"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 23 novembre 2020

Cosedaleggere. 82 Marchionne di Coppo Stefani, cronista fiorentino (1348): “E tale che non avea nulla si trovò ricco”.

 

La “peste” e gli uomini. Tratto da “La peste nera e il mondo nuovo” dello storico Alessandro Barbero, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di novembre 2020: La peste ha sempre colpito profondamente l’immaginazione umana. Alcuni fra i maggiori autori del canone occidentale, da Tucidide a Boccaccio, hanno rappresentato le epidemie del loro tempo in pagine memorabili; e anche quando la malattia è scomparsa dall’Occidente la sua formidabile potenza allegorica ha continuato ad alimentare l’immaginazione degli scrittori. È il caso, ovviamente, di Manzoni, ma anche di Camus, con la sua inquietante invenzione d’una città novecentesca invasa dalla peste; o di Jean Giono, che nell’Ussaro sul tetto descrive il colera del 1830, attribuendo però a quell’epidemia relativamente benigna le connotazioni apocalittiche d’una pestilenza, di gran lunga più efficaci quanto a resa letteraria. Ma l’epidemia più famosa è certo quella del 1348, che gli inglesi chiamano Black Death e che anche da noi è invalso l’uso di chiamare “Peste Nera”. Nata nelle steppe asiatiche, allora sotto il dominio mongolo, la pestilenza si manifestò a Caffa, sulle rive del Mar Nero, nella primavera del 1347; e da qui navi genovesi portarono in Italia ratti, pulci e marinai infetti, contaminando dapprima il porto di Messina, e poi via via gli altri porti italiani. A partire da quell’estate l’epidemia si diffuse lentamente in tutta Europa, covando sotto la cenere nei mesi invernali, quando le pulci cadono in una sorta di letargo, e riprendendo vigore ai primi caldi; impiegò tre anni per raggiungere gli estremi confini d’Europa, la Scozia e la Scandinavia, e per portar via, secondo stime correnti e quasi certamente esagerate, un terzo della popolazione europea. Più correttamente bisognerebbe dunque parlare dell’epidemia del 1347-1351, anche se il 1348 è l’anno che segnò la massima mortalità nei Paesi più popolosi e civilizzati del continente, e in cui Boccaccio vide la peste a Firenze e la descrisse. (…). …opinabile è una visione epocale e catastrofica della pestilenza, quasi che a quell’evento, pur traumatico, si potessero attribuire tutt’insieme il declino demografico e la crisi economica del Trecento, un radicale mutamento di sensibilità e addirittura la fine del Medioevo, qualunque cosa ciò significhi. Si rischia di dimenticare che l’uomo d’allora era abituato a veder morire gli altri intorno a sé, e sapeva che la morte porta via i giovani e addirittura i bambini con la stessa frequenza degli adulti e dei vecchi. L’epidemia del 1348 confermò ciò che tutti sapevano, e che già in precedenza trovava espressione nell’arte e negli scritti dei moralisti. L’affresco di Buffalmacco nel Camposanto di Pisa, Il trionfo della Morte, ritenuto a lungo la più drammatica rappresentazione dell’impotenza dell’uomo davanti alla peste, venne completato dieci anni prima della grande epidemia. Anche sul piano economico e demografico la peste non lasciò un’eredità a senso unico. L’epidemia, come ben notarono i contemporanei, falciò i poveri più dei ricchi, mietendo la gran parte delle sue vittime fra gli immigrati e i mendicanti che si accalcavano nei quartieri bassi delle città, e fra i braccianti miserabili delle campagne. In Inghilterra morirono solo due vescovi su diciassette e un cavaliere dell’ordine della Giarrettiera su venticinque; fra tutti i re d’Europa uno solo, Alfonso X di Castiglia, cadde vittima della moria. Magra consolazione, certo, soprattutto dal punto di vista delle 295 vittime; ma è un fatto che i sopravvissuti si ritrovarono a respirare meglio, in un mondo non più sovraffollato. Tutti quanti avevano ereditato dai parenti morti, la disoccupazione era scomparsa e i salari in aumento, e le corporazioni artigiane avevano abbreviato i periodi di apprendistato e facilitato l’accesso alle professioni. “E tale che non avea nulla si trovò ricco”, osserva freddamente il cronista fiorentino Marchionne di Coppo Stefani. Quest’epidemia che regalò all’Europa il pieno impiego e consumi in crescita, com’è ben documentato ad esempio nel caso della domanda di carne da parte delle masse urbane, finisce per assomigliare stranamente a eventi più vicini a noi, quale ad esempio la seconda guerra mondiale: eventi spaventosi, che comportarono un momentaneo imbarbarimento di tutti gli standard morali, e un carico atroce di sofferenze umane, ma che non si lasciarono dietro un mondo istupidito e in declino, bensì una società formicolante di energie e d’una ritrovata voglia di vivere. Rispetto alla guerra mondiale, la peste comportò certo una mortalità immensamente più alta, ma lasciò intatte le città e le case, le botteghe e i conti in banca; non è cinismo concludere che, sepolti gli ultimi morti, gli europei tornarono ai loro affari con più impegno di prima.

domenica 22 novembre 2020

Leggereperché. 49 Max Weber: «Mentre i nostri vecchi morivano sazi della vita, noi moriamo stanchi della vita»».

 

A lato. "Sosta sull'erba" (2020), acquarello di Anna Fiore.

Tratto da “Vivere meglio è il solo modo per accettare la fine” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 22 di novembre dell’anno 2014: Scrive Jean Baudrillard: «Parlare di morte fa ridere di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione. Solo la morte resta pornografica». Per chi si sta avviando verso la fine dei suoi giorni, (…), «le parole sono più potenti di qualsiasi medicina che la scienza possa offrire». Ma le conosciamo ancora queste parole? Una volta sì, le conoscevamo, perché avevamo esperienza della morte. I figli vedevano morire i padri e i padri non di rado vedevano morire i figli, nelle guerre cadenzate per ogni generazione. Inoltre c'erano epidemie, pestilenze, frequenti morti infantili e puerperali. Insomma, la morte era di casa e la nostra psiche aveva le parole giuste da dire a chi se ne stava andando. Oggi non è più così. Quando uno si ammala viene affidato a quegli istituti di cura che sono gli ospedali, dove il linguaggio che si apprende è quello della malattia, mentre le parole che si perdono sono quelle dell'amore, della comprensione, dell'ascolto. Che tante volte vale di più delle parole, soprattutto di quelle che tentano di confortare e che non sono credute né da chi le dice né da chi le sente. Non conosciamo più le parole che l'imminenza della morte suggerisce al cuore, senza mentire, ma accanto al letto di un morente le diciamo lo stesso. La (…) esperienza (…) dice che «oggi si muore per lo più da disperati». Le ragioni possono essere diverse. La prima è che ognuno, vivendo, si innamora di sé, e congedarsi da sé stessi per sempre significa perdere quell'amore per sé che, a prescindere dal narcisismo, è la ragione per cui siamo riusciti a vivere e abbiamo costruito il nostro mondo a cui ora dobbiamo dire addio. Ma la disperazione può anche riguardare il fatto che ciò per cui ci siamo affannati nella vita, gli obiettivi che volevamo raggiungere e che magari abbiamo anche raggiunto forse non erano così importanti come abbiamo creduto o non valevano i sacrifici che hanno richiesto, perciò abbiamo l'impressione di aver sbagliato tutto. Di fronte alla morte, infatti, la gerarchia dei valori che hanno regolato la nostra vita subisce molto spesso un capovolgimento. Forse nulla era così importante come credevamo che fosse quando abbiamo intrapreso a perseguire i nostri ideali che forse erano solo abbagli, e per loro abbiamo trascurato quei percorsi di dedizione, di affetto, di comprensione, di amore che forse sono l'unica ragione per cui siamo nati. La vita di oggi così affaccendata, così affrettata, così vissuta sempre di corsa, non ci ha dato spazio per assaporarla, e come diceva Max Weber: «Mentre i nostri vecchi morivano sazi della vita, noi moriamo stanchi della vita». Stanchi e insoddisfatti semplicemente perché la vita non l'abbiamo vissuta secondo le nostre aspirazioni, ma ci siamo messi sul primo binario che abbiamo trovato che ci garantiva uno stipendio per sopravvivere. E su quel binario siamo vissuti. E oggi dobbiamo persino ritenere fortunati quelli che hanno trovato un binario. Se questo è il tasso di felicità che la nostra società avanzata ci offre, cerchiamo altri modi di vivere per non disperarci troppo sul letto di morte. Ma soprattutto anticipiamo l'evento della morte che comunque ci attende, non per deprimerci, ma per avere la giusta misura e il giusto criterio per distinguere, tra le offerte della vita, quelle che valgono e quelle per le quali non val la pena di spendere un giorno.

sabato 21 novembre 2020

Virusememorie. 48 «La pandemia è più forte dei numeri, che la inseguono vanamente senza prenderla».

 

“Echi dalla pandemia” 1. Tratto da “2020” di Giuseppe Genna, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” dell’8 di novembre 2020: I numeri non bastano più a spiegare o a ricordare. 2020 è il numero imperfetto, che segna un limite e implica una persistente assenza di sollievo, ovunque quest’anno lo si viva. Un numero della tensione, un marchio del dolore patito da un intero pianeta. Pare quasi un brand. Nel capolavoro di Foster Wallace, “Infinite jest”, gli anni non sono più connotati dai numeri, ma dalle sponsorizzazioni. La storia si svolge prevalentemente nell’“Anno del Pannolone per Adulti Depend”. Forse dovremmo chiamare il 2020 “Anno delle Doglie”. C’è una differenza rispetto ai grandi anni che finora abbiamo vissuto (il Muro nel 1989, le Torri nel 2001), perché non avevamo mai sperimentato un fatto planetario che tocca la pelle di ciascun vivente. Si potrebbe dire che è l’anno del virus, ma la pandemia è più forte dei numeri, che la inseguono vanamente senza prenderla. Tutto sembra trascinarsi con fatica nel corso di un anno in cui misuriamo non soltanto l’inverno del nostro scontento, poiché qualunque stagione è risultata a suo modo trista. Frammenti interi sembravano crollare di un colpo (crisi finanziarie, clima, guerre), ma col 2020 tocchiamo qualcosa in più: il crollo di una totalità. Che siamo noi. Nell’Apocalisse l’angelo giura che il tempo non esisterà più. È molto giusto, preciso, esatto. Il tempo sembra essersi sospeso nell’affanno con cui lo attraversiamo. Ma è l’infelicità la norma che determina come possiamo abitare questo anno così decisivo? Quando una madre partorisce, lo fa con dolore.

“Echi dalla pandemia” 2. Tratto da “Questa didattica distanzia l’uguaglianza” di Roberto Saviano, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 15 di novembre 2020: Uno dei nodi più discussi del dibattito attorno alla pandemia è se chiudere o meno le scuole. Durante la prima ondata pandemica le scuole italiane sono rimaste chiuse per 15 settimane. Certo, si è tentato di compensare con la didattica a distanza, lo si sta facendo anche ora, con insegnanti eroici che riescono a rimediare alle arretratezze del nostro sistema scolastico, ma come ha sottolineato anche Save The Children, la didattica a distanza ha un grande limite: accentua il divario tra famiglie benestanti e famiglie più povere, perché i bambini che vengono sostenuti in famiglia recupereranno le competenze perse, quelli che invece hanno alle spalle situazioni più fragili non solo resteranno indietro, ma rischiano di abbandonare il loro percorso scolastico, un fenomeno che in Italia riguarda già più del 13% dei ragazzi, soprattutto al Sud. Secondo l’Unicef, a causa del Covid oltre 24 milioni di studenti nel mondo rischiano di abbandonare la scuola. Siamo portati a pensare che la chiusura delle scuole sia una perdita solo per il singolo studente in termini di competenze, di relazioni, di educazione. Ma ci siamo mai chiesti quanto perdiamo tutti noi, come società, se le scuole sono chiuse? Ha risposto l’Ocse, in uno studio pubblicato a settembre, che ha quantificato gli effetti della chiusura delle scuole di questa primavera in una contrazione del Pil globale annuo dell’1,5% fino alla fine del secolo. In termini monetari, circa 14mila miliardi di dollari. Perché acquisire minori competenze oggi significa non solo minor guadagno per i singoli domani, ma anche una minore produttività per la comunità. Non stanno perdendo qualcosa solo gli studenti, stiamo perdendo tutti. E questo è solo dal punto di vista economico, senza considerare il costo psicologico e umano. Con ogni probabilità sono proprio queste valutazioni che hanno portato, nella stragrande maggioranza dei casi, a tenere le scuole aperte e funzionanti. L’importanza capitale della scuola a ogni latitudine e in ogni contesto, soprattutto nelle aree più povere e disagiate, mi ha fatto pensare alla storia di Francesca Cabrini. Francesca era una suora cresciuta tra le famiglie povere del lodigiano a metà dell’800. Era una maestra e iniziò a fondare scuole per ospitare le bambine senza genitori, che essendo rimaste da sole erano destinate alla strada. Lei raccoglie queste bambine e inserisce munizioni nei loro zaini: non sono proiettili, ma conoscenza, numeri, segni, parole… Quelle erano le armi che le avrebbero aiutate a difendersi. Perché Francesca sapeva che l’unico modo di ridisegnare il mondo è l’alfabeto. Nel 1889 viene mandata in missione negli Stati Uniti per portare assistenza agli immigrati italiani. Quando Francesca Cabrini arriva a New Orleans, trova a Little Palermo una comunità italiana per nulla integrata. Del resto, nessuno a Little Palermo parlava inglese, non sapevano farsi capire se non gesticolando, e questo faceva risultare stupido anche il più acuto dei pensieri. E infatti i giornali americani pubblicavano vignette in cui gli italiani erano ritratti con sembianze animalesche, a volte come oranghi altre come topi di fogna. Francesca capisce che la prima cosa da fare per cambiare questa situazione è costruire scuole per insegnare l’inglese agli italiani, così potranno difendersi nei tribunali, contrattare il prezzo di quello che comprano o vendono, far valere i loro diritti. Non solo, Francesca capisce che gli italiani avevano molta difficoltà a imparare l’inglese perché quella per loro rappresentava la lingua dell’umiliazione, del disprezzo subito, delle frustate nei campi. Chi è che familiarizza con una lingua che ti dà soltanto calci? Perciò, prima di ogni lezione, Francesca si mette a lavare e pettinare i bambini, in modo che capiscano che la nuova lingua che stanno per imparare arriva da persone che vogliono prendersi cura di loro. Ma a Little Palermo mancavano gli ospedali, non c’erano le strade, non c’erano fognature, quindi la gente chiedeva a Francesca Cabrini: «Ma perché non costruisci strade e fognature prima di costruire scuole?». E lei rispondeva: «Perché una strada, quando finiscono i soldi, nessuno la ripara, ma se tu formi una testa, quella poi ti può riparare molte strade».