"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 15 ottobre 2018

Riletture. 27 «Denaro che, da mezzo, è diventato il fine di ogni nostro agire».

Tratto da “Quanto vale il denaro?” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale D del 15 di ottobre dell’anno 2016: Quando è stato inventato ha liberato i servi dai signori. Oggi che è il fine ultimo ci rende servi di falsi bisogni. Che cos'è il denaro? Aristotele diceva che con esso non si può costruire una ricchezza, perché il denaro non è un bene, ma il simbolo di un bene, e con i simboli non ci si arricchisce. I Greci antichi chiamavano il denaro "nómisma" e "nómos" la legge. Il denaro non ha infatti un valore in sé, ma in virtù di una legge che lo istituisce, in forza della quale il denaro ha una circolazione e un "corso legale". Oggi la finanza, scambiando denaro con denaro, produce una ricchezza decisamente superiore a quella che si può ottenere lavorando con i beni prodotti della terra o dall'industria. Il denaro, simbolo del bene, diventa più importante dei beni Nel Vangelo di Luca (6, 35) leggiamo: «Mutuum date nihil inde sperantes», date in prestito senza sperare niente. Nell'Occidente cristiano, ditelo alle banche, molte delle quali, tra l'altro, portano nomi di santi... Eppure, durante la sua storia, il denaro è stato anche uno strumento di liberazione perché, nel regime feudale, dove il servo doveva consegnare l'intero suo tempo e l'intera sua esistenza al signore, l'introduzione del denaro ha reso possibile oggettivare i rapporti personali: il servo non doveva più mettere a disposizione del signore l'intera sua vita, ma solo la sua prestazione in cambio di una remunerazione. Qui però i benefici dell'introduzione del denaro finiscono. Man mano infatti che il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene, cessa di essere un "mezzo" in vista di quegli scopi, per diventare esso stesso il "fine ultimo", per acquisire il quale si stabilisce se è il caso di soddisfare i bisogni (soprattutto quelli di chi non ha denaro) e in che misura produrre i beni onde evitare che l'offerta sia più copiosa della domanda, e quindi non garantisca un buon prezzo (è questa la ragione per cui ancora oggi si distruggono i prodotti agricoli la cui eccessiva quantità potrebbe far crollare il prezzo di mercato). A partire dal denaro, divenuto il generatore simbolico di tutti i valori, si cominciò a considerare le persone esclusivamente in quanto produttori e consumatori, annodati in un circolo viziosissimo per cui se non si consuma non si produce e se non si produce crescono la disoccupazione e la povertà in generale. A questo punto tutti siamo invitati a un "consumo forzato". E se di acquistare merci nuove non abbiamo bisogno perché i nostri vestiti, o le nostre automobili, i nostri televisori, i nostri telefonini, sono ancora in buono stato, allora subentra la moda a metterli fuori uso perché, anche se ancora utilizzabili, sono socialmente "fuori moda". Se la moda incentiva i consumi, la pubblicità incentiva la produzione non solo di merci, di cui siamo più o meno tutti saturi, ma di bisogni. Perché anche i bisogni, veri o fittizi che siano, sono oggetto di produzione, come dimostra il fatto che la pubblicità prima induce il bisogno e poi offre la merce per soddisfare il bisogno che ha indotto. Ma non è sufficiente. È necessario che i prodotti si consumino il più rapidamente possibile, al punto che la data di scadenza non l'hanno solo gli alimentari, ma tutte le cose. In due modi: il primo, quando un pezzo si rompe e ti dicono che non vale la pena di ripararlo perché ti costa più o meno come un apparecchio nuovo; il secondo con i prodotti, soprattutto elettronici, che hanno inserito il principio di autodistruzione e si estinguono da soli dopo un certo tempo. C'è chi se la prende con i filosofi nichilisti senza accorgersi che in pieno nichilismo viviamo, se il rapporto produzione-consumo che regge il mercato prevede che tutte le cose siano portate al nulla nel tempo più rapido possibile. E tutto questo per produrre denaro che, da mezzo, è diventato il fine di ogni nostro agire, al punto che anche le cose più eccelse, più sublimi, più spirituali, come possono essere le opere d'arte, anche loro diventano tali solo se entrano nel mercato. Il quale, al pari di un dio, le carica di quel valore di scambio, che, spiegava Marx, a differenza del valore d'uso, è in grado di produrre denaro. Altri valori in circolazione non se ne vedono, per cui anche la nostra percezione del mondo cambia, perché più non riusciamo a riconoscere che cosa è giusto, che cosa è buono, che cosa è vero, che cosa è santo, ma solo che cosa è utile. E non solo la nostra percezione, ma anche il nostro pensiero subisce una pesante limitazione, riducendosi, come scrive Heidegger, al pensiero che «sa fare solo di conto» («Denken als rechnen»).

domenica 14 ottobre 2018

Sfogliature. 99 «Chaplinesque» di ieri e dell’oggi.


Oggigiorno abbiamo da piangere – o laicamente da ricordare – i morti del ponte Morandi. Ma nell’infinita successione di catastrofi nel bel paese ci sarebbero da ricordare i tanti, tantissimi morti del Belice, dell’Irpinia, dell’Aquila, ché sarebbe oltremodo oltraggioso non ricordare le tante, tantissime altre vittime di tutte quelle sciagure che, seppur minime tanto da non tener desti i mass-media per lungo tempo, punteggiano amaramente la vita italiana. La “sfogliatura” risale al martedì 14 di aprile dell’anno 2009, l’anno dell’immane sciagura dell’Aquila e dell’Abruzzo tutto. Altri i personaggi politici dell’epoca. Che, come con un maledetto “comandamento”, sembra abbiano trasmesso ai protagonisti dell’oggi il pressapochismo, l’incompetenza che a memoria d’uomo hanno sempre caratterizzato il dopo-sciagure nella solatia italica terra. Andavo annotando allora: Scrive nella lettera a Guido Bertolaso Sergio Bianchi, padre di Nicola, 22 anni, studente morto nel terremoto: “Al civico 11 di via D’Annunzio ho visto delle lesioni sui muri. Ho chiesto spiegazioni e mi hanno risposto che la situazione era sotto controllo. Nicola, caro viceministro, è stato ucciso dall’imprudenza delle istituzioni”. “Chaplinesque”. Di grazia, cos’è? Si ha traccia del neologismo leggendo lo splendido volume di Edmondo Berselli “Venerati maestri” edito, per i tipi Mondadori, nell’anno del signore 2006. Controllare alla pagina 168, ultimo periodare dell’illustre Autore. Una scrittura tagliente assai, che taglia  in profondità. Un particolare: il volume ha per sottotitolo “Operetta immorale sugli intelligenti d’Italia”. Si evincerebbe tutto già dal sottotitolo. “Intelligenti pauca”. Basterebbe per non andare oltre. Si direbbe: è la solita narrazione della arlecchinesca messa in scena allestita nel bel paese. Si direbbe: è il solito teatrino ambulante della politica e della vita pubblica più in generale, con tanto di burattini e di burattinai del bel paese. I sempiterni burattini. Manovrati dai sempiterni burattinai. Ed invece no. La lettura deve essere fatta e portata a termine. Coraggiosamente. Implacabilmente. Ossessivamente quasi. È vero che se ne esce “distrutti”. Nei falsi miti. Nelle illusioni epocali. Nello strabismo che coglie il lettore sofferente e temerario. Ma è giusto che lo si legga il volume di Edmondo Berselli. Torniamo al neologismo di cui sopra. E del titolo quindi del post d’oggi. Si apprende che esso, il neologismo, sbarcò da questa parte dell’Atlantico per merito dell’Elefantino, quello del “Foglio”. Elefantino auto-confesso d’avere fatto lo spione prezzolato per una potenza straniera. A mio parere, sommessamente, ma molto sommessamente, un modo di dire per darsi importanza. Per costruirsi un personaggio. Per darsi delle arie. Per “aumentarsi”. Come essere comunista quando la cosa faceva chic e clamore. Allora, illuminato sulla sua personale via di Damasco e risorto a nuova vita non più comunista ma approdato ad altri lidi politici più confortevoli da buon ateo devoto sempre genuflesso, l’Elefantino aveva fatta sua una missione delicata, decisiva e salvifica per l’intera italica schiatta: importare d’oltre oceano tutte le stroncature giornalistiche del film degli Oscar  “La vita è bella”. Il film di Benigni, per l’appunto. Del Roberto nazionale. Non certo, in verità, una prova d’Autore, quella di un Autore con la lettera iniziale maiuscola. Una prova che sfida l’oblio del tempo. O dei biblici tempi. Comunque, opinioni personali, sempre restando nella sfera del civile confronto culturale. Un film controcorrente, nuovo forse, per raccontare l’inenarrabile. L’inimmaginabile. L’Olocausto. Evidentemente all’Elefantino il film non piaceva. O c’era altro da fare. O c’era da ubbidire a qualcun altro. E quindi giù mazzate tremende. Meglio se le scazzottature portassero anche i colpi vibrati d’oltre oceano. E così scovò il neologismo. Forse rimasto, a suo dispetto, nell’ombra. Che sembra invece, a mio modesto parere, debba di diritto  entrare nel vocabolario che regola e sanziona le cose politiche e pubbliche del bel paese. Del politichese e di quant’altro della vita pubblica non proprio commendevole. Almeno alla luce dello  “spettacolo”  indecente “inscenato per”, e tramite il piccolo mostro domestico riversato senza limiti della decenza e dell’umana ragionevolezza e pietà cristiana tra le indifese mura delle case nostre, non più protette dai sacri, antichi e cari lari, nell’occasione del dramma abruzzese. Agire alla “chaplinesque”. Essere alla “chaplinesque”. Trascrivo di seguito, in parte, l’editoriale di Concita De Gregorio “Il dolore e i sondaggi”, editoriale pubblicato nel giorno della pasqua cristiana sul quotidiano l’Unità. “Chaplinesque” sarebbe da aggiungere alla prosa toccante dell’illustre giornalista e direttore di quel quotidiano: (…). Duecento bare. I morti sono quasi trecento, forse molti di più. Dei clandestini, si mormora, nessuno racconta né racconterà mai la storia. Vivevano negli scantinati, non hanno nome, non hanno chi li cerchi. Una sconcezza a cui nella vita ci siamo assuefatti perché conviene, è la morte a restituircela per quello che è: indecente, lercia.(…). I giornali avvisano che la popolarità di Silvio Berlusconi è arrivata al 73 per cento dopo il terremoto. C’è da vergognarsi a riferirlo. Incredibile pensare che sia stato commissionato un simile sondaggio. La sedia del premier vuota, il giorno dei funerali, parlava da sola. Lui non era tra le autorità, era a baciare e carezzare e piangere ad uso di telecamera, a dire – darò le mie case a questa gente -. Quali case? Quelle di Antigua o la villa sul Lago Maggiore? È vero. Anche far polemica in giorni così costa fatica. Preferiremmo tacere. Preferiremmo non dover dire faccia silenzio, signor presidente, e stia composto al suo posto. Se desidera rendere un servizio agli abruzzesi faccia in modo che si sappia subito chi ha speculato, raddoppi e triplichi le forze di chi indaga. Poi vigili sulla ricostruzione. Pietra su pietra rifaccia l’Aquila proprio dov’era e ne parliamo dopo. Ci vorranno anni, pazienza. Possiamo aspettare, anzi dobbiamo. Questa volta mostri di realizzare le promesse. Dopo, semmai, potrà anche commissionare un sondaggio. E “chaplinesque” sia.

sabato 13 ottobre 2018

Terzapagina. 48 Majakovskij: «Voi operai, i fottuti».


Due anni oggi senza Dario. Tratto da un’intervista di Beatrice Borromeo a Dario Fo – “Scelta disperata per salvare un partito e il Cav” -, pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 25 di aprile dell’anno 2013: E gli elettori, in questi giochi, dove sono? - Spariscono. Esistono solo in campagna elettorale. Il Pd ha fatto le primarie promettendo di ascoltarli. “Siete voi che decidete”, giuravano. Poi invece impostano un governo nel quale gli elettori proprio non contano. Per questo, a protestare in piazza, ci sono quasi più tesserati del Pd che grillini -.
Molti hanno faticato a capire la candidatura di Marini. - Quelli del Pd volevano qualcuno che, al momento giusto, si occupasse di loro. Rodotà sarebbe stato difficile da gestire -.