"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 16 dicembre 2018

Riletture. 53 «Francisco Serrano, conquistato e non più conquistatore».



Tratto da “Il progresso ha rovinato le nostre vite” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di dicembre dell’anno 2016: Nel luglio del 1511 Francisco Serrano, capitano di una delle tante flotte portoghesi che stanno saccheggiando i mari d’oriente, amico fraterno di Fernando Magalhanes, alias Magellano, il grande navigatore che qualche anno dopo proverà a fare il giro del globo via mare per dimostrare in modo concreto che la terra non è piatta ma è una sfera, come avevano ipotizzato i greci già nel III secolo a.C., ma che in quel momento è solo un modesto sobresaliente, cioè un soldato semplice, approda per primo alle mitiche ‘isole delle spezie’, oggi isole della Sonda, ancora vergini e non intaccate dalle conquiste europee e maomettane. In alcune lettere all’amico Magellano, Serrano descrive l’accoglienza festosa degli isolani e la loro vita semplice: “La popolazione vive nuda e pacifica allo stato naturale, non conosce il denaro né mira a particolari guadagni”. Serrano, conquistato e non più conquistatore, decide di accettare “la vita primitiva, deliziosamente pigra, di quei cordialissimi indigeni”. Sposerà una ragazza nera del luogo e vivrà nelle Islas de la Especerìa fino alla morte. Naturalmente le conquiste europee spazzeranno via quella vita idilliaca oltre che quella cordialità e generosità verso il diverso, verso ‘l’altro da sé’. Lo stesso schema si ripeterà, più o meno negli stessi termini, con le tribù dell’Africa nera e con la cultura azteca un po’ più strutturata. Montezuma nel 1519 accoglierà Hernàn Cortés con tutti gli onori e con la stessa generosità con cui gli indigeni delle Isole delle Spezie avevano accolto Serrano. Non poteva immaginare lui che più che un Re guerriero era in realtà un uomo profondamente spirituale, le insidie che si portava in casa. Gli spagnoli faranno piazza pulita della cultura azteca. Dirà un soldato spagnolo: “Per me non è un problema uccidere. Uccidere è il mio mestiere”. Questa era la mentalità. Non si tratta di ripescare il mito del “buon selvaggio” di Rousseau. Il “buon selvaggio” non è mai esistito come, al contrario, è sempre esistita la guerra anche se nel corso dei secoli ha dilatato enormemente le sue dimensioni e le sue capacità distruttive come ci dicono anche gli eventi che sono sotto i nostri occhi. Ciò che qui ci interessa sono le modalità della vita che Serrano trovò nelle Isole delle Spezie e altri europei nelle tribù africane o nel mondo precolombiano. Quella semplicità, quell’ingenuità, quella sostanziale purezza, quella generosità, quella cordialità nei confronti dello sconosciuto e dell’‘altro da sé’, quella mancanza dello spirito del profitto e soprattutto, direi, quella “deliziosa pigrizia” sono completamente scomparse dal mondo moderno e post moderno. E’ il passaggio da una società statica a una dinamica, qual è, in modo compulsivo, la nostra. Cosa ci ha portato di vantaggioso, in termini di qualità della vita, in termini esistenziali, quello che noi oggi orgogliosamente chiamiamo Progresso? Stress, angoscia, nevrosi, depressione, quel muoversi di continuo, scompostamente, ossessivamente, in nome dell’Economia e della Tecnologia, per raggiungere non si sa bene quali obbiettivi. Altro che la “deliziosa pigrizia” che Serrano trovò nelle tribali e incontaminate Isole delle Spezie. “Indietro non si torna!” gridano con gli occhi iniettati di sangue illuminista i pensatori, o presunti tali, della post modernità. Bravi. Ma proprio questo è il problema. Noi non torneremo più alla leggerezza di vita degli indigeni delle Isole delle Spezie. Ma il presente che viviamo e soprattutto il futuro che ci aspetta assumono contorni sempre più terrificanti. Finché un giorno, forse non tanto lontano, questo modello che io ho definito ‘paranoico’ collasserà su se stesso. Non potremo ritrovare la serenità delle Isole delle Spezie ma perlomeno, io spero, una vita degna di essere vissuta. La nostra non lo è.

sabato 15 dicembre 2018

Riletture. 52 «La triste contabilità della corruzione».


Tratto da “Corruzione, business mondiale duemila miliardi di malaffare” di Eugenio Occorsio, pubblicato sul settimanale A&F del 15 di dicembre dell’anno 2014: L’Italia è messa malissimo: 69° posto nella classifica di Transparency International con 60 miliardi l’anno di tangenti, la metà di tutte quelle pagate in Europa. Ma in tutto il mondo la corruzione dilaga sempre di più e ha raggiunto - secondo gli studi della Banca Mondiale - l’astronomica cifra di 2,3 trilioni di dollari, pari a duemila miliardi di euro. E l’Ocse calcola che in media più del 10% di ogni opera pubblica, e fino al 40% dei proventi dell’infrastruttura stessa, se ne vadano in mazzette. (…). Tutto il mondo è paese, si direbbe. Ma come nella Fattoria degli animali, qualche Paese è più paese degli altri. L’Italia purtroppo è fra questi, indicato da tutti gli organismi internazionali che studiano il problema come uno di quelli a più alto rischio. Trasparency International ci colloca ad un umiliante 69° posto nella classifica mondiale della corruzione dietro il Ruanda, il Ghana, la Turchia, la Georgia, la Croazia, ultimi in Europa a pari merito (merito?) con la Grecia. Quanto costa la corruzione al nostro Paese? Incrociando i vari studi nonché le relazioni della Corte dei Conti e del ministero degli Interni, si calcola intorno ai 60 miliardi di euro l’anno, il 4% del Pil del nostro Paese, nettamente al di sopra della media mondiale. Dieci volte la manovra aggiuntiva che ci chiede la commissione Ue per rientrare nei parametri, il doppio dell’ammontare in tre anni della spending review. È la metà del valore dell’intera Ue, secondo i calcoli della Commissione. «La cifra è calcolata inevitabilmente con qualche approssimazione, ma anche se fosse dieci miliardi in più o in meno, nella sua enormità denota l’esistenza di un drammatico freno allo sviluppo e di un’incoercibile resistenza per gli investitori internazionali», commenta Brunello Rosa, capo economista del Roubini Global Economics, che ha redatto uno studio sulla corruzione in Europa con particolare focus sull’Italia, cui ha collaborato anche Raffaele Cantone, capo dell’Authority creata ad hocdall’attuale governo. Quanto alle cifre globali, c’è da rabbrividire. La Banca Mondiale ha recentemente aggiornato la sua triste contabilità della corruzione, portando il totale globale dei fondi neri ad essa “dedicati” a 2,3 trilioni di dollari, circa 2 trilioni di euro, duemila miliardi. È il 2,3% del Pil mondiale che è di 85 trilioni di dollari. (…). I fondi finiscono nei conti segreti alle Cayman, a Montecarlo, in Svizzera, dei dittatori e dei manutengoli locali. Il think-tank americano Global Financial Integrity ricorda che si parla di 3 miliardi di dollari al giorno in una fascia del mondo in cui muoiono ogni anno per fame e stenti 18 milioni di persone, 50mila al giorno: «Quanti di questi si potrebbero salvare?». (…). L’Ocse, (…), dimostra che nei Paesi che ne fanno parte fra mazzette e ruberie simili se ne va in media il 10,4% del valore di ogni infrastruttura pubblica nonché una media del 30%, con punte superiori al 40, del profitto derivante dall’opera: pedaggi, biglietti, royalty di accesso et similia. Due terzi dei casi di corruzione transnazionale ricadono in quattro settori: estrazione di idrocarburi e altre materie prime (19%), costruzioni (15%), trasporti (15%), informazione e comunicazione (10%). Nel 53% dei casi è direttamente colpevole qualche dirigente dell’azienda corruttrice, e nel 12% il Ceo. «Non vale quindi indicare le “mele marce” di un sistema quando questo è corrotto dal vertice», scrive il rapporto. Ancora nel Bribery report dell’Ocse (datato 3 dicembre 2014) si legge che tre affari viziati su quattro sono condotti attraverso intermediari, ma questi intermediari sono nel 35% dei casi “veicoli” della stessa impresa che corrompe i pubblici ufficiali, come filiazioni in un paradiso fiscale, broker in house, società di marketing in qualche modo collegate con l’azienda. (…). L’Ocse trae le sue conclusioni: troppo pochi casi si sono conclusi con l’arresto dei colpevoli (80), la maggior parte si sono risolti con ammende e qualche confisca. Oltre all’inasprimento delle pene l’Ocse raccomanda una miglior protezione dei “delatori”, e ricorda che ancora incompleta è l’attuazione della direttiva europea del 2004 che, seguendo le indicazioni che la stessa Ocse aveva formulato nel lontano 1997, esclude da successive gare internazionali gli operatori colpevoli in qualche precedente caso di corruzione. «Invece solo a due delle 115 società che avevano pagato tangenti per assegnazioni pubbliche, è stato proibito di fare offerte per successivi appalti». Proprio sulla base delle raccomandazioni dell’Ocse sono state redatte le leggi nazionali anticorruzione, solo che ci sono voluti molti anni: la Gran Bretagna si è dotata di un convincente Bribery Act nel 2010, e l’Italia addirittura nel 2012: è la legge che adesso Renzi vuole emendare nei punti indicati dall’Ocse: dall’allungamento della prescrizione e inasprimento delle pene alla sospirata e tuttora incerta ripenalizzazione del falso in bilancio. (…). «La capacità di attrarre investimenti, la qualità dell’ambiente di business, l’efficacia della decisione politica, è per l’Italia inferiore a tutti i Paesi concorrenti e a livelli comparabili con i Paesi emergenti di crescita come i Bric, che però possono contare su altri fattori di competizione di prezzo, dai bassi salari ai tassi di cambio artificialmente svalutati». Elaborando i parametri economici dei danni della corruzione, si scopre un’infinità di effetti indiretti: «Prendiamo l’incentivo all’emigrazione dei cervelli», spiega Rosa. «Un ambiente a competizione truccata, o percepito come tale, costituisce un formidabile incentivo ad abbandonare il Paese per chi, persona o impresa, intende basare il proprio successo solo sulle capacità, sull’impegno, sul merito, sui titoli acquisiti». Le conseguenze si dipanano in una catena diabolica: «Le imprese sane, non disposte a scendere a bassi compromessi, sono disincentivate dal partecipare alle gare d’appalto finendo per l’uscire dal mercato peggiorando così l’eticità media del tessuto produttivo». L’unico modo per interrompere questa catena, in Italia come nel resto del mondo, è bloccare sul nascere in ogni modo possibile, disincentivando e punendo, le operazioni di corruzione.

venerdì 14 dicembre 2018

Sullaprimaoggi. 41 «Salvini non è un incidente della storia, non viene dal nulla».


Tratto da “I gilet gialli che qui sono potere” di Marco Damilano, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 9 di dicembre 2018: (…). A Roma, (…), i gilet sono al governo, il loro leader siede al vertice delle istituzioni, dove si sorveglia sull’ordine pubblico, e lo indossa verde (o blu), con la felpa, la maglietta con le stellette, la divisa dei pompieri e della polizia, il caschetto da operaio. La mattina salta su una ruspa, il pomeriggio offende, insulta, stabilisce l’elenco dei buoni e soprattutto dei cattivi: in questi ultimi giorni nella lista sono entrati il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio («non rappresenta i cattolici»), gli industriali e imprenditori riuniti a Torino («vadano a lavorare») e un servitore dello Stato come il procuratore capo di Torino Armando Spataro («vada in pensione»). Terminato il giro, la sera va in televisione e continua a dispensare propaganda. Interrogato da Massimo Giletti, è riuscito addirittura a cambiare il testo del Vangelo, spiegando che «è vero, c’è scritto che bisogna accogliere tutti, ma nei limiti del possibile». Prendano nota esegeti, teologi, parroci e semplici fedeli: il vangelo di Matteo, quello in cui si legge al capitolo 25 «ero straniero e mi avete accolto», è archiviato, sostituito da quello di Matteo Salvini in cui si dirà, più correttamente: mi avete accolto nei limiti del possibile. Sabato 8 dicembre il Gilet al governo ha convocato una piazza a Roma, approvando una campagna di comunicazione giocata tutta “contro”: contro chi non sta con lui.