"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 14 novembre 2018

Doveravatetutti. 18 «All’inseguimento degli unici maestri che oggi contano: le star».


Vogliamo molto pudicamente tornare a parlare di “Scuola”? Poiché è ben chiaro come e perché l’argomento “Scuola” non occupi al momento il posto che meriterebbe e non sposta l’attenzione dei più sull’argomento, stante il ginepraio nel quale si è avviluppata la vita politico-sociale del Paese. Ritrovo tra le mie carte un brano straordinario tratto da “Solo se interrogato” di Domenico Starnone. Bisognerebbe fare un po’ di conti all’indietro per datare il brano in questione. Ma in esso si ritrova, quasi d’incanto, tutto ciò che oggi si viene denunciando come il male ultimo della scuola del bel paese: insignificanza dell’azione didattica della scuola; assoluta mancanza di “presa pedagogica”, quando timidamente tentata da qualcuno, della scuola del bel paese sulle giovani generazioni; assoluta mancanza di motivazione allo studio, almeno sui numeri grandi degli iscritti e dei frequentanti le aule della scuola del bel paese; occupazione stabile, nel contesto internazionale, da parte dei giovani del bel paese, delle ultime se non ultimissime posizioni nelle classifiche internazionali di merito e/o di conoscenze scolastiche. Ebbene, quando Domenico Starnone vergava le sue straordinarie pagine si erano creati e si stavano con scientifica metodicità implementando, nel corpo molliccio ed informe della società del bel paese, tutti i presupposti affinché la scuola pubblica affondasse come un grave affonda. Si era allora agli albori della “mediatizzazione” forzata della società del bel paese, e già allora i canoni in voga volgevano verso valori e figure che sempre più avrebbero allontanato i giovani e le loro famiglie dal considerare la scuola come luogo d’impegno, come luogo di ricerca del bello, come luogo della crescita umana e civile anche a costo di un personale sacrificio. Poiché già a quel tempo, prima delle derive politico-istituzionali che il bel paese ha visto maturare negli ultimi lustri, nel corso dei quali ad un “pensatoio” parlamentare si è sostituita una politica degli annunci e delle decisioni “forzate” calate sul bel paese da una mala-politica tetragona a qualsiasi dialettica, già a quel tempo, dicevo, la visione della scuola virava verso una sua rappresentazione sempre più spinta come luogo di intrattenimento, con i suoi sacerdoti, ovvero gli insegnanti, trasformati – sono le parole di Starnone - in “persone che trasportano nella scuola le modalità di impiego del tempo libero” e che “riducono strumentalmente l’istruzione ad aneddoto ben sceneggiato, a battuta di spirito, a quiz con relativi premi, a balletto, teatro, video, festa”. Già allora si rendevano manifeste le derive che avrebbero portato allo sfacelo che oggigiorno è sotto gli occhi di tutti. E non si era ancora all’era di Youtube o di Facebook , ma i segni si coglievano tutti tanto da spingere il grande Autore a vergare le pagine di seguito trascritte. Oggi, disperatamente, si cerca di correre ai ripari ma, come suol dirsi, invano, ora che i buoi siano fuggiti dalle stalle a pascolare beatamente su altri erbosi prati. Ed i buoi fuggiti dalle stalle oggigiorno vanno a ricercare ansiosamente e con grande dispendio di energie psicofisiche quei modelli e quelle pubbliche figure che, nei decenni trascorsi a subire e sopportare sub-liminalmente una mediatizzazione selvaggia e ben finalizzata, sono stati proposti come traguardi, come miti di personali realizzazioni. Si ha oggigiorno cura di tentare di far rientrare dalle finestre spalancate tutto ciò che imprudentemente si è lasciato fuggire dai solenni portoni della istituzione scuola; ma si punta a far rientrare i fronzoli di una scuola che è stata e che non c’è più e che non ci sarà più. Rientrano infatti dalle finestre spalancate i fronzoli di una scuola che è stata, ma si continua, all’esterno della scuola, per le vie cittadine sui grandi cartelloni pubblicitari, nelle pubblicazioni quotidiane o settimanali più diffuse e patinate, nei programmi d’intrattenimento o di falsa informazione delle televisioni pubbliche e commerciali, si continua dicevo a fare ciò che all’epoca della stesura della prosa di Starnone si era cominciato a fare senza prevederne – forse? -  gli esiti infausti per il sistema formativo del bel paese. Risulta allora evidente come una politica nuova per la scuola nel bel paese risulterà perdente, se non irrealizzabile, fintantoché essa sarà affidata a forze politico-sociali che non avranno cura a creare argini possenti allo straripare oggigiorno incontenibile dei modelli e delle figure create all’interno del mondo virtuale dei moderni mezzi di comunicazione di massa. Inutile sarà reintrodurre nella scuola “esteriorità” appartenute ad altre epoche  e pseudo-soluzioni organizzative e burocratiche. Una politica per la scuola dovrebbe mirare innanzitutto a ricreare l’identità in essa smarrita e non invece ad introdurre in essa modelli che dovrebbero appartenere ad altri ambiti della vita sociale del bel paese. Una politica per la scuola dovrebbe porsi come obiettivo primario ed irrinunciabile la ricerca di quell’identità che non c’è e che eviterebbe ai suoi frastornati protagonisti di porsi “all’inseguimento degli unici maestri che oggi contano : le star”. Oggi, più che allora, con buona pace del grande Autore. (…). L’avversione studentesca per le materie scolastiche, per tutto ciò che la scuola consegna in forma di libro di testo e pagine da imparare, è un altro segnale di disagio normalmente trascurato. Cosa significano frasi dissennate come : - io odio la storia -, - io detesto la matematica -? E il loro contrario: - io amo la storia -, - io sono portato per la matematica -? Significano né più né meno che si odiano o si amano le occasioni in cui storia o matematica si sono mutate in una punizione o un premio, in un piacere o una noia, in una crescita della stima di sé o in un collasso. Significano né più né meno che l’insegnante, il quale in qualche modo incarna quelle materie, è apparso o degno di venerazione per come padroneggiava ogni sorprendente percorso nel sapere; o insopportabile e ottuso amministratore di leggi draconiane ‘con la ferula in mano’. Separati dall’orgoglio della comprensione e dell’apprendimento, i saperi sono valutati secondo tonalità emotive, sulla base di indici di gradimento. Non a caso gli studenti ritengono, oggi molto più che in passato, per un meccanismo perverso tutto da analizzare, che se una materia non piace, se l’insegnante non sa renderla divertente, in qualche modo si sia autorizzati a escluderla dalla propria vita e a passare ad altro di più divertente. Sicché il docente, inchiodato a una scuola raramente fascinatrice con la sua cultura senza persuasione, viene giudicato secondo i paradigmi della cultura di massa. E’ senso comune, insomma, tra gli alunni, nelle loro famiglie, che una materia e il suo insegnamento siano, come ogni altra cosa, spettacolo, nel teatrino dell’aula. Se lo show non funziona, ecco che non funziona neanche lo studio, neanche l’apprendimento. Vuol dire che come professore sei roba vecchia; quelli della classe a fianco sì che se la spassano. L’idea che l’insegnante debba farsi in quattro perché la materia insegnata risulti attraente, e quindi vincolante, è sensata? La scuola deve divertire come qualsiasi altro spazio per i consumi di massa? Ho conosciuto e conosco molti insegnanti che sono abilissimi intrattenitori, dei conduttori in formato minore. Il loro modo di fare scuola è fondato su una seduzione che deriva soprattutto da come essi riproducono nella voce, nella gestualità, i modelli canori e televisivi amati dagli allievi. Sono persone che trasportano nella scuola le modalità di impiego del tempo libero. Danno spettacolo, a volte inavvertitamente, più spesso con la consapevolezza di chi avrebbe voluto fare altri mestieri, e però s’è adattato alla circostanza. Spesso riducono strumentalmente l’istruzione ad aneddoto ben sceneggiato, a battuta di spirito, a quiz con relativi premi, a balletto, teatro, video, festa. Più spesso vogliono soprattutto divertire se stessi, allontanarsi dal luogo grigio dove sono finiti. Sicché gareggiano, volenti o nolenti, con la società dello spettacolo. E si lanciano all’inseguimento degli unici maestri che oggi contano: le star. Fanno bene, fanno male?

lunedì 12 novembre 2018

Sullaprimaoggi. 34 Quelli che «la prescrizione ha un’etica» frusciante.


Da “Disperatamente Giulia” (pag. 351) di Sveva Casati Modignani (2011): “La sua voce grassa e frusciante, come quella delle banconote contate velocemente da un cassiere, ristrutturava antiche barzellette stantie rendendole gradevoli e divertenti”. Tratto da “Berluspubblica” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 4 di novembre 2018:

domenica 11 novembre 2018

Riletture. 40 «La democrazia si fonda su una promessa di diritti».


Tratto da “La democrazia e la paura” di Michele Ainis, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’11 di novembre dell’anno 2016: Le istituzioni sono come il corpo umano: per animarle, serve uno spirito che ci soffi dentro. Ma lo Zeitgeist, lo spiritello che governa il nostro tempo, ha il fiato grosso, l’alito cattivo. Succede, quando ti monta in gola la paura. Quando il presente ti sgomenta, il futuro ti spaventa. E quando gli altri, tutti gli altri, t’appaiono come una minaccia, un esercito invasore. Da qui Brexit, Trump, nonché gli altri sconquassi che si profilano sul nostro orizzonte collettivo. Ma da qui inoltre una domanda, che investe i destini stessi della democrazia. Quali istituzioni nell’epoca dell’insicurezza? E c’è ancora spazio per libertà e diritti mentre prevale la paura? Non che la democrazia sia una creatura ingenua, senza sospetti né timori. Al contrario: diffida degli uomini, e perciò diffida del potere. Sa che è inevitabile, giacché in ogni società c’è sempre stato chi governa e chi viene governato. Ma al tempo stesso sa che i governanti abuserebbero della propria autorità, se non avessero redini sul collo. L’uomo è un diavolo, non un santo. Sicché occorre una regola che imbrachi il potere, che gli tagli le unghie, che gli impedisca di farci troppo male.