"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 22 ottobre 2018

Riletture. 30 A proposito di antiche, pasticciate leggi finanziarie.


Perché meravigliarsi più di tanto per le proditorie manovre - o sotto-manovre - del governo in carica in vista della legge finanziaria al tempo del cosiddetto “cambiamento”? È invece confortante e rassicurante andare a ri-leggere le cronache sulla “materia” riportate su “il Fatto Quotidiano” del 22 di ottobre dell’anno 2014 a firma di Stefano Feltri - “Una manovra-pasticcio: Colle e Ue non si fidano” –, cronache che ci confermano e ci rassicurano di una incontrovertibile verità: la politica nel bel paese è sempre la stessa, non cambia proprio, con buona pace per tutti. Poiché quelle cronache hanno a che fare con il tempo politico del “#cambiareverso”, ovvero al tempo della “rottamazione” degli usi e costumi di quella che allora veniva definita spregiativamente la vecchia politica. Leggiamo quelle cronache con l’occhio vigile rivolto all’oggi per scoprire, solo che ce ne fosse stato il bisogno, quel persistente permanere di usi e costumi che ci confortano nella convinzione che nulla cambia nonostante l’acqua continui a scorrere sotto i nostri ponti (senza allusione alcuna al disgraziato ponte di Genova). Scriveva a quel tempo Stefano Feltri: Il parto della legge di Stabilità è ogni giorno più travagliato: a quasi sei giorni dal Consiglio dei ministri che ha definito la manovra da 36 miliardi, il governo ha mandato ieri al Quirinale un testo ancora grezzo, mancava un dettaglio non irrilevante come la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. Cioè la certificazione che le coperture siano a posto. Il Colle ha diramato un comunicato in cui capo dello Stato Giorgio Napolitano ha sottolineato che la legge di Stabilità sarà “oggetto di un attento esame”, così attento che non è bastato un colloquio di un’ora e mezza con il premier Matteo Renzi a chiarire i dubbi. Si replica oggi con una colazione tra i due. Oggetto del confronto: la reazione della Commissione europea alla legge di stabilità e la riunione del Consiglio cui parteciperà Renzi domani. “La lettera all’Italia sulla legge di Stabilità non è stata ancora inviata, ci sta lavorando la direzione generale Affari economici”, ha detto il temuto commissario Jyrki Katainen. L’obiettivo ormai non più nascosto del governo Renzi è evitare la bocciatura esplicita, che la Commissione deve decidere entro due settimane dalla presentazione dei conti (arrivati a Bruxelles il 15 ottobre, con la nota di aggiornamento al Def). Per le richieste di correzione minori, c’è più tempo. E da novembre sarebbe la nuova Commissione guidata da Jean Claude Juncker a pronunciarsi, considerata più bendisposta. Il punto sensibile è il rinvio del pareggio di bilancio dal 2016 al 2017: l’Italia sostiene che ci sono le “circostanze eccezionali” che giustificano il mancato rispetto del cosiddetto “obiettivo di medio termine”, ma due giorni fa il presidente uscente della Commissione José Barroso ha detto invece che all’Italia sarà comunque richiesto un aggiustamento da 0,5 punti di Pil (circa 7,5 miliardi) nel 2015 invece che lo 0,1 offerto da Renzi e dal suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.  Secondo quanto risulta al Fatto, a Bruxelles ci sarebbe una soluzione di compromesso pronta: un aggiustamento di 0,2-0,3 punti. Ma è un’ipotesi elaborata dagli uffici tecnici, che ha bisogno di un via libera politico ancora mancante. La direzione generale economia e finanza, guidata proprio da un italiano, Marco Buti, ha elaborato la mediazione. Ma la copertura politica non c’è perché a Bruxelles vogliono capire se l’Italia sta imbrogliando o no. A Katainen e Barroso non è sfuggito il testo dell’audizione di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio. È il primo anno in cui, come previsto dal Fiscal Compact, un’autorità indipendente esamina e commenta i numeri del governo. Nel documento dell’Upb, di cui in Italia si sono accorti in pochi, ci sono commenti politicamente esplosivi. Primo dato: le stime di crescita del governo su 2016, 2017 e 2018 sono discutibili. Uno 0,2 per cento nel 2016 e 0,4 nei due anni seguenti dipendono dall’impatto delle riforme strutturali (lavoro, Pubblica amministrazione ecc.), una misura “essenzialmente affidata alla valutazione discrezionale dell’analista, con conseguente rischio di errori e dimensioni nelle stime del loro impatto macroeconomico”. Come dire che sono numeri sparati a caso. Secondo punto critico segnalato da Pisauro e dall’Upb: i conti legittimano un rinvio del pareggio di bilancio di un anno, cioè dal 2015 al 2016, ma non di due, come chiede il governo. All’Italia è richiesto un aggiustamento dello 0,5 del Pil, cui si può derogare se ci sono due condizioni: se la crescita è negativa (e nel 2014 è di -0,3) e se a causa della recessione l’economia reale è molto lontana dal suo potenziale (in gergo: l’output gap è sopra il 4 per cento, e nel 2014 è al 4,3). Quindi è lecito non prevedere l’aggiustamento di 0,5 punti, circa 7,5 miliardi, nel 2015. Ma il governo prevede poi una piccola ripresa nel 2015 e un output gap al 3,5, quindi nessuna delle due condizioni richieste per rimandare ancora i tagli sarebbe rispettata. Delle due l’una: o il governo non ha diritto a rinviare il pareggio di bilancio al 2017, o sono sbagliati i numeri ma allora significa che il prossimo anno il deficit sfonderà la soglia del 3 per cento del Pil. C’è un’altra cosa che i tecnici di Bruxelles non hanno preso bene: tutti i conti dell’Upb sono fatti sulla manovra da 30 miliardi con un deficit di 11, ma la versione finale muove 36 miliardi, 11 di deficit e 3,4 di “cuscinetto” per placare la Commissione. Quindi l’impatto espansivo non è 11, ma 7,6 (11 meno i 3,4 di cuscinetto), dunque la crescita sarà inferiore al previsto. E questo aggiunge elementi per dubitare dei numeri del governo. Un pasticcio che si complica ogni giorno di più.

domenica 21 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 31 Manovre proditorie all’interno di un governo.


Tratto da “Contratto o tutti a casa” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di ottobre 2018: (…). 1) Lunedì 15 ottobre, dal vertice politico di maggioranza con Conte, Di Maio e Salvini, esce un mini-condono fiscale, che infatti il ministro Tria ha stimato in un gettito irrisorio di 180 milioni.
2) Dopo il Consiglio dei ministri che ha licenziato l’intera manovra, senza più entrare nei dettagli specialistici che si ritenevano risolti nel vertice politico ed erano affidati a foglietti volanti, dagli uffici tecnici del Mef esce un maxi-condono che fa rientrare dalla finestra le schifezze richieste dalla Lega e cacciate dalla porta dal M5S: sanatoria sui reati di frode e riciclaggio; scudo fiscale sui capitali all’estero; soglia di 100 mila euro moltiplicata per 25, cioè per ciascuna delle tasse evase (che sono 5: Irpef, Irpeg, Irap, Iva e imposta sui capitali) e delle annualità condonabili (anch’esse 5).
3) Mercoledì 17 gli uffici tecnici del Quirinale, che han ricevuto la bozza informale dal Mef, la restituiscono al governo con un secco no alla depenalizzazione di riciclaggio e frode. (…). …conferma Giorgetti a Repubblica: “Sulla non punibilità credo ci fossero delle perplessità anche del Colle”. Le successive smentite della Presidenza della Repubblica non smentiscono nulla, se non che Mattarella abbia avuto il testo definitivo (infatti hanno ricevuto quello provvisorio i suoi tecnici: sennò come avrebbero fatto a scoprire e a bocciare il colpo di spugna?).
4) Salvini&C., a furia di fare la spola tra Roma e Arcore, pensano di essere ancora al governo con B. e rivendicano tutt’e tre le porcate, anche quelle bocciate dagli uffici del Colle. Poi, vista la reazione “alleata”, fanno mezza marcia indietro. E intanto lanciano oscuri messaggi sul condono edilizio per Ischia infilata nel decreto Genova, attribuendolo ai soli 5Stelle: nel qual caso sarebbe una porcata pentastellata (anche se il ministro M5S dell’Ambiente Sergio Costa lo contesta), ma facilmente eliminabile in Parlamento in sede di conversione del decreto. Ora, a parte FI e i suoi house organ, che delibano i fetori dei condoni come le persone normali lo Chanel n. 5, chi non vuole quelle tre porcate dovrebbe tifare per chi tenta di spazzarle via. O almeno rispettare la verità dei fatti. E distinguere fra il peccato veniale dei 5Stelle (colpevoli al massimo di ingenuità e imperizia, per non aver controllato ciò che scrivevano i tecnici del Mef, pur ritenuti inaffidabili) e quello mortale della Lega (che il condono extra-large l’ha voluto fin dall’inizio e continua a rivendicarlo, in barba al contratto, ai no dell’alleato e pure del Colle). Invece giornaloni e giornalini sono spalmati a edicole unificate sulla versione di Salvini, beniamino di tutto l’Ancien Régime: le grandi lobby (da Confindustria ad Autostrade, dal partito Rai ai padroni dei giornali terrorizzati dai tagli dei fondi e delle pubblicità degli enti pubblici) puntano su di lui per salvare i privilegi; FI, che solo sul Carroccio può tornare al governo e, nell’attesa, proteggere la bottega Mediaset; e il Pd, che vede nella Lega il nemico ideale e nel M5S il concorrente più insidioso (senza contare che Renzi nel 2014 voleva condonare le frodi fiscali sotto il 3% dell’imponibile, comprese quelle di B., poi autorizzò i pagamenti in contanti fino a 3 mila euro, alzò le soglie dell’evasione depenalizzata e ora se ne va in giro con Briatore). Quindi, fra Di Maio che tenta di cancellare le porcate e Salvini che vuole mantenerle, scelgono tutti il secondo. Sul Corriere, Polito el Drito arriva a scrivere che il vero problema è il “rancore” dei 5Stelle (contro gli evasori e i riciclatori?). Pazienza se i fatti, la logica, le dichiarazioni di Conte-Di Maio-Salvini-Tria nella conferenza stampa di lunedì sera, il no del Colle (che a parti invertite dominerebbe le prime pagine e invece viene nascosto o ignorato) e il Contratto di governo portano nella direzione opposta. Oggi Conte, nel Cdm straordinario, ha una sola via d’uscita: tornare al Contratto di governo. Che non lascia spazio a equivoci: “È opportuno instaurare una pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica”. Queste parole escludono condoni su qualunque importo di fondi neri (anche sotto i 100 mila euro di imposta evasa, figurarsi al di sopra), scudi fiscali e depenalizzazioni di reati collegati: le situazioni eccezionali e involontarie, infatti, riguardano solo chi al fisco dichiara tutto e poi non ha i soldi per pagare a causa della crisi. Chi fa nero e/o esporta capitali i soldi li ha. E lo fa consapevolmente, non involontariamente. Per commettere riciclaggio o frode, occorre il “dolo”, cioè l’intenzione, altrimenti non c’è reato e non c’è bisogno di depenalizzare alcunché: le depenalizzazioni servono a chi accumula volontariamente fondi neri e/o li esporta all’estero e/o li fa reinvestire, non a chi non ha soldi e non può pagare le tasse sui redditi che ha dichiarato. Dunque, a norma di Contratto, dal decreto fiscale vanno cancellati le depenalizzazioni (come chiede il Colle), lo scudo e il condono sull’evasione Irpef (anche sotto i 100 mila euro). Altrimenti si straccia il Contratto di governo. E il governo non c’è più.

sabato 20 ottobre 2018

Riletture. 29 Tutte le nazioni occidentali si avviano a diventare società patrimoniali.


Tratto da “La sfida di Janet obiettivo ridurre le disuguaglianze in America” di Federico Rampini, pubblicato sul settimanale A&F del 20 di ottobre dell’anno 2014: Non è il tipo di linguaggio a cui sono abituati gli europei, quando ascoltano un banchiere centrale. Ma anche qui negli Stati Uniti, non passa inosservato un discorso come quello tenuto da Janet Yellen, (“già” n.d.r.) presidente della Federal Reserve. Parlando a Boston venerdì scorso la Yellen ha affrontato il tema delle diseguaglianze con queste parole: “L’ampiezza e il continuo peggioramento delle diseguaglianze negli Stati Uniti mi preoccupano seriamente. Credo sia giusto chiederci se questa tendenza è compatibile con i valori radicati nella storia del nostro paese, tra i quali c’è l’importanza che gli americani hanno sempre attribuito all’eguaglianza nelle opportunità”. No, non è una frase di maniera: conferma che la Yellen è una figura anomala. Quella dichiarazione è coerente con l’estrema attenzione che lei ha dedicato alle nuove forme della disoccupazione, alla stagnazione dei salari reali, al disagio sociale che permane anche dopo cinque anni di ripresa americana. Un commentatore del New York Times, Neil Irwin, nel blog The Upshot mette in contrasto quella frase della Yellen con ciò che disse molto prima di lei il suo predecessore Ben Bernanke. Nel 2007, prima della grande crisi, Bernanke parlò anche lui di peggioramento diseguaglianze (è un trend che dura ormai dagli anni Ottanta) ma solo per specificare che “spetta alla politica determinare se e come ridurle”. La Yellen non ci sta a chiamarsi fuori, pensa che anche la politica monetaria ha le sue responsabilità. Nel suo discorso di Boston la presidente della Fed si è dilungata su alcune manifestazioni e concause delle diseguaglianze. Per esempio l’aumento inquietante dell’ammontare di “debiti studenteschi”: da sempre in America tanti giovani si pagano gli studi coi prestiti bancari, ma negli ultimi anni si sono trovati stritolati dall’effetto congiunto di un’iperinflazione nelle rette universitarie, e un ristagno dei redditi da lavoro con cui dovranno rimborsare quei debiti. Un altro tema che la Yellen ha discusso è quello caro a Thomas Piketty: il ruolo sempre più decisivo dell’eredità nel determinare la geografia della ricchezza, sicché la mobilità sociale diminuisce e l’America come tutte le nazioni occidentali si avvia a diventare una società patrimoniale, ingessata, oligarchica. La questione delle diseguaglianze è anche decisiva per spiegare la debolezza della crescita. Perfino negli Stati Uniti, dopo più di 60 mesi di crescita, è d’obbligo constatare che questa ripresa non è così vigorosa come lo erano i periodi post-recessione nel passato. Il trend di crescita di lungo periodo mostra un abbassamento lento ma inesorabile per tutte le nazioni industrializzate, se si paragona gli anni Sessanta-Settanta con gli Ottanta-Novanta e infine con l’ultimo ventennio. Anche quando la crescita c’è, è ben lungi dai ritmi di una volta. È il tema sollevato da Larry Summers che ha rilanciato il dibattito sulla “stagnazione secolare”. Il nesso con la diseguaglianza? È noto che i ricchi hanno un’elevata propensione al risparmio, e dunque se troppa parte del reddito nazionale si concentra nelle loro mani, i consumi si deprimono. Ma proprio gli economisti più di sinistra, pur sentendosi vicini alla Yellen, non sono affatto convinti che la Fed sia “innocente” in materia di diseguaglianze. Il coraggioso esperimento chiamato “quantitative easing”, con la massiccia creazione di liquidità che ha trainato l’America fuori dalla crisi, ha probabilmente avuto effetti redistributivi alla rovescia: ha fatto salire le Borse, dove sono soprattutto i ricchi ad avere una vasta quota del loro patrimonio; idem con il revival del mercato immobiliare, anche questo ha favorito i privilegiati.