"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 31 maggio 2021

Paginedaleggere. 22 «La parola scritta è la più alta definizione delle cose del mondo. La parola scritta è seme, germoglia nel lettore».

 

Tratto da “Ritorno alla casa delle parole”, colloquio di Giuseppe Catozzella con lo scrittore Erri De Luca pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 23 di maggio 2021: (…). Libertà forse è affrancarsi dalle aspettative del padre: per proseguire su una strada propria occorre consumare un tradimento.

domenica 30 maggio 2021

Leggereperché. 85 «L'io cattivo già governa indisturbato l'io buono in molti di noi».

 

Tratto da “Se l'io cattivo ordina la strage” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 30 di maggio dell’anno 2015: La doppia personalità esiste, e si scatena quando la coscienza perde il controllo.

venerdì 28 maggio 2021

Notiziedalbelpaese. 13 «Le donne comuni continueranno a vivere in un paese in cui la violenza delle parole è sistemica quanto quella dei fatti».

 

Nell’empireo dell’”Italietta” in “orbace” c’è stata anche la “donna”. Non tanto la “donna” portatrice di diritti e di doveri - così almeno nelle classi sociali meno abbienti e meno acculturate, ché sono state in definitiva quell’architrave sul quale quell’”Italietta” ha provato a sopravvivere - quanto la “donna” ridotta a “fattrice” per la gloria dell’impero, a sostenere ovvero, con la sua fecondità, il mito del “numero” che genera potenza.

giovedì 27 maggio 2021

Paginedaleggere. 21 «Un Paese impaurito, attraversato da ossessioni edonistiche e narcisistiche che chiedono solo il ben-essere individuale».

A Lato. "Roma turrita", penna ed acquerelli (2021) di Anna Fiore.

Ha chiuso Umberto Galimberti il Suo “La denatalità e la debolezza delle nuove generazioni”, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 22 di maggio 2021 e di seguito riportato, così:

martedì 25 maggio 2021

Paginedaleggere. 20 «Quest'anno ho guadagnato "soltanto" tre milioni e mezzo. Sono un tossico».

 

Due anni addietro, il 25 di maggio dell’anno 2019, Vittorio Zucconi ci lasciava. Mi garba ricordarlo proponendo la lettura del Suo “La mia droga si chiama Wall Street”, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 3 di settembre dell’anno 2016:

lunedì 24 maggio 2021

Paginedaleggere. 19 «L'ansia rode noi consapevoli. Indenni, ma rosi dall'ansia».

 

A lato. 1969. "Rue de Bourgogne" a Orléans".

Questa è una “storia” vera – ma “nera” – avvenuta al tempo in cui la “infodemia” non aveva ancora infarcito a dovere le nostre povere vite. A quel tempo non avevano grande cittadinanza le “fake news”, oggigiorno di gran moda. E sì che di “bufale” ne esistessero anche al tempo di questa terribile “storia vera ma nera”. La non presenza delle “fake news” in quell’anno – 1969 – costringe l’illustre Autore, Carlo Lucarelli, a definirle molto più semplicemente le “voci”. E narra la “storia vera ma nera” di quel tempo in “La violenza delle voci”, delle “voci” per l’appunto, pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 21 di maggio 2021: (…). Succede in Francia, a Orléans, nel 1969. Arrivano in aprile, con le prime brezze di primavera. Voci, appunto. È sparita una ragazza. Era entrata in un negozio e non ne è uscita più. E non è l'unica, è successo ad altre.

sabato 22 maggio 2021

Cronachebarbare. 90 «In che cosa si riconosce l'Occidente? I disperati della terra vengono a ricordarcelo».

 

Scrive Carmelo Lopapa in “La disumanità sovranista e la zattera del governatore” pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” - nella edizione di Palermo – di ieri venerdì 21 di maggio 2021: C'è una disumanità che non si piega nemmeno di fronte alla "Pietà" del neonato di Ceuta salvato dalle braccia della guardia civil Juan Francisco. C'è una spregiudicatezza politica che sogna profitti elettorali passando perfino sulle vite e sulle tragedie dei più indifesi. È una storia, un dramma, che ci tocca da vicino. Quel bimbo di poche settimane può galleggiare da qui a qualche notte - e non col medesimo esito fortunato - sul mare che lambisce la costa di Lampedusa. La stessa giovane madre nordafricana può perderlo dalle sue mani nel Mediterraneo di fronte a noi. È successo, succederà ancora. Eppure, nelle ore in cui il mondo si ferma davanti a quell'immagine, di più, mentre una nave con 414 disperati peregrina davanti al porto di Terrasini, poi di Palermo, per approdare infine a Pozzallo, prigioniera dei veti di una burocrazia senz'anima, Matteo Salvini irride i profughi che "sbarcano con il telefonino, le cuffiette e il cagnolino". In una satira macabra eppure così funzionale alla Bestia della sua propaganda. Il capo sovranista lamenta che "proprio nell'estate della ripartenza" non possiamo permetterci "l'arrivo di migliaia di persone ogni settimana". Non farebbe quadrare i conti al ministero del Turismo che la Lega occupa da qualche mese. Peggio, annuncia che gli amministratori leghisti non accetteranno la redistribuzione dei profughi. Come se il fenomeno epocale della migrazione fosse un affare esclusivo dei siciliani o degli andalusi spagnoli. (…).
Ha scritto Umberto Galimberti in “Cosa vengono a ricordarci i disperati del mare”, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 25 di ottobre dell’anno 2013: Se mi si dovesse chiedere che fare per evitare le tragedie a cui vanno incontro i disperati della terra che giungono da noi, (…) confesso che non saprei rispondere. Perché da un lato è evidente che non possiamo accogliere quanti nei loro Paesi non hanno speranze di vita, e tanto meno di futuro. E il loro numero è impressionante. Dall'altro non possiamo assistere a questa continua strage di vite umane con indifferenza e senza un minimo di senso di colpa. Perché siamo stati noi occidentali, prima con il colonialismo territoriale e oggi col colonialismo economico, coadiuvato dalla fornitura delle armi a quanti nei paesi del terzo e del quarto mondo si contendono il potere, a sottrarre alle popolazioni le condizioni minime di vita.

venerdì 21 maggio 2021

Cronachebarbare. 89 «Non darla vinta all’Italietta furba e piagnona».

 


Ha scritto Michele Serra in “Contro l’Italietta furba e piagnona”, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 7 di maggio 2021: (…). …sintesi della situazione. Ci si affida a un Principe (Draghi) perché ci si ritiene troppo divisi e troppo impreparati per reggere l’urto della crisi. Una specie di auto-commissariamento. Ma forse è solo un modo per rinviare i conti con noi stessi, come facciamo dai secoli dei secoli (vedi l’obbrobriosa incapacità di fare i conti fino in fondo con la nostra caduta più tragica, che è il fascismo). Il nugolo di consorterie e corporazioni che chiamiamo Paese non è in grado di esprimere un vero “comune sentire”, tanto meno una prassi condivisa. Arriveranno una caterva di quattrini e la vera impresa sarà gestirli senza che sia la legge del più forte (la mafia più forte, la corporazione più forte) a decidere la spartizione. Essere pessimisti è inevitabile, ma essere ottimisti è un dovere. Bisogna sperare che a prevalere siano le persone e i partiti più responsabili e che quel poco (ma non pochissimo) di spirito repubblicano messo faticosamente assieme in tre quarti di secolo prevalga.

mercoledì 19 maggio 2021

Eventi. 44 Franco Battiato: «“Queste troie che stanno in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile”».

 

Ieri ci ha lasciato Franco Battiato. Ha scritto Marco Travaglio in “Un essere speciale” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di oggi mercoledì 19 di maggio 2021: “il suo spirito se n’era già andato da qualche altra parte, nomade in cerca degli angoli della tranquillità. L’altra notte li ha trovati tutti. Ora è finalmente libero”. E lo ricorda, per tutti noi, così: (…). Estate 2009. Francuzzo mi chiama per sapere come vanno i preparativi: “Caromarco (lo diceva tutto attaccato con quella voce di seta, nda), ti devo fare un regalo. Una canzone che ho scritto con Sgalambro e anche con te, ma a tua insaputa. Dammi una mail”. Gliela do. Poco dopo, dalla sua – col nome storpiato di Joe Patti, un suo zio emigrato in America – mi arriva la traccia ancora provvisoria di Inneres Auge (l’occhio interiore o il terzo occhio, in tedesco). La ascolto e capisco: “Uno dice: che male c’è / a organizzare feste private / con delle belle ragazze / per allietare primari e servitori dello Stato? / Non ci siamo capiti./ E perché mai dovremmo pagare / anche gli extra a dei rincoglioniti? / Che cosa possono le leggi / dove regna soltanto il denaro? / La giustizia non è altro che una pubblica merce…”. Parlava di B., anzi di quelli che con argomenti fallaci giustificavano i suoi scandali. Poi dal basso più infimo – come sempre faceva lui, dissimulando la sua sterminata cultura e la sua sconfinata spiritualità – si elevava improvvisamente verso l’alto: “La linea orizzontale ci spinge verso la materia, / quella verticale verso lo spirito /… Inneres auge, das innere auge. / Ma quando ritorno in me, / sulla mia via, a leggere e studiare, / ascoltando i grandi del passato, / mi basta una sonata di Corelli, / perché mi meravigli del creato”. Francuzzo era così: leggero, soave, delicato, spiritoso, sorprendente, puro, naïf. Come il bambino che urla “il re è nudo!”. Ricordo il suo sincero, candido stupore per la ridicola canea che si era levata quando, al Parlamento europeo, s’era permesso un giudizio sugli abitanti di quello italiano: “Queste troie che stanno in Parlamento farebbero qualsiasi cosa. È una cosa inaccettabile. Aprissero un casino”.

lunedì 17 maggio 2021

Leggereperché. 84 «Una società che ci prevede sempre più come funzionari di apparati e sempre meno come persone».

 

A lato. "Amicizia", penna ed acquerello (2021) di Anna Fiore.

Tratto da “Spazio ai giovani che sanno cos'è la passione” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 17 di maggio dell’anno 2014: Scrive Goethe: «Mi è odioso ciò che mi istruisce, senza accrescere o vivificare immediatamente, la mia attività». Il problema che (si) pone è davvero importante e riguarda lavoro alienante e lavoro non alienante. Chiamo "alienanti" quei lavori che non realizzano noi stessi, ma gli obbiettivi degli apparati di appartenenza.

domenica 16 maggio 2021

Leggereperché. 83 «Nella cultura del consumo del nostro tempo anche la nostra identità può essere indossata e poi dismessa come un abito».

 

Tratto dalla corrispondenza di Umberto Galimberti con la lettrice Marialaura C. pubblicata sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 16 di maggio dell’anno 2015 con il titolo “Gli amanti non possono bastare a se stessi”: Perfino il più egoista dei desideri ha bisogno dell'altro, se non altro per farsi applaudire. Ed è per rispetto del "sentire" altrui che si tiene fede alle proprie scelte. Se lei per "biografia" intende la "vita", è ovvio che tutti hanno una biografia, anche quelli che revocano tutte le scelte che hanno fatto e poi revocano persino la scelta di revocarle. Se poi limita la revocabilità delle scelte alla scelta di coppia, toglie dal gioco tutte le altre scelte a cui siamo "costretti" nel nostro tempo, in cui, rotti tutti i legami tradizionali di parentela, di classe, di usi e costumi locali, ciascuno si trova a gestire la propria esistenza in una abbondanza infinita di scelte. E non possiamo escludere che proprio questo sia alla base del senso di insoddisfazione dell'uomo d'oggi, se è vero che, a scelta avvenuta, c'è sempre e comunque il dubbio che potesse essercene una più vantaggiosa, così che revochiamo la precedente e poi quella successiva, all'infinito. In questo senso, io dicevo, non si costruisce alcuna biografia, perché nella rincorsa delle scelte possibili, la nostra identità o non si costituisce o, se già costituita, va continuamente in crisi. In secondo luogo, se ogni scelta è revocabile togliamo ogni significato alla parola "scelta", perché non possiamo considerare davvero tale una decisione che non comporta alcuna conseguenza di rilievo. Il fatto che nessuna scelta sembri precluderne un'altra mi pare rientri perfettamente nella cultura del consumo del nostro tempo, dove, al pari di tutti i prodotti che per i nostri bisogni del momento possiamo scegliere, anche la nostra identità può essere indossata e poi dismessa come un abito.

sabato 15 maggio 2021

Notiziedalbelpaese. 12 «Si (ri)-parla di riforma della giustizia per la giustizia. Davvero?».

 

Tratto da “La giustizia e la vita” di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri venerdì 14 di maggio 2021: (…). La giustizia è un sistema complesso di forze e di interessi diversi e spesso antagonisti; ogni legge nuova è soltanto un impulso, un fattore di rimescolamento e sarebbe un'ingenuità considerarla coincidente col risultato finale. Ridurre i tempi della giustizia, s'intende, è ciò su cui tutti, sono d'accordo. L'ovvia via maestra dovrebbe essere l'efficienza dei processi.  Oggi, pare che si battano strade diverse. Ragionando in astratto e per assurdo si può pensare che i processi non si facciano, così durano niente; oppure, sempre per assurdo, che i processi siano sommari, senza tante complicazioni, così durano poco. (…). I reati, ma non quelli più gravi, dopo un determinato periodo di tempo "si prescrivono", "si estinguono" e, di conseguenza, non si procede nei confronti dei loro autori. I giuristi dicono che la prescrizione ha natura sostanziale, oggettiva: l'interesse pubblico a celebrare processi dopo molto tempo dai fatti viene meno e lo Stato, attraverso il suo apparato giudiziario, rinuncia a perseguirne gli autori. Di fatto - ecco un caso di eterogenesi dei fini - , anche se lascia un'ombra di possibile colpevolezza, la prescrizione ha cambiato natura ed è diventata uno strumento processuale per scampare alla giustizia: un'assoluzione per prescrizione per l'imputato, soprattutto se ha qualcosa da rimproverarsi, è meglio di un'eventuale condanna. Ma è anche una frustrazione della giustizia: dei magistrati che vedono andare in fumo i processi che hanno istruito; dei giudici che si sono pronunciati invano in gradi precedenti del giudizio, delle vittime dei reati che si sentono beffati e giustificatamente alzano i pugni al cielo. Non nascondiamoci la realtà: soprattutto nei grandi processi dove sono all'opera i grandi avvocati, maestri nell'usare tutte le risorse della procedura che sono tante (rinvii, eccezioni del più vario genere, rinuncia alla difesa e sostituzione del difensore, ricusazioni, "termini a difesa", ricorsi, ecc.) spesso si punta più sulla prescrizione del reato che sull'innocenza dell'imputato. Così quella che è una sconfitta d'una giustizia che a parole si vorrebbe rigorosa, certa, uguale per tutti e indipendente dalle circostanze, si trasforma in efficace incentivo della sconfitta medesima. Sappiamo però anche che la prescrizione dei reati è un fatto di civiltà, purché non diventi un salvacondotto dei criminali. È un fatto di civiltà perché non si può vivere in eterno restando sotto la minaccia del processo. Il processo è di per sé una pena. Se ha da esserci, lo si apra e lo si chiuda nei tempi più brevi possibili e non lo si lasci pendere come una minaccia sulla testa delle persone. La prescrizione del reato, che - ripeto - è pur sempre un fallimento della giustizia, serve a porre fine alla minaccia e ad assicurare la tranquillità d'animo che è condizione di libertà. Dunque, i reati devono essere prescrittibili, ma i tempi della prescrizione devono essere compatibili con quelli dell'ordinaria celebrazione dei processi. La brevità dei tempi di prescrizione deve essere in rapporto diretto con la rapidità della celebrazione dei processi.

giovedì 13 maggio 2021

Leggereperché. 82 «Quando l'etica della responsabilità sociale dà ordini diversi rispetto all'etica personale».

 

Tratto da “Cari medici, non basta mettere quiete nella vostra coscienza” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 13 di maggio dell’anno 2017:

mercoledì 12 maggio 2021

Quellichelasinistra. 22 «Salve, sono il Pirla di Sinistra».

È un “bignamino” prezioso “Il cretino prevalente” che Marco Travaglio ha scritto per “il Fatto Quotidiano” del 12 di maggio dell’anno 2019. Un “bignamino” di quella che è stata la “storia” (al minuscolo) di questo disastrato paese dall’anno 1994, anno della infausta “discesaincampo” dell’uomo di Arcore, ed ancor di più la “storia” (sempre al minuscolo) di “quellichelasinistra” che hanno il (de)merito di avere portato la “sinistra”, per l’appunto, alla quintessenza della inanità e della balordaggine.

martedì 11 maggio 2021

Paginedaleggere. 18 «Si sognarono a vicenda, quella notte, l'uomo e il cane».

Ri-parto da Filelfo o meglio dalla Sua straordinaria favola ecologica che ha per titolo “L’assemblea degli animali” (2020), pubblicata da Einaudi. Ha scritto il “misterioso” Filelfo alle pagine 72-73 che “…si crede di dover portare fuori il cane a mezzogiorno e a sera per i suoi bisogni corporali, ma è un grave errore: sono i cani che ci invitano due volte al giorno alla meditazione. In effetti non è mai chiaro, nelle rodate abitudini e negli itinerari prestabiliti che accomunano uomini e cani a passeggio, chi guidi e chi segua. È di solito un’impresa in cui il comando viene equamente suddiviso: il cane detta il percorso, l’uomo i tempi, ma può accadere che l’uomo cambi tragitto a capriccio o che il cane rivendichi per sopraggiunte esigenze pause più lunghe. Adesso era tuttavia evidente che l’equilibrio di quell’accordo vacillava e il cane aveva conquistato il maggior peso cosicché l’uomo gli aveva conferito pieni poteri. (…)”.

lunedì 10 maggio 2021

Leggereperché. 81 «Ho finalmente scoperto che l'importante è avere in comune la visione del mondo. L'età è del tutto ininfluente».

A lato. "Raggio di sole", acquerello (2021) di Anna Fiore.

Tratto da “Dopo 40 anni ho finalmente aperto gli occhi” di Claudia de Lillo – in arte Elasti -, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano “la Repubblica” del 10 di maggio dell’anno 2014: È un perverso tarlo che si è insinuato in me nella più tenera infanzia. Un tarlo spocchioso, ottuso e settario di cui non conosco i perversi e nefasti effetti. Ho cominciato a coltivarlo da piccola e, per abitudine e stupidità, ho continuato a nutrirlo crescendo. E ora che sto dentro un guado a metà della mia strada, mi ritrovo a guardarlo negli occhi e a prendere finalmente coscienza della sua insulsaggine. Ma torniamo indietro.

domenica 9 maggio 2021

Paginedaleggere. 17 «C’è un solo modo per ridurre l’inquinamento: produrre di meno e consumare di meno».

A lato. "Mare calmo", acquerello (2021) di Anna Fiore.

Ha scritto Michele Serra in “Quelle spennellate di ecologia”, pubblicato sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 7 di maggio ultimo: «Non ho risposte “tecniche” (…) e diffido della mia incompetenza in materia. Ma credo, (…), che circoli un’idea molto disinvolta su come rimediare ai guasti prodotti dalla paurosa antropizzazione del Pianeta, come se bastasse “spennellare di ecologia” un sistema strutturalmente rapinoso ed incauto. Esiste sicuramente una riconversione industriale green più sostenibile e previdente, esistono imprenditori che ci credono e si danno da fare. Ma dietro di loro c’è un codazzo di semplificatori e di profittatori che con due slogan cercano di mettere in pace i conti e la coscienza. (…). Penso, (…), che la più profonda ed efficace riconversione sarebbe quella delle nostre abitudini di vita. Imparare a considerarci cittadini e non consumatori. Non si tratta di decrescita, anche se piatti un po’ meno debordanti ci aiuterebbero a ritrovare la giusta misura. Si tratta di crescita della nostra qualità di abitanti della Terra». Tratto da “Inquinare meno, consumare meno” di Massimo Fini, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” di sabato 8 di maggio 2021: (…). È tipico della società contemporanea scoprire cose che esistevano già fingendo, o illudendosi, che siano nuove. Per secoli i popoli dell’Africa Nera hanno vissuto di economia di sussistenza, autoproduzione e autoconsumo, si cibavano cioè di ciò che producevano. Più corta di così? Sul piano alimentare utilizzavano lo scambio solo eccezionalmente e nella forma del “baratto puro”. Così uno scrittore del regno africano del Dahomey ricorda, con nostalgia, la natura del “baratto puro” quando il denaro, che in quella parte del Continente nero fece la sua comparsa piuttosto tardi, nel XVIII secolo, non esisteva ancora: “In quei giorni non vi era moneta. Se volevi comprare qualcosa e tu avevi sale e un altro aveva grano, tu gli davi un poco di sale e lui ti dava un poco di grano. Se tu avevi pesce e io avevo pepe, io ti davo pepe e tu mi davi pesce. In quei giorni esisteva soltanto il baratto. Niente moneta. Ciascuno dava all’altro ciò che aveva e ne riceveva ciò di cui aveva bisogno”. Che cosa aveva determinato il cambiamento lamentato dallo scrittore del Dahomey? Quando i primi colonizzatori arrivarono da quelle parti misero una tassa su ogni capanna, così l’agricoltore era costretto a produrre un surplus e ad entrare quindi in quel sistema economico occidentale che conosciamo molto bene. Nonostante ciò i popoli africani resistettero a lungo. Ai primi del Novecento l’Africa era alimentarmente autosufficiente. Adesso c’è tutto un pruriginoso e ipocrita movimento per “salvare l’Africa”. L’Africa stava molto meglio quando si aiutava da sola. Ancora nel 1961 era, in buona sostanza, autosufficiente, al 98%. “Ma da quando ha cominciato ad essere aggredita dalla integrazione economica – prima era considerata un mercato del tutto marginale e poco interessante – le cose sono precipitate. L’autosufficienza è scesa all’89% nel 1971, al 78% nel 1978” (Il vizio oscuro dell’Occidente, 2002). Per quello che è successo dopo non sono necessarie statistiche, basta osservare l’enorme flusso di emigranti, ridotti alla fame, che pur di arrivare in Europa sono disposti ad attraversare la Libia, a rischiare la morte, e spesso a trovarla, sui gommoni degli scafisti che non sono i protagonisti di questa tragedia, i veri protagonisti siamo noi occidentali. Sono state scritte intere biblioteche sui crimini del comunismo, che ovviamente ci sono stati e ci sono, ma verrà pure un giorno in cui qualcuno dovrà scrivere un libro sui crimini dell’industrial capitalismo, del turbocapitalismo, che riescono ad essere ancora peggiori di quelli. Agli inizi di aprile gli Stati appartenenti al gruppo del cosiddetto G20, cioè i venti paesi più industrializzati del mondo, resisi conto che stiamo assassinando l’ecosistema, cioè la terra su cui abitiamo, hanno organizzato l’ennesima riunione per ridurre i danni dell’inquinamento ambientale. Chi dice entro il 2030, chi entro il 2050. Di qui la litania, in atto da qualche anno, del bio, del green, della filiera corta, delle macchine all’idrogeno, delle macchine elettriche, della riduzione di CO2. Quand’anche fossero in buona fede, e ci credo pochissimo, son tutte balle, luride balle. Perché qualsiasi energia, foss’anche la più pulita, se usata in modo massivo è inquinante. Perché ha bisogno di un’altra energia che la inneschi. Prendiamo le auto all’idrogeno. In teoria l’idrogeno è il combustibile ideale. In natura esiste in quantità enormi e la sua combustione genera come residuo soltanto acqua. L’estrazione dell’idrogeno, però, richiede energia, quindi la sua convenienza dipende da quanta energia si consuma per estrarlo e – ancora una volta – da come questa energia viene prodotta. Oggi la maggior parte dell’idrogeno in commercio è un prodotto secondario della lavorazione degli idrocarburi. È il metodo più economico ma anche quello più inquinante: si generano svariate tonnellate di CO2 per ciascuna tonnellata di idrogeno prodotta. Altro problema è quello relativo alle fonti rinnovabili, in particolare l’eolico e il fotovoltaico: coprire il mondo di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici non lo rende, (…), un posto migliore. Perché la costruzione e poi lo smaltimento di pale e pannelli comporta a sua volta un impatto ambientale. C’è un solo modo per ridurre l’inquinamento: produrre di meno e consumare di meno. Cioè, in pratica, scaravoltare l’attuale modello di sviluppo che si basa sul consumo. Siamo arrivati al punto paradossale che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per poter produrre. In questo il Covid (non subito perché adesso ci sono singole imprese o singoli individui in situazioni economiche disperate) potrebbe tornarci utile. In un anno di lockdown abbiamo imparato a ridurre i consumi a ciò che veramente riteniamo essenziale. Prendiamo, a solo titolo di esempio, il vestiario. Non è necessario avere nell’armadio cento vestiti e duecento paia di scarpe – in questo caso parlo soprattutto alle donne – per sentirsi a proprio agio e sufficientemente eleganti. Non è necessario avere quattro televisori in casa. Non è necessario avere quattro automobili. E così via. Ciascuno può ridurre quei consumi che lo interessano di meno. Se ciascuno di noi fa queste scelte, automaticamente, in via generale, si ridurranno consumi e produzione. E in questo modo si risolverà anche la questione che mi pose lo storico Carlo Maria Cipolla quando gli prospettai questa ipotesi: “Ciò che è essenziale si differenzia da individuo a individuo. Per lei, magari, essenziali sono i libri, per altri beni molto diversi” (Scienza Amara, Pagina, 18 marzo 1982). Va bene. Ma se ciascuno di noi consuma solo ciò che per lui è veramente essenziale, e quindi senza ledere la libertà di scelta dell’individuo, si otterrà ugualmente una generale riduzione dei consumi marginali. Ma dubito molto che ci arriveremo mai. L’uomo è un animale troppo stupido. Prima di tentare Eva con la mela della conoscenza Satana si rivolse al leone e il leone reagì con un ruggito così potente che mandò Satana a ruzzolare per le terre. Allora Satana capì che aveva sbagliato il bersaglio e si rivolse al soggetto più debole (…). E oggi impera nel mondo.