"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 19 novembre 2018

Sullaprimaoggi. 35 Tav: «del bilancio del carbonio non si parla mai».


Tratto da “Un altro buon motivo per il NO: il tunnel danneggerà l’ambiente” di Luca Mercalli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di novembre 2018: La nuova linea ferroviaria Torino-Lione viene giustificata con motivi ambientali: la cura del ferro fa bene, spostare traffico da gomma a rotaia riduce le emissioni. Il che è vero se si usano ferrovie esistenti, come l’attuale linea Torino-Modane, lo è meno quando si devono costruire nuove, meno ancora quando sono per lunga tratta in tunnel. Lo sostengono i ricercatori Jonas Westin e Per Kågeson del Royal Institute of Technology di Stoccolma nell’analisi Can high speed rail offset its embedded emissions?: affinché il bilancio di carbonio sia favorevole al clima le linee ferroviarie ad Alta velocità “non possono contemplare l’estensivo uso di tunnel”. Se il bilancio monetario costi-benefici della Torino-Lione già vacilla, del bilancio di carbonio non si parla mai. Il tunnel bisogna costruirlo, per oltre dieci anni le talpe succhieranno megawatt, il cemento assorbirà energia e produrrà emissioni, l’armamento e i dispositivi di sicurezza richiederanno tonnellate di acciaio e di cavi di rame, i camion e le ruspe per spostare migliaia di metri cubi di roccia andranno a gasolio. Poi c’è l’impianto di raffreddamento che a opera conclusa funzionerà in permanenza, poiché all’interno del tunnel la temperatura sarà attorno a 50°C, ostile alla vita. Quando il primo treno passerà su quella linea non si vedrà alcun vantaggio ambientale, in quanto per parecchi anni, ammesso che venga effettivamente usata a pieno carico come da previsioni per ora sulla carta, il risparmio delle emissioni dovrà ripagare il debito di quelle rilasciate in fase di cantiere e di esercizio. Ammesso dunque che sia possibile, una prima riduzione netta delle emissioni potrebbe avvenire non prima del 2040. Il clima però è già in estrema crisi adesso e l’ultimo rapporto IPCC dice chiaramente che le emissioni vanno ridotte subito, altrimenti nel 2040 avremo già superato la soglia di sicurezza del riscaldamento globale di 1,5°C. La cura del ferro della Torino-Lione è quindi strana, prima richiede un’intossicazione sicura del malato, poi promette di disintossicarlo quando sarà già moribondo. Non è meglio cambiare cura? Usare i miliardi di euro ad essa destinati per una riduzione delle emissioni con effetti certi e immediati, come collocare più pannelli solari sui tetti degli italiani, cambiare gli infissi alle case colabrodo, aumentare la coibentazione, installare pompe di calore, tutte azioni che danno lavoro a decine di migliaia di artigiani e non ci fanno attendere vent’anni per ottenere effetti positivi sull’ambiente. La cura del ferro Torino-Lione potrebbe essere peggiore del male che vorrebbe curare. Per fare valide previsioni e stabilire se la pubblicità verde della grande opera sia ingannevole o meno, occorre un bilancio di carbonio certificato da un ente terzo, come l’Istituto Superiore di Protezione e Ricerca Ambientale che mantiene il catasto nazionale delle emissioni climalteranti e potrebbe verificare se nell’ambito dell’Accordo di Parigi siglato anche dall’Italia il super tunnel Torino-Lione sia coerente o perdente. C’è poi quell’ora di viaggio sul Tgv Milano-Parigi che si potrebbe recuperare subito grazie a un accordo tra ferrovie francesi e italiane. Per ragioni di incompatibilità tra dispositivi di sicurezza, il treno francese, una volta arrivato a Torino via tunnel del Frejus, invece di instradarsi sulla linea ad Alta velocità per Milano continua da anni a transitare sulla vecchia linea regionale via Vercelli e Novara. Se i francesi sostituissero il loro vecchio Tgv con un treno più moderno la tratta Parigi-Milano si abbrevierebbe subito di quasi un’ora. Come mai la gente non scende in piazza per questo significativo risultato che non incide sulle casse dello stato e non deve attendere decenni per entrare in servizio? E infine, dopo le iniezioni di retorica a buon mercato inneggianti a progresso, crescita, investimenti, lavoro che passeranno tutti e solo da questo buco sotto il massiccio dell’Ambin, proviamo a fare un passo più analitico verso gli scenari futuri. Che piaccia o no, le risorse naturali planetarie diminuiscono e i rifiuti aumentano, così l’Unione Europea ha saggiamente scelto la strategia dell’economia circolare, per minimizzare l’uso di materie prime, costruire oggetti più durevoli e riparabili, contrastare l’usa-e-getta, riciclare i materiali a fine vita. In un tale contesto, l’idea di una continua espansione del trasporto merci invocata dai promotori della Torino-Lione e da un’altra parte della burocrazia europea appare in aperto conflitto con i limiti fisici planetari. Occorre uscire dal tunnel per aprire lo sguardo alla realtà, molto più complessa, problematica e inedita, e le cui soluzioni sono immensamente più articolate di un buco nella roccia, ostinatamente perseguito per ragioni che non appaiono razionalmente difendibili.

domenica 18 novembre 2018

Lalinguabatte. 65 «Essere poveri è come essere vecchi».


Torno a scribacchiare sul Perca fluviatilis”, così denominato dal Linneo nel lontanissimo 1758 e volgarmente denominato “pesce persico”. E ne scribacchio ancora dopo un altro post che aveva per titolo “Capitalismo e pesce persico”, post che risale al giovedì 22 di agosto dell’anno 2013. Sapevo sin da quel 22 di agosto della provenienza dei filetti di pesce persico, risorsa alimentare abituale nella mia famiglia, ma leggendo più recentemente la bella ed interessante corrispondenza di Alberto Salza, antropologo "specializzato in nomadi", ricercatore, scrittore e viaggiatore, ho avuto un rinnovato sobbalzo sulla mia sedia. È l’avere scoperto, amaramente, di essere stato inconsapevolmente, assieme ai miei, quel consumatore globale che preferisce il pesce del Lago Vittoria al più salutare pesce azzurro. Avevo giurato in precedenza che non avremmo più acquistato i filetti di Perca fluviatilis”; l’impegno solenne è stato mantenuto. Direste ancor oggi, come allora: e quegli sventurati che sopravvivono, disumanamente sfruttati, nella lavorazione industriale del “pesce persico”? Ché, non saranno per caso costretti ancor più oggigiorno a salpare per i nostri inospitali lidi? Ed il più delle volte ad essere ripescati nelle infide acque del bel “mare nostrum”? Costretti a divenire merce per i cosiddetti mercanti d’uomini? Capisco le perplessità, ma da un simile circolo vizioso bisogna pure uscirne. E che dire, al tempo della globalizzazione dilagante, dello snaturamento delle culture di tutte le genti del pianeta Terra? Riporta Alberto Salza nel volume “Sudafrica” (2007), che resta ancor oggi un interessante reportage sulla vita degli altri posti ai confini del mondo d’Occidente, un passo tratto dal “Fedro” di Platone: “L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime. Lo scolaro richiamerà le cose non più dall'interno di se stesso, ma da segni estranei. E non sarà saggio, ma solo dotto”. Siamo di già al punto di non ritorno? Ha scritto Sanza: L'Africa è diventata un taccuino. Tutti ci scrivono su qualcosa. È la rivoluzione alfanumerica di lettere che appaiono su qualsivoglia superficie. Sul muro di una chiesa leggo: Maximum Miracle Centre. Gli africani hanno imparato ‘a scrivere con l'altra mano’ per cui le lettere si trovano spesso in movimento. Su un furgone ho intravisto la scritta Sacco Van, sussulto anarchico. Su una barchetta del lago Turkana c'è il nome Nelle Mani di Dio (vento ai trenta nodi e trentamila coccodrilli tutt'attorno). Alloggiare è forse più facile, se gli hotel si proclamano a grandi lettere Senza Alcool o Per Esperimento ( - Ci stiamo provando -, mi ha spiegato il maître). Immani carestie e continue catastrofi hanno fatto scrivere a un falegname, sulla bottega, Bare e Mobilia: la sequenza di morte e resurrezione che è la storia d'Africa. Italo Calvino diceva: - L'uomo è solo un'occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso -. Gli africani hanno finalmente deciso di farlo per iscritto. Un vecchio masai analfabeta mi ha detto: - Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce -. Gli risposi che Platone, per bocca del faraone (africano), nel Fedro afferma: - L'alfabeto ingenererà oblio nelle anime. Lo scolaro richiamerà le cose non più dall'interno di se stesso, ma da segni estranei. E non sarà saggio, ma solo dotto -. Un ragazzino intervenne, nonostante il fatto che, da queste parti, non potrebbe rivolgere la parola a un adulto senza essere interrogato. - Comprami una lampada, per leggere di sera. E un telefonino, così ti scrivo -, disse indicando l'emporio su cui stava scritto Dio è Capace di Tutto. La frase è vera a tal punto che ho visto apparire, sulle remote terre che circondano il lago Turkana, un'antenna per la telefonia cellulare. Chongo, ex predone somalo, passa il tempo a mandare messaggini agli elementi del clan sparsi per il mondo, ricostituendo così il ‘ territorio familiare ‘, base del sistema di vita dei somali. Curach, pastore rendille, informa suo cugino su dove sia il pascolo migliore. Nakapel, turkana, scrive a tutti le sue personalissime previsioni del tempo (qui le piogge erratiche sono fattori limitanti della sopravvivenza). I gabbra, razziatori di bestiame, si appostano via sms. Certo, tutta questa gente doveva saper scrivere prima che arrivasse il telefonino, ma la comunicazione scritta era come sospesa. Il Rinascimento africano si esprime oggi via sms, in compressione linguistica giovanile. Nei pressi di Mwanza c'è un'isola fetente, nel lago Vittoria. Ci abitano giovani pescatori e prostitute. Sono il risultato di una complessa degradazione ambientale (introduzione del pesce persico a scopi industriali) e sociale (sradicamento parentale, inurbamento, traffico d'armi, Hiv). Su una baracca si legge, dipinto a grandi lettere ben staccate, questo graffito: Essere poveri è come essere vecchi.

sabato 17 novembre 2018

Riletture. 42 «È l'auditel che decide tra il vero e il falso».


Tratto da "Post-verità, la parola dell'era Trump” di Christian Salmon, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 17 di novembre dell’anno 2016: "Il suddito ideale del regno totalitario", scriveva Hannah Arendt, "non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma l'uomo per cui la distinzione tra fatti e finzione, e la distinzione tra vero e falso, non esistono più". È un'eccellente definizione del candidato Donald Trump, che il 9 novembre 2016 è diventato il 45° presidente degli Stati Uniti. Mai un uomo politico aveva cancellato a tal punto la frontiera tra vero e falso, tra realtà e finzione. Per Donald Trump, che ha fatto campagna per 16 mesi moltiplicando le bugie, le dicerie e le calunnie, è la capacità di produrre adesione, di sedurre, di ingannare che conferisce validità alla parola pubblica. È l'auditel che decide tra il vero e il falso, tra ciò che è reale e ciò che è fittizio. "Ha mentito in modo strategico", ha dichiarato Tony Schwartz, il ghost writer di Trump. "Non gli procurava nessuno scrupolo di coscienza". A molte persone "la verità va stretta", e l'indifferenza di Trump alla verità "curiosamente ha rappresentato un vantaggio per lui". Per quanto i media si sforzassero di opporre la verifica dei fatti alle sue menzogne, la Realpolitik alle sue fantasticherie isolazioniste, la morale alle sue molteplici scivolate sessiste e razziste, la Trumposfera agiva come un buco nero che assorbe le critiche e i richiami all'ordine. I mezzi di informazione possono trattarlo da fascista, da neofascista, possono compararlo allo stesso Hitler, "la gente se ne frega", replica lui arrogante. Che è l'atteggiamento tipico dei fascisti. E rilancia ancora di più la provocazione con una nuova osservazione razzista contro i musulmani, gli ispanici, le donne e gli omosessuali, infiammando di nuovo i media scandalizzati... "In Donald Trump", scriveva Roger Cohen sul New York Times, "c'è un candidato realmente fuori dagli schemi: è uno che mente in continuazione, che insulta, che usa un linguaggio che finora non si era mai visto.