"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 18 giugno 2019

Terzapagina. 87 «Liberté, egalité, fraternité».


Tratto da “Liberté, egalité, fraternité. Ma per tutti?”, colloquio condotto da Eric Favereau e Thibaut Sardier con i sociologi Edgar Morin e Alaine Touraine pubblicato su “Libération” e riportato sul quotidiano la Repubblica del 6 di giugno 2019: (…). Nell'epoca della globalizzazione, Alain Touraine dice spesso che lo straniero non esiste più. È anche la sua opinione? Edgar Morin: "Vorrei partire da questa idea che esistono delle soglie di tolleranza, e che bisognerebbe tenerne conto nel caso dei migranti. Secondo me è un'idea di cui bisognerebbe discutere: si tratta di una soglia di tolleranza psichica, biologica o psicologica? Possiamo presumere che una popolazione di indios amazzonici non sia in grado di accogliere o di sopportare l'arrivo di un gran numero di stranieri: basta anche un piccolo numero di colonizzatori per distruggerla. Però possiamo ritenere che le popolazioni europee non siano sovrappopolate". Alain Touraine: "Semmai il contrario..." Morin: "In Europa possiamo ritenere che ci siano ancora degli spazi non occupati nelle campagne, dunque non c'è nessun problema di ordine fisico o biologico che limiti l'arrivo dei migranti. Insomma, arriviamo a quest'idea che la soglia è psicologica. A un certo punto "noi" ci sentiamo minacciati, saturati, e questo sia dagli stranieri che restano sia da quelli che sono qui solo di passaggio. La questione centrale è questa paura degli stranieri. Tanto più che quando ci sono delle crisi economiche o di civiltà le angosce si focalizzano su capri espiatori che diventano responsabili di tutti i mali, gli ebrei, gli arabi o i migranti. La domanda diventa: come lottare contro questa deriva psicologica?" Touraine: "Io ho un approccio abbastanza diverso. La domanda che dobbiamo porci oggi è se accettiamo la visione di un mondo egualitario o se vogliamo mantenere la nostra situazione di antichi dominatori. Questa domanda la faccio rispetto a due categorie che metto sullo stesso piano: i migranti e le donne. Vogliamo uscire da un mondo dove la libertà è limitata, dominato dagli uomini bianchi, oppure consideriamo indispensabile entrare in un mondo intero, che non sia fatto soltanto per noi? Saremo nella modernità quando avremo riconosciuto che tutti ne dobbiamo far parte. Quando si evoca il trittico "liberté, égalité, fraternité", concetti a cui amo aggiungere quello di dignità, stiamo parlando della libertà di tutti, della fratellanza di tutti? Non è tanto il discorso di lasciar entrare o meno un certo numero di persone. Io direi piuttosto: cancelliamo la macchia di un'esperienza di dominio dove si ritrovano la colonizzazione, la schiavitù, l'inferiorità delle donne. Non saremo mai in un mondo normale finché otto persone su dieci non sono uguali. Prima di ogni altra cosa, perfino prima dei problemi ecologici, che pure sono cruciali, la nostra umanità deve riconoscersi come un'unità, un insieme di esseri liberi e uguali".
Questo si ricollega al pensiero universalista di Edgar Morin. Morin:"Quello che propone Alain è il problema che mi pongo da anni e che rimane senza soluzione. Nel 1991, scrivendo Terra-patria, presi coscienza del fatto che con la globalizzazione tutti i terrestri hanno un destino comune. Questa consapevolezza deve portare con sé un umanesimo rigenerato, che prenda coscienza che tutta l'umanità è trascinata in un'avventura comune. Ora, più appare evidente che questa comunità di destini esiste, con la progressione di eventi mondiali che ci riguardano tutti, meno si forma questa coscienza. Perché? Perché le angosce provocate dalla globalizzazione conducono a un ripiegamento sulla propria cultura, sulla propria identità religiosa e nazionale? Sicuramente sì. È un problema drammatico, che ha pesato su tutta la mia opera intellettuale. Sono trent'anni che avanziamo con grande lentezza. La questione ecologica, che avrebbe dovuto essere una delle leve per percepire questa comunità di destini, non è percepita come tale. Come riusciremo a invertire la direzione degli spiriti e delle coscienze? Abbiamo avuto l'esperienza della crisi degli anni 30, che era economica ma anche democratica, quasi di civiltà, e già in quell'occasione abbiamo visto arrivare il ripiegamento, la chiusura nazionalista. Oggi, il neoautoritarismo nazionalista progredisce nel mondo intero. Tutte queste problematiche sono collegate e tu hai ragione, Alain, ad aggiungervi la questione femminile e quella degli strascichi della colonizzazione. I paesi che si sono decolonizzati fino agli anni 70 sono stati ricolonizzati economicamente. L'emancipazione politica non è stata seguita da una democratizzazione. Peggio ancora, le terre fertili sono state vendute a società cinesi, coreane ecc., che le sfruttano a loro vantaggio".
Che cosa si può fare per combattere il ripiegamento nazionalista? Morin: "Sono d'accordo con l'idea che dobbiamo fare appello al nostro sentimento di identità umana, che contiene anche quello dell'alterità. Qual è il criterio della comprensione dell'altro? È capire che è identico a te per la sua capacità di soffrire, di amare, di sentire, ma al tempo stesso diverso per il suo carattere, le sue convinzioni, le sue manie ecc. Ma il fatto è che nella logica binaria tecnocratica che predomina attualmente siamo incapaci di percepire questa cosa: o è lo straniero assoluto o è il fratello. Ma siamo tutti compatrioti della nostra Terra-patria, e allo stesso tempo ci sono delle particolarità in ognuno di noi". Touraine: "Il modello razionalista, democratico, è direttamente minacciato. Per la prima volta da centinaia di anni, il mondo è dominato sempre più da non democrazie, da quelli che io chiamo, per usare una vecchia parola, imperi: con Donald Trump, gli Stati Uniti diventano un impero. La Cina anche, così come i Paesi con un potere religioso. In questo contesto, il riconoscimento dei diritti è un dato fondamentale: solo se ci consideriamo come individui che hanno tutti gli stessi diritti possiamo mettere in moto i nostri meccanismi politici. Quello che chiedo è di difendere i nostri diritti di cittadini, perché preferisco dire che i problemi ecologici sono problemi che rientrano nella difesa del nostro essere cittadini. È importante soprattutto non separare l'aspetto politico, quello ecologico e quello economico, anche se sostengo che i problemi politici devono avere una certa priorità. Per noi si tratta di sapere se si fa o non si fa l'Europa, l'unico continente che rappresenta la democrazia. Potremo riuscirci solo se daremo la priorità ai temi dell'umanità unita. Perché o si fa nazionalismo xenofobo, come l'Ungheria, la Polonia o l'Italia, o si fa l'Europa". Morin: "L'Europa - lo abbiamo visto per la crisi della Grecia e per quella dei migranti - ha mostrato la sua cecità, ma anche il suo lato reazionario. Io direi che di fronte a questa regressione generalizzata non sono soltanto i regimi autoritari il problema, ma anche il modo di pensare delle classi dominanti, fondato sul calcolo economico e sul profitto, che nasconde i problemi fondamentali. Per contrastare tutto questo, bisogna creare il maggior numero possibile di oasi, per creare uno spazio dove resistere. Fortunatamente nei nostri paesi c'è un rigoglio di associazioni, luoghi di fraternità dove regna l'idea che non esistono stranieri, che siamo tutti fratelli, come abbiamo visto in Savoia. Così ci prepariamo a essere punti di partenza di una nuova progressione, e allo stesso tempo punti di resistenza all'attuale regressione. Ma io, contrariamente ad Alain, osservo che le condizioni attuali sono sfavorevoli. Oggi il solo uomo politico animato da spirito umanista è il sindaco di Palermo, quando dice che non ci sono stranieri, ma solo palermitani. È la dimostrazione di quanto siamo isolati, in regressione. Per questo penso che sia il momento di opporre resistenza a tutte le regressioni e le barbarie, compresa la barbarie gelida del calcolo, che ignora il fatto che gli esseri umani sono fatti di carne, di sangue e di anima". Touraine: "Il tema dei migranti è lo stesso banco di prova. Se cedi sui migranti, cedi su tutto. In particolare sull'Europa. L'immigrazione è anche nel nostro interesse. Molte delle nostre regioni hanno bisogno di essere reindustrializzate, altre devono far fronte alla desertificazione, altre ancora soffrono di una carenza di servizi pubblici. Non bisogna dimenticare che la popolazione francese è molto poco globalizzata. Abbiamo soltanto due città globali in Francia: Lione e Parigi".

lunedì 17 giugno 2019

Letturedeigiornipassati. 03 «Un fiume in piena in cui confluire, non rivoli da cooptare».


Tratto da “Ribelliamoci al cinismo” di Roberto Saviano, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 17 di giugno dell’anno 2018: Non si fa campagna elettorale sulla pelle delle persone, sulla pelle di 629 persone, sulla pelle di 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte. Non si fa campagna elettorale sulla pelle di chi ha vissuto l’inferno in terra e in mare. Non so più quante volte queste semplici affermazioni di buon senso e umanità le ho dette e scritte. E non so più quante volte “amici di sinistra” mi hanno invitato a smettere di parlare di migranti, di sbarchi, di accoglienza, di lager libici. «Fai il gioco di Salvini», «più ne parli, più la destra xenofoba si rafforza». Come fare a non mettere in correlazione chi mi invita al silenzio sulle Ong («è per il nostro bene, Robbe’» ) a chi mi dice che parlare di mafie diffama il Paese (fa male al made in Italy) o crea emulazione? Non so più quante persone, “da sinistra”, mi hanno invitato in questi anni al silenzio senza capire che non erano le mie parole il problema - su mafie e immigrazione - ma il loro nicchiare, il loro dare, qua e là, implicitamente ragione a chi sostiene di sentirsi invaso. Hanno trattato elettori, telespettatori e lettori da idioti, hanno dato loro esattamente ciò che i loro istinti più bassi si aspettavano. Per non parlare dei colleghi scrittori, la cui stragrande maggioranza ha deciso che quello che accade in questo Paese non può avere effetti su di loro, sui loro scritti e che la letteratura non si può sporcare con dichiarazioni sul qui e ora. Dare a elettori, lettori e telespettatori ciò che vogliono significa da un lato assecondare le loro paure senza provare a spiegare che sono indotte, non semplicemente infondate, ma indotte. Dall’altro significa sentire l’esigenza di essere sul mercato in maniera competitiva. Esprimere un parere significa schierarsi e spesso schierarsi significa non stare dalla parte della maggioranza e se non si sta dalla parte della maggioranza si perdono lettori e telespettatori. Si perdono persino elettori. E allora la domanda (una domanda in fondo semplice) è: possibile che per contare qualcosa, per essere visti, letti ed eletti bisogna far vincere le “regole di mercato” che, oggi come sempre, presuppongono una forte componente di cinismo che fa bene agli ascolti e alle vendite ma che consegna il Paese alla completa rovina? Le risposte a questa domanda sono le più fantasiose. Prendo quella che ricevo più spesso: «Saviano, cosa hanno fatto i tuoi amici buonisti? Se siamo in questa situazione la responsabilità è principalmente loro». Questa affermazione meriterebbe una risposta assai articolata. Potrei dire, intanto, che non sono miei amici, che io non li considero tali e che loro non considerano me amico o alleato. Di certo la dottrina Minniti ci ha portati esattamente dove siamo. Lo scorso anno Marco Minniti, al tempo ministro dell’Interno, per primo ha minacciato di chiudere i porti facendo una comunicazione leghista che ha spianato la strada a Salvini e ha rafforzato la convinzione che il M5S già aveva, che sparare sui migranti (sparare in senso metaforico) era la via giusta da seguire. Questi sono gli errori dei miei “amici buonisti”: sfidare i razzisti e gli xenofobi sul loro stesso terreno, proporre false soluzioni senza trattare gli italiani da persone con un cervello e un cuore e il resto del mondo, soprattutto quello a sud del Mediterraneo, come feccia da scacciare. Le genti d’oltralpe, invece, secondo la politica italiana, sono nordici senza cuore. L’Italia sarebbe circondata: al sud da barbari che premono per invadere, al nord da alleati distratti che ci lascerebbero in balia degli invasori. (…). In mezzo, un Paese che sta morendo. Un Paese che ha necessità di nuovi cittadini e ne ha bisogno come l’aria, come il sangue. Sullo sfondo una politica, di destra e di sinistra, che non ha solo smesso di affrontare le sfide che la politica deve accettare, risolvere e vincere, ma una politica che prova per il sud uno schifo che ormai non prova nemmeno più a dissimulare. Lavorare sull’accoglienza e renderlo un settore virtuoso, significa affrontare ancora una volta le ingerenze delle organizzazioni criminali, significa affrontare organizzazioni che lucrano su tutto, che si riciclano in pochissimo tempo, che se non è l’accoglienza è la bonifica, se non è la bonifica è la ricostruzione di aree terremotate, se non è la ricostruzione delle aree terremotate sono le grandi opere. Che facciamo? Ci condanniamo a morte per non dare occasioni alle mafie? Abdichiamo a fare il nostro dovere per quieto vivere? Per non dare fastidio alle mafie? Io sono l’esempio vivente di cosa significhi essere del sud e occuparsi di sud: significa dare fastidio, significa farsi dire continuamente: «Roberto ma che problema tieni? Perché invece di farti il sangue amaro non ti godi la vita?». L’Italia sta vivendo la sua ora più buia, preda di una destra xenofoba e di un partito populista disorganizzato e ormai fagocitato da pulsioni bassissime, eppure quando tutto sembra perduto scorgiamo una luce. Mentre il Pd cerca - a mio avviso inutilmente - di mettere assieme pezzi, una opposizione alla barbarie esiste già. L’opposizione sono Mimmo Lucano e Aboubakar Soumahoro. Andate da loro non per mettervi una stelletta sul bavero da mostrare a Roma. Andate da loro per restarci. Andate e imparate cosa significa fare politica, cosa significa amare la politica. Loro sono un fiume in piena in cui confluire, non rivoli da cooptare.

domenica 16 giugno 2019

Letturedeigiornipassati. 02 «Il Lustgewinn» ed il politicamente corretto.


Tratto da “Il politicamente corretto è il vero razzismo” di Slavoj Zizek, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di giugno dell’anno 2017: Se qui in Occidente volessimo davvero sconfiggere il razzismo, il primo passo sarebbe farla finire con questo processo politicamente corretto di auto-colpevolizzazione. (…). Ogni volta che l’Occidente viene attaccato, la sua prima reazione non è una difesa aggressiva ma colpevolizzarsi: cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo? In ultima analisi, la colpa di ogni male è soltanto nostra, per le catastrofi del Terzo mondo e la violenza dei terroristi è soltanto una reazione ai nostri crimini… la forma positiva del “fardello dell’uomo bianco” (la responsabilità di colonizzare i barbari) viene rimpiazzata dalla sua versione negativa (la colpa dell’uomo bianco): se non possiamo più essere i dominatori benevoli del Terzo mondo, possiamo almeno essere la fonte privilegiata dei suoi mali, privandoli con paternalismo di ogni responsabilità riguardo al loro destino (se un Paese del Terzo mondo si macchia di terribili crimini, non è mai pienamente sua responsabilità: sta soltanto imitando quello che faceva il padrone coloniale ecc.).