"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 21 novembre 2019

Ifattinprima. 22 Warren Buffett: «Certo che c’è la guerra di classe e noi stiamo vincendo».


Tratto da “Un miracolo laico in tempi di cinismo” del sociologo Domenico De Masi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 21 di novembre 2019: (…). Vale la pena di ricordare alcuni dati essenziali (…). Su 196 Paesi al mondo, l’Italia è all’ottavo posto per Pil e al 32° posto per Pil pro-capite: è, dunque, un paese molto ricco. Però la ricchezza vi è distribuita con disuguaglianza crescente. Negli ultimi dieci anni il patrimonio dei 6 milioni di italiani più ricchi è cresciuto del 72% mentre quello dei sei milioni più poveri è diminuito del 63%. Secondo l’Istat 1,8 milioni di famiglie, circa 5 milioni di persone pari all’8,3% della popolazione residente, è in condizione di povertà assoluta, cioè priva dei mezzi necessari per vivere con dignità. La povertà non va confusa con la disoccupazione perché non tutti i poveri sono disoccupati, né tutti i disoccupati sono poveri. Nel nostro caso, il 40% è interessato a trovare un lavoro perché disoccupato o sottopagato, ma il 60% non è in grado di lavorare. Si tratta di minorenni, vecchi, inabili, per i quali non può essere il lavoro lo strumento per uscire dalla povertà, ma solo un sussidio per sopravvivere decorosamente. Se povertà e disoccupazione sono fenomeni distinti, tuttavia restano strettamente interconnessi e non possono essere affrontati senza tenere conto di questa interconnessione. (…). I neo-liberisti (e tutti quelli che lo sono senza sapere di esserlo) non tengono conto della questione tempo e criticano il reddito di cittadinanza predicando che la povertà non si combatte con i sussidi elargiti dallo Stato in forma assistenziale ma investendo nella crescita economica del Paese. Da questa deriverebbe un’espansione della ricchezza che, prima o poi, finirebbe per avvantaggiare anche i poveri. Il problema sta tutto in quel “prima o poi”. Nel 1955 il premio Nobel per l’economia Simon Kuznets sostenne che ogni sviluppo economico causa crescenti disuguaglianze in una prima fase, ma poi genera uguaglianza. Nel 1974 Arthur Laffer, membro dell’Economic Advisory Board di Reagan, convinse il presidente che occorreva abbassare le tasse ai ricchi, altrimenti essi avrebbero evaso le imposte e avrebbero smesso di investire; di conseguenza furono ridotte dal 70 al 28%. Secondo il pensiero neoliberista, ormai imperante, l’applicazione congiunta di queste due teorie avrebbe portato al trickle-down, cioè al progressivo sgocciolamento della ricchezza dai ricchi ai poveri e, come dirà un altro presidente, George W. Bush, “allo sradicamento della povertà, all’estensione della libertà umana e alla pulizia del pianeta. Come sono andate realmente le cose, lo certifica la rivista Forbes con le sue classifiche annuali: nel 2010 le 388 persone più ricche del mondo scandalosamente possedevano una ricchezza pari a quella di mezza umanità, cioè 3,5 miliardi di poveri; nel 2019 bastano le sole prime 8 per eguagliare la ricchezza di mezza popolazione mondiale, che ormai è composta da 3,6 miliardi di persone. Già il 26 novembre 2006 Warren Buffett, oggi il terzo uomo più ricco del mondo, poteva dichiarare senza mezzi termini al New York Times:“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe ricca che la sta conducendo, e noi stiamo vincendo”. Vinti sono tutti i piccoli borghesi retrocessi a proletari e tutti i proletari retrocessi a sottoproletari, sballottati tra “povertà assoluta” e “povertà relativa”, come si diverte a classificarli quella stessa statistica che distingue, con pari cinismo, i migranti politici da quelli economici, i morti per armi chimiche dai morti per armi convenzionali. Il fatto è che i poveri, a differenza dei ricchi, non hanno la possibilità di attendere che la ricchezza sgoccioli. Secondo una storiella indiana, l’elefante vive cento anni e la farfalla vive un’ora. Dunque l’elefante non può dire alla farfalla: “Aspettami dieci minuti”. Il ricco sta al povero come l’elefante sta alla farfalla. L’uno può consentirsi il lusso dell’attesa e del rinvio per soddisfare i suoi bisogni voluttuari; l’altro è condannato a morire se non risolve immediatamente i suoi bisogni primari. Woody Allen dice che tre sono le grandi domande dell’umanità: da dove veniamo, dove andiamo e con cosa ceniamo questa sera. I ricchi possono consentirsi il lusso di cincischiarsi intorno alle prime due domande; i poveri sono costretti a concentrarsi sulla terza e trovare una risposta immediata. Un povero privo di lavoro e di risorse quanto tempo può attendere per sfamare se stesso e la propria famiglia, per sottoporsi alla diagnosi e alle cure di una malattia grave, per assistere i suoi vecchi, per mandare i propri figli a scuola? Il ricco-elefante, quando anche introduce un beneficio di welfare, lo progetta parametrandolo sui propri lunghi tempi di solido elefante, non su quelli brevissimi della fragile farfalla. Che, finalmente, il governo italiano si sia messo nei panni e nei tempi dei poveri, come del resto già fanno molti altri governi europei, e che questa volta il suo intervento sia stato rapido ed efficace, mi sembra un miracolo. Le azioni legislative poste in atto, su stimolo diretto o indiretto del Movimento 5 Stelle, sono state quattro: un progetto di legge del 2013 (prima firmataria la senatrice Catalfo), il decreto legislativo del settembre 2017 con cui il governo Gentiloni introdusse il Reddito d’Inclusione, il decreto legislativo del gennaio 2019, convertito poi in legge nel marzo scorso, con cui il primo governo Conte ha introdotto il Reddito di cittadinanza. Grazie al Rei, dal gennaio 2018 fino a tutto settembre 2019 hanno percepito almeno una unità di sussidio 508.000 nuclei familiari, coinvolgendo 1,4 milioni di persone con un importo medio mensile di 293 euro e una spesa complessiva preventivata in 2 miliardi. Di tutt’altro livello ed effetto è stato il Reddito di cittadinanza: in base ai dati Inps aggiornati all’8 ottobre 2019, oggi la platea complessiva dei beneficiari effettivi è di 2.334.000 persone, di cui 597.000 minori e 199.000 nuclei familiari con invalidi. La spesa per il 2019 sarà di 6 miliardi: meno di quanto stanziato per la Quota 100 che riguarda una platea inferiore a 200.000 persone occupate e stipendiate. Come si vede, quelle del Reddito di cittadinanza sono cifre imponenti: milioni di poveri assoluti, centinaia di migliaia di bambini e invalidi che fino a ieri non avevano la certezza del cibo e dell’alloggio, oggi possono contare su un minimo di sopravvivenza. Insomma, un miracolo laico compiuto in tempi record da uno Stato ricco e sedicente cattolico (cioè caritatevole per fede) che prende finalmente atto dell’esistenza dei poveri e li soccorre in base alle loro urgenze e non ai tempi ripugnanti di Kuznets e Laffer. (…).

mercoledì 20 novembre 2019

Dell’essere. 15 «L’adolescenza è per costituzione un regno povero».


(…). …più si cerca di avvicinare l’adolescenza con un pignolo metro da sarto, suddividendola in centimetri e millimetri, valutandone i vestiti, le mode, le inclinazioni, più si perde di vista la sua essenza e si rimane delusi, quasi infastiditi di fronte a quel segreto. Poiché l’adolescenza è la vita senza aggettivi e senza argini, è un regno prerazionale vicino all’origine, dove ogni contraddizione è permessa,  dove gli opposti coincidono e lo stupore non si è ancora  trasformato in volontà. E’ un lungo pomeriggio malinconico in cui per un attimo si svela la verità dell’esistenza, qualcosa che somiglia al nulla e che s’intreccia disperatamente con la bellezza. (…). Il Dominio è il centro esatto dell’adolescenza, il giardino perso nel bosco che poi non si ritroverà mai più, l’ora magica in cui la vita si manifesta interamente, tutta insieme, amore e pena, slancio e caduta, desiderio e impotenza, amicizia e solitudine. Ognuno di noi è stato (…) nel Dominio, ogni ragazzo vi transita e lo perde. Ci si arriva come in uno stato di ispirato sonnambulismo, portati dall’animale e dalla grazia che sono in tutti noi, e lì si vede, si comprende ogni cosa e poi si viene espulsi. Il resto della vita lo si passa tra progetti e impegni, allontanandosi sempre più da quell’istante in cui tutto era chiaro e evidente, in cui noi e la vita eravamo la stessa identica cosa. Quel dono viene dimenticato, o forse ci è tolto, e cominciano le domande che non significano nulla (…). I giovani vanno amati  (…) come sorgenti di un’acqua che solo più a valle finirà per incanalarsi, per essere usata. (…).  Oggi esistere costa parecchio, ma l’adolescenza è per costituzione un regno povero, dove ogni meraviglia e ogni pena viene data in dono. Fine della citazione, per tornare al tempo presente. E del tempo presente ripiego il giornale quotidiano e resto lì a riflettere amaramente. La notizia – frequentissima - è quella riportata da tutti i media: un giovine, un adolescente, massacra la fidanzatina. Quante volte sono state lette cronache di questo tipo? Un movente? Un motivo? Nessun movente, nessun motivo, all’apparenza. Neanche dinnanzi ai magistrati che li hanno interrogati, quei giovani adolescenti riescono ad “inventare”, ad “improvvisare” un movente che sia. Nulla. Il nulla dell’adolescenza, il nulla che è pure il “segreto” di quell’età così come lo definisce Marco Lodoli in quella Sua stupenda corrispondenza – prima trascritta - pubblicata sul quotidiano “la Repubblica“ del 20 di giugno dell’anno 2001. Ho conservato gelosamente il ritaglio di quel numero remoto di quel quotidiano e ricordo bene come mi adoprassi, allora, a socializzarne il contenuto con i miei colleghi di lavoro. Insegnavo ancora, a quel tempo, e ritennevo necessario assai che la stupenda riflessione di Marco Lodoli, insegnante anche lui e scrittore di grandissimo valore, divenisse acquisizione e patrimonio comune all’interno della mia scuola. Dal tempo di quella riflessione di Marco Lodoli sono trascorsi tanti lustri e sono convinto che sussistano, se non esasperati ancor di più, le condizioni di negatività sociale per le quali l’illustre Autore ebbe a scrivere che “oggi (era l’anno 2001 n.d.r.) esistere costa parecchio, ma l’adolescenza è per costituzione un regno povero, dove ogni meraviglia e ogni pena viene data in dono”. È come affacciarsi sull’orlo di un pozzo oscuro e profondo assai dal quale provengano, spessissime volte, richieste di aiuto, inascoltate il più delle volte, incomprese per lo più all’interno delle istituzioni, della scuola innanzitutto e della famiglia, che sono preposte alla educazione ed alla formazione delle generazioni adolescenziali. È che, nella prima di quelle istituzioni, i problemi relazionali sono liquidati con un sarcastico “professore, non facciamo poesia!”, mentre nella seconda, la famiglia, il “problema adolescenziale” è disconosciuto se non volutamente ignorato. È questo un punto fondamentale: la conclamata non-curanza rispetto alle grida di aiuto che provengono da un “Io” che faticosamente, se non drammaticamente, in mille occasioni del duro vivere, cerca la sua completezza d’essere umano. Ho continuato a rovistare tra i miei ritagli per aggiungere alla bellissima riflessione del Lodoli un’autorevole, scientifica, inquadratura del “problema” adolescenziale. Ho ritrovato, e mi soccorre in queste mie annotazioni fatte quasi a margine dei due straordinari ed importanti scritti, un “pezzo” del professor Umberto Galimberti pubblicato sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica” del 2 di agosto dell’anno 2008 col titolo “Adolescenti senza adulti” che di seguito trascrivo:

martedì 19 novembre 2019

Ifattinprima. 21 «Il lavoro italiano schiavizzato rimosso dal dibattito pubblico sovranista».


Tratto da “Quegli operai umiliati nella fabbrica grandi firme” di Roberto Saviano, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 di novembre 2019: L'Italia fonda una parte rilevante della sua qualità manifatturiera sul lavoro schiavizzato in distretti industriali che, per tradizione ormai di oltre mezzo secolo, si occupano di realizzare in nero e in condizioni spesso disumane confezioni, cuciture, rifiniture, ma anche scarpe, abiti, cinture, prodotti dell'alta moda. È una verità italiana. Cos'e la verità italiana? L'ho scoperto proprio studiando i laboratori in nero, per cui ogni riflessione con sindacalisti o lavoratori si chiudeva sempre con il commento "ma questa è una verità... italiana".