"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 21 maggio 2019

Riletture. 92 «La Chiesa cattolica giunse a pronunciarsi contro l’abolizione della schiavitù».


Tratto da “Un uomo solo è schiavo due amici sono liberi” del teologo Vito Mancuso, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 21 di maggio dell’anno 2016: (…). La questione del grado di libertà della nostra esistenza diviene (…) più complessa se si prendono in esame i diversi livelli di cui si compone la vita, e oltre al livello economico-sociale e a quello politico si considera quell’intricato labirinto che chiamiamo coscienza individuale. Ognuno di noi rispetto a se stesso (rispetto al codice genetico, alle determinazioni familiari e ambientali, alle esigenze corporee, al carattere, alla psiche, all’inconscio…) è libero o schiavo? Siamo veramente dotati di libero arbitrio oppure si tratta di un’illusione, come sembrano suggerire i dati delle neuroscienze e della microbiologia? (…). Né si può evitare un’altra domanda: gli esseri umani vogliono davvero esseri liberi? Oppure in realtà non cercano altro che una grande potenza a cui consegnare tutti insieme questa scomoda e inquietante condizione detta libertà? (…). Secondo questa prospettiva la schiavitù non è una prigione in cui gli uomini, originariamente liberi, sono stati condotti, ma è un’oscura quanto originaria condizione dell’esistenza fisica e psichica. La questione a questo punto diviene di natura squisitamente filosofico-teologica: lo scopo della vita è di essere liberi in quanto autonomi e indipendenti, oppure è di legarsi a qualcosa di più grande di noi che ci libererà veramente da noi stessi e dalle nostre angosce? E in questo secondo caso, come far sì che tale legame, di natura inevitabilmente asimmetrica, non si trasformi in schiavitù ma generi liberazione e vera libertà? Questo è lo sfondo teoretico su cui porre la questione del rapporto religione-schiavitù, a proposito del quale la situazione è alquanto contraddittoria. Che la religione abbia incrementato la schiavitù non vi sono dubbi, la cosa appare evidente già nella Bibbia a partire da una delle sue pagine più note, il cosiddetto sacrificio di Abramo. Perché Dio chiede ad Abramo di uccidere il piccolo Isacco, generando nell’intimo del bambino un tale terrore da cui mai più sarebbe guarito (non a caso due volte nella Genesi Dio è designato “Terrore di Isacco”)? La risposta è una sola: per ottenere la più assoluta sottomissione. Non c’è nulla infatti per un uomo di più prezioso di un figlio, e Dio proprio quello richiede ad Abramo. Come denominare il comportamento di Abramo? Fede? Se lo è, lo è nella forma della più totale schiavitù. Questa fede, se può portare a uccidere il proprio figlio, chissà quale violenza può generare verso i presunti nemici della propria religione. Se la religione ha versato, e continua a versare, tanto sangue, è a causa di questo modello di fede, un’obbedienza così totale e sottomessa da essere in realtà schiavitù. È a questa prospettiva che a mio avviso sono riconducibili i fenomeni degenerativi e violenti che hanno a lungo accompagnato il cammino delle religioni, per la Chiesa cattolica si pensi all’Inquisizione, all’Index librorum prohibitorum e alla sistematica opposizione contro l’affermarsi dei diritti umani, tra cui libertà di coscienza e di stampa, suffragio universale, emancipazione femminile, laicità dello Stato.  Non deve quindi sorprendere che la Chiesa cattolica giunse persino a pronunciarsi contro l’abolizione della schiavitù. La cosa avvenne nel 1866, quando in risposta ad alcune questioni del vicario apostolico in Etiopia, Pio IX firmò un documento, tecnicamente denominato Instructio, in cui si legge: «La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è del tutto contraria alla legge naturale e divina. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato». L’anno prima gli Stati Uniti d’America avevano abolito la schiavitù. È altrettanto vero però che la religione ha anche contribuito a combattere, teoreticamente e praticamente, la schiavitù. Per il primo aspetto si pensi a san Paolo che scrive: «Non c’è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina» ( Galati 3,28); per la dimensione pratica si pensi al chiaro appello alla ribellione contro la dominazione romana presente nell’ultimo libro del Nuovo Testamento: «Ripagatela con la sua stessa moneta, retribuitela con il doppio dei suoi misfatti. Versatele doppia misura nella coppa in cui beveva» (Apocalisse 18,6). Oltre a inquisitori e amici dei dittatori, il cristianesimo ha generato gente come Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi, i movimenti pauperistici e radicali che hanno sempre (portato avanti l’idea dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, e nell’epoca moderna Tolstoj, Bonhoeffer, Capitini, don Milani, Romero, Camara, Balducci, Turoldo, Arturo Paoli e gli esponenti della teologia della liberazione (riabilitata da papa Francesco dopo le persecuzioni di Giovanni Paolo II e dell’allora cardinal Ratzinger).  A questo punto però occorre ricollegarsi alle considerazioni iniziali sulla forma più insidiosa di schiavitù, quella interiore, e comprendere che è a questo livello che la vera religione dà il meglio di sé contribuendo alla liberazione dall’ego. L’atto fondamentale dell’autentica religio è la conversione dell’io, che si libera dalla schiavitù verso di sé svuotandosi della volontà di potenza ed entrando nella logica della relazione armoniosa. Qui c’è superamento dell’ego ma non schiavitù, la quale non c’è perché non c’è più signoria ma una forma nuova di relazione, che, con le parole del Vangelo («vi ho chiamato amici» – Giovanni 15,15), si può chiamare amicizia.

lunedì 20 maggio 2019

Sullaprimaoggi. 81 «La Lega cresce perché lui è in onda».


Tratto da “Salvini, è la stampa bellezza!”  di Furio Colombo, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio dell’anno 2015: Ciò che c'è da dire su Salvini è già stato detto, se non altro riportando negli anni le sue incedibili dichiarazioni da parlamentare europeo. È stato a lungo considerato  un personaggio minore della banda della lega, persino minore di Belsito (ricordate, il tesoriere della Lega che investiva in Tanzania?) . Improvvisamente è assurto a dimensioni nazionali  non a causa di una sua speciale svolta di vita e di attività politica. Ma per una ricerca affannosa delle televisioni, dei talk show, e della parte spiritosa (e crescente) dei commentatori di quotidiani che avevano disperatamente bisogno di qualcuno disposto a dire le cose che dice Salvini. Però la improvvisa e forte esposizione  del ragazzo Salvini gli ha giovato, e la Lega, nel vuoto in cui viviamo, con la saldatura sinistra- destra, l'invasione dei renziani (escluso, finora, solo il bollettino meteorologico) e dominatori della scena come Angelino Alfano,  ha cominciato a crescere. Infatti Salvini è sempre in onda, facendo credere che lo è perché, la Lega cresce. Ma la Lega cresce perché lui è in onda. E non perché l’ha fatta  risorgere la  formidabile guida di Salvini. C'è chi  ci cascherà anche al momento del voto, data a ferrea disciplina del Pd che resta strenuamente fedele a Berlusconi . E così il vero beneficiario del pasticcio che ha fatto fuori il partito dei lavoratori finisce per essere la peggiore aggregazione politica che l'Italia abbia conosciuto dal 1945, manipoli di fascistoidi che tentano di spingere l'Italia a compiere  due delitti: affogare i migranti (ci hanno già provato in grandi numeri, quando si utilizzavano per il respingimento in mare  motovedette italiane affidate al comando di gente di Gheddafi). E dichiarare guerra agli islamici, trasformando alcuni nuclei di nemici pericolosi in un universo (in Italia e nel mondo)  di umiliati e offesi che diventano nemici per forza. Ecco spiegato il fenomeno Salvini. Finisce per  apparire autorevole grazie a stampa e TV (del resto ricordate quando i quotidiani più seri trattavano  il povero Bossi come il fatto nuovo della vita italiana?)  e da l'impressione a molti italiani abbandonati o disorientati, che sia nato un nuovo leader. È triste, ma ancora una volta bisogna ripetere (però  con tristezza) la famosa frase di Humphrey Bogart, ricordata da Eco nel suo ultimo  romanzo “Numero Zero": "È la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente”.

domenica 19 maggio 2019

Terzapagina. 82 «Ritornare all’antico è utopistico oltre che reazionario».


Tratto da “Scene di un collasso che dura 30 anni” di Massimo Cacciari, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 6 di gennaio 2019: (…). Il processo surrettizio di svuotamento del parlamento a favore dell’esecutivo è in atto anche da prima di Tangentopoli. Il crollo della prima Repubblica - “sostituita” soltanto dalla crisi della medesima, cui nessuna riforma delle nostre istituzioni è seguita - ha reso semplicemente inarrestabile il processo. Alla catastrofe si sarebbe potuto rispondere secondo diverse prospettive: con un ridisegno completo della struttura del nostro Stato, ridistribuendo poteri e funzioni tra centro, regioni e enti locali; con un rafforzamento delle assemblee legislative, riducendo drasticamente il numero dei rappresentanti, eliminando il senato, rivedendo i regolamenti cosi da rendere ancora più rapide le procedure,ma limitando a un tempo radicalmente la possibilità di ricorrere alla fiducia; oppure ancora in un senso decisamente e coerentemente presidenzialista. Potevano esserci proposte serie sia “da destra” sia “da sinistra”. E invece nulla. Tentativi penosi, abborracciati, dilettanteschi, privi di ogni sistematicità. E oggi ecco il risultato: un governo retto da forze politiche che o ignorano la profondità della crisi che investe la democrazia rappresentativa, o fanno della sua fine,nei fatti, il loro obbiettivo. Qui sta la svolta: dalla crisi della democrazia alla quale si assisteva, magari ignorandone le cause e nulla combinando per uscirne, tuttavia deprecandola, all’azione, consapevole o no poco importa, per distruggerla definitivamente. Per costoro democrazia deve diventare l’universale chiacchiera in rete, organizzata, diretta e decisa nei suoi esiti dai padroni della stessa, senza partiti, senza corpi intermedi, senza sindacati che disturbino la linea diretta, in tempo reale e interattiva, come recita il loro verbo, tra il Popolo e il Capo, espressione della volontà generale. Magari si trattasse soltanto dei Salvini e dei Di Maio e delle loro compiacenti foglie di fico! È un collasso che minaccia, in forme diverse, le democrazie occidentali tutte. Temo si sia giunti al bivio: o da parte delle culture liberali, popolari, socialdemocratiche che hanno fatto il Welfare e l’Europa del secondo dopoguerra vi sarà un contraccolpo netto alla colpevole inerzia con cui da un trentennio hanno ”accompagnato” i sintomi sempre più evidenti di tale collasso, o esso diventerà inarrestabile. Diventerà,cioè, senso comune presso tutti coloro che sono nati dopo la caduta del Muro l’inutilità delle istituzioni rappresentative, ogni forma di rappresentanza sarà a priori considerata come “casta”, ogni minuto speso a discutere al di fuori dei social sarà ritenuto buttato. Ritornare all’antico è utopistico oltre che reazionario; si risponde alla situazione solo mostrando che è possibile dare inizio a riforme di sistema, dalle istituzioni centrali a quelle periferiche, dall’amministrazione dello Stato in tutti i suoi aspetti alle politiche di welfare, solo organizzando soggetti concreti che hanno interesse e lottano per queste riforme. La “svolta”, poiché tale è, che il nostro governo rappresenta (e che può davvero significare un esperimento europeo) sarà altrimenti ricordata come la prima esplicita dichiarazione di fallimento della stagione democratica conosciuta dai paesi europei dopo la Seconda grande guerra.