"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 20 settembre 2018

Terzapagina. 43 Povera Italia.


Tratto da “Povera Italia, dove anche la satira è stata annientata dalla realtà” di Beppe Sebaste, pubblicato sul settimanale “il Venerdì” del 18 di febbraio dell’anno 2011: Ci siamo rimpinzati di satira, trasformando per anni la nostra indignazione in parole sempre più raffinate e irriverenti. Biografi dell’inaccettabile, ci siamo dimenticati che i dittatori non vengono scalfiti dalla nostra sapienza retorica. In tv e su Internet, la dose di satira quotidiana ci ha dato quel tanto di immunità dall’imbarbarimento, ma era un buon alibi per il potere in carica, e rischio per noi di assuefazione. Confesso il mio disagio vedendo l’ultimo film di Antonio Albanese, Qualunquemente. La barbarie ostentata del personaggio, la noncuranza dei crimini contro l’ambiente, dopo le intercettazioni del clan Bertolaso in Campania e anni di governo che ha legittimato nefandezze a 360 gradi, dà un effetto di saturazione insopportabile, nonostante la grande maestria di Albanese. Non è lo specchio deformante della realtà, semmai sarebbe la realtà a essere specchio deformante della satira, se da tempo non la fagocitasse facendo dell’intollerabile spettacolo e dei soprusi moda trandy. Il rovesciamento dei valori in crimini, che nel film è sistematico quando Cetto Laqualunque scende in campagna elettorale, è una storia che riconosciamo: dura da tre lustri. La satira ci illumina? No, ci abitua un po’ di più a convivere col napalm della devastazione. Reperto Rai/Ot, spettacolo di Sabina Guzzanti, narrava la Resistenza contro una dittatura mediatica: una distesa di lapidi sul palco evocava la “strage di parole” di questi anni - giustizia, verità, sogno e troppe altre – finché “ne rimasero solo due: pizza e bancomat” (oggi aggiungeremmo “escort”). Sono passati anni, ma era già allora tardiva la denuncia del nuovo fascismo pubblicitario che attualizzava George Orwell e la neo-lingua di 1984. Senza una vera opposizione, anche linguistica, la satira ha preso il posto della politica, restando sola nel dire la verità. Sembrava “poco satirica”, perché descriveva in modo lineare cose e fatti: non caricatura, ma denudamento della realtà dalle sue barocche menzogne. Per la destra era diffamazione, per la sinistra cose risapute ma taciute dai politici. La Guzzanti è passata al cinema di inchiesta, e oggi la satira, pur pregevole, appare come un fattore di assuefazione alla nostra miserabile condizione: quell’impotenza, o palude comunicativa, che sperimentiamo tra indignazione e sarcasmo quando parliamo di politica con gli amici. Lo spiegò Luttazzi, con la sua enunciazione feroce: il bunga-bunga è ciò che Berlusconi fa da 15 anni all’Italia, e soprattutto alla sinistra. Hai voglia a riderne.

martedì 18 settembre 2018

Riletture. 20 «L’etica autentica e l’etica sessuale ecclesiastica».


Tratto da “Il patto mancato tra amore sacro e amor profano” del teologo Vito Mancuso, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di settembre dell’anno 2014: La prima elementare critica che occorre muovere alla morale sessuale cattolica è che semplicemente non funziona, come dimostra il fatto che la gran parte dei cattolici la disattende. L’etica autentica nasce dalla concretezza della vita e torna alla concretezza della vita. L’attuale etica sessuale ecclesiastica invece si rivela astratta, scolastica, libresca, non nasce dalla vita ma dal desiderio di conformità alle decisioni magisteriali del passato. In questa prospettiva per la morale sessuale ecclesiastica il ruolo decisivo spetta al concetto di lex naturalis, nella convinzione che obbedire alla natura e ai suoi cicli equivalga a obbedire a Dio. La natura è assunta come criterio di legislazione etica, natura come legge, da cui procede una legge ritenuta naturale. Le cose però non stanno così. Oltre al logos la natura conosce anche il caos, e per questo essa non è la longa manus di Dio, e obbedire alla natura non equivale necessariamente a obbedire a Dio. Chi ritiene il contrario deve essere coerente e istituire la diretta connessione Dio-natura non solo per le manifestazioni naturali benigne, ma anche per quelle maligne, le malattie e le sciagure naturali. La lettura astratta e ideologica della natura ha condotto a un duplice risultato: da un lato alla trasformazione della morale in moralismo; dall’altro alla perdita di contatto con la coscienza contemporanea per la quale il concetto di legge naturale risulta del tutto vuoto. Conosce solo la biologia. Il fatto di concepire la natura come governata direttamente da Dio e quindi tale da assumere valore di lex naturalis ha condotto la morale ecclesiastica ad assegnare un primato indiscusso alla biologia e ai suoi ritmi, a scapito della coscienza e della sua spiritualità. Ne è scaturita una morale sessuale contrassegnata da una visione biologistica della sessualità, intendendo con ciò la riconduzione del sesso pressoché solo alla procreazione. Il primato della funzione biologica procreativa ha avuto nei secoli anche un altro effetto negativo: quello di concepire la donna quasi esclusivamente in funzione della generazione dei figli. Non conosce bene la biologia. La morale sessuale ecclesiastica parla così tanto di natura e di natura umana, ma in realtà, a causa della sua astrattezza e del suo dogmatismo, mostra di non conoscere adeguatamente la natura umana, in particolare la natura femminile. Stante l’assunto dell’inscindibilità tra amplesso e procreazione, essa propone ai coniugi che intendono evitare una gravidanza di ricorrere ai periodi infecondi per fare l’amore e di astenersi nei periodi fecondi, ma viene a rappresentare in questo modo una potente quanto nociva mortificazione dell’istinto naturale. Infatti il periodo in cui nella donna è più forte il desiderio di rapporti sessuali è proprio quello dell’ovulazione, nel pieno del periodo fertile quando la donna risulta più disposta e più disponibile, più attratta e più attraente. Gli specialisti spiegano che ciò avviene perché nei giorni fertili gli ormoni sessuali femminili risultano più concentrati. Quasi tutte le persone, cattolici compresi, naturalmente si guardano bene dal prendere in considerazione tali precetti elaborati da una morale di uomini celibi, e in- fatti secondo la rivista scientifica «Human Reproduction» della Oxford University Press durante l’ovulazione la frequenza dell’attività sessuale risulta aumentata del 24%. Ignora il primato della coscienza. Occorre chiedersi che cosa sia più umano: la libertà che comprende, vuole e decide, oppure la sottomissione a una necessità biologica che impone se stessa quale criterio dell’agire e del non-agire? Io credo che la dignità della persona umana consista nell’uso libero e responsabile della propria intelligenza e della propria volontà. Io credo che la vera natura della persona umana non sia espressa dal ritmo del ciclo biologico, ma dall’intelligenza e dalla volontà responsabili. Io credo, in altri termini, nel primato della coscienza. E dicendo questo, non faccio che esprimere il senso più profondo della tradizione giudaico-cristiana. Non rispetta il dato biblico. Con ciò non intendo ovviamente le considerazioni spesso arretrate sulla donna e sulla vita sessuale contenute nei vari libri biblici. Intendo piuttosto la logica complessiva del messaggio biblico, ovvero la sua dinamica evolutiva. All’interno della Bibbia infatti si ritrovano affermazioni a favore della poligamia e altre a favore della monogamia, e così è per la dissolubilità e l’indissolubilità del matrimonio, la fecondità e la verginità, l’inferiorità e la parità della donna, la svalutazione e l’esaltazione del corpo. Tutto ciò costituisce un preciso insegnamento sulla imprescindibilità del contesto storico. Ma c’è un’altra importante considerazione. Nel libro biblico interamente dedicato all’amore erotico, il Cantico dei cantici, nel quale la sessualità costituisce il centro specifico del messaggio. Non vi è neppure un minimo accenno alla funzione riproduttiva della sessualità e l’amore erotico non ha altra giustificazione che non se stesso, in quanto manifestazione della più generale fioritura dell’essere. Conclusione. La morale sessuale della Chiesa cattolica vorrebbe essere fondata sull’oggettività di una presunta legge naturale su cui il soggetto dovrebbe normare la propria particolare situazione. Alla prova dei fatti però essa risulta un peso troppo gravoso da portare: lo è a livello pratico, per l’impossibilità di attuarla con efficacia e con coerenza; e lo è a livello intellettuale, per il massiccio ricorso a ciò che Rahner chiamava «cattiva argomentazione in teologia morale». Occorre intraprendere un profondo percorso di rinnovamento in materia di etica sessuale, analogo a quello compiuto nell’ambito della morale sociale dove la Chiesa è passata dal ragionare sulla base di un astratto criterio oggettivo (i diritti della verità) a un più concreto criterio soggettivo (i diritti della persona), cambio di prospettiva che l’ha condotta dall’Inquisizione al rispetto della libertà religiosa della coscienza. Il medesimo criterio applicato nell’ambito dell’etica sessuale porterebbe la Chiesa cattolica alle seguenti necessarie aperture: sì alla contraccezione; sì ai rapporti prematrimoniali; sì al riconoscimento delle coppie omosessuali. Qualcuno a questo punto si chiederà se si possa ancora parlare di etica cattolica. E io rispondo che in realtà non esiste una specifica etica cattolica, l’etica è la scienza teorica e pratica del bene, e il bene, per definizione, è universale. Ne consegue che non si tratta di preoccuparsi di salvaguardare lo specifico dell’etica cattolica, si tratta di voler pensare in prospettiva universale, cioè veramente cattolica, aggettivo che com’è noto significa proprio universale (dal greco katholikós formato dalla preposizione katà, «verso», e dall’aggettivo hólos, «tutt’intero»).

lunedì 17 settembre 2018

Riletture. 19 “Scoprirsi clandestino per caso in Oregon”.


Tratto da “Scoprirsi clandestino per caso in Oregon” di Vittorio Zucconi, pubblicato sul settimanale D del 17 di settembre dell’anno 2016: All'età di trentadue anni, stanco del proprio monotono lavoro da commesso in un grande magazzino dell'Oregon, Justin Hong decise di fare il salto verso una vita più gratificante. Dopo il liceo e l'università, Justin aveva seguito corsi di informatica prima nel tempo libero e poi, in maniera più organizzata, studi online presso un college che offriva master nella sua materia. Armato del diploma si presentò in un'azienda di Portland che fornisce servizi di sicurezza informatica e il colloquio andò benissimo. Fu soltanto al momento delle formalità per il contratto che la verità si rovesciò sulla testa di Justin Hong come quei secchi di acqua gelata che fecero furore due estati or sono per beneficenza: tu, gli disse l'ufficio personale, non sei cittadino americano. Non sei neppure un residente legale. Tu non esisti. Per trent'anni, da quando una coppia di americani lo aveva prelevato da un orfanatrofio di Seul quando aveva due anni e lo aveva portato con sé nell'Oregon, Justin Hong aveva dato per scontato che lui, come figlio legalmente adottato, fosse diventato americano quanto i nuovi genitori. I suoi gli avevano fatto avere il numero di Sicurezza sociale, l'equivalente del nostro codice fiscale. Aveva frequentato ogni ordine e grado di scuola, dall'asilo fino all'università. Aveva preso la patente di guida. Aveva pagato le tasse. Si era arruolato nell'Esercito, prestando servizio in Kuwait ed era stato congedato con onore. E mai nessuno, nelle scuole, nel Comune, nel grande magazzino che lo aveva regolarmente assunto e neppure al Pentagono che lo aveva messo in uniforme, si era mai preso la briga di verificare se quel ragazzo, poi quell'uomo che parlava senza alcun accento straniero non avendo mai appreso alcuna altra lingua che non fosse quella di genitori, amici, insegnanti, fosse americano. Ma nemmeno il padre e la madre adottivi, degnissime persone oggi scomparse che credevano di avere compilato tutti i formulari e triplicato tutte le copie, si erano mai preoccupati di scoprire se l'adozione avrebbe automaticamente fatto di lui un cittadino Usa, come sarebbe stato nel caso di un figlio naturale. Nella melmosa vaghezza delle mutevoli leggi sull'immigrazione, nella foresta amazzonica della burocrazia indifferente, la vita di Justin Hong era scivolata via nell'ignoranza. Fino alla diga di un'azienda scrupolosa che, impegnata nel mondo della sicurezza informatica, e attenta a leggi - in teoria - durissime con chi assume "clandestini", gli aveva chiesto dove fosse nato - in Corea - e quando fosse stato naturalizzato cittadino Usa. Cioè mai. Sono 18mila soltanto i coreani d'origine da anni residenti negli Stati Uniti senza avere uno "status" legale, soltanto perché chi li adottò, negli anni in cui la Corea, ancora povera, era una fonte ricchissima di bambini, non aveva pensato che i suoi figli sarebbero rimasti "clandestini". L'associazione legale che li rappresenta e sta spingendo per una sanatoria non solo di coreani, ma di iraniani, brasiliani, vietnamiti, cinesi, rumeni e altri adottati e mai divenuti formalmente cittadini per l'equivoco di legge, ha ricostruito i casi di persone che, per avere commesso piccoli reati, o per essere stati coinvolti in incidenti stradali, sono stati deportati nelle nazioni di origine. Una coreana, medico radiologo in un ospedale del Texas, oggi vive della carità di una famiglia di lontani parenti a Seul, dove fu prelevata quando aveva sei mesi, cercando di imparare una lingua che non hai parlato. Un altro ex militare, convinto che il servizio nella US Army avrebbe certificato la cittadinanza della nazione per la quale ha combattuto, vive da clochard sotto i ponti di Seul, anche lui senza conoscere una parola di coreano. Justin,come altri 18 mila, come decine di migliaia di altri come lui, vive nel terrore di sentir bussare alla porta e di essere rispedito in una nazione che è teoricamente la sua patria e che non conosce. Trema al pensiero che il nuovo capo dello Stato mantenga l'impegno preso con i suoi elettori e deporti chiunque non abbia un pezzo di carta per certificare quello che lui è da trent'anni. Un cittadino, tanto americano quanto chi lo vorrebbe cacciare.