"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 6 dicembre 2018

Sullaprimaoggi. 39 «La politica divorata e sostituita dall'evento».


Tratto da “Le due piazze del governo” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 5 di dicembre 2018: (…). La tentazione della folla c'è sempre stata, sotto tutte le latitudini, e qualunque - o quasi - fosse il colore delle maggioranze che governavano il Paese, perché è una lusinga insopprimibile del potere, una scorciatoia, una rassicurazione. Soprattutto nei momenti di debolezza, di confusione e di appannamento identitario, con l'incertezza che ne deriva. Convocando la prova di forza si cerca in realtà un rilancio, o almeno una riconferma, uno specchio, qualcosa che trasformi il legittimo consenso dei vincitori - che in democrazia è sempre per definizione parziale e temporaneo - in una totalità e in una fissità. Questo avviene trasfigurando i propri seguaci in popolo (tutto oggi viene fatto in nome e per conto del popolo) come se gli altri cittadini non lo fossero e non avessero il diritto di essere ugualmente ascoltati e comunque rappresentati, quasi esistesse un popolo eletto, selezionato magari tra i follower, e pronto a trasformarsi in folla plaudente. Questa tendenza è ricorrente. Ma nel caso del populismo e del nazionalismo, per ragioni intrinseche che puntano sulla mobilitazione permanente della costituency e sull'emotività costante della base, che deve essere continuamente sollecitata, la tentazione diventa incredibilmente reale, si materializza, si fa forma stessa della politica e la domina. (…). Così l'Europa. Tutti oggi la percepiamo come una grande opportunità, decisiva ma sfuocata e lontana, di cui sentiamo i vincoli, senza rintracciarne più la legittimità: dunque da riformare per rilanciarla. Loro la presentano agli italiani come un reame straniero e ostile, anzi come una potenza occupante, che invece di ampliare i nostri orizzonti e quelli dei nostri figli, li soffoca. C'è dunque un appello permanente alla ribellione-emancipazione di un'inter-classe diffusa e sparpagliata, che non ha coscienza collettiva ma ha un'acuta sensibilità individuale: il popolo del risentimento e del rancore, quello che pensa che non gli sia stata data un'occasione, o che gli sia stato tolto qualcosa, gli sia stato fatto un torto, riducendolo a spettatore del successo altrui, alla confisca delle decisioni fuori da ogni vero meccanismo di controllo, alla gestione separata di tutto quel sapere che scorre soltanto nel circuito di privilegio dei garantiti, come una valuta di riserva di cui non si conosce il valore di cambio tra la gente comune. Naturalmente la politica è stata inventata per smontare questa bolla di rabbia e di inganno, separare le buone ragioni della critica dall'astio improduttivo e dall'invidia sociale, convertire la protesta in spinta al cambiamento. Ma quella politica è stata soppiantata dall'antipolitica, che cerca nella bolla proprio l'incandescenza del rancore, e la porta nel sistema così com'è, senza elaborarlo. Così più che in passato la piazza diventa necessaria al nuovo potere. Proprio perché fatica ad accettarsi come potere (e lo è indubbiamente diventato da quando guida il Paese), ha bisogno di confondersi nella mimetica rivoluzionaria più che nella tappezzeria del Palazzo. E infatti c'è davvero un balcone - incredibilmente - nei primi mesi del governo Lega-Cinque Stelle, che pende direttamente sulla folla, radunata per applaudire la pseudo-vittoria dello sfondamento del deficit. La comunicazione è l'emozione, è una scintilla, è l'"iskrà" di Lenin. Il potere decide il messaggio, lo mette in scena, lo recita, poi lo conclude sigillando il suo significato quando chiude quei vetri sul balcone. La politica è assente, divorata e sostituita dall'evento, che abbacina come un fuoco artificiale, senza lasciare un segno come una stella filante. Probabilmente mai, nella storia repubblicana, il palazzo del governo si era aperto a sceneggiate di questo genere. Oggi che la trattativa con l'Europa, com'era inevitabile, fa rivedere le cifre trionfali del deficit dopo settimane che hanno indebolito il Paese, quella finestra rischia di chiudersi sulle dita di chi improvvidamente l'ha aperta per mostrarsi come un trofeo alla folla: ed ecco che nasce il bisogno di altra folla, di un'altra piazza, di una nuova immersione nel seno costituente del popolo. Che però, si scoprirà sabato, è doppio. Perché i popoli del governo sono definitivamente due. Nato davanti ad un notaio, il contratto infatti ha una forza coercitiva, non una capacità di dottrina e di sapienza: non ha cioè fondato una moderna cultura di governo per questa destra composita e distinta, che resta doppia nei suoi interessi disgiunti, nei suoi istinti diversi, nei suoi obiettivi separati, accomunati soltanto dall'impegno comune a delegittimare, disconoscere e disfare la storia politica e istituzionale del Paese, in nome di una presunta rivoluzione che in realtà è soltanto un'occupazione di potere, legittimamente conquistato, maldestramente gestito. Come testimoniano l'ansia periodica di tornare in piazza, gli interessi distanti delle due manifestazioni, le basi sociali divaricate e difficilmente componibili. Anzi, irriducibili. Salvo che su poche cose essenziali: la ferocia nei confronti dei migranti, la privatizzazione della sicurezza, l'attacco permanente ai giornali, la polemica con l'Europa, l'atteggiamento gregario contemporaneamente verso Trump e verso Putin, purché mettano in crisi la Ue e l'idea di Occidente, il bisogno perpetuo di costituirsi dei nemici e di additarli ai fedeli, dandoli in pasto al proprio "popolo", come fa Salvini citando i suoi critici ad anti-testimonial della campagna per la manifestazione leghista di sabato. Sono i caratteri tipici di una politica di destra, anzi di neodestra, magari rivoluzionaria, sicuramente illiberale. La realtà è che questa destra, vecchia e nuova, di piazza e di governo, molto semplicemente non ha ancora capito la quotidiana fatica della democrazia. Che purtroppo o per fortuna obbliga ogni mattina a rimettere in palio l'autorità di quel consenso che si è conquistato con il voto. Si chiama rendiconto, si chiama democrazia, dove il giudizio è costante, lo scrutinio è perenne. Anche quando l'opposizione non c'è.

Nessun commento:

Posta un commento