"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 10 ottobre 2017

Paginatre. 96 “Noam Chomsky: ora ridateci la verità”.



Da “Ora ridateci la verità” di Wlodek Goldkorn, intervista a Noam Chomsky pubblicata sull’inserto “Robinson” del quotidiano la Repubblica del 24 di settembre 2017: (…). Una volta, l’America, nella mente di molti, prima di tutto degli immigrati, italiani ma anche ebrei dell’Est Europa fuggiti come i suoi genitori dai pogrom, incarnava la fiducia nel futuro; la certezza che i figli avrebbero vissuto meglio dei genitori; la possibilità per ciascun individuo di determinare il proprio destino. Oggi sembra che non sia così. Cosa è successo? «Intanto, perfino al suo apice il sogno americano era una storia sfaccettata e ambivalente. Gli Stati Uniti, ai primi del Novecento, avevano leggi molto repressive contro i sindacati; i linciaggi erano prassi comune; i poveri vivevano in condizioni spaventose. Moltissimi immigrati, dopo aver guadagnato un po’ di soldi, tornavano a casa: qui era difficile condurre una vita da persona civile. Il tutto è cambiato con la Seconda guerra mondiale. È con quel conflitto che gli Usa conquistano il dominio sul globo terrestre; una posizione di potere culturale, industriale e militare senza precedenti. Poi sono venuti decenni di crescita rapidissima, potrei dire quasi egualitaria. Negli anni Settanta tutto è cambiato. Nasceva il progetto neo-liberale che ha portato alla stagnazione o al declino economico della maggioranza della popolazione. Basti pensare che i salari reali dei lavoratori nel 2007, alla vigilia del crollo di Wall Street, erano più bassi di quelli del 1979. Con l’affermarsi del neo- liberalismo sono diminuiti l’interesse e la partecipazione alla vita politica. Sono in crescita invece il risentimento, la rabbia, l’odio. L’abbiamo visto a proposito del fenomeno Trump».
Il neo-liberalismo, che in Italia chiamiamo pudicamente liberismo, ha spento il sogno americano? «Ha creato un disastro. Negli Stati Uniti è in aumento il tasso della mortalità tra le persone in età lavorativa: tra i trenta e i sessanta anni, maschi bianchi, classe operaia. Ai tempi della Grande Crisi ( sono abbastanza vecchio per ricordarla) la situazione era peggiore di oggi, ma c’era la speranza. C’era la sensazione che saremmo usciti dalla crisi; stavamo lavorando tutti insieme per un futuro migliore. Oggi invece c’è la sensazione di stagnazione e declino; e oggettivamente è così. E allora si è propensi a mettere in questione la stessa democrazia. Mi spiego. La gente ha la sensazione che il sistema non funzioni, che niente sia fatto per chi soffre e lavora. La frase ricorrente è: “ Qualunque cosa il governo faccia non la fa per me, ma per i ricchi e per i poveri che però non si meritano né aiuto né assistenza”. Il risentimento crea capri espiatori».
Come in Italia, dove il senso comune e i giornali di destra dicono: a noi fanno pagare le tasse, agli immigrati regalano gli smartphone. « È lo stesso meccanismo per cui nella Germania nazista gli ebrei venivano considerati colpevoli di tutti i mali. Quando il sistema non funziona, e tu non sei in grado, perché nessuno ti aiuta a esserlo, di capire le cose e cambiarle, sei incline a cercare un capro espiatorio; un gruppo marginale o marginalizzato cui addossare le colpe di tutto. Qui negli States abbiamo un’immagine: gente che fa la fila. Una volta, la fila avanzava: i miei nonni erano poveri, i miei genitori meno poveri, io ho avuto il benessere. Ma ora sto fermo, mentre quelli avanti diventano super ricchi e quelli dietro godono dell’appoggio del governo per superarmi. Quelli dietro sono i neri, gli immigrati, i rifugiati. È facile essere arrabbiato con chi sta peggio di te. Per colpa della dottrina neo- liberale, da voi in Europa declinata come austerità, abbiamo la sensazione che ci hanno rubato il sogno e la speranza».

lunedì 9 ottobre 2017

Cronachebarbare. 45 “ Che cosa è pubblico, che cosa è privato”.



Si legge nella dichiarazione resa il 30 di giugno dell’anno 1971 dal giudice Hugo Black alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America: “La stampa libera deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Interessante la riflessione che ha per titolo “Tienilo per te” dello scomparso sociologo Zygmunt Bauman, lo studioso conosciuto per la “vita liquida”, riflessione pubblicata tempo addietro su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” e della quale di seguito ne trascrivo ampie parti. Un’occasione importante per tornare a parlare dei fattacci nostri, in un’ottica però un tantino più nobilitante. Certamente per i soli meriti dell’illustre Autore. Ché tutto iniziò, nel bel paese, e puntualmente, con smentite vibranti, feroci, con gli epiteti delle grandi occasioni verso la stampa e l’universo mondo. Con tutti i famigli sguinzagliati a mo’ di mastini dalle mascelle sanguinolenti. È tutto spazzatura. È tutto una melma. È un golpe. È… prima solennemente scandito dall’uomo di Arcore e dai suoi giannizzeri, poi da tutto quel politicume che ha ammorbato l’aria del Paese. Ché, ai tempi in cui imperava l’uomo di Arcore, mano a mano che le cose si complicavano ed apparivano nella loro cruda, squallida realtà, fu un rifluire verso toni più accattivanti, a lisciare il pelo alla mascolinità più sciatta del bel paese. Ad impetrare la benevolenza e la comprensione dell’altro genere degli umani che tollera nell’italico bel paese sino all’eccesso i peccati di chi porta il pantalone. “Non sono mica un santo”, o giù di lì ebbe a dire a quel tempo quell’unto di sant’uomo del signor B. “Ma è stato solamente l’utilizzatore finale”, proclamò ai quattro venti, incautamente, il leguleio di famiglia. Come a dire noi maschietti… E pure nella circostanza si verificò il colpo magico, magistrale, di un monarca che dispone degli uomini e delle cose: il sequestro in prima serata della piazza mediatica del bel paese, di tutta la piazza, per un monologo che ha avrebbe potuto avere al tempo anche un titolo pertinente: “Ora parlo io”. E parlò. Come una qualunque Vivienne, della quale Vivienne si parla nella riflessione di quell’illustre sociologo, recentemente mancato. Come a dire, stante la logica del signor B.,  è stato tutto vero, però, in fondo, è sempre un “affare” mio. E gli “affari” dei monarchi di qualsivoglia sponda devono necessariamente restare ben custoditi nelle segrete alcove. Ha lasciato scritto l’indimenticato Zygmunt Bauman:

domenica 8 ottobre 2017

Primapagina. 48 “L’ennesima legge elettorale incostituzionale?”.



Da “Rischiamo l’ennesima legge elettorale incostituzionale” di Silvia Truzzi, intervista al professor Gustavo Zagrebelsky pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 7 di ottobre 2017: (…). La legge elettorale è lo specchio della democrazia. Tra le leggi ordinarie, ha detto Carlo Smuraglia, la più vicina alla Costituzione. - Sì. Dovrebbe essere quella più vicina ai diritti politici dei cittadini. La legge elettorale crea, modella l’elettore, gli dà o gli toglie potere. Dovrebbe essere la sua legge. Invece da anni è trattata come la legge dei partiti. Serve a regolare i conti tra loro, ad accaparrarsi posti. Il risultato delle elezioni interessa meno perché i giochi si vogliono fare prima, con la legge elettorale. Si capisce, allora, l’estrema litigiosità e, al tempo stesso, il fastidio, anzi la nausea, dei cittadini che assistono al gioco dall’esterno -.
Non le pare irrealistico che i partiti non pensino ai propri interessi? - Certamente. Quando i partiti scrivono la legge elettorale operano in causa propria e la posta, per loro, è grande -.
Quindi li assolviamo? - Non si tratta né di assolverli, né di condannarli. Che ci sia sempre un retro-pensiero è inevitabile. C’è sempre stato. Manca quello che si chiama il “velo dell’ignoranza” circa i propri interessi immediati. Potendo fare calcoli, dell’interesse generale non importa a nessuno. Tutto si risolve in convenienze e compromessi neppure dichiarati alla luce del sole. Ma ci sono i cittadini: per poco che si rendano conto di ciò che accade, si accorgono d’essere trattati come meri strumenti, come pedine della dama. Ecco: non popolo ma pedine -.
È sano fare una legge elettorale alla vigilia delle urne? - Per niente. Si dice sempre che se c’è una legge che dev’essere stabile è quella elettorale, proprio per evitare che si confezionino sistemi ad hoc. Esiste, per questo, un codice di buona condotta del Consiglio d’Europa, datato 2003, citato anche da una sentenza della Corte di Strasburgo, che dice che un anno prima delle elezioni non si devono fare leggi elettorali. Una ovvia regola prudenziale come è questa implica che ci sia qualcuno a vegliare sulla sua applicazione -.
Chi dovrebbe essere? - Questo è il punto dolente. Non vedo facili rimedi. Immaginiamo che si approvi una nuova legge elettorale in prossimità del voto e che questa legge sia incostituzionalissima, addirittura per contrasto evidente con i precedenti della Corte costituzionale. Le procedure non consentirebbero di rivolgersi a essa in tempo utile. Si voterebbe con quella legge e le nuove Camere resterebbero in carica tranquillamente, ma incostituzionalmente, in virtù del principio di continuità, già evocato in passato. Non ci si è resi conto per tempo di questa assurdità: la Corte costituzionale ha dato la mano per prima, poi sono venuti i commentatori e i politici eletti che, comprensibilmente, avevano tutto l’interesse a terminare il mandato parlamentare. Con la conseguenza aberrante che le sentenze della Corte non hanno sortito effetto e il gioco può essere ripetuto all’infinito: basta votare la legge quando non è più possibile ricorrere contro i suoi vizi -.
E allora? - Oggi è troppo tardi ma, forse, il presidente della Repubblica avrebbe potuto dire per tempo: non promulgherò nessuna legge elettorale nell’ultimo anno prima dello scioglimento delle Camere. Cosicché si andrà a votare con le zoppicanti leggi sortite dalla Consulte: zoppicanti ma certo migliori dei pasticci cui stiamo assistendo -.
In 4 anni il tempo c’era… - Ma adesso non c’è più. Dopo la sentenza che ha dichiarato incostituzionale il Porcellum, che secondo la Corte aveva rotto il rapporto di rappresentanza tra eletti ed elettori, ci si sarebbe aspettati che il Parlamento regolarizzasse la situazione -.
Si potrebbe obiettare: è passato remoto. - O forse futuro prossimo: corriamo il rischio – fondatissimo – di avere un’altra legge incostituzionale, contro cui non ci sarà il tempo per ricorrere alla Consulta. Quindi potremmo eleggere un’altra volta il Parlamento con una legge illegittima, dovendo poi digerire la beffa di un’eventuale sentenza della Corte che non servirebbe a nulla -.
Qui il confine tra perversione democratica ed eversione è labile… - Diciamo così: sarebbe il picco di una scostumatezza costituzionale mai vista prima -.
Proporzionale vs maggioritario: lei da che parte sta? - Le maggioranze speciali previste dalla Costituzione valgono a garanzia delle minoranze e sono sensibili al sistema elettorale. I premi elettorali rischiano di vanificare gli intenti dei costituenti. Si potrebbe pensare a una modifica della Costituzione in funzione di garanzia: se si introduce un premio di maggioranza, si adeguino i quorum costituzionali, alzandoli conseguentemente, per impedire ai vincitori di fare quel che vogliono a spese delle minoranze -.
Dunque, meglio il proporzionale? - In generale sì: è il sistema più onesto perché riflette perfettamente il principio di rappresentanza elettori-eletti. Non si presta a manipolazioni ma implica che i partiti si assumano responsabilità politiche e siano in grado di fare coalizioni. Oltretutto, maggioritari e premi di maggioranza applicati a sistemi politici frammentati come il nostro, dove il partito più forte è lontanissimo dalla maggioranza assoluta, provocherebbero una distorsione della rappresentanza inaccettabile -.
Ma la sera stessa delle elezioni non si saprebbe chi ha “vinto”… - È curioso come questo formuletta, che sentivamo ripetere ogni minuto, sia scomparsa… Oggi tutti stanno pensando a come trafficare la mattina dopo. Nella situazione attuale il maggioritario o il premio indicherebbero un vincitore. Ma subito dopo inizierebbero i guai perché le coalizioni fatte prima servono solo a vincere le elezioni per poi squagliarsi subito dopo. Non abbiamo riprove a sufficienza? Altro che stabilità, altro che “governabilità”! Vogliamo parlare dell’arte del trasformismo? Talora serve al governo a tirare avanti, ma a che prezzo per l’integrità della politica? -.