"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 22 ottobre 2018

Riletture. 30 A proposito di antiche, pasticciate leggi finanziarie.


Perché meravigliarsi più di tanto per le proditorie manovre - o sotto-manovre - del governo in carica in vista della legge finanziaria al tempo del cosiddetto “cambiamento”? È invece confortante e rassicurante andare a ri-leggere le cronache sulla “materia” riportate su “il Fatto Quotidiano” del 22 di ottobre dell’anno 2014 a firma di Stefano Feltri - “Una manovra-pasticcio: Colle e Ue non si fidano” –, cronache che ci confermano e ci rassicurano di una incontrovertibile verità: la politica nel bel paese è sempre la stessa, non cambia proprio, con buona pace per tutti. Poiché quelle cronache hanno a che fare con il tempo politico del “#cambiareverso”, ovvero al tempo della “rottamazione” degli usi e costumi di quella che allora veniva definita spregiativamente la vecchia politica. Leggiamo quelle cronache con l’occhio vigile rivolto all’oggi per scoprire, solo che ce ne fosse stato il bisogno, quel persistente permanere di usi e costumi che ci confortano nella convinzione che nulla cambia nonostante l’acqua continui a scorrere sotto i nostri ponti (senza allusione alcuna al disgraziato ponte di Genova). Scriveva a quel tempo Stefano Feltri: Il parto della legge di Stabilità è ogni giorno più travagliato: a quasi sei giorni dal Consiglio dei ministri che ha definito la manovra da 36 miliardi, il governo ha mandato ieri al Quirinale un testo ancora grezzo, mancava un dettaglio non irrilevante come la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. Cioè la certificazione che le coperture siano a posto. Il Colle ha diramato un comunicato in cui capo dello Stato Giorgio Napolitano ha sottolineato che la legge di Stabilità sarà “oggetto di un attento esame”, così attento che non è bastato un colloquio di un’ora e mezza con il premier Matteo Renzi a chiarire i dubbi. Si replica oggi con una colazione tra i due. Oggetto del confronto: la reazione della Commissione europea alla legge di stabilità e la riunione del Consiglio cui parteciperà Renzi domani. “La lettera all’Italia sulla legge di Stabilità non è stata ancora inviata, ci sta lavorando la direzione generale Affari economici”, ha detto il temuto commissario Jyrki Katainen. L’obiettivo ormai non più nascosto del governo Renzi è evitare la bocciatura esplicita, che la Commissione deve decidere entro due settimane dalla presentazione dei conti (arrivati a Bruxelles il 15 ottobre, con la nota di aggiornamento al Def). Per le richieste di correzione minori, c’è più tempo. E da novembre sarebbe la nuova Commissione guidata da Jean Claude Juncker a pronunciarsi, considerata più bendisposta. Il punto sensibile è il rinvio del pareggio di bilancio dal 2016 al 2017: l’Italia sostiene che ci sono le “circostanze eccezionali” che giustificano il mancato rispetto del cosiddetto “obiettivo di medio termine”, ma due giorni fa il presidente uscente della Commissione José Barroso ha detto invece che all’Italia sarà comunque richiesto un aggiustamento da 0,5 punti di Pil (circa 7,5 miliardi) nel 2015 invece che lo 0,1 offerto da Renzi e dal suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.  Secondo quanto risulta al Fatto, a Bruxelles ci sarebbe una soluzione di compromesso pronta: un aggiustamento di 0,2-0,3 punti. Ma è un’ipotesi elaborata dagli uffici tecnici, che ha bisogno di un via libera politico ancora mancante. La direzione generale economia e finanza, guidata proprio da un italiano, Marco Buti, ha elaborato la mediazione. Ma la copertura politica non c’è perché a Bruxelles vogliono capire se l’Italia sta imbrogliando o no. A Katainen e Barroso non è sfuggito il testo dell’audizione di Giuseppe Pisauro, presidente dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio. È il primo anno in cui, come previsto dal Fiscal Compact, un’autorità indipendente esamina e commenta i numeri del governo. Nel documento dell’Upb, di cui in Italia si sono accorti in pochi, ci sono commenti politicamente esplosivi. Primo dato: le stime di crescita del governo su 2016, 2017 e 2018 sono discutibili. Uno 0,2 per cento nel 2016 e 0,4 nei due anni seguenti dipendono dall’impatto delle riforme strutturali (lavoro, Pubblica amministrazione ecc.), una misura “essenzialmente affidata alla valutazione discrezionale dell’analista, con conseguente rischio di errori e dimensioni nelle stime del loro impatto macroeconomico”. Come dire che sono numeri sparati a caso. Secondo punto critico segnalato da Pisauro e dall’Upb: i conti legittimano un rinvio del pareggio di bilancio di un anno, cioè dal 2015 al 2016, ma non di due, come chiede il governo. All’Italia è richiesto un aggiustamento dello 0,5 del Pil, cui si può derogare se ci sono due condizioni: se la crescita è negativa (e nel 2014 è di -0,3) e se a causa della recessione l’economia reale è molto lontana dal suo potenziale (in gergo: l’output gap è sopra il 4 per cento, e nel 2014 è al 4,3). Quindi è lecito non prevedere l’aggiustamento di 0,5 punti, circa 7,5 miliardi, nel 2015. Ma il governo prevede poi una piccola ripresa nel 2015 e un output gap al 3,5, quindi nessuna delle due condizioni richieste per rimandare ancora i tagli sarebbe rispettata. Delle due l’una: o il governo non ha diritto a rinviare il pareggio di bilancio al 2017, o sono sbagliati i numeri ma allora significa che il prossimo anno il deficit sfonderà la soglia del 3 per cento del Pil. C’è un’altra cosa che i tecnici di Bruxelles non hanno preso bene: tutti i conti dell’Upb sono fatti sulla manovra da 30 miliardi con un deficit di 11, ma la versione finale muove 36 miliardi, 11 di deficit e 3,4 di “cuscinetto” per placare la Commissione. Quindi l’impatto espansivo non è 11, ma 7,6 (11 meno i 3,4 di cuscinetto), dunque la crescita sarà inferiore al previsto. E questo aggiunge elementi per dubitare dei numeri del governo. Un pasticcio che si complica ogni giorno di più.

domenica 21 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 31 Manovre proditorie all’interno di un governo.


Tratto da “Contratto o tutti a casa” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 20 di ottobre 2018: (…). 1) Lunedì 15 ottobre, dal vertice politico di maggioranza con Conte, Di Maio e Salvini, esce un mini-condono fiscale, che infatti il ministro Tria ha stimato in un gettito irrisorio di 180 milioni.
2) Dopo il Consiglio dei ministri che ha licenziato l’intera manovra, senza più entrare nei dettagli specialistici che si ritenevano risolti nel vertice politico ed erano affidati a foglietti volanti, dagli uffici tecnici del Mef esce un maxi-condono che fa rientrare dalla finestra le schifezze richieste dalla Lega e cacciate dalla porta dal M5S: sanatoria sui reati di frode e riciclaggio; scudo fiscale sui capitali all’estero; soglia di 100 mila euro moltiplicata per 25, cioè per ciascuna delle tasse evase (che sono 5: Irpef, Irpeg, Irap, Iva e imposta sui capitali) e delle annualità condonabili (anch’esse 5).
3) Mercoledì 17 gli uffici tecnici del Quirinale, che han ricevuto la bozza informale dal Mef, la restituiscono al governo con un secco no alla depenalizzazione di riciclaggio e frode. (…). …conferma Giorgetti a Repubblica: “Sulla non punibilità credo ci fossero delle perplessità anche del Colle”. Le successive smentite della Presidenza della Repubblica non smentiscono nulla, se non che Mattarella abbia avuto il testo definitivo (infatti hanno ricevuto quello provvisorio i suoi tecnici: sennò come avrebbero fatto a scoprire e a bocciare il colpo di spugna?).
4) Salvini&C., a furia di fare la spola tra Roma e Arcore, pensano di essere ancora al governo con B. e rivendicano tutt’e tre le porcate, anche quelle bocciate dagli uffici del Colle. Poi, vista la reazione “alleata”, fanno mezza marcia indietro. E intanto lanciano oscuri messaggi sul condono edilizio per Ischia infilata nel decreto Genova, attribuendolo ai soli 5Stelle: nel qual caso sarebbe una porcata pentastellata (anche se il ministro M5S dell’Ambiente Sergio Costa lo contesta), ma facilmente eliminabile in Parlamento in sede di conversione del decreto. Ora, a parte FI e i suoi house organ, che delibano i fetori dei condoni come le persone normali lo Chanel n. 5, chi non vuole quelle tre porcate dovrebbe tifare per chi tenta di spazzarle via. O almeno rispettare la verità dei fatti. E distinguere fra il peccato veniale dei 5Stelle (colpevoli al massimo di ingenuità e imperizia, per non aver controllato ciò che scrivevano i tecnici del Mef, pur ritenuti inaffidabili) e quello mortale della Lega (che il condono extra-large l’ha voluto fin dall’inizio e continua a rivendicarlo, in barba al contratto, ai no dell’alleato e pure del Colle). Invece giornaloni e giornalini sono spalmati a edicole unificate sulla versione di Salvini, beniamino di tutto l’Ancien Régime: le grandi lobby (da Confindustria ad Autostrade, dal partito Rai ai padroni dei giornali terrorizzati dai tagli dei fondi e delle pubblicità degli enti pubblici) puntano su di lui per salvare i privilegi; FI, che solo sul Carroccio può tornare al governo e, nell’attesa, proteggere la bottega Mediaset; e il Pd, che vede nella Lega il nemico ideale e nel M5S il concorrente più insidioso (senza contare che Renzi nel 2014 voleva condonare le frodi fiscali sotto il 3% dell’imponibile, comprese quelle di B., poi autorizzò i pagamenti in contanti fino a 3 mila euro, alzò le soglie dell’evasione depenalizzata e ora se ne va in giro con Briatore). Quindi, fra Di Maio che tenta di cancellare le porcate e Salvini che vuole mantenerle, scelgono tutti il secondo. Sul Corriere, Polito el Drito arriva a scrivere che il vero problema è il “rancore” dei 5Stelle (contro gli evasori e i riciclatori?). Pazienza se i fatti, la logica, le dichiarazioni di Conte-Di Maio-Salvini-Tria nella conferenza stampa di lunedì sera, il no del Colle (che a parti invertite dominerebbe le prime pagine e invece viene nascosto o ignorato) e il Contratto di governo portano nella direzione opposta. Oggi Conte, nel Cdm straordinario, ha una sola via d’uscita: tornare al Contratto di governo. Che non lascia spazio a equivoci: “È opportuno instaurare una pace fiscale con i contribuenti per rimuovere lo squilibrio economico delle obbligazioni assunte e favorire l’estinzione del debito mediante un saldo e stralcio dell’importo dovuto, in tutte quelle situazioni eccezionali e involontarie di dimostrata difficoltà economica. Esclusa ogni finalità condonistica”. Queste parole escludono condoni su qualunque importo di fondi neri (anche sotto i 100 mila euro di imposta evasa, figurarsi al di sopra), scudi fiscali e depenalizzazioni di reati collegati: le situazioni eccezionali e involontarie, infatti, riguardano solo chi al fisco dichiara tutto e poi non ha i soldi per pagare a causa della crisi. Chi fa nero e/o esporta capitali i soldi li ha. E lo fa consapevolmente, non involontariamente. Per commettere riciclaggio o frode, occorre il “dolo”, cioè l’intenzione, altrimenti non c’è reato e non c’è bisogno di depenalizzare alcunché: le depenalizzazioni servono a chi accumula volontariamente fondi neri e/o li esporta all’estero e/o li fa reinvestire, non a chi non ha soldi e non può pagare le tasse sui redditi che ha dichiarato. Dunque, a norma di Contratto, dal decreto fiscale vanno cancellati le depenalizzazioni (come chiede il Colle), lo scudo e il condono sull’evasione Irpef (anche sotto i 100 mila euro). Altrimenti si straccia il Contratto di governo. E il governo non c’è più.

sabato 20 ottobre 2018

Riletture. 29 Tutte le nazioni occidentali si avviano a diventare società patrimoniali.


Tratto da “La sfida di Janet obiettivo ridurre le disuguaglianze in America” di Federico Rampini, pubblicato sul settimanale A&F del 20 di ottobre dell’anno 2014: Non è il tipo di linguaggio a cui sono abituati gli europei, quando ascoltano un banchiere centrale. Ma anche qui negli Stati Uniti, non passa inosservato un discorso come quello tenuto da Janet Yellen, (“già” n.d.r.) presidente della Federal Reserve. Parlando a Boston venerdì scorso la Yellen ha affrontato il tema delle diseguaglianze con queste parole: “L’ampiezza e il continuo peggioramento delle diseguaglianze negli Stati Uniti mi preoccupano seriamente. Credo sia giusto chiederci se questa tendenza è compatibile con i valori radicati nella storia del nostro paese, tra i quali c’è l’importanza che gli americani hanno sempre attribuito all’eguaglianza nelle opportunità”. No, non è una frase di maniera: conferma che la Yellen è una figura anomala. Quella dichiarazione è coerente con l’estrema attenzione che lei ha dedicato alle nuove forme della disoccupazione, alla stagnazione dei salari reali, al disagio sociale che permane anche dopo cinque anni di ripresa americana. Un commentatore del New York Times, Neil Irwin, nel blog The Upshot mette in contrasto quella frase della Yellen con ciò che disse molto prima di lei il suo predecessore Ben Bernanke. Nel 2007, prima della grande crisi, Bernanke parlò anche lui di peggioramento diseguaglianze (è un trend che dura ormai dagli anni Ottanta) ma solo per specificare che “spetta alla politica determinare se e come ridurle”. La Yellen non ci sta a chiamarsi fuori, pensa che anche la politica monetaria ha le sue responsabilità. Nel suo discorso di Boston la presidente della Fed si è dilungata su alcune manifestazioni e concause delle diseguaglianze. Per esempio l’aumento inquietante dell’ammontare di “debiti studenteschi”: da sempre in America tanti giovani si pagano gli studi coi prestiti bancari, ma negli ultimi anni si sono trovati stritolati dall’effetto congiunto di un’iperinflazione nelle rette universitarie, e un ristagno dei redditi da lavoro con cui dovranno rimborsare quei debiti. Un altro tema che la Yellen ha discusso è quello caro a Thomas Piketty: il ruolo sempre più decisivo dell’eredità nel determinare la geografia della ricchezza, sicché la mobilità sociale diminuisce e l’America come tutte le nazioni occidentali si avvia a diventare una società patrimoniale, ingessata, oligarchica. La questione delle diseguaglianze è anche decisiva per spiegare la debolezza della crescita. Perfino negli Stati Uniti, dopo più di 60 mesi di crescita, è d’obbligo constatare che questa ripresa non è così vigorosa come lo erano i periodi post-recessione nel passato. Il trend di crescita di lungo periodo mostra un abbassamento lento ma inesorabile per tutte le nazioni industrializzate, se si paragona gli anni Sessanta-Settanta con gli Ottanta-Novanta e infine con l’ultimo ventennio. Anche quando la crescita c’è, è ben lungi dai ritmi di una volta. È il tema sollevato da Larry Summers che ha rilanciato il dibattito sulla “stagnazione secolare”. Il nesso con la diseguaglianza? È noto che i ricchi hanno un’elevata propensione al risparmio, e dunque se troppa parte del reddito nazionale si concentra nelle loro mani, i consumi si deprimono. Ma proprio gli economisti più di sinistra, pur sentendosi vicini alla Yellen, non sono affatto convinti che la Fed sia “innocente” in materia di diseguaglianze. Il coraggioso esperimento chiamato “quantitative easing”, con la massiccia creazione di liquidità che ha trainato l’America fuori dalla crisi, ha probabilmente avuto effetti redistributivi alla rovescia: ha fatto salire le Borse, dove sono soprattutto i ricchi ad avere una vasta quota del loro patrimonio; idem con il revival del mercato immobiliare, anche questo ha favorito i privilegiati.

venerdì 19 ottobre 2018

Sfogliature. 100 «Se non c'è un fine, è puro potere».


Provate a leggere questa “sfogliatura” – ultima della serie – e provate in pari tempo a negare che essa non vi riconduca, per meccanismi innegabili, alla vita politica dell’oggi. Tali e tanti sono gli aspetti che essa – la politica dell’oggi, intendo dire - condivide con la vita politica del tempo della “sfogliatura” che, tolti i riferimenti specifici ai fatti, agli accadimenti ed ai protagonisti di quel tempo, sembra proprio che la vita politica del bel paese non abbia fatto un passo in avanti, così come al tempo nostro del cosiddetto “cambiamento” si strombazza ai quattro venti, con il fiato lungo ma la memoria cortissima, di un incauto, moderno stralunato pifferaio di Hamelin. Per non dire, anzi per ricordare ai più smemorati, che il tempo del “cambiamento” era stato preceduto da quel tempo non meno cupo della “rottamazione”, con gli esiti che sono sotto gli sgranati ed attoniti occhi dei più. La “sfogliatura” risale al mercoledì 11 di febbraio dell’anno 2009. Buona lettura allora: Se fossimo in un paese normale, come i tanti paesi normali di questo universo mondo, un paese normale che anche nelle diatribe politiche più asperrime riuscisse a ritrovare sempre un bandolo di ragionamento collettivo, così come la cura degli affari pubblici prescrive, se fossimo in un paese normale, si potrebbe pensare di voltare pagina dopo le intemerate ultime contro gli assetti costituzionali del bel paese, e contro le persone di questo disastrato paese, pronunciate dal condottiero di Arcore? Se fossimo in un paese normale una tale eventualità sarebbe da escludersi. La cronaca politica insegna tutt’altro. Se fossimo in un paese normale non sarebbe stato permesso a nessuno di offendere i colori della bandiera del bel paese. Eppure è potuto venire il tollerato insulto da parte di reggitori della cosa pubblica, suggerendo essi un utilizzo disonorevole del vessillo che dovrebbe rappresentare l’unità del bel paese. Se fossimo in un paese normale non sarebbe stato possibile minacciare, in perfetto stile mafiocamo’ndrangheista, altri cittadini del bel paese, dichiarando spavaldamente l’irrisorietà della spesa (allora in misere lire) per l’acquisto delle pallottole con le quali freddare i giudici ritenuti ostili. Eppure è potuto accadere da parte di reggitori della cosa pubblica. Se fossimo in un paese normale, che avesse un primo ministro che si ritenesse chiamato a governare per tutti e non per occupare posizioni e spazi incontrollati di potere politico, mediatico e finanziario; che avesse un primo ministro che governasse e non comandasse “pro domo sua”; se fossimo in un paese normale, non avremmo mai e poi mai ascoltato dalla viva voce del primo dei ministri o del presidente del (mal)consiglio che dir si  voglia, parole irripetibili nei confronti dei giudici, delle donne, degli inermi, degli elettori della parte avversa – i cosiddetti coglioni - ecc. ecc. Non siamo affatto in un paese normale. Seppellito quel corpo inerme da lustri e lustri, è possibile continuare come se nulla fosse stato detto o tentato di fare? A me pare proprio che non sia possibile più. Se il paese non è normale, come non lo è, seppellire allora il tutto assieme ai resti della cara a tutti noi Eluana e far finta di nulla significa avviarsi con lesto passo verso un orrido profondo che più profondo sarebbe impossibile immaginare. Ma se un paese che sia normale, e normale non lo è, per come siano venuti a svolgersi gli eventi politico-sociali da quindici anni a questa parte, con responsabilità innegabili da parte di tutte le forze politiche e dei loro massimi rappresentanti senza esclusione alcuna; ma se un paese che fosse normale, almeno in alcune sue frange, in alcune sue minoranze, e questo paese di minoranza non volesse passare oltre girando lo sguardo altrove, come sicuramente verrà invitato a fare dai pompieri di turno; questo paese che sia normale, se c’è, questa parte normale e riflessiva del paese seppur minoritaria, dovrà continuare a riflettere, ad interrogarsi e a denunciare ad alta voce le parole e gli atti compiuti mentre Eluana compiva il suo tragico percorso. E mentre il paese si svuota o perde progressivamente, per insuperabili limiti naturali, le coscienze più alte e più nobili, gli intelletti più fulgidi e vivi, lasciando libero il campo alla cachistocrazia più sfacciata ed illiberale che si possa immaginare; mentre il paese rimane sempre più orfano di guide illuminate e di prestigio universalmente riconosciuto, occorre ricercare e sollecitare il concorso dialettico e fattivo di tutti, in tutte le forme democratiche possibili, affinché la barra di navigazione della “nave sanza nocchiero in gran tempesta” non conduca il capitano di vascello, la sua stralunata ciurma di comando ed il suo numerosissimo seguito ad arenarsi, sospinti dai marosi di questi agitatissimi tempi, ad arenarsi dicevo verso approdi malsicuri assai per la salute di tutti ed inesplorati.

giovedì 18 ottobre 2018

Riletture. 28 «Un giorno forse la rivedrò, la signora dei giornali».


Tratto da “Alle 5 del mattino ho incontrato la donna invisibile” di Federico Rampini, pubblicato sul settimanale D del 18 di ottobre dell’anno 2014: Di solito io sono al lavoro dalle sei del mattino con la lettura dei giornali americani, una ricognizione dei blog più autorevoli, i giornali radio e i notiziari dei primi tg. Quella mattina dovevo uscire di casa ancora prima, per prendere un volo.

martedì 16 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 30 «Meno disuguaglianza perché vi sia più crescita e meno poveri».


Ha scritto Marco Travaglio su “il Fatto Quotidiano” – in “Abolition man” - del 7 di ottobre 2018: «Ma che bisogno c’era di dire – come ha fatto Luigi Di Maio a Porta a Porta il 25 settembre – “noi con questa manovra di bilancio, in maniera decisa, avremo abolito la povertà”? Già è imprudente vendersi una legge prima che sia approvata dalle Camere, firmata dal Colle e stampata sulla Gazzetta Ufficiale (e il reddito non entrerà in vigore neppure col Def, ma con una norma che nessuno ha letto né scritto).

lunedì 15 ottobre 2018

Riletture. 27 «Denaro che, da mezzo, è diventato il fine di ogni nostro agire».

Tratto da “Quanto vale il denaro?” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale D del 15 di ottobre dell’anno 2016: Quando è stato inventato ha liberato i servi dai signori. Oggi che è il fine ultimo ci rende servi di falsi bisogni. Che cos'è il denaro? Aristotele diceva che con esso non si può costruire una ricchezza, perché il denaro non è un bene, ma il simbolo di un bene, e con i simboli non ci si arricchisce. I Greci antichi chiamavano il denaro "nómisma" e "nómos" la legge. Il denaro non ha infatti un valore in sé, ma in virtù di una legge che lo istituisce, in forza della quale il denaro ha una circolazione e un "corso legale". Oggi la finanza, scambiando denaro con denaro, produce una ricchezza decisamente superiore a quella che si può ottenere lavorando con i beni prodotti della terra o dall'industria. Il denaro, simbolo del bene, diventa più importante dei beni Nel Vangelo di Luca (6, 35) leggiamo: «Mutuum date nihil inde sperantes», date in prestito senza sperare niente. Nell'Occidente cristiano, ditelo alle banche, molte delle quali, tra l'altro, portano nomi di santi... Eppure, durante la sua storia, il denaro è stato anche uno strumento di liberazione perché, nel regime feudale, dove il servo doveva consegnare l'intero suo tempo e l'intera sua esistenza al signore, l'introduzione del denaro ha reso possibile oggettivare i rapporti personali: il servo non doveva più mettere a disposizione del signore l'intera sua vita, ma solo la sua prestazione in cambio di una remunerazione. Qui però i benefici dell'introduzione del denaro finiscono. Man mano infatti che il denaro diventa la condizione universale per soddisfare qualsiasi bisogno e per produrre qualsiasi bene, cessa di essere un "mezzo" in vista di quegli scopi, per diventare esso stesso il "fine ultimo", per acquisire il quale si stabilisce se è il caso di soddisfare i bisogni (soprattutto quelli di chi non ha denaro) e in che misura produrre i beni onde evitare che l'offerta sia più copiosa della domanda, e quindi non garantisca un buon prezzo (è questa la ragione per cui ancora oggi si distruggono i prodotti agricoli la cui eccessiva quantità potrebbe far crollare il prezzo di mercato).

domenica 14 ottobre 2018

Sfogliature. 99 «Chaplinesque» di ieri e dell’oggi.


Oggigiorno abbiamo da piangere – o laicamente da ricordare – i morti del ponte Morandi. Ma nell’infinita successione di catastrofi nel bel paese ci sarebbero da ricordare i tanti, tantissimi morti del Belice, dell’Irpinia, dell’Aquila, ché sarebbe oltremodo oltraggioso non ricordare le tante, tantissime altre vittime di tutte quelle sciagure che, seppur minime tanto da non tener desti i mass-media per lungo tempo, punteggiano amaramente la vita italiana. La “sfogliatura” risale al martedì 14 di aprile dell’anno 2009, l’anno dell’immane sciagura dell’Aquila e dell’Abruzzo tutto.

sabato 13 ottobre 2018

Terzapagina. 48 Majakovskij: «Voi operai, i fottuti».


Due anni oggi senza Dario. Tratto da un’intervista di Beatrice Borromeo a Dario Fo – “Scelta disperata per salvare un partito e il Cav” -, pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 25 di aprile dell’anno 2013: E gli elettori, in questi giochi, dove sono? - Spariscono. Esistono solo in campagna elettorale. Il Pd ha fatto le primarie promettendo di ascoltarli. “Siete voi che decidete”, giuravano. Poi invece impostano un governo nel quale gli elettori proprio non contano. Per questo, a protestare in piazza, ci sono quasi più tesserati del Pd che grillini -.
Molti hanno faticato a capire la candidatura di Marini. - Quelli del Pd volevano qualcuno che, al momento giusto, si occupasse di loro. Rodotà sarebbe stato difficile da gestire -.

venerdì 12 ottobre 2018

Sullaprimaoggi. 29 Salvimaio, ovvero il «cinismo» di una scelta.


Tratto da «Salvimaio, la strategia “cinica” di continuare a ingoiare rospi» di Andrea Scanzi, anticipazione dal volume “Salvimaio” riportata su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di ottobre 2018: Nelle tante analisi attorno al Salvimaio, mi stupisce come non compaia quasi mai la parolina magica che spiega la scelta dei 5 Stelle: cinismo. Senz’altro, quando si è trattato di accettare il contratto (e quindi il governo) con la Lega, molti 5 Stelle hanno ascoltato la loro ambizione. Comprensibile: se sei anni fa avessero detto a Di Maio e Toninelli che un giorno sarebbero stati ministri, per giunta con ruoli apicali, sarebbero stati i primi a mettersi a ridere. O forse a piangere, che ne so. Ci sarà anche stato un senso di responsabilità verso Stato e istituzioni: all’ipotesi di un nuovo voto con la stessa legge elettorale sommamente vile, il M5S ha preferito turarsi il naso e accordarsi con Salvini e Calderoli. E poi non c’erano altre strade. Ma c’è di più. I 5 Stelle hanno accettato il Salvimaio, a guardar bene senza neanche troppi imbarazzi, non solo per ambizione. Non solo per senso dello Stato. E non solo perché hanno sempre preferito, come larga parte del suo elettorato, Salvini a Renzi. Lo hanno fatto anzitutto per cinismo. I 5 Stelle si sono sempre definiti una forza trasversale e post-ideologica: né di Destra, né di Sinistra. Tale affermazione ha sempre fatto arrabbiare moltissimo la Sinistra, che avrebbe voluto che il M5S fosse una succursale del Pd – o al limite un suo surrogato. Al contrario, e decidete voi se la cosa sia un bene o un male, i 5 Stelle sono davvero una forza trasversale. Hanno sempre detto che, dopo il voto, avrebbero governato (senza numeri per essere autonomi) con chi ci sarebbe stato. C’è stata la Lega. E loro non hanno fatto una piega. In questo non sono stati incoerenti, bensì coerentissimi. La logica dei 5 Stelle è tanto chiara quanto iper-politica, e fa sorridere che la forza più alternativa e meno politichese si sia comportata da forza cinica e navigatissima: fregarsene di chi ha accanto, mettendo al centro quei cinque-sei obiettivi cardine della propria agenda politica. Di fronte alla concreta possibilità di governare, i 5 Stelle hanno più o meno ragionato così: “Me ne frego di Fontana e Borghezio, del quasi-razzismo e del qual certo oscurantismo. Sui migranti mi turerò il naso, sulla legittima difesa mi girerò di lato e sulla flat tax farò finta di aver cambiato idea. A volte soffrirò e più spesso sarò in imbarazzo, però questa è ora l’unica strada per ottenere obiettivi che reputo storici. Il reddito di cittadinanza. Una seria legge anticorruzione. Il decreto Dignità. La lotta al gioco d’azzardo. Il conflitto di interessi. Basta coi vitalizi. Basta con la Rai lottizzata. Basta coi governi conniventi, o anche solo troppo pavidi, contro la mafia. Se questa è la storia che mi passa davanti, sul treno voglio salirci. Anche se molti compagni di viaggio mi stavano sulle palle, e a dirla tutta mi ci stanno ancora”. Questo è stato il ragionamento. Ed è ancora un paradosso, decidete sempre voi se positivo o negativo, che la forza per antonomasia contraria a qualsivoglia alleanza abbia accettato – assai lucidamente – un “contratto di governo” con la Lega. Quello del m5s è un piano per nulla incoerente, lecitamente cinico e platealmente rischioso. Ai suoi elettori, la forza nata nel 2009 per volere di Grillo e Casaleggio sta dicendo questo dal 1° giugno: “Accettate di ingoiare qualche rospo con noi. In cambio, faremo buona parte di tutto ciò che in questi anni vi abbiamo promesso”. Ed è proprio questo il punto: fare buona parte di quel che hanno promesso, o almeno dimostrare di provarci. In quel caso, forse, i tanti rospi ingoiati sembrerebbero meno indigesti. Ma solo in quel caso. E non è neanche detto. È tutto inedito. Non so se questa sia la Terza Repubblica, o magari la Seconda. O addirittura un reflusso esofageo della Prima. Non lo so ancora, perché mi do sempre molto tempo per approdare a risposte definitive, che spesso poi neanche trovo, e perché quella attuale è una situazione oltremodo fluida. Di sicuro siamo di fronte a uno scenario totalmente inedito. Con i 5 Stelle al governo, si capovolge tutto.

giovedì 11 ottobre 2018

Riletture. 26 «Nella mistica dell'"anno zero" e della rottamazione».

Tratto da “Le occasioni perdute” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica dell’11 di ottobre dell’anno 2016: D'accordo: prima sono finite le ideologie, che nella loro luce artificiale e meccanica recintavano un campo. Poi in quel campo si è arenata la politica, che non è più vista dai cittadini come lo strumento pubblico per la soluzione di problemi individuali. Infine si è smarrita la coscienza di sé, che è poi la ragione di esistere.
E tuttavia resta un dubbio: era inevitabile questa deriva del Partito democratico, prosciugato di ogni sostanza identitaria come una conchiglia ormai vuota e abbandonata sulla spiaggia italiana del 2016, battuta da tutte le maree? Probabilmente no, a patto di sapere che i partiti sono qualcosa di più di un'organizzazione di tutela di interessi legittimi che sempre li animano e di un apparato di sostegno per le leadership che temporaneamente li guidano. Hanno, soprattutto, due prolungamenti indispensabili in alto e in basso: da un lato le radici, che poggiano nella storia del Paese e nella vicenda di ceti, classi, soggetti sociali che chiedono rappresentanza ed espressione; e dall'altro lato un orizzonte che li proietta al di là del quotidiano e del contingente, soprattutto adesso che il mitico "avvenire" ha fortunatamente lasciato il posto a un più incerto ma più laico "futuro". Un'idea di Paese da difendere e da costruire, un'avventura collettiva in cui possa riconoscersi una comunità politica, ritrovando le ragioni per collegare la propria vita con la vita degli altri, riscoprendo ognuno il senso di responsabilità per un destino comune. Questi semplici comandamenti valgono per tutti i partiti, e infatti le difficoltà sono distribuite equamente a destra e a sinistra. Ma è la crisi che non è neutrale, e nemmeno equidistante. Se è vero che accentua le disuguaglianze, che trasforma la povertà in esclusione sociale, che attacca il lavoro come strumento di crescita e di cittadinanza, che fa nascere un'inedita gelosia del welfare, che suscita paure primordiali, allora la sinistra dovrebbe capire che è investita direttamente e in pieno dalla più alta ondata del secolo e non le basta l'ordinaria manutenzione. In gioco infatti c'è lo stesso concetto di sinistra, un progetto cioè di riconoscimento, tutela ed emancipazione che unisca le opportunità e le necessità per un Paese più forte e più giusto. Non è una sfida da poco. Si potrebbe scoprire che anche la sinistra è una creatura arenata nel Novecento, come le sue forme storiche, il comunismo, il socialismo e la socialdemocrazia. Che la caduta del muro l'ha risolta, segnando la sconfitta del comunismo, e insieme l'ha svuotata. Che la nuova solitudine repubblicana, lo smarrimento di cittadinanza, il sentimento d'impotenza democratica la stanno rinsecchendo, a vantaggio di nuove forme politiche mimetiche che eccitano la rabbia e il malcontento con un impianto culturale tipicamente di destra (una feroce gioia contro le istituzioni, una criminalizzazione dell'intera classe dirigente, un invito esplicito a non distinguere per fare di ogni erba un fascio da bruciare comunque) mascherato da linguaggi di pseudo-sinistra, in realtà da vecchio Borghese. In sostanza il rischio è uno scostamento di classi e soggetti sociali dal sistema all'anti-sistema, con un conseguente slittamento della rappresentanza del pensiero critico, da una politica di sinistra all'antipolitica. In ritardo perenne con la storia (i conti col comunismo in Italia sono stati risolti per delega con il crollo del Muro, e manca ancora un pubblico bilancio) per una volta la sinistra del nostro Paese era in anticipo sulla cronaca. Il Pd, infatti, era nato prima che questi fenomeni di disgregazione del sistema politico e del meccanismo di rappresentanza si evidenziassero. Il profilo era l'unico possibile per un Paese che aveva nel Pci un partito che era durato troppo a lungo, senza saper risolvere il problema della sua identità autonoma, e nel Psi una forza che era durata troppo poco, suicidandosi con le tangenti e facendo mancare in Italia quel pesce pilota riformista che sotto nomi diversi concorre da decenni a governare le altre democrazie occidentali. Ecco dunque con il Pd la scelta di disegnare quel profilo riformista tipico di una sinistra di governo moderna e occidentale, innervata dalle due grandi tradizioni socialcomunista e cattolico-democratica. Pochi anni dopo quel partito si trova senza radici e senza orizzonte, con le fonti inaridite e l'identità incerta: un capolavoro. Le tradizioni sono state cancellate dallo stesso segretario nella mistica dell'"anno zero" e della rottamazione, come se il renzismo fosse una forma politica nuova e non una legittima interpretazione della forma-partito che esisteva prima e che - almeno in teoria - dovrebbe continuare ad esistere anche dopo. Soprattutto, come se i partiti fossero modelli da indossare secondo le stagioni e le mode, e non realtà presenti e riconoscibili nella storia del Paese, purché il leader sappia rivestirsi della maestà di quella storia complessiva, interpretandola poi secondo il proprio carattere e la propria visione politica. L'orizzonte è stato invece tarpato dagli avversari interni di Renzi, disinteressati a usare il Pd come uno strumento comune per battaglie condivise, preferendo interpretarlo come un'arena permanente dove duellare ogni volta con il premier, affermando la propria identità nel duello e non nelle idee, perché l'idea di fondo è l'illegittimità di questa leadership. Il risultato è evidente. Il Pd è un soggetto politico dimezzato con le due metà brandite l'una contro l'altra in una guerra di posizioni che l'elettore segue con scarso interesse. (…). Ci voleva tanto a capire in tempo utile che bisognava partire dalla ricerca concreta e testarda di un'unità del partito su un'ipotesi di modifica della legge elettorale, da portare poi all'esame delle altre forze politiche, riducendo il conflitto sul referendum? Non si è nemmeno provato, fino ad oggi, perdendo tempo e accumulando ruggine interna, fino all'invalidità permanente del Pd. Sprecando così un'opportunità clamorosa, in questa fiera perenne delle occasioni perdute. La destra che si riorganizza, i populismi arrembanti, non contano più e non fanno nemmeno suonare l'allarme: se non ciechi, Dio rende almeno sordi coloro che vuole perdere. Insieme con loro, perde il Paese che ha già visto consumarsi una tradizione politica e una lingua comune, in un deserto di cultura politica. Adesso rischia di consumarsi la funzione stessa della sinistra. Proprio mentre intorno tutto è destra, vecchia e nuova.