"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 24 marzo 2019

Terzapagina. 75 «Gli italiani sono stati fascisti».


A lato. Milano, 23 di marzo 1919, piazza San Sepolcro: adunata per la fondazione dei Fasci di combattimento.

Tratto da “Il fascismo è ancora vivo dentro di noi” di Antonio Scurati, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 23 di marzo 2019: Noi siamo stati fascisti. Gli italiani sono stati fascisti. Il genus italico ha generato il fascismo. Di più: il fascismo è stato una delle potenti invenzioni (o innovazioni, se preferite) italiane del Ventesimo secolo, che dall’Italia si è propagata in Europa e nel mondo. Non suonino come provocazione queste parole. So bene che non tutti gli italiani sono stati fascisti e che molti – non moltissimi, purtroppo – sono stati antifascisti anche durante il ventennio. La mia affermazione è perentoria perché, in anni di studio e scrittura sull’argomento, mi sono convinto che sia giunto il tempo di un allargamento della coscienza civile, di una nuova, più ampia, più consapevole, più veritiera narrazione dell’identità nazionale. (…). L’identità nazionale italiana repubblicana si è fondata su una narrazione edificante, su un meccanismo d’identificazione positiva, su una memoria della gloriosa Resistenza antifascista (della realtà e del suo mito). Per cinquant’anni ci siamo raccontati di discendere dai partigiani della montagna. È stato giusto che così fosse, è stato necessario. Non a caso, la festa di questa identificazione positiva è sempre stata - e dovrà continuare a essere - il 25 aprile, giorno della Liberazione. Questa narrazione ha, però, comportato una rimozione: la nostra discendenza dal fascismo è stata parzialmente obliata, il lato oscuro della forza è stato proiettato ai margini della nostra coscienza storica. Per questo motivo la data fatidica del 23 marzo, (…), è stata cancellata dalla memoria collettiva. La rimozione si è spinta fino a inghiottire la toponomastica, fino all’abrasione dei marmi che segnalano i nomi delle strade d’Italia. In piazza San Sepolcro a Milano, tabelloni didattici ricordano che fu foro romano e luogo di culto cristiano ma non un solo segno indica che in quella piazza elegante e sonnacchiosa nacque il fascismo. Ebbene, cento anni dopo è giunto il tempo di togliere l’interdizione alla narrazione del fascismo, di completare la coscienza nazionale con la consapevolezza di essere stati fascisti. Dobbiamo ricordare che esattamente cento anni fa in Piazza San Sepolcro a Milano, di fronte a una platea di pochi, deliranti partecipanti, un politico sbandato alla ricerca di una strada fondò i Fasci di combattimento. Dobbiamo conoscere la storia di quella piccola accozzaglia di reduci, facinorosi, delinquenti, sindacalisti incendiari e gazzettieri disperati, professionisti della violenza e artisti, i quali – guidati da un leader pronto a ogni tradimento, a ogni nefandezza, pronto a scommettere sul peggio e a vincere la scommessa, pur partendo da un numero infimo e da una devastante sconfitta elettorale – nell’arco di soli tre anni conquistarono il potere. Gli italiani devono sapere che - contrariamente alla leggenda nostalgica secondo cui il fascismo sarebbe precipitato nell’abiezione soltanto alla fine della sua traiettoria, con le leggi razziali e la guerra - quegli uomini fecero sistematicamente uso di una violenza brutale come strumento di lotta politica fin dal principio, che quella del fascismo è storia di sopraffazione, ma devono anche sapere che quei violenti poterono prevalere grazie all’ignavia di molti, al bieco calcolo opportunistico dei liberali e di una monarchia indegna, alla voracità di una classe politica sfinita, alla visionaria inconsistenza dei dirigenti socialisti. Infine, ma soprattutto, dobbiamo conoscere, e saper riconoscere quando si ripresenti, l’innovazione dirompente nel linguaggio della politica che il fascismo rappresentò, la seduzione potente che esercitò sul rancore diffuso nella piccola borghesia che, a torto o a ragione, si sentiva delusa dalle promesse della storia, tradita dalla casta politica, declassata dalle conseguenze di una crisi epocale, minacciata nelle sue poche certezze e nei suoi piccoli possedimenti da un “invasore” straniero (i socialisti dipinti dalla propaganda fascista come portatori della “peste asiatica” perché seguaci della rivoluzione russa). Sto proponendo una riabilitazione, una revisione, una memoria condivisa? Al contrario. Sto affermando che, se nel dopoguerra fu necessaria la narrazione edificante e ideologica della Resistenza, oggi lo è poter raccontare Mussolini e il fascismo senza pregiudiziale ideologica, senza remore e senza sconti (per nessuno). Questa maturità intellettuale deve oggi essere raggiunta, non solo da pochi storici di professione, ma da tutti noi. Dobbiamo maturare fino al punto di poter riconoscere che i fascisti delle origini furono affascinanti e sciagurati, che Benito Mussolini creò l’archetipo del leader che guida un popolo non precedendolo verso mete elevate ma seguendone gli umori più cupi, capace di prosperare su passioni tristi, sul caos, sullo smarrimento, capace di fare leva su ottime ragioni ma convertendole sistematicamente in torti. Dobbiamo fare questo salto di coscienza civile per rinnovare le ragioni dell’antifascismo, che sono, semplicemente, quelle della democrazia, del progresso, dell’uguaglianza, della convivenza civile. Oggi, cento anni dopo, possiamo riappropriarci della storia del fascismo come segno del fatto che non le apparteniamo più. Non nel timore che si ripeta, perché non si ripeterà. È vano – talvolta anche un po’ ridicolo – inalberare quotidianamente la bandiera dell’antifascismo militante. Molto più utile, e serio, tenere ben alta la bandiera di una matura democrazia, addestrandosi a riconoscere le continue metamorfosi storiche della pulsione antidemocratica.

sabato 23 marzo 2019

Terzapagina. 74 Trump e la «presidenza retorica».


Tratto da “Diffidate sempre del presidente che si fa popolo” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 17 di marzo 2019: (…). L’unico demagogo che è riuscito a diventare presidente degli Stati Uniti d’America è stato Andrew Johnson che però non fu eletto e entrò alla Casa Bianca perché era vice-presidente di Abraham Lincoln, assassinato il 15 aprile 1865. Durante la sua presidenza Andrew Johnson dovette affrontare la tenace opposizione del Congresso, fu sottoposto al procedimento di messa in stato d’accusa  (impeachment) e lasciò la carica in disgrazia. Trump ha vinto le elezioni con un largo margine di voti elettorali (non di voti popolari), ha iniziato il suo mandato con una solida maggioranza nella Camera dei Rappresentanti e nel Senato e ha potuto nominare un suo candidato alla Corte Suprema. Un presidente demagogo eletto rappresenta una rottura radicale rispetto ai principi fondamentali della democrazia americana. I Padri Fondatori della Costituzione degli Stati Uniti avevano spiegato che il demagogo è il pericolo più grave per la libertà repubblicana. Dai classici del pensiero politico antico e moderno, e dalla storia, avevano imparato che il demagogo parla direttamente al popolo senza la mediazione dei partiti o del Congresso e, grazie all’uso sapiente dell’adulazione, sa persuadere il popolo toccando le sue passioni: la paura, la speranza, l’odio, il desiderio di sentirsi superiori ad altri popoli e di essere onnipotenti. Una volta conquistato il favore della parte più incolta e spesso più povera del popolo, che quasi ovunque è maggioranza, concentrano nelle loro mani un potere enorme che non sopporta limiti e condizionamenti. Coloro che hanno sedotto il popolo con l’adulazione, leggiamo nei Federalist Papers (1788), vero e proprio commentario alla Costituzione degli Stati Uniti, hanno cominciato come demagoghi e sono diventati tiranni (“commencing demagogues and ending tyrants”). Altri presidenti americani, a partire da Theodore Roosevelt (1901-1909) si soo rivolti direttamente al popolo, passando sopra il Congresso e sopra il proprio partito, per fare passare particolari provvedimenti legislativi. (…). Abraham Lincoln, per citare un esempio significativo, ricusò di parlare dell’imminente guerra civile alla folla che lo aveva accolto a Pittsburgh, era 15 febbraio 1861, e spiegò la sua decisione con l’argomento che il tema richiedeva una lunga ed approfondita discussione e riteneva prematura una sua netta presa di posizione. I cittadini convenuti salutarono le sue parole con un immenso applauso e espressioni di entusiastica approvazione. Ai nostri giorni un comportamento analogo da parte del presidente degli Stati Uniti sarebbe accolto con viva disapprovazione. Trump rappresenta un cambiamento profondo anche rispetto alla tradizione della “presidenza retorica”.

giovedì 21 marzo 2019

Riletture. 75 «Salvini e Gasparri le suppellettili della politica in Tv».


Tratto da “Da Salvini a Gasparri le suppellettili della politica in Tv” di Alberto Statera (Roma, 16 settembre 1947 – Roma, 22 dicembre 2016), pubblicato sul settimanale A&F del 21 di marzo dell’anno 2016: Ettore Bernabei, antico e sanguigno direttore generale della Rai, soleva dire che gli italiani che allora guardavano la televisione erano venti milioni di teste di cazzo. Sbagliava. Molti di quei milioni hanno scoperto, sia pure tardivamente, almeno la trappola di un genere televisivo che via via è andato gonfiandosi come la rana di Fedro per poi scoppiare: il talk show politico. Genere a basso costo e produttore, tra l’altro, di utili influenze lottizzatorie ha avuto una fase piuttosto fortunata per piombare poi in un desolato spettacolo di maschere fisse quanto improbabili, una compagnia di giro di smodati presenzialisti che produce un incessante rumore di fondo. (…).
Quante volte nelle ultime settimane siete corsi al telecomando per oscurare Matteo Salvini? Ve lo diciamo noi: 73 volte in 60 giorni, con una progressione in crescita via via che si avvicina la scadenza elettorale. Per un totale di 18 ore di parole, sempre le stesse. L’assalto dei candidati (…) non penalizza gli habituè, le consuete suppellettili di arredamento negli studi di Floris, Giannini, Del Debbio, Formigli, Porro, Vespa, Panella, Merlino, Paragone (e scusate se ce ne scappa qualcuno). Maurizio Gasparri e Daniela Santanché continuano a bivaccare lì, immarcescibili controfigure di loro stessi, tra una comparsata e l’altra. Quel che dicono è assolutamente irrilevante, un po’ perché le sparano a caso, un po’ perché tanto sanno che non faranno cambiare idea a nessuno. Scivolano così nel macchiettismo. La nuvola di improbabilità è tale che persino chi di cose da dire ne ha a iosa e sa pure farlo, come il giornalista Marco Travaglio, rischia di diventare tedioso. Insomma il talk show ormai brucia i suoi presentatori e i suoi protagonisti, li usura per over exposition, li sottopone all’irritazione palpabile di quei milioni di teste di cazzo bernabeiane. Se ne è accorto il leader della Fiom Maurizio Landini che in un’intervista proprio al Fatto Quotidiano ha detto di volersi sottrarre a chi voleva fare di lui una delle tante suppellettili televisive, una comparsa, un pezzetto di teatro che serve alla messinscena quotidiana fatta di gente ignorantissima, che non sa di che cosa parla.