"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 15 marzo 2019

Riletture. 73 «Il volere ha bisogno di una meta».


Tratto da “Generazioni a confronto”, risposta di Umberto Galimberti ad un lettore  pubblicata sul settimanale “D” del 15 di marzo dell’anno 2008: Scrive Nietzsche: "Il volere ha bisogno di una meta. E se questa non c'è preferisce volere il nulla piuttosto che non volere". Eppure bisogna continuare, non so in che forma, non so in che modo. La generazione di suo padre poteva permettersi tutta la forza e la poesia che lei le riconosce perché il futuro era aperto, gonfio di promesse e di belle cose da realizzare. Persino la povertà non spaventava. La si poteva superare mettendo in gioco tutta la propria forza e la propria vitalità. Oggi lei vive in una generazione che Spinoza non avrebbe esitato a definire dalle "passioni tristi", dove l'indecifrabilità del futuro spegne i progetti che hanno il respiro di un giorno, e gli interessi la durata di un'emozione. I gesti non diventano stili di vita e le azioni si esauriscono nei gesti. Lei rimpiange in maniera così struggente la figura di suo padre perché nessuno dei ragazzi della sua età gli assomiglia. Quindi alla perdita di una grande figura si aggiunge la desolazione di non poterla più ritrovare nei giovani della sua età. Nascono allora quelle malinconie che hanno abbandonato persino il tono del tumulto per frequentare le stanze della rassegnazione. Senza neppure un accenno di disperazione, perché non si dà disperazione là dove la speranza si è da tempo congedata. Si inscena così la propria vita come un esperimento sociale dall'esito incerto. E così le capiterà di incontrare single misantropi, carrieristi ambiziosi, egocentrici troppo restii ad aprirsi alle relazioni con gli altri, perché, dopo la scomparsa delle ideologie e degli ideali ritenuti eterni, i ragazzi della sua generazione guardano in faccia l'incertezza dell'esistenza e, senza sfuggire a questo vuoto di significati da fine della storia, scoprono una forma di ottimismo egocentrico dove tutte le scelte vengono considerate revocabili: dalla professione al matrimonio, dall'identità sessuale allo stile di vita. Nell'esperienza ormai assaporata dai giovani della sua generazione circa la loro non incidenza, neppur minima, di cambiare le regole di una società che non prevede per loro un futuro desiderabile, come invece lo era per la generazione di suo padre, ognuno va alla ricerca della nicchia adeguata, dove poter mettere in scena la propria disarticolata avventura, con quel tanto di cinismo che porta a usare l'altro piuttosto che stabilire con l'altro una gratificante relazione. Perciò rifiutano la comunicazione e negano l'accesso al proprio cuore, perché preferiscono tenerlo ben nascosto al centro di un labirinto, in cui gli altri possono solo vagare senza alcuna speranza. E tuttavia, anche se l'incertezza del futuro retroagisce demotivando, non si lasci inghiottire dal passato. Lì davvero non c'è traccia di futuro. 

Nessun commento:

Posta un commento