"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 16 maggio 2021

Leggereperché. 83 «Nella cultura del consumo del nostro tempo anche la nostra identità può essere indossata e poi dismessa come un abito».

 

Tratto dalla corrispondenza di Umberto Galimberti con la lettrice Marialaura C. pubblicata sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 16 di maggio dell’anno 2015 con il titolo “Gli amanti non possono bastare a se stessi”: Perfino il più egoista dei desideri ha bisogno dell'altro, se non altro per farsi applaudire. Ed è per rispetto del "sentire" altrui che si tiene fede alle proprie scelte. Se lei per "biografia" intende la "vita", è ovvio che tutti hanno una biografia, anche quelli che revocano tutte le scelte che hanno fatto e poi revocano persino la scelta di revocarle. Se poi limita la revocabilità delle scelte alla scelta di coppia, toglie dal gioco tutte le altre scelte a cui siamo "costretti" nel nostro tempo, in cui, rotti tutti i legami tradizionali di parentela, di classe, di usi e costumi locali, ciascuno si trova a gestire la propria esistenza in una abbondanza infinita di scelte. E non possiamo escludere che proprio questo sia alla base del senso di insoddisfazione dell'uomo d'oggi, se è vero che, a scelta avvenuta, c'è sempre e comunque il dubbio che potesse essercene una più vantaggiosa, così che revochiamo la precedente e poi quella successiva, all'infinito. In questo senso, io dicevo, non si costruisce alcuna biografia, perché nella rincorsa delle scelte possibili, la nostra identità o non si costituisce o, se già costituita, va continuamente in crisi. In secondo luogo, se ogni scelta è revocabile togliamo ogni significato alla parola "scelta", perché non possiamo considerare davvero tale una decisione che non comporta alcuna conseguenza di rilievo. Il fatto che nessuna scelta sembri precluderne un'altra mi pare rientri perfettamente nella cultura del consumo del nostro tempo, dove, al pari di tutti i prodotti che per i nostri bisogni del momento possiamo scegliere, anche la nostra identità può essere indossata e poi dismessa come un abito. Questa mentalità, incoraggiata dalla pubblicità delle merci, una volta estesa al nostro stile di vita fa sì che la libertà si risolva nella possibilità di scegliere tra due marchi, A e B, pressoché equivalenti, i quali, per avere l'uno una maggior attrazione dell'altro, devono essere pubblicizzati nel modo illusorio e accattivante tipico della pubblicità. Che, nel caso dello stile di vita, è l'illusoria enfasi sull'ideologia della libertà. Quella libertà raggiunge il massimo del degrado quando giustifica le sue scelte sulla base dell'affermazione "Ma io sono fatto così" oppure "Ma io sento così". Quando si assume il proprio "sentire" come criterio di scelta si regredisce al livello infantile che Freud ha descritto come regolato dal principio di piacere, dove il bambino è attento solo ai propri bisogni e ai propri desideri, senza alcuna capacità di misurare se stesso in rapporto agli altri. Ciò comporta una visione del mondo del tutto sganciata dal principio di realtà a cui da adulti si dovrebbe pervenire, con la conseguente percezione del mondo come un riflesso dei propri desideri, che, se inappagati, determinano un ricorso ad altre scelte per evitare la delusione e la frustrazione della meta non raggiunta. Nasce da qui quella cultura narcisistica a sfondo edonistico che tende alla realizzazione individuale, che non tiene assolutamente conto dell'appartenenza dell'individuo a quel più ampio sistema sociale nel quale quel "mai io sento così" deve misurarsi con quello che "sentono gli altri". E neanche il narcisista può prescinderne, dal momento che ha bisogno degli applausi degli altri per sentirsi gratificato, ma io direi semplicemente "per sentirsi al mondo". Rinunciare a priori a impegni a lungo termine o a coinvolgimenti affettivi che non si riducano al tempo breve della passione - che si chiama "passione" perché, quando ne è posseduto, l'Io non è padrone di sé, ma "patisce" la fascinazione dell'altro e quindi è nelle mani dell'altro -, concentrarsi sul presente senza memoria del proprio passato e senza progetto per il futuro, significa costruire una vita fatta di scelte, di atti, di eventi isolati, ma non una "biografia", perché la biografia è un opera che è riconoscibile perché ha una sua struttura, un suo disegno, una sua narrativa, una sua storia, la cui trama non è di continuo interrotta da scelte fatte sul momento nelle direzioni più attraenti del momento, perché in quel momento "io sento così".

sabato 15 maggio 2021

Notiziedalbelpaese. 12 «Si (ri)-parla di riforma della giustizia per la giustizia. Davvero?».

 

Tratto da “La giustizia e la vita” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri venerdì 14 di maggio 2021: (…). La giustizia è un sistema complesso di forze e di interessi diversi e spesso antagonisti; ogni legge nuova è soltanto un impulso, un fattore di rimescolamento e sarebbe un'ingenuità considerarla coincidente col risultato finale. Ridurre i tempi della giustizia, s'intende, è ciò su cui tutti, sono d'accordo. L'ovvia via maestra dovrebbe essere l'efficienza dei processi.  Oggi, pare che si battano strade diverse. Ragionando in astratto e per assurdo si può pensare che i processi non si facciano, così durano niente; oppure, sempre per assurdo, che i processi siano sommari, senza tante complicazioni, così durano poco. (…). I reati, ma non quelli più gravi, dopo un determinato periodo di tempo "si prescrivono", "si estinguono" e, di conseguenza, non si procede nei confronti dei loro autori. I giuristi dicono che la prescrizione ha natura sostanziale, oggettiva: l'interesse pubblico a celebrare processi dopo molto tempo dai fatti viene meno e lo Stato, attraverso il suo apparato giudiziario, rinuncia a perseguirne gli autori. Di fatto - ecco un caso di eterogenesi dei fini - , anche se lascia un'ombra di possibile colpevolezza, la prescrizione ha cambiato natura ed è diventata uno strumento processuale per scampare alla giustizia: un'assoluzione per prescrizione per l'imputato, soprattutto se ha qualcosa da rimproverarsi, è meglio di un'eventuale condanna. Ma è anche una frustrazione della giustizia: dei magistrati che vedono andare in fumo i processi che hanno istruito; dei giudici che si sono pronunciati invano in gradi precedenti del giudizio, delle vittime dei reati che si sentono beffati e giustificatamente alzano i pugni al cielo. Non nascondiamoci la realtà: soprattutto nei grandi processi dove sono all'opera i grandi avvocati, maestri nell'usare tutte le risorse della procedura che sono tante (rinvii, eccezioni del più vario genere, rinuncia alla difesa e sostituzione del difensore, ricusazioni, "termini a difesa", ricorsi, ecc.) spesso si punta più sulla prescrizione del reato che sull'innocenza dell'imputato. Così quella che è una sconfitta d'una giustizia che a parole si vorrebbe rigorosa, certa, uguale per tutti e indipendente dalle circostanze, si trasforma in efficace incentivo della sconfitta medesima. Sappiamo però anche che la prescrizione dei reati è un fatto di civiltà, purché non diventi un salvacondotto dei criminali. È un fatto di civiltà perché non si può vivere in eterno restando sotto la minaccia del processo. Il processo è di per sé una pena. Se ha da esserci, lo si apra e lo si chiuda nei tempi più brevi possibili e non lo si lasci pendere come una minaccia sulla testa delle persone. La prescrizione del reato, che - ripeto - è pur sempre un fallimento della giustizia, serve a porre fine alla minaccia e ad assicurare la tranquillità d'animo che è condizione di libertà. Dunque, i reati devono essere prescrittibili, ma i tempi della prescrizione devono essere compatibili con quelli dell'ordinaria celebrazione dei processi. La brevità dei tempi di prescrizione deve essere in rapporto diretto con la rapidità della celebrazione dei processi. Se si vuole che la prescrizione avvenga in breve tempo, si accelerino i processi con semplificazioni delle procedure, eliminazione dei pretesti su cui prosperano i causidici, investimenti, riorganizzazioni. Per accelerare i processi non c'entrano nulla i termini di prescrizione, cioè i tempi oltre i quali lo stato rinuncia a esercitare la funzione giudiziaria. A meno che si dica ridurre i tempi ma si miri ad altro, all'impunità. Si evoca a tutto spiano l'Unione Europea che vuole processi brevi, ma la Corte di Giustizia si è già pronunciata con chiarezza, ponendo un principio: la prescrizione che vanifica i processi è contro lo stato di diritto e non è, dunque, una via percorribile (è la decisione sul "caso Taricco" del 2015: si trattava della responsabilità degli evasori fiscali). Un altro tema affatica i riformatori: l'appellabilità delle sentenze. A quanto si dice, ora si penserebbe di reintrodurre l'abolizione dell'appello del pubblico ministero contro il proscioglimento in primo grado. L'argomento è suggestivo: se uno è stato prosciolto una volta, come potrebbe il giudice d'appello ritenere fondato "oltre ogni ragionevole dubbio" il ricorso del pubblico ministero che chiede di rivedere la sentenza di assoluzione? Argomento suggestivo, sì, ma anche fondato? Il sol fatto che un giudice si sia espresso è di per sé garanzia che non vi possano "ragionevoli dubbi" sull'assoluzione? Precisamente, ragionando di "ragionevolezza", proprio in casi come questi non dovrebbero essere ammesse le riconsiderazioni? Le decisioni di primo grado possono essere arbitrarie, irragionevoli, sbagliate e, proprio per correggerle, esiste l'appello. Pensando di abolirlo in base a quell'argomento, si farebbe cosa assai strana: l'appello serve a correggere i possibili errori, allora basta dire che il giudizio di chi li ha commessi è dotato d'un plus-valore di verità? Non c'è qui qualcosa come un ingolfo logico? Il doppio grado del giudizio non è prescritto dalla Costituzione. Ma la cosiddetta "parità delle armi" tra accusa e difesa è necessaria in vista del processo "giusto". Giusto non sarebbe se l'accusa avesse più poteri della difesa, ma anche al contrario, se ne avesse meno: così disse la Corte costituzionale. Come si fa superare lo scoglio? Stando a quel che si legge, si vorrebbe limitare in qualche modo anche l'appello dell'imputato contro le sentenze di condanna in primo grado. Non abolendolo, ma ammettendolo solo in casi "rigorosi" stabiliti dalla legge? Quali? Non è già così? Chi, poi, decide se si rientra nei casi ammessi, se non un giudice d'appello? Quale groviglio dovrebbe essere sciolto dal legislatore; quante complicazioni e quante controversie ne nascerebbero? Altro che semplificazione, accelerazione. In ogni caso, non si risolverebbe affatto la questione del diritto all'uguaglianza perché questa è questione che non riguarda l'astratta architettura legislativa, ma la concreta posizione delle parti in quel singolo processo e nulla interessa loro se, in altri processi, ci sia una diversa ponderazione dei poteri, questa volta a sfavore della parte accusatrice. (…). Una domanda: si parla nei termini anzidetti di riforma della giustizia per la giustizia. Davvero? Non sarà, invece, che la posta in gioco sia tutt'altra, politica, la tenuta del governo, di cui la giustizia rischia di fare le spese. E non sarà che la da tutti denunciata malattia della giustizia abbia bisogno di medicine d'altra natura?

giovedì 13 maggio 2021

Leggereperché. 82 «Quando l'etica della responsabilità sociale dà ordini diversi rispetto all'etica personale».

 

Tratto da “Cari medici, non basta mettere quiete nella vostra coscienza” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 13 di maggio dell’anno 2017: