"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 24 agosto 2015

Lalinguabatte. 3 “Il beni-comunista”.




“Ricami pietrosi” di Silvia Ripoll Lopez. “Fare arte” con i ciottoli del mare.
 Ha scritto Curzio Maltese su “il Venerdì di Repubblica” del 3 di luglio ultimo scorso - “Solo un’enciclica verde? No, il manifesto del papa contro il turbo capitalismo” -: (…). Francesco è ormai il Che Guevara della nostra epoca, un mito rivoluzionario. Naturalmente il cristianesimo è stato all’origine un pensiero rivoluzionario. Gesù era un genio che osava pensare l’impensabile nella Palestina di duemila anni fa e per questo fu crocifisso. Ma da allora nessun successore di Pietro si era mai avventurato nel terreno dell’impensabile, cioè del totale conflitto con i valori dominanti. Francesco l’ha fatto. La sua enciclica, disinnescata dai media come un appello ecologista, è in realtà una critica radicale dei valori dominanti del turbocapitalismo, (…). Ed è affascinante per molti laici perché il campo dei valori di riferimento è lo stesso della rivoluzione illuminista, per due secoli considerata dalla Chiesa cattolica come l’origine di tutti i mali: libertà, uguaglianza, fraternità. Nel punto di massimo successo, dopo il crollo dei muri e la globalizzazione, il neocapitalismo produce società sempre più ingiuste, con incredibili concentrazioni di ricchezza e spaventose masse di poverissimi, società sempre meno libere e fraterne, non soltanto nelle periferie, ma nel cuore e nella culla dell’impero, come illustra l’avanzare in Europa di movimenti razzisti e di regimi sempre più autoritari e pratiche incostituzionali. La domanda che percorre il ragionamento di Francesco è la stessa di molti intellettuali laici. Quanto insomma questo sistema possa essere riformato, limitato, ricondotto al rispetto dell’umanità e dell’ambiente, e quanto invece non sia inesorabilmente avviato alla distruzione delle società umane. In altri termini, si chiede se l’azione degli uomini, il sentimento di fratellanza universale, sia ancora in grado di limitare gli eccessi folli della macchina produttiva, la dittatura della finanza, la distruzione dell’ambiente, l’annichilimento del concetto stesso di bene comune, la pretesa delle multinazionali di brevettare ogni organismo vivente e di privatizzare tutto, a cominciare dalla fonte della vita, l’acqua. O se piuttosto non dobbiamo prepararci all’apocalisse globale di un sistema, sperando che non coincida con il collasso della vita stessa sul Pianeta. Una risposta vera e propria Francesco non la mette in campo, si limita a indicare una strada. Anche questo, per un papa, è rivoluzionario.
Siamo or così giungi al punto massimo del disorientamento. Poiché sarebbe stato impensabile sino a pochissimi anni addietro che la forza delle idee tornasse - o rimanesse? – esclusivo appannaggio di quella chiesa di Roma che non poco spazio e credito aveva sempre concesso alle “caste” governanti – di qualsivoglia colore - del mondo occidentale. Non è per recriminare, ma la perdita di una leadership che la politica - ed intendo dire di quella politica che ha parlato per tanti e tanti anni alle coscienze ed agli intelletti degli uomini di buona volontà - ha lasciato un vuoto che è stato all’origine di quel disorientamento profondo al quale ho fatto cenno. E ben si sa che la natura ha paura del “vuoto”. I temi, tanto cari alla cosiddetta politica della sinistra, non trovano più spazio nelle agende di quei governi che a tale visione dicono vanamente di ispirarsi, essendo questi ultimi divenuti tenutari e manutengoli di un sistema di sfruttamento selvaggio delle risorse ambientali a tutto vantaggio di un capitalismo che si conferma sempre più essere di “rapina”. La valanga umana che attraversa il mare “nostrum” per riversarsi sulle poco accoglienti spiagge del sud d’Europa è tutta una umanità che dallo sfruttamento intensivo dell’ambiente globale non ha ricevuto altro se non le briciole per una vita stentata e senza un futuro. È comprensibile come l’azione del vescovo di Roma sia rimasta impregnata da quella dimenticata Storia che ha dato vita, in quel continente sub-americano, a quella “teologia della liberazione” ritenuta ed indicata per sì lungo tempo quale spettro di disordine sociale e politico per il ben costruito assetto di potere delle “caste” politiche varie che hanno contraccambiato concedendo un congruo “potere temporale” che la “casta” vaticana ha amorevolmente accolto ed accresciuto a dismisura rendendo financo poco credibile il messaggio “rivoluzionario” dell’ebreo di Nazareth. Affermava il “prete” Hélder Câmara – tra i massimi esponenti di quella “teologia della liberazione” inopinatamente approdata in Vaticano -: «Quando  do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista». Rivoluzionaria affermazione mai ben riflettuta e che ha rappresentato per “quellichelasinistra” una imprescindibile, inderogabile parola d’ordine. Ma il punto al quale si è or giunti lascia intravedere una strada che è senza più ritorno nella storia della umanità e che determinerà, per tutte le generazioni a venire, condizioni di vita sempre più difficili e dagli sviluppi sempre più incontrollabili. Di questi scenari epocali di impoverimento e di distruzioni ambientali – che la cosiddetta “sinistra politica” ha cancellato dai suoi “impegni” ideali e politici soggiacendo, senza tentare di correggerne la rotta, all’imperversare della cosiddetta “crisi globale” - che saranno irreversibilmente planetari ne ha scritto su “il Fatto Quotidiano” del 21 di agosto Ugo Mattei con un titolo che non lascia scampo agli equivoci: “Il debito ecologico è inestinguibile”. “Inestinguibile”, per l’appunto. Scrive Ugo Mattei – ed è tutto da leggere -: Il 13 agosto abbiamo “festeggiato” il giorno del “sorpasso”, quello a partire dal quale viviamo a credito ecologico fino alla fine dell’anno. Per oltre quattro mesi ogni anno l’umanità sopravvive consumando un patrimonio di risorse che la terra non è più in grado di rigenerare. Un debito ecologico che nessuno si preoccupa di ripagare. Infatti, oggi la nostra impronta ecologica che fisiologicamente deve essere 1 perché abbiamo un solo pianeta in grado di rigenerare le risorse che noi estraiamo è già 1,4. Ci servirebbe la capacità rigenerativa di poco meno che un altro mezzo pianeta. La cosa diventa gravissima se consideriamo che l’impronta ecologica dei nord-americani è ormai vicina a 6. Se tutto il mondo vivesse secondo l’American way of life, ci vorrebbero ormai oltre cinque pianeti per sostenere l’umanità. Comunque l’impronta europea è ormai vicina a 4!   Questi dati dimostrano che possiamo vivere sul debito eco-logico  ancora  per qualche decennio (ma non molti perché il pianeta creditore inizia a dare chiari segni di insofferenza) soltanto grazie al sud globale, dove l’impronta ecologica è ben sotto lo 0,5 anche in virtù del consumo davvero basso degli oltre 800 milioni di esseri umani che soffrono la fame e del miliardo che soffre la sete. Sono condizioni ben note nelle Cancellerie dei paesi ricchi, le quali lavorano alacremente e da molti anni per mantenere questo scandaloso disequilibrio globale che consente di illudere gli elettori occidentali vittime di disinformazione che sia possibile continuare le politiche di estrattivismo predatorio (che chiamano crescita o sviluppo) per sempre. Basterebbe tener conto che il Niger, il paese al mondo dove la massima percentuale di cittadini soffre di fame cronica, è il secondo produttore mondiale di uranio (estratto a prezzo vile da una multinazionale francese) o che la Germania ha guadagnato quasi 100 miliardi offrendosi come rifugio per gli investitori terrorizzati dal rischio di default greco (a fronte di circa 57 miliardi di debito greco verso la medesima!) per renderci conto appieno delle menzogne con cui si fomentano gli istinti xenofobi che dominano il panorama politico. I governanti occidentali provano a ridurre l’emergenza a quella dei profughi “economici” o a quella dei greci “pigri” e seguitano a promettere crescita, tecnologia (banda larga per tutti!) e sviluppo. Tuttavia pian piano la cittadinanza si rende conto che ciascuna di queste emergenze è ecologica, perché il pianeta non ce la fa più a sopportare l’estrazione capitalistica. La cittadinanza che soccorre i profughi (senza chiede loro se sono economici) o simpatizza coi Greci (rifiutando la retorica delle cicale e vedendoli come vittime di 25 anni di speculazione neo liberale) sa benissimo che la sola uscita  possibile è quella di una riconversione ecologica della nostra organizzazione sociale. Queste persone possono facilmente cadere nella disillusione, pensare che non valga la pena di far nulla, cedere, se minimamente privilegiata, alla seduzione del carpe diem (vivere come se non ci fosse un domani). O possono diventare maggioranza. A questa maggioranza che in massa oggi non vota più (ma vuol sapere che fare) occorre offrire un percorso alternativo. Un percorso prima di tutto culturale, autorevole e lungimirante, tracciato dai beni comuni nella loro attuale solidità teorica e soprattutto nella loro prassi quotidiana di sensibilità ecologica e attenzione per l’altro, sia esso vicino o lontano, umano o animale, ecologicamente alfabetizzato oppure non ancora. Questo percorso “beni comunista”ben conosce i limiti della rappresentanza. Sa che il voto è sempre più corrotto dal potere economico che condiziona l’informazione e determina il comportamento degli eletti. Tuttavia la rappresentanza è una delle strade da percorrere (assolutamente non la sola) nella speranza di modificare il nostro modo di vivere in questo mondo e di poter ripagare l’unico debito che davvero non può esserci rimesso: quello ecologico. Gli eletti lasciati soli tradiscono, consapevolmente o più spesso inconsapevolmente. (…).

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