"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 2 febbraio 2019

Lalinguabatte. 71 “La democrazia, regime dell´illusione.”


Scriveva William Pfaff, sul quotidiano l’Unità del 24 di dicembre dell’anno 2005 in “Bush, democrazia e ipocrisia”: (…). La democrazia non è la condizione naturale della società: è il frutto di valori imparati attraverso l’esperienza storica o la speculazione filosofica. È difficile da raggiungere e ardua da mantenere. Non dipende da elezioni libere, ma dai progressi compiuti dalla società civile. Per averla bisogna che la società riconosca il principio del governo della maggioranza e quello dell’alternanza al potere, e che accetti di risolvere o ricomporre le differenze politiche senza ricorrere alla violenza. In democrazia è necessario accettare che la legge vale anche per i potenti, difendere la differenza tra proprietà pubblica e privata, la liberà di stampa e di espressione.
La cultura democratica è il risultato dell’esperienza maturata nel corso della storia, e non è programma politico facile da importare. Pensare che la democrazia sia un concetto insito nel genere umano riflette una fiducia ingenua nel progresso predestinato dell’uomo. (…). L’aspetto che più mi ha colpito nella breve riflessione di William Pfaff e che mi ha indotto ad accostarla alla “lectio magistralis” di Gustavo Zagrebelsky, di seguito trascritta, è il suo affermare categorico che “la democrazia non è la condizione naturale della società: è il frutto di valori imparati”. Il concetto espresso dal Pfaff si sposa bene con quanto ha scritto Gustavo Zagrebelsky laddove afferma che “sotto certi aspetti, la democrazia è un regime politico innaturale, cioè fortemente legato a premesse culturali che devono essere alimentate: chiede sacrifici, rinunce e dedizione personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali”. Di quali interessi personali si sono liberamente spogliati i reggitori della cosa pubblica del bel paese per poter autorevolmente asserire di parlare a nome della “gente” o del popolo? Non ho risposte, ed i fatti ne rendono conto autorevolmente ed eloquentemente. Per riflettere, in e su questi grami giorni nostri, ho trascritto di seguito, ed in parte, la “lectio magistralis” che il professor  Gustavo Zagrebelsky tenne anni addietro (2010) in quel di Lucca nell’ambito delle manifestazioni per il progetto “Un patto per la qualità della convivenza”, progetto promosso dalla Provincia di Lucca e dalla “Scuola per la Pace”. La “lectio magistralis”, in forma più ampia, era stata anticipata – il 17 di giugno di quell’anno - dal quotidiano la Repubblica col titolo “La buona democrazia e il pericolo delle oligarchie”. Una sana lettura, per una doverosa, necessaria, oggigiorno, riflessione collettiva: (…). …democrazia è parola mimetica e promiscua. Con un manto di nobiltà avvolge i governanti, ma questo manto può nascondere le cose più diverse. Con l´ideologia democratica si possono nobilitare le più diverse realtà del potere. Nel tempo del potere secolarizzato, la democrazia è il solo regime che può presentarsi come l´organizzazione di un potere disinteressato. I governanti si concepiscono come mandatari o rappresentanti o benefattori del popolo. Il loro potere è in nome, per conto, nell´interesse altrui. Possono dire di «servire il popolo», cioè di fare ciò che fanno non per il piacer proprio, ma per il bene di tanti o di tutti. Nobile missione! Anche i governanti per diritto divino sostenevano di agire in nome e per conto d´altri, addirittura di Dio. Ma, una volta caduta questa premessa e posto il governo degli uomini sulla terra, solo le democrazie (non certo le autocrazie di qualsiasi genere) conferiscono ai governanti il diritto di proclamare ch´essi non governano nel proprio interesse, ma per il bene di chi è governato. Questa, l´ideologia. E la realtà? (...). Il nodo da sciogliere, a questo punto, nasce dalla constatazione di questo apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce e si diffonde lo scetticismo presso chi studia l´odierna morfologia del potere e presso coloro che ne sono l´oggetto e, spesso, le vittime. Per secoli, democrazia è stata la parola d´ordine degli esclusi dal potere; ora sembra diventare l´ostentazione degli inclusi. Presso i cittadini comuni, non c´è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche. C´è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca dei potenti, per lo più puzzano di ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni. C´è, in breve, una reazione anti-retorica alla retorica democratica. Non c´è bisogno di consultare la scienza politica per sentir risuonare sempre più frequentemente questa semplice domanda, che è come un segnale d´allarme: «democrazia, perché?». Quando si sente esclamare con fastidio: «tanto sono tutti uguali» (quelli della cosiddetta classe dirigente), questo non significa forse che la democrazia ha perso di valore presso questi cittadini, che la considerano semplicemente la vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Una «teatrocrazia», è stato detto. L´esito potrà essere l´astensione o l´adesione passiva e routinaria: in entrambi i casi, un´abdicazione. (…) Il paradosso si scioglie pensando alle capacità mimetiche o camaleontiche della democrazia, rispetto alle quali è imbattibile. Sotto le sue forme, si può comodamente annidare mimetizzandosi, cioè senza mettersi in mostra (questo è il grande vantaggio), perfino il più ristretto e il meno presentabile potere oligarchico. Le forme democratiche del potere possono essere un´efficace maschera dissimulatoria. È stato così in passato e così è anche nel presente. La storia ci dice che la democrazia può dissimulare l´anti-democrazia (...). (…) La democrazia (…) si dimostra così essere il regime dell´illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà. Il «principio maggioritario», che è l´essenza della democrazia, si rovescia infatti nel «principio minoritario», che è l´essenza dell´autocrazia: un´autocrazia che si appoggia su grandi numeri, ma pur sempre un´autocrazia e, per questo, più pericolosa, non meno pericolosa, del potere in mano a piccole cerchie di persone che si appoggiano solo su se stesse (...). (…) Se la cattiva democrazia è quella che si è involuta in oligarchie (...), allora per contrasto possiamo definire «buona» la democrazia dove vigono queste due virtù pubbliche: l´amore per l´uguaglianza sotto la legge comune, unito al disprezzo per arrivisti e faccendieri, e la sete di verità circa le cose comuni (...). Con questo passaggio, l´attenzione si è spostata dalla democrazia come forma o regola della politica alla democrazia come carattere degli esseri umani. In effetti, noi possiamo riferirci alla democrazia come tecnica del potere (che, come tutte le tecniche del potere, contiene comunque in sé qualcosa di minaccioso) e come concezione del vivere comune. Il limite della maggior parte dei discorsi attuali sulla democrazia sta nell´avere separato questi due aspetti e nell´avere oscurato il secondo che, invece, è il più importante, perché preliminare e condizionante. Se viene meno la democrazia come esigenza dello spirito pubblico, essa, in quanto regime politico, si può perfino suicidare «democraticamente» (...). (…) Il significato profondo delle istituzioni democratiche è tutto in questo: il medesimo obbiettivo - la lotta contro le oligarchie - ma con mezzi ordinari. Quali esse siano queste istituzioni è chiaro: quelle della legalità e della trasparenza; la sovranità della legge e la libertà delle opinioni; le magistrature e l´informazione. Senza di queste, nemmeno il diritto di voto, il diritto primordiale di ogni forma di democrazia, sarebbe dotato di senso democratico, perché non sarebbe permessa l´onesta misurazione del consenso e del dissenso. (…) Sotto certi aspetti, la democrazia è un regime politico innaturale, cioè fortemente legato a premesse culturali che devono essere alimentate: chiede sacrifici, rinunce e dedizione personali, in vista di qualcosa di comune, al di là del raggio degli interessi personali. Non è affatto solo una tecnica - certe volte migliore e altre peggiore di altre - per la protezione degli individui e dei loro interessi. È una forma di convivenza che ha a che vedere con l´etica repubblicana, con la res publica, cioè con una dimensione della vita che, per essere di tutti, non deve diventare patrimonio di nessuno. Per questo, essa è sempre a rischio e noi conosciamo bene che cosa siano state e che cosa possano sempre essere la «servitù volontaria» e la spontanea rinuncia alla libertà per il prevalere di interessi particolari.(…).

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