"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 24 ottobre 2020

Memoriae. 21 «Un racconto breve. “Inatteso incontro”».

A lato. "Rocamadour" - Francia - (2019). Acquarello di Anna Fiore.

Mi implorò: - Non schiacciarmi -. E sì che l’avrei potuto schiacciare facilmente; poggiato e bene in vista sullo sgabello stava quell’arnese, oggi di plastica, pensato e fabbricato per schiacciare le mosche. Ed è pur vero che nella calura della giornata non l’avevo ancora utilizzato; avevo scansato le mosche con gesti indolenti, di un’indolenza dovuta all’eccessiva calura della mattinata. È pur vero che per un po’ di refrigerio mi ero riparato sotto una specie di pergolato ove a malapena fluiva il lento, per quanto meno caldo, alito della giornata; ma pur sempre pativo, al pari di tutti gli altri esseri viventi, l’inclemenza torrida della stagione. – Non schiacciarmi - tornò a dirmi, e la sua implorazione si perdeva nell’alto frinire della stagione. Io non riuscivo a capacitarmi alla vista di quell’animaletto che, posatosi sullo sgabello che utilizzavo a mo’ di tavolinetto, mi si rivolgeva con parola umana. Mi veniva di rassicurarlo, ché mai e poi mai lo avrei schiacciato a mo’ di una mosca qualsiasi. Ma non era una mosca affatto; era un grilletto, piccolo, di quelli che si vedevano saltare per i prati tutt’attorno. Lo sbalordimento mio fu in verità enorme: come fare a credere che quell’animaletto potesse proferire umana parola? Ma le cose stavano proprio così. Ma ancor più sbalorditiva appariva la sua preoccupazione; ché avesse riconosciuto la finalità propria dell’arnese che mi ero premurato di portare con me e che non avevo utilizzato? Preoccupazione veramente sorprendente, più di quanto mi avesse sorpreso la sua vocina che si levava netta dalle pagine aperte del libro che stavo leggendo con interesse e sulle cui pagine si era posato con leggerezza senza che io me ne accorgessi. Dovetti necessariamente stropicciarmi gli occhi dopo aver rimosso gli occhiali che inforcavo. E per prendere tempo, e per meditare come se nulla fosse, mi detti alla pulizia delle lenti; nel frattempo mi ponevo ancora una volta la questione, ovvero come fosse possibile che un grillo potesse comunicare con linguaggio umano. Non trovavo conforto nell’operazione di accurata pulizia delle lenti nella quale mi ero votato, né tanto meno mi pareva giusto rompere per qualsivoglia motivo quell’incantamento che all’improvviso si era creato. Il grillo intanto se ne stava comodo comodo sulle pagine del mio libro, quasi a volersi godere anche esso la frescura del pergolato. Mi sforzavo di ricordare tutti i grilli della letteratura, o dei film di animazione, ed in verità l’unico grillo che mi attraversasse prontamente la mente fu il grillo saggio della magnifica storia di Pinocchio. Che fosse anche il presente grillo un grillo saggio? Solo che quel povero grillo della storia di Pinocchio, se non ricordavo male, il burattino tentò pure di schiacciarlo. Era necessario comunque che io riprendessi in mano la situazione intricata e singolare che si era venuta a creare. E tutto d’un fiato ebbi a dirgli: - Ma tu, sei veramente un grillo? –  E per tutta risposta ebbe a dirmi: - Perché, ne dubiti forse? -. Era effettivamente un grillo, un grillo parlante d’altra parte.

L’incantamento era rotto e sortiva allora una curiosità ed una volontà di accertarmi che tutto fosse reale e non una imprevista conseguenza dovuta all’afrore assoluto in cui da giorni eravamo tutti immersi. Del resto, a voler credere in coloro che sperano nella reincarnazione e che di tale convincimento ne fanno una questione di fede, nello straordinario mio caso poteva benissimo trattarsi di una reincarnazione. Trovavo in quest’idea la soluzione allo sbigottimento nel quale l’accaduto mi aveva letteralmente sprofondato. - Ecco – gli dissi - stavo giustappunto leggendo -. – Bene, anzi benissimo. Anch’io sono stato un lettore vorace, sai? Anzi, mi definivo un libridinoso. Conosci la parola? – In verità la parola mi sorprese tanto e lo sbigottimento tendeva oramai a raggiungere livelli preoccupanti. Non sapevo cosa rispondergli, ma soprattutto mi auguravo che non leggesse nei miei pensieri. Com’era possibile che un grillo parlasse e avesse letto in vita sua? Che si definisse addirittura un … mi era del tutto sfuggita l’inconsueta parolina. Mi toccò allora giocare a rilanciare l’argomento. E dissi: - Non mi pare di conoscere la parola con la quale ti sei definito -. – Libridinoso. Sai, è stato un dotto del mio tempo che l’ha coniata ed io me ne sono quasi innamorato. Sono stato un grande lettore, ma per essere un libridinoso bisogna amare i libri anche nella loro fisicità, per quel che essi ti trasmettono anche solo a toccarli, ad annusarli, nel loro odore di carta ed inchiostro, per la voglia davvero sproporzionata di possederli -. E poi aggiunse: - Conoscerai un certo Francesco Petrarca. Ebbene, sai cosa ebbe a dire a proposito dei libri? E lo disse scrivendone ad un suo caro amico, un certo Giovanni Anchiseo. Dunque in quel tempo così gli scrisse: “Non riesco a saziarmi di libri, e sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di famigliarità attiva e penetrante”. Ne convieni che uno così debba necessariamente definirsi un libridinoso? Ecco, anch’io prima sono stato un libridinoso -. – Prima quando? – osai domandargli. Il gioco era avviato ed ora avvertivo d’essere in una situazione nuova, di vantaggio. O così almeno mi pareva e ci speravo. – Prima -, mi rispose, - prima, quando ero un essere umano come te -. Trasecolai a queste sue ultime parole. È pur vero come la sua consapevolezza di poter essere schiacciato con il mio attrezzo schiacciamosche lasciasse intuire l’inverosimile, ma ora, per sua diretta ammissione, mi trovavo di punto in bianco con un reincarnato. Pazzesco! Dovetti comunque fare buon viso al gioco spregiudicato che si era avviato. – Quindi, fammi capire, prima tu sei stato un essere umano, vero? – Forse la mia ultima uscita aveva tradito un certo mio sbigottimento ed imbarazzo; del resto mi trovavo nella condizione innaturale di dialogare con un grilletto. E lui di rimando: - A te sembrerà strano ma sono stato pur io un umano. E non per vantarmi, ma un vero umano, ché tanti lo sono solo per un fatto biologico, mi intendi? – E come se non lo intendevo; mi spiazzava proprio con quel suo parlare che tanto si avvicinava al mio. – Sono stato un umano, ti dicevo, e di quelli che si sono impegnati in qualcosa di veramente straordinario, sai? – La consapevolezza di poter finire i suoi giorni schiacciato sulle pagine di un libro aperto mi confermava delle sue ultime affermazioni. Ma la mia curiosità, che tale era divenuto lo sbigottimento mio iniziale, era al massimo possibile per un umano. Prendevo tempo e giusto per realizzare a pieno la situazione in cui mi ero venuto a trovare. E quindi non gli rimandai subito la mia curiosità di conoscere quale genere di attività avesse svolto prima. Fantasticai non poco, pensando a cosa quell’esserino avesse potuto, nel suo prima da umano, essere stato. Ma per quanto cercassi di elaborare soluzioni al problema che mi aveva sollecitato ed imposto, non riuscivo in nessun modo a trovare una soddisfacente soluzione. Quale attività avrebbe svolto nel suo prima da umano? – Non riesci ad immaginare cosa io sia stato prima, vero? Ti voglio sollevare dalle spine. Sai, sono stato un insegnante – disse e tacque. La qualcosa mi lasciò senza fiato. Un insegnante, come me, solo un insegnante! La cosa nuova mi creava un imbarazzo enorme; avrebbe in verità dovuto facilitarmi il tutto, ed invece mi trovavo come stretto in un angolo, a mo’ di un pugile suonato. Era stato un insegnante. Ora, a pensarci bene, e considerato come si era appalesato sulle pagine del mio libro aperto, era proprio quella l’attività che da umano non poteva non avere svolto. Se solo ci avessi pensato un tantino in più! Peraltro, aveva definito la sua attività del prima da umano come straordinaria; come non pensare subito all’essere stato un insegnante, un insegnante come me! E riprese a dire: - Nel mio prima da umano tenevo in massimo conto un caro diario della mia attività di insegnante, convinto come ero allora che le idee attorno all’arte dell’educare siano preminenti rispetto ai fatti della cronaca che, in tante occasioni, risultano essere anche il risultato di una educazione incompleta o addirittura sbagliata -. E qui tornò in silenzio. Grande fu il mio sbalordimento allorché trasse fuori, con malcelata lentezza, come di chi si aspettasse un mio sobbalzare sulla sdraio, sobbalzare che sarebbe stato del tutto comprensibile, un minuscolo oggetto che sino allora era sfuggito alla mia attenzione, un piccolo oggetto dalle dimensioni soddisfacenti alla sua condizione di grilletto parlante. Capii che voleva assolutamente sbalordirmi. – Ecco, è il mio caro diario di allora – disse questa volta con una non celata soddisfazione. - Del resto – continuò - la caducità della cronaca della vita degli uomini è sotto gli occhi di tutti, dura lo spazio di un mattino, per poi essere messa da parte e dimenticata dai più, al contrario della lettura e degli approfondimenti degli insegnamenti dei grandi e veri maestri che durano nel tempo e senza limiti geografici, insegnamenti che io, negli anni, ho riportato amorevolmente in questo mio diario di insegnante. È stato per l’appunto il mio vangelo, con tutto il rispetto per il vangelo di quell’altro grande morto su di una croce -. Ero stupefatto poiché si mise a sfogliare quel suo minuscolo diario, come se andasse di nuovo a cercare e rintracciare la saggezza di un tempo. Ma ancora più stupefacente fu allorquando tirò fuori, da non so dove, gli occhiali che inforcò con destrezza. E riprese il suo parlare: - Se non ti annoia più di tanto, visto che mi hai usato la cortesia di non schiacciarmi e sembri interessato alle cose del mio prima da umano, sarebbe allora, ecco, come seguendo un ideale alfabeto per un educatore, interessante dare inizio ad un viaggio nei pensieri dei miei  maestri di un tempo, maestri dell’ educare, leggendoti ora, come dire, una spiga d’oro, anzi la prima spiga d’oro raccolta dai pensieri di un  maestro la cui scoperta  allora dovetti alla cortesia di una cara amica, che affidò alla mia lettura il prezioso libretto di un pensatore indiano nato nel 1895 e morto nel  1986, J. Krishnamurti -. E si fermò. La cosa che trovavo veramente sorprendente era la sua sicurezza nel considerare come sarebbe stato interessante, anche per me, il contenuto del suo diario. Che avesse percepito, indovinato, la mia attività di insegnante? Non volli affatto rompere l’incantamento che si era creato, con un grillo che, inforcati gli occhiali, mi veniva leggendo il contenuto del suo diario di quando, da umano, si interessava della nobile arte dell’educare. E mi feci il proponimento di non interromperlo - Dico che fu allora per me una lettura letteralmente folgorante – riprese a dire -. Il libro della cara amica, pensa pubblicato nei primi anni del ventesimo secolo aveva un titolo straordinario, o così mi sembrò allora e lo ritengo ancor oggi, “Ai piedi del maestro”, e lo trovai di una straordinaria attualità, sebbene fossero passati lustri e lustri dalla sua pubblicazione. I suoi contenuti, le riflessioni profonde e la loro universalità che non conoscono confini di tempo e di spazio geografico, ne fecero allora una lettura importante ed indispensabile per me che agognavo a divenire più che un insegnante, un educatore -. Ero ammaliato letteralmente dalle sue parole. E non ebbi più freni e gli dissi: - Anch’io sono un insegnante, ed anch’io aspiro ad essere per i miei ragazzi soprattutto un maestro di vita – e tacqui. – Sapevo bene e tutto, non occorreva che tu me lo rivelassi. Quando non si è più umani, dopo, si acquisiscono facoltà che agli umani sono negate, per fortuna. Se le avessero certe facoltà, il loro sentirsi di un grado superiore di onnipotenza li spingerebbe ad intraprendere nefandezze maggiori di quelle che, da umani normali, compiono spesso deliberatamente. Sapevo del tuo essere un insegnante, ma anche del tuo desiderio di essere qualcosa di più che un insegnante, di elevarti in una sfera che ti portasse ad essere maestro.  La lettura dei libri dei grandi educatori mi ha tanto aiutato nella mia faticosa attività, poiché da essi le sensibilità che ne traspaiono, le osservazioni sulla natura della educazione, i consigli che vengono elargiti, aprono la mente di un educatore verso quegli altri orizzonti più grandi che consentono di realizzare quel meraviglioso passaggio del proprio essere insegnante al divenire un maestro. Ti leggo un passo, brevissimo, da quel meraviglioso libro: “A meno che l’insegnante non abbia fiducia nel proprio potere di conseguire la sua meta, non sarà in grado d’ispirare una simile fiducia nei suoi allievi, e la fiducia in sé stessi è un attributo indispensabile per la buona riuscita in tutti i dipartimenti dell’attività umana”. - E si fermò, e si tolse i suoi occhialini e li poggiò sulle pagine aperte del mio libro. Ero strabiliato. Possibile concepire, pensare una simile avventura? E tornavo a pensare alla citazione che mi aveva appena letto: cosa pensarne? Presi coraggio e gli dissi: - Ecco, penso di poter dire che quella tua citazione, mi permetterai di darti del tu, fissa in forma precisa una delle dimensioni proprie dell’educatore, ovvero la convinzione profonda, che deve essere propria di un educatore, di riuscire a conseguire una qualsivoglia meta prefissata nella propria attività. Da una tale dimensione propria dell’educatore ne deriva sempre la crescita della sua immagine, ed agli occhi degli allievi diverrà allora un dispensatore di fiducia e di intraprendenza -. Lo osservavo mentre mettevo assieme quelle osservazioni e mi accorsi di un leggero e lento dondolio del suo capo e delle sue antenne. Che fossero segni di assenso al mio improvvisato dire? E fui preso come da un coraggio nuovo, inaspettato, e continuai a dirgli: - È necessario ed indispensabile allora andare a scoprire in sé stessi o quanto meno provare a sviluppare, in quanto educatori, questa dimensione dell’essere tali. Devo dirti però, in assoluta sincerità, che nella vita mia scolastica quotidiana e nella esperienza che ne sto facendo di insegnante, purtroppo, una demotivazione di fondo o di comodo, non riesco a distinguere appieno, soprattutto rispetto al nuovo che avanza e che scombina un  fare  cristallizzato nei decenni e nella pratica quotidiana di tanti miei colleghi di lavoro, questa mia esperienza mi presenta educatori sfiduciati che non credono nel proprio operare e che posti di fronte alle innovazioni o alla necessità di derogare dai canoni attuati, sogliono esprimere le più ingiustificate riserve ed i tentennamenti propri di chi teme non essere all’altezza delle nuove situazioni, inopinatamente ed inopportunamente intervenute, a sentir loro, ed a scompaginare un ordine ritenuto perfetto ed immutabile, dimenticando una regola aurea propria dell’educazione, ovvero la perfettibilità e la mutevolezza continua del rapporto del maestro con il discepolo -. E tacqui, sorpreso di me stesso e del mio ardire, consapevole però di essermi imbarcato su di un vascello salpato per una straordinaria avventura. E tutto grazie ad un grillo posatosi sulle pagine aperte di un mio libro nella canicola, che più canicola non la si potrebbe pensare. Il meriggio volgeva al termine. Non che la calura avesse ceduto il passo ad un più benefico alito, ma almeno il sole calante faceva quasi sperare in un crepuscolo più accettabile. Lui, il grillo intendo, con studiata lentezza ripose i suoi occhiali, il suo preziosissimo diario e con aria quasi stanca mi disse: - Ora ci lasciamo, ma contaci che ci ritroveremo presto, molto presto -. E fece un balzo, e sparì nella poca erba che resisteva alla tremenda calura. Fu solo sul finire della torrida giornata, allorquando il sole scompare tuffandosi nell’azzurro del mare, che realizzai una straordinaria scoperta: avevo beatamente sognato, sotto un verde pergolato in una giornata di caldo caldissimo. Di quel sogno, rincasando, non feci cenno ad alcuno e continuai a ripensare a quel grillo saggio che si era posato, nel sogno, sulle pagine aperte del mio libro. Ché si fosse realmente posato a mia insaputa, mentre beatamente sonnecchiavo? Non lo saprò mai. 

Racconto breve di Aldo Ettore Quagliozzi (2007)

2 commenti:

  1. Carissimo Aldo, straordinario questo tuo racconto breve, così delicato, ma intenso... Eccezionale soprattutto per la capacità di suscitare emozioni e risvegliare ricordi. Grazie per averlo condiviso e principalmente perché la sua lettura, veramente affascinante, mi ha consentito di cogliere diversi significati profondi, tutti per me molto preziosi.Buona domenica. Agnese A.

    RispondiElimina
  2. Grazie! È stato bellissimo rileggere questo meraviglioso racconto breve...

    RispondiElimina