"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 20 febbraio 2020

Dell’essere. 23 «Neuroni in transito».


Faccio appello alle mie memorie dell’insegnante che sono stato o, come più mi garba di dire, al mio gravoso impegno di educatore - da educĕre «trarre fuori, allevare» l’umano non ancora compiuto -. Quante volte mi sono scoperto dire insistentemente ai miei alunni: - Ragazzi, portate pazienza! – E quante volte mi sono ritrovato a sollecitarli a non essere intemperanti, ad essere indulgenti. Capivo la difficoltà di quel messaggio. E sempre a ripetere, forse ossessivamente, che mi interessava massimamente la loro crescita umana e civile, più di quanto mi potessero interessare le loro acquisizioni disciplinari. Sbalordivano ad ogni mia affermazione del tipo: - Mi preoccupa sopra ogni cosa che voi diventiate persone che sappiano fermarsi un momento prima di… -. “Un momento prima…” di una qualsivoglia loro intemperanza. Era il mio impegno professionale indefesso, quotidiano. Ma le difficoltà sono state oggettivamente enormi. La capacità o la padronanza del “portare pazienza” non la si improvvisa, non la si inventa. È un esercizio che inizia da giovanissimi e che deve durare per l’intero arco della esistenza. È una costruzione quotidiana, che annovera conquiste e sconfitte. Che si affina nel tempo. Che si fortifica con l’assiduo esercizio. Ed il tutto, affinché si possano mettere sotto controllo i cosiddetti “istinti animali”. Affinché si possano sviluppare convenientemente i famosi “freni inibitori”. Di quelle mie difficoltà “tecniche” di allora ne sono stato sempre consapevole. Sprovvisto della strumentazione scientifica adeguata, mi soccorreva l’amore per un “lavoro” ben fatto. Ed ho cercato costantemente “amore” nel lavoro che facevo. Alcune risposte le ho trovate dopo tantissimi lustri solamente di recente e per di più su di una pubblicazione niente affatto paludata, ovvero su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” di qualche tempo addietro (giugno? 2009) sul quale ho avuto la buona sorte di leggere un’indagine – svolta allora, ma ne ero già fuori dalla scuola - della giornalista Daniela Condorelli che ha per titolo “Neuroni in transito”. Un titolo intrigante, una lettura interessante ed illuminante ancor oggi per tanti aspetti che ha contribuito a diradare le mie perplessità e i non pochi sensi di colpa per un “lavoro” svolto sì con passione ed amore ma senza i requisiti scientifici che avrebbe richiesto. Scopro solo adesso che il “portar pazienza” di quei ragazzi, quando la portavano, aveva un ché di eroico. Eroico per quei ragazzi intendo dire. Non concedendo la loro fisiologia pre-adolescenziale scampo alcuno. Sottostando essi alla tempesta ormonale e neuronale della giovinezza. Di seguito trascrivo le parti più interessanti di quella accurata indagine. Lo scritto si conclude con un’affermazione inquietante di Jay Giedd, neuropsichiatra: - Se un teenager suona, fa sport o studia, le connessioni relative verranno potenziate. Se è posteggiato sul divano per ore in compagnia di videogiochi ed MTV saranno ben altre le connessioni destinate a sopravvivere –“. Che pensare dei teenager cresciuti a base di “Grande fratello” e/o della “Isola dei famosi?”. Quali connessioni neuronali avranno sviluppato? Quali insane sinapsi? Penso sia questo il problema dei problemi dei ventenni/trentenni di oggi. Apatici forse, oserei dire indifferenti. Senza che nulla li smuova da un’inerzia totalizzante a fronte di una situazione socio-economica che li depriva e ruba loro il futuro, della loro vita personale, dei loro sogni, dei loro progetti, se ne fanno ancora. Apatici, “sdraiati” alla “micheleserra” – mi perdonerà Michele Serra per l’orrendo neologismo - , senza un sano moto di ribellione di fronte alle crescenti ineguaglianze sociali, alla immobilità nella scala sociale, immobilità rientrata trionfante nell’assetto del nostro vivere e dell’essere. Vivere quietamente come in un grande sogno e con un risveglio che non si vuole sollecitare. Per sfuggire forse ad un mondo reale di ben altro sapore. Agro. Di una non levità del vivere. Ha scritto Daniela Condorelli: (…). … se il figlio minorenne guida senza casco, la colpa è dei genitori, che dovevano educarlo meglio. Peccato che il teenager in questione non li avrebbe comunque ascoltati. Le ultime ricerche, infatti, hanno dimostrato che la capacità di adottare il punto di vista degli altri deve ancora perfezionarsi. Lo ha evidenziato Iroise Dumontheil, neuroscienziata dell'University College di Londra con uno studio che suggerisce come l'abilità di mettersi nei panni altrui migliori gradualmente a partire dai dieci anni, ma si ottimizzi solo molto più tardi. Una nuova scusa per ignorare le regole degli adulti? Non è la prima volta che la neurobiologia si occupa del cervello degli adolescenti. Dal 1991 Jay Giedd, neuropsichiatra infantile del National Institute of Mental Health di Bethesda, Maryland, ha studiato l'attività cerebrale di centinaia bambini e adolescenti; con la risonanza magnetica ad alto potenziale Giedd ha scattato migliaia di fotografie di cervelli in crescita. (…). La più innovativa evidenza è che stiamo parlando di un cervello ancora in evoluzione; prima, infatti, si pensava che lo sviluppo cerebrale fosse completo a 12 anni. Così non è: il cervello dei teenagers sta crescendo, non in termini di dimensioni, ma di connessioni tra neuroni, le cellule cerebrali. Già a sei anni, il cervello umano è grande quasi come quello di un adulto, ma deve ancora andare incontro a un importante processo di selezione, una sorta di potatura che sfronda le connessioni superflue. Ecco cosa accade: tra i sei e i 16 anni i neuroni crescono più fitti, ciascuno intessendo decine di legami con altre cellule e creando nuove vie per gli impulsi nervosi. La densità di questa materia grigia raggiunge il culmine quando le ragazze hanno 11 anni e i ragazzi 12 e mezzo. A questo punto comincia un processo di eliminazione delle connessioni ridondanti che terminerà dopo i vent'anni. Le trasformazioni del cervello cominciano dalla parte posteriore, cioè dalle aree che controllano vista, udito, tatto e orientamento nello spazio. L'ultima parte a subire il processo di sfrondamento è la corteccia prefrontale, sede, neanche a dirlo, delle funzioni di pianificazione, dell'individuazione delle priorità, di organizzazione del pensiero, della soppressione degli impulsi e della valutazione delle conseguenze delle proprie azioni. In poche parole: l'ultima parte a svilupparsi è quella che mette in grado di decidere senza mettersi nei guai. Non solo: la regione della corteccia frontale che governa la motivazione a cercare ricompense è ancora immatura. Cosa significa? Che è decisamente improbabile riuscire a far alzare dal divano un adolescente perché deve finire un compito fondamentale per la sua carriera scolastica. Meglio puntare sugli effetti immediati delle sue azioni che non sul futuro. Più efficace dire: - se bevi verrai espulso dalla squadra di basket -, piuttosto che: - se bevi diventerai una nullità -. Commenta Alfio Maggiolini, psicologo dell'Istituto di analisi dei codici affettivi Il Minotauro di Milano e docente di psicologia dell'adolescenza all'Università Bicocca: - Le nuove frontiere delle neuroscienze rivelano che l'adolescenza non coincide con la pubertà, non è un'invenzione culturale delle società complesse, ma una fase biologica -. Quindi eterni adolescenti, bamboccioni e quant'altro, non si diventa per colpa di esigenze ambientali o socio-culturali. Ma perché il cervello ha bisogno di molto più tempo di quanto pensassimo per formarsi. A far disperare i genitori, dunque, non è solo la ben nota tempesta ormonale della pubertà, ma anche l'immaturità di un cervello lontano dall'essere del tutto sviluppato. Proprio quando è nel pieno dei lavori, il corpo subisce l'assalto ormonale della pubertà e a livello cerebrale si crea un ingorgo biochimico. Gli ormoni sessuali hanno un'influenza diretta sui neurotrasmettitori, i messaggeri dei neuroni, che regolano umore ed eccitabilità. Si crea così quello che Ronald Dahl, psichiatra dell'Università di Pittsburgh (USA), definisce un accendino delle emozioni. Le sensazioni giungono più rapidamente al culmine e gli adolescenti le bramano. Un cocktail esplosivo che contribuisce al desiderio del brivido, della ricerca di sensazioni forti che i genitori dei teenagers ben conoscono. (…). C'è una sfasatura tra la maturazione delle strutture del cervello che spingono a uscire dal nido e quelle che permettono di pensare prima di agire. È come dare una Ferrari a un giovane autista inesperto. A fronte di questi nuovi studi, gli Stati Uniti hanno imboccato la strada della deresponsabilizzazione dell'adolescente con un approccio penale più morbido per i minorenni. In una dichiarazione dell'Associazione dei tribunali amministrativi americani si invitano i legislatori a bandire la pena di morte per i minorenni, affermando che - per ragioni biologiche gli adolescenti hanno difficoltà a prendere decisioni mature e capire le conseguenze delle loro azioni -. Far proprie le innovative scoperte sul cervello degli adolescenti non significa cadere nel fatalismo del tutto geneticamente programmato. A riportare l'accento sul ruolo, determinante, dell'ambiente, è Maggiolini: - L'importanza degli stimoli è sottolineata dagli stessi neuro scienziati -, sottolinea. - In questa fase di proliferazione delle connessioni tra neuroni, psicologi e genitori assistono a una totale disorganizzazione, spesso a regressioni. Nello stesso tempo il cervello è più ricettivo, pronto a sperimentare e ad apprendere. Le sue potenzialità sono paragonabili a quelle del bambino piccolo che impara a parlare -. Un'immensa potenzialità che va però guidata. In questa fase, infatti, ciò che non viene usato si perde. È convinto Giedd: - Se un teenager suona, fa sport o studia, le connessioni relative verranno potenziate. Se è posteggiato sul divano per ore in compagnia di videogiochi ed MTV saranno ben altre le connessioni destinate a sopravvivere -. (…).

mercoledì 19 febbraio 2020

Strettamentepersonale. 27 «Figli un po' di Umberto, tutti noi: della sua logica, del suo metodo e soprattutto del suo rigore».


19 di febbraio dell’anno 2016: moriva Umberto Eco. Mi trovavo allora in Milano e la ferale notizia si diffuse rapidamente per quell’affannata metropoli ove tutti corrono come disperatamente. Albergavo nella zona di Certosa ma mi portai rapidissimamente nella zona del Castello Sforzesco nella quale sapevo si trovasse l’abitazione del Grande. Non ricordo più per quanto tempo abbia gironzolato per quella zona della città, come a voler percepire l’aura ultima di quel Grande che non c’era più. Tanta era stata la mia emozione alla notizia di quella dipartita. Quattro anni senza Eco. Sono tanti. Di seguito “Il ritorno a casa di Umberto Eco” di Roberto Cotroneo, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 31 di luglio dell’anno 2019:

martedì 18 febbraio 2020

Letturedeigiornipassati. 86 «Un muro che, come molti muri, non dovrebbe esistere».


Tratto da “Il posto fisso logora chi non ce l'ha” di Claudia De Lillo – in arte Elasti – pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 18 di febbraio dell’anno 2017: Fino a tre anni fa avevo un posto fisso, un contratto a tempo indeterminato, un badge aziendale, una postazione in un open space, ferie, malattia e straordinari pagati, colleghi a cui volevo bene. Ero stata assunta 18 anni prima e pensavo che, in quell'open space, avrei raggiunto la pensione.