"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

lunedì 30 luglio 2012

Cosecosì. 24 L’amore al tempo del piccì.


L'amore fa paura. Perché è enormemente sopravvalutato come soluzione alla solitudine, Perché implica mettersi in gioco, perché si pensa che si potrebbe soffrire troppo se l'altro ci lasciasse (…). Paura è il nome che diamo alle nostre incertezze, alla nostra insicurezza che proiettiamo sull'altro, che facciamo diventare un nemico pericoloso. Allora sogniamo amori idealizzati e perfetti, fuori dal reale; oppure scegliamo persone sbagliate per continuare a emozionarci pur rimanendo autonomi. Alcune persone hanno paura della vita e si mettono in due per proteggersi da essa, altri temono l'amore e si accontentano di rapporti distanti, formali, di facciata, in cui si rimane uguali a se stessi. In cui non si chiede né a sé né all'altro di mettersi in gioco nel rapporto. È proprio per questo che quando spontaneamente finisce l'eccitazione della novità ci troviamo con la nostra unione vuota, senza più niente che ci tenga insieme. Da lì la voglia di ricominciare da un'altra parte. Le situazioni amorose sono decidibili e determinabili? Certo che no. Noi umani non ci comportiamo in maniera prevedibile come un tostapane o un'automobile. Un tradimento può sempre avvenire, una distrazione, un incontro più importante. Il futuro non è sotto il nostro controllo ma proprio questo è il bello. C'è poi un minuto di sospensione tra quello che il futuro ci propone/impone e il nostro arbitrio. La possibilità di dire ci sto/non ci sto/proviamo di nuovo. Quali rischi ci sono nell'amare? Pochissimi. Purtroppo non ne siamo consapevoli. Rischiamo meno che nello stare in una relazione senza amore, che può deprimerci in maniera irreversibile, lentamente. I vantaggi invece sono incommensurabili. Tra questi c'è la possibilità di evolvere e maturare, anche di imparare a dare e a chiedere, rispettando noi stessi. E se l'altro se ne va, se ci manca di rispetto, se ci offre solo briciole, se tenta inconsapevolmente o meno di farci del male, se..., se... noi abbiamo noi stessi su cui contare, sempre e comunque. Possiamo contare sul nostro cuore, sulle nostre risorse e sulle nostre debolezze. Purché siamo onesti con noi stessi, ci diciamo chi e dove siamo, cosa dobbiamo migliorare, come possiamo adattarci di più alla vita. Non è sulla certezza che si basa l'amore ma sull'investimento che implica curiosità verso l'altro, disponibilità a mettersi in gioco e a investire su progetti comuni, quelli che ci permettono di ballare insieme. Ovvero, della complessità del vivere. Così scriveva nell’oramai tempo remoto – la riflessione è del 26 di luglio dell’anno 2008 -, Umberta Telfener, psicologa e terapeuta autrice di “Ho sposato un narciso” (2006) e di “Le forme dell’addio” (2007) editi entrambi per i tipi Castelvecchi. Me ne sono ricordato leggendo, sul quotidiano la Repubblica, l’interessante intervista a firma di Antonio Gnoli a Luciana Castellina, il senso della quale intervista è ben riassunto nel titolo e nel sottotitolo: “Passioni rosse: quei comunisti così puritani e così disinvolti”. Rimando sempre e comunque, per un approfondimento della sempre ostica e controversa tematica, ad un’opera cinematografica abbastanza recente che ha fatto molto rumore, “Cosmonauta” (2009) di Susanna Nicchiarelli, la visione della quale raccomando vivamente. Poiché, in essa, con maestria e leggerezza al contempo, è analizzato e narrato quel “come eravate voi del Pci nei rapporti d’amore” che l’intervistatore pone all’inizio della Sua intervista. Ritengo fondamentale il lavoro della Nicchiarelli, poiché esso rappresenta magnificamente come avveniva l’”educazione sentimentale” al tempo del piccì. Che non si contrapponeva alla “educazione sentimentale” che altri giovani di quel tempo – 1957 – vivevano in altri ambiti associativi – mi viene di pensare alla Associazione Cattolica alla quale ho pur io aderito e che consentiva una controllata promiscuità di genere – così come Luciana, la protagonista del film, viveva nella sezione del piccì del Trullo alla periferia della Roma di quel lontanissimo tempo.

(…). Come eravate voi del Pci nei rapporti d’amore? «La responsabilità e il decoro, che il partito, esigeva dovevano convivere con le passioni sentimentali che a volte potevano essere travolgenti. Non era facile tenere sotto controllo una situazione antropologicamente chiara ma politicamente condizionante. In fondo parlare d’amore è complicato».
Perché? «I comunisti preferivano parlare della famiglia. L’amore è una nozione moderna che implica il concetto di individuo. L’amore non esiste nel mondo rurale. E l’antichità conosce l’eros ma non l’amore come lo intendiamo oggi. L’amore è anche rischio, passione, principio di destabilizzazione. Considerato una prerogativa “borghese” e per questo nel Pci poteva essere visto con sospetto. Aggiunga che la gran parte dei due milioni e passa di iscritti al partito erano contadini e cattolici e avrà chiaro il quadro della situazione ».
E tuttavia proprio i vertici del partito non sempre davano il buon esempio. «C’era un misto di puritanesimo e di pratica non consonante, ma questo accade ovunque il potere venga esercitato. Inoltre, caduto il fascismo, molti dirigenti comunisti tornarono dalla galera, dal confino, dall’esilio. Erano più vecchi di qualche anno, ma si sentivano eroi in grado di sedurre giovani fanciulle. I più anziani erano i Longo, i Roasio, i Togliatti. Tutti sposati ma con delle mogli che appartenevano a un’altra stagione della vita».
(…). Non ritiene che la rigida morale del partito dipendesse anche dal fatto che il Pci era un organismo molto simile alla Chiesa? «C’erano dei codici e delle liturgie da rispettare».
Che ogni tanto venivano trasgrediti soprattutto da intellettuali e artisti. «Il loro era un mondo separato. Anche se interessante. Quando conobbi il mio ex marito, Alfredo Reichlin, che allora era all’Unità, frequentavamo sì gli intellettuali, ma erano davvero un corpo secondario, rispetto al partito».
Il che non impedì, quando se ne scoprirono le inclinazioni sessuali, l’espulsione di Pasolini per indegnità morale. «Era il 1950. La questione gay non era stata neppure lontanamente affrontata. C’era stata una denuncia per atti osceni. E il partito reagì male, molto più nel perbenismo dei vertici che in quello della base ».
Non ha l’impressione che gli amori comunisti a volte fossero frutto del privilegio? «A volte sì. C’era chi poteva permetterselo».
Guttuso non ha mai sacrificato l’istinto del maschio siciliano. «Sì, ma da un certo momento in poi, agli artisti era concesso trasgredire. Mentre più imbarazzante sarebbe stato per un dirigente politico. Non dimentichi che il partito fino agli anni Ottanta conserverà una certa idea di purezza. Il richiamo che Berlinguer farà a santa Maria Goretti, come modello per la gioventù comunista, va in questa direzione».
Le sue radici, Castellina, sono borghesi, non le ha mai pesato aver scelto il Pci? «È la mia storia. Quando sono entrata nel Pci mi sono autocriticata su tutto, rispetto alla mia provenienza. Ho ridimensionato l’Io a favore del noi, del comune».
Una grande individualità fu Sibilla Aleramo. Come la giudica? «Fu anche lei iscritta al Pci. È stata un modello di libertà sessuale e di pensiero. In qualche modo con lei riprendeva corpo la tradizione socialista di Anna Kuliscioff, Alexandra Kollontai e in parte Tina Modotti».
(…). I suoi rapporti con il femminismo? «Sono stati tardivi. Fui educata alla scuola dell’emancipazione femminile per cui le donne dovevano diventare come gli uomini. È stata mia figlia a rendermi cosciente che il problema non è di somigliare agli uomini ma di far valere la diversità delle donne».
(…). Meglio compagni, mariti o amanti? «Compagni è meglio. L’amante può essere la storia di una sera. Compagno puoi esserlo per la vita. E comunque meglio compagno che marito. Uno dà il senso di scelta che l’altro non offre. E poi: mentre è difficile avere molti mariti, è possibile avere molti compagni. Storicamente non è facile essere monogami».

giovedì 26 luglio 2012

Cosecosì. 23 Il rischio dell'incompetenza.


Scrive Umberto Galimberti nella Sua riflessione “Il rischio dell'incompetenza” del 30 di luglio dell’anno 2011: Tra la competenza tecnica racchiusa negli strumenti che utilizziamo e l'incompetenza di ciascuno di noi, c'è un divario, rischioso e imprevedibile. Non so se l'accettazione incondizionata dei progressi tecnologici sia responsabile del conformismo diffuso nelle nostre società. Quel che so è che la competenza tecnica racchiusa negli strumenti tecnologici che abitualmente utilizziamo ha superato di gran lunga la competenza tecnica di ciascuno di noi. Questa disequazione tra la cultura oggettivata nei dispositivi tecnici e la cultura soggettiva dei singoli individui sta per infrangere, se addirittura a nostra insaputa non ha già infranto, il sogno dell'uomo di dominare con la tecnica il mondo, nell'incubo di essere dominato dai sui dispositivi tecnici che impiega, ma di cui non ha competenza. Il suo opportuno riferimento ai "selvaggi" può essere radicalizzato nel senso che, rispetto ai nostri congegni tecnici, i selvaggi siamo noi. E ciò è dovuto, come scrive Günther Anders ne L'uomo è antiquato (1956) "alla nostra incapacità di rimanere up to date, al corrente con la nostra produzione, dunque di muoverci anche noi con quella velocità di trasformazione che imprimiamo ai nostri prodotti e di raggiungere i nostri congegni che sono scattati avanti nel futuro e che ci sono sfuggiti di mano". La conseguenza è che "ormai seguiamo da lontano ciò che noi stessi abbiamo prodotto e proiettato in avanti, con la cattiva coscienza di essere antiquati, oppure ci aggiriamo semplicemente tra i nostri congegni come sconvolti animali preistorici". Già cinquant'anni prima di Günther Anders, Georg Simmel in Filosofia del denaro (1900) annotava che "La macchina è divenuta molto più spirituale del lavoratore. Quanti lavoratori, persino all'interno della grande industria, sono in grado oggi di capire la macchina con cui hanno a che fare, di capire cioè lo spirito investito nella macchina?". E qual è il rischio che si corre quando la cultura oggettivata negli strumenti tecnici supera la cultura dei singoli individui? Il rischio, ce lo ricorda Günther Anders, consiste nel fatto che "la nostra capacità di fare è enormemente superiore alla nostra capacità di prevedere gli effetti del nostro fare. [...] Per cui la domanda non è più "cosa possiamo fare noi con la tecnica", ma "che cosa la tecnica può fare di noi". La lunga citazione per evidenziare, qualora ce ne fosse il bisogno, la nostra condizione di “consumatori” incalliti e di “utilizzatori senza cognizione” della tecnica insita negli strumenti che la stessa mette a nostra disposizione. Intendendo, al riguardo, non solo della utilizzazione di apparecchi e strumenti vari, ma anche di tutto ciò che la comunicazione, ancella povera e risorsa perversa della tecnica, porta alla nostra attenzione e/o consapevolezza. Per dire: quale impatto hanno, per esempio, le informazioni meteorologiche  sulla nostra vita quotidiana? Conosco persone che hanno ristretto il campo del loro spasmodico bisogno d’informazione sull’evolvere del “tempo meteorologico” al particolare che più particolare non si può, ovvero alla ricerca delle condizioni meteorologiche non più del proprio paese o della propria regione, ma l’evolversi sopra la propria città se non, in un prossimo futuro, sul proprio quartiere o sul proprio fabbricato. Un’assurdità. Per farne che cosa? è finito il tempo in cui si parlava del “tempo meteorologico” alzando semplicemente gli occhi al cielo. Ci si ritrova così nella condizione magistralmente rappresentata da Günther Anders e citata dal Nostro, ovvero di esseri viventi che si aggirano tra i “congegni come sconvolti animali preistorici". A questo punto mi viene di raccontare una storia. Amo raccogliere le storie di strada, di quelle che si ascoltano anche in occasione di un incontro imprevisto. Come mi è capitato in quel di *******. E la storia ha inizio con le osservazioni sul “tempo” meteorologico del luogo e del momento. Senza proiezioni future, però. Come si soleva fare un tempo che è stato. La storia dunque. Che affiora dai ricordi della persona casualmente incontrata. E di un certo “Don Antonio”, al quale la comunità del luogo riconosceva grande competenza nel prevedere l’evolvere del “tempo meteorologico”, per via di un suo passato nella marina mercantile. Raggiunta l’età della pensione il nostro “Don Antonio” soleva trascorrere le sue giornate concedendosi, quotidianamente, una o più partitelle a carte con l’allora giovincello narratore della storia e, al pari del nobil uomo immortalato ne’ “L’oro di Napoli” del grande De Sica, non disdegnava imprecazioni o quant’altro ad ogni sconfitta subita – un’onta gravissima - dal giovanissimo avversario. E fu così che, forse a seguito di una di quelle partitelle andata a male, alla consorte che dal balcone gli chiedeva conto dell’evoluzione del “tempo”, il “Don Antonio” della storia, sporgendo appena la mano col dorso verso l’alto, distrattamente rispondesse: - Non piove -. E per la sua distratta previsione due anziane sorelle che, intabarrate nelle loro vesti scure, con passo lento data l’età loro avanzata, solevano raggiungere il cimitero del luogo per i doveri verso i congiunti e gli amici scomparsi, si beccarono un tale diluvio d’acqua che a memoria d’uomo non se ne è raccontato di un altro per copiosità e violenza. Un ritorno, nella semplice storia di strada che ho riportato, della possibilità umana dell’errore a fronte di un utilizzo ingenuo se non perverso della tecnica e della scienza che si piccano d’essere infallibili ma che non cambiano di molto il nostro faticoso vivere.

martedì 24 luglio 2012

Sfogliature. 5 “Del senso cinico. Il giovedì 24 di gennaio.”


 "Per questo, in solitudine, voto la fiducia al governo Prodi". È un attimo. Il senatore Nuccio Cusumano, democristiano agrigentino posteggiato sotto le insegne dell'Udeur di Mastella, finisce di parlare e nell'Aula del Senato irrompe come un cataclisma Tommaso Barbato, anch'egli senatore Udeur. Al grido di "pezzo di merda, traditore, cornuto, frocio", Barbato sale i gradini che lo separano dall'ormai ex amico e prova ad avventarsi sul malcapitato. Che in serata sarà espulso dal partito per "indegnità politica". Pochi minuti e l'aula della Camera Alta si trasforma in un bar da angiporto. Barbato è irrefrenabile. "Gli ha sputato" riferisce agli increduli cronisti il senatore De Gregorio. Il tutto mentre il seguace di Fini Nino Strano urla all'indirizzo del povero Cusumano: "Squallida checca". È la cronaca “nera” di quella giornata – il 24 di gennaio dell’anno 2008 – a firma di Andrea Di Nicola sul quotidiano la Repubblica. Sappiamo bene come sia finita poi per il governo Prodi. Esisteva, nella precedente configurazione di questo blog, una categoria di argomenti alla quale avevo dato per titolo “Del senso cinico”. Il post che propongo di seguito è stato il primo della categoria e portava per titolo “Il giovedì 24 di gennaio”. Il post è di vecchia, vecchissima – 25 di gennaio 2008 - data; contemporaneo però agli avvenimenti descritti sul quotidiano la Repubblica. Si direbbe un ripescaggio. Perché mai? Per una conferma: dell’inamovibilità della “casta”. La sua ostinata “coazione a ripetere”. È di questi giorni l’altalenante discorrere di elezioni-sì elezioni-no per il dopo solleone. Per fare cosa? Per affrontare quali dei problemi? La calura estiva ci soccorre, almeno, evitandoci “quegli appuntamenti d’avanspettacolo” dei quali si fa cenno nel post fortunosamente ripescato dalla vastità silenziosa della rete. 

La “santa” - tra virgolette - giornata del giovedì 24 di gennaio dell’anno del signore 2008 penso si debba annoverare e iscrivere da subito, a futura memoria, tra le date più importanti nella storia bel paese. Di tutta la sua storia, antica e recente. E chissà, se non anche di quella futura. Nella “santa” giornata del giovedì 24 di gennaio il popolo tutto del bel paese ha assistito, incredulo, al trionfo del cosiddetto “senso cinico”. Ripeto, del comune “senso cinico”. E non è per nulla un refuso di  digitazione. Si parla per l’appunto, in questa rubrichetta appena avviata per la solenne occasione, dell’alto “senso cinico”, e non civico come si converrebbe normalmente, dei rappresentanti dell’italico popolo. Anch’io, nella “santa” –  sempre tra virgolette - giornata di giovedì 24 di gennaio, ho avuto la malsana, improvvida idea di assistere, in prima serata, ad uno di quegli appuntamenti d’avanspettacolo che i moderni mezzi di (dis)informazione attivano prontamente nelle occasioni più importanti. E quale occasione più importante se non quella, per l’appunto, del trionfo e della glorificazione del comune “senso cinico” italiota? Assiso, come immagino, assieme a milioni di altri italioti dinnanzi al piccolo schermo, mi sono illuso, in verità non tanto, di ascoltare le nobili motivazioni per le quali un parlamento della repubblica invitava il governo in carica a farsi lestamente da parte. E sì che a tutti gli abitatori del bel paese risultava chiaro, anzi chiarissimo, il motivo dominante e preminente dell’incauto atto; ma si sperava, nel corso della predetta rappresentazione di puro ed eccelso avanspettacolo, per l’appunto, di essere colti in fallo, di essere disvelati ed additati ai prossimi astanti ed ai più remoti come incompetenti delle cose pubbliche del bel paese e di non avere inteso a pieno le cose nobili, erudite e recondite insite nelle vicende politico-parlamentari del giorno. Confesso che in cuor mio ho sperato ardentemente di essere corretto delle mie stramberie e fumisterie ed ho sperato d’essere informato ed erudito convenientemente per il qual motivo il parlamento della repubblica avesse provveduto a deliberare tanto “ saggiamente “, scritto sempre tra virgolette. E sono state due ore e passa di sproloqui e vaniloqui da ascoltare con un fremito di inquietudine risalente impetuoso per tutto il corpo; ed al contempo i protagonisti della rappresentazione d’avanspettacolo, nell’occasione ben compattati nell’arco intero costituzionale, sono stati impegnatissimi e bronzei ad emettere suoni su incomprensibili considerazioni cosiddette politiche e su anatemi altisonanti senza etica d’appartenenza alcuna; ed il loro stridulo e starnazzante vociare, incomprensibile sempre e confuso per la concitazione loro il più delle volte,  era come un’emissione di  suoni che nell’occasione sembrava seguissero  un percorso strano, diverso dal consueto, per la qualcosa, forse a causa  anche dell’inevitabile obnubilamento del telespettatore conseguente al deprimente spettacolo, sembrava di percepire quel loro vociare come assimilabile alle emissioni  di ripetuti borborigmi provenienti dal più profondo delle viscere loro, e non già da una elaborazione intelligente e razionalmente vissuta discendente per le orali vie superiori. Uno spettacolo deprimente. Ed un’amara conclusione: i signorotti del palazzo fanno quadrato. Sempre. E tutti quanti assieme. Non tollerano e disprezzano l’incolto popolo, al quale mi sento di appartenere, popolo incolto di scarpe grosse ma di cervello fine come si soleva dire una volta, tanto d’avere capito benissimo, l’incolto popolo, che lor signori necessitano ed argomentano più che mai di imbrigliare tutti gli altri poteri riconosciuti e concorrenti che possano in qualche forma e modo sostanziale intralciare i loro nefandi intrallazzi. E dallo starnazzare loro non una parola che sia pervenuta a lustrare, anche di poco se fosse stato possibile, l’orribile salvifica per tutti loro decisione; ha trionfato l’alto “ senso cinico “, e così sia. Nelle settimane a venire si proveranno lor signori a rivestire di pannicelli più decenti le loro nefande deliberazioni; rimarrà nel profondo del popolo incolto l’iniziale convincimento di un terribile braccio di ferro tra poteri costituiti e soprattutto l’amaro convincimento che lor signori ambiscono ad essere adusi e considerati esenti da tutti quegli adempimenti e rispetto delle regole e delle leggi alle quali pretendono poi di assoggettare il popolo tutto. Accade giornalmente in tutte le ubertose e ridenti contrade del bel paese, ai semplici incolti cittadini, d’incorrere nelle durissime deliberazioni della giustizia; ma a nessun cittadino del bel paese, se non abitatore del palazzo,  è consentito d’inscenare apparizioni d’avanspettacolo di infimo stampo né tanto meno d’incrociare le braccia e d’invocare la dissoluzione dei reggimenti e degli ordinamenti costituiti. A nocumento della intera collettività, ma a salvezza delle proprie familiari fortune.

martedì 17 luglio 2012

Storiedallitalia. 18 Ue’ guaglio’! So’ Nicola.


“Ue’ guaglio’!”. “Scusi, con chi parlo?”. “So’ Nicola, Nicola Mancino: l’amico D’Ambrosio m’ha detto di chiamarti per fare qualcosa contro ‘sti malamente dei piemme di Palermo che si so’ fissati co’ ’sta pinzillacchera della trattativa”. “Guarda, Mancino, con tutto il bene che ti voglio, hai sbagliato indirizzo. Anzitutto non sono un ‘guagliò’, ma il presidente della Repubblica. E, come capo del Csm, non solo non ho alcun potere di interferire in un’inchiesta in corso, ma ho pure il dovere di difendere l’indipendenza dei magistrati. Dovresti saperlo bene, visto che del Csm eri il vicepresidente . . .”. “Ma guagliò, cioè presidè, chisti piemme insistono, dicono che so’ bugiardo, organizzano confronti co’ Martelli…”. “E io che ci posso fare? Se non hai nulla da rimproverarti, vedrai che la tua innocenza alla fine verrà fuori. Noi siamo i primi a doverci fidare della magistratura perché apparteniamo a una categoria privilegiata: sennò con che faccia diciamo a un cittadino qualunque che deve aver fiducia nella Giustizia?”. “Presidè, è ‘na parola, chilli vogliono incriminarmi pe’ falsa testimonianza! Ammè, capito, a Nicola Mancino!”. “Guarda, caro, se hai qualche lagnanza nei confronti di un pm, manda un esposto al procuratore, al gip, al presidente della Corte d’appello, al procuratore generale, al Csm, alle Nazioni Unite, a chi pare a te, ma lasciami fuori. Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, ricordi? Lo dice la nostra Costituzione, su cui hai giurato un’infinità di volte. . .”. “Ma presidè, siamo amici, m’hanno rimasto solo, non mi parla cchiù nisciuno…”. “E pazienza, prenditi una badante, gioca a bocce, fai come ti pare, ma non permetterti più di disturbare il Quirinale. E lascia in pace il povero D’Ambrosio che non ce la fa più. Sennò ti denunciamo per stalking ai sensi della legge Carfagna…”. (…). Del mitico “compagno Giorgio”, divenuto il Presidente, ne ho scritto nel post del 22 di giugno. Non mi sento di aggiungere altro. Se non che ci saremmo attesi tutti quanti, Voi ed io intendo dire, che il mitico “compagno Giorgio” avesse risposto alla stessa maniera del Presidentissimo dell’esilarante editoriale “Al cittadino non far sapere” di Marco Travaglio pubblicato su “il Fatto Quotidiano”: “non permetterti più di disturbare il Quirinale”. A nessun altro cittadino sarebbe stato concesso di disturbare impunemente l’abitatore del Colle. Probabilmente è andata diversamente. Come? Non lo si sa. E forse non lo sapremo mai. Un tempo soleva dirsi: “non far sapere al contadino quanto è buono il cacio con le pere”. Cose da civiltà agro-pastorale. Ma sempre “civiltà”. Poiché, nello specifico del proverbio, avveniva il connubio tra quel mondo agro-pastorale simbolizzato dal cacio, il cibo del mostruoso Polifemo accecato dall’Ulisse navigante, e l’insorgente civiltà dell'effimero che si ritrovava nella pera succosa. Si era nel più raffinato dei secoli, il Cinquecento, quando “lor signori” superavano la diffidenza verso le forme del cacio abbinandolo alle pere in alternativa alla carne che rimarrà per un bel pezzo ancora il cibo esclusivo dei ricchi. Si diceva della “civiltà”; che si è persa sotto tutti gli aspetti nel bel paese. Scriveva Carlo Galli su la Repubblica del 22 di giugno – in “Chi gioca allo sfascio” -: (…). Vi è (…) un livello prudenziale, di stile; e qui si può affermare che vi è stata qualche telefonata, e qualche risposta, di troppo. Il senatore Mancino si è mosso come se fosse ancora in grado di esercitare un qualche controllo sulle toghe, o come se fosse molto preoccupato di quanto può uscire da indagini e testimonianze; e cita nomi illustri di politici del passato, come a coprirsi o a coprirli. E chiede aiuto a un illustre interlocutore, D’Ambrosio – magistrato in pensione, consigliere giuridico del Quirinale (dove è giunto dai tempi di Ciampi), a suo tempo estensore dell’articolo 41 bis (sul carcere duro ai mafiosi) –, il quale si mostra invero prodigo di consigli e di suggerimenti verso Mancino. Con una dimestichezza e un’amicizia ben spiegabili, ma che, riportate dai quotidiani, non fanno, nel complesso, un bell’effetto. Poiché si prestano a letture in chiave di privilegio, di casta, e insomma contengono spunti – senza che tutto ciò abbia qualcosa a che fare con Napolitano – che possono essere strumentalizzati in un’ottica di populismo isterico e di antipolitica generalizzata. (…) …c’è un livello etico-politico di lettura dell’intera materia. (…). L’autorevole corsivista riconosce che ci sia stato “un livello prudenziale, di stile; e qui si può affermare che vi è stata qualche telefonata, e qualche risposta, di troppo”. Molto elegante. “Poiché – sentite questa - si prestano a letture in chiave di privilegio, di casta,…”. E quale altra lettura sarebbe possibile dare alla invereconda storia? E non contento delle cose sin qui affermate il nostro si spinge a teorizzare, nell’articolo Suo ultimo “La verità e le regole” sul quotidiano la Repubblica: (…). Mancino, chiamato a testimoniare in tribunale sul suo operato di allora ministro dell’Interno, e quindi comprensibilmente infastidito, non ha commesso un illecito a cercare contatti col Quirinale, e a chiedere consigli. Certo, si è trattato di comportamenti inopportuni e imbarazzanti; non censurabili, ma espressione di abitudini tipiche più dei potenti che dei comuni cittadini. In modo speculare, di fronte alla ricerca di quei contatti, non si può non vedere che da parte di qualche collaboratore del Presidente ci siano stati comportamenti altrettanto impropri e imprudenti. (…). Arrampicandosi sugli specchi arriva a sostenere che “si è trattato di comportamenti inopportuni e imbarazzanti; non censurabili, ma espressione di abitudini tipiche più dei potenti che dei comuni cittadini”. A quale altro cittadino della Repubblica sarebbe stato possibile avere quei “comportamenti inopportuni e imbarazzanti”? E quale cittadino di questa malandata Repubblica avrebbe trovato udienza presso “qualche collaboratore del Presidente” che avrebbe messo in atto “comportamenti altrettanto impropri e imprudenti” per favorirlo evidentemente? Il problema sta tutto qui: diseguali di fronte alla legge. Alla faccia della Carta. Ma proprio sullo stesso numero del quotidiano la Repubblica – “Mancino e il consigliere” - Attilio Bolzoni scrive: (…). Vent’anni:19 luglio 1992 e 19 luglio 2012, tutto è come prima, tutto è indicibile in questa Italia che celebra pomposamente i suoi eroi ma non vuole mai scoprire la verità. La storia della trattativa fra i Corleonesi e pezzi delle istituzioni è tutta qua, una storia da dimenticare, da seppellire, da cancellare per sempre. E ogni volta che qualcuno la fa riemergere, ci sono sempre tentativi di indagati eccellenti per depotenziare un’indagine o addirittura strapparla ai legittimi titolari. Se rileggiamo quelle telefonate fra un sospettato di avere cercato il patto con la mafia e un altissimo funzionario di Stato, se riascoltiamo quelle conversazioni fra l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, c’è poco spazio per commenti o interpretazioni: sono loro stessi che ci spiegano tutto su ciò che stavano facendo per allontanare l’ex ministro dall’inchiesta di Palermo, sono loro stessi che ci fanno capire ogni dettaglio con le loro parole. (…). Il consigliere giuridico del Quirinale parla molto al telefono e fa sempre riferimento al Presidente, accenna alla ferma decisione del procuratore nazionale Pietro Grasso di non intromettersi nell’inchiesta palermitana, spiega che solo il procuratore generale della Cassazione potrebbe in qualche modo intervenire scavalcando lo stesso Grasso. L’ex ministro è molto agitato, teme di essere incriminato dai pm di Palermo per la trattativa fra Stato e mafia. Il consigliere giuridico del Quirinale gli comunica un giorno che il segretario generale della Presidenza della Repubblica Vincenzo Marra ha inviato una lettera al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, chiedendogli informazioni «sul coordinamento delle inchieste fra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze sulla trattativa». E dice a Mancino: «…Per cui in realtà quello che adesso uscirà, se esce, esce la lettera del Presidente, esce la lettera di Marra a nome del Presidente. E cioè che gli dice: dovete coordinarvi, tu Grasso, cioè fai il lavoro tuo ecco». È il 19 aprile di quest’anno quando il nuovo procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani convoca Grasso sulla questione del coordinamento sollevata da Mancino e condivisa da D’Ambrosio. Il procuratore Grasso ribadisce la sua posizione: il coordinamento fra quelle procure c’è già. Non ci sono gli estremi per avocare l’inchiesta come sperava anche un consigliere del presidente. Una storia non proprio commendevole, “compagno Giorgio”!

mercoledì 11 luglio 2012

Capitalismoedemocrazia. 27 Un Parlamento reso inutile.


Sei stato convocato ‘con urgenza e tassativo ordine di partecipazione e puntualità’. Ma l’aula è vuota. Non c’è alcuna presenza e alcun dibattito. Sono i commessi a dirti sottovoce: annunceranno il voto di fiducia a mezzogiorno o all’una, e si vota qualche ora dopo. Vuol dire che passi di fronte al banco della Presidenza della Camera e puoi solo di dire un “sì” o un “no”. Segue una breve discussione finale sugli ordini del giorno, più che altro un po’ di conversazione e una gentilezza verso i pochi parlamentari che prenderanno la parola, ciascuno per pochi minuti, su questioni che sono per forza marginali. Subito dopo siamo pronti per un altro voto di fiducia. Perché è necessario? Perché il tempo è stretto, perché “il governo non può rischiare cambiamenti”. Ogni dettaglio è già stato concordato con amici e meno amici in Europa. Tecnicamente è una democrazia strana. Costituzionalmente è un Parlamento inutile. (…). Ci muoviamo lungo un percorso necessario e impossibile. Come se ne esce, a parte indignazione e protesta (che, come abbiamo imparato, è mal tollerata)? Bisogna accettare una verità amara e banale. Il male che sta rendendo assurda non solo la funzione del Parlamento ma anche, e soprattutto, la vita dei cittadini, non è, come tutti diciamo, la cattiveria aggressiva dell’economia e delle sue feroci speculazioni. È qui, è tra noi, è politica. Partiti corrotti ci hanno portati al terminal e consegnato ai guardiani. Partiti esangui si accodano senza volere o sapere cos’altro fare. Guardali dentro. Non c’è vita. Osservali nelle piccole cose, tipo la Rai. Ricominciano da capo, al livello della continua ricerca di un minimo garantito. Niente coraggio, nessuna idea, neppure l’ombra di una visione del che fare. Se la scorciatoia è illegale (come la sostituzione arbitraria e improvvisa di un membro della Commissione di Vigilanza) la prendiamo per buona in cambio di una cosina. A piccoli passi strascicati che non lasciano traccia, usciamo dalla politica, dando la colpa all’economia, ed entriamo nel sottomondo del baratto: ti do, mi dai. È una fine che non assomiglia all’inizio. La Resistenza, ricordate? Così, sempre più caustico, Furio Colombo nell’editoriale su “il Fatto Quotidiano” che ha per titolo “Il Parlamento inutile”. Tante volte si è detto che la “crisi” ci avrebbe cambiati. In meglio? In peggio? Non è certo che ci abbia resi diversi dal come eravamo. Ed il nostro “eravamo” era e rimane essenzialmente quella condizione disperante di “consumatori” incalliti e per nulla disposti a rivedere le proprie abitudini. La “crisi” incide però da quel lato che la sprovvedutezza, per non dire l’indifferenza dei tanti, hanno poco curato presi com’erano dalla salvaguardia di un benessere raggiunto. La “crisi” cambia – se non uccide – la democrazia, per come essa è stata costruita e per come essa è stata da noi conosciuta dopo i disastri di due guerre continentali. E la cambia nelle forme che Furio Colombo ha magistralmente raccontato. Una democrazia svuotata, succube delle scelte e degli imperativi che “il mercato” impone senza indulgenza alcuna, nel rispetto della sua idea di benessere per i pochi a scapito delle moltitudini di quel ceto medio convenientemente “proletarizzato”. Una democrazia senza nerbo, che subisce e non detta le condizioni per un vivere associato di accettabile qualità. Si chiede Ronny Mazzocchi sul quotidiano l’Unità: (…). È davvero possibile che sia bastata sempre l’esternazione di un singolo - giusta o sbagliata che fosse - a vanificare gli sforzi di tutta la popolazione? Davvero una frase di Giorgio Squinzi può annullare gli effetti di una riforma delle pensioni lacrime-e-sangue o di quattro manovre restrittive? E perché in tutti questi mesi la grancassa mediatica e la lunga serie di autorevoli sostenitori dell’esecutivo non sono mai riusciti ad abbassare il differenziale di rendimento dei nostri titoli pubblici anche solo di qualche decimale di punto? E prosegue nella Sua interessante analisi che ha per titolo “Monti, Squinzi e l’imbroglio degli ultra-liberisti”: È chiaro che il giochino dello spread - abilmente maneggiato da novembre in poi dai mass-media e dal governo - è sempre più difficile da utilizzare. Il modo con cui il premier e la grande stampa hanno attaccato il capo di Confindustria, oltre a stupire in negativo per i modi utilizzati, lascia intendere un certo nervosismo. Tutti sanno benissimo che lo spread dipende ormai molto poco da noi e moltissimo dalla difficile partita che si sta giocando da mesi sui tavoli di Bruxelles e Francoforte. Due anni di austerità non solo non hanno rimesso in sicurezza l’Europa, come ci avevano garantito i tecnocrati della Commissione europea e della Bce ancora a settembre dell’anno scorso, ma hanno addirittura aggravato la situazione, estendendo il contagio dalla Grecia agli altri Paesi mediterranei, fino a lambire pure Spagna e Italia. Il risanamento dei conti pubblici, che doveva restituire fiducia agli investitori e rilanciare così crescita e posti di lavoro, sembra aver funzionato al contrario, esattamente come prevedevano i vecchi testi di economia: meno spesa pubblica e più tasse hanno ridotto le prospettive di sviluppo future, con ricadute immediate su produzione e occupazione. È quindi diventato chiaro pure al più ostinato dei fondamentalisti liberisti che l’idea che fosse sufficiente fare «i compiti a casa» per uscire dalla crisi si è rivelata del tutto inutile, e che per rompere il circolo vizioso fosse necessario mettere mano ai due grandi problemi continentali: lo stretto legame fra finanza bancaria e finanza pubblica e il crescente differenziale di competitività fra i Paesi dell’area euro. (…). È tutto qui “l’imbroglio” di cui parla l’autorevole opinionista: far pagare ai “soliti noti” il costo più pesante della “crisi” attingendo alle risorse degli Stati per ripianare gli errori che il capitalismo finanziario ha creato nella sua ossessionata volontà depredatrice di risorse umane e naturali. Ha dichiarato Amartya, Sen Premio Nobel per l’Economia: - La crisi non è il sintomo di un fallimento degli Stati ma l’effetto di un fallimento del mercato che a sua volta è stato salvato dagli Stati -. Più chiari di così. Ma la politica non ha più forza alcuna. Per non parlare poi delle idee e dei progetti. Vive alla giornata, cercando di assicurarsi quel “minimo garantito” che ne giustifichi una stentata esistenza. Il grande capolavoro è compiuto: rendere inutile il Parlamento.

martedì 3 luglio 2012

Capitalismoedemocrazia. 26 Una domanda di sinistra.


Gran brutta “bestia” è il porsi domande. Specialmente di questi tempi canicolari. “Caronte” non perdona. L’afa opprime e le idee sembrano liquefarsi con essa. Ma continuo a considerare insuperabile il vecchio Yves Montand nell’indimenticabile “L’amica delle 5 e mezza” che ad una altrettanto straordinaria Barbra Streisand ebbe a dire: - Credo che le risposte rendano saggi, ma le domande rendano umani -. Ecco, nonostante tutto, continuiamo a porci domande. Per cercare risposte. Tanto per salvare il poco di umanità che ci avanza. Uno che sembra averci fatto il vezzo con le domande è certamente Michele Serra che nella Sua consueta, giornaliera “Amaca” del 19 di giugno sul quotidiano la Repubblica si chiede – e ci chiede -: (…). …chi diavolo sono, questi misteriosi “mercati”? Hanno fisionomia giuridica, un portavoce, un responsabile, un legale rappresentante, qualche nome o cognome al quale, all’occorrenza, presentare reclamo? Qualcuno ha  mai votato per loro? Se sbagliano, si dimettono? Quando e dove è stato deciso che il loro giudizio (il famoso “giudizio dei mercati”) conta più del giudizio dell’intera classe politica mondiale? Perfino i più esecrabili dittatori ci mettono la propria faccia, e a  volte finiscono la carriera appesi a un lampione. Perché i mercati  no? Se contano tanto (tanto da affamare i popoli, volendo, e tanto da salvarli, sempre volendo) perché sono l’unico potere, in tutto l’Occidente, che non si espone mai, non parla nei telegiornali, non viene intervistato, fotografato, incalzato? Perché  siamo tutti ai piedi di un’entità metafisica che per giunta non dispensa alcun genere di risarcimento spirituale, anche scadente? È l’umanità di Michele Serra che emerge. Si pone domande e salva il Suo resto di umanità. Vi sembrano domande da porsi con “Caronte” che alita dalla lontana Tunisia? Mi pare che lo sia necessario, tanto per continuare a restare e definirci umani. Una risposta alle domande del Serra e di noi altri tutti l’ho rinvenuta in un editoriale – “Una domanda di sinistra” - a firma di Alfredo Reichlin sul quotidiano l’Unità: (…). …non si era mai visto che un fondo di investimento americano potesse mettere in gioco risorse paragonabili al Pil di una media potenza come l`Italia. Si ammetterà che questo apre una qualche riflessione non solo sull`economia ma sulla politica e direi anche sulla storia delle nazioni. In fondo, allora, questi “mercati” hanno un volto, hanno anch’essi la forma degli esseri umani con i quali bisognerebbe dialogare e, se il caso lo richiedesse, contrastarne l’infausta loro azione. Ecco perché ritengo che il vecchio Yves avesse ragione: che le risposte rendano saggi. Dovrebbero rendere tutti saggi. Sol che lo si voglia. Individuati “questi misteriosi mercati” nella loro corporalità spetterebbe alla politica affrontarli in nome di quel 99% che subisce e patisce le loro micidiali azioni. Ma da un bel po’ di tempo sembra che la politica tutta latiti – per debolezza, per paura, per connivenza? - su questo fronte lasciando i singoli e le comunità in balìa del vento della spregiudicatezza e dello sfruttamento. Continua nel Suo interessantissimo editoriale Alfredo Reichlin: (…). La crisi non è congiunturale. Si è rotto l`ordine mondiale ed è per questa ragione che siamo nel pieno di una guerra di dimensione mondiale, sia pure monetaria. Il che significa che si sta decidendo come redistribuire la ricchezza e quindi chi deve impoverirsi e a vantaggio di chi. La questione sociale ha ormai questa dimensione, e c`è poco da scherzare. Se continua a governare questa meschina destra europea è chiaro che le classi dirigenti italiane sono disposte a tutto: non potendo svalutare la moneta svalutano il lavoro: bassi salari, precarietà, disoccupazione, ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi. (…). Stiamo attenti a non sbagliare. Il cuore del conflitto non è più solo l`antagonismo tra l`impresa e gli operai. È l`insieme del mondo dei produttori cioè delle persone che creano, pensano, lavorano e fanno impresa che sta subendo una forma nuova di sfruttamento. Pesa sui produttori delle merci e sui beni pubblici l`onere di stringere la cinta per garantire i guadagni astronomici, gli sprechi e i lussi della rendita finanziaria, per di più esentata dal pagare le tasse. Sta, quindi, avvenendo qualcosa che colpisce le ragioni dello stare insieme e il senso della convivenza civile. Il fatto enorme è questo. Stiamo assistendo non solo ai fallimenti dell`economia finanziaria ma a un problema di “legittimità” di certi grandi poteri. Dove va il mondo se l`individuo lasciato solo non può fare appello a quelle straordinarie capacità creative che non vengono dal semplice scambio economico ma dalla memoria, dall`intelligenza accumulata, dalle speranze e dalla solidarietà umane? (…). …fermare il predominio globale del capitale finanziario è possibile solo alla condizione che l`individuo rompa il suo isolamento e si muova in modo creativo insieme agli altri individui. Questa è l`arma. L`enorme domanda di senso e dello stare insieme che esiste nella nuova umanità che si sta formando. In Italia come in Egitto e in Brasile. Non a caso è riemerso il tema dei “beni comuni”. Del resto, come diceva un vecchio intellettuale europeo tedesco ed ebreo, Carlo Marx: «Che cos`è la ricchezza se non il pieno sviluppo del dominio dell`uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l`estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato?». Riporta il quotidiano l’Unità di oggi una dichiarazione dell’economista americano Paul Krugman: - La posta in gioco è molto alta e la maggioranza dei leader europei non è né stupida né in cattiva fede. Ma la stessa cosa si diceva dei leader europei nel 1914. Possiamo solo sperare che questi siano davvero tempi diversi –. Sappiamo bene cosa ne è seguito al ’14 del secolo ventesimo. Una carneficina nel cuore della vecchia Europa. Urge però una saggia, coraggiosa risposta di “sinistra”; è questo il punto. Continuiamo perciò a porci domande. Nonostante il caldo che asfissia e che inviterebbe a non porsi domande troppo difficili.