"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 27 gennaio 2020

Eventi. 28 Hannah Arendt: «Lei crede in Dio, Herr Eichmann? ».


Tratto da “Hannah e Eichmann. Alle radici dell’odio” di Stefano Massini, dialogo immaginario tra Hannah Arendt (14 di ottobre 1906/4 di dicembre 1975) – ebrea, intellettuale – e Adolf Eichmann (19 di marzo 1906/31 di maggio 1962) – comandante SS, sterminatore di innocenti - pubblicato sul settimanale “Robinson” del quotidiano la Repubblica del 18 di gennaio 2020: Buio. Sullo sfondo si sentono rumori di treni, ferraglia. E ancora: grida umane, pianti. Scoppi di fucile, mitragliatori. È una sequenza spietata, lancinante. A tratti assordante. Poi tutto svanisce lentamente. Resta solo un lungo silenzio mortale. Si alzano le luci su uno spazio neutro, illuminato da luci al neon. Potrebbe essere un bunker, o una stanza da interrogatori. O forse, semplicemente, un luogo inesistente. A destra è seduto lui, Eichmann, di spalle, avvolto nel fumo di una sigaretta. Non lo vediamo in viso, sentiamo solo le sue parole, scandite nel fumo.
Eichmann - C’erano altre vie -. Silenzio. Aspira la sigaretta. Tossisce. - C’erano altri modi, l’ho sempre pensato -. Silenzio. - Potevamo prenderli tutti e spostarli nel Madagascar. Non è un posto a caso: avevo già pronto il piano. Le navi. Tutto studiato. Tutto predisposto. I dettagli. Era una soluzione idonea. Più che idonea. Un’isola. Lontana. Buon clima. Bel paesaggio. Avremmo risolto il problema. Oppure c’era l’ipotesi polacca, la studiai io stesso: trapiantarli tutti in una specie di piccolo stato ebraico, a Nisko, fra Lublino e Cracovia. Rispetto al Madagascar c’erano aspetti più semplici da gestire. Sarebbero stati autonomi. Loro leggi, loro cultura. Dove stanno? Là. Niente morti, niente rumore. E oggi non saremmo qui -. Silenzio. Aspira la sigaretta. - Sottoposi i progetti ai piani alti, ne parlai almeno tre volte. Non vollero saperne -.
A questo punto si alza sulla sinistra una figura femminile. Mezza età. Capelli scuri. Un abito ordinario. In silenzio percorre alcuni passi nella stanza.
Hannah - C’è qualcosa che voglio raccontarle. Nel 1933 successe un fatto, in Russia. Due funzionari - si chiamavano Jagoda e Berman - insomma quei due si presentarono da Stalin. C’era un problema da risolvere. Anzi un doppio problema: i contadini rimasti senza terre, e le carceri piene di criminali. Sa che c’è? Jagoda e Berman - o come si chiamavano, non fa differenza - credo che quel giorno sorridessero. Io almeno sorrido, quando sento di avere una soluzione, per qualunque cosa. Quando persi le chiavi di casa e mi riuscì di far scattare la serratura della finestra, giuro che sorridevo. Tant’è -. Silenzio. - Dicevo? Ah sì: pare fu il compagno Jagoda a prendere la parola: “Abbiamo un progetto. Una colonna di treni. Dalla stazione merci di Mosca. E un’altra da Leningrado. Le riempiamo. Piene zeppe. Tutti i contadini rimasti senza terra, con le famiglie. E insieme a loro, i criminali. Assassini. Stupratori. Dentro, tutti: nei vagoni”. “E poi?”, chiese Stalin. “Poi tutti a Tomsk.” E sorrisero tutti, credo. Tomsk è un posto in Siberia. Ci fa un freddo terribile a Tomsk, ma se ti ci metti d’impegno qualcosa riesci a coltivare. Poi gli animali. E sennò c’è sempre il legname. Insomma, l’idea era semplice: “Prendiamo tutti quelli che qui sono un problema, e li spostiamo come un pacco a Tomsk.” Stalin ci pensò un po’ su. Non molto. Poi pure lui sorrise. Mise il timbro. E firmò. Il 18 maggio del ’33 arrivarono in cinquemila, in Siberia. Le donne, i bambini. I carcerati con loro. Sembrava tutto perfetto. Tutto studiato. Tutto predisposto. I dettagli. Ma accadde qualcosa. Qualcosa su cui solo lei e quelli come lei, Eichmann, possono darmi un’idea. Spiegarmi. Perché da sola non me lo spiego. Potevano lasciare quella gente a Tomsk, proprio come lei voleva lasciare noi in Madagascar o in quel cavolo di posto polacco. Invece no. Alcune migliaia le buttarono su un’isola, in mezzo a un fiume. Non c’era ragione per farlo, nessuna ragione. Ma lo fecero. Vollero farlo. L’isola si chiamava Nazino. Li ammassarono lì, senza cibo, né acqua. Dopo tre o quattro giorni cominciò la strage. Si mangiarono l’un l’altro. Sì: cannibali. E morirono, in migliaia. Le guardie, i funzionari non mossero un dito. Stavano lì, a guardare. Erano gli anni - esatti - in cui lei cominciava a lavorare alle SS. Mi ha colpito, sono sincera. Mi ha fatto pensare. Non alle colpe, no. Non è questo. Dove comincia — e perché comincia — il male. Ci sarà un momento, preciso, in cui prende forma. O no? Deve esserci. Tutto ha un inizio. Quell’attimo - impercettibile - in cui si passa dal nulla al qualcosa. È questo che cerco io, da lei -.
Eichmann a questo punto si volta. Lo vediamo per la prima volta in viso. È un uomo di cinquant’anni, con uno spesso paio di occhiali. Magro, il viso leggermente scavato. Ma ciò che colpisce è la sua assoluta posatezza. E quel modo di comportarsi dimesso, che lo fa sembrare un impiegato di quarto livello, o il bibliotecario stanco di una scuola di provincia.
Eichmann - Quando mi avete arrestato, in Argentina, ho passato sette giorni in una cella. Alla porta c’era fissa una guardia. Credo per paura che mi uccidessi. Un pomeriggio, nel corridoio, passò sul muro una lucertola. La guardia la fissò. Poi a un tratto afferrò un bicchiere, lo capovolse, lei scappò ma lui riuscì a bloccarcela dentro, contro il pavimento. E la tenne lì: chiusa. Non per poco tempo: per ore. La guardò morire, capisce? Come quei russi in Siberia.
Hannah - E come fece lei, Eichmann -.
Eichmann - Non comandavo io in Germania -.
Hannah - Lei è l’uomo che ha messo in piedi tutto quanto -.
Eichmann - Erano ordini. “L’unico onore è non tradire mai” -.
Hannah - Era questo il suo motto? -.
Eichmann - Non sono parole mie. Ma le ho rispettate, fino in fondo -.
Hannah - Fino in fondo, certo -.
Eichmann - “L’unico onore è non tradire mai” -.
Hannah - La Soluzione Finale è una sua creatura -.
Eichmann. -Mi chiamo di nome Adolf, come Hitler. Ma non era Eichmann il Führer -.
Hannah - Quindi non ha colpa? Non sta a me dargliela per forza: non sono un giudice, questo non è un Tribunale. Ne risponderà a loro. A me interessa altro, gliel’ho detto -.
Eichmann - A Buenos Aires io ero chiuso in cella, la lucertola nel bicchiere. Se la guardia fosse stata libera di uccidermi - se non fossi stato Eichmann - mi avrebbe guardato soffocare esattamente come la lucertola. Non per cattiveria. Fa parte dell’uomo. Fa parte di me, fa parte di lei. Per paura della morte, la osserviamo. Per controllarla. Per chiamarla per nome. Lei parla del “male”: non esiste il male, esiste solo la paura di incontrarlo -.
Hannah - Lo faccia stabilire a me. Io ho bisogno di capire chi era lei prima di diventare Eichmann -.
Eichmann - Cosa vuol sapere? -.
Hannah – Tutto -.
Eichmann - La ascolto: chieda pure -.
Hannah - Quando è nato -.
Eichmann - Era il 19 marzo del 1906. Le cinque del mattino. A Solingen -.
Hannah - Dove si trova? -.
Eichmann - In Renania. Ci fanno i coltelli, a Solingen. Le forbici. Se non vado errato, pure i bisturi per le ope-razioni. Ha presente quando vedi luccicare le lame del chirurgo, e ti raccomandi a Dio per ri-svegliarti vivo? Ecco. Le lame le fabbricano là. Preghi Dio, ti metti nelle sue mani. In realtà tutto dipende da un pezzo di metallo fabbricato da tre operai tedeschi. Che per giunta, magari, l’hanno forgiato bestemmiando -.
Hannah - Lei crede in Dio, Herr Eichmann? -.
Eichmann - In Dio no. In un Dio, sì -.
Hannah - Quale Dio? -.
Eichmann - Un essere superiore -.
Hannah - Superiore a chi? -.
Eichmann - A me, a lei. A tutta questa porcheria che chiamiamo mondo. Un posto piccolo. Misero. Con dentro gente misera, convinta che Dio sia un barattolo di miele. Zucchero e bontà, amore fraterno e ghirlande di fiori. Sceneggiate.
Hannah - Adolf Hitler amava le sceneggiate. Parate militari come cerimonie. Lui sull’altare. Come Dio -.
Eichmann - Sceneggiate, appunto -.
Hannah - Non esiste Dio, non esiste Hitler -.
Eichmann - Esiste qualcosa di potente, di più potente di me, di lei e di Hitler. Lo chiami Natura, se vuole, lo chiami Dio, conta quel che conta. Tiene le redini di tutto, Frau Arendt. E questo naturalmente ha un prezzo.
Hannah - Quale prezzo? -.
Eichmann - Che non c’è il bene e non c’è il male. C’è solo quello che va fatto -.

domenica 26 gennaio 2020

Eventi. 27 N° "11152"=Edith Steinschreiber Bruck.


27 di gennaio dell’anno 1945: liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte della “Armata Rossa”. Tratto da "Perché ho ancora paura", intervista di Brunella Giovara ad Edith Steinschreiber Bruck – “poetessa e scrittrice, reduce dal campo di sterminio, oggi dice: «Sento crescere il vento dell'intolleranza» - pubblicata il 18 di gennaio 2020 sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica”: (…). Temi la banalità, il senso che si perde? "La televisione trasmetterà quel film con il bambino in pigiama a righe, come si chiama? La vita è bella. Una commedia, tragica se vuoi, ma non insegna nulla. Eppure, tutti conoscono solo quel film. Mi capita di andare in certe scuole, arriva la professoressa e dice "i ragazzi sanno già tutto, hanno visto La vita è bella".
Eppure, tu sei testarda, continui a girare le scuole. "Certo. È faticoso, la notte prima non dormo, "cosa gli dico, capiranno?", e mi rigiro nel letto. Arrivo a pezzi, sento l'artrosi che mi fa soffrire, poi esco più viva che mai. Penso che vale sempre la pena, per cinque studenti che ascoltano musica ce ne sono centocinquanta che capiscono, imparano. Mi è successo in una scuola a Monteverde, e a Bologna. Ho detto "voglio raccontare di mia madre bruciata in un forno, se non vi interessa potete uscire". Cinque sono usciti, gli altri lì, fermi".
E in una scuola è nato il tuo soprannome, signora Auschwitz, giusto? "È successo a Pescara. Una studentessa voleva chiedermi qualcosa, ma io stavo parlando con altri, mi ha chiamata così, "signora Auschwitz!". E io mi sono girata subito, purtroppo".
Cos'è Auschwitz, oggi? "Non ci sono mai tornata, né voglio farlo. Primo Levi ci è tornato, io non ho la sua forza. Sono tornata a Dachau e ho visto quello che è rimasto delle baracche. La mia era la numero 11, è rimasto solo un numero. Trentadue numeri per terra, nient'altro. All'ingresso ce ne è una che sembra svedese, con il tavolo e le panche nuove".
E questo cosa significa? "Che distruggeranno tutte le cose autentiche. L'hanno fatto con il crematorio, ne è rimasto solo uno, nascosto da cespugli alti. Lo elimineranno. Cancelleranno con noi la verità, quando l'ultimo dei deportati sarà morto, via libera alla mistificazione".
Cosa ricordi, del ritorno a Dachau? "In una birreria ho chiesto a un uomo che aveva più di settant'anni dov'era il memoriale. Mi ha risposto "non lo so", e intanto indietreggiava. Ma come, non lo sai? Tu c'eri, ho pensato".
Chi vuole cancellare questa memoria? "Tutti. L'Europa. E i nuovi fascisti, naturalmente. In Polonia hanno manifestato in 150 mila contro gli ebrei. Nei Paesi del Nord devastano i cimiteri ebraici. In Francia hanno ammazzato un ebreo. In America anche. L'antisemitismo ha radici millenarie, e la malerba rinasce, la radice cresce".
E l'Italia? "Non è a questo punto, non ancora. La grande qualità degli italiani è che sono così superficiali... non arriverebbero a uccidere. Si dice: italiani, brava gente. È una sciocchezza con un fondo di verità. Sono meno crudeli. Quando sono arrivata in Italia nel '54, affittavo una stanza da un tipografo, al 36 di via del Babuino. In casa aveva il ritratto di Pio XII, di Mussolini e di Umberto. Ma divideva la zuppa di cavolo con me, "signò, mangia con noi"".
In Italia c'è antisemitismo, e gruppi di neonazisti molto attivi. "Questo mi fa male. La discriminazione verso chiunque, non solo verso gli ebrei, sia chiaro, è male. E il male porta male, l'odio porta odio. Sento tante parole di odio, questo Salvini, ad esempio, ruba alla gente il linguaggio e i pensieri più abbietti, dice quello che la gente vuole sentirsi dire, e la gente vuole l'uomo forte, il padre padrone. Quando c'è un vuoto ideologico, e la crisi economica, e l'emigrazione, lì nasce la discriminazione. La massa non pensa, è cieca, puoi usarla come vuoi. Allora io dico: chi non è migrante? Siamo tutti migranti. Chiunque va accolto e rispettato".
E l'Ungheria, che è il tuo Paese di nascita, com'è? "Da quando c'è Orbán non ci vado più. Le mie amiche non escono di casa perché hanno paura. Non portano più la stella di David al collo, sono spaventate. Io ne ho una piccola, sto pensando di metterla. L'antisemitismo è tornato, è peggio che in Polonia. La destra cresce in tutta Europa, i politici hanno preso sottogamba questa cosa".
Hai paura? "Non per me, ma per il mondo, che è così miserabile. Perché la Segre deve girare con la scorta? Io peraltro non avrei accettato, non voglio nessuno tra i piedi. Ma l'astio verso gli ebrei è tornato, è tutto come allora. L'ebreo è la vittima classica della Storia. Forse sono stati dei ragazzini, a minacciare Liliana, per ignoranza, per stupidità. Ma ricordo anche la storia della mensa di Lodi, quando esclusero quei bambini... E la donna di Padova, intervistata sui migranti all'uscita dalla chiesa, diceva "che affoghino tutti!". È cominciata così, la deportazione".
Come è stato il tuo ritorno a casa, nel '45? "Qualcuno si è fatto il segno della croce, vedendo me e mia sorella Adele, com'eravamo ridotte. Qualcuna ha alzato un angolo di grembiule e si è asciugata la lacrimuccia. Ricordo l'accoglienza di una sorella che si era salvata dal ghetto, in cortile ci ha detto "lavatevi, prima di entrare in casa". Questo è stato il benvenuto, noi pensavamo che ci avrebbero accolte in ginocchio, dopo quello che avevamo passato. Invece, tutto finito, non se ne parli più, e soprattutto non davanti ai bambini. È cominciata la rimozione, in Ungheria come in Italia, più nessuno era stato fascista, o nazista".
Primo Levi ha raccontato questo, il non voler ascoltare di molti. "Tutti zitti, io ho ricominciato a studiare, zitta. Ho taciuto per anni. Poi ho iniziato a scrivere le cose che non si potevano dire. Bisogna farlo. Primo diceva sempre: cosa sarà dopo di noi?".
Cosa sarà? "Temo molto il dopo. Già adesso, quando vedo queste gite ad Auschwitz, certi picnic...

sabato 25 gennaio 2020

Ifattinprima. 36 «L'orlo del precipizio, dietro la porta malferma del Paese».


Tratto da “Non possiamo dirci innocenti” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 25 di gennaio 2020: Stiamo scendendo nell'abisso. Dobbiamo cominciare a domandarci dove porta e quando si fermerà questa mutazione in corso del nostro Paese, che dopo aver travolto il linguaggio e la coscienza civica sta attaccando lo spirito di convivenza fino ad alterare il carattere collettivo degli italiani.