"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 11 gennaio 2020

Memoriae. 16 «La sua povertà è la condizione della nostra ricchezza».


La “memoria” che si ripropone oggi risale al giorno 19 – sabato - del mese di giugno dell’anno 2010. A datare due anni allora appena che si era sprofondati nel pozzo oscuro della grande “crisi”. Ché, col senno del poi, come non vedere come essa sia stata generatrice di tutte le rabbie e le insoddisfazioni dell’oggi che hanno fatto attecchire “spiriti insani” ed assurgere a “spirito del tempo” il ritorno alle più abiette delle “filosofie” proprie del cosiddetto “secolo corto”? Scrivevo allora: Ora che anche nel bel paese si è dovuta ammettere l’esistenza della “crisi”, che si è “obtorto collo” riconosciuto che la “crisi” non è affatto percepita dalla “ggente” ma è reale e morde assai, ora forse è giunto il momento di parlare di essa, delle ricadute sue sulle condizioni materiali della “ggente” e non soltanto su di quelle. Poiché la “crisi” cambia anche le condizioni esistenziali delle persone, rende le stesse diverse rispetto ad un “prima della crisi” che difficilmente potrà essere riconquistato e ristabilito. Poiché la “crisi”, come tutte le crisi cosiddette epocali, cambia nel profondo la “ggente”, la trasfigura, ne muta le caratteristiche profonde, facendo emergere un’umanità dapprima sconosciuta e neppure ipotizzata nel novero delle umanità possibili. Certo che tutto dipenderà dalla durata e dalla durezza della “crisi”. Ché, se essa dovesse rivelarsi di rapida anche se non di facile superabilità, il meccanismo autoriparatore ultra collaudato del capitalismo riuscirà ad apporci ancora una volta una pezza sino alla “crisi” prossima ventura; ma se essa continuerà a mordere a fondo, come morde tuttora, ben altri scenari si prospettano e si attendono in fatto di sopravvivenza anche degli attuali assetti economici e sociali degli agglomerati umani. Propongo di seguito una prima delle “idee” a proposito della “crisi”. La prima delle “idee” è del sociologo tedesco Ulrich Beck, che è docente presso la Ludwig Maximilians Universität di Monaco di Baviera e presso la London School of economics, che in tanti anni – è nato nell’anno 1944 -  di studi e ricerche si è interessato ed ha pubblicato diversi interessanti lavori sulla modernità, sui problemi della sostenibilità dei sistemi ecologici, sulla individualizzazione e sulla globalizzazione, oltre ad aver introdotto nuovi concetti nella sociologia, quali l'idea di una “seconda modernità” e la “teoria del rischio”. Tra le mie carte ho ritrovato una Sua riflessione pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del giorno 8 di settembre dell’anno 2009 che ha per titolo “Quelle vite devastate che i ricchi non vedono”. Di seguito ne trascrivo ampi stralci.
Ove si discorre di come i nuovi “poveri”, quelli della “crisi” attuale, un tempo “ceto medio” consumista ed architrave del consumismo reso regola inderogabile dal capitalismo globalizzato, nell’era della comunicazione di massa misurino la novella propria povertà in relazione alla ricchezza smisurata ed esposta di quella esigua fetta di umanità che rappresenta la “casta” dei ricchi sempre più ricchi. Se il tempo della “crisi” dovesse dimostrarsi essere un tempo più lungo assai del dovuto, non è escluso che ne possa sortire una riconquistata autocoscienza di classe con un ritorno, forse, delle tante vituperate e date per morte e sepolte per sempre ideologie dei secoli andati.
Anche se, nel campo della sociologia, sia ben difficile dare per definitivamente affossate idee ed ideologie, che sono in un sempiterno andirivieni, nell’interminabile continuo disequilibrio che è proprio dell’animo degli esseri viventi detti “umani”.  (…). …nella crisi dell’economia mondiale i ricchi pagano – nel peggiore dei casi – in valori azionari, mentre i più vulnerabili, che non hanno proprio niente a che fare con la crisi, la pagano con la moneta contante della loro cosiddetta esistenza. Non sono più poveri – il concetto è troppo debole. Parlare di classe sarebbe un cinico eufemismo. Zygmunt Bauman le ha chiamate wasted lifes, in un’analogia che si fa fatica a tollerare con le montagne di rifiuti prodotte permanentemente dal capitalismo sempre più veloce e sempre più bello. Bauman parla delle sottocittà invisibili nelle quali vegetano questi wasted humans. Non è già un progresso che essi siano onnipresenti nelle vie principali di San Francisco? (…). I poveri diventano poveri non solo a causa della loro povertà, ma anche ad opera dei flussi di informazioni che rendono confrontabile la loro situazione. Essi diventano i nostri poveri, e poveri perché conoscono la nostra ricchezza. Quanto più le norme dell’uguaglianza si diffondono nel mondo, quanto più energicamente e con successo l’Occidente promuove i diritti umani, tanto più la disuguaglianza globale perde la base di legittimazione dell’indifferenza istituzionalizzata. Questo però avviene nella forma di un’asimmetria unilaterale: i poveri non accettano più la non-confrontabilità costruita dalle frontiere nazionali; essi si confrontano – e vogliono entrare! I Paesi ricchi si difendono tenendo fermo all’illusione della non-confrontabilità nazional-statale. Essi concentrano il loro sguardo, la loro compassione e il loro sdegno sulla povertà interna, propria, nazionale. Così anche l’illusione della non-confrontabilità contribuisce a far sì che nei Paesi ricchi sempre più persone si sentano povere o minacciate dalla povertà. Politica interna mondiale significa che la povertà dei poveri diventa uno scandalo politico non solo a causa della crescente povertà, ma anche a causa della generalizzazione dell’uguaglianza. Ora ognuno può vedere che la sua povertà è la condizione della nostra ricchezza, che la disumanità della sua situazione presuppone e nello stesso tempo mette in discussione le nostre presuntuose pretese di umanità. Tuttavia, questo poter vedere vale più per i poveri. E riesce soltanto a inquietare la cattiva coscienza dei ricchi, e anche questo solo di rado. (…).

Nessun commento:

Posta un commento