"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 28 ottobre 2020

Leggereperché. 43 “ADHD, BES, DSA”: «avvio a un regime di controllo sociale, dove a ciascuno si insegna a stare al proprio posto».

Tratto da “Ma è proprio vero che siamo così vulnerabili?” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 28 di ottobre dell’anno 2017: Si va diffondendo un'etica terapeutica che ci fa sentire bisognosi di protezione, di tutela, perfino di cura. Coach nei posti di lavoro per persuadere chi lavora che, se cambia atteggiamento o modo di vedere le cose, migliora il suo stato e le condizioni del suo lavoro, che diventa più piacevole e (ma soprattutto per l'azienda, però questo non lo si dice) più produttivo. Cassaintegrati e licenziati hanno bisogno di un'assistenza psicologica per la loro depressione o non piuttosto di un nuovo posto di lavoro? Perché patologizzare situazioni che diventano drammatiche non per ragioni psicologiche, ma per eventi oggettivi la cui soluzione coincide con la fine del disagio? E che dire degli psicologi che nelle scuole etichettano come "affetti da un disturbo da deficit di attenzione con iperattività (ADHD)" quei bambini che sono semplicemente un po' vivaci o perché creativi o perché bisognosi di un po' più d'attenzione o un po' più d'amore? Che dire di quei medici che, su richiesta dei genitori, sono disposti a rilasciare certificati che attestano "bisogni educativi speciali (BES)" che poi significa individuare i bisogni dell'alunno e le strategie più idonee per raggiungere concreti risultati educativi, impartire un insegnamento il più possibile individualizzato, coinvolgere più attivamente i compagni di classe in modo che interagiscano più efficacemente tra loro. In pratica quello che si dovrebbe fare per tutti gli alunni in tutte le scuole, con l'unica condizione di ridurre da trenta a quindici il numero degli alunni che compongono la classe. Se il BES non fosse sufficiente per un trattamento educativo speciale, il medico aggiunge il DSA (Disturbi specifici di apprendimento) che riguardano il lessico, le difficoltà nella lettura e nella scrittura, l'abilità nel calcolo, che spesso, senza essere etichettate medicalmente, sono difficoltà che possono essere superate con l'esercizio e l'applicazione, senza indurre nell'alunno la sensazione di essere diverso e senza fargli sentire l'ansia dei genitori che ne moltiplicano le cure. E a proposito di ansia, perché ricorrere a espressioni cliniche che parlano di "sindrome di ansia generalizzata" per dire che una persona è preoccupata, o di "ansia sociale" per chi è semplicemente timido, o di "fobia sociale" per chi ha un carattere riservato, o di "libera ansia fluttuante" per chi non sa di che cosa si preoccupa? Ma cosa c'è dietro questo cambiamento linguistico per cui esperienze che un tempo erano ritenute normali oggi sono rubricate come patologiche? Io penso che quest'invasione della psicopatologia nella vita quotidiana serva a creare in noi un senso di vulnerabilità, se non addirittura la sensazione di avere un Sé insicuro che ha bisogno di protezione, di qualcuno che si prenda cura di noi e ci guidi. Secondo il sociologo Frank Furedi dell'Università di Kent a Canterbury, la diffusione di "quest'etica terapeutica" risponde all'esigenza di omologare gli individui non solo nel loro modo di "pensare", ma anche e soprattutto nel loro modo di "sentire", affinché già da sé si sentano insufficienti e bisognosi di essere, se non proprio guidati, certamente accompagnati nella loro vita quotidiana. In questo modo, scrive Furedi ne Il nuovo conformismo (Feltrinelli): "Si dà avvio a un regime di controllo sociale, dove a ciascuno si insegna a stare al proprio posto, offrendo in cambio i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento". Sorge a questo punto spontanea la domanda se alle volte il posto lasciato vuoto dalla religione non sia stato occupato, senza che noi ce ne accorgessimo, dalla psicologia, anzi, come dice il sottotitolo del libro di Furedi, da "troppa psicologia nella vita quotidiana"?

martedì 27 ottobre 2020

Virusememorie. 43 Corine Pelluchon: «L’esistenza conserva il suo valore fino a che si accorda con quella degli altri».

Generazioni a confronto al tempo della “peste”. 1- Tratto da «Noi "senior", fanti esposti in prima linea» di Bernardo Valli, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 25 di ottobre: Da quando l’inquietudine nella metropoli è cresciuta, la mia siepe di capelli bianchi suscita reazioni insolite. Più marcate. Nelle vetture del metrò che mi capita di frequentare (sulle linee Montmartre-Opéra-Montparnasse) mi viene ceduto il posto con maggior frequenza. Di solito non ci facevo caso. Rifiutavo. Orgoglio? No, mi sembrava che nella ressa fosse meglio stare in piedi. Ma forse la troppa attenzione dedicata alla mia età mi infastidiva, anche se era dovuta a un naturale riguardo. Respingevo l’offerta persino nelle ore di calca, schiacciato come una sardina tra parigini, bretoni, magrebini e senegalesi. Coloro che volevano cedere il posto ai miei capelli bianchi sono aumentati in modo sorprendente. Ed è accaduto con l’epidemia del coronavirus. Le vittime più numerose di questa sinistra sorpresa del Ventunesimo secolo sono gli individui di entrambi i sessi adesso chiamati nelle nostre società anziani o persone di età avanzata o senior, o con altre espressioni garbate, invece di “vecchi” come un tempo, vocabolo asciutto che può suonare impietoso. Quella dei senior è la parte più vulnerabile dell’umanità. E quindi, questa è la mia impressione, il trattamento che le è riservato (di cui usufruisco) è al tempo stesso rispettoso e a volte inconsciamente pietoso. La convinzione di molti, non del tutto infondata, è che si tratti di una specie ormai fuori gioco, non più rivale o concorrente o complice d’avventure, alla quale si debbano dedicare riguardi adeguati, negli affari o nella complicità privata, che può essere amicizia. L’attenzione prestata ai senior è spesso dettata dal senso di superiorità o dalla generosità, o naturalmente dall’affetto. Non dimentico la solidarietà laica (le pensioni sono cosa recente), e naturalmente il rispetto formale, comandamento dell’educazione del cittadino. I tempi dei beneficiari sono corti e gli agguati alla loro salute sono tanti. Sui senior non si può contare a lungo. La vecchiaia sfugge alla nostra volontà: la si subisce con stati d’animo diversi; si tratta di riconoscere, ha detto un filosofo, che «è quel che accade». È pazienza. L’epidemia rispolvera concetti dimenticati. Nelle nostre società si dedicava sempre meno spazio al pensiero di fin di vita. Le distrazioni, gli interessi seri o ameni, i sempre più intensi ritmi di vita, lo occupavano. Quasi lo cancellavano. Quasi si dimenticava la morte. Nelle metropoli, per non intralciare il traffico, i funerali si dirigono verso i cimiteri di primo mattino, quando le strade sono deserte. Con l’eccezione di quelli ufficiali, avvengono con discrezione, sono convogli clandestini. Ora l’epidemia obbliga a cortei funebri notturni senza seguito, per timore di contagio. Il loro passaggio, oltre a turbare la circolazione, renderebbe ancora più fragili i cittadini più sensibili, già investiti dalle continue informazioni sull’epidemia. Più di due millenni fa, guardando i muri sgretolati della sua villa e i rami secchi dei platani del giardino, Seneca vi scorgeva un’immagine della vecchiaia che incombeva sul suo corpo e se ne rallegrava pensando che l’età senile lo avrebbe liberato dalle passioni. Fu poi costretto al suicidio. Vi fu obbligato per motivi politici, ma si può vedere nel suo suicidio imposto anche un esempio estremo di come la rara felicità che accompagna la vecchiaia può essere stroncata. La cicuta ha preso altri nomi. Gli anziani, quelli di tarda età, i senior, rappresentano in questa inquietante stagione una fanteria esposta in prima linea davanti a un nemico da evitare per farla franca, non avendo ancora le armi per renderlo innocuo. La vecchiaia sfugge alla nostra volontà, nonostante i rimedi che hanno allungato la vita. Può presentarsi con l’immagine del vegliardo glorioso che offriva il gagliardo, più che ottantenne, Victor Hugo, oppure con quella sofferente, degradata di François-René Chateaubriand, altrettanto ottantenne. La diversa vecchiaia dei due scrittori non era dovuta ai più o meno grandi successi, alla fama. O al denaro. La filosofa Corine Pelluchon ha scritto parole che restano sagge anche oggi con l’epidemia. L’esistenza conserva, dice, il suo valore fino a che si accorda con quella degli altri, attraverso l’amicizia, l’indignazione, l’amore, la compassione... E non perde di vista le illusioni che pensava perdute, non lasciando che l’ardore vitale raffreddato si spenga. Me ne rendo conto.

Generazioni a confronto al tempo della “peste”. 2- Tratto da “Nonni contro nipoti, le generazioni divise dalla pandemia” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi martedì 27 di ottobre: (…). Vecchiaia e giovinezza hanno necessità differenti, e di conseguenza costumi difformi. La clausura pesa meno a chi ha già potuto vivere i suoi anni promiscui, già sperimentato i suoi eccessi, già compiuto i suoi bagordi. Mentre chi si affaccia alla vita ha urgenza di viverla, impazienza di consumarla. E dunque sì, la frenesia dei giovani non si concilia con l’incolumità dei vecchi, e non per malvagità o per distrazione, ma perché la vita ha un’inerzia invincibile, spesso sorda e cieca. E questa inerzia, in tempi di contagio, è tutta a svantaggio dei vecchi e della loro fragilità. Ma questo, come dire, è la parte inevitabile (una delle tante parti inevitabili) della catastrofe chiamata Covid. Evitabile, magari, è che su quella zattera tutto sommato ancora solida e quasi confortevole che è la società contemporanea (con le ambulanze, gli ospedali, la ricerca medica, i vaccini e tutto il resto) ci si accapigli e ci si azzanni come i naufraghi del Medusa. Di un sindacato dei vecchi, e di un sindacato dei giovani, non abbiamo proprio bisogno. (…). Sabato 19 settembre passai, di sera tardi, in piazza delle Erbe a Verona, che era gremita di migliaia di ragazzi, molti senza mascherina, tutti col bicchiere in mano. Già si contavano, precisi come sentenze, i primi numeri nefasti, il contagio stava risalendo giorno dopo giorno. Già si sapeva tutto, dunque, a meno di essere un negazionista, dunque un ebete o un farabutto. Una parte di me augurò a quei ragazzi che lo spritz gli andasse di traverso, perché era evidente la loro incoscienza, evidente che quel gregge non solo non era incolume: era a disposizione del virus. Era il banchetto del demonio, per dirla come la direbbe un virologo di Radio Maria. Ma un’altra parte di me ha pensato che quell’adunata, e altre consimili, era arginabile solo fino a un certo punto. Cioè non più di tanto. Faceva parte, quell’adunata, della natura, proprio come il coronavirus. Era stata allestita dagli ormoni maschili e femminili, che a quell’età sono incoercibili. Anche dall’egoismo, certo, che a quell’età è incoercibile. E dunque, e insomma, stabilii un compromesso tra il me disgustato (io, tra l’altro, la movida la odio per davvero: puzza di Bisanzio prima della caduta) e il me comprensivo. Non sto dicendo che va assolto chi se ne frega delle disposizioni e se ne va in giro senza mascherina, e si intruppa, e si strofina. (Quella sera, in piazza delle Erbe, avrei applaudito una carica dei carabinieri a cavallo). Sto dicendo che non possiamo illuderci di ridurre a prudenza, a ragionevolezza, a legge e ordine ciò che è anche natura, dunque disordine, anche se facciamo benissimo a cercare di ridurre a prudenza, a ragionevolezza, a legge e ordine, ciò che è natura, dunque disordine. Disordinata è la pandemia, l’enorme boccia che ha travolto come birilli le nostre vite. Disordinate la malattia, la paura, la morte, che taglia il conto dei giorni senza alcun riguardo per le nostre agende. Ma la nostra quota d’ordine, di autodifesa, di dignità, di sicurezza, non possiamo giocarcela sul tavolo del match vecchi/giovani. No, per carità. I giovani sono stati bravissimi, nella clausura della scorsa primavera, disciplinati e gentili, lo si dice in tutte le famiglie e lo si dice perché è vero. I vecchi sono bravissimi anche da prima, sovvenzionando con le loro pensioni e i loro risparmi i mojito e gli spritz (interminabili) dei loro nipoti. Metterli gli uni contro gli altri non è solo sbagliato, è anche controproducente. Se c’è una cosa che le catastrofi possono insegnarci, oltre al fondamentale fatto che no, non siamo invulnerabili, è che bisogna cercare di sopportarci, capirci, perfino volerci bene. I nipoti non sono depressi per colpa dei nonni che li obbligano a restare a casa, sono depressi anche per loro autonome mancanze, e debolezze, e indugi; i nonni non muoiono per colpa dei nipoti che li contagiano, muoiono generalmente perché da vecchi capita più facilmente di morire. I rispettivi portavoce (comitati, sindacati, associazioni a vario titolo indignate) cerchino di abbassare i toni, che il lutto chiede di parlare a voce bassa.

lunedì 26 ottobre 2020

Virusememorie. 42 «Rammendi a questa vita sfilacciata».

 

Quadro primo. Tratto da "Chiudiamo le Rsa. Ma per sempre" di Enzo Bianchi pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi lunedì 26 di ottobre: (…). Gli anziani sono ritenute persone che stanno per uscire dalla vita, e ad essi non solo non si riconosce più la saggezza dell’esperienza ma vengono considerati unicamente dal punto di vista demografico: quanto pesa la loro percentuale sulla società a livello medico; quale impegno comporta la loro assistenza; quale costo rappresentano per la società. Molti sono soli, abbandonati, senza nessuno che li cerchi o li riconosca, invisibili e quasi senza nome, visto che nessuno più li chiama. In quest’ora di pandemia vivono la clausura e, nonostante quanto si è vissuto in primavera e la previsione della seconda ondata, nulla è stato approntato affinché l’isolamento potesse essere alleviato da possibili visite, in strutture apposite che permettano, senza il pericolo del contagio, di incontrarsi, vedersi, sorridersi e parlarsi. E così la solitudine imposta diventa desolazione e ben presto disperazione. Sono queste le parole che ascolto più spesso da quegli anziani che mi telefonano dalle Rsa per sentire una voce amica. Forse perché ho molto ascoltato il grande teologo e visionario Ivan Illich, mio amico, ho sempre diffidato della "istituzione della carità": non solo perché è una carità "presbite", che demanda ad altri di stare vicino a chi noi teniamo lontano, ma perché istituzionalizzare orfani, malati e anziani significa ritenerli scarti, fuori dal giro della vita. Abbiamo chiuso le case per malati mentali, abbiamo chiuso gli orfanotrofi: cerchiamo di chiudere presto anche le Rsa! Contrastiamo la follia che ci conduce a una vecchiaia artificiale di solitudine e di non vita, impegnandoci a percorrere vie diverse, come in altri Paesi: convivenze, condomini protetti, comunità, domiciliarità.  Altrimenti succederà sempre più ciò che molti vecchi mi hanno confidato: chiedono di non venire più curati e di essere lasciati morire al più presto. Povera umanità!

Quadro secondo. Tratto da “Le nostre vite sfilacciate nella città ripiombata nel silenzio” di Natalia Aspesi pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di oggi lunedì 26 di ottobre: (…). Che fare? Visto che le buone maniere democratiche non solo non migliorano la situazione ma consentono a una quantità di pazzi di dire la loro diventando star del web e della televisione e peggiorando quindi sia il morbo che le persone, oso pensare che senza arrivare a Beria (che risolverebbe tutto in mezza giornata), un polsino meno fragile si potrebbe immaginare, per esempio: tralasciando oltre all'avanti e indietro di chiusure e aperture a vari orari, smettere di fantasticare-promettere quando questa vita di nebbia finirà: tra una settimana, tra trenta giorni, a Natale, la prossima estate... Non lo sappiamo noi sempliciotti, non lo sanno i cretini e i saccenti, non lo sanno i governi, non lo sa la scienza, forse non lo sa nemmeno il Covid-19 stesso. Nei secoli ci si è abituati a vivere con le guerre di religione, le guerre tra nazioni, le carestie, la peste e tutte le maledizioni della terra, perché non attrezzarsi anche adesso per convivere con questa pandemia, difendendosi al meglio sino a quando, se gli umani non troveranno un'arma definitiva, per ignoti incantesimi riprenderà la sua astronave e se ne andrà a far fuori gli abitanti, animali o vegetali o minerali di un altro sistema solare? Ci vorrebbe però quella disposizione d'animo ignota agli italiani che si chiama disciplina, e una anche peggio, detta ubbidienza: ma pure, e qui siamo dei maghi, una delle nostre virtù massime è proprio quella di violare anche la legge meno fastidiosa, perché fregare gli altri ci rende importanti, in quanto siamo quelli che non si fanno fregare. Oppure seguire l'istinto di sopravvivenza, non ritenere uno stupro disinfettarsi spesso le mani, una galera star qualche sera a casa, un attentato alla libertà portare la mascherina (quando per la moda si è disposti a ogni tortura tipo tacco a spillo o tatuaggio anche nei luoghi meno esposti allo sguardo). Sarà mortalmente noioso tanto da creare depressione e violenza rinunciare alla movida, quando a noi vecchi pare noiosissimo stare in piedi con un bicchiere in mano davanti a un bar a chiacchierare con uno sconosciuto di cose prive di interesse e rigorosamente solo dopo mezzanotte. E le palestre? Non ne ho mai vista una in tutta la mia vita, ma nella pubblicità e nei film si vedono ambosessi di ogni età solitari, senza nessuno vicino, che sudano orribilmente sballonzolando su congegni da tortura: se però poi fanno una doccia con qualche disinfettante bruciantissimo sono a posto. E i teatri e i cinema e i musei e quei luoghi dove si fa cultura presentando libri o altro? Si sa che non contano nulla perché non interessano a chi conta ma proprio per questo perché chiuderli?