"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 20 settembre 2020

Ifattinprima. 90 «Il “taglio” dei parlamentari sarebbe malfatto perché “lineare”. Meglio forse un taglio cubico o sferico?».


Tratto da “Ecco perché molte ragioni del No non stanno in piedi”, intervista a Gustavo Zagrebelsky di Silvia Truzzi pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 19 di settembre 2020: (…). Professore, come spiega il cambio di rotta di molti parlamentari? La riforma è stata votata, in ultima lettura, con una maggioranza bulgara. I cittadini possono avere fiducia in persone che cambiano opinione tanto facilmente? - La coerenza e la connessa fiducia non albergano nelle stanze della politica. Valgono le convenienze e le tattiche, cioè i calcoli secondo le mutevoli circostanze. In politica, fidarsi è forse bene, ma non fidarsi è certamente meglio. Per questo, è bene non farsi mettere nel sacco -.

Ad esempio? - Il “taglio” dei parlamentari sarebbe malfatto perché “lineare”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Premesso che non mi piace sentire il linguaggio triviale di chi parla di tagli di poltrone, mi vien da dire: meglio forse un taglio cubico o sferico? -.

Parliamo di cose serie. È vero che con meno deputati e senatori ci sarà un vulnus di rappresentanza? - Riducendo i numeri, si alza implicitamente la soglia per accedere al seggio parlamentare. Ciò crea difficoltà per i piccoli partiti e porta con sé un effetto maggioritario. Questo è un argomento serio, ma non necessariamente a favore del No. Dipende da quel che si pensa in tema di rappresentanza politica. I piccoli e piccolissimi partiti sono un bene o un male per la democrazia? Non abbiamo detto negli ultimi lustri che sono una complicazione e che meglio sarebbe la semplificazione? Semplificare non vuol dire annullare, ma promuovere confluenze e concentrazioni in gruppi più vasti con i quali esistano affinità -.

C’è poi un argomento, sostenuto dal fronte del No, che bisogna chiarire: la rappresentanza dei territori. - I deputati e i senatori non sono i rappresentanti dei territori. Questa idea è una reminiscenza d’un tempo antico, l’Antico Regime. Lei ricorda certamente che cosa era la rappresentanza agli Stati generali riuniti a Versailles nel 1789. Se insistiamo sulla rappresentanza dei “territori” (qualunque cosa questa parola suggestiva voglia dire), ritorniamo a una concezione pre-democratica e corporativa, ai cahiers de doléance e ai baillages, le circoscrizioni feudali amministrative e giudiziarie nelle mani dei “balivi” o – come disse un tempo Massimo D’Alema – dei “cacicchi” locali. La rappresentanza territoriale significa oggi soprattutto favorire i faccendieri locali che dispongono di pacchetti di voti clientelari, i lobbisti che intrallazzano a Roma -.

I territori e le loro esigenze non hanno da avere rappresentanza? - Al contrario. Ma devono esprimersi politicamente. Sottolineo: politicamente. I deputati e i senatori “rappresentano la Nazione senza vincolo di mandato”. Non lo dice solo la Costituzione, ma lo dice la concezione moderna della politica come cura di interessi generali. Per esempio, lei sa che se si ha “sul territorio” il proprio rappresentante nella politica centrale (parlamentare, ministro, sotto-ministro, ecc.) è facile farsi costruire la strada o l’autostrada che interessa in loco (pensi all’autostrada Voltri-Gattico-Sempione), oppure promuovere l’assunzione di schiere di dipendenti nelle amministrazioni locali (pensi ai postini in Abruzzo, regno d’un famoso ministro delle Poste). Questo è caciccato. Diversa è la gestione dei trasporti o dell’impiego pubblico all’interno di una visione generale nella quale anche le esigenze locali possono trovare il loro giusto spazio. Questa è la rappresentanza politica -.

Lorenza Carlassare ha scritto che la legge elettorale ideale è fatta così: proporzionale con soglia di sbarramento non superiore al 3% senza liste bloccate e pluri-candidature. Ma poi che fine fa la governabilità? - La governabilità – parola truffaldina: ne abbiamo parlato più volte – dipende dalla struttura del sistema politico, molto meno dal sistema elettorale. Ne abbiamo avuto la riprova pratica con le riforme degli anni 90 che miravano, per l’appunto, a costruire solide maggioranze di governo come effetto di leggi elettorali. È andata così? -.

Quindi la legge elettorale ha poca importanza? - Nient’affatto. Ne ha poca per la governabilità, ma ne ha molta per altri importanti aspetti. Come tutte le leggi, anche questa deve ispirarsi a un qualche concetto di giustizia, di giustizia elettorale. Mescolare elementi contraddittori, un po’ di proporzionale e un po’ di maggioritario, liste e candidature singole, liste bloccate e preferenze, voto congiunto e disgiunto, eccetera, può incontrare l’interesse di questo o quel partito, ma non degli elettori che alla fine non ne capiscono più nulla. Lo stesso Parlamento risulta un guazzabuglio di legittimazioni diverse. Insomma: il primo requisito d’una buona legge elettorale è la chiarezza nella quale l’elettore possa ritrovarsi facilmente -. (…).

Si discute molto sul modo di migliorare la qualità della rappresentanza. - È il grande tema che dovrebbe occupare il dibattito pubblico, infinitamente più importante della quantità della rappresentanza. Bisognerebbe incominciare con l’abbandono della falsa visione della democrazia di coloro che dicono: siccome siamo un Paese intaccato dalla corruzione, non possiamo stupirci che anche la corruzione venga rappresentata in Parlamento, sulla base dell’assunto che le Camere sono lo specchio del Paese. Una posizione smaccatamente giustificazionista del peggio. Nella vecchia tradizione costituzionale, si diceva che il Parlamento dovrebbe rappresentare il meglio del Paese. Se è il contrario, possiamo stupirci del discredito dell’istituzione parlamentare, discredito diffuso non solo tra gli antiparlamentaristi per principio, ma anche tra tante persone, diciamo così, “perbene” democraticamente parlando -. (…).

Un altro grande argomento a sostegno del No è che ad accompagnare questa piccola modifica non ci sia una grande riforma, a iniziare dal bicameralismo paritario. Che ne pensa? - Non si era detto, dopo la débâcle delle due gradi riforme del 2006 e del 2016, “d’ora in poi solo modifiche puntuali della Costituzione”? E comunque: siamo di fronte all’ennesimo argomento specioso. Mi spiego: tutti i precedenti progetti di revisione della forma di governo prevedevano una riduzione del numero dei parlamentari. Ma se si procede per ora su questo punto, che cosa vieta che, dopo, si metta mano al bicameralismo paritario? Il meno, che è già qualcosa, impedisce un più. Dove sta la logica? -.

Lei è favorevole a ritoccare il bicameralismo, vero? - Sono favorevole al mantenimento di due Camere, differenziate per composizione, procedure e funzioni. Naturalmente non a quel pasticcio, che è stato sventato con il referendum di quattro anni fa. (…) -.

Con il Sì verrà rafforzato l’esecutivo a discapito del Parlamento? - E perché mai? -.

Alcuni sostengono che la scelta del Sì rafforza i sentimenti, perniciosi, dell’antipolitica. - Anche questa obiezione mi pare una sciocchezza. Se i sentimenti antipolitici e antiparlamentari ci sono – e ci sono – non è che la prevalenza del Sì li rafforzerebbe. Semplicemente a loro darebbe espressione e costringerebbe i partiti a prenderne atto e ad agire di conseguenza per neutralizzare i fattori che l’antipolitica alimenta e che, assai spesso, dipendono da loro. Il referendum è semplicemente una conta numerica che serve a dare l’immagine di ciò che c’è nella nostra società. Far finta di niente, come per anni s’è fatto, è solo politica dello struzzo. Non è che con il No quei sentimenti si indebolirebbero. Semmai, il contrario. Poi, è chiaro che una netta vittoria del Sì con il Movimento 5 stelle che da solo si è mobilitato per quel risultato giustificherebbe che se la intestasse come un proprio successo politico. Insomma, paradossalmente il No di chi vuol dare una lezione al Movimento 5 Stelle rischia di provocare un effetto boomerang: noi soli contro tanti, direbbero, l’abbiamo voluta e abbiamo vinto. - (…).

sabato 19 settembre 2020

Ifattinprima. 89 «Comunque deciderai di votare, non cedere mai alla tentazione di coprire di insulti chi non la pensa come te».

Lettera di Salvatore Settis ad una elettrice “titubante” riportata in “Contro i dirottatori del referendum” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di giovedì 17 di settembre: (…). Cara Marianna (…) prova a ragionare a fondo sui perché del SÌ e del NO. Io provo intanto a proporti qualche criterio per orientarsi nella selva delle argomentazioni, quelle buone e quelle speciose. Primo criterio. La Costituzione è per sempre. Perciò nei referendum costituzionali valgono solo gli argomenti sul merito della riforma proposta su un punto molto specifico, e nessun altro. Per esempio, la riforma Renzi-Boschi meritava di essere liquidata da un sonoro NO non perché a volerlo fare era quel governo, ma perché pretendeva di cambiare in un colpo 47 articoli della Carta. Nel referendum del 20 settembre la domanda da farsi è una sola: ridurre il numero dei parlamentari è positivo per il funzionamento della nostra democrazia? O è negativo? O indifferente?

Secondo. Meglio non arrendersi alla tribù dei Benaltristi: quelli che davanti a qualsiasi problema, perfino un referendum costituzionale, proclamano: “ci vorrebbe ben altro”. Chi dice che questa riforma non ridurrà le ingiustizie sociali, non cancellerà la disoccupazione né migliorerà sanità e ricerca, scuola e tutela del paesaggio dice il vero, ma usa un argomento che col referendum non c’entra nulla. Controprova: e se vince il NO, quale di questi problemi si risolve d’incanto?

Terzo. Bisogna insospettirsi davanti a ogni tentativo di dirottamento. Per esempio, se ti dicono: ma se voti SÌ sarai in cattiva compagnia, perché così votano X, Y, Z, ricordati che pochi anni fa la riforma Renzi-Boschi fu bocciata non per la travolgente, isolata forza di una sinistra rivoluzionaria, ma perché votarono NO anche la Lega e Forza Italia. Era una pessima compagnia, ma in un referendum costituzionale deve contare, per te come per ciascun elettore, il merito della decisione da prendersi, e non chi, per ragioni tattiche non sempre impeccabili, ha finito per votare come te.

Quarto. A chi ti dice che più sono i parlamentari e più sono rappresentati i territori, le minoranze o i micropartiti, prova a obiettare: e perché allora non proponete di accrescere il numero dei parlamentari, per rendere il Parlamento ancor più rappresentativo? E come mai non avete protestato quando la Camera approvò questa riforma con oltre il 90% di maggioranza? Perché mai avete aspettato il referendum per esprimere il vostro dissenso? E quale sarebbe secondo voi il numero ideale perché la rappresentanza funzioni al meglio? Il numero odierno di senatori e deputati, a cui si è giunti combinando quanto disposto dalla Costituente con leggi successive, è la pura e insindacabile perfezione? E perché?

Quinto. Se ti dicono “la Costituzione non si tocca !”, rispondi: è proprio vero, e dunque non si tocca nemmeno l’articolo 138, dove si prescrive che la Costituzione può essere modificata, e si spiega come e con quale procedura. Settantacinque anni di Repubblica hanno mostrato che le riforme puntuali, di uno o due o tre articoli, “passano”, anche quando non sono un granché (come quella dell’art. 81 sul pareggio di bilancio), mentre i tentativi di stravolgere la Carta modificandone in un sol colpo 40 o 50 articoli vengono respinti dai cittadini. Lo hanno imparato a proprie spese Berlusconi e Renzi.

venerdì 18 settembre 2020

Ifattinprima. 88 Il Sì e il No a confronto.

Tratto da “Guida al referendum. Le ragioni del Sì, le obiezioni del No” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 15 di settembre 2020: Qual è il numero perfetto di parlamentari? La domanda se la posero già i Padri costituenti eletti nel 1946 (556 in tutto).