Accentuando e rafforzando gli aspetti più coerenti con i suoi interessi. E con la sua vocazione di Leader del PdR. Alla guida di un governo personale e di una democrazia per caso. (…). Ma per vent’anni non s’era detto che il “cambiar verso” dovesse significare l’abbandono delle disdicevoli pratiche politiche messe in atto nella poco commendevole “seconda Repubblica”? Ed invece il “verso” non è cambiato, anzi. Ha scritto una lettera “aperta” al Partito Democratico Luisella Costamagna su “il Fatto Quotidiano” – “Renzi e il patto del Nazareno: la vera faccia che il Pd non ha mai voluto mostrare” – del 29 di luglio ultimo. Una lettera che in milioni avremmo pensato di scrivere…