"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 20 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 7 “Una storia (tutta) italiana”.


Da “L’ultimo ricatto” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di luglio 2018: Non c’era miglior modo di ricordare il 26° anniversario della strage di via D’Amelio che depositare proprio il 19 luglio le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quella della Corte d’Assise di Palermo che il 20 aprile ha condannato tre alti ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno) e l’ideatore di FI (Dell’Utri) con i mafiosi Bagarella e Cinà per quel turpe mercimonio che pose sotto ricatto lo Stato e sacrificò almeno 20 morti ammazzati. Una sentenza che, da quel poco che siamo riusciti a leggerne ieri, tutti gli italiani dovrebbero conoscere. (…). La Corte afferma che i vertici del Ros del 1992 e i loro mandanti (purtroppo occulti ma riferibili al primo governo Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. Fu la decisione di Subranni, Mori e De Donno di cedere al ricatto mafioso e di impiegare Ciancimino come intermediario con Riina che indusse i corleonesi ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte del magistrato appena 57 giorni dopo quella di Falcone. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime indagini e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. Su quella accelerazione – nota a tutti i conoscitori dei fatti, eppure pervicacemente negata da alcune inaudite sentenze collaterali – la Corte presieduta da Alfredo Montalto scrive parole cristalline. Ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Ecco perché Mori, dopo aver trattato con Cosa Nostra nel 1992-’93 e averlo addirittura confessato nel ’97, non fu degradato sul campo, ma addirittura promosso nel 2001 dal governo B. a direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Poi confermato nel 2006 dal centrosinistra. E infine premiato, dopo la pensione, come consulente per la sicurezza e il controllo sugli appalti dalle giunte di centrodestra Alemanno (a Roma) e Formigoni (in Lombardia), con i bei risultati a tutti noti. Marcello&Silvio. Dopo le stragi della primavera estate del ’93 e il primo clamoroso cedimento del governo Ciampi – la revoca del 41-bis per 334 mafiosi a opera del Guardasigilli Conso –, si fa avanti il nuovo referente politico che chiude il cerchio, subentrando al Ros e pattuendo una lunga stagione di “pax mafiosa” per soddisfare le altre richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello”: Dell’Utri. Scrive la Corte d’Assise: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. Non solo: “Ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con Cosa nostra mediati da Mangano”. Del resto fu B. che finanziò stabilmente Cosa Nostra per vent’anni, dal 1974: “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre 1994”. Quando ormai B. era premier, dopo le stragi: “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo… Ciò dimostra che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”. L’ombra di Graviano. Le stragi s’interrompono nei giorni dell’annuncio della discesa in campo di B. (26.1.’94). (…). In effetti Graviano fa balenare spesso “una velata minaccia… collegata al possibile ripensamento sulla sua decisione di non ‘parlare’”. (…). Poi - si legge nella sentenza - “Graviano fa riferimento all’intendimento di Berlusconi di ‘scendere’ in Sicilia, al fatto che in questa regione ancora dominavano i ‘vecchi’ politici, ed alla richiesta che gli aveva fatto Berlusconi per una ‘bella cosa’”. Infine il boss “riferisce espressamente di aver conosciuto e incontrato Berlusconi e in particolare di essersi ‘seduti’ insieme (proprio ‘25 anni fa’, ndr) e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio”. Parole che dimostrano, secondo la Corte, “il risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di poter ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio ’94”. È l’ennesima prova “delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio ’94 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Ecco perché B. non si ritirerà mai dalla politica: gli amici degli amici non vogliono.

giovedì 19 luglio 2018

Quodlibet. 99 “Due leader e tre differenze”.


Da “Due leader e tre differenze” di Giovanni Valentini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di luglio dell’anno 2014: Un amico di vecchia data, (…) mi illustra quelle che - a suo giudizio - sono le differenze principali fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Qui abbiamo parlato fin troppe volte del Cavaliere e del Caimano, vivisezionandolo sul piano mediatico e perfino psicopolitico, per non provare ora a fare un confronto con il nostro giovane presidente del Consiglio che qualcuno si ostina a considerare addirittura un "figlio" o un erede del suo anziano predecessore. Le differenze tra i due personaggi, (…), sarebbero tre: 1) Berlusconi, rispetto a Renzi, aveva e ha tuttora un potente apparato mediatico di sua proprietà (e aggiungiamo pure, al suo servizio); 2) Berlusconi s'era costruito un suo quadro ideologico, buono o cattivo, fondato sull'anti-comunismo e questo ha funzionato a livello elettorale (sottinteso: Renzi, invece, non ce l'ha, sebbene abbia superato il 40% alle ultime europee); 3) Berlusconi era "un pagliaccio, non una carogna" (mentre Renzi è "tagliente, affilato"). Sul primo punto, quello che attiene al piano più strettamente mediatico, non c'è dubbio che sia così. Berlusconi e Renzi sono entrambi due grandi comunicatori o, se si preferisce, due "venditori": di promesse, di slogan, di battute e in qualche caso - chi più, chi meno - anche di "fumo". Ma l'uno era ed è il titolare della più grossa concentrazione televisiva e pubblicitaria del nostro Paese, costituita da Mediaset e Publitalia; proprietario di un colosso editoriale come la Mondadori; ex premier-tycoon e in quanto tale, appunto, portatore di un conflitto d'interessi senza uguali al mondo. L'altro, a quanto risulta, non possiede né giornali né televisioni; è oggetto quotidianamente di elogi e critiche, appoggi o attacchi, da parte di tutti i mezzi d'informazione; frequenta abitualmente i social network e in particolare Twitter, senza disdegnare neppure il videostreaming. E forse è anche il primo capo del governo italiano che, avendo messo in discussione l'assetto della Rai, sia stato contestato apertamente in una trasmissione del servizio pubblico ("Ballarò" di Giovanni Floris). (…). Veniamo, infine, agli aspetti più personali e psicopolitici, a parte il bunga bunga. Ammesso che Berlusconi sia un "pagliaccio" ma non una "carogna", secondo il giudizio del mio amico ex parlamentare, possiamo senz'altro convenire sul fatto che Renzi è "tagliente" e "affilato". E qualche volta pure provocatorio. Certo, non è uno che se le tiene o che le manda a dire. Per un leader politico e per un premier, possono essere limiti anche gravi. Dipende dai caratteri e dai gusti. Ma ciò non basta sicuramente a collocare Renzi nella categoria delle "carogne". Sandro Pertini avvertiva: «Chi ha carattere, ha un brutto carattere ». Più modestamente, ho coniato un altro aforisma: «Soltanto chi ha un brutto carattere si accorge del cattivo carattere altrui». Può valere in politica come nella vita quotidiana.

mercoledì 18 luglio 2018

Quodlibet. 98 “Gli intransigenti, noiosi moralisti”.


Da “Occhio alle differenze” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di luglio dell’anno 2010: (…). Chi legge libri, anziché guardare la televisione e frequentare salotti buoni, sa che, da che mondo è mondo, servi e cortigiani hanno sempre usato, per screditare i loro avversari, una tecnica semplicissima che consiste nel cambiare il significato alle parole. Così, per ripetere esempi fin troppo noti, gli arroganti diventano intraprendenti; i buffoni, simpatici; i delinquenti, furbi che sanno stare al mondo; i cinici, intelligenti. Oppure gli onesti diventano fessi; i coraggiosi, visionari; gli intransigenti, noiosi moralisti (attenzione: oggi, in Italia, parlare di morale espone al disprezzo e al dileggio). Nel caso del neo-qualunquismo, la storia si ripete: i critici seri e severi del malgoverno e della dilagante corruzione diventano qualunquisti, avvicinabili ai più devoti servitori del signore. Non ci sarebbe nulla da commentare se non rilevare che in Italia si è persa anche la più elementare capacità di ragionamento che consiste nel rendersi conto delle differenze. Ma, data l’autorevolezza dei sostenitori della teoria del neo-qualunquismo, esaminiamo i loro argomenti più da vicino e poniamo loro due domande: “i buoni cittadini, quelli, per capirci, che rispettano le leggi, che svolgono le loro professioni con serietà ed impegno pur fra mille ostacoli e che pagano le tasse, sono moralmente superiori a coloro che corrompono i giudici, che sono collusi con la mafia, che cercano con tutti i mezzi di rendere impotenti le leggi per fare sempre più grande un uomo ed i suoi cortigiani?” “Difendere la Costituzione repubblicana è fare opera di anti-politica o dare esempio di politica seria?” Anche in questo caso, ragionando con rigore intellettuale, le risposte sono fin troppo ovvie come è ovvio che è del tutto fuori luogo sostenere, come ha fatto il presidente Massimo D’Alema, che l’ “antiberlusconismo sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano”. Denunciare la corruzione italiana non è atto né berlusconiano né antiberlusconiano, è semplicemente dire la verità. Dalla denuncia della corruzione non deriva affatto la rinuncia a lottare per trasformare l’Italia in un paese civile. Se chi ha denunciato la corruzione morale degli Italiani dovesse essere considerato un anti-italiano, allora capofila di tale tradizione sarebbero, per citare solo qualche nome, Giuseppe Mazzini e Carlo Rosselli. Ammettiamolo, ci sono compagnie peggiori. È anche tempo di spiegare la differenza fra buone e cattive élites politiche e che appartenere ad un’élite può anche essere titolo di merito e non di vergogna. C’è una bella differenza fra l’élite politica attuale e quella, per esempio, del periodo costituente o, poiché ci stiamo avvicinando al 2011, quella della Destra Storica; e c’è una bella differenza fra la splendida élite del Partito d’Azione e buona parte dell’attuale leadership del Partito Democratico. La differenza prima che di cultura e di spessore intellettuale, qualità che non guastano, è di rigore morale. Mi pare già di sentire l’obiezione: “ma il Partito d’Azione è stato un partito di sconfitti”, o come ha dichiarato D’Alema, la “cultura azionista non ha mai fatto bene al paese”. Altri due errori: sconfitti non furono loro, sconfitta è stata ed è l’Italia che prima non li ha ascoltati e li ha derisi, e poi li ha dimenticati. La cultura azionista ha dato all’Italia piccole cose quali un contributo essenziale all’antifascismo prima e alla Resistenza e alla Costituzione Repubblicana poi, un’interpretazione rigorosa del Risorgimento nazionale, una concezione del patriottismo che insegnava la solidarietà con gli altri popoli e l’europeismo, un rispetto religioso della legalità, ha educato il Partito Comunista ai valori liberali e democratici, e, per ultimo, ci ha dato un presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi. Proprio poco non mi pare sia. Se mai ci sarà una rinascita civile, non avverrà certo grazie a coloro che confondono i critici severi con i qualunquisti, ma grazie a chi continua a dire la verità, che l’Italia è un paese profondamente malato che ha bisogno di liberarsi del potere enorme che oggi domina e della sua corte.