"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 17 gennaio 2021

Cronachebarbare. 78 «Nella selfocracy che tutto ricopre col suo manto di facezia e vanità, anche la tragedia».

 

Riporta Daniela Ranieri in chiusura del Suo “pezzo” – di seguito in parte trascritto - che ha per titolo “Il blob tossico del Trump attack” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9 di gennaio 2021: «Hannah Arendt scrisse: “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma le persone per le quali la distinzione tra realtà e finzione e tra vero e falso non esistono più”». A ben ragione. Poiché è tra la cosiddetta “brava gente” che il demagogo di turno va a pescare nel torbido che più torbido non si può. È su quel gioco “tra realtà e finzione” che gli avventurieri della politica giocano le loro luride “carte”. Ne ha scritto ieri - sabato 16 di gennaio - Michele Serra in “L’egemonia del falso” pubblicato sul quotidiano “la Repubblica”: (…). La strage delle brave persone (un poco isolate socialmente, un poco vulnerabili culturalmente) è antica come le società umane. Sottomesse dai più forti o gabbate dai più furbi, spaventate dagli stregoni, aizzate dai demagoghi, mandate a morire dagli Stati Maggiori. Eccetera. Ma il capitolo che ci tocca - quello del raggiro di massa di centinaia di milioni di persone irretite da un clic, e da centrali della menzogna al servizio di politici bugiardi - è particolarmente vile e grave, perché fa leva sull'illusione di potersi riscattare con un trucco fantastico, alla portata di chiunque: non posso cambiare la realtà, dunque la nego e me ne costruisco una tutta mia, che mi consola perché mi fa sentire più ferrato di uno scienziato, più colto di un professore, più informato di un leader. È così che si diventa Jake Angeli (al secolo Jacob Chansley n.d.r.), o terrapiattista, o seguace di QAnon, è così che si fa il giro del mondo con un video nel quale si cerca di dimostrare che la cosiddetta grande nevicata in Spagna è solo uno sporco trucco (ma di chi?). Non è neve, è plastica, spiega una invasata. Per dimostrarlo tenta di darle fuoco. Non si accende: è neve. Ma lei è sicura che sia plastica, e dunque: è plastica. L'impulso alla risata muore quasi subito. È sopraffatto dalla malinconia. E dallo spavento. Non dite che è normale, l'egemonia del falso. È una cosa terribile. Ha scritto Daniela Ranieri nel Suo pregevolissimo “pezzo” che fa “scuola”: La tersa e scabra profezia di Marx – la Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa – ha rintoccato la sua mezzanotte il 6 gennaio 2021 a Washington. A guardare le immagini dell’assalto a Capitol Hill, sede del governo degli Stati Uniti, sembrava si fossero dati convegno i detriti più eloquenti di un secolo di fantascienza, cinema (colto o B-movie), televisione, fumetto, intrattenimento e paccottiglia di Internet. (…). Lo “sciamano” mezzo nudo con le corna vichinghe, i giovani conciati come i druidi dei videogame o in mimetica e sandali da trekking, donne e uomini “normali” in cui ogni segno dell’ordinarietà da fruitori di Tv del pomeriggio era esacerbato da un dettaglio iperrealista: la tenuta da tagliatore del prato della domenica arricchito dalla scritta “6MWE”, sigla nazista per Six Million Wasn’t Enough, sei milioni non è stato abbastanza, in riferimento all’Olocausto. Con buona pace dei trumpiani nel mondo, anche nostri, che hanno creduto all’elezione di Trump come a un trionfo dei popoli genuini contro le élite ipersofisticate. Una simile guerriglia di segni s’era vista solo nei film ucronici hollywoodiani, che dell’America sono grottesca e dolorosa sineddoche, come si fosse aperto un varco tra realtà e finzione e ne fosse uscito un blob vischioso e inarrestabile. Non era una collettività: era una folla di individui legati da un patto tribale, sancito via social e ribadito dall’individuo totemico, Trump, capo del cosplay del complotto ai suoi danni. Non portavano rivendicazioni politiche, ma l’affermazione ottusa di una “verità alternativa”: Trump ha vinto le elezioni. Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump, mentre invitava la marmaglia a tornare a casa, ribadiva il loro “essere dalla parte giusta della Storia”. “Vi voglio bene”, ha detto Trump in video, mentre nei corridoi di casa sua, cuore della democrazia, bandiere mai sfilate dal 1800 venivano portate in giro per sfregio, e individui col berretto rosso di Make America great again sedevano sulla sedia del vicepresidente coi piedi sulla scrivania, scattando selfie sotto i ritratti dei Presidenti, armati, oltre che di armi vere, di smartphone, per moltiplicare l’oltraggio via social nella replicazione stolida e amorale dell’algoritmo. Dire “ci hanno rubato le elezioni, ma andate a casa” è stato come ridurre la manifestazione esteriore della follia lasciando inalterata la psicosi che la sottende e di cui la sua mitografia si alimenta. Il momento attuale è stato edificato in cinque anni di parossismo e post-verità. Il portavoce di Trump Sean Spicer accusò i media di aver truccato le foto della spianata del Lincoln Memorial al fine di mostrare come ci fosse meno gente che all’Inauguration Day di Obama, e la consulente Kellyanne Conway compì il capolavoro: quelle di Spicer non erano falsità, ma “alternative facts”, fatti non veri in questa dimensione ma verissimi in un’altra. Quale? Quella da cui sono usciti i protagonisti della disperata avventura a Capitol Hill. Un film di David Cronenberg del 1983, Videodrome, previde con cruda lucidità gli effetti del terrificante potere politico della “videocarne”. Allora era la Tv, con le sue propaggini VHS, a colonizzare le menti e i corpi dei telespettatori nella voluttà masochistica dell’allucinazione. Oggi è una combinazione di Tv via cavo, teorie complottiste, uso tossico dei social network, a operare la spaccatura del vero da cui sono fuoriuscite le contraddizioni dell’impero americano, che mentre “esportava la democrazia” e si immunizzava contro il nemico (l’Iraq, l’Afghanistan, il terrorismo, gli immigrati, l’Iran, la Cina, etc.), covava in seno il nemico interno. Il neoliberalismo aggressivo dell’impero nutriva, affamandoli, coloro che avrebbero oltraggiato le sue fondamenta, entrando come un coltello nel burro nel luogo di massima sicurezza. È allegorico che ciò sia accaduto pochi mesi dopo le manifestazioni di Black Lives Matter seguite all’uccisione di George Floyd da parte della polizia, che diedero occasione al dispositivo di protezione della Guardia Nazionale di dispiegarsi in tutta la sua brutalità. Oggi i video mostrano agenti armati in posa coi rivoltosi, nella selfocracy che tutto ricopre col suo manto di facezia e vanità, anche la tragedia. Non la rivendicazione di diritti, ma la veridizione del delirio paranoide è la vera posta in gioco della violenza. Violenza non tanto fisica: alienati detentori di corpi apatici hanno forzato con indolenza le stanze del potere, soppesando i complementi d’arredo, sorridendo alle telecamere: una sedizione snervata, satolla. La violenza simbolica è un’angheria contro il principio di realtà. In questo quadro si è innestato il complottismo da Covid. L’assenza di mascherina sui volti è un distintivo più potente di qualunque orpello. Se il travestitismo grottesco è un modo per negare l’identità, perché pure questa è intesa come uno strumento del dominio, il no mask è uno sputo in faccia ai valori condivisi. Sono tutti cloni di Trump, gli effrattori, svuotati di sé, sue emanazioni. Il movimento QAnon si fonda su un bug schizoide incistato nelle menti dei suoi adepti, vocianti nelle stanze del Congresso ridotto a sala hobby. Nel momento in cui si crede che esista un complotto planetario per diffondere un virus vero, o “narrare” un virus falso, allo scopo di controllare l’umanità mediante chip sottocutanei iniettati col vaccino in base a un progetto satanista portato avanti dalle élite politiche e finanziare (Clinton, Soros, Bill Gates) che si nutrono di sangue di bambini, si può ben assaltare la Casa Bianca e le sue adiacenze senza avere percezione della gravità irreversibile del gesto. Questo neo-tribalismo ha rivelato l’esistenza di un mondo parallelo che d’ora in poi i governanti di tutto il mondo non possono ignorare, perché la viralità è la sua cifra.

sabato 16 gennaio 2021

Cosedaleggere. 95 Roger Alies: «Noi non seguiamo le notizie, le fabbrichiamo. Le persone non sanno più a cosa credere».

 

Tratto da “Noi che siamo sospesi” di Marco Damilano, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 15 di agosto dell’anno 2020: Negli ultimi due anni abbiamo avuto prima l’estate 2018 dell’Italia cattiva, razzista, senza limiti, come se il sovranismo che aveva preso il potere a Roma con il governo gialloverde fosse stato vissuto da un pezzo di società come un via libera, un lasciapassare, un liberi tutti per comportamenti censurabili che potevano uscire allo scoperto. E poi l’estate 2019, quella dei pieni poteri invocati su una spiaggia da Matteo Salvini e della sua caduta rovinosa.

venerdì 15 gennaio 2021

Quellichelasinistra. 19 Bobbio: «la vera distinzione tra chi è di destra e chi è di sinistra è tra chi avverte lo scandalo delle disuguaglianze e chi non lo avverte».

 

Tratto da “Un sostegno manca solo qui e in Grecia: è una vergogna”, intervista di Gianni Barbacetto al sociologo Marco Revelli pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio dell’anno 2017: