"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 20 agosto 2019

Letturedeigiornipassati. 31 Anders: «non è che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi».


Tratto da “Che progresso è, se fa a meno degli uomini?” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 20 di agosto dell’anno 2016: Prometeo, il titano che ha donato la tecnica ai mortali e che il mito greco voleva prudentemente incatenato dagli dei, oggi non ha altro limite che la propria forza. Il (…) ragionamento che a far disastri sulla Terra non è la tecnica con la sua razionalità ma la politica col suo arbitrio non farebbe una piega, se la tecnica fosse un'arte innocente e non condizionata dall'opinione dei tecnici, che difficilmente concordano sulle vie da seguire. Alcuni tecnici sono favorevoli al nucleare, altri non cessano di spaventarci illustrandoci i rischi che corriamo. Alcuni dicono che gli organismi geneticamente modificati non procurano alcun danno alla nostra salute, altri invece ci terrorizzano circa il futuro dell'umanità se questa pratica divenisse globale. Certi ritengono che il riscaldamento della Terra sia causato dall'uomo, altri ci dicono che tutto dipende dai normali cicli della natura. Cosa ci insegna tutto questo? Che i problemi che ho citato sono così grandi da trascendere la competenza specifica di ciascun tecnico (a cui peraltro manca la possibilità per verificare sui tempi lunghi, quindi per le generazioni future, l'effetto delle sue convinzioni). Oppure, più semplicemente, che occorre non dimenticare che anche i tecnici sono uomini, e al pari di tutti gli uomini, oltre alle competenze specifiche, hanno idee personali, passioni, appartenenze politiche, interessi privati che non consentono loro di dire la pura verità. Per cui anche i tecnici nei loro responsi non sono più puri e immacolati di quanto non siano i politici. Questa considerazione ha anche un aspetto positivo. Ci ricorda che l'uomo, come dicevano i Greci, è un "animale politico", irrimediabilmente politico. Nel senso che vive con gli altri, con interessi contrapposti, con passioni le più differenziate a cui seguono decisioni che - a differenza delle decisioni tecniche - non sono spassionate e neppure sempre e solo razionali. La razionalità della tecnica vede le passioni degli uomini, i loro sogni, le loro insoddisfazioni, le loro aspirazioni, le loro aspettative, i loro amori e le loro malinconie come fattori di disturbo del procedimento tecnico, che chiede solo di raggiungere il massimo degli scopi con l'impiego minimo di mezzi, senza intralci o inconvenienti antropologici. Se questa razionalità tecnica, per ora limitata ai luoghi di lavoro, dovesse estendersi per governare gli uomini con gli stessi criteri con cui si governano le macchine, avremmo un mondo perfettamente ordinato, senza però più la traccia dell'uomo come finora l'abbiamo conosciuto. Io non sono contro la tecnica che ci fa vivere meglio dei nostri nonni (anche se per esserne certi dovremo attendere ancora una o due generazioni). Io sono contro, e per quel che posso combatto, l'eventualità che la razionalità della tecnica diventi la razionalità universale. Perché in questo caso avremmo non solo una dittatura più costrittiva di quella dei fascismi e dei comunismi, dove tutto ancora dipendeva da un uomo o da un apparato a cui potersi ribellare, ma la perdita di tutte quelle espressioni irrazionali che rendono l'uomo capace di amare, piangere, sorridere, di guardare il cielo senza altro scopo che non sia contemplarne la bellezza (che, detto per inciso, è un altro fattore che dal punto di vista tecnico non riveste alcuna utilità). (…). …consiglio di leggere un libro che Günther Anders, ponendosi provocatoriamente dal punto di vista della razionalità tecnica, ha intitolato L'uomo è antiquato per illustrare come Prometeo, che il mito greco aveva "incatenato" a una roccia, oggi sia "scatenato": poiché oggi la capacità della tecnica di "fare" è enormemente superiore alla nostra capacità di "prevedere", siamo tornati all'angoscia che i primitivi provavano davanti all'imprevedibile. E il problema che si pone, scrive Anders, «non è che cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi».

lunedì 19 agosto 2019

Letturedeigiornipassati. 30 «Gli uomini non hanno mai conosciuto la realtà».


Tratto da “È meglio studiare il mondo o farne esperienza?” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 19 di agosto dell’anno 2017: La realtà è filtrata dalle tecnologie e solo chi pensa molto riesce a distinguere il reale dall'immaginario. Esperienza è una parola equivoca. (…). Di fatto la realtà non è mai accessibile se non nella forma già codificata da un'interpretazione collettiva, a cui si aggiunge un'interpretazione personale. L'uomo, infatti, non ha mai abitato la realtà, ma sempre e solo l'interpretazione che le varie epoche ne hanno dato. Se infatti è vero che nel mondo antico la realtà era descritta dal mito, nel medioevo dalla visione religiosa, nell'età moderna dalla scienza, e oggi dalla tecnica, ci è consentito dire che gli uomini non hanno mai conosciuto la realtà, ma solo la sua interpretazione: prima mitica, poi religiosa, poi scientifica e ora tecnica. Se non fosse stato così non potremmo parlare di storia e di successione di epoche. All'interno di questa interpretazione collettiva della realtà, c'è poi l'interpretazione personale, per cui quando i padri dicono ai figli e i vecchi ai giovani: «Parlo per esperienza», la loro esperienza non è di alcuna utilità. Come scrive infatti il filosofo Andrea Tagliapietra in un bellissimo libro uscito in questi giorni dal titolo Esperienza (Ed. Cortina): «Nell'era di internet, dello smartphone, dei Google Glass e degli altri apparecchi tecnologici che affollano la nostra vita quotidiana con la capillarità di un'ossessione psichica e l'invadenza di protesi corporee, l'esperienza appare sempre filtrata, mediata da dispositivi composti da schermi che tocchiamo ma non attraversiamo mai e che, quindi, non ci fanno mai toccare il mondo». Se un tempo l'uomo doveva percorrere il mondo per esplorarlo e farne conoscenza, ora, tramite radio, televisione, internet, il mondo ci è fornito a casa come l'acqua, il gas, la luce e ciò modifica radicalmente il nostro modo di fare esperienza. Se per conoscere quel che avviene nel mondo dobbiamo tornare a casa, non «siamo più nel mondo» come vuole l'espressione di Heidegger, ma siamo semplici consumatori del mondo, di cui peraltro consumiamo solo le immagini. Le quali, potendo essere evocate in qualsiasi momento, confondono in noi i concetti di "limite" e di "onnipotenza" a stretto confine col mondo dei sogni e delle allucinazione. Se infine l'importanza di un fatto dipende dalla sua diffusione mediatica, allora la realtà dovrà misurarsi sull'apparire, anzi sulla sua illimitata duplicazione. Di questa noi facciamo esperienza, non della realtà. Ci veniamo così a trovare in una condizione analoga a quella descritta da Günther Anders in quel Racconto per bambini dove si narra questa storia: «Il re non vedeva di buon occhio che suo figlio, abbandonando le strade controllate, si aggirasse per le campagne per formarsi un giudizio sul mondo; perciò gli regalò carrozza e cavalli: "Ora non hai più bisogno di andare a piedi" furono le sue parole. "Ora non ti è più consentito di farlo" era il loro significato. "Ora non puoi più farlo" fu il loro effetto». (…).

domenica 18 agosto 2019

Terzapagina. 95 «The Game».


Tratto da «Ecco 'I Barbari 2': si intitola 'The Game'» di Alessandro Baricco, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 3 di aprile dell’anno 2018: (…). La Silicon Valley è uno di quei pezzi d’America che potrebbero essere ovunque, in America. È quel genere di posto in cui per andare dal barbiere prendi l’autostrada. In alternativa ti perdi in giganteschi quartieri di villette, disegnati come parole crociate, ogni casella una villetta, le caselle nere sono quelle in cui il padre ha perso il lavoro e vedi le erbacce in giardino (qui non ce ne sono, peraltro: tutti hanno un lavoro). In una di quelle caselle, per inciso, son andato a omaggiare uno dei luoghi sacri dell’insurrezione digitale: il garage dove Steve Jobs e Steve Wozniack, ragazzetti, iniziarono a lavorare. Aveva due cassonetti davanti, il portone bianco e l’aria di non ricordarsi di nulla. Tipico della civiltà digitale. Non sa cosa farsene del sacro. Le città hanno nomi che sono diventati epici: Palo Alto, Mountain View, Cupertino, Menlo Park. Ti immagini posti fighissimi, ma alla fine, a parte villette e villone, c’è la solita via centrale, downtown, elegantina, dove i ristoranti sono amabili ma i negozi d’arredamento, per dire, sono da querela. Certi salotti che in Brianza sono passati di moda ai tempi di Fanfani. È difficile capire. Cerchi i segni di un’umanità che dovrebbe stare anni davanti a tutti gli altri e alla fine ti ritrovi con i sofà in stile gotico country. Mah. Che poi, per uno spiritoso equivoco, mi sono ritrovato in un motel in stile Indiani d’America, nel senso che c’erano le abat-jour di vacchetta, le volpi di legno sul comodino e ritratti di indiani Pawnee alle pareti: ma non una roba etnica, o politicamente corretta, no, proprio quel genere di immaginario chip che poteva avere una signora coi bigodini negli anni ’50. Infatti all’ingresso c’era la foto dell’inaugurazione, 1959, tutti in bianco e nero a sorridere al fotografo. La fierezza aleggia ancora nell’aria, come sono ancora lì le pelli di vacca alle pareti e i tappeti falso-Comanche per terra. È una cosa che mi ha fatto pensare, perché a dieci minuti da lì ci sono i quartieri generali della Apple, per dire, e quindi ho finito per fare una sorta di equazione: se questi, che stanno a uno sputo da Google, dalla Apple, da Facebook, e da migliaia di start up digitali, se questi stanno ancora qua con le abat-jour in vacchetta, archi e frecce alle pareti, e piccoli bisonti di legno come suppellettili, cosa diavolo stiamo a preoccuparci noi, a migliaia di chilometri di distanza, che ci portino via le madonne fiamminghe e la musica di Schubert? No, dico sul serio, sarà mica che ci facciamo delle paranoie senza senso? Ce le facciamo, è ovvio, (…), fuggendo dal disastro del Novecento. E in effetti, dopo un po’ mi son visto crescere sotto agli occhi una mappa, sicuramente imprecisa, ma abbastanza credibile, zeppa di cose che non sapevo, e di continenti che intuivo ma non avevo mai misurato bene, o oceani che non sapevo esistessero e adesso erano lì. E man mano che cresceva - ogni tanto lasciandomi secco dalla sorpresa, per certe combinazioni di eventi, o meraviglie di design mentale - man mano che cresceva vedevo salire su da non so dove un nome che non ne voleva sapere di andarsene, tanto che alla fine sono arrivato a concludere che probabilmente è il nome della civiltà in cui viviamo. (…). The Game. Non sono mai cose casuali, comunque: se il Game è nato proprio lì, nella Silicon Valley, la cosa aveva le sue ragioni. Nel giro di pochi chilometri c’erano: i militari, l’industria aerospaziale, una valanga di produttori di microchip, un’Università come Stanford, Hollywood (senza sogni non si va da nessuno parte), i pionieri della science computer (la Hewlett-Packard), e soprattutto: una gran numero di sciroccati hippy: la controcultura californiana. Mescolate, shakerate, e ottenete Steve Jobs. Questa è una cosa che ci ho messo un po’ a capire: mi sembrava una rivoluzione tutta guidata da ingegneri e tecnocrati, ma non avevo fatto i conti con l’anomalia californiana. Da noi se negli anni Settanta avevi un cognato ingegnere informatico, non è che ci passavi le sere fumando spinelli, ecco, né pensavi che potesse avere in mente di sfasciare il sistema. Era già tanto se non andava in Chiesa. Ma lì, in California, il cognato ingegnere spesso aveva i capelli lunghi, si lavava poco, aveva tendenze nerd, si chiamava hacker, spendeva tutto il suo tempo in oscuri laboratori di computer science e sul mondo aveva un’idea molto elementare: era da rifare. Di fatto, in quei posti, ai tempi, se c’erano dieci ventenni a cui la way of life dei padri faceva schifo, cinque sfilavano contro la guerra in Vietnam, tre praticavano il libero amore su un pullmino Volkswagen e due stavano in un laboratorio a programmare videogame. È bene sapere che noi viviamo nella civiltà immaginata dagli ultimi due. Volevano cambiare il mondo, ho poi capito, e lo fecero con un sistema da ingegneri, da cui ho finito per imparare molto. Nel modo migliore l’ha sintetizzato, in un’intervista, Stewart Brand, un uomo di cui non sapevo nulla, fino a qualche mese fa. Era (è) una specie di profeta, molto noto nella Silicon Valley, un beat che girava con il giubbotto di daino con le frange, sperimentava gli effetti dell’LSD e nel frattempo bazzicava i migliori laboratori di computer science. Be’, una volta, in un’intervista, disse questa cosa: «Puoi cercare di cambiare la testa alla gente, ma perderai solo il tuo tempo. Quello che puoi fare è cambiare gli strumenti che usa. Fallo e cambierai la civiltà». Pensateci bene e d’improvviso vi sembrerà molto più chiaro quello che è successo negli ultimi trent’anni.