"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 24 giugno 2019

Letturedeigiornipassati. 06 «Politiche neoliberiste hanno accresciuto la disuguaglianza».


Tratto da “Il neoliberismo rinnegato dai suoi alfieri: ingiusto e dannoso” di Riccardo Staglianò, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 23 di giugno dell’anno 2016: È come se il Papa riconsiderasse l’obbligo di castità per i preti. O il Gran Muftì di Al Azhar autorizzasse merende durante il Ramadan. Oppure se Renzi cominciasse a dubitare della rottamazione. È perciò comprensibile la magnitudine dello stupore di fronte a un articolo dal titolo Neoliberismo: sopravvalutato? apparso, tra tutte le possibili testate, sulla rivista del Fondo monetario internazionale a firma dei vice-economista capo Jonathan Ostry e di altri due autorevoli colleghi. Concentrarsi sul punto di domanda, soprassalto editoriale in zona Cesarini per attutire il colpo, sarebbe lo stesso abbaglio di chi, davanti alla Luna, non avesse occhi che per il dito. Fino a pochi anni fa la parola con la N, ideologia ufficiosa ma innominabile, non sarebbe apparsa neppure in un memo interno. Oggi, invece, viene sbertucciata coram populo nel sommario secondo il quale «invece di produrre crescita, alcune politiche neoliberiste hanno accresciuto la disuguaglianza, mettendo a rischio un’espansione durevole». Che ne è del Washington Consensus, la cura standard per i Paesi in difficoltà, tutta mercato e liberalizzazioni? E soprattutto: una volta ammesso l’errore teorico, nella pratica cambierà qualcosa? Le due politiche rivelatesi controproducenti sono i pilastri dell’ortodossia economica degli ultimi tre-quattro decenni. Da una parte la liberalizzazione dei capitali, che si spostano senza intralcio nelle nazioni con occasioni più ghiotte. Dall’altra il consolidamento fiscale, meglio noto come austerity, ovvero la convinzione che quando un Paese è indebitato deve soprattutto tagliare la spesa pubblica. Riguardo al primo punto gli autori hanno censito, dall’80 a oggi, oltre 150 casi di importanti flussi di capitali verso 50 Paesi stranieri. Una volta su cinque quell’improvvisa ricchezza si è trasformata in altrettante crisi. Sul secondo punto, «le politiche di austerità non solo generano sostanziali costi di welfare dovuti a distorsioni sul lato dell’offerta (salari e flessibilità, ndr), ma danneggiano anche la domanda, così peggiorando la disoccupazione». Gli autori dunque prendono ulteriormente le distanze dalla tesi, sostenuta tra gli altri da Alberto Alesina di Harvard e dall’ex capo della Bce Jean-Claude Trichet, sui presunti effetti espansivi dell’austerity. Anzi: «Nella pratica una riduzione della spesa pari a un punto percentuale del Pil fa crescere la disoccupazione di lungo periodo dello 0,6 per cento e aumenta di 1,5 punti l’indice Gini di disuguaglianza (quello che misura la diseguaglianza nella distribuzione del reddito, ndr)». In buona sostanza: la toppa è peggio del buco.Una prima abiura del consolidamento fiscale come unica via d’uscita dalla crisi era già arrivata nel 2012 a firma Olivier Blanchard, allora capo economista dell’Fmi. «Ora però la critica si allarga» spiega Maurizio Franzini, docente alla Sapienza e coautore con Mario Pianta di Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle (Laterza), «e si aggiungono nuove tessere teoriche che vanno a formare un mosaico sempre più completo di pensiero alternativo coerente. Che, peraltro, mi trova pienamente d’accordo». Chiedo un’interpretazione autentica anche a Carlo Cottarelli, economista del Fondo più noto da noi come il mister spending review precocemente tagliato dal governo: «Dopo la crisi il Fmi ha cambiato molto le sue politiche fiscali. Nel 2008, per la prima volta, ha suggerito ai Paesi che potevano permetterselo di aumentare i propri deficit del 2 per cento del Pil. Era una reazione realistica allo shock che il mondo aveva subito». Lui, che pure ne aveva sostenuto «la sterzata a sinistra», ha appena scritto Il macigno (Feltrinelli) su come alleggerire il debito e davanti all’articolo dei suoi colleghi oggi fa il pompiere: «Nel senso che, nell’allentare la cinghia, bisogna distinguere tra Paese e Paese. L’Italia, ad esempio, non rientra tra quelli cui l’Fmi consiglia di lasciarsi l’austerità alle spalle. Anzi, insistendo su quella strada, auspicherebbe che raggiungessimo un surplus di bilancio per il 2019. Mentre io sarei già molto contento se arrivassimo a un pareggio». Il caso resta. L’israeliano Haaretz parla di rapporto «rivoluzionario», il britannico Guardian di «morte del neoliberismo dal di dentro», l’americano Time di «ripensamenti dei veri credenti della globalizzazione». I titoli che fanno più impressione sono quelli quasi uguali di Fortune («Anche il Fmi ora ammette che il neoliberismo ha sbagliato») e Forbes («Anche l’Fmi vede 30 anni di neoliberismo come uno sbaglio»). Dove hanno vissuto in questi decenni? Circa le stupefacenti capacità digestive e autoassolutorie dell’establishment statunitense viene in mente una battuta fulminante del giornalista investigativo Seymour Hersh: «Stiamo parlando del Paese che ha sganciato la seconda bomba su Nagasaki». Quanto a pentimenti senza conseguenze, neppure Alan Greenspan ci scherza. In un’audizione al Congresso nell’ottobre 2008, all’indomani dell’esplosione della finanza fuori controllo che aveva benedetto, l’ex governatore della Federal Reserve, alla domanda: «La sua ideologia (il neoliberismo, ndr) l’ha spinta a prendere decisioni che vorrebbe non aver preso?» rispondeva così: «Sì, ho trovato un difetto. Non so quanto significativo o permanente esso sia. Ma ciò mi ha molto seccato». Cambierà qualcosa dopo l’articolo? Ostry, l’autore principale, sul Financial Times ha ammesso che questo cinque anni fa non sarebbe mai uscito e che è arrivato il momento di riconsiderare tutto perché «la crisi ci ha detto che “il modo in cui abbiamo pensato non può essere giusto”». Il suo superiore, l’economista-capo Maury Obstfeld, ha minimizzato («Il paper è stato ampiamente mal interpretato»), ha parlato di «evoluzione, non rivoluzione» e ha smentito «cambiamenti importanti di approccio». Però, fa notare Franzini, di fronte a evidenze così precise se non cambieranno le politiche vuol dire che «altri fattori le determinano, di cui siamo autorizzati a non pensare troppo bene».  Di certo il braccio che scrive le terapie e negozia i prestiti resta più ortodosso della testa che le concepisce. L’anno scorso, per dire, un altro paper riabilitava i sindacati, stabilendo un rapporto tra loro declino e aumento delle disuguaglianze. Una talpa scava a Washington. C’è solo da capire dove arriverà, quando, e quante macerie per allora troverà in superficie.

domenica 23 giugno 2019

Terzapagina. 88 «La prospettiva dell’homo dignus è l’umanità dei diritti».


Oggi, nel secondo anniversario della scomparsa di Stefano Rodotà, il ricordo della Sua attività di studioso di Luigi Manconi  - “Quanto manca il militante Rodotà” - pubblicato sul settimanale L’Espresso del 17 di giugno dell’anno 2018: (…). Per chi ha fatto della lotta per i diritti la ragione del proprio impegno, Stefano Rodotà - scomparso il 23 giugno di un anno fa - è stato un maestro e un compagno di strada irrinunciabile, dalle battaglie per le libertà civili degli anni Settanta alle nuove frontiere dell’identità digitale e del post-umano, senza dimenticare l’impegno garantista che lo vide in prima fila nella promozione di “Antigone”, il bimestrale di critica dell’emergenza pubblicato da il manifesto alla metà degli anni Ottanta. “Il diritto di avere diritti” si apre con una riflessione sul “mondo nuovo dei diritti”. Rodotà, sulla scia di Bobbio, aveva interpretato la fine del Novecento come una finestra di possibilità per una età dei diritti. Già nel suo “Repertorio di fine secolo” (Laterza, 1992) si trovano i temi dei vent’anni successivi: un’agenda per una sinistra profondamente rinnovata, dalle nuove frontiere della democrazia al pluralismo culturale, una inedita concezione della privacy nell’era digitale e le problematiche del bio-diritto. Nel frattempo ulteriori sviluppi maturano in vecchi filoni di ricerca. Come quello sul «terribile, forse non necessario» diritto di proprietà (definizione di Beccaria), cui aveva dedicato una raccolta fondamentale di studi (“Il terribile diritto”, appunto) all’inizio del suo percorso di ricerca. Ricerca che gli consentirà, un quarto di secolo dopo, di elaborare una proposta di riconoscimento giuridico dei “beni comuni”. O, infine, l’approdo al “Diritto d’amore” (Laterza, 2015) di una antica critica dell’uso coattivo del diritto nelle relazioni familiari, critica che in Rodotà si rovescia in opportunità di riconoscimento della libera scelta di convivenza di coppie dello stesso sesso o di sesso opposto. Ecco, se volessimo definire il lascito di Rodotà per il proseguimento delle battaglie di libertà a cui ci ha introdotto o in cui ci ha accompagnato, innanzitutto si dovrebbe dire questo: se il diritto è un’arma a doppio taglio, ci sarà pure un verso da cui prenderla per ottenere più garanzie e più libertà. Dunque, la critica del diritto esistente, se non vuole essere messianica attesa di una rivoluzione improbabile e (spesso) liberticida, deve essere il fondamento di un diritto possibile, già oggi ricavabile con una lettura rigorosa dei principi e dei valori cui si ispirano la carta costituzionale e il diritto internazionale. Si pensi, per esempio, a quella lettura rigorosa dell’articolo 32 della Costituzione, che ha consentito di dar pace a Eluana Englaro e ai suoi familiari. È ancora la citazione di Hannah Arendt a ricordarcelo: la prospettiva dell’homo dignus è l’umanità dei diritti e dunque il loro universalismo, senza barriere né confini. Non a caso, dai suoi primi studi sulla proprietà fino a uno dei suoi ultimi libri, parola chiave nella lingua di Rodotà è la solidarietà: quel che ci tiene insieme, ognuno con la propria differenza, ognuno con la propria dignità. E lo spazio della umanità dei diritti non può essere rinchiuso nelle piccole patrie, non solo per i conflitti identitari che esse inevitabilmente generano tra chi vi appartiene e chi no, ma anche per la realistica considerazione che nel mondo globale, diritti e solidarietà si muovono in una dimensione globale. Non a caso, Rodotà resterà fino alla fine legato alla sua idea di un’Europa dei diritti, quella della Carta che contribuì a scrivere: un’Europa come attore istituzionale sovranazionale all’altezza della sfida dei diritti umani nell’epoca della globalizzazione e dei grandi poteri privati su scala mondiale. Infine c’è l’agenda: i beni comuni, il diritto al cibo e alla conoscenza; il diritto all’esistenza, anche attraverso il riconoscimento universale di un diritto al reddito; l’autodeterminazione nelle scelte procreative e in quelle sulla propria vita; la tutela della riservatezza e della identità digitale e l’uso della rete per il rafforzamento della partecipazione democratica alle scelte di convivenza. Ciascuna di esse, ovviamente, aprirebbe uno spazio infinito di riflessioni e di iniziative, ben oltre le caricature che ne vengono date in alcune versioni politiche correnti. E ciascuna di esse, d’altra parte, consente di trascrivere ogni capitolo dell’elaborazione teorica di un intellettuale così curioso e innovativo, in uno specifico passaggio della storia italiana dell’ultimo mezzo secolo. Si pensi a un testo (del 1974!) dal titolo “Elaborazione elettronica e controllo sociale” (era l’epoca in cui i computer si chiamavano processori o calcolatori) che dice bene quale fosse la capacità di analisi di Rodotà delle trasformazioni in atto, fin quasi alla preveggenza. Così, ogni tappa della sua elaborazione coincide, quando non anticipa, la sequenza delle mobilitazioni della società italiana intorno a cruciali battaglie di libertà. Rodotà, insieme ai radicali e a una parte della sinistra ancora riottosa, è lì, a battersi per il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, le garanzie nel processo e nell’esecuzione penale (ovvero quel garantismo che deve a lui e a Luigi Ferrajoli le poche espressioni di limpidezza politica e intellettuale conosciute in Italia), fino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e alla Dichiarazione dei diritti in Internet. E si pensi a una questione tanto circoscritta e altrettanto ignorata quanto simbolicamente dirompente come il riconoscimento anagrafico della condizione transgender. Insomma, il pensiero di questo studioso così intellettualmente irrequieto ha contribuito più di tante manifestazioni collettive e di tante parole parlamentari a fare dell’Italia un paese più civile.

sabato 22 giugno 2019

Letturedeigiornipassati. 05 "È finita la pacchia". Mi ha gelato il sangue, a Palermo non mi era mai successo"


Tratto da “Mississippi Italia” di Enrico Deaglio, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 22 di giugno dell’anno 2018: Ci ricorderemo del giugno 2018. Del ministro Salvini e il suo "è finita la pacchia", seguito da un colpo di fucile contro il sindacalista africano al campo schiavi nella sconosciuta San Ferdinando, piana di Gioia Tauro, Calabria. Poi il suo "chiudo i porti". E ancora le sue promesse-minacce di ordine, pulizia, mano dura, "basta buonismi" che lo facevano crescere giorno per giorno nei sondaggi. "Se si fanno le elezioni di nuovo, Salvini prende la maggioranza da solo" era il chiacchericcio ricorrente. Un'Italia nuova si faceva avanti, quella del "prima gli italiani", del porto d'armi facile, delle deportazioni, dei ghetti africani: una buona Italia di flat tax e reddito di cittadinanza, con il nostro Mississippi, silenzioso, ma redditizio, con i campieri, i caporali, i camorristi a tenere l'ordine. E il nostro ministro dell'Interno, in maniche di camicia, con una birra in mano, e qualche volta anche un rosario, che quando è in vena canta anche ritornelli contro i napoletani che puzzano. Sembrava che la sua marcia fosse irresistibile. Poi, per nostra fortuna, è apparso SuperMario. Mario Balotelli, 28 anni, è l'afroitaliano più famoso del mondo. Unico recente talento del nostro calcio, il suo manifesto in posa da gladiatore dopo aver segnato lo potete trovare nei peggiori bar di Caracas, come negli album delle figurine calciatori della Corea del Sud. In Italia, Balotelli è sempre stato osteggiato per la sua pelle nera. Dai tifosi (i tifosi italiani sono la vergogna del mondo, l'Onu dovrebbe fare qualcosa); dalla Federazione Giuoco Calcio che affidammo a tale Carlo Tavecchio, incline alle battute razziste, con aggiunte antisemite; e dall'opinione pubblica. Visto che siamo stati eliminati dalla Coppa del Mondo (magari se ci fosse stato Mario le cose sarebbero andate diversamente), SuperMario è stato riconvocato; e - nel clima di intolleranza oggi vigente in Italia (uno striscione preveggente sugli spalti diceva: "Il mio capitano ha sangue italiano") - Mario, che è di poche parole e parecchio introverso, ha semplicemente detto: "Dovrebbero darmi la fascia di capitano della Nazionale. Sarebbe un bel segnale. Dovreste dare ai bambini africani che nascono qui lo ius soli. Dovreste accogliere i migranti. Dove giocherò il prossimo anno? Chiedetelo a Salvini". SuperMario è stato l'unico, tra tutti i politici o gli opinionisti o i tuttologi, a dire delle parole chiare. L'unica persona pubblica a mostrare quanto non sia poi così difficile asfaltare Salvini.  Fatte le debite proporzioni, Mario Balotelli potrebbe mettersi nella scia del  gigante Cassius Clay-Muhammad Ali a simbolo di una nuova Italia finalmente civile? C'è solo da sperarlo. Cassius Clay era uno sconosciuto ragazzo nero e povero, cresciuto a Louisville, Kentucky, nella completa segregazione. Boxeur dilettante, vinse la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma del 1960; tornato a casa volle andare a festeggiare al ristorante con gli amici, ma non lo fecero entrare perché il locale era per soli bianchi. Diventato il miglior pugile del mondo, convertito all'Islam, perse il titolo perché rifiutò l'arruolamento in Vietnam - "Nessun vietcong mi ha mai chiamato sporco negro" - per poi diventare leggenda: per l'orgoglio nero, per il pugilato come danza, per l'esibizione della bellezza, per l'impegno nella conquista dei diritti civili. Quando morì ebbe i funerali che si organizzano per chi ha cambiato la Storia.