"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 24 maggio 2018

Sfogliature. 95 “La fattoria degli Italiani”.


Sembra “cronaca” dell’oggi. La “sfogliatura” che si propone risale alla domenica 20 di febbraio dell’anno 2011. Sette anni addietro, ma sembra che l’orologio che misuri gli svolgimenti degli accadimenti politici e sociali del bel paese si sia irrimediabilmente fermato ad un’ora X che torna evidentemente comoda a caste e masnade dilaganti nelle sue ubertose contrade. Scrivevo a quel tempo: Come un  novello Orwell, l’Orwell de “La fattoria degli animali”, Barbara Spinelli nel Suo “La fattoria degli Italiani” si lancia in una Sua molto pregevole analisi, analisi pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di febbraio sugli ultimissimi “contorcimenti” o “avvitamenti” della questione politica nel bel paese che è, essenzialmente, una “questione morale”. Da sempre. Non si risolve la prima se non si affronta, nelle dovute forme, la seconda. Ed a questo punto la faccenda si complica assai. Poiché, nell’affrontare una non più ineludibile “questione morale”, non si possono trascurare il peso che, sulle vicende politiche di questi anni, hanno avuto, hanno ed avranno l’”impronta storica” e l’”impronta antropologica” del bel paese. Affidata la prima agli specialisti del ramo, gli storici, rimane la disamina della seconda, di non minore importanza nell’evolversi di una situazione del sistema-paese che rischia di affondare nell’inanità più assoluta. E per la disamina della seconda “impronta”, quella “morale”, ci soccorre, nel difficile frangente, una interessante, recente pubblicazione che ha per titolo “La questione morale” – Raffaello Cortina Editore (2010), pagg. 186, € 14 - , per l’appunto, del filosofo Roberta De Monticelli. Scrive l’illustre Autrice alla pagina 57 dell’interessantissima Sua pubblicazione: (…). …siamo un paese con troppi individui non formati. Mai emersi dalle loro comunità vitali d’origine. Potremmo metterla così: una parte troppo grande delle persone, in questo Paese, non è mai uscita veramente dalla sua famiglia, ristretta o allargata. La nostra società civile è fatta di personalità fragilissime dal punto di vista dell’assunzione di responsabilità individuali – di persone non individuate. In un certo senso, di non-individui. Quanto più vivace è il conclamato individualismo degli italiani, tanto più importante è capire in cosa consista: nella più fantasiosa, a volte geniale inventiva al servizio del particulare, non nella sostanza dell’individualità personale e morale. Quando i partiti di massa novecenteschi sono finiti, questa immaturità è venuta alla luce. (…). È una disamina impietosa, da parte della illustre Autrice, di quella che ho chiamato l’”impronta antropologica” che lega, inscindibilmente, i singoli individui che abitano il bel paese - che concorrono, con il loro bassissimo profilo, a segnarne il “tono” - alla collettività, con la sua specifica “impronta antropologica”, che ne risulta, di conseguenza, abbastanza compromessa. Sembra d’aver imboccato una tortuosa via di “non ritorno”, un lunghissimo, oscuro vicolo cieco. Di seguito trascrivo, in parte, l’interessante analisi di Barbara Spinelli: (…). Nella Fattoria degli Italiani (…), tutti sono eguali ma ce n´è uno, lui, più uguale degli altri. Tutti devono rispondere dei propri atti davanti alla legge ma non lui né la sua cerchia, che vive nella crepuscolare terra di nessuno dove pubblico e privato si confondono. Quando vuol nascondersi si rifugia nel privato, reclamandone l´inviolabilità. Quando passa al contrattacco cinge la corona e decreta: il mio corpo coincide con il re e non si tocca. Non si tocca neppure quello della mia corte, che condivide i miei privilegi finché mi resta fedele. Tutto sta a muoversi di continuo da una casella all´altra. Giolitti diceva di Mussolini: «Il fascismo è come una trottola, se si ferma cade». Non è questo, d´altronde, il motivo per cui volle scendere in politica, fra il ´92 e il ´94, come si scende in uno scantinato per sfuggire il giudizio della pòlis? Non è, la sua, un´ininterrotta battaglia contro l´obbligatorietà dell´azione penale, sancita dalla Costituzione nell´articolo 112? Le parole che Fedele Confalonieri disse nel 2000 a Repubblica («La verità è che se non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera con l´accusa di mafia») lui non le ha mai smentite. Il presidente di Mediaset aggiunse anni dopo su La Stampa: «Trattare non gli piace. Gli riesce difficile prendere atto che la democrazia pone dei freni. Le leggi ad personam le fa per proteggersi. Se non fai la legge ad personam vai dentro». Confalonieri non parla solo del capo ma della sua cerchia («Noi saremmo in galera»). Ambedue sono unti dalle urne. È da questi scantinati che sgorgano le parole fatali escogitate anche oggi per confondere le menti: la democrazia concepita come libertà di ciascuno (Premier compreso) di fare quel che desidera; l´accusa di moralismo rivolta a chi respinge tali idee; l´allergia a ogni freno che fermi l´arbitrio del capo. Questa commedia degli errori (il privato è pubblico, il pubblico è privato, sono io a decidere cos´è morale, democratico, lecito) ha la forza dell´inafferrabilità perché continuamente gioca con le funzioni, le definizioni, piegandole a proprio piacimento. Non c´è parola detta nello spazio pubblico che non venga subito trasformata in flatus vocis, in nominalistica emissione di suono che si sperde fra altri suoni sino a divenire inaudibile scheggia di un dibattito dove ogni fumo pesa tranne la non fumosa verità dei fatti, e dei reati. È quel che accade da anni, ogni volta che vengon poste questioni concrete che riguardano la separazione fra Stato-Chiesa, o la domanda di giustizia uguale per tutti, o l´etica richiesta a chi esercita funzioni pubbliche e non è quindi la copia esatta del comune cittadino, avendo secondo la Costituzione speciali doveri di «disciplina e onore» (art. 54). È qui che s´alza la nebbia: trasformando il concreto in astratto, sottomettendo ogni questione alle preferenze di chi, detenendo il potere politico e quello dell´informazione, decide dove finisce l´arbitrio, dove inizia la legge. A questo serve lo storpiamento di vocaboli come morale, laicità, giustizia. Serve a uccidere la laicità, soprannominata laicista. A soffocare la giustizia, detta giustizialismo se applicata con rigore. La morale è il freno più infame, e per svalutarla riceve il timbro di moralismo. Se potesse, Berlusconi si scaglierebbe contro il Decalogo, chiamandolo decalogismo. Già è accaduto. Hitler già se la prese con «il Dio del Sinai e i suoi insopportabili Non devi». Non c´è tabù che non sia esecrato dai poteri assoluti. A questo deturpamento delle parole si dà il nome di liberalismo, con disinvoltura. Un liberalismo talmente sfrondato che neppure il tronco sopravvive: ridotto al diritto di fare quel che piace, senza ingerenze; impoverito da un laisser faire che già tanti mali ha fatto all´economia di mercato. Un liberalismo che s´inventa una storia breve, invece della lunga che ha sotto i piedi, e nulla sa del pensiero repubblicano da cui discende, secondo il quale sovrano, anche in democrazia, non è il popolo con le sue effimere passioni ma la legge che dura. A queste condizioni la pòlis è ordinata: che sia abitata da cittadini partecipi perché bene informati, che non faccia degenerare la libertà in sopraffazione dei forti sui deboli. Che tutti si assoggettino alla legge e riconoscano l´utilità pubblica delle virtù private. Per pensatori liberali come Locke, Tocqueville, John Stuart Mill, non c´è libertà, se l´autorità suprema non è la legge. (…). Quando Berlusconi decreta che la sua condizione di indagato è decisa solo dalle urne dice qualcosa di affatto indigesto per i liberali, perché la sovranità popolare senza separazione dei poteri e sottomissione alla legge di ciascuno (popolo, governi, chiese) è la volontà della maggioranza, e di poteri che pretendendo rappresentare un tutto diventano paralleli, rivali dello Stato. Tocqueville li riteneva letali, in democrazia: «Esiste una sorta di libertà corrotta, il cui uso è comune agli animali e all´uomo, e che consiste nel fare tutto quel che piace. Questa libertà è nemica di ogni autorità: sopporta con impazienza ogni regola. Con essa, diventiamo inferiori a noi stessi, nemici della verità e della pace». (…). Il mondo cui aspira l´antimoralista è la Fattoria degli Animali, dove non la legge comanda ma un unico capo, circondato da cerchie di bravi che a nessuno rispondono se non a lui.”

mercoledì 23 maggio 2018

Cronachebarbare. 53 “Il trionfo dell’homo berlusconensis”.


Ci fu in un tempo, molto lontano, un uomo a Nazareth che scelse di finire ignominiosamente sulla croce, una forma di giustizia di quei barbari di romani degradante assai, per realizzare, a suo dire, la volontà di un dio che questo esito finale tragico e cruento assai aveva previsto, scritto e puntigliosamente perseguito e realizzato. Il sogno di quell’uomo morto in croce era evidentemente quello di suscitare tante attese attorno alla venuta, sul pianeta chiamato Terra, di una nuova forma di essere “pensante” ed “umano” che rispondesse sommamente al suo canone prediletto, ovvero porgere “l’altra guancia”. Che quell’uomo di Nazareth ci sia riuscito diffonde serissime perplessità attorno, trascorsi oramai duemila anni dai suoi insegnamenti e da quegli avvenimenti cruenti. Di quell’uomo nuovo dalla guancia sempre esibita, evangelicamente parlando, se ne rincorrono ancora le tracce, disperse sempre ai cosiddetti quattro venti. Avvenne  poi che di un “uomo nuovo” o di un “nuovo uomo” ebbe a parlarne un movimento politico di ben diversa ispirazione e sostanza. E venne fuori il cosiddetto “socialismo reale”. Non mi sovviene con esattezza se quel movimento di anime e corpi proclamasse l’avvento dell’”uomo nuovo” o di un “nuovo uomo”. Ché non ci sia poi una grande differenza tra le due “cose” è cosa che filosoficamente e faticosamente bisognerà approfondire. Il dramma di quel “socialismo reale” è stato che, a seguito delle sue declamazioni, non si siano visti esemplari né di un “uomo nuovo” né tantomeno di un “nuovo uomo”. Non è che, messianicamente parlando, bisognerà attendere ancora quella novella creatura del “socialismo reale”? Oramai morto e sepolto sotto le sue macerie a testimonianza di quel fallimento storico? Intanto non mi pare di poter dire che abbiano fallito in “toto” sia l’uomo di Nazareth quanto il “socialismo reale”, poiché una piccola rivoluzione, in questi ultimissimi lustri, la si intravede all’orizzonte e la si registra pure. È pur vero che è una rivoluzione che abbandona nettamente i canoni proposti dall’uomo di Nazareth come quelli proposti dal “socialismo reale”. Questa piccola rivoluzione, piccola ma pur sempre rivoluzionaria è, abortisce un “uomo nuovo” o un “nuovo uomo” – ma non voglio impantanarmi nella sottilissima disquisizione -  che è la negazione assoluta dell’uomo pensato dall’ebreo di Nazareth quanto dell’uomo pensato dal “socialismo reale”. Un obbrobrio della natura. L’ebreo di Nazareth, quanto le faconde menti del “socialismo reale”, si staranno rivoltando nelle loro tombe; almeno queste ultime, le menti faconde, ché l’altro sembra abbia preso la via del cielo dopo aver reso l’anima sua al padre suo, padrone dei cieli.

martedì 22 maggio 2018

Primapagina. 93 “In questa giungla di tartassati e di privilegiati”.


Da “Chi più ha meno dà” di Paolo Biondani, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 21 di maggio 2018: (…). I padri della nostra Costituzione, nel 1948, avevano disegnato un sistema fiscale opposto: il principio base, fissato dall’articolo 53 della legge fondamentale, è la progressività. Significa che i ricchi devono pagare più tasse dei poveri. E il fisco deve seguire questa via maestra per raggiungere obiettivi di equità, giustizia sociale e crescita economica duratura.
Per capirlo basta cambiare esempio e sostituire all’evanescenza della goccia la concretezza del cibo. Se una famiglia ricca ha mille pagnotte e lo Stato gliene preleva metà, con le altre cinquecento può continuare a ingrassare, far festa e magari lasciarne ammuffire gran parte in dispensa.