"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 2 giugno 2019

Memoriae. 11 L’«arbitraggio globale del lavoro».


La “cosa” che sorprende è che i cosiddetti “sovranisti” - ultimi vincitori alle elezioni europee del 26 di maggio - non abbiamo riflettuto su quanto Furio Colombo – ed altri ancora - il 13 di agosto dell’anno 2011 andava scrivendo, con una non celata preoccupazione, su quella subalternità che la “estrema destra politica” già a quel tempo registrava nei confronti della “estrema destra economica”. È che di una tale “preoccupazione” non sembra proprio che i “sovranisti” vincitori di oggi abbiano pensiero di prendersene cura.
E che essi siano, in definitiva, proprio al servizio di quella “estrema destra economica” che da lustri e lustri detta l’agenda economico-politica all’intero globo terracqueo, trova conferma nell’assenza nella loro denuncia politica di un tema di sì tali devastanti dimensioni. Il loro sovranismo è rivolto essenzialmente verso – o meglio contro – i più deboli del genere umano. Sovranisti di cosa allora? Sovranisti per cosa allora, allorquando il loro stesso potere è dettato da entità sociali esterne alla politica degli Stati cosiddetti “sovrani”? La “memoria” proposta risale al mercoledì 23 di giugno dell’anno 2010.  Scrivevo ed annotavo a quel tempo: Dalla lettera pubblica degli economisti italiani alle autorità politiche ed economiche dell’Italia e dell’Europa: “(…). La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori.(…)”. Scrive l’economista Loretta Napoleoni – sul quotidiano l’Unità -  nella Sua analisi che ha per titolo “In Italia nuove prove generali del conflitto capitale e lavoro” che di seguito in parte trascrivo: “È dunque possibile che in Italia si stiano svolgendo le prove generali di un braccio di ferro tra capitale e lavoro che potrebbe vedere riaccendersi le lotte operaie in occidente dovunque esista un’industria che produce solo grazie a condizioni particolari”. Ecco il punto. Segnali incoraggianti assai cominciano a pervenire dal paese che fu l’impero celeste. Buon segno. È l’inizio dello scontro sopito tra chi ha il capitale e chi ha solo le sue braccia e di esse vive? Della eventualità prospettata da Loretta Napoleoni non ho timore alcuno. Anzi. Mi confortano le notizie che giungono dal lontanissimo Oriente del mondo. Forse avverrà che l’obnubilamento delle coscienze possa avere finalmente un termine, che dietro alle fumisterie sociologiche correnti, che sembrano aver dimenticato l’esistenza da sempre di categorie sociali ben definite e senza la melassa sociale artatamente creata, ovvero della tanto decantata scomparsa delle “famigerate” – a sentir parlare gli illuminati del liberismo economico - classi sociali del millennio passato, si ricominci a vedere dietro le fumisterie dianzi dette gli uomini e le donne concrete, responsabili i primi, i detentori del vil danaro, delle cose che avvengono sulla viva pelle dei detentori delle sole braccia per il lavoro. Si dirà: si vuole così auspicare il risveglio dell’invidia sociale, dell’odio sociale. Balle! È che chi ha detenuto il capitale e di conseguenza il potere è riuscito a stordire, ad imbambolare la restante parte contrapposta, da sempre, facendola succube di un “vivere” sempre sognato ed inseguito ma solamente intravisto attraverso la lente deformante del piccolo schermo, o del gossip giornalistico, senza avere presente la coscienza del proprio arretramento e degrado sociale, ancorché economico, della ritornata imperante immobilità sociale. Almeno nel bel paese. Chi può avere paura del ritorno ad una franca contrapposizione delle sempiterne classi sociali? Del resto la Storia sta lì a confermare la sua ossessionante ripetitività. Munti e spremuti come vacche grasse gli Stati cosiddetti Sovrani, non potendo più ad essi sottrarre risorse per alimentare, il più delle volte, fallimentari imprese industriali ed insensatezze consumistiche, non resta al capitale globalizzato che aggredire e fare arretrare i diritti e le condizioni sociali ed economiche delle fasce più numerose delle categorie sociali, al fine da estrarre dai diritti negati e dall’arretramento economico e sociale di quelle masse impoverite le risorse che gli Stati sovrani non assicurano più. Con una evidente cecità; impoverite le masse, chi acquisterà i prodotti esorbitanti delle industrie? Solo nel comparto automobilistico il 40% del prodotto rimane invenduto nel bel paese. Ed un lavoratore senza più diritti, sarà pur sempre un lavoratore gratificato e contento del suo stato? Consumerà sempre e comunque? È la cecità del capitalismo d’oggi. Forse, la cecità del capitalismo di sempre. Continua l’illustre opinionista: La globalizzazione ha prodotto un fenomeno nuovo nel mercato del lavoro, che gli economisti definiscono la corsa dei salari verso il basso. Grazie alla delocalizzazione la forza lavoro a disposizione del capitale occidentale si è raddoppiata. Dall’Est europeo fino al sud est asiatico, l’impresa ha così usufruito di salari decrescenti. Ciò significa che quello minimo percepito, ad esempio in Cina, è diventato un metro di comparazione internazionale. Si chiama «arbitraggio globale del lavoro», lo spostamento della produzione da un paese all’altro in base al costo del lavoro. La corsa dei salari verso il basso ha messo in ghiacciaia il costo del lavoro in occidente, e spesso per evitare la delocalizzazione i sindacati hanno accettato condizioni monetarie che non coprivano l’aumento del costo della vita. Ciò significa che in termini reali, e cioè al netto dell’inflazione, oggi il salario medio dell’operaio occidentale è più basso che vent’anni fa. Naturalmente non era questo l’obiettivo che ci si prefiggeva globalizzando. Il fenomeno ha messo in aperta concorrenza tutti i lavoratori senza però creare la rete di connessione tra i sindacati. I lavoratori della Fiat polacchi non hanno alcun collegamento con quelli di Pomigliano, e scoprono il potenziale trasferimento della fabbrica dai giornali. Ci troviamo quindi in presenza di una concorrenza sleale. A detta dei polacchi fino alla scorsa settimana il ministro dell’economia negava che la Fiat avesse intenzione di spostare la produzione in Polonia. Ma non basta. La Fiat ha ottenuto finanziamenti dalla Ue per produrre la Panda in Polonia, accordi che ora dovrà infrangere. È vero che queste cose non succedono da nessun altra parte al mondo, difficile infatti trovare un’impresa che per riportare la produzione in patria rompa accordi internazionali ed imponga ai lavoratori di abrogare la Costituzione per accettare condizioni di lavoro «a la cinese». (…). La corsa dei salari verso il basso sta infatti per raggiungere il traguardo, già in Cina le lotte operaie costringono l’impresa a farli gravitare, è solo questione di tempo ma anche nel resto del mondo succederà lo stesso. A quel punto sarà difficile per le imprese contenere le richieste di aumento dei salari reali e sociali. È dunque possibile che in Italia si stiano svolgendo le prove generali di un braccio di ferro tra capitale e lavoro che potrebbe vedere riaccendersi le lotte operaie in occidente dovunque esista un’industria che produce solo grazie a condizioni particolari. Ed è anche probabile che ciò succeda perché sullo fondo c’è una crisi del debito sovrano, che equivale a dire che lo stato si trova nell’impossibilità di iniettare, come sempre, in queste industrie contante sotto forma di sovvenzioni. Se questo è vero allora il problema è strutturale e non ha nulla a che vedere con la globalizzazione. (…).

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