"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 21 luglio 2018

Quodlibet. 100 “«L’enantiodromía, quella che rode l'attuale paese»”.


Da “Le false metamorfosi nel paese del signor B.” di Franco Cordero, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 21 di luglio dell’anno 2010: (…). I moderati berlusconofili 2010 non mendichino scuse. Tanto varrebbe chiedergli d'istituire un regime monastico della penitenza. Sanno chi sia, da dove venga, in qual modo diventi monopolista delle televisioni commerciali e le adoperi frollando la materia grigia: cosa gli costino i protettori; con che disinvoltura falsifichi bilanci, frodi il fisco, compri i giudici; perché sia sceso in campo nel collasso della consorteria sotto le cui ali s'ingrassava; né fiatavano vedendogli devastare l'ordinamento. Non sorprende la qualità dei cortigiani. Le scelte tendono inesorabilmente al basso. Figurano meglio i gerarchi fascisti: la rudimentale corruzione d'allora tempera un crudo regime d'asini (così privatamente definito da Benedetto Croce, conversatore caustico); tra tutti spicca Costanzo Ciano, detto Ganascia, padre del delfino fucilato a Verona. Quella che rode l'attuale paese, sofisticatissima e invasiva, corrisponde al modello scientifico sub divo Berluscone. È pura fisiologia fare soldi sulla pelle d'un paese al verde. La purga sarebbe atto suicida, come se Hitler deponesse Himmler, liquidando Gestapo, SS, SD, perché usano poche cortesie ai dissidenti. Sua Maestà guarda torvo: malgré lui, aveva buttato in mare due ministri e un sottosegretario, indifendibili; seguiranno altri ma non può liquidare tutti; affogherebbe nel pandemonio. Infatti, voleva inibire l'unico mezzo investigativo, imbavagliando la stampa; l'ha detto, stroncherà i "giacobini". (…). Nel repertorio junghiano ha un nome greco la conversione che costoro raccomandano, "enantiodromía", ossia rovesciamento nell'opposto: false metamorfosi; l'apparente uomo nuovo resta qual era, magari mutando veste; ad esempio, Ignazio da Loyola, non s'offendano i Reverendi, o se è permesso mischiare minimi e grandi, l'ex alfiere libertario, ora melodioso portavoce Pdl. Il padrone ogni tanto varia look ma non cambia viscere a settantaquattro anni, scolpito nella storia, con l'impero d'affari sulle braccia. L'improbabile, effimera pulizia richiama una metafora ricorrente nel suo fosco vituperio, "metastasi": vede tumori maligni nei magistrati che adempiono doveri d'ufficio disturbando i delinquenti; e invettive simili dicono cos'abbia dentro. La neoplasia tagliata riappare. Era prevista nel codice biologico. Ora, la P3 discende dalle erculee imprese berlusconiane contro lo Stato: sta nel sistema; e chi l'ha fondato, così abile da adeguarvi settori del mondo? Riconosciamogli l'exploit. Sono rare le psicosi sfogate con successo. Incauti dialoganti lo chiamano Cesare: maledetti nastri, ogni parola svanirebbe se l'anima forzaitaliota soffiasse nelle Camere; le solite fonti diramano lepide smentite. Insomma, spende moneta falsa chi augura un berlusconismo epurato: la crociata antilegalitaria implica malaffari; la corruzione era e rimane il fine, famelica confusione pubblicoprivato. Chiamare "destra" lo scenario governativo italiano è una delle storture verbali coltivate dal regime: vedi "partito dell'amore" o "delle libertà"; sessantun anni fa Orwell le studiava in una società controllata dagli schermi televisivi; il precedente nazista è lo slogan sulla porta d'Auschwitz, "Die Arbeit macht frei" (il lavoro libera). Tra parlatori seri, "destra" significa rigore legalitario coniugato al liberismo economico (Quintino Sella), mentre B., venuto su dal privilegio venale, detesta mercato, concorrenza, legalità. La sua dottrina è pirateria, con una differenza: gli ordinamenti pirateschi presuppongono l'equilibrio dei poteri, infatti durano, rilevava sant'Agostino; l'autocrate assoluto impone se stesso negando ogni Altro. La monarchia d'Arcore postula masse adoranti, pulpiti, turiboli, boiardi genuflessi. (…) I costumi decadono: scorridori P3, operanti pro Caesare, mugolano dialetti turpìloqui; Licio Gelli era signore, a modo suo, e compone poesie. Tali essendo i cromosomi, l'avvicendamento non scalfirebbe la struttura. L'analisi apre riflessioni nere sul futuro, anche economico, perché l' affarismo parassitario porta miseria: l'Europa declina nella gara planetaria; e l'Italia arranca, ignorante, gaglioffa, arretrata, canterina, furba. Temporibus illis, nonostante sciagure e servitù politica, vi fioriva eccentricamente la pianta uomo: i programmi della cosiddetta "moderna democrazia liberale" non l'ammettono, anticaglie da estirpare; accordiamogli due legislature e non cresceranno più fili d'erba morale. L'ilare e sgrammaticata volgarità è diserbante micidiale (il ghost-writer d'un panegirico elettorale, forse burlone, gli attribuiva letture coltissime, niente meno che il latino umanistico d' Erasmo).”

venerdì 20 luglio 2018

Sullaprimaoggi. 7 “Una storia (tutta) italiana”.


Da “L’ultimo ricatto” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di luglio 2018: Non c’era miglior modo di ricordare il 26° anniversario della strage di via D’Amelio che depositare proprio il 19 luglio le motivazioni della sentenza sulla trattativa Stato-mafia. Quella della Corte d’Assise di Palermo che il 20 aprile ha condannato tre alti ufficiali del Ros (Subranni, Mori e De Donno) e l’ideatore di FI (Dell’Utri) con i mafiosi Bagarella e Cinà per quel turpe mercimonio che pose sotto ricatto lo Stato e sacrificò almeno 20 morti ammazzati. Una sentenza che, da quel poco che siamo riusciti a leggerne ieri, tutti gli italiani dovrebbero conoscere. (…). La Corte afferma che i vertici del Ros del 1992 e i loro mandanti (purtroppo occulti ma riferibili al primo governo Amato) hanno sulla coscienza gli omicidi di Borsellino e dei suoi angeli custodi. Fu la decisione di Subranni, Mori e De Donno di cedere al ricatto mafioso e di impiegare Ciancimino come intermediario con Riina che indusse i corleonesi ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte del magistrato appena 57 giorni dopo quella di Falcone. Qualcosa o qualcuno – non nella mafia, ma nello Stato – aveva urgenza di eliminare Borsellino subito. E poi di far sparire la sua agenda rossa con gli appunti sulle ultime indagini e di depistare le indagini con falsi pentiti per sviare i sospetti dai veri colpevoli e dai loro suggeritori, affinché Borsellino fosse sepolto per sempre con le sue scoperte. Su Capaci e sulla trattativa. Su quella accelerazione – nota a tutti i conoscitori dei fatti, eppure pervicacemente negata da alcune inaudite sentenze collaterali – la Corte presieduta da Alfredo Montalto scrive parole cristalline. Ricorda che i pm sostengono “che Riina abbia deciso di uccidere Borsellino temendo la sua opposizione alla ‘trattativa’… trova una qualche convergenza nel fatto che, secondo quanto riferito dalla moglie Agnese, Borsellino poco prima di morire le aveva fatto cenno a contatti tra esponenti infedeli delle istituzioni e mafiosi”. Ma, anche se le cose non stessero così, “non c’è dubbio che quell’invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può certamente avere determinato l’effetto dell’accelerazione dell’omicidio di Borsellino, con la finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente dalle istituzioni dello Stato e di lucrare, quindi, nel tempo dopo quell’ulteriore manifestazione di incontenibile violenza concretizzatasi nella strage di via D’Amelio, maggiori vantaggi rispetto a quelli che sul momento avrebbero potuto determinarsi in senso negativo”. Ecco perché Mori, dopo aver trattato con Cosa Nostra nel 1992-’93 e averlo addirittura confessato nel ’97, non fu degradato sul campo, ma addirittura promosso nel 2001 dal governo B. a direttore del Sisde, il servizio segreto civile. Poi confermato nel 2006 dal centrosinistra. E infine premiato, dopo la pensione, come consulente per la sicurezza e il controllo sugli appalti dalle giunte di centrodestra Alemanno (a Roma) e Formigoni (in Lombardia), con i bei risultati a tutti noti. Marcello&Silvio. Dopo le stragi della primavera estate del ’93 e il primo clamoroso cedimento del governo Ciampi – la revoca del 41-bis per 334 mafiosi a opera del Guardasigilli Conso –, si fa avanti il nuovo referente politico che chiude il cerchio, subentrando al Ros e pattuendo una lunga stagione di “pax mafiosa” per soddisfare le altre richieste avanzate da Cosa Nostra nel “papello”: Dell’Utri. Scrive la Corte d’Assise: “Con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992”. Non solo: “Ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con Cosa nostra mediati da Mangano”. Del resto fu B. che finanziò stabilmente Cosa Nostra per vent’anni, dal 1974: “Tali pagamenti sono proseguiti almeno fino a dicembre 1994”. Quando ormai B. era premier, dopo le stragi: “Vi è la prova che Dell’Utri interloquiva con Berlusconi anche riguardo al denaro da versare ai mafiosi ancora nello stesso periodo temporale nel quale incontrava Mangano per le problematiche relative alle iniziative legislative che i mafiosi si attendevano dal governo… Ciò dimostra che Dell’Utri informava Berlusconi dei suoi rapporti con i clan anche dopo l’insediamento del governo da lui presieduto, perché solo Berlusconi, da premier, avrebbe potuto autorizzare un intervento legislativo come quello tentato e riferirne a Dell’Utri per tranquillizzare i suoi interlocutori”. L’ombra di Graviano. Le stragi s’interrompono nei giorni dell’annuncio della discesa in campo di B. (26.1.’94). (…). In effetti Graviano fa balenare spesso “una velata minaccia… collegata al possibile ripensamento sulla sua decisione di non ‘parlare’”. (…). Poi - si legge nella sentenza - “Graviano fa riferimento all’intendimento di Berlusconi di ‘scendere’ in Sicilia, al fatto che in questa regione ancora dominavano i ‘vecchi’ politici, ed alla richiesta che gli aveva fatto Berlusconi per una ‘bella cosa’”. Infine il boss “riferisce espressamente di aver conosciuto e incontrato Berlusconi e in particolare di essersi ‘seduti’ insieme (proprio ‘25 anni fa’, ndr) e di avere, insieme, ‘mangiato e bevuto’, mettendo ancora in evidenza la doppiezza del personaggio”. Parole che dimostrano, secondo la Corte, “il risentimento nei confronti di Berlusconi, per non avere questi mantenuto i patti, espresso tra la speranza di poter ancora ottenere qualche beneficio e più o meno esplicite minacce di riferire, direttamente o indirettamente, i rapporti con lui avuti prima di essere arrestato nel gennaio ’94”. È l’ennesima prova “delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano quando nel gennaio ’94 questi ebbe a manifestare particolare felicità a Spatuzza perché così si sarebbero ‘messi il Paese nelle mani’”. Ecco perché B. non si ritirerà mai dalla politica: gli amici degli amici non vogliono.

giovedì 19 luglio 2018

Quodlibet. 99 “Due leader e tre differenze”.


Da “Due leader e tre differenze” di Giovanni Valentini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di luglio dell’anno 2014: Un amico di vecchia data, (…) mi illustra quelle che - a suo giudizio - sono le differenze principali fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Qui abbiamo parlato fin troppe volte del Cavaliere e del Caimano, vivisezionandolo sul piano mediatico e perfino psicopolitico, per non provare ora a fare un confronto con il nostro giovane presidente del Consiglio che qualcuno si ostina a considerare addirittura un "figlio" o un erede del suo anziano predecessore. Le differenze tra i due personaggi, (…), sarebbero tre: 1) Berlusconi, rispetto a Renzi, aveva e ha tuttora un potente apparato mediatico di sua proprietà (e aggiungiamo pure, al suo servizio); 2) Berlusconi s'era costruito un suo quadro ideologico, buono o cattivo, fondato sull'anti-comunismo e questo ha funzionato a livello elettorale (sottinteso: Renzi, invece, non ce l'ha, sebbene abbia superato il 40% alle ultime europee); 3) Berlusconi era "un pagliaccio, non una carogna" (mentre Renzi è "tagliente, affilato"). Sul primo punto, quello che attiene al piano più strettamente mediatico, non c'è dubbio che sia così. Berlusconi e Renzi sono entrambi due grandi comunicatori o, se si preferisce, due "venditori": di promesse, di slogan, di battute e in qualche caso - chi più, chi meno - anche di "fumo".