"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 12 ottobre 2017

Paginatre. 97 “L’État c’est moi”.



Da “Lo Stato è morto. Viva lo Stato” di Carlo Galli, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” dell’8 di ottobre 2017: (…). La lotta contro lo Stato continua: ai colpi ricevuti dalla globalizzazione, alla cessione volontaria di sovranità economica e alla difficoltà di gestire l’immigrazione e il multiculturalismo, si aggiungono tentativi di frantumare lo Stato nazionale nello Stato etnico, di trasformare una più grande comunità in piccole patrie. Le rivoluzioni non lo hanno distrutto. Quasi ci è riuscito il capitalismo. E la voglia crescente di piccole patrie. (…). Dunque si avvicina quella morte dello Stato - del «dio mortale», come lo ha definito Hobbes - che da più di un secolo è stata proclamata dall’anarchismo, e anche da qualche pensatore della destra radicale, una morte in realtà fino ad ora differita, benché la salute del Leviatano sia diventata sempre più cagionevole? Lo Stato, un tempo signore della guerra, della giustizia, dell’ordine pubblico, della moneta, del fisco, è sulla via d’essere fatto a pezzi? Vediamo meglio. Certamente, lo Stato è una costruzione storica, e non può pretendere per sé l’immortalità. È un’invenzione della fantasia istituzionale dell’Occidente, dopo la Città e l’Impero; e proprio contro le repubbliche cittadine e gli imperi tradizionali si afferma in Europa, con i suoi attributi essenziali - sovranità, popolazione, territorio -, in un arco di tempo che varia dal XVI al XIX secolo. Alla sua origine c’è l’esigenza di portare la pace nel nostro continente, devastato dalle guerre di religione che hanno seguito le riforme protestanti: una pace che consentisse ai cittadini di vivere una vita relativamente tranquilla e di «godere dei frutti dell’industria» (è ancora Hobbes che parla). A questo scopo il potere viene sempre più centralizzato, unificato e intensificato, e la società sempre più spoliticizzata, e svuotata dei tradizionali corpi intermedi che la costituivano; si rafforzano i confini, e si distingue nettamente fra interno ed esterno, fra regno del diritto e spazio della guerra e della conquista coloniale. Lo Stato assorbe in sé tutta la politica, fino a credersene il monopolista, fino a diventare sinonimo di “pubblico”. Oltre che essere l’arena della lotta politica - lo Stato assurge a protagonista, a destino, della politica moderna. Le forme politiche alternative - interne esterne: i partiti, i movimenti, le federazioni - lo attraversano, lo scuotono, lo indeboliscono, ma non lo distruggono. È nello Stato, oltre che nella tecno-scienza e nel capitalismo, che la modernità esibisce il proprio talento creativo. È anzi lo Stato, con la sua coerenza organizzativa, uno dei fattori della crescita del mercato, prima interno e ben presto mondiale. È lo Stato - un’invenzione politica destinata a essere esportata e imitata in tutto il globo - una delle cause della moderna superiorità materiale europea sul resto del mondo. Ma come funziona lo Stato? È uno strumento, certo: ma uno strumento importante per un fine importante. La pace e la sicurezza attraverso il monopolio sovrano della violenza legittima all’interno; la stabilità delle relazioni economiche e sociali; la prevedibilità, attraverso il diritto e la burocrazia, dei rapporti fra i cittadini, e fra questi e il potere supremo; la piena cittadinanza, attraverso la rappresentanza politica; la difesa dei diritti attraverso il costituzionalismo. È insomma una nuova e potente figura della ricerca dell’utilità privata e pubblica. Individui moderni e Stato moderno stanno insieme, nemici fraterni, legati dal comune interesse alla razionalità del comando e alla razionalità dell’agire (e quindi legati dalla opposizione alle pretese dell’autorità religiosa), e divisi dalla lotta per stabilire i confini tra la sfera della libertà e quella dell’obbedienza, tra indipendenza e organizzazione, tra cittadino e potere. Ma attraverso lo Stato non si manifesta solo la volontà di potenza dei molti e dell’Uno. Lo Stato non è solo un affare, o un artificio, ma è anche un simbolo, una produzione di senso, uno strumento di identificazione collettiva in una storia, in una lealtà comune: è un collettivo riconoscimento di legittimità. Ciò è vero per i sudditi dello Stato dinastico del Seicento e del Settecento, e ancor più per i “figli della patria”, per i cittadini della nazione rivoluzionaria e repubblicana che tagliano la testa al re e stabiliscono nuove istituzioni fondate sulla legittimità del popolo, sulla democrazia e sulla rappresentanza.
La rivoluzione borghese fonda lo Stato su basi nuove, non lo elimina. E dimostra che lo Stato, unico fra i grandi ritrovati moderni, benché non nasca democratico può essere democratizzato attraverso quel grande fenomeno anch’esso moderno che è la rivoluzione, l’attacco allo Stato che lo sovverte e al tempo stesso lo rafforza. Infine, lo Stato oltre a essere veicolo di stabilità e di identificazione è anche veicolo di redistribuzione della ricchezza, di cura e tutela della società, di nutrimento del popolo. Lo Stato nazionale, lo Stato democratico, è destinato a essere anche Stato sociale, ad amministrare il Paese, a somministrare cura al corpo sociale. Lo Stato keynesiano dei “Trenta gloriosi” era appunto tutto ciò: una invenzione di pace, di inclusione, di controllo democratico delle tensioni e delle contraddizioni sociali, che realizzava le premesse dello Stato moderno. Che, si badi bene, è tuttavia sempre duplice, a due facce. È una stabilità che contiene movimento (la società con le sue forze economiche e con le sue ideologie politiche), è una pace interna garantita da un potere che può sempre fare guerra all’esterno poiché il Noi creato dallo Stato si contrappone a Loro, è un sistema giuridico di sicurezza e di prevedibilità sostenuto da una potenza politica (la sovranità) che tende a farsi autonoma rispetto alle logiche umanistiche o utilitaristiche che la fondano. Insomma, lo Stato è una macchina al servizio dell’uomo, ma è anche un mostro minaccioso, che - con le armi della tecnica, della burocrazia, della legalità persecutoria - può riaprire contro i cittadini quel conflitto che doveva neutralizzare. Da fattore di progresso, da passo avanti in uscita dallo “stato di natura”, dall’irrazionalità e dal conflitto, lo Stato può trasformarsi anche in fattore di barbarie, di regresso atavico rafforzato dalla potenza ultramoderna della tecnica: l’ imperium rationis , il regno della ragione, può diventare una giungla. Il Leviatano da protettivo può trasformarsi nel mostro del disordine, Behemoth (che è il titolo di un’altra opera di Hobbes); o può rivelarsi come il più freddo dei mostri, secondo l’intuizione di Nietzsche. Nella tradizione socialista e anarchica questo rischio è una certezza: lo Stato, come Dio, è sempre una falsità e un inganno. La sua universalità, la sua razionalità, sono mistificazioni ideologiche che celano la sua parzialità, la sua origine di classe, la sua natura oppressiva. Lo Stato, invenzione borghese, non si riforma: si spezza con la rivoluzione. Il che non è certo avvenuto, se è vero che gli Stati socialisti anziché deperire ed estinguersi hanno rafforzato oltre ogni limite la propria potenza politica totale sulla società. Ma dove non sono riuscite le rivoluzioni borghesi e quelle proletarie è quasi riuscito il capitalismo. Potente fattore di mobilitazione, di instabilità e di proiezione fuori delle frontiere, il capitalismo sul finire del XX secolo ha rifatto il mondo, ha determinato il crollo degli Stati più tradizionali, quelli comunisti, ha rotto, all’interno, l’alleanza con lo Stato sociale e lo ha contestato radicalmente in nome dell’efficienza, del merito, della disuguaglianza creatrice, ha perforato i confini rendendo quasi obsolete le categorie di interno e di esterno, ha screditato, insieme allo Stato, la stessa politica, a cui ha voluto sostituire la governance. La disciplina leader, la dimensione decisiva, è diventata l’economia, nuovo “destino” dell’umanità. In realtà le cose sono andate un po’ diversamente: il capitalismo di maggiore successo, quello cinese, si fonda su uno Stato autoritario, e la forma globale del capitalismo ha prodotto crisi e contraddizioni che nessuna governance controlla davvero. E ciò, in Occidente, ha comportato che contro gli Stati i popoli abbiano avanzato una dura protesta antipolitica, ma al tempo stesso abbiano posto domande di nuova politica, di nuova protezione, di nuova identità, di nuova e più giusta distribuzione. Queste domande sono definibili, secondo i casi, populiste, sovraniste, secessioniste; ingenue o scaltre che siano, implicano, oltre che un disagio profondo verso lo Stato e la democrazia che a esso si appoggiava, anche la richiesta di un nuovo ordine politico, che ridefinisca i criteri di inclusione e di esclusione, il dentro e il fuori. Più che della fine dello Stato si tratta quindi di una sua nuova dislocazione, su un’altra scala: più piccola, etnica o municipale, in alcuni casi (quando regioni ricche non vogliono più contribuire alla redistribuzione della ricchezza entro un certo territorio); più vasta, federativo-continentale, o imperiale, secondo altre prospettive. Il piccolo Stato, la piccola patria, oggi è per molti una soluzione più seducente: sembra possa comportare una riduzione di complessità, e restituire alla politica il suo ruolo protettivo e propulsivo. Resta tutto da vedere se una balcanizzazione della penisola iberica - e in prospettiva anche di altre aree d’Europa - sia fattore di stabilizzazione o accresca l’instabilità. Se cioè i piccoli Stati, con i loro radicamenti etnici, finiranno per essere gusci di noce nelle turbolenze economiche e politiche mondiali o piuttosto noccioli duri di una esistenza più democratica ed equilibrata. È in ogni modo certo che anche il piccolo Stato è uno Stato; e ciò significa che lo Stato come forma politica è un’Araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri. È strumento, è mortale, ma resta al tempo stesso un destino; forse il futuro politico è in qualche forma di federazione imperiale, ma il presente è ancora dello Stato. Tanto indispensabile che quando quello vecchio appare non più funzionante non si riesce a pensare che a farne uno nuovo.

Nessun commento:

Posta un commento