"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 31 agosto 2020

Leggereperché. 33 Ian McEwan: «Non credo che il mondo sia davvero perfettibile. Dei romanzi ci sarà sempre bisogno».


A lato: "Worcester Cathedral" (2019), "acquarello" di Anna Fiore.

Tratto da “Siamo uomini o digitali?”, intervista di Enrico Franceschini allo scrittore Ian McEwan pubblicata sul settimanale “Robinson” del quotidiano “la Repubblica” del 31 di agosto dell’anno 2019:

domenica 30 agosto 2020

Leggereperché. 32 «Internet è stata finanziata dal “Defense Advanced Research Projects Agen”».


Tratto da “Perché Google non l'abbiamo inventato in Europa” di Mariana Mazzucato - docente di Economia alla Sussex University e di recente nominata consigliera dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell’ambito economico/finanziario - pubblicato sul settimanale "D" del quotidiano "la Repubblica" del 30 di agosto dell'anno 2014: Da vent'anni a questa parte, una delle grandi domande è: dove sono i Google europei? Perché tutte le aziende anticonvenziali, creative e dinamiche vengono fuori dagli Stati Uniti e non dal vecchio continente? La risposta che sentirete spesso è: l'Europa ha tanta cultura, ha il cibo buono, la moda, ma non è "abbastanza imprenditoriale", non c'è abbastanza gente che "armeggia nei garage", e questo succede soprattutto perché da noi c'è troppo Stato e non abbastanza mercato. Questo punto di vista, che ci viene quotidianamente propinato da media e politici conservatori, ignora però il fatto che tutte le tecnologie rivoluzionarie che hanno reso l'iPhone così smart sono state in realtà finanziate dallo Stato. Non tramite rigide politiche di regolamentazione del mercato, ma attraverso politiche mirate, che hanno catalizzato la creazione di tecnologie e settori completamente nuovi. Se con il vostro iPhone potete navigare in rete ovunque vi troviate, è perché Internet è stata finanziata dal Defense Advanced Research Projects Agency, un'agenzia che fa parte del ministero della Difesa statunitense. Il GPS del vostro telefonino è in grado di dirvi dove siete in qualsiasi angolo del mondo, e a finanziarlo è stato il Navistar Satellite Program degli Stati Uniti. Anche Siri, l'assistente personale basato sul riconoscimento vocale presente sull'iPhone 5, e il pratico touch screen del telefono Apple sono stati finanziati dallo Stato. Ebbene sì: Internet, e perfino la parola nanotecnologia nascono in ambito statale. È ovvio che occorrono persone come Steve Jobs per trasformare queste visioni e queste idee in veri e propri prodotti, ma sarebbe sbagliato pensare che quel tipo di genio nasca dal nulla. Gli imprenditori come Jobs, nonché i capitali di rischio che li finanziano, hanno spesso "cavalcato" gigantesche ondate originate da denaro pubblico. Non ammettere questo dato di fatto significa mettere a repentaglio le ondate future. Più di recente, l'auto elettrica Model S della Tesla di Elon Musk ha beneficiato di un generoso prestito garantito dallo Stato (nell'ordine dei 500 milioni di dollari). Oggi Musk è il nuovo eroe della Silicon Valley. Ma un finanziamento di dimensioni analoghe all'azienda specializzata in energia eolica Solyndra non è andato a buon fine, e l'azienda è fallita. Della vicenda di quest'ultima hanno tutti sentito parlare e la usano per scagliarsi contro l'incapacità dello Stato di "puntare sui cavalli vincenti", mentre in pochi parlano di una vicenda di successo come quella del prestito Tesla. Eppure, quando si tratta di innovazione, i fallimenti sono inevitabili: per ogni Tesla esistono venti Solyndra. Ma se i finanziatori privati possono utilizzare i proventi delle operazioni di successo per coprire quelle in perdita, lo stesso non vale per lo Stato. Perché ancora non abbiamo riconosciuto il suo vero ruolo: quello di imprenditore che corre più rischi. Così facendo, si è creata una situazione nella quale sono solo i rischi, a far discutere, e non i guadagni. Gli economisti ritengono che questa nuova ondata di investimenti finanziati dallo Stato avrà un ritorno attraverso le tasse. Ma né Google (il cui algoritmo è nato a spese dei contribuenti) né Apple pagano granché di tasse, almeno in confronto alle loro entrate.

sabato 29 agosto 2020

Ifattinprima. 83 «Una semplice domanda: B., Salvini, Bannon, Briatore… ma uno normale mai?».

 
Quadro primo. Tratto da “Don Flavio” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 26 di agosto: Ricordate don Ferrante, una delle figure più tragicomiche de I promessi sposi? La peste faceva strage, ma il governo spagnolo e la scienza al seguito la negavano o la minimizzavano. La gente la vedeva, se la buscava, ne moriva. Però don Ferrante, scienziato di regime, diceva che non era peste, ma una “fatale congiunzione di Saturno con Giove”. Scrive Manzoni: “Su questi bei fondamenti, don Ferrante non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”. (…). Il Covid non è la peste e Briatore non è uno scienziato, sebbene gli house organ destronzi lo tràttino come tale, anche perché non s’è mai capito esattamente cosa sia. Certamente è, o almeno era fino a ieri, uno degli spiriti guida della destra berlusconian-salviniana. Poi, dopo mesi passati a raccontare la favola del Covid inventato dal governo comunista per metterci tutti ai domiciliari, imbavagliarci con le mascherine, abolire le elezioni, conservare il potere, distruggere l’economia e regalare soldi ai poveracci con le mogli cesse anziché ai ricchi con le donne fighe, quando bastava qualche pillola di “tachipirigna” (testuale), s’è scoperto che il Billionaire è più contagioso di Codogno, Vo’ e Alzano Lombardo messi insieme, anche se per lui chiudere le discoteche è roba da sfigati che “non fanno un cazzo nella vita”. L’anziano gagà cuneese aveva da giorni i sintomi del Covid ma, visitato al telefono dal professor Zangrillo (“Dica trentatré”), si diagnosticava un raffreddore e, anziché mettersi in quarantena, continuava a girare senza mascherina incontrando centinaia di persone senza mascherina, poi partiva per Montecarlo impestando un altro bel po’ di gente, infine si preoccupava e volava a Milano, perché lui le tasse le paga a Montecarlo ma si cura in Italia, e ora è ricoverato per Covid in un reparto non Covid del San Raffaele, completando la collezione di condotte vietate dalla legge.

venerdì 28 agosto 2020

Cosedaleggere. 64 Giorgio Bocca: “Siamo abituati a non chiedere nulla, sappiamo che non c’è nulla di gratuito, che siamo responsabili delle nostre azioni e i prezzi vanno pagati”.


A lato: Nicoletta e Giorgio Bocca.
Oggi 28 di agosto Giorgio Bocca avrebbe compiuto 100 anni. Lo ricorda la figlia Nicoletta in una intervista di Piero Colaprico – “Mio padre Giorgio Bocca” – pubblicata il 26 di agosto sul quotidiano “la Repubblica”: (…). Nicoletta, forse il libro più bello di suo padre è “Il provinciale”. Che cosa ha pensato leggendolo? «Lo leggo costantemente. Rileggo spesso la parte fondativa, i capitoli iniziali, che mi sono più cari. Noi non parlavamo, anzi lui con noi parlava pochissimo».
Che parlasse con il contagocce è noto, ma anche in famiglia? «Quando mio figlio Pietro gli ha chiesto “Mi racconti le tue storie da partigiano”, gli ha risposto “Le leggerai nei miei libri”. Tante volte ci diceva: “Mi raccomando venite a cena”, allora si parlava del più e del meno, poi finita la cena annunciava “Io scendo in studio” e spariva, fine. Solo nei suoi libri trovo la carta geografica che mi permette di capire chi era mio padre. E — di più — quello che scrive sulle campagne di Cuneo, sulle montagne del Piemonte mi racconta di me, oltre che di lui».
Qualcuno scorge nei saggi di Bocca una vena da romanziere. È così? «Confesso che faccio fatica a leggere i libri tutti d’un fiato, mi sento coinvolta e mi devo fermare. Comunque, la sua scrittura, di alta qualità, non ha la fluidità del romanziere. Per me è di un poeta che procede con frammenti d’immagine. I suoi libri sembrano poesie congiunte, salti continui di immagini, a volte potenti, a volte delicate, sino alla fine».
E come era suo padre, tornato single, con lei bambina? «Mi hanno dato delle lettere che scriveva a mia madre. In una dice che mi ha comprato un triciclo e che è un piacere vedermi pedalare veloce al parco Lambro. Ma non ho ricordi. Di giorno mio padre era quasi sempre fuori per lavoro, la sera a casa la passava a scrivere. C’era un interregno, tra il lavoro e il momento in cui usciva a cenare, e usciva sempre, in cui si faceva la barba. Mi sedevo dietro di lui e lo guardavo riflesso nello specchio. E a volte era quello l’unico momento della mia giornata con lui».
Era anche inviato di esteri… «Sì, stava via parecchio, c’era il momento del ritorno, portava i regali. Ho una bambola russa ancora nella scatola, ma non giocavo con le bambole, giocavo con le spade, m’immaginavo come Robin Hood o un antico romano. Non lo sapeva. Solo quando, dopo la separazione da mia madre, è arrivata Silvia, mio padre è cambiato».
Silvia Giacomoni è una donna positiva e l’amava molto… «C’erano i figli di Silvia, Guido e Davide. Abbiamo cominciato a fare insieme le vacanze, a cenare alla stessa ora, spesso venivano da noi alcuni invitati, ricordo Roberto Calasso e Fleur Jaeggy, Tiziano Terzani vestito di bianco, gli ospiti cambiavano sempre. Con il passare del tempo, la sua passione per il cibo, i vini, i buoni ristoranti era cresciuta, regalava molti libri di cucina. Ricordo che per un Natale ci arrivò da Silvio Berlusconi un panettone così gigantesco che abbiamo fatto forgiare un coltello apposta, che ancora abbiamo da qualche parte».
Natale 2011, Bocca muore a 91 anni. Come definirebbe la sua vita? «Pienissima e senza rimpianti. Un uomo fortunato pur nelle sue nevrosi, sopportabili, che ha avuto una formazione professionale e il successo nei giornali più importanti d’Italia. Se la delusione d’amore con mia madre è stata cocente, ha creato una bella famiglia con Silvia. Avevo la sensazione che fosse eterno, che avessimo ancora del tempo davanti a noi, e non è mai così».
Bocca era molto orgoglioso della sua biblioteca, dei suoi scaffali moderni e della collezione sterminata di saggi storici e politici. Adesso li ha tutti lei. Che ne fa? «Ho ipotizzato una fondazione, una sala comunale, per ora le migliaia di volumi sono ancora inscatolati in un magazzino refrigerato ad Alba. Mi piacerebbe che rimassero a casa, qui nelle Langhe, che la biblioteca di mio padre restasse fruibile in uno spazio domestico affettuoso e accogliente, magari in una cascina qui a Dogliani».
A Dogliani lei fonda la cantina San Fereolo, si specializza in rossi tradizionali... «Me n’ero andata da Milano — dovevo trovare la mia identità, lavoravo nella moda, ma avendo la netta sensazione che fosse solo perché ero “la figlia di” — e sono stati questo territorio e il vino a legarmi a doppia mandata a mio padre. Il suo libro Italia anno 1, sulle città senza operai e le campagne senza contadini è stato fondamentale per molti che sono tornati alla terra e per me moltissimo. È un libro del 1984, ancora oggi è perfetto, così ci siamo ritrovati. Lui che dalle Langhe era andato via per sempre, io che invece tornavo sui suoi passi. Come in un cerchio che si chiude».
C’è una frase di Bocca che può aiutare a capirlo meglio? «Quando gli hanno dato la cittadinanza onoraria di Cuneo ha detto più o meno così: “Siamo abituati a non chiedere nulla, sappiamo che non c’è nulla di gratuito, che siamo responsabili delle nostre azioni e i prezzi vanno pagati”. Pudico nei sentimenti e sempre generoso, con grandi valori morali declinati in modo pratico, lui era così».
Si chiede mai: chissà papà che cosa scriverebbe oggi? «No, anzi era già stanco, deluso, indignato di come fosse ridotta l’Italia nata dalla Resistenza. E se guardo quello che c’è oggi, purtroppo penso che per fortuna papà non c’è più».

giovedì 27 agosto 2020

Storiedallitalia. 85 Giuseppe Di Vittorio: «per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà».

Ha scritto Michele Serra in una Sua corrispondenza - “Quando i politici restituivano i regali” – pubblicata sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 21 di agosto: (…). Per i pochi lettori che non lo sapessero, Di Vittorio, nato in una famiglia contadina, analfabeta fino a 14 anni, fu un importante leader politico (prima socialista, poi comunista) e sindacale, segretario della Cgil dopo la Liberazione. Combattente antifranchista nella guerra civile spagnola, esule in Francia, poi recluso dal fascismo a Ventotene, è una delle figure più ammirevoli e integre della storia della sinistra italiana. La lettera, datata 24 dicembre 1920, è inviata da Di Vittorio all’amministratore del conte Giuseppe Pavoncelli, per spiegare le ragioni della restituzione di un regalo natalizio che lo stesso Pavoncelli aveva inviato a Di Vittorio. Quando la scrive, Di Vittorio ha ventotto anni. È passato un secolo: da molti punti di vista. Egregio Sig. Preziuso, in mia assenza la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente come il nostro ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti. Io, Lei ed il Principale siamo convinti della nostra personale onestà, ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà. È necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore. Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa. Si che io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati. Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora. Giuseppe Di Vittorio. Altra la “stoffa”, altra la statura morale. Fors’anche altri i tempi che non erano quelli della “Milano da bere” o del proclama “la nave va” in riferimento al Paese intiero, a quale prezzo è sotto gli occhi di tutti. C’era al tempo di quella lettera il malcontento post-bellico che sfocerà in disordini e sommosse riportati alla calma con l’avvento dello squadrismo e dell’uomo “della provvidenza”. La fine del quale fu quella fucilazione e quell’invereconda sua esposizione a quel traliccio in piazzale Loreto in Milano. In quella stessa Milano laddove il Craxi Bettino prese il suo “volo politico” per finire poi quel suo “volo” non già drammaticamente ma con la scelta di una latitanza a fronte di una sentenza definitiva proclamata non già da un “tribunale del popolo” ma da un legittimo tribunale della Repubblica Italiana. Diciotto anni dopo la sua dipartita (10 di gennaio dell’anno 2000) avvenuta in latitanza in quel di Hammamet i suoi sodali hanno disperatamente e caparbiamente tentato di ricostruirne la figura e la memoria. Impresa improba a fronte di una “memoria” lasciata e scandita dal tintinnio delle monetine lanciategli dalla folla in piazza presso l'hotel Raphael. Il 26 di agosto dell’anno 2018 – momento caldo attorno a quel tentativo di ricostruirne figura e memoria - Marco Damilano pubblicava sul settimanale “L’Espresso” il “pezzo” di seguito riportato che ha per titolo “E Craxi andò alla battaglia. Di idee”. Tanto per non dimenticare. (…). Uscì (un saggio su Proudon di Bettino Craxi n.d.r.) il 27 agosto 1978, quarant’anni fa, alla fine di un mese in cui era morto un papa (Paolo VI), era stato appena eletto un altro (il patriarca di Venezia Albino Luciani con il nome Giovanni Paolo I, morirà 33 giorni dopo), Mina aveva tenuto il suo ultimo concerto pubblico al Bussoladomani di Viareggio e la politica si apprestava a riprendere il suo cammino dopo i giorni del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, i referendum per abrogare la legge Reale sull’ordine e la sicurezza e soprattutto il finanziamento pubblico dei partiti, che aveva raccolto il 46 per cento dei sì nonostante la contrarietà di tutte le forze politiche tranne i radicali, ben più di un campanello d’allarme per il sistema politico. Vacillava il governo di solidarietà nazionale, il monocolore dc di Giulio Andreotti con il Pci in maggioranza, il Psi si era smarcato con due mosse clamorose, la rottura del fronte della fermezza con le Brigate rosse nel caso Moro e l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica, il primo socialista al Quirinale. Ma il giovane segretario del Psi Craxi, 44 anni in quel momento, aspettava di fare un passo in più. La definizione di una nuova carta di identità: dire chi si è, prima ancora di cosa si vuole fare. Un manifesto ideologico, come nell’Ottocento. Curioso che a intestarsi la battaglia delle idee fosse un leader pragmatico, per nulla attratto dalle fumisterie teoriche, considerato spregiudicato e privo di scrupoli: Bettino l’Amerikano, il tedesco del Psi, come lo appellavano gli avversari. Se ne sorprese il vecchio Pietro Nenni che il 5 settembre annotava sul suo diario: «Continua la polemica aperta da Bettino sul marxismo e sul leninismo. Il partito cerca in essa una qualificazione che però potrà venire solo dai fatti». Più stupiti di tutti i comunisti, l’oggetto polemico del saggio craxiano. «Non si esita a dare versioni incredibilmente semplificate e unilaterali dell’esperienza storica del movimento operaio, a presentare un’immagine quanto mai riduttiva e sommaria di una personalità come quella di Lenin (e ancor di più di quella di Gramsci), e a tacere dell’elaborazione originale dei comunisti italiani», si lamentò Giorgio Napolitano sull’Unità.

martedì 25 agosto 2020

Leggereperché. 31 « La tecnologia sta cambiando le nostre vite a una velocità inaudita. I cambiamenti concreti - sociali, economici, politici - non seguono lo stesso passo. Questo crea ansia».


A lato: "Villaggio portoghese", "penna ed acquarello" (2020) di Anna Fiore.

Tratto da "La nostra vita nell'era della guerra permanente", intervista di Anna Lombardi allo scrittore pachistano Mohsin Hamid pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 25 di agosto dell’anno 2015: "Viviamo in una sorta di guerra permanente. Ogni giorno aprendo il giornale fronteggiamo scenari di guerra. Ci guardiamo intorno con sospetto, continuamente". (…).

lunedì 24 agosto 2020

Cronachebarbare. 73 Zagrebelsky: «I numeri, nei consessi collettivi, sono direttamente proporzionali alla irrilevanza».

Prima che Vi addentriate nella lettura dello straordinario “pezzo” di Gustavo Zagrebelsky – “Se la Costituzione resta nascosta dietro una diatriba tutta politica”, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” di ieri 23 di agosto – Vi invito ad osservare con grande attenzione la foto posta a lato.

domenica 23 agosto 2020

Leggereperché. 30 «L'amore è diventato un assoluto, nell'accezione latina di solutus ab, sciolto da tutto».

Tratto da “L'amore moderno instabile e narciso” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “Donna” del quotidiano “la Repubblica” del 23 di agosto dell’anno 2014: Oggi il legame con l'altro è sciolto da tutto. Perfino dal vincolo che lega due persone che si sono innamorate. Perché l'egoismo è sempre in agguato. In una società come la nostra che, lungi dall'essere "liquida", come ripete fino alla noia Zygmunt Bauman, è in ogni suo aspetto rigorosamente recintata e cementata dalla razionalità tipica dell'età della tecnica, che a noi chiede solo efficienza, produttività, realizzazione degli obiettivi di cui ogni anno si alza l'asticella, l'amore è l'unico spazio in cui ciascuno può esprimere stesso e la sua libertà al di fuori di ogni regola. Non è sempre stato così.

venerdì 21 agosto 2020

Leggereperché. 29 «Salvini è parso un liberatore del popolo; è invece uno che tratta gli elettori come cavie di un crescendo emotivo».


Tratto da “Matteo Salvini: l’analfabeta istituzionale” di Daniela Ranieri, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 21 di agosto dell’anno 2019: Forse più che politologi servirebbero scienziati cognitivi, per spiegare quello che è successo ieri al Senato. L’uomo che ha rovinato le ferie a tutti fuorché a sé stesso, fino all’ultimo garrulo e minaccioso dalle spiagge, è entrato suonatore e è uscito suonato, e nel momento solenne deputato alla spiegazione del perché abbia aperto la crisi ha fatto cilecca, ripiegando sulla reiterazione delle sue note ossessioni e lasciando la Nazione all’oscuro dei motivi del folle gesto. È comprensibile: manuale dei disturbi della personalità alla mano, Salvini si è sentito stanato da Conte nella sua pochezza non solo politica. La crisi, ha spiegato didascalicamente Conte, è stata aperta per “ambizioni politiche” da qualcuno che “rivendica pieni poteri” per “interessi personali e di partito”, con “dichiarazioni sui social, invocando le piazze” e suonando “la grancassa fatua del governo dei No”. Conte si è concesso anche due finezze, oltre alla sottolineatura della mancanza di cultura istituzionale e senso di responsabilità del ministro aspirante plenipotenziario: la denuncia della sua “incoscienza religiosa”, esibita con l’ostensione kitsch di Madonne e rosarî sui palchi, e la citazione di Federico II di Svevia, l’imperatore che annientò la Lega Lombarda, frenando le aspirazioni di autonomia dei comuni e entrando in Cremona nel 1237 col carroccio trainato da un elefante. (Per inciso: ieri si è avuto conferma del perché il vero nemico dell’establishment non sia affatto Salvini, con tutta la sua volgarità, ma proprio Conte, fatto passare, nell’arco di un anno, per burattino, servo, prestanome e infine, illogicamente, grigio tecnico à la Monti). Mentre incassava la pacata lista delle sue lacune, sembrava di vedere Salvini spogliarsi man mano di tutte le insegne che l’hanno fatto credersi latore del popolo e della sua sovranità. Sembrava uno dei suoi decreti simbolo: forte coi deboli, debole coi forti, impotente davanti alla serietà delle Istituzioni. L’aspirante duce del 17% deve aver capito cosa vuol dire essere una minoranza, non solo elettorale. Non a caso Salvini ha giocato tutte le carte che ha non durante il suo discorso, ripiegato sul vittimismo e le solite favolette da comizio, ma mentre parlava Conte: sapendosi inquadrato, si è fatto portare il caffè dai commessi, denunciandosi quale il drogato di protagonismo mediatico, il lesso di selfie e il vanesio qual è; ha gigioneggiato, sminuendo con la sua facies irridente l’autorevolezza dei ruoli che ricopre; ha finto di frenare le sguaiate contestazioni dei suoi, da capo bullo, salvo poi incoraggiarle con le sue emoticon somatiche beffarde quando Conte toccava un punto debole tra quelli che lui tenta ancora di far passare per le guasconate di un uomo troppo pieno d’energia (l’invocazione delle piazze, lo scappare dal dovere di riferire sulla vicenda russa).

giovedì 20 agosto 2020

Cosedaleggere. 63 «La pandemia ha portato a risoluzione i processi di senescenza che si intuivano finali già negli ultimi anni».


Tratto “Dalle ceneri della vecchia Italia” di Giuseppe Genna, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 15 di agosto 2020: L'orizzonte italiano è il litorale. Lo è da sempre.

mercoledì 19 agosto 2020

Uominiedio. 28 «C’è del nero, del bianco, del femminile, del maschile, del lesbico in ciascuno dei corpi e in ciascuna delle menti di questo mondo. Siamo tutti divinamente ed eternamente bastardi».


Si cominci con il “racconto” della “creazione” biblica tratta dalla “Genesi”: [1] In principio Dio creò il cielo e la terra. [2] Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. [3] Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. [4] Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre [5] e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno. [6] Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque».

martedì 18 agosto 2020

Leggereperché. 28 «"Prima gli italiani"? Appunto: parliamo davvero di noi».

Tratto da “Cercando il sogno dei padri” di Michele Serra, pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” del 18 di agosto dell’anno 2018: Un ponte italiano, progettato da un italiano, costruito da italiani sopra i palazzi di una grande città italiana. Quasi tutte italiane le vittime. La catastrofe del viadotto Morandi contiene un implacabile richiamo alla nostra specifica vicenda nazionale, messa quasi tra parentesi da mesi e anni di ossessivo discutere, e scannarsi, su globalizzazione, migrazione, Europa cattiva, come se fosse il mondo, il nostro problema.

lunedì 17 agosto 2020

Virusememorie. 36 «La pandemia ha dimostrato che abbiamo un’economia forse efficiente, ma estremamente fragile e ingiusta».


Tratto da “Che disastro il capitalismo del disastro”, intervista di Giuliano Battiston all’economista James Kenneth Galbraith pubblicata sul settimanale “L’Espresso” del 15 di agosto 2020:

domenica 16 agosto 2020

Cosedaleggere. 62 «Normale? Che cos’è normale? Che cosa sarà normale? Lo sapremo dopo Ferragosto».


A lato: "Ritratto di giovane donna al mare", "acquarello" (2020) di Anna Fiore.

Tratto da “Ferragosto, l’illusione di vivere nel mondo di prima” dello scrittore Paolo Di Paolo, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 15 di agosto 2020: Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto. L’insolito destino è quello dell’estate più incerta degli ultimi decenni.

sabato 15 agosto 2020

Ifattinprima. 82 «Lo “stato sociale” è stato presentato come un ferrovecchio, un’utopia ingenua e dannosa».

A lato: "Paesaggio Toscano", "acquarello"  (2020) di Anna Fiore.

Le cronache ferragostane stanno lì a dimostrare quali siano le linee guida della politica “de' noantri”.

venerdì 14 agosto 2020

Storiedallitalia. 84 «Sono stato io. Adesso mettetevi a cercare chi è stato a Genova. Perché siete Stato anche voi».


A lato: Catanzaro, il ponte Morandi.
Oggi sono due anni che il “ponte” di Genova è crollato. Era giusto il 14 di agosto dell’anno 2018. A quel tempo si era lontani dalla tragedia del “Covid19”.

giovedì 13 agosto 2020

Cosedaleggere. 61 Kundera: «La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo»

A lato: Veduta di "Sarlat la Caneda" (Francia), "acquarello" (2020) di Anna Fiore.

Tratto da “La velocità, madre dell’oblio” di Roberto Saviano, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 9 di agosto 2020: Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo». Milan Kundera pubblica “La lentezza” nel 1995 consegnandoci riflessioni sull’essere umano, sull’utilizzo che fa e sulla percezione che ha del tempo; riflessioni che oggi ci sono utili per capire cosa accade quando deleghiamo alla tecnologia la mediazione tra uomo e vita, tra uomo e ciò che accade, tra uomo e politica e, in ultima istanza, tra uomo e uomo. «C’è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio”, dice Kundera e aggiunge: “[…] la nostra epoca è ossessionata dal desiderio di dimenticare, ed è per realizzare tale desiderio che si abbandona al demone della velocità». Questa ultima considerazione non ha solo un valore filosofico, ma anche e soprattutto pratico, perché non si dimenticano solo le sofferenze: si dimentica soprattutto l’esperienza, la storia, le best practice e ciò che è accaduto e che possibilmente non dovrebbe ripetersi mai più. È qui la chiave di volta. Al motociclista l’ebbrezza della velocità fa dimenticare tutto, fa dimenticare il futuro perché la concentrazione è tutta sul momento attuale. E senza il pensiero del futuro, l’uomo dismette ogni paura. Nel camminare invece - gli arti inferiori che impattano il suolo, l’affanno, la stanchezza, magari la sete - il corpo ci ricorda che la sua velocità di crociera è esattamente quella che può sopportare. Nessuna possibilità di appaltare quel lavoro. Il movimento affidato al mezzo meccanico è una metafora che spiega benissimo cosa accade quando il corpo non è coinvolto nell’azione che stiamo compiendo. Semplificando si giunge a una deresponsabilizzazione che spiega bene la superficialità - per non dire la ferocia - di certa politica, la violenza di certi commenti sul web che, dapprima incorporei e immateriali, finiscono per entrare prepotentemente nelle nostre materialissime e concretissime vite, condizionandole, spesso peggiorandole. «La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo», continua Kundera. «Ma quando (l’uomo ndr) delega il potere di produrre velocità a una macchina, allora tutto cambia: il suo corpo è fuori gioco, e la velocità a cui si abbandona è incorporea, immateriale – velocità pura, velocità in sé e per sé, velocità estasi». E nell’estasi della velocità, che decisamente smette di essere un valore e che diventa, filosoficamente, un mezzo per raggiungere l’oblio e, praticamente, una scorciatoia per portare attenzione su di sé, finiamo per accettare un racconto della realtà incompatibile con ciò che viviamo, che vediamo, che sperimentiamo, ma perfettamente in linea con la volontà di perdersi nell’oblio che impone le sue regole sui social. Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio: cerchiamo di non dimenticare queste due equazioni della matematica esistenziale di Kundera; ricordiamocene quando pretendiamo che tutto accada nel minor tempo possibile, quando pensiamo di non avere tempo da concedere all’approfondimento, alla comprensione, alla lettura, all’ascolto. Ricordiamocene quando avvertiamo forte lo scollamento che tra ciò che viviamo e ciò che ci raccontano; quella è la spia, e ci dice: fermati! Prenditi del tempo. Non è l’oblio la strada da seguire. Non si vive per dimenticare, ma per ricordare.