"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 5 giugno 2018

Lalinguabatte. 57 “Il segretario è già uscito, non è in sede, arrangiati”.



Mi scriveva l’indimenticato, carissimo amico Franco L., prematuramente scomparso, in uno dei suoi ultimi, sempre attesissimi, appassionati e graditissimi commenti ad un mio post del 30 di dicembre dell’anno 2010: (…). Di fatto c’è già un nuovo ordine mondiale ma non sappiamo come sia; non possiamo guardare soltanto al nostro piccolo campicello e alla scellerata («scellerata» già allora, ma non gli è stato concesso dalla maligna sorte di vedere la politica di questi nostri giorni) condizione della politica del nostro paese;  bisogna volare più in alto, capire i processi globali, cercare di dare risposte ...serve aiuto per capire, base opportuna per ogni agire. Gli risposi che ero d’accordo, anzi d’accordissimo che ci fosse bisogno di “capire i processi globali”. Ma è che quei “processi globali” li aveva capiti, tanto tempo prima di quei tempi e dell’oggi, il grande vecchio di Treviri. E quindi non è che “non sappiamo come sia” il nuovo “ordine mondiale”. Anzi è un ordine vecchio, vecchissimo, l’ordine del sopraffattore sul più debole che accetta il nuovo ordine – nuovo si fa per dire - e viene sopraffatto. Quel vecchio grande nelle Sue opere, “Grundisse” in particolare ed in tanti altri punti del Suo “Capitale”, aveva vaticinato le truffe speculative della finanza allegra di questi tempi, truffe i cui danni sono stati ripiananti con le finanze pubbliche dei paesi occidentali. Scriveva Bruno Gravagnuolo sul quotidiano l’Unità del 31 di quel dicembre dell’anno 2010 nell’articolo “Buon Anno Nuovo, vecchio Dr. Marx”, articolo che era di presentazione di due interessanti biografie del grande vecchio di Treviri - Nicolao Merker “Karl Marx. Vita e opere” editore Laterza, pp. 257, € 18,00; Francis Wheen “Karl Marx. Una vita” Isbn, pp. 397, € 27,00 -  che quel grande vecchio aveva azzeccato un’altra profezia, ovvero “l’intensificazione del valore prodotto, tramite l’intensificazione tecnologica dei tempi di lavoro (più tempo di sfruttamento in meno tempo). E con meno addetti. Inoltre: la creazione di un immenso esercito di riserva flessibile per il lavoro capitalistico che tiene bassi i salari e in concorrenza virtuosa (per il capitalista). E ancora: l’intercambiabilità dei lavori, in un lavoro generale e «astratto» dove tutti fanno tutto e a poco prezzo nella costrizione continua di doversi riciclare. Dalla fabbrica, ai servizi, all’intrattenimento. Da ultimo, e qui l’«antica novità»: l’assottigliamento del ceto medio, passato dall’espansione degli anni di welfare alla minaccia dell’impoverimento. Col corollario invece dell’espansione del lavoro dipendente e multiuso, decentrato e delocalizzato, al punto di non sapersi più riconoscere come classe (e magari incattivito da ideologie populiste, localiste o fondamentaliste). Ebbene Marx conobbe, a modo suo e anticipò, queste cose.” Nulla di nuovo, quindi, sulla scena iniqua del mondo. La strategia globale è chiara; omologare ed omogeneizzare il mondo globalizzato del lavoro, dei prestatori d’opera, sui parametri più bassi, che non sarà, in quell’ottica, strumento di redistribuzione di redditi, ma soltanto impoverimento delle masse dei prestatori d’opera con conseguente arricchimento delle rendite finanziarie e non del capitale utilizzato negli investimenti produttivi. La domanda a questo punto sorge spontanea: le masse dei prestatori d’opera del mondo occidentale accetteranno di essere appiattite sui parametri retributivi resi al minimo dalle economie dei paesi emergenti e senza tutele del mondo del lavoro?

lunedì 4 giugno 2018

Quodlibet. 85 “«L’ostracismo di Dio dalla sfera pubblica»”.


Da “La democrazia senza velo” di Paolo Flores d'Arcais, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 4 di giugno dell’anno 2016: La società belga “G4S Secure Solutions” ha come norma che i dipendenti non possano esibire segni di appartenenza religiosa. Samira Achbita dopo tre anni di lavoro pretende di indossare il velo islamico e l’azienda la licenzia. Il “Centro belga per le pari opportunità e la lotta al razzismo” fa causa alla società e la Cassazione del Belgio investe del problema la Corte di giustizia europea, il cui avvocato generale, Juliane Kokott, conclude a favore dell’azienda. Sumaya Abdel Qader, leader musulmana “progressista” e candidata del Pd al Consiglio comunale di Milano, si indigna: «Mettersi il velo è una pratica religiosa, che dovrebbe essere garantita dall’ordinamento giuridico a tutela della libertà religiosa». Sumaya Abdel Qader ha torto, e con lei i moltissimi “multiculturalisti” di una “sinistra” anti-illuminista che ha completamente perduto la bussola dell’eguaglianza e dell’emancipazione. In una società democratica i simboli religiosi dovrebbero anzi essere vietati in tutti gli uffici e servizi pubblici, scuola in primis (e il divieto dei privati non dovrebbe essere considerata discriminazione). Un ufficio pubblico è infatti un bene comune, deve appartenere a tutti, non solo ai cittadini diversamente credenti ma a tutti i diversamente miscredenti e atei. Laddove si esibisca o campeggi un simbolo di appartenenza religiosa quello spazio è sottratto a quanti non vi si riconoscono, è confiscato e privatizzato. Che i simboli religiosi consentiti siano più di uno non cambia nulla, lottizza la confisca tra alcune fedi, ma una prevaricazione plurale sempre prevaricazione resta. Per garantire eguaglianza bisognerebbe che ogni possibile religione (compreso il “Dio degli spaghetti volanti” la cui Chiesa è ufficializzata negli Usa) e ogni possibile ateismo avessero i propri simboli appesi alle pareti, ma così non saremmo allo spazio comune bensì al bailamme delle identità in conflitto. Esattamente l’opposto dell’eguale cittadinanza, l’unica appartenenza che una democrazia riconosce. Sumaya Abdel Qader e i “multiculturalisti” di “sinistra” naturalmente sono in buona compagnia, il Papa, niente meno. Non solo il fondamentalista Karol Wojtyla e il teologo della crociata contro la modernità Joseph Ratzinger, per i quali l’aborto è “il genocidio del nostro tempo” (medici e infermieri che rispettano la volontà della donna all’interruzione della maternità messi moralmente sullo stesso piano di un Ss, del resto l’anatema di Wojtyla, perché non vi fossero dubbi, fu pronunciato in Polonia a pochi chilometri da Auschwitz), ma anche il buonissimo e apertissimo Francesco che manda ormai in estasi fior di “laici” in debito di “Senso” e marrani del valore fondante e irrinunciabile della sinistra, l’eguaglianza sostanziale. Ma questa convergenza, che vorrebbe le fedi religiose come humus per la democrazia contro il pericolo nichilista, e che ha affatturato anche pensatori un tempo di riferimento come Habermas, non fa che rendere esplicita e improcrastinabile per l’intera Europa (se ancora ha una chance di nascere) la necessità di radicarsi in una laicità coerente e adamantina, quella “alla francese”, rettificata anzi in alcune sue “concessioni” (scuole private, ad esempio).

domenica 3 giugno 2018

Quodlibet. 84 “Renzi-Grillo-Berlusconi, papocchio levantino”.



La “storia elettorale” ultima alla prova dei fatti. Ci ha pensato il 4 di marzo a verificarne la cieca stoltezza. Da “L’inganno tedesco” di Massimo Giannini, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 3 giugno dell’anno 2017: (…).