giovedì 26 gennaio 2012

Eventi. 2 La Memoria. Quando esisteva ancora un dio…

Come è stato possibile? Perché dio lo ha permesso? Quale dio? Quante volte abbiamo sentito porre o abbiamo posto quegli interrogativi? Come se rimandare il tutto alla disattenzione di un dio qualsivoglia ci scaricasse delle nostre responsabilità di umani. Ha scritto il professor Umberto Galimberti nel Suo La negazione del 6 di marzo dell’anno 2010: - Scrive Stanley Cohen: - È un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare - (…) La negazione consiste nel non percepire quel che si vede. (…). L'autore ricorda che negli anni Cinquanta, quando aveva dodici anni e viveva a Johannesburg in Sudafrica, una notte d'inverno, mentre scivolava nel suo letto riscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto (…) fosse fuori al freddo, strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato. L'indomani chiese alla madre quale fosse il paese d'origine di quell'uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo. La risposta della madre fu che Stanley, il suo bambino, era troppo sensibile. La cosa finì lì. Ma qualche anno dopo, il ricordo riemerse, e Stanley, ormai studente di sociologia a Oxford, incominciò a chiedersi: - Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo, dove spesso gli orrori dell'apartheid erano invisibili, e la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla loro consapevolezza? Oppure vedevano esattamente ciò che vedevo io, ma semplicemente non gliene importava nulla o non ci trovavano niente di sbagliato? -. (…). Quale meccanismo induce la gente a negare come se non sapesse quello che sa? Non c'è in questo mancato riconoscimento, che è l'esatto contrario della negazione, la prima radice, e se vogliamo la più profonda, dell'immoralità collettiva? Ogni tanto fa capolino la tentazione della negazione dei crimini contro gli ebrei. Contro l’umanità. È una tentazione comoda, che restituisce sicurezza. Quella tentazione potrebbe un giorno essere messa in atto per gli atti compiuti verso altri gruppi sociali, etnici, poiché la violenza del legno storto che è l’uomo non ha confini né regole che siano. Ché il giorno della memoria aiuti a scacciare quella ricorrente tentazione. Ha lasciato scritto, in un cartiglio ritrovato ad Auschwitz, l’ebreo polacco Salmen Gradowski: - Caro scopritore futuro di queste righe, ti prego, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terreno qui dove noi fummo. Qui troverai tanti documenti, ti diranno quanto è accaduto qui, tramanda tracce di noi milioni di morti al mondo che verrà dopo -. Di seguito ho trascritto il testo de’ La stella d’oro (sul link è possibile ascoltare il brano) del musicista Herbert Pagani.

Quando esisteva ancora un dio
il nonno di un bisnonno mio
di professione contadino
tirava avanti con fatica
un campicello da formica
tre zolle al fuoco del mattino
ed era un uomo calmo e pio
che divideva l’esistenza
tra la famiglia ed il suo dio
e non aveva che un tesoro
una stella d’oro.
Un giorno che era lì a zappare
vide degli uomini arrivare
in una nuvola di guerra
-Volete acqua?- domandò
quelli risposero -Ma no
quello che vogliamo è la tua terra-
Ma questa poca terra è mia
quelli risposero -Va via-
lui prese il libro del signore
la moglie i figli e il suo tesoro
la sua stella d’oro.
E camminando attraversò
la notte dell’eternità
chiedendo terra da zappare
-Datemi anche una palude
ed io con queste mani nude
ve la saprò bonificare-
-Va via straniero o passi un guaio
se vuoi restare l’usuraio
è tutto quello che puoi fare
tanto sei ricco d’un tesoro
la tua stella d’oro.-
Rimasto senza campicello
si disse -Ho solo il mio cervello
e quello devo coltivare-
divenne scriba e poi dottore
poi violinista e professore
ed Archimede nucleare
-Ma quanti sono santo iddio
come ti volti c’è un giudìo
come bollare questa peste
gli cuciremo su la sua veste
la sua stella d’oro.-
E cominciò una grande caccia
e mille cani su ogni traccia
e fu la fiera del terrore
braccati in casa e per le strade
erano facili le prede
con quella stella sopra il cuore
e il nostro vecchio contadino
perdette tutto in un mattino
moglie figli cuore e testa
e disse -Adesso non mi resta
che la mia stella d’oro.-
Allora corse verso il mare
lo attraversò per ritrovare
la terra che era stata sua
-Signore la vorrei comprare-
-Le dune qui costano care-
-Ma gliela pago-
-Allora è tua-
Piccola vanga nel deserto
quando un sparo all’orizzonte
attraversò lo spazio aperto
lui cadde in terra e sulla fronte
una stella d’oro.

martedì 24 gennaio 2012

Dell’essere. 4 Elogio della frugalità.

 - Già, Ettore. Dobbiamo imparare a dividere la pagnotta. Hai sentito a Servizio Pubblico Serge Latouche? Nel mio piccolo cerco di consumare poco e cercare di avere pochi soldi. Affettuosamente. Franca Maria -. È il commento che Franca Maria ha voluto lasciare al mio post L’indignazione si aggira per il pianeta. Il Suo commento mi sollecita a proporre una interessante intervista che Serge Latouche, tirato in ballo da Franca Maria, ha rilasciato al giornalista Gigi Riva sul settimanale L’Espresso. Non mi lascio sfuggire l’occasione. Titolo dell’intervista, che di seguito trascrivo in parte: Elogio della frugalità. Un elogio che sembra dal sen fuggito. Un anacronismo. Una provocazione. Proprio nei giorni della crisi più profonda durante i quali è tutto uno stracciarsi le vesti per i consumi che non ripartono. Sembra un invito, quello di Latouche, da bastian contrario. Negli anni trenta del secolo ventesimo, quelli segnati dal grande crack di Wall Street, amava affermare e riaffermare il Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt, quello del New Deal: - La gente di questo Paese è stata erroneamente incoraggiata a credere che si potesse aumentare indefinitamente la produzione e che un mago avrebbe trovato un modo per trasformare la produzione in consumi e in profitti per i produttori. La felicità non viene unicamente dal possesso dei soldi ma dal piacere che viene dal raggiungimento di uno scopo -. Penso che oggigiorno un pensiero così debba necessariamente ritrovare un posto nella vita di tutti i giorni. Di quella parte degli uomini del pianeta chiamato Terra che hanno provveduto a sfruttare e dissipare ricchezze e risorse naturali ed economiche non più rinnovabili. A scapito di una moltitudine di esseri umani emarginati e sfruttati. È l’alternativa alla apocalisse ambientale.  Ha dichiarato il sociologo Mauro Magatti in un’intervista concessa a Paola Pilati del settimanale L’Espresso: - E' finito un ciclo iniziato quarant'anni fa, quando il '68 ha fatto saltare il modello sociale nato nel dopoguerra in nome della libertà soggettiva. Ora, dopo trent'anni di esplorazione e dissipazione, dobbiamo chiederci cosa fare dopo quella lunga adolescenza, e cosa costruire in questa fase che chiamerei della maturità -. È finito il tempo della esplorazione e dissipazione: urge la maturità nelle scelte e nei comportamenti personali e collettivi.

(…). Serge Latouche, una teoria – seppur affascinante – ha bisogno di un progetto politico. E se anche una fetta di sinistra, in epoca di crisi economica, pensa che la risposta sia la crescita, allora lei ha poche chances. “Il problema è un cambiamento culturale profondo. I giovani tornano al produttivismo perché cercano un impiego che non hanno e non riescono nemmeno a immaginare una società che crea lavoro senza essere dentro la logica della crescita. Nessuno gliel’ha spiegata”.
È invece possibile. “Partiamo dalla considerazione opposta. Da diverso tempo la crescita, almeno quella che noi conosciamo in Occidente e che negli anni più floridi è stata al massimo nell’ordine del 2 per cento, non crea posti di lavoro. Ci vorrebbe una crescita del 5-6 per cento per eliminare la disoccupazione. Cifra evidentemente impossibile da raggiungere”.
La politica, o meglio gli economisti che hanno sostituito i politici, si affannano su ricette che riducano i debiti pubblici e, se ci riescono, rilancino lo sviluppo. “Sì, il famoso programma del vertice del G8 di Toronto del 2009 che si è chiuso con la doppia impostura contenuta nelle parole rilancio e austerità. Basta andare a chiedere ai greci cosa ne pensano di questa politica e dei suoi risultati catastrofici. In Grecia il popolo aveva votato massicciamente per un partito socialista che non è riuscito a realizzare i suoi progetti perché, a causa della pressione dei mercati, si è visto imporre un’austerità neo-liberale. Dopo il fallimento del socialismo reale assistiamo al vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberismo. E non vale solo per la Grecia”.
Una parte degli economisti di sinistra cerca in effetti di badare al sodo: rilancio di consumi e investimenti per ridare un segno più al prodotto interno lordo. “Lo fanno alcuni intellettuali, come Joseph Stiglitz, che rilanciano vecchie ricette keynesiane, ma è una terapia sbagliata. Almeno dagli anni Settanta i costi della crescita sono superiori ai suoi benefici e stiamo esaurendo le risorse naturali. Quella della crescita è solo un’illusione, un inganno che possiamo perpetuare per qualche anno, non di più. Prendiamo l’Europa ad esempio. Sia governi di sinistra come quelli di Papandreou o Zapatero, quando c’erano, sia di destra come Merkel o Sarkozy, continuano a proporre per uscire dalla crisi le stesse ricette che l’hanno prodotta. Quando ci vorrebbe il coraggio di uscire dalla logica della religione della crescita”.
Resta da capire con chi lei immagina di realizzare questo progetto. “Con una sinistra che sia davvero tale e che superi qualche tabù come quello dell’euro. La moneta unica ci sta strangolando perché è supervalutata e ci impedisce di fare politiche nazionali di protezionismo economico e sociale. Ci impedisce, di fatto, di gestire la crisi perché non possiamo svalutare la moneta”.
La sua ricetta, decrescere, o “a-crescere” come lei ha precisato, per alcuni evoca una lugubre stagione di privazioni e rinunce. “Siamo entrati lentamente nel capitalismo, che è il sinonimo di crescita, e lentamente ne usciremo. Grazie a un cambiamento lento, ma ineluttabile. Lavoreremo meno per produrre meno. Se si produce meno si distrugge meno natura, ma non è detto che si abbia necessariamente meno. Se invece di cambiare automobile ogni due anni e computer ogni anno li si cambia ogni dieci perché se ne producono di resistenti, la soddisfazione del bisogno di possedere quegli oggetti è esaudita ma c’è bisogno di meno denaro, dunque di meno lavoro. E si avrà più tempo libero per relazioni e affetti”.
C’è da chiedersi cosa faranno i dipendenti di quelle aziende di computer o auto. “A loro volta avranno bisogno di meno. È il nostro rapporto col tempo che va completamente rivisto. Siamo così stressati che dormiamo, in media, meno che in passato, guardiamo troppa televisione, non facciamo sport, diventiamo obesi (altro problema sociale) e non ci occupiamo dei nostri bambini”.
Lei, professor Latouche, sta dipingendo un perfetto modello occidentale. Ma il mondo è assai più vasto. “Infatti  decrescita è uno slogan da usare per i Paesi ricchi, senza pretesa di imporlo ad altri. Io so solo, però, che l’ideologia della crescita è catastrofica per tutti, a ogni latitudine. Ma ciascuna società deve poi gestire il funzionamento dell’a-crescita secondo i propri valori. I cinesi arriveranno a pratiche ecologiche per poter stare meglio. Per gli africani la parola crescita non ha granché senso e semmai devono pensare di produrre di più nel settore alimentare. Ma stando attenti a salvaguardare il territorio”.
Tornando a noi: è di gran moda l’espressione sviluppo sostenibile. “Mi spiace, non ci sto. Non c’è nessuno sviluppo che sia sostenibile oggi. Abbiamo dissipato troppe risorse. Dovremmo fare più attenzione. Penso sempre a due Tir che si incrociano sotto il tunnel del Monte Bianco e uno porta l’acqua minerale francese a voi, l’altro l’acqua minerale italiana a noi. Che spreco”.
Che altro guadagniamo dalla decrescita? “Mi viene in mente Baldassarre Castiglione e il suo Il cortigiano, in cui suggeriva al Principe di dare più tempo alla vita contemplativa e alla riflessione e meno all’azione. Ecco, il tempo per se stessi sarebbe davvero il regalo migliore della decrescita”.

sabato 21 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 7 L’indignazione si aggira per il pianeta.

L’indignazione si aggira per il pianeta è il titolo di una interessante intervista che Zygmunt Bauman ha rilasciato al quotidiano l’Unità a firma di Giuliano Battiston. È una intervista - che di seguito trascrivo in parte - pregna di tutte quelle idee che il sociologo di origine polacca non demorde dal diffondere con forza e dal dibattere per sollecitare una presa di coscienza della catastrofe, economico-finanziaria, etica e morale verso la quale l’umanità inconsapevolmente colpevole precipita. Scrive il professor Umberto Galimberti in Psicoanalisi o consulenza filosofica?: “(…). Se (…) la cultura economica oggi dominante ci percepisce come semplici produttori e consumatori, riducendo i nostri interessi al semplice reperimento o accaparramento del denaro, divenuto l'unico generatore simbolico di tutti i valori, nasce quella domanda che Franco Totaro si pone in quel suo bel libro Non di solo lavoro (Vita e Pensiero): "Ma i fini dell'economia sono anche i nostri fini?". (…). E ancora se nella nostra epoca governata dalla tecnica, che non si propone altro scopo che non sia il proprio auto-potenziamento, quanti individui soffrono per l'insensatezza della loro attività lavorativa e si percepiscono come semplici mezzi in un universo di mezzi, senza che si profili una finalità in grado di conferire un senso alla propria vita. Soprattutto oggi, dal momento che, come scrive Günther Anders in L'uomo è antiquato, (Bollati Boringhieri): ‘Mentre un tempo la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, oggi appaiono miserevoli perché privi di senso’. (…).” Oggigiorno, essendosi inaridita e resa sterile la terra vergine artificialmente creata, quella costruita sulla cultura delle carte di credito, occorrerebbe intraprendere un percorso politico mai esplorato che consentisse il superamento di una politica che tuttora rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato mentre urgono decisioni che  abbiano una portata globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti. È questo il gioco messo in campo dalla grande crisi, ché solo la politica alta può affrontare con la speranza di una non improbabile riuscita.

(…). In un mondo in cui le vecchie coordinate della modernità solida stanno scomparendo, come individuare le domande più pertinenti e i problemi sociali a cui rispondere con più urgenza? «Viviamo in un tempo di vuoto (simile all’interregnum dell’antica Roma), un periodo in cui i vecchi metodi con cui facevamo andare avanti le cose risultano inefficaci, mentre non ne sono stati ancora inventati di nuovi. È un periodo di cambiamento, non di transizione, perché transizione implica un passaggio da un qui a un lì, e sebbene conosciamo piuttosto bene il qui da cui cerchiamo di fuggire non abbiamo idea del lì dove vorremmo arrivare. (…). Oggi (…) i poteri che determinano la nostra condizione – la finanza, gli investimenti di capitale, il commercio – sono di natura globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti; allo stesso tempo, la politica rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato. Oggi la domanda vitale è chi lo farà, nel caso dovessimo decidere ciò che c’è da fare».
Gli «indignati» sostengono che a «fare le cose» non debbano più essere quelli che le hanno fatte finora. (…). Lei cosa ne pensa? «I manifestanti di Manhattan, così come i giovani e meno giovani del movimiento los indignados, sono privi di leader, provengono da ogni tipo di vite, razze, religioni e campi politici, sono uniti soltanto dal rifiuto di lasciare che le cose procedano come ora. Ognuno di loro ha in mente un’unica barriera o muro da mandare in frantumi o distruggere. Le barriere variano da Paese a Paese, ma ciascuna è ritenuta quella il cui smantellamento è destinato a mettere fine a tutte le sofferenze. Sulla forma che dovranno prendere le cose, ci si interrogherà solo in seguito. Combinare un unico obiettivo di demolizione con un’immagine vaga del mondo che verrà è la forza di questi manifestanti, ma anche la loro debolezza. Sono abili demolitori, ma devono ancora dimostrare di essere abili costruttori. In ogni caso, se i due giovincelli di Rhineland, Marx ed Engels, si sedessero ora a redigere il loro ormai bicentenario Manifesto, potrebbero inaugurarlo con l’osservazione che uno spettro si aggira sul pianeta: lo spettro dell’indignazione».
L’indignazione è in primo luogo il frutto della crisi economico-finanziaria. In «Vite che non possiamo permetterci», scrive che la crisi dimostra che «il capitalismo dà il meglio di sé non quando cerca (se cerca) di risolvere i problemi, ma quando li crea», e che «non può essere contemporaneamente sia coerente che completo». Intende dire che il capitalismo è un sistema parassitario? «Cento anni fa, Rosa Luxemburg ha compreso il segreto dell’inquietante abilità del capitalismo di risorgere ripetutamente dalle ceneri; una capacità che si lascia dietro una scia di devastazione: la storia del capitalismo è segnata dalle tombe degli organismi viventi la cui linfa vitale è stata succhiata fino all’esaurimento. (…). Ragionando secondo queste coordinate, la Luxemburg non poteva far altro che anticipare i limiti naturali alla possibile durata del sistema capitalista: una volta che tutte le terre vergini del globo fossero state conquistate, l’assenza di nuove terre sfruttabili avrebbe portato il sistema al collasso. La profezia della Luxemburg si sta per avverare? Non lo credo. Nell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo ha imparato l’arte prima sconosciuta di produrre sempre nuove terre vergini. Questa nuova arte, resa possibile dal passaggio dalla società di produttori alla società di consumatori, fa sì che il profitto e l’accumulazione consistano soprattutto nella progressiva mercificazione delle funzioni della vita, nel sostituire il desiderio al bisogno come volano dell’economia. La crisi attuale deriva dall’esaurimento di una terra vergine artificialmente creata, quella costruita sulla cultura delle carte di credito. In linea di massima, lo sfruttamento di questa particolare terra vergine è ora finito, e ai politici è stato lasciato il compito di ripulire i detriti lasciati dal banchetto dei banchieri».
Quali sono le conseguenze del passaggio dalla società solida dei produttori a quella liquida dei consumatori? «In una società di produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per risolvere i problemi e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la crescita economica, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente».
L’idea dell’equivalenza tra crescita economica e giustizia sociale, basata sull’assunto che il progresso e lo sviluppo potessero risolvere di per sé la questione della disuguaglianza sociale, ha caratterizzato tutto il Novecento. La crisi è anche l’occasione per mettere in discussione l’idea della crescita e del progresso come fini in sé? «I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; dopotutto, l’arricchimento è un valore che merita di essere ambito fino a quando aiuta a migliorare la qualità della vita, che nel dialetto della congregazione planetaria della Chiesa della Crescita Economica significa consuma di più. Per la fede di questa Chiesta fondamentalista, tutte le strade verso la redenzione, la salvazione, la grazia divina e secolare, la felicità immeditata ed eterna, passano attraverso i negozi. E quanto più affollati sono gli scaffali dei negozi in attesa dei cercatori di felicità, tanto più vuota è la Terra. Ciò che è passato sotto il più assordante silenzio, è l’avvertimento di Tim Jackson nel suo libro di ormai due anni fa, Prosperità senza crescita (ed. italiana Edizioni Ambiente 2011, ndr): alla fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti avranno a che fare con clima ostile, risorse esaurite, distruzione degli habitat, decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazione di massa e guerra quasi inevitabile”. (…).».

giovedì 19 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 6 Il trionfo del narcisismo e il culto dell´homo felix.

 « (…). Lei scrive che la grande crisi dell´economia capitalista – questa sorta di implosione dell´Occidente – non è solo finanziaria ma innanzitutto etica. Perché? «Perché questa è una crisi che evidenzia il disprezzo e il misconoscimento del Bene comune, l´accaparramento senza freni delle risorse di tutti: il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura... Quando la spinta al godimento diventa compulsiva e non conosce limiti, quando l´avidità non ha più fondo, è la stessa idea di comunità che viene meno. Per dirla in termini analitici, è la pulsione di morte che prevale e travolge la dimensione del legame sociale».
C´è un´angoscia particolare che accompagna questi anni terribili di impoverimento anche emotivo, anche intellettuale? «L´angoscia contemporanea non è l´angoscia di fronte al nulla di cui parlano i filosofi, ma piuttosto è l´angoscia di fronte all´eccesso: come se mancasse una prospettiva, un progetto. Non sorge dalla mancanza ma da un troppo pieno, dalla sensazione di essere imprigionati in un sistema che ci avvolge e ci comprime e sembra non permettere – nemmeno nella fantasia – di un altro mondo, di un altro orizzonte... Il nostro è senz´altro il tempo di un immiserimento materiale e mentale diffuso, è un tempo di precarietà dove l´angoscia – come dimostra la diffusione epidemica del panico – è di massa. Ma io tendo a escludere che sarà una condizione permanente». (…).
È quanto sostiene Massimo Recalcati nell’intervista rilasciata a Luciana Sica del quotidiano la Repubblica in occasione della pubblicazione del Suo ultimo lavoro Ritratto del desiderio – Cortina editore, pagg. 190, € 14 -. Titolo dell’intervista: Desidero dunque sono, che ho trascritto in parte. È che, in questo drammatico, pesantissimo frangente, tutte le menti sono indirizzate e disposte ad interessarsi agli aspetti economico-finanziari della cosiddetta crisi. Tutto il resto è un di più, un vuoto interrogarsi secondo i molti, su quell’immiserimento materiale e mentale diffuso che lamenta e denuncia l’illustre scienziato. Poiché, a ben ragione, il tempo nostro è stato il tempo dell´accaparramento senza freni delle risorse di tutti - il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura... -, accaparramento che attanaglia le coscienze di fronte ad un nulla morale che nasce non dalla mancanza  - da un nulla materiale e non solo -, ma da un troppo pieno che è incapace di frenare l’angoscia generata in questi anni terribili di impoverimento emotivo ed intellettuale. Ho trovato rispondente ed in assonanza grande alle analisi ed agli allarmi dell’illustre psicoanalista l’interessante intervista di Rinaldo Gianola al professor Giulio Sapelli della Università Statale di Milano. Titolo dell’intervista, pubblicata sul quotidiano l’Unità: «Non ci sono innocenti davanti al neoliberismo e ai suoi disastri sociali», che di seguito trascrivo in parte. Contestava il grande Aleksandr Isaevic Solženicyn (1918 – 2008) a chi esultava ciecamente alla caduta del muro di Berlino: Anche se l’ideale mondano del comunismo e del socialismo è crollato, i problemi che esso proclamava di voler risolvere sono rimasti: la sfacciata prevaricazione sociale e lo smodato potere del denaro, che spesso dirige il corso degli eventi. Un profeta, come tanti altri, ché, per dirla con le parole di Michael Hardt e Antonio Negri – sull’ultimo numero 8/2011 della rivista MicroMega pag. 23 –, L’accumulazione capitalistica è ormai organizzata in termini finanziari, il capitale sfrutta una ricchezza socialmente prodotta e la capta prevalentemente nella forma di rendite finanziarie. Così, sempre più drammaticamente nella nostra epoca, la natura sociale della produzione confligge con la natura privata dell’accumulazione capitalistica. Un ritorno alla sola, vera natura dei problemi sociali di sempre, dopo un’ubriacatura di crudo e feroce liberismo.

«Lei vorrebbe parlare della crisi del capitalismo? Ma sta scherzando? Se lo facciamo in questo Paese ci mettono in galera».
(…). Professor Sapelli, anche il Financial Times è preoccupato per le condizioni del capitalismo. Magari è morto e nessuno ci ha avvertito? «Distinguiamo. Il capitalismo neoliberista è fallito, non ci sono dubbi. Il capitalismo tout-court non ancora. Vedremo».
Un requiem per il neoliberismo? «Sicuramente, anche se molti continuano a far finta di niente. Il capitalismo neoliberista si è dimostrato incapace di procurare sviluppo e benessere. Nei paesi dell’Ocse si contano 250 milioni di disoccupati di cui almeno 60-70 milioni sono disoccupati strutturali, destinati a restare senza lavoro per sempre. È una cosa che fa tremare i polsi perché parliamo di paesi con sistemi politici democratici ed economie avanzate. Oggi misuriamo il fallimento neoliberista. Un secolo dopo dobbiamo rendere omaggio a Rudolf Hilferding che nel suo Il capitale finanziario immaginava la prevalenza della finanza sul capitalismo industriale, anche se veniva svillaneggiato da Lenin e Plekhanov».
Oggi siamo in mezzo ai guai per il neoliberismo… «Certo. Il neoliberismo si è presentato come un megacapitalismo con qualche cosa in più e di peggio: un nichilismo morale di massa che ha alimentato l’ingiustizia, la diseguaglianza sociale».
Data di nascita del capitalismo neoliberista e principali sostenitori-responsabili? «L’anno è il 1989. Il neoliberismo inizia quando la Securities exchange commission (Sec), la Consob americana, autorizza la libera contrattazione sul mercato dei prodotti derivati, di finanza strutturata. È la svolta, assieme alla nuova disciplina delle banche d’affari e commerciali. Anche in Italia c’è un segnale forte con Amato e Ciampi che mettono in soffitta la legge bancaria del 1936. Inizia la stagione del capitalismo deregolato».
Adesso fuori i nomi. «Ronald Reagan, la signora Thatcher. Ma storicamente è sbagliato pensare che il neoliberismo sia solo il prodotto di quella destra. La deregulation come ideologia di massa viene perfezionata e divulgata da Bill Clinton e da Romano Prodi. Nessuno può dirsi innocente davanti ai disastri del neoliberismo. (…).».
Il capitalismo ha ancora speranza? «Il suo futuro è incerto. Io spero in un capitalismo ben temperato, polifonico, che convive con imprese non capitalistiche il cui obiettivo non è massimizzare il profitto, ma garantire il lavoro, la collettività. Ho fiducia nella filosofia dell’impresa cooperativa, nella divisione delle ricchezze nelle piccole comunità».
Ma queste idee non maturano da sole. Ci vorrebbe la politica, non crede? «Certo. Ma guardiamo la realtà. Le classi politiche del mondo avanzato sono state conquistate o acquistate dal neoliberismo. (…).».
Allora siamo tutti morti, non c’è più alcuna speranza politica? «La politica tornerà, è questione di tempo. Credo nelle minoranze, nei piccoli gruppi. Ho fiducia nei movimenti sociali, anche in quelli che sono apparsi all’improvviso in America, nel mondo a contestare il capitalismo, le ingiustizie, l’arricchimento truffaldino. Ci sono alternative. Grandi paesi come il Canada e l’Australia non sono stati coinvolti nella crisi finanziaria perché hanno forti banche cooperative».
Da dove ripartire? «Dal basso, con umiltà, imparando dal passato, ascoltando anche gli insegnamenti delle religioni».
La religione? «Ha un ruolo decisivo. Il buddismo in Asia ha temperato il capitalismo. Potrebbe farlo anche il cattolicesimo, così come l’ebraismo ha avuto un’influenza positiva sull’ideologia dei kibbutz. E anche l’Islam: noi siamo preoccupati per la minaccia dell’integralismo, ma le banche islamiche sono istituzioni serie. Ricorda il famoso discorso di Togliatti a Bergamo? La religione è un potente afflato per la rivoluzione, il cambiamento sociale, la giustizia».
Se il capitalismo è così malmesso perché la sinistra non rialza la testa? «Perché la sinistra ha perso la sua autonomia culturale. Non propone più nulla, qualcuno scimmiotta il neoliberismo e pensa di apparire moderno. Papa Ratzinger dice cose più di sinistra di certi leader del Pd. La questione è culturale. Lo sa perché i signori del Financial Times discutono apertamente del capitalismo e dei suoi limiti?Sono preoccupatissimi di perdere potere e interessi. Sono pronti a tutto per resistere». (…).

sabato 14 gennaio 2012

Cosecosì. 4 Vatti a fidar del Pericle!

 461 a.C. Dal discorso di Pericle agli Ateniesi: Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. Vatti a fidar del Pericle!

(…). All´inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Pericle i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo - e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. (…).  Ricorda Plutarco (Vita di Pericle) che "Pericle governando si dedicò al popolo, preferendo le cose dei molti e poveri a quelle dei ricchi e pochi, contro la sua natura che non era affatto democratica". Vale a dire, se le parole hanno un senso, che, aristocratico di buona condizione economica, era attaccato alla sua classe ma usava il ricorso al favore popolare come strumento di potere. Al punto tale che, visto che Cimone, più ricco di lui, spendeva un sacco di soldi suoi per iniziative popolari, ne aveva intraprese altrettante, ma coi soldi pubblici (un ottimo esempio per i dissipatori della cosa pubblica del bel paese n.d.r.). Ricorda ancora Plutarco che secondo molti a causa di queste elargizioni senza criterio il popolo fu abituato male e divenne dissoluto e spendaccione anziché moderato e lavoratore. Non solo, ma in certe occasioni Pericle aveva usato i beni pubblici per le sue elargizioni demagogiche, così che "avendo allentato le redini del popolo, si occupava di politica per ingraziarselo, provvedendo che in città ci fosse sempre qualche spettacolo pubblico, o banchetto o processione, intrattenendo la città con piaceri non rozzi, inviando sessanta triremi ogni anno, sulle quali molti cittadini navigavano stipendiati per otto mesi, praticando e insieme imparando l´arte nautica. (…). Pericle, che si voleva campione di democrazia, non poteva usare con gli ateniesi la forza, ma doveva richiederne il consenso, e per ottenere il consenso popolare non è indispensabile essere nel giusto, basta usare delle accorte tecniche di persuasione. E Pericle si era allenato sin da giovane ad essere oratore convincente ed affabile, che sapeva sostenere anche fisicamente la sua fama di persona affidabile, visto che, come ci dice ancora Plutarco "non solo ebbe una mente grave e un linguaggio elevato immune da volgare e comune loquacità, ma anche l´espressione del volto inflessibile al riso, la mitezza dell´andatura e la decenza della veste che non si agitava per alcun trasporto nel parlare, la modulazione quieta della voce". Il discorso di Pericle (…) è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, e in prima istanza è una descrizione superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle leggi, il rispetto delle arti e dell´educazione, la tensione verso l´uguaglianza. Ma che dice in realtà Pericle? Prima naturalmente fa portare in scena le bare (in cipresso) dei caduti, compresa una per quella che chiameremmo oggi il Milite Ignoto, poi così parla: (…) "Io, dato che non voglio fare lunghi discorsi, lascerò perdere, fra questi fatti, le imprese compiute durante le guerre, grazie alle quali furono conquistati i singoli possedimenti, o quando noi o i nostri padri respingemmo con valore il nemico barbaro o greco che ci attaccava (…). Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d´esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell´interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall´oscurità della sua condizione". Come discorso populista non è male salvo che Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c´erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi. E non è che fossero solo barbari catturati nel corso di varie guerre, ma anche cittadini ateniesi. Infatti una delle leggi di Solone stabiliva di togliere dalla schiavitù i cittadini diventati servi a causa dei debiti verso i latifondisti. Segno che erano servi anche altri cittadini, caduti in schiavitù per altri motivi. (…). Ma ogni epoca ha le sue debolezze, e lasciamo a Pericle di celebrare questa sua democrazia di schiavi. Però il nostro così prosegue: "Noi... ci procurammo moltissime occasioni di svago dalle fatiche, per il nostro spirito, dato che celebriamo secondo la tradizione giochi e sacrifici per tutto l´anno e grazie a case e suppellettili eleganti, il cui godimento quotidiano allontana lo sconforto". E qui siamo di nuovo al populismo (…) e all´elogio del consumismo. Ma andiamo avanti. A che cosa mira questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? A legittimare l´egemonia ateniese, sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri. Pericle dipinge in colori affascinanti il modo di vita di Atene per giustificare il diritto di Atene a imporre il proprio dominio sugli altri popoli dell´Ellade (…). Segue l´elogio militare degli ateniesi che combattono sempre bravamente per difendere la loro terra. Pericle si dimentica di rilevare che (e proprio sotto il suo governo) erano stati riconosciuti come cittadini ateniesi solo coloro che avevano tutti e due i genitori ateniesi. Quindi c´erano gli schiavi, i veri cittadini ateniesi e i meteci, qualcosa come degli extracomunitari con diritto di soggiorno, che non erano cittadini a pieno diritto e non potevano votare - anche se tra coloro possiamo annoverare personaggi come Ippocrate, Anassagora, Protagora, Polignoto, Lisia o Gorgia. Ma non è finita: "Non ci procuriamo gli amici ricevendo benefici, ma facendone. Dunque chi fa un favore è un amico più sicuro, tanto da conservare il favore dovuto grazie alla riconoscenza di colui al quale egli l´ha dato". Il che francamente mi sembra un principio mafioso. Tornato poi ai defunti, Pericle osserva che bellamente sono morti per difendere una città che è di modello a tutto il mondo (…). (…). Comunque i genitori dei caduti, ascesi all´olimpo degli eroi, non si debbono dolere perché li deve animare "la speranza di avere altri figli, per coloro che sono ancora in età adatta per avere figli: infatti, su un piano privato, i nuovi figli costituiranno per alcuni la possibilità di dimenticare quelli che non ci sono più, per la città, poi, sarà utile in due modi, contro il divenire spopolati e per la sicurezza: infatti non è possibile che prendano decisioni imparziali e giuste coloro che corrono dei rischi senza esporre al pericolo anche i propri figli come gli altri". Il che mi pare solo sfacciataggine, ma sembra che ai dolenti questa oratoria piacesse. Così che l´oratore può concludere con "Ora, dunque, dopo aver compianto ciascuno il proprio parente, tornate alle vostre case", che - traducendo alla buona - significa "e ora smammate e non rompete più le scatole con i vostri piagnistei" (…). Ecco perché bisogna sempre diffidare del discorso di Pericle e, se lo si dà da leggere nelle scuole, occorrerà commentarlo, ricordando che molti padri di tante patrie sono stati figli di un´etera.

Il brano, tratto dal saggio di Umberto Eco Figlio di una etera, è contenuto nel nuovo Almanacco del Bibliofilo che ha per titolo La subdola arte di falsificare la storia – edizioni Rovello (2012) € 50,00 –. Il brano, trascritto in parte, è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica col titolo Non citate più Pericle era un populista.

venerdì 13 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 5 Della presenza e della visibilità degli ultimi.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha pubblicato il 4 di dicembre sul quotidiano l’Unità un editoriale - tratto dal volume La speranza non è in vendita (2011) Giunti editore pagg. 128 € 10 - che ha per titolo Non siamo tutti uguali. Di seguito lo trascrivo nella quasi sua interezza, condividendone sia i contenuti che l’ispirazione che ne ha guidato la stesura. Mi va di evidenziare, soprattutto, là dove l’illustre estensore torna a parlare della  presenza degli ultimi nella scala sociale, quegli ultimi che imbarazzano la vista di lor signori - di melloniana memoria - ma non sommuovono le coscienze loro per un rinnovamento profondo e più equo delle nostre società e del cammino che esse perigliosamente percorrono. E quel continuo Suo accennare alla presenza degli ultimi gli rende merito grande per l’incessante Suo impegno nel sociale che ne rende la figura Sua luminosa e fuori dai canoni consueti. È che è la persona nella sua dignità umana ad essere stata calpestata da un sistema economico che, in nome dell’efficienza e della redditività più estrema, ha  consentito lo stravolgimento dei rapporti economici a tutto beneficio di quel capitalismo della finanza che impietosamente presenta il conto che tutti devono, e dico devono, concorrere ora a pagare con moneta sonante. Della condizione di disagio che l’essere umano vive in un tempo di crisi ne ha scritto, sul settimanale L’Espresso, il professore di Neuroeconomia dell’Università San Raffaele di Milano Matteo Mortellini: - La maggior parte delle persone pensano che il rapporto con il denaro appartenga al campo del razionale, invece scatena emozioni come l'orgoglio, l'onore, il senso di ingiustizia, la paura, la rabbia, l'invidia. A pesare sul nostro cervello sono i cambiamenti relativi, non quelli assoluti: una nuova tassa, l'aumento del prezzo della benzina, non importa quanto pesanti, vengono codificati immediatamente dal nostro cervello in termini di perdite. E, per come ci siamo evoluti, le perdite pesano psicologicamente oltre il doppio dei guadagni; in particolare l'evidenza neuroeconomica mostra che esse attivano quell'area del nostro cervello, l'amigdala, che fiuta i pericoli che possono mettere a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie. In secondo luogo pesa il confronto con gli altri: la disuguaglianza ci rende più infelici dell'austerità -. La disuguaglianza, per l’appunto.

Tutti, anche quelli che per anni hanno ostentato ottimismo, parlano ormai di crisi economica e di paura del futuro. Chi sta nel sociale, sul territorio, sulla strada lo tocca con mano da tempo e ne ha segnalato, inascoltato, le avvisaglie. È una crisi da cui non si uscirà facilmente. Se ne uscirà solo - a dispetto di chi, dopo averla provocata, ne promette il superamento grazie a una nuova crescita dietro l’angolo - con trasformazioni sociali profonde. E, soprattutto, non chiudendo gli occhi. Perché la crisi non è uguale per tutti. Non è uguale per i vecchi che frugano nelle pattumiere e per i 200.000 acquirenti annui di auto di lusso da 100.000 euro e più. Non è uguale per i milioni di giovani senza lavoro o con lavori finti e per chi incrementa rendite miliardarie, evadendo ogni forma di tassazione. Non è uguale per chi muore di lavoro nero e pericoloso pagato quattro euro all’ora e per chi si arricchisce sfruttando quel lavoro. Non è uguale per l’operaio che guadagna 1.000 euro al mese e per l’amministratore delegato che guadagna più di quattrocento volte tanto. La crisi è una lente di ingrandimento che mostra anche a chi non vuole vedere due mondi diversi e divaricati (accompagnati da una zona grigia che slitta sempre più verso la povertà). Due mondi che non si parlano, dove la parte soddisfatta della società sembra vivere come problema la presenza e la visibilità degli ultimi. Vista dalla strada la crisi non riguarda né il prodotto interno lordo (il mitico Pil), né il crollo delle borse, troppo lontani per poter essere misurati e compresi. Vista dalla strada la crisi riguarda le condizioni di vita, sempre più difficili, delle persone. L’economia ha le sue leggi e i suoi saperi. Ma se non servono a migliorare le condizioni di vita delle persone, sono leggi e saperi inutili. Parliamo, allora, delle condizioni delle persone. Su sette miliardi di donne e di uomini che abitano il pianeta, due miliardi vivono - quando vivono - in condizioni di povertà assoluta, con un reddito giornaliero al di sotto di due dollari (cioè di un euro e mezzo); chi vive in condizioni di povertà relativa, poi, è la maggioranza; e ogni anno muoiono di fame - nella indifferenza dei più - sei milioni di bambini. Con la crisi, il problema della povertà è diventato centrale anche nel ricco Occidente. Così, in Italia, vivono in condizioni di povertà relativa (corrispondente a un reddito di 983 euro mensili per una famiglia di due persone) quasi otto milioni di persone; un italiano su tre (uno su due al Sud) non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700-750 euro nell’anno. È povero un bambino ogni quattro ed è disoccupato un giovane su tre. Un giovane su cinque è così sfiduciato e frustrato che il lavoro ha smesso di cercarlo. In termini di valore reale i livelli delle retribuzioni diminuiscono, e - come avvenuto nello scorso ottobre a Barletta - si può morire di sottolavoro. Lo spettro della povertà poi, un tempo limitato a chi era privo di occupazione, lambisce ormai una quota crescente di lavoratori. (…). Di fronte alla crescita del disagio esistenziale, si sta consolidando la tendenza a rimuovere o a governare in maniera repressiva i fenomeni di cui non si ha più cura, ignorando il disagio e la sofferenza delle persone. È accaduto - sta accadendo - per la povertà, per la marginalità, per la devianza, per l’immigrazione. Il lavoro, quando c’è, è privato del suo ruolo sociale e della dignità, anche simbolica, che ha avuto finché è stato riconosciuto come elemento essenziale della nostra identità. Ma un lavoro subordinato al profitto, ridotto a mezzo per garantire la ricchezza di pochi e - nella migliore delle ipotesi - la semplice sussistenza degli altri, impoverisce la vita individuale e quella sociale. Insieme alle relazioni umane, il lavoro è la base della nostra identità. Senza il rispetto delle attitudini, delle passioni e dell’intelligenza delle persone, il lavoro non contribuisce alla costruzione di una società,ma al massimo produce aggregazioni, dove ciascuno trova posto (quando lo trova) non in base alle sue capacità ma alla sua funzionalità, valutata secondo princìpi di pura e semplice convenienza economica. È il meccanismo che ha governato la cosiddetta flessibilità, concetto con cui per anni si sono giustificate le leggi - loro sì inflessibili - del mercato: la disponibilità delle persone ad adattarsi alle attività più disparate senza garanzie contrattuali e senza la possibilità di fare del lavoro il nucleo intorno a cui costruirsi sicurezza materiale e dignità sociale. Sono i diritti a garantire la trasformazione dello sviluppo economico in progresso sociale. La disuguaglianza, quindi, non è solo un’offesa alla loro sacralità, una lacerazione dell’etica. È un controsenso  economico. La disuguaglianza non conviene a nessuno. L’attuale situazione di crisi è la dimostrazione di come un sistema fondato sulle disparità e su profitti non equamente distribuiti finisce per impoverire tutti. (…). Ci siamo illusi che la modernità avesse voltato pagina. Non è stato così, soprattutto negli ultimi tempi, in cui persino molte fortune di partiti e formazioni politiche sono state giocate sulla propaganda di idee e progetti di esclusione degli ultimi e dei non omologati. (…). Il problema della società diventa - torna ad essere - la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i matti, i tossicodipendenti, i mendicanti, gli ambulanti senza licenza, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i questuanti, le donne sfruttate sui bordi delle strade, in un elenco potenzialmente senza fine. A infastidire i benpensanti non è più la povertà ma la sua visibilità. (…). Per anni ci è stato detto che il libero mercato sarebbe stato in grado non solo di regolarsi grazie a una presunta mano invisibile, ma addirittura di produrre un effetto a cascata di cui tutti avrebbero beneficiato. Era - a voler essere indulgenti - un’illusione, ma ribadita con tale insistenza da diventare una specie di dogma. Le analisi che vanno per la maggiore dicono che la malattia economica va curata facendo tornare i conti a suon di tagli e di sacrifici che, guarda caso, riguardano sempre la spesa pubblica e i servizi sociali. Solo così - si dice - il sistema può riprendere fiato, la gente consumare, e l’economia del Paese tornare a essere competitiva. Andare avanti - vorrebbero farci credere - è impossibile, se non ritornando indietro, a quando eravamo alle prese con la rivoluzione industriale ed erano ancora di là da venire le conquiste del secolo scorso in tema di lavoro: dignità, salario, sicurezza, diritto di sciopero, equa proporzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Lussi, viene detto, che oggi non possiamo più permetterci, zavorre di cui dobbiamo al più presto disfarci, se non vogliamo soccombere nella corsa sfrenata allo sviluppo. Continuo a credere che non sia così.

giovedì 12 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 4 La chiamavano invidia sociale.

 La chiamavano invidia sociale al tempo dell’egoarca di Arcore. Si sproloquiava a non fomentare l’invidia sociale. Tutti in fila ed in silenzio in attesa che il re Mida di turno trasformasse in oro le cose proprie e degli accoliti. Si diceva: non sollevate l’invidia sociale. Un modo come un altro per sfuggire al problema. Ovvero, per occultarlo meglio. Per fuorviare l’attenzione. Intanto i furbetti soliti si arricchivano alle spalle della comunità. Dichiara al settimanale L’Espresso il professor Domenico Secondulfo, direttore dell'Osservatorio dei consumi delle famiglie presso l'Università di Verona: - Il circuito dei ricchi e quello dei nuovi poveri si differenziano: nei momenti di espansione la ricchezza genera invidia, in quelli di crisi aggressività, così i ricchi si ritirano tra di loro -. Forse si scopre come non sia bastevole l’invidia sociale per sollevare e risolvere i problemi delle moderne società, ma si scopre con gran ritardo come sia urgente rispolverare quel qualcosa in più che in un tempo, definito oramai passato e dato per morto, veniva chiamato lotta di classe. Con annessa una coscienza di classe. Affronta il problema spinoso Gad Lerner in un editoriale che ha per titolo La destra di classe che difende gli evasori, pubblicato di recente sul quotidiano la Repubblica e che trascrivo in parte: (…). … Karl Marx scriveva già nel 1859 nella sua celeberrima prefazione a «Per la critica dell´economia politica»: la coscienza dell´uomo è determinata dal suo essere sociale. Non c´è populismo che tenga, al dunque la nostra sensibilità è condizionata dal censo. (…). Siamo al dunque, perché l´incattivirsi di una crisi che impoverisce i ceti popolari e brucia posti di lavoro, ripropone con brutalità le differenze di classe. La prolungata, falsa rappresentazione di uno stile di vita omologato nel consumo di massa – l´illusione della fine delle classi sociali – non regge più quando lo Stato, per non fallire, è costretto a mettersi in caccia della ricchezza nascosta. Certo, chi ha protetto finora la ricchezza nascosta, addirittura esaltandola come risorsa, fatica a riconoscerla per quello che è: una vera e propria piaga nazionale. Per questo la destra italiana – antiborghese piuttosto che liberale – agita le acque. Incapace com´è di distinguere la ricchezza generata col talento imprenditoriale dalla ricchezza accumulata con l´illegalità e le rendite di posizione, addebita ai funzionari dello Stato un profilo ideologico esistente solo nella sua propaganda: la demonizzazione del benessere, l´incitazione all´odio di classe. Ma dove vivono? (…). Il vittimismo dei furbi abbindolava i poveracci quando s´illudevano di poterli emulare, e quindi li ammiravano. Ma ora che le ricette anticrisi incidono profondamente sul reddito e sul risparmio dei cittadini, torna a contare in politica quella nozione di giustizia sociale fino a ieri oltraggiata – talvolta perfino a sinistra – con l´ambigua raccomandazione a non lasciarsi tentare dalla cosiddetta invidia sociale. E mentre si agitava per le ubertose contrade del bel paese lo spettro nefasto dell’invidia sociale, i furbetti soliti rimpinguavano abbondantemente i loro forzieri lasciando alla comunità tutta l’incombenza ingrata e socialmente ingiusta di risanare le sconquassate finanze statali. Ne dà contezza sul quotidiano la Repubblica un recente dossier curato da Maurizio Ricci e che ha per titolo La ricchezza in mano al 10% delle famiglie. Lo propongo di seguito in  parte.

(…). Secondo le indagini della Banca d'Italia, la ricchezza netta degli italiani (tolti, cioè, mutui e prestiti) era pari, nel 2010, a 8.640 miliardi di euro. Una cifra imponente, pari ad oltre quattro volte la montagna del debito pubblico. In media, significa una ricchezza di poco inferiore a 400 mila euro, per ognuna dei 24 milioni di famiglie italiane. Ma, naturalmente, quei 400 mila euro sono il consueto miraggio statistico. Il 50 per cento delle famiglie italiane possiede, infatti, dice sempre Via Nazionale, meno del 10 per cento di tutta quella ricchezza. Ovvero, 12 milioni di famiglie si spartiscono, in realtà, un patrimonio di non più di 860 miliardi di euro. Questi 12 milioni di famiglie più povere costituiscono quelli che i sociologi di una volta avrebbero definito ceti popolari. Un termine che, con il progressivo svanire di operai e contadini, è diventato sempre più sfuggente e che, oggi, probabilmente, comprende soprattutto impiegati, insegnanti e la massa dei precari. In media, la ricchezza di ognuna di queste famiglie è di 72 mila euro in tutto, al netto di mutui e prestiti, ma casa e risparmi compresi. L'altra metà degli italiani ha, invece, le mani su quasi 8 mila miliardi di euro. (…). Al di sopra dei ceti popolari e dei ceti medi in via di affondamento ci sono, elaborando i dati della Banca d'Italia, quelli che possiamo chiamare ceti medi benestanti. Circa 9 milioni 600 mila famiglie, il 40 per cento del totale, che controlla il 45 per cento della ricchezza italiana: 3 miliardi 880 milioni di euro. In media, ognuna di queste famiglie benestanti ha un patrimonio, fra case e investimenti finanziari, pari a 405 mila euro. (…). Da qui in su, si entra nel mondo dei ricchi. Il 10 per cento delle famiglie italiane, cioè circa 2 milioni 400 mila famiglie, controlla il 45 per cento dell'intera ricchezza nazionale. Quanto 10 milioni di famiglie benestanti e oltre quattro volte quello di cui dispone la metà meno fortunata del paese. Sono gli altri 3 miliardi 880 milioni di euro di ricchezza che ancora mancavano al totale. In media, ognuna di queste famiglie ricche ha un patrimonio di 1 milione 620 mila euro, oltre 22 volte la ricchezza di quella metà d'Italia che sono le famiglie dei ceti popolari. (…). …gli straricchi ci sono, sono pochi, ma hanno abbastanza soldi da modificare profondamente la mappa sociale del paese. Proviamo, infatti, a togliere l'1 per cento di famiglie più ricche - gli straricchi - dal plotone del 10 per cento di ricchi. Il 9 per cento di ricchi che è quasi in cima, ma non ci arriva, corrisponde a 2 milioni 160 mila famiglie. Il loro patrimonio complessivo è pari a 2.765 miliardi di euro, un terzo della ricchezza nazionale. In media, ognuna di loro dispone di un solido patrimonio, pari a 1 milione 280 mila euro. Infine, l'1 per cento di straricchi: meno di 240 mila famiglie. Fa capo a loro il 13 per cento dell'intera ricchezza italiana, ovvero oltre 1.120 miliardi di euro, almeno quelli rintracciabili nel catasto e nelle banche nazionali. In media, ognuna di queste famiglie straricche dispone di un patrimonio di poco inferiore a 4 milioni 700 mila euro. Non basta, insomma, essere un paese in cui l'80 per cento delle famiglie è proprietaria della casa in cui vive per riequilibrare la piramide rovesciata della ricchezza nazionale. (…). Ci sono, (…), quasi mille miliardi di euro depositati nei conti presso le poste o le banche italiane. Non si tratta solo di soldi parcheggiati per le piccole necessità quotidiane. Il 30 per cento di quei mille miliardi - esattamente 276 miliardi di euro - è depositato in conti fra i 50 mila e i 250 mila euro. Un altro 13 per cento, circa 120 miliardi di euro, si trova in conti che superano i 250 mila euro. Chi tiene tutti questi soldi in banca? Non lo sappiamo. Al massimo, dice l'aritmetica, mezzo milione di persone ha un conto in banca almeno di 250 mila euro. Probabilmente, sono assai di meno. Se, per pura ipotesi, supponessimo che ne sono titolari le 240 mila famiglie straricche, ne ricaveremmo che ognuna di loro ha, in media, mezzo milione di euro sul conto in banca. Poi ci sono i titoli. Fra azioni, obbligazioni e fondi comuni, ci sono oltre 1.500 miliardi di euro depositati nei conti titoli delle banche italiane. Un terzo è piccolo risparmio, cioè conti titoli inferiori a 50 mila euro. Un altro terzo, è risparmio, per così dire, benestante: titoli fra i 50 mila e i 250 mila euro. Poi ci sono 150 miliardi di euro, investiti in titoli per 250-500 mila euro. Il risparmio, probabilmente, si ferma qui. Il resto è investimento ed è un salto: 300 miliardi di euro in conti titoli superiori a 500 mila euro. Roba da straricchi.