"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 7 dicembre 2019

Strettamentepersonale. 24 «Gli uomini hanno perduto quella che Goethe chiamava “la natura originale”».


Sentite questa – o meglio leggete “questa” come molto garbatamente qualcuno mi ha fatto notare e consigliato -. Si era in un bel gruppo di persone simpatiche e molto interessanti. Si conduceva, in quel gruppo, un conversare molto conviviale per il quale era stata stabilita “a priori” una regola precisa, ovvero di bandire senza se e senza ma da quel nostro lieto e lieve conversare tutto ciò che riguardasse la becera attualità politica del bel paese e tutto ciò che riguardasse lo sfasciume morale ed etico dei tempi nostri e quant’altro attenesse al mercimonio delle coscienze operato dal potere. Si era poi stabilito che, circolarmente, ciascuno raccontasse una storia vissuta in prima persona o della quale se ne fosse venuti a conoscenza. Si potrebbe dire che si conducesse un “innocente” gioco di società. Spero che i pochissimi lettori di questo blog non abbiano a fraintendermi quando utilizzo quella aggettivazione del gioco – “innocente” - non avendoci aggiunto, di proposito, l’aggettivazione di “elegante” per non suscitare perplessità e retro-pensieri. Ho avuto modo così di ascoltare storie molto belle, altre molto interessanti, ilari alcune, molto commoventi tante altre ancora. Al mio turno ho voluto raccontare la storia fantasiosa contenuta nel film di Ermanno Olmi “Il segreto del bosco antico”, che da poco avevo rivisto, opera cinematografica di prima grandezza tratta da un racconto di Dino Buzzati e magistralmente recitata da quel grande attore che è stato il nostro amatissimo Paolo Villaggio. E così ho raccontato del colonnello Sebastiano Procolo – Paolo Villaggio - e del suo nipote, il piccolo Benvenuto, e di come lo zio brigasse per eliminarlo fisicamente per entrare in possesso dei suoi possedimenti avuti in eredità. Ho già detto che la storia raccontata da Ermanno Olmi è una storia che sa molto di favola, di fiaba antica, nella quale lo zio Sebastiano ingaggia finanche il topo della casa affinché rosicchi le travi in legno del soffitto per causarne il crollo e di conseguenza la morte dell’innocente nipote. È una storia straordinaria “Il segreto del bosco antico”, piena di geni che vivono negli alberi del bosco, di venti che hanno linguaggio umano – il vento Matteo –, di animali che comunicano sentimenti come gli umani e rappresenta a mio parere una straordinaria fiaba ecologica ed antropologica che andrebbe fatta conoscere e divulgata anche nelle scuole, essendo peraltro supportata da una straordinaria fotografia naturalistica. In pochi, in verità, degli astanti conoscevano la storia raccontata da Olmi ed in molti, venuti a conoscenza del suo triste epilogo, ovvero della morte del colonnello finalmente pentito dei suoi pensieri omicidi, e morto dopo  essersi messo sulle tracce del nipote dato per disperso sotto una slavina, ma in verità incolume, in molti, dicevo, hanno obiettato che una favola così atroce non può essere consigliata e raccontata ai più piccoli essendo il suo contenuto, e soprattutto il suo epilogo, molto crudo e capace di ingenerare sentimenti di paura. È stato così che ne è venuto fuori un interessante confronto di idee durante il quale ho fatto riferimento, per quel che ricordavo in quell’istante, al grande psicoanalista Bruno Bettelheim – nato a Vienna il 28 di agosto dell’anno 1903 e morto a Silver Spring il 13 di marzo dell’anno 1990 - che in un Suo pubblico intervento ebbe a sostenere (trascrivo) che “o partiamo da una paura infantile che ci aiuti a maturare, o siamo destinati a sfociare infantilmente in un panico molto più distruttivo, contro cui forse pretenderemo la protezione di qualche superpadre che ci tiranneggi in vetta alla società: non impareremo mai a liberarci dalla paura se non ne abbiamo mai avuta e se non abbiamo imparato a ragionare in base ad essa.” Fine della dotta citazione e fine della storia. Per dire che tante volte ho sentito esprimere la necessità della massima accortezza nel raccontare favole o fiabe affinché non si ingenerassero nei piccoli ascoltatori sentimenti di paura. Nessuna fiaba alla maniera di Hansel e Gretel, per esempio, con il tentativo di abbandono di minori, nemmeno il Pinocchio impiccato all’albero, o del lupo che ingurgita la povera nonnina di cappuccetto rosso e così di questo passo. Della necessità della affabulazione e di tutto ciò che essa ingenera nella giovanissime menti, per una equilibrata loro crescita, ne ha scritto dottamente Pietro Citati sul quotidiano “la Repubblica” del 2 di settembre dell’anno 2010 col titolo “Cari adulti, imparate a restare bambini”, che di seguito trascrivo in parte: (…). Sebbene si proclamino intelligenti e progrediti, gli uomini (…) hanno perduto quella che Goethe chiamava «la natura originale» e Leopardi «il primo uomo». Hanno ucciso la loro anima infantile, che dovrebbe accompagnarli sino alla morte. Appena l'infanzia muore o si esaurisce in noi, si spegne l'immaginazione, il cuore, l'intelligenza, l'intuizione psicologica, l'estro, il gioco, l'eccentricità, la solitudine, la tenerezza, il divertimento. Diventiamo spettri lenti e tediosi. Non abbiamo più né amori né amicizie. Non riusciamo a respirare. Un cielo tenebroso si posa, plumbeo e soffocante, sopra il capo, e getta lampi di tenebre su tutte le occasioni della nostra esistenza. Non si vede per quale ragione dobbiamo continuare a vivere, se abbiamo completamente smarrito il senso e la luce della vita. Soltanto se restiamo in qualche misura infantili, continuiamo a capire l'infanzia: ciò che è uno dei massimi doni dell'esistenza. Perché lì, in quelle risa e in quei pianti e in quei rossori e in quelle parole e affermazioni impossibili, si nasconde qualcosa che non appartiene al «qui»: soffia un altro tempo, un altro spazio, un'altra musica. Se non riusciamo a cogliere questo soffio siamo creature diminuite. Così, dobbiamo moltiplicare i nostri rapporti con i bambini. Per esempio leggere ai figli «Pinocchio» e l' «Iliade» e «Alice nel paese delle meraviglie» e la storia dell'elefante nel fiume e le «Favole italiane» di Calvino: nostro figlio ci fissa, spaventato e divertito; e noi seguiamo sul suo volto l'aspetto sconosciuto che prende in lui il libro che conosciamo. Mentre ascolta, il bambino riflette in sé il padre e la madre: li fa rivivere in sé; è felice di avere una simile affinità con loro. Non c'è momento, forse, in cui padre e madre siano così prossimi al figlio. La lettura finisce. Il bambino fugge, prende a scalare un albero o a scavare una fossa, come se volesse scostare da sé con un gesto il peso delle cose che ha appena ascoltato. Non riemergono più durante il giorno e sembra che se ne sia perduta ogni traccia. Ma vi sono degli istanti rivelatori.

venerdì 6 dicembre 2019

Cosedaleggere. 19 «La naturale evoluzione del liberalismo».


Tratto da “Non c’è economia senza diritti” di Emanuele Felice, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 3 di dicembre 2019: (…). Il liberalismo è una dottrina di emancipazione, che parte dalla valorizzazione del lavoro (contro la rendita) e si fonda sui diritti dell’uomo: questi diritti nel corso del tempo si sono ampliati, fino a includere, oltre ai diritti civili di prima generazione (proprietà, sicurezza, libertà di opinione) i diritti sociali (enunciati in modo pieno nella Dichiarazione Onu dei diritti dell’uomo e valorizzati dalla nostra Costituzione, entrambe frutto della vittoria contro il nazi-fascismo), i diritti civili di seconda generazione e infine i diritti ambientali. Difatti sia il welfare state, sia l’intervento pubblico in economia furono teorizzati da liberali (William Beveridge, John Maynard Keynes), con l’intento di salvare il liberalismo dal fascismo e dal comunismo.

mercoledì 4 dicembre 2019

Cosedaleggere. 18 «Si dematerializza la nostra vita, saltano i legami sociali».


Tratto da “Eravamo nati uguali” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 28 di novembre 2019: Di quanta eguaglianza ha bisogno una democrazia per mantenere le sue promesse? Una misura non c’è, salvo quella inventata dal buonsenso pratico degli antichi, secondo cui la dimensione ideale della città democratica doveva consentire ad ogni cittadino da muoversi da casa non prima dell’alba, per partecipare all’assemblea, e di poter ritornare dalla sua famiglia non dopo il tramonto.