"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 17 gennaio 2018

Lalinguabatte. 46 “Del finto e del fasullo”.



Ho modo di conoscere, letterariamente parlando, il professor Raffaele Simone, linguista, leggendo il Suo straordinario lavoro che ha per titolo “Il mostro mite” – Garzanti (2008) pagg. 170 € 12,00 -. E come mia abitudine, nel corso della lettura, avevo preso nota di un passo molto interessante di quel lavoro, alla pagina 113, che trascrivo: “(…). …si è indebolita la capacità di tener distinte realtà e finzione, uno dei pilastri della razionalità occidentale. La finzione si distingue in due livelli di natura diversa: il finto e il fasullo. Verso il primo abbiamo di solito un atteggiamento positivo, che può essere anche di desiderio e di ricerca: benché le narrazioni fantastiche (letteratura, cinema, sogno) siano finzioni, nondimeno ne abbiamo bisogno. In esse si appaga qualcosa che è connaturato alla mente umana in modo complicato. Verso il fasullo, invece, abbiamo un atteggiamento di diffidenza e sospetto: le cose fasulle rientrano nella sfera della contraffazione, dell’inganno, della sostituzione abusiva, sono connesse alla truffa e all’impostura. (…). Il finto si associa all’invenzione, al trucco e anche al divertimento; il fasullo alla bugia e all’inganno. (…).”. Dotta e sottile l’argomentazione dell’illustre Autore. Ci riconduce, essa, alla condizione esistenziale vissuta da un buon quarto di secolo - imperante prima l’uomo di Arcore, poi l’uomo venuto da tal Rignano sull’Arno - nel bel paese, nel quale quarto di secolo si sono perse le giuste coordinate per una distinzione chiara e pronta tra la realtà del vivere e la sua rappresentazione più becera e malvagia al contempo, per cui si registra un navigare senza senso che immancabilmente ha portato larghissimi strati sociali ad essere vittime, inconsapevoli per tanti versi, del “fasullo” più sfrontato che si possa immaginare. È che sembra siano venuti meno quegli atteggiamenti “di diffidenza e sospetto” che in verità avevano fatto da sempre parte del connaturato storico ed antropologico degli abitatori del bel paese. Come sia stato possibile è l’arcano del tempo che ci è dato di vivere? Quale magia, o meglio quale malìa, ha potuto ottenebrare menti e coscienze in larghissimi strati sociali da condurre alle condizioni di smarrimento oggigiorno vissuto? Ho ritrovato il professor Raffaele Simone su di una pagina del 3 di marzo dell’anno 2011 amorevolmente conservata del quotidiano “la Repubblica” in un’intervista rilasciata a Franco Marcoaldi che ha per titolo “Le buone azioni dello scettico”. Di seguito la trascrivo in parte:

martedì 16 gennaio 2018

Quodlibet. 49 “Com'è povero il mondo chiuso in un telefonino”.



Da “Com'è povero il mondo chiuso in un telefonino” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 16 di gennaio dell’anno 2016: Siamo "malati" di social network? No: è quel modo di comunicare la vera malattia. (…). …malata è la forma che ha assunto la comunicazione di massa, dove chi riceve un messaggio finisce per leggere le identiche cose che egli stesso potrebbe tranquillamente scrivere, e chi scrive narra le stesse cose che potrebbe leggere inviate da chiunque. Il risultato è una sorta di "comunicazione tautologica" che, paradossalmente, finisce per abolire la necessità e, al limite, l'utilità della comunicazione. Tuttavia non vi si rinuncia perché, (…), lo scopo di questo tipo di comunicazione è "il desiderio di costruzione di un nuovo io e la ricerca di approvazione". Due cose che denunciano da un lato la non accettazione di sé, e dall'altro quella forma d'insicurezza che affida all'approvazione degli altri il riconoscimento di chi si vorrebbe essere e non si è. La non accettazione di sé incomincia dal corpo che, dall'adolescenza fino alla vecchiaia, si chiede alla chirurgia estetica di poter modificare, per poi estendersi all'immagine di sé, offrendo sui social network una descrizione che non risponde a quel che si è, ma a quel che si presume possa essere approvato dagli altri. Così ci si mette in mostra come i prodotti si mettono in vetrina. E senza accorgercene diventiamo una "mostra" che chiunque può visitare. E poi approvare o disapprovare, non argomentando - non si può con 140 caratteri - ma scrivendo semplicemente "mi piace" o "non mi piace". Argomentare è difficile, perché per farlo occorre saper pensare e parlare. Stante il livello culturale delle nostre scuole, tale che l'Ocse colloca gli italiani all'ultimo posto in Europa per la comprensione di un testo scritto, ci esprimiamo con il linguaggio atrofico e impoverito proprio dei telefonini. Prova che le invenzioni tecniche non sono mai solamente "tecniche", perché ogni tecnica comporta una modalità d'uso che plasma chi la usa, indipendentemente dall'uso che ne fa. I messaggi diffusi nei social hanno una vita breve che si consuma, come tutte le cose in una società dei consumi spinta all'eccesso, per cui il tempo della riflessione e del pensiero si estingue in quel tempo breve della risposta emotiva non pensata e non riflessa. Se poi vogliamo considerare i danni fisici, che potrebbero preoccupare anche chi non è interessato al pensiero, mi diceva un primario di oculistica che i giovani d'oggi non sanno più vedere a distanza, e la preside di un liceo artistico mi riferiva che i suoi alunni non riescono più a percepire la prospettiva. È un mondo accorciato, un mondo ridotto a quella breve distanza che separa il mio occhio dal telefonino, che mi fa vedere non il mondo reale ma il mondo in immagine, non di rado manipolato dagli operatori di mercato che riescono a intercettare anche i nostri gusti, per vendere gli oggetti che li soddisfano. Ma si può prescindere da questi mezzi di comunicazione oggi diffusi su vasta scala? No. Perché, siccome il mondo della comunicazione passa attraverso questa rete, uscirne equivale a un'esclusione sociale. E nessuno vuole provare l'angoscia e la solitudine di questa esclusione.

lunedì 15 gennaio 2018

Terzapagina. 11 “L’Astenuto di sinistra del 4 di marzo”.



Da “La Storia non siamo (più) noi” di Marco Damilano, pubblicato sul settimanale L’Espresso del 23 di novembre dell’anno 2017: (…). Il potenziale Astenuto di sinistra, il nuovo personaggio che avanza in vista della campagna elettorale, non passa più il tempo a pensare al futuro del mondo e dell’Italia. Ha deciso che basta così. Si prepara a disertare le urne. Disgustato, indignato, o semplicemente indifferente. È la fase dell’impolitica, l’ha definita l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky sulla Stampa, «la fase suprema dell’antipolitica, quando non si crede più neppure al populismo»: «L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata “contro”: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare, è un atteggiamento in un certo senso attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace». Un intellettuale lontano da Zagrebelsky come Ernesto Galli della Loggia è arrivato alle stesse conclusioni: «Certo, dietro l’astensione ci sarà in molti casi il torpore, l’eco tuttora viva di un antico qualunquismo. Ma sempre più spesso sembra di percepire in essa un sentimento ben diverso: qualcosa che assomiglia a una rassegnata disperazione. O forse meglio una disperata rassegnazione. La rassegnazione al vuoto politico», ha scritto sul Corriere della Sera (11 novembre). Un senso di stanchezza e di rabbia, o mancanza di fiducia nella politica e nella sua utilità, rilevato in tutte le ultime consultazioni elettorali: in Sicilia alle elezioni regionali del 5 novembre ha votato il 46 per cento degli aventi diritto; nel decimo municipio di Roma, a Ostia, addirittura il 36 per cento. Certo, si votava per il presidente e per il parlamentino di quelle che fino a qualche anno fa si chiamavano circoscrizioni. Ma tre anni fa, quando andò al voto la regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna, il risultato non fu molto diverso: appena il 37 per cento dei votanti, nella terra dove la partecipazione politica è considerata un pezzo dell’identità individuale, non solo collettiva. Eppure in pochi, a sinistra, colsero il segnale di allarme. Anche perché i politici di ogni colore preferiscono contare i voti di chi va alle urne, non si interessano a chi resta a casa. Sbagliando, quasi sempre, ancora di più se a commettere l’errore sono gli strateghi delle varie formazioni di sinistra o di centro-sinistra. Perché è sempre più evidente che è lì, nel cuore dell’elettorato impegnato o post-impegnato, che si muove la tentazione del non-voto o comunque del disimpegno. Il Neo-disimpegnato di sinistra, oggi potenziale astenuto, nei decenni passati si è mobilitato per tutte le cause possibili: è stato via via operaista, ambientalista, femminista, pacifista, girotondino. Ha sfilato con la Cgil di Sergio Cofferati e con il movimento di Nanni Moretti, è stato anti-berlusconiano, prima ancora anti-craxiano e nella notte dei tempi, ormai, anti-democristiano, e ovviamente è stato comunista. Ha portato la lotta come una moda, ma in realtà è sempre stato moderato. Per una certa generazione il tempo si è fermato, forse, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer, nel 1984, come è successo al personaggio del romanzo di Walter Veltroni “Quando”, che entra in coma durante le esequie di massa, l’ultima manifestazione autenticamente popolare del Pci, e si risveglierà trentatré anni dopo in un mondo mutato e irriconoscibile. «Era finito il partito, non quella voglia di cambiare il mondo, vero?», domanda inquieto nel romanzo Giovanni (in una precedente opera narrativa veltroniana di undici anni fa, “La scoperta dell’alba”, il protagonista si chiamava profeticamente Giovanni Astengo). In un’altra pagina Giovanni incontra il food, «ristoranti cinesi, indiani, giapponesi, thailandesi. Cibi prodotti nel rispetto dell’ambiente e degli animali. Per il suo sistema di valori, almeno nel mangiare, il socialismo, in questi trentatré anni, sembrava davvero essersi realizzato». Almeno a tavola, dove, si sa, finiscono le rivoluzioni. Il Neo-disimpegnato ha celebrato con riluttanza i quarant’anni del Settantasette e altrettanto si prepara a fare con i cinquant’anni del Sessantotto. Appagato di sé e del suo presente e futuro personale e professionale, (…), non ha più tempo e voglia di occuparsi del mondo che nel frattempo è sempre grande e terribile, ancor più di prima. Di fronte a questa impossibilità di capire e di provare coinvolgimento per quello che un tempo era la sfera delle passioni più forti, la politica, il Neo-disimpegnato preferisce ritirarsi nel suo lavoro, nella coltivazione di soddisfazioni minori e strettamente personali. E rifiuta di continuare a essere quello che è stato per molti anni: un punto di riferimento, una bussola di orientamento, qualcuno che aveva qualcosa da dire. Quel qualcosa oggi non c’è, non c’è più, e quel che c’è forse imbarazza dirlo: ecco perché molti intellettuali negli ultimi anni hanno scelto la strada del silenzio, dell’afasia che nasconde in alcuni casi una difficoltà di capire e il pudore di intervenire su questioni che non si comprendono più, in altri un adagiamento definitivo sulle comodità del tempo presente, le loro, sia chiaro, e sull’impossibilità di cambiarlo. C’è poi l’astenuto di sinistra per così dire militante. Il contrario del disimpegnato o del qualunquista. Quello che non va a votare per scelta, per segnalare la sua presenza, per partecipazione viscerale, la reazione ai tormenti esistenziali cui lo stanno sottoponendo da anni i massimi leader e i piccoli capetti della sinistra italiana. E che trova nelle cronache di questi giorni e di queste settimane nuovi motivi per stare lontano dalle urne.

domenica 14 gennaio 2018

Quodlibet. 48 “Una scuola che insegni a pensare”.



Da “Una scuola che insegni a pensare” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 14 di gennaio dell’anno 2017: Era l'auspicio di Kant, ma per realizzarsi ha bisogno di insegnanti autorevoli. E di genitori che smettan di sostenere l'indolenza dei propri figli. Al di là di tutte le riforme della scuola che immancabilmente si introducono a ogni cambio di Ministro, i mali della scuola sono arcinoti, ma non si vogliono vedere nonostante la loro evidenza. Il primo è costituito dagli insegnanti, molti dei quali o non conoscono la loro materia, o non la sanno comunicare nel modo giusto, o non sono abbastanza carismatici da affascinare i ragazzi che, solo se affascinati, trovano gusto e passione per lo studio. Quando si ha carisma, da cui deriva un'automatica autorevolezza, la disciplina non è un problema, e quando lo è, ciò è dovuto al fatto che il professore non è all'altezza del compito. Il secondo problema sono i genitori i quali, dopo che non hanno mai detto un no ai loro figli, e mai hanno chiesto loro un sacrificio, per non avere conflitti in famiglia, invece di riprovare la loro condotta indolente (eufemismo per non dir di peggio), riprovano la condotta dei professori che, con le loro valutazioni, richiamano i ragazzi a un minimo (e dico minimo) impegno. Facendo i sindacalisti dei figli, i genitori pensano di garantirsi il loro affetto e la loro stima, quando invece altro non garantiscono che un apprezzamento per la loro indolenza. Il diritto allo studio va assicurato solo a chi ha davvero voglia di studiare, dopo aver dato a tutti la possibilità di farlo e di assaporare il piacere e il sacrificio che lo studio richiede. Quanto alla filosofia è ovvio che, al pari delle lingue straniere, sarebbe utile praticarla fin dalle elementari, alle quali i bambini accedono avendo già avuto modo di porsi le domande filosofiche di quella stagione dei "perché" (4 anni), quando chiedevano: "Perché se la terra che è rotonda e gira intorno al sole, noi non ci capovolgiamo?", oppure: "Come fa a esistere Dio se non ha una mamma che l'ha messo al mondo?". Questo tipo di domande non ricevono mai una risposta seria e alla portata della loro età; i genitori non hanno mai tempo, o non sapendo come rispondere chiudono con: "Quando sarai grande capirai". Così il bambino interiorizza che le domande che fanno pensare non sono interessanti (visto che nessuno le prende in considerazione), per cui è meglio non porsele e vivere spensieratamente (senza pensieri, quindi da superficiali, per non dire da deficienti). La filosofia non è solo, e neppure soprattutto, una materia scolastica. È un atteggiamento, un modo di stare al mondo che stabilisce una differenza tra chi si pone problemi, non solo teorici, ma anche pratici, e cerca una soluzione, e chi non se li pone, e quando gliene capita uno non ha strumenti per affrontarlo e neppure capisce se è un vero problema o no. E questo vale anche per il dolore, a proposito del quale Eschilo diceva che "È un errore della mente". La mente, infatti, se ha solo quattro pensieri in testa, non ha strumenti per affrontare il dolore, oppure, ancor peggio, il dolore è tanto più acuto quanto meno si è capaci di relativizzarlo, dal momento che l'orizzonte della nostra coscienza è troppo angusto, perché ci si è tenuti per tutta la vita, e magari con orgoglio, lontani dalla cultura.

venerdì 12 gennaio 2018

Cronachebarbare. 49 “La scomparsa del ceto medio”.





Se dovessi dare una data e segnare quindi l’inizio del mio personale impegno a contrastare, nel mio piccolo, anzi nel mio “piccolissimo”, la “deriva” politico-istituzionale-sociale del bel paese troverei facilmente la risposta: 27 di giugno dell’anno 2003, allogato com’era questo blog su di un’altra piattaforma. A quella data risulta il mio primo post sfacciatamente “controcorrente”, da bastian contrario. Non che prima di quella data me ne stessi buono buono, zitto zitto. Avevo intuito, e non era una percezione ma una terribile consapevolezza, che l’eredità lasciata al bel paese dal latitante socialista in terra d’Africa sarebbe stata delle più disastrose in termini di tenuta e rinvigorimento degli istituti democratici e della vita associata. La cosiddetta nefasta “discesa in campo” – a datare dall’anno 1994 – aveva consolidato infatti la mia consapevolezza che tutto non sarebbe stato più come prima. Importanti, ingombranti ed inquietanti personaggi salivano sul podio di regia della cosa pubblica. Con quali interessi? Con quale formazione politico-istituzionale personale? Per fare cosa? Per un dovere storiografico, detto senza albagia, ma nel rispetto della storia piccola piccola, minima, minuta anzi, che ciascuno di noi è riuscito a scrivere in questi anni tormentati, trascrivo quel post del 27 di giugno dell’anno 2003: “A seguito delle singolari vicende parlamentari che hanno portato il Paese a dotarsi di una legge tutta speciale che vale solo per cinque persone. Stiamo smarrendo la nostra identità e con essa anche la possibilità di costruire una sempre più civile convivenza. La civile convivenza di un Paese, di un qualsiasi Paese di questo pianeta, deve avere dei tratti fondamentali che ne impregnino tutto il tessuto civile, le istituzioni, il ragionare collettivo che, seppur diversificato, riconosce in quei tratti fondamentali il suo tratto caratteristico, il suo collante indiscutibile. Trovo allora confortante proporre una "spiga d'oro" di un altro "grande vecchio", Paolo Sylos Labini, raccolta da una sua pubblicazione recente "Diario di un cittadino indignato". Essa, in un momento così difficile per il nostro Paese, potrà essere memoria e guida per una pronta riscossa: "(...). La cultura è l'elemento unificante di una società e nella cultura rientra l'arte. (...) Ma, per la società, non meno importante è l'onestà civile della gente di ogni livello; è l'onestà civile diffusa che rende vivibile una società. L' autostima a livello popolare e la stima degli altri paesi sono la base dell'amor di patria e dell'orgoglio di appartenere ad una comunità. Esortazioni, gare sportive e festeggiamenti non sono inutili, ma senza quella base sono addirittura dannosi, perché pongono in risalto il contrasto fra l'apparire e l'essere, e l'amor di patria, quando c'è ipocrisia, invece di crescere diminuisce ulteriormente. (...)”. Così scriveva Paolo Sylos Labini. Così la pensava quel grande vecchio. Siamo divenuti orfani oramai dei grandi Maestri. Da quella data, ma ancor prima, ne è venuto un impegno personale che a tutt’oggi non scema, sentendo sempre di più i sinistri rumori che avvertono di un “ruinare” della Italia. Un’unica grande consolazione: essermi ritrovato in numerosissima compagnia, di persone anche di grandissima levatura morale, intellettuale e civile. Sul versante della necessaria, ancor oggi, denuncia pubblica della nefasta opera di imbarbarimento delle istituzioni tutte derivante da quell’infausta “discesa in campo”, imbarbarimento che ha coinvolto anche la vita associativa nel bel paese, ho trovato interessante, a quel tempo – della sua pubblicazione - come al tempo presente, l’attenta analisi del professor Paul Ginsborg, analisi pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 16 di ottobre dell’anno 2010 – nello stesso giorno il testo veniva letto a Firenze nel corso  del convegno "Società e Stato nell’era del berlusconismo" - col titolo “La scomparsa del ceto medio”.  Di seguito la trascrivo in parte:

giovedì 11 gennaio 2018

Primapagina. 61 “Quei ragazzi (choosy) del ‘99”.



Bolsa retorica a gogò. Dal più alto colle capitolino. Da “Come dire ai giovani: vi è andata di culo” di Alessandro Robecchi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di gennaio 2018: (…). …quando il presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha ricordato che a marzo voteranno per la prima volta i ragazzi del ’99 (inteso come 1900) e ha tracciato un sottile paragone con i ragazzi del ’99 (inteso come 1800) che vennero mandati nelle trincee della Grande  Guerra, la sensazione è stata quella di camminare su un terreno insaponato. Sottotesto: le cose non vanno benissimo, ma ricordatevi che oggi avete diritto di voto, pace, Youtube e telefonini, mentre cento anni fa, alla vostra età, si andava a morire per la patria (ultima vittoria registrata dai libri di storia, peraltro). Paragone storico giustificato solo dall’assonanza dalla data, ovviamente, perché tutto il resto c’entra – senza polemica e anzi con un po’ di leggero divertimento – come i cavoli a merenda. Un po’ come dire, ehi, ragazzi del ’99, pensate che culo che avete oggi che potete alzarvi alla mattina e andare a votare, mentre i ragazzi del 3099 avanti Cristo passavano le loro giornate a scheggiare le pietre per fabbricare frecce e andavano a cacciare i mammut senza nemmeno il jobs act o l’alternanza scuola-lavoro. Beh, in effetti, a vederla così, è un bel salto in avanti. Anche i ragazzi del 1609 ebbero i loro rovesci del destino: nemmeno il tempo di compiere diciotto anni ed ecco la peste, quando si dice la sfiga. Per non parlare dei ragazzi del 1879, che a diciott’anni si misero in mente la balzana idea di chiedere diritti, lavoro e socialismo e vennero falciati, a Milano, dalle mitragliatrici di Bava Beccaris… Ok, ok, si sta meglio adesso: il vecchio trucco di consolarsi con le sfighe del passato funziona sempre. Nel 1979, per esempio, questo articolo l’avrei scritto con la macchina da scrivere, nel 1909 a mano con il calamaio, nel ’99 avanti Cristo su fogli di papiro e prima ancora sulle tavolette di cera, che poi spedirle al giornale, sai che casino. Dei ragazzi del ’99, quelli ricordati con orgoglio nazionale da Mattarella, tra l’altro, si ricorda il successo a Vittorio Veneto (un micidiale contropiede alla Ronaldo, dopo Caporetto), insomma, li si ricorda perché contribuirono a una vittoria, mentre si potrebbe anche ricordare che furono mandati in trincea a calci nel culo, obbligati, coscritti pena la galera per diserzione, persino molti ragazzi del ’99 per cui l’Italia, il re, Trieste, erano faccende lunari e lontanissime. Di quei ragazzi si ricorda il risultato finale (vittoria!) ma quasi mai le angherie subite, le rivolte contro i propri stessi ufficiali (leggere Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, strepitosa cronaca di quei massacri), persino la satira (“Il general Cadorna / ha detto alla regina / se vuoi veder Trieste / guardala in cartolina”). Dicono i sondaggi che i ragazzi del ’99, intesi come Novecento, andranno a votare se va bene nel trenta per cento dei casi, uno su tre, e questo perché non si può obbligarli come si fece, mandandoli in trincea, con quelli di cent’anni fa. Il paragone, insomma, non regge. Ai ragazzi del ’99, anche se vinsero, non andò poi benissimo: se sopravvissuti alla grande mattanza del 15-18 ebbero poi 39 anni alla data delle leggi razziali, e dai 40 ai 45 nella seconda guerra mondiale. Come viatico per il futuro, diciamo, il Carso non fu granché, speriamo che le elezioni del 4 marzo, come portafortuna, funzionino un po’ meglio. Usare la storia passata per consolarsi dell’oggi rimane però una tentazione troppo forte. Parlo di nonni, genitori a corto di argomenti, professori convinti che oggi si stia meglio di ieri e che domani si starà meglio di oggi (cosa decisamente smentita dall’andamento dell’economia, che certifica i figli oggi meno sicuri e fiduciosi dei loro padri ieri). Insomma giocare col passato per dire del presente è affascinante, ma non funziona sempre, anzi. I ragazzi del ’99 (inteso come Novecento), pur disoccupati, sottopagati, precari, incerti sul futuro, spronati a lavorare gratis perché “fa curriculum” stanno meglio dei ragazzi del ’99 (inteso come 1100) che partirono per la quinta crociata e finirono spesso sbudellati dagli infedeli. Innegabile. Che un giovane operatore di call center oggi stia meglio di Pietro Micca (specie dopo l’esplosione) è difficilmente contestabile, così come uno che partecipa al concorso per aspiranti bidelli o infermieri (tipo: ottomila concorrenti per tre posti disponibili) sia meno disperato di un adolescente precolombiano all’arrivo di Pizarro è abbastanza evidente. Però è un po’ troppo facile. Risultato: non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, no, no, si stava proprio peggio, e adesso si sta benone e andate a votare che fa bene alla salute. Quanto ai ragazzi del ’49 (inteso come 900), che compirono diciott’anni nel 1968 e assistettero e parteciparono a un tentativo di cambiare gli equilibri del mondo, sognavano la “fantasia al potere” e altre amenità che oggi sembrano lontane come una carestia nell’anno Mille o una guerra nel Medio Evo. La fantasia chissà dov’è (maddai! Un’app ci sarà di sicuro, no?), ma il potere è ancora lì, sempre lui, anche quando è sereno, tranquillo, rassicurante, un po’ noioso, a dirci di non lamentarci troppo, perché cent’anni fa si stava peggio, signora mia!

venerdì 5 gennaio 2018

Terzapagina. 10 “Patria&sinistra”.



Da “Pure a sinistra serve l’amor di patria” di Maurizio Viroli, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 4 di gennaio 2018: (…). Sinistra e patriottismo sono tradizioni politiche e ideali che, nella nostra storia, in pochi casi hanno camminato insieme; spesso si sono guardate con reciproca diffidenza o apertamente combattute. La sinistra di ispirazione marxista e internazionalista ha sempre considerato il patriottismo una delle tante maschere che la borghesia ha indossato per ingannare il popolo, coprire i propri interessi, giustificare l’espansione coloniale; la sinistra di ispirazione cristiana lo ha giudicato un’ideologia che offende l’ideale della pace e della fratellanza dei popoli; la sinistra d’ispirazione illuministica lo ha disprezzato come una cultura rozza in contrasto con il cosmopolitismo illuminato dalla ragione. Con il bel risultato di avere una sinistra inetta a rappresentare le aspirazioni dei molti che si sentono e vogliono restare italiani e un patriottismo degenerato in nazionalismo nemico degli ideali di libertà e di giustizia sociale, razzista, inebriato di idee di falsa grandezza. Se invece la sinistra abbracciasse finalmente, con sincera convinzione nata da una seria riflessione storica e ideale, la migliore tradizione del patriottismo italiano, si candiderebbe ad essere davvero forza di governo, e non forza di occupazione del governo, e potrebbe soprattutto tentare l’ardua, ma grande, impresa della rinascita civile dell’Italia. Provo a sostenere queste affermazioni con qualche argomento (…). Chiarisco, in primo luogo, che quando parlo della migliore tradizione del patriottismo opero una precisa distinzione fra le varie teorie e scelgo quella che meglio di ogni altra ha saputo interpretare il concetto di patria italiana come ideale di libertà e di giustizia sociale che comanda il rispetto di tutti i popoli e impone di sostenere la lotta degli oppressi contro i padroni del mondo ovunque, chiunque essi siano. Mi riferisco, com’è ovvio a Giuseppe Mazzini che ci ha lasciato una teoria dell’amor di patria che anche i più autorevoli critici del patriottismo oggi riconoscono come una valida visione per la lotta contro le diseguaglianze sociali; a Carlo Rosselli che capì meglio di altri quale tragico errore commisero socialisti e comunisti a rinnegare il sentimento popolare dell’amor di patria; a Alcide De Gasperi che rammentava ai cristiani che “il nostro patriottismo non nasce dall’odio, ma dall’amore. Nasce dall’amore, cioè dal dovere della solidarietà e della fraternità”; al presidente Carlo Azeglio Ciampi che con le sue parole seppe fare ritrovare a tanti giovani, l’ho constatato di persona, il vero significato dell’amor di patria. Soltanto chi ha questo amor di patria ha la legittimità morale per governare. Chi non l’ha può, tutt’al più, occupare il governo. A meno che qualcuno mi spieghi come può fare il bene dell’Italia chi non l’ama e ami in primo luogo il proprio tornaconto o, il che è quasi paggio, il proprio partito. Amare la patria secondo i maestri che ho citato (e tanti altri potrei menzionare) vuol dire volere il bene dell’Italia consapevoli dei suoi vizi storici ma anche delle sue energie morali e intellettuali; volere che sia libera, che non sia dominata da padroni, che difenda i diritti dei cittadini ed esiga il rispetto dei doveri, che sappia premiare chi merita di essere premiato e punito chi merita di essere punito, che sappia essere rispettata dai popoli del mondo perché giusta e generosa. Ho sostenuto, infine, che soltanto una sinistra guidata dall’amor di patria può tentare l’impresa della redenzione civile dell’Italia perché i popoli rinascono quando i loro cittadini migliori sanno ispirare e stimolare nuove energie morali. Il mio, per quel che vale, è ragionamento da realista: per ispirare e stimolare energie morali occorrono esempi del passato da citare, miti da riscoprire, eventi da evocare, pagine da rileggere insieme. Tutto questo potrebbe trarre con poca fatica chi sapesse e volesse imparare la lezione dei nostri migliori patrioti, a condizione che abbia animo grande e passione sincera per la libertà. Chi non crede nella forza delle memorie e degli esempi non conosce la storia. A dare ai nostri migliori antifascisti la tenacia per lottare e sacrificarsi nella lotta contro il regime di Mussolini (sostenuto da quell’essere spregevole che fu Vittorio Emanuele III) furono in buona misura le memorie del Risorgimento. Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti aveva fra i suoi riferimenti ideali il Presidente Lincoln. Dimenticare chi ha sofferto perché noi potessimo vivere liberi, oltre ad essere scelta da dissennati, è comportamento da ingrati. Gli ingrati non redimono la patria; la uccidono.