"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 4 settembre 2018

Riletture. 15 «La riduzione dell’essere umano alla sua identità animale».


Tratto da “Il male assoluto che non si può più nascondere” di Adriano Prosperi, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 4 di settembre dell’anno 2015: Quel numero scritto dall’uomo in divisa sull’avambraccio di una bimba addormentata in braccio alla madre, in fila con tanti altri davanti alla stazioncina ceca ai confini dell’Austria, sembra avere almeno risvegliato nelle coscienze qualche ricordo sepolto.
Ritorna la tragedia d’Europa: ma non in forma di farsa. Piuttosto di “orribile parodia”, come ha detto Piero Terracina, vivente testimone di quei numeri incisi a fuoco sulle braccia dei prigionieri dei lager nazisti. Qui, si tratta di una scritta a pennarello, lavabile senza danni: segno dell’appropriazione burocratica di una riduzione dell’essere umano alla sua identità animale, senza diritti né dignità. È un deciso passo avanti verso il ricorso banalizzato e normale ai metodi di quello che fu definito il male assoluto. Ma intanto accade inavvertito un fatto grande e importante della sensibilità collettiva: abbiamo fatto un gran pezzo di strada rispetto a quei ricordi e non nella direzione migliore. Ci siamo lasciati alle spalle quello che fu definito “il passato che non vuole passare”. Questa formula la inventò lo storico tedesco Ernest Nolte per dare espressione alla sindrome di colpa collettiva del popolo tedesco del secondo dopoguerra: ne nacque una vasta discussione, un confronto intellettuale e politico che attirò l’interesse generale. (…). Qualcuno forse ricorda quale fosse allora la proposta di Nolte per far uscire i tedeschi dall’incubo di appartenere al paese che aveva la responsabilità della creazione del “male assoluto”. L’idea era ingegnosa: si trattava di ricorrere al funzionamento consueto dell’insegnamento storico come macchina per dimenticare. Bastava inserire Auschwitz come un anello in quella catena di cause e di precedenti di cui la storia è sempre generosa. Solo così si potevano spostare quelle responsabilità su altre spalle. Non mancavano certo precedenti non tedeschi dell’invenzione dei lager, delle deportazioni e fucilazioni di massa, degli stermini di intere collettività. Quello più vicino e insieme più remoto era il caso della Russia bolscevica: un precedente scelto come la causa: sarebbe stata la minaccia di quel modello di uno sterminio e una violenza ferocemente e disordinatamente “asiatici” a spingere la politica del Reich germanico a reagire con la stessa illimitata violenza e ferocia, sia pur rivestita dell’immensa razionalità scientifica e tecnica di cui la Germania era in possesso. Oggi possiamo guardare a quelle elaborazioni professorali come a una espressione del patriottismo tradizionale del dotto tedesco, pronto al servizio obbediente della cattedra per le necessità della politica nazionale. Ma un fatto è certo: non è stata la giustificazione fornita da Nolte, la sua chiamata di correo al “terrore bianco” della rivoluzione russa e dello stalinismo a far sbiadire l’incubo di Auschwitz nel vasto e indistinto repertorio delle tragedie e dei misfatti della storia. È stata semplicemente la storia successiva, quella a cui pensava Primo Levi quando avvertì che Auschwitz era accaduta e dunque poteva accadere di nuovo. E che sia accaduto di nuovo non ci sono dubbi. Abbiamo visto milioni di esseri umani sradicati e vaganti per mare e per terra salvo trovare, quando riescono ad arrivare vivi da noi, chi costruisce gabbie e recinti di filo spinato o li rigetta indietro in un feroce gioco dell’oca per lasciarli nelle mani di sistemi assassini. Nessuno ce ne nasconde le sofferenze e le morti. Sono anni che in un crescendo impressionante queste torme di esseri degradati patiscono e muoiono sotto gli occhi della cosiddetta comunità internazionale senza produrre una reazione adeguata, senza che il senso dell’unità del genere umano si sia risvegliato e abbia spazzato via di colpo le lentezze delle burocrazie, i calcoli di carriera dei politici, i cauti sguardi degli statisti alla bilancia mondiale del potere. Una volta ci chiedevamo come fosse stato possibile che milioni di esseri umani avessero attraversato l’Europa chiusi in vagoni piombati senza che nessuno sapesse e fossero stati passati per i forni crematori dei lager senza che chi sapeva parlasse. Cercavamo i responsabili ai vertici di chiese e stati. Ci sorreggeva l’ingenua convinzione che solo il nascondimento dietro il segreto più fitto avesse impedito al mondo intero di insorgere. Oggi tutto accade sotto l’assidua attenzione dei media. Allora vedemmo con grande emozione - ma solo nel dopoguerra - la foto del bambino ebreo con le braccia alzate davanti all’arma del nazista in divisa. Oggi il corpicino senza vita raccolto dal gendarme turco, il numero scritto sui corpi dei migranti, sono come l’estrema scarica elettrica per far sussultare il cuore dell’Occidente. Di fatto siamo davanti a una omologazione della Shoah: peggio, a una sua versione banalizzata, ridotta a repertorio di tecniche utili per contenere lo straripare minaccioso del mondo.

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