"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 18 settembre 2019

Ifattinprima. 09 «Il salvinismo intrinseco di Matteo Renzi».


Scrive Ezio Mauro – in “L’ossessione del comando”, oggi sul quotidiano la Repubblica - nel tratteggiare la figura del “chiagne e fotte” di Rignano sull’Arno: (…). In un paesaggio nazionale in cui tutti i partiti sono nati mercoledì scorso, le culture politiche non hanno tempo di attecchire e nessun disegno di società dura così a lungo da essere condiviso al punto da formare una comunità. Il campo parlamentare sembra un brefotrofio, senza padri capaci di testimoniare la vicenda repubblicana nel suo divenire, privo di lari e penati, dunque di tradizioni e di storia. Non è dunque uno scandalo che nasca un nuovo partito, e tantomeno è una sorpresa il partito di Renzi, dopo l'ultima fase di convivenza nel Pd da separati in casa.
L'ex premier, nell'intervista a Repubblica, lamenta un disagio esistenziale, sentendosi percepito dal Pd come un "intruso" o un "abusivo" - e in parte ha ragione - ma nello stesso tempo continua a chiamare gli ex comunisti "la ditta", cioè una specie di azienda politica a sé stante, anch'essa dunque abusiva, con una produzione politica irregolare. La verità è che Renzi non riesce a essere "parte" del Pd, può essere soltanto tutto (come quando ha vinto le primarie da segretario), oppure niente, come oggi. Questo per il modo di interpretare il concetto di leadership, che secondo lui si esercita solo nel comando diretto, e non nell'influenza e nella testimonianza culturale, e soprattutto per il modo di intendere la politica e la missione del partito: innovatore ma centrista, spregiudicato ma moderato, istintivo e insofferente della tradizione, Renzi si è conquistato la guida della sinistra italiana più come un'occasione che una vocazione. (…). Un leader ambizioso e insofferente, che pretende di fondare un nuovo ordine ma presume di farlo attraverso colpi di mano successivi piuttosto che con un tracciato culturale che scavi nel profondo. Con un orizzonte politico definito solo da categorie metapolitiche, perché refrattario alla distinzione occidentale tra destra e sinistra: (…). Questo perimetro ideale sarà venduto come una prova d'innovazione: mentre evidentemente è stato causa di tensione tra la leadership renziana e il corpo del Pd, che a grande maggioranza ha fatto una scelta di sinistra riformista, tanto che lo stesso Renzi da segretario ha trovato ovvio e naturale trasferire questa scelta in Europa, portando il partito dentro il gruppo dei socialisti e democratici europei. (…). Ma quel “vezzo” di “chiagnere e fottere” è proprio di tutti gli avventurieri della politica o di altri campi del vivere umano. Il poveretto, che avrebbe imbracciato il “lanciafiamme” per regolare la partita all’interno del partito, ora denuncia di non essere stato capito (anima candida!), di essere stato trattato da diverso se non da intruso (povera anima!). È la sindrome propria di quella gente lì che “chiagne e fotte” il genere umano. Scrive bene Alessandro Robecchi su “il Fatto Quotidiano” di oggi - “Renzi recita la parte del povero Solzenicyn in fuga dallo stalinismo” – che non la beve proprio quella immagine di un novello, incolpevole “Solzenicyn” che il “chiagne e fotte” di Rignano sull’Arno cerca disperatamente di piazzare nelle menti disattente e disordinate degli elettori del bel paese: (…). “Ammazza che stronzo”. E ora passiamo al caso Renzi. Le lusinghe di Zingaretti per non farsi lasciare rasentavano l’assurdo. Si è ventilato persino di Boschi presidente del partito, che è come mettere la volpe a guardia del pollaio. Il capogruppo Pd rimane un renziano di ferro (Marcucci), che al momento resta, in modo da vedere come si mette la faccenda e decidere dopo, e così fanno altri renzianissimi, tipo Lotti. E’ come quando si abbandona il campo, ma prima lo si cosparge di mine antiuomo che saranno attivate alla bisogna. Renzi fa le valige e si porta via due ministri e un sottosegretario, tutta gente che si sbracciava scrivendo #senzadime, mai, meglio morto, dovrete passare sul mio cadavere, zotici maledetti che sbagliate i congiuntivi; e poi hanno fatto inversione di marcia in autostrada. Renzi ha spinto Zingaretti all’alleanza con i 5stelle e poi ha preso cappello: cara, è per il tuo bene. Vuole (confessato apertamente) i voti di Forza Italia (parlandone da viva), gli viene l’itterizia se sente cantare Bandiera Rossa alle feste dell’Unità, giornale che fu glorioso e che ha chiuso perché non si inginocchiava abbastanza. La cosa più ridicola della fuga di Renzi Matteo è la narrazione sulla casa da cui scappa: il Pd descritto come un partito comunista, sinistra estrema, Soviet supremo, dove i grandi pensatori centristi (sarebbe lui, Renzi, magari anche Rosato e Scalfarotto, per dire del trust di cervelli) sono angariati in tutti i modi, mandati in Siberia, ostracizzati e messi ai margini pur avendo il capogruppo, due ministri, un sottosegretario. Annuncia il possibile ritorno di D’Alema e Bersani come se fossero Stalin e Beria, e lui, povero Solgenitsin, deve mettersi in salvo. Dunque tenta di passare per un democratico moderato che fugge da un partito nordcoreano. Non è difficile leggere la faccenda in filigrana: il partito nordcoreano gli va bene solo se Kim Jong Un è lui, se no tanti saluti. E del resto, uno che ha portato il Pd al 18 per cento dopo aver tuonato “Non lasceremo il Pd a chi lo ha portato al 25 per cento” in un altro partito sarebbe stato cacciato a calci in culo, e invece è stato tutto un “Matteo è una risorsa”, “Resta con noi”, “Non ci lasciare”. Ma basta con il passato. Basta con le recriminazioni, le ripicche, gli sgambetti. Renzi fa il suo partito, di ispirazione boyscoutiana-jovanottesca-recalcatian-leopolda, che tradotto in italiano significa tanta fuffa, ma tanta fuffa, e colpi a sorpresa ogni minuto. Da grande annusatore ha capito che il gioco di Salvini ministro dell’Interno era astuto: stare al governo ma fare opposizione, fingere accordo ma alzare l’asticella, spararne una al giorno e vedere l’effetto che fa, prendersi le prime pagine, dettare l’agenda, far passare gli alleati di governo come idioti mentre lui, se avesse i pieni poteri, signora mia… Insomma, il salvinismo intrinseco di Matteo Renzi è così evidente che viene voglia di chiamarlo “capitano”, anche se il suo stile non è la foto col cotechino, ma con gli imprenditori che sganciano soldi alla sua fondazione. Finisce un equivoco: una banda di mediocrissimi che aveva preso il partito per miopia e cecità dei vertici ed ennesima beota illusione della base, se ne va rancoroso con un commosso: “Non mi avete capito”. Mentre tutti avevano capito benissimo che Matteo Renzi ha una visione, un orizzonte culturale, un disegno politico e un enorme sistema di valori precisissimo, che è riassumibile in due semplici parole: Matteo Renzi.

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