"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 19 aprile 2019

Riletture. 85 «Sì, rileggere Calamandrei conviene. A tutti».

Tratto da “Calamandrei: oggi perfino lui sarebbe un anti-sistema” di Peter Gomez, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di aprile dell’anno 2018: “Bisogna ricominciare a distinguere che altro è il lavoro professionale redditizio e altro l’ufficio politico gratuito, e che chi mescola le proprie cariche politiche con i propri affari personali, inquinando nello stesso tempo la vita privata e la vita pubblica, le ragioni della politica e quelle della scienza e dell’arte, non è un grande politico, né un grande scienziato, ma è semplicemente un miserabile cialtrone”. Chi pensate lo abbia scritto? Un antiberlusconiano invasato, da anni in attesa di veder finalmente approvata una vera legge sul conflitto d’interessi? Un antirenziano moralista che storce il naso davanti alle riunioni di corrente tenute da Matteo Renzi negli uffici dell’azienda farmaceutica di famiglia del capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci? O peggio ancora un indefesso populista demagogicamente convinto che “la politica non è una professione e che gli onori si chiamano così perché non danno guadagno”. No, questa frase non esce dalla penna e dalla mente (per molti malata) di nessuno di loro. A metterla nero su bianco, nell’agosto del 1943, è stato Pietro Calamandrei, il più citato, ma meno ascoltato, tra tutti i nostri Padri costituenti. A lui nel corso degli anni sono state intitolate decine di scuole, aule, lapidi, luoghi di riunione e, per celebrare e ricordare il fine giurista, anche un palazzo di giustizia. È l’omaggio ipocrita di una nazione da sempre condannata a commettere gli stessi errori. Così, rileggendo le 23 pagine di La politica non è una professione, ben ristampate in tiratura limitata dalle Edizioni Henry Beyle, viene da chiedersi quante e quali polemiche susciterebbe oggi il pensiero di Calamandrei se in Parlamento qualcuno ripetesse che “affinché si crei una classe politica capace di dirigere il Paese, occorre (…) gente che sappia prima di tutto governarsi in modo onesto in casa sua e nella propria professione, perché non possono aspirare a dirigere il proprio Paese coloro che nella loro cerchia famigliare e nella propria economia privata ostentano esempi clamorosi di malgoverno o di malcostume. Educazione politica ed educazione morale sono la stessa cosa: per esercitare con purezza gli incarichi politici a beneficio della collettività ci vuole (…) quello stesso senso del dovere che si dimostra prima di tutto nel compiere con onestà il proprio lavoro o nel sacrificarsi con semplicità per i figliuoli”. Sì, non è difficile capire che nell’Italia capovolta di questi anni, le parole di Calamandrei verrebbero bollate in tv come antisistema e che frotte d’intellettuali, sulle ali di un revisionismo sempre più di moda, definirebbero falsa pure la sua analisi sui comportamenti dei tanti gerarchi fascisti. Uomini che si “erano mossi sapendo con lucida freddezza cosa volevano: invece che la via degli studi, lunga e faticosa e raramente fertile di guadagni cospicui, essi videro nella violenza politica il mezzo sbrigativo per arrivare rapidamente alla ricchezza; e nella prepotenza connessa ai pubblici uffici il mezzo per difenderla e per accrescerla”. Oggi fortunatamente il fascismo non c’è più e non c’è nemmeno il rischio che ritorni. Restano invece i gerarchi. Questa volta in apparenza democratici. E resteranno sempre se, chi si presenta come nuovo, non comprenderà che “per risanare la nostra Italia dolorante” non basta “cacciar via i profittatori dai posti che occupavano” se poi ci si mette “in loro vece nei posti ancora caldi del loro passaggio”. Sì, rileggere Calamandrei conviene. A tutti.

giovedì 18 aprile 2019

Riletture. 84 La «sindrome di Collier» ed «il richiamo delle pulizie di Pasqua».


Tratto da “L'arte americana di liberarsi dai cattivi ricordi” di Vittorio Zucconi, pubblicato sul settimanale “D” del 18 di aprile dell’anno 2015: Fu nel 1947, 68 anni or sono, che la forma più estrema di quel disturbo mentale che affligge tanti di noi ebbe il primo nome, quello dei fratelli Homer e Langley Collier. Nel primo giorno di primavera, il 21 marzo, la polizia sfondò la porta del loro appartamento ad Harlem, richiamata dai miasmi che si sprigionavano dall'abitazione. All'interno, trovarono qualcosa che nessun agente di polizia, nessun vigile del fuoco, aveva mai visto prima: 150 tonellate di rifiuti di ogni genere accatastate in due stanze e un bagnetto, montagne di giornali, cascate di abiti, carcasse di televisori, frigoriferi defunti, piramidi di mobilio, slavine di quadretti e soprammobili, sacchi di cibo ormai immangiabile. E sepolti vivi,uccisi dalle cose che avevano accumulato in quarant'anni di vita in comune, i due fratelli Homer e Langley, Homer soffocato nel tunnel che aveva scavato per raggiungere il fratello e che gli era franato addosso come in una miniera, Langley, paralizzato da un ictus e immobilizzato, morto di fame e di sete. Una nuova malattia mentale, allora battezzata "Sindrome di Collier", oggi conosciuta come "disposofobia" era stata individuata e aveva meritato addirittura una lunga serie di documentari trasmessi per tre anni dalle televisioni nazionali. Sono casi di inspiegabile orrore, dai 350 gatti collezionati in casa da Edith Bouvier, cugina prima di Jacqueline Kennedy, alle tonnellate di ciarpame che avevano imprigionato e ucciso una coppia ottantenne di Chicago, Jesse e Thelma Gaston. A ogni primavera, quando parte il richiamo delle pulizie di Pasqua, lo Spring Cleaning, il conflitto fra il desiderio di sgombrare e il morso della "disposofobia" si ripresenta. Conservare gelosamente i detriti della propria vita contrabbandati come ricordi o sbarazzarsene? Pulire è un po' morire? È la patologia degli hoarder, dei raccoglitori estremi, opposta a quella dell'usa-e-getta. Un bisogno compulsivo di acquisire e conservare, un mal sottile che colpisce con particolare virulenza i cosiddetti empty nester, le coppie di mezza età che hanno visto volare via dal nido i figli ormai grandi e restano soli in grandi case dove gli oggetti diventano gli altari di una famiglia che non c'è più. Così esplode, perché nell'economia americana se c'è un prurito ci sarà sempre un dito per grattarlo, l'industria dei magazzini per privati, dove per pochi dollari al mese coloro che vogliono svuotare casa ma senza la lacerazione di buttare al macero i relitti di una vita, possono riporre e conservare mobili e ricordi, come in un grande ospizio di cose inanimate, ma non ancora morte. Altri scelgono la strada estenuante della garage sale, la vendita di oggetti sparpagliati all'ingresso dell'autorimessa di casa a prezzi bassissimi. Mercanzia di nessun valore, eppure rastrellata con ingordiglia da acquirenti che sperano di trovare, frugando nel cassettoni aperti, quel Picasso che il compratore neppure sapeva di avere. Ripartono con auto colme di cianfrusaglia che andrà ad accumularsi nella loro casa e che un giorno dovranno cercare di vendere in un'altra garage sale. Tutti, o quasi tutti noi, soffriamo di qualche forma benigna di "disposofobia", senza arrivare all'estremo dei fratelli Collier. Io ho conservato per anni biglietti del tram che mi avevano trasportato a partite di calcio importanti o al primo incontro con la ragazza dei sogni. Ho cassetti stracolmi di badge di plastica per l'accesso e l'accreditamento stampa a eventi di ogni tipo, dai quali mi guardano centinaia di me stesso prima giovane e sorridente e poi via via più vecchio e annoiato. E centinaia, migliaia di foto di parenti, figli, nipoti, parenti che non oso buttare per scaramanzia. Mia moglie conserva cataste di piatti, pentole e coperte e lenzuola ormai inutili, come io le dozzine di antidiluviani computer portatili che rifiuto di gettare perché dentro ognuno di loro ci sono, come nelle padelle di mia moglie, frammenti della mia fatica e della mia vita. Ma non finirò come la cugina di Jackie con 250 gatti (anche perché al pelo di gatto sono allergico), né come i Collier. La decisione irrevocabile è presa: getterò via tutto. Nella primavera del prossimo anno, s'intende.

mercoledì 17 aprile 2019

Lalinguabatte. 77 «Rimorso di incoscienza».


Discetta Marshall McLuhan, in un Suo inedito dell’anno 1963 – tempo lontano assai e non sospetto ancora –, inedito che di seguito in parte trascrivo e dal quale ho preso a prestito il titolo per questo post, inedito dato alle stampe in un numero della rivista - di un decennio addietro almeno (del gennaio dell’anno 2009?) - “Lettera Internazionale”, discetta il grande McLuhan di un sapere umano legato alla dimensione della “visione” e di un sapere, o meglio di una conoscenza, legata alla dimensione “dell’udire”. Sostiene sempre il grande McLuhan appartenere il primo alla sfera ed all’arte della scrittura, appartenere il secondo alla sfera dei moderni mezzi di comunicazione, che a Suo dire – detto nell’anno del signore 1963 – sembra abbiano soppiantato l’arte antica della scrittura come forma di comunicazione o di memoria collettiva. Non posseggo strumenti scientifici o cognitivi se non per apprezzare, nella mia limitatezza, l’arguto e dottissimo Suo argomentare. Ma una questione oggigiorno mi pongo e la pongo: che i moderni mezzi di comunicazione di massa non abbiano determinato irreversibili processi di annientamento della coscienza privata, del singolo o di un gruppo sociale, di quel gruppo detto ceto medio che soleva auto-aggettivarsi “riflessivo”? Che non abbiano quei mezzi determinato un annichilimento dello spirito critico ed abbiano in pari tempo consentito lo sviluppo di uno “spirito di asservimento a prescindere” riguardo a tutto ciò che i sistemi di comunicazione elettronici ci propinano? Sono convinto, senza strumenti idonei per sostenere la fondatezza di tale mia convinzione, che nelle menti di tantissimi esseri umani si sia come cristallizzata una “coscienza civica nuova e collettivizzata” che uniforma ed omologa i comportamenti dei singoli su scala planetaria. Ho letto analisi di importanti opinionisti basiti e smarriti assai di fronte all’altissimo consenso politico-sociale mantenuto nel bel paese dall’egoarca di Arcore – al secolo Silvio B. – che si riverbera anche nella attuale situazione di crisi profonda che attraversa il Paese, una crisi profonda e dagli esiti imprevedibili alla quale il nostro ha contrapposto a suo tempo, tra le decisioni governative, ridicole ed imprudenti dichiarazioni – cosa dire dell’invito a spendere ciò che non sia posseduto per riavviare un clima di scialacquamento di risorse – dichiarazioni che avrebbero distrutto di certo qualsiasi altra fortuna politica che non fosse sostenuta dalle ingenti sue risorse e dal controllo suo spietato dei moderni mezzi elettronici di captazione del consenso collettivo. Sostiene sempre McLuhan che il trionfo smodato ed al momento incontrastato dei mezzi elettronici di comunicazione e di asservimento collettivo ha prodotto un effetto straordinario: una “tribalizzazione sociale” senza precedenti, con un ritorno delle tecnologiche avanzate nelle società odierne “alla dimensione unificata delle antiche culture orali, alla coesione tribale e a schemi di pensiero preindividualistici”. I conti tornano: ritornare ad una società che affida la propria memoria all’oralità e non alla scrittura consente agli oligarchi del tempo corrente di dire e negare, al modo superbo dell’egoarca di Arcore, sommo maestro in tale indecorosa arte. È proprio vero: le vie della mente umana sono infinite ed imperscrutabili assai e sono sempre da temersi sommamente le imprevedibili sue tortuosità. Ha scritto Marshall McLuhan: