"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 27 dicembre 2020

Virusememorie. 52 «Una cosa il Covid ce l’ha insegnata. Che senza riti la collettività entra davvero in sofferenza».

 

Tratto da «Il rito rubato del Natale “senza”» di Marino Niola - antropologo culturale -, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 24 di dicembre 2020: (…). I social tracimano suggerimenti sui modi di aggirare il Dpcm. Ma non è solo l’impuntatura puerile e irresponsabile di chi non vuol saperne di saltare, anche solo per una volta, l’appuntamento con tavolate, rimpatriate, abbuffate, scampagnate. In realtà la posta in gioco è diversa. E va al di là della dipendenza capricciosa dalle abitudini, dall’inerzia ripetitiva delle consuetudini. Dietro le resistenze e le resilienze, c’è una sorta di istinto cerimoniale custodito nelle profondità del nostro genoma culturale. E che spinge a difendere ad ogni costo una festa che non è una semplice festa religiosa o consumistica. Ma è l’ultimo grande ciclo rituale dell’Occidente. Che ha abolito uno dopo l’altro tutti i riti e tende a considerare i giorni non lavorativi come finestre del calendario vuote. Come pause improduttive, come tempo morto. Ecco perché Natale non è singolare ma plurale. Non una festa ma le Feste, per antonomasia. Che da tempo immemorabile sono considerate la cerniera magica dell’anno. Un serial di liturgie sacre e profane cui è d’obbligo partecipare. Credenti e non credenti. Per tradizione e per devozione. Per piacere e per dovere. Per gioco e per forza. Spesso giocoforza. I dodici giorni che vanno dal 24 dicembre al sei gennaio, dalla sera della Vigilia alla notte dell’Epifania, sono quel che resta degli antichi riti del solstizio d’inverno, quando le giornate ricominciano ad allungarsi. In quel periodo i pagani onoravano il dio solare Mitra. Il cristianesimo trasforma il trionfo della luce sull’oscurità in una celebrazione del suo sole infante, nella Natività del dio bambino, che viene al mondo in una grotta per liberare l'umanità dalla tenebra del peccato originale. Insomma, la nostra maratona natalizia è l’effetto di una stratificazione di simboli fitta come una geologia. Che ci lascia eredi di uno straordinario giacimento di consuetudini famigliari, di comportamenti millenari, di funzioni religiose e di ritualità laiche. Il palinsesto cerimoniale natalizio è quanto di più zippato si possa immaginare. Una successione ininterrotta di azioni comandate, emozioni recitate, riunioni obbligate. Fabbricare il presepe, adornare l’albero, la corsa ai regali, il cenone della Vigilia, il pranzo di Natale, la gita di Santo Stefano, il frastuono pagano della notte di Capodanno, l’attesa notturna della Befana. Un dodecathlon che lascia esausti i partecipanti. Una forma di agonismo ludico che ha qualcosa delle antiche prove iniziatiche. Il risultato è una fibrillazione collettiva, un fremito prolungato che accarezza la schiena della società. E si preannuncia già ai primi di dicembre quando in molte famiglie si rinnova l’annosa diatriba fra presepe ed albero, tra conservatori e innovatori, che trasforma ogni salotto italiano in una dépendance di casa Cupiello. Di fatto le feste sono un rito pubblico e privato, un bilancio consuntivo dell’anno vecchio e un preventivo di quello nuovo. Uno scrutinio, con promossi e bocciati. Non a caso i due grandi vecchi che aprono e chiudono il ciclo, Babbo Natale e la Befana, sono dispensatori di doni e di castighi. Ormai solo di doni. E lo scambio dei regali resta la chiave di volta della kermesse natalizia, insieme alle abbuffate collettive. Perché rappresentano la materializzazione degli affetti, l’incarnazione della generosità, la metabolizzazione della famiglia e della comunità che diventano nutrimento spirituale e materiale, l’esultanza che diventa pienezza. E mette le persone in relazione con il sacro attraverso i cibi comandati, che una volta si chiamavano “devozioni” o “sacrifici”. In realtà i riti danno ai nostri sentimenti un linguaggio condiviso, una forma riconoscibile. Anche, forse soprattutto, al sentimento del tempo. Che smette di essere un’astrazione e diventa esperienza emotiva. Niente come la riunione festiva, con la sua conta di chi c’è e di chi non c’è più, ci fa vivere quella sensazione insieme gioiosa e melanconica della vita che se ne va e che rinasce, di un tempo che scorre e di un tempo che ricorre. Ecco perché le generazioni trovano nel clima natalizio quell’armonia che manca nella vita di ogni giorno. È come se le feste passassero un colpo di evidenziatore scintillante su tutto quel che unisce, e fa di tanti individui una famiglia, una comunità. Passata la festa passato l’incanto. La vita torna a scorrere e cancella quello scintillio che le persone in questi giorni difendono con le unghie e coi denti. (…). …nonostante le derive consumistiche, il Natale resta il solo avamposto dello spirito festivo in un’epoca di deritualizzazione della vita. L’ultimo rifugio dell’armonia, della grazia, della poesia in un mondo fatto solo di prosa. Perché è il momento in cui gli individui escono da sé stessi e fanno società. O attraverso il sacro. O attraverso la santificazione della convivialità, che aggiunge un posto a tavola e per una volta all’anno fa una cosa sola di parenti e serpenti. Di fatto il virus ha rovinato la festa. L’ha colpita al cuore, perché il contatto ravvicinato dei corpi e delle anime in questo momento significa contagio. E quel che di solito dà gioia adesso fa paura. Ma una cosa il Covid ce l’ha insegnata. Che senza riti la collettività entra davvero in sofferenza. Perché in realtà non è la società a fare il rito, ma il rito a fare la società.

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