"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

sabato 30 settembre 2017

Quodlibet. 21“Dal pigro storytelling alla «transistorizzazione» della politica”.



Da “Se la politica perde se stessa” di Christian Salmon, pubblicato il 30 di settembre dell’anno 2016 sul quotidiano la Repubblica: Jorge Luis Borges evoca, in uno dei suoi testi più famosi e divertenti, una certa enciclopedia cinese secondo cui gli animali si dividono in: «a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) maialini da latte, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi nella presente classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che fanno l’amore, n) che da lontano sembrano mosche»… Ho ripensato a questo testo del grande scrittore argentino osservando il moltiplicarsi dei candidati alle primarie che designeranno i rappresentanti dei partiti (…). Ma siamo onesti, non è una specialità francese. Il processo delle primarie favorisce la moltiplicazione delle candidature in seno a uno stesso partito, e talvolta perfino in seno a una stessa tendenza. Per dare conto di una simile proliferazione di candidature analoghe e cercare di distinguere fra postulanti così simili gli uni agli altri, i media fanno ricorso a metafore ispirate agli universi e ai riti del combattimento o del cimento: dalla corsa a ostacoli (ciclistica o ippica) alla competizione sportiva, al conflitto di archetipi (la forza di Achille, l’astuzia di Ulisse), allo spettacolo, alla serie tv ( House of Cards, Il trono di spade), o ancora al cronotopo della marcia con le sue figure associate (la traversata del deserto, l’ascensione ai vertici, lo stallo, la deriva, la caduta). L’uso della metafora nel discorso politico non è certo nuovo, ma tende a rafforzarsi quando gli obiettivi politici o ideologici si fanno meno marcati e il personale politico, per forza di cose, diventa più omogeneo. Quando più nulla differenzia un candidato dall’altro sul piano ideologico o politico, bisogna trovare altre maniere per distinguerli, fuori dall’ambito della razionalità politica, in universi narrativi e registri linguistici diversi dalla sintassi politica. Nell’accavallarsi delle candidature, l’elemento che fa la differenza è la freschezza del segno: lo scintillio di un tweet, di un’immagine o di un semplice accessorio.

venerdì 29 settembre 2017

Quodlibet. 20 “Caste e corporazioni”.



Dall’indimenticato Alberto Statera I poteri forti si sono estinti ora restano solo caste e corporazioni”, pubblicato sul settimanale “A&F” del 29 di settembre dell’anno 2014: Torna il tema sempreverde dei Poteri Forti, che da vent’anni è usato a proposito e a sproposito, quasi sempre come un alibi per le cose mirabolanti che la politica vorrebbe fare per il paese, ma che forze potenti e oscure impediscono. Stavolta il topos è ricomparso nella missione americana di Matteo Renzi, il quale a New York, davanti alla comunità italiana e al sindaco De Blasio, ha proclamato: «Per rifare l’Italia siamo pronti, se servirà, a condurre battaglie in Parlamento e a sfidare i Poteri Forti». Correva l’agosto del 1994 quando Pinuccio Tatarella, vicepresidente del Consiglio di AN nel primo governo Berlusconi, aggiornò la vecchia propaganda fascista sul complotto «demo-pluto-giudaico-massonico» in un’intervista a Dario Cresto-Dina per «La Stampa», lanciando la locuzione Poteri Forti. «Oltre all’istituto governo- spiegò- c’è l’istituto extra-governo, la vera ombra, quelli che io chiamo i Poteri Forti». E non esitò a enumerarli: «La Corte Costituzionale, il Csm, Madiobanca, i Servizi segreti, la Massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali, la grande industria privata». Quella lista appare oggi quasi come una triste congerie di poteri alquanto lesionati: la Corte Costituzionale emette sentenze che fatica a far rispettare; il Csm annaspa nella crisi della magistratura; Mediobanca non ha più Cuccia ed è in dolorosa ristrutturazione; i Servizi segreti tra una riforma e l’altra sono un nido di scandali; la Massoneria è percorsa da fratelli-coltelli; l’Opus Dei non sembra passare indenne nel ciclone di Papa Francesco; la Banca d’Italia non stampa più moneta e non riesce neanche più ad esercitare la moral suasion nei confronti delle banche; i grandi gruppi editoriali attraversano una crisi senza precedenti; la grande industria privata non ce la fa ad affrontare le sfide della globalizzazione. E allora chi sono i Poteri Forti evocati da Renzi, che - se vogliamo - sembra al momento il potere più forte che ci sia, sommando in sé il comando del governo e del primo partito italiano?

giovedì 28 settembre 2017

Primapagina. 46 “Frau Angela Merkel”.



Da “Cinismo e morale di Angela Merkel” di Bernardo Valli, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 24 di settembre 2017: La virtù di Angela Merkel è di non assomigliare a nessuno dei suoi predecessori alla Cancelleria, e a nessuno dei governanti nelle capitali che contano. L’apparente mancanza di carisma è assai più efficace del carisma ostentato dagli attori politici nella nostra civiltà delle immagini. Il suo essere “normale” colpisce di più. Rivedo gli appunti mentali, i ricordi dei frequenti soggiorni in Germania, in quella comunista dell’Est e in quella federale e democratica dell’Ovest. Della prima mi è rimasto impresso il grigiore che avvolgeva anche i monumenti solenni e i paesaggi fiabeschi. Ed è là che Angela Merkel è cresciuta con il padre pastore luterano, rinchiuso in una dignità individuale ed esposto a un’ambiguità politica, e con una più espansiva madre, professoressa di inglese alla quale fu impedito di insegnare la lingua “capitalista”, in quanto moglie di un religioso. Nel mondo comunista Angela è stata una studentessa eccellente, soprattutto in matematica e in russo, prima di diventare una ricercatrice di fisica, politicamente agnostica. Nella Germania federale, riunificazione in corso, è stata assorbita con una rapidità sorprendente, quando aveva già trentasei anni, da una carriera politica che l’ha condotta a governare per tre legislature, una dopo l’altra, dal 2005, una grande società democratica, e a essere la donna con più potere nel mondo. La cancelliera non si è mai del tutto spogliata del grigiore dell’Est: l’ha conservato nell’abbigliamento, nei gesti, nel linguaggio, nel maquillage. Anche se da quando è cancelliera ha abbandonato la frangia piatta per dare volume ai capelli, ed è seguita da una persona che si occupa del suo trucco. Questi accorgimenti non hanno alterato l’esibita ineleganza, alla quale ha saputo dar classe, trasformandola in una dignitosa sobrietà che non ha nulla di zitellesco. L’espressione è quasi sempre sorridente. Ma Angela non ha nascosto le lacrime le rare volte in cui le hanno rigato le guance. Con le collaboratrici più strette assume atteggiamenti comici per imitare i personaggi appena incontrati. Dai solenni spazi della Cancelleria si trasferisce ogni sera al penultimo piano di un edificio che ne conta cinque. Sulla porta c’è il nome del marito, Prof. Dr Sauer, e i passanti ignorano perché all’ingresso ci sono due poliziotti. Angela fa spesso la spesa da sola non lontano da casa, prima della chiusura, nel piccolo supermercato a Mitte, sulla Mohrenstrasse. Dell’ambiguità dominante nella società comunista ha fatto una tattica geniale per risolvere problemi complicati. È come se i compromessi appresi nell’adolescenza, quando ascoltava i genitori criticare il regime in privato ma adottare uno scrupoloso ritegno in pubblico, le avessero insegnato che bisogna riflettere prima di parlare. Interviene sempre a proposito, con una determinazione in cui cinismo e morale sembrano confondersi. Così non ha risparmiato il suo mentore Helmut Kohl, quando il cancelliere della riunificazione è inciampato in uno scandalo finanziario; né ha risparmiato il bavarese Edmund Stoiber, che ostacolava la sua marcia verso la Cancelleria. E tanti altri sono stati politicamente sconfitti dai suoi garbati, sorridenti attacchi. In una società politica maschilista come quella tedesca, lei potrebbe apparire una campionessa del femminismo trionfante. Ma Angela Merkel non si è mai impegnata molto su quel terreno. Alla vanità degli uomini sa opporre, senza mai alzare i toni, una tattica che li disarma. È un’immagine che attenua, ma non contraddice, che rende accettabile la “prepotenza” tedesca. Per i connazionali è un’inconscia assicurazione e una conferma della riuscita rivincita sul passato da non dimenticare. La calma, perlomeno apparente, non l’abbandona mai, e in essa, nella calma esibita, è annidata un’audacia che ha umiliato più volte la classe politica europea. In particolare quando nel 2015 ha annunciato, da sola, che la Germania spalancava le porte ai migranti. In quell’occasione ha rianimato il trascurato umanesimo europeo, sfidando la sua stessa opinione pubblica. Che però non le ha negato a lungo i consensi. Su quello scottante terreno ha poi saputo anche piegarsi ai compromessi che la politica imponeva. Ci sono due Merkel (cuore e cervello), che convivono e creano un personaggio singolare. L’elezione di Donald Trump e l’inquietante dinamismo di Vladimir Putin le hanno fatto descrivere, ancora unica nel Vecchio continente, un’Europa che deve contare sulle proprie forze.

mercoledì 27 settembre 2017

Primapagina. 45 “I politici italiani e le tre I”.



Da "Incompe tanti” di Raffaele Simone, pubblicato sul settimanale “L’Espresso” del 24 di settembre 2017: (…). …le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… (…). I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! (…). Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita.

martedì 26 settembre 2017

Lalinguabatte. 39 “Questo è il tempo della stupidità al potere”.



Scriveva Gustavo Zagrebelsky in “Politica e nichilismo” pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 26 di settembre dell’anno 2013: (…). Nel nichilismo e nell’autoreferenzialità, nel cerchio chiuso di potere e denaro, non c’è posto per la politica. C’è posto solo per il cieco dominio che rifiuta d’interrogarsi sul senso del suo esistere. È puro non-senso. C’è da stupirsi, allora, se quella che ancora insistiamo a chiamare politica, sempre meno attragga la maggioranza dei cittadini, coloro che sono fuori del cerchio? Come suonano vuote, retoriche e ipocrite le invocazioni di un nuovo patto tra cittadini e politici, senza che si mettano minimamente in discussione le ragioni di quel divorzio! La democrazia è forma della politica e la politica è la sostanza della democrazia. Ma, se viene a mancare la sostanza, la forma si riduce a vuoto involucro, a simulacro ingannatore. (…). …se il potere non si dà un fine che lo trascende, se le sue leggi non s’identificano con la vita buona dei cittadini in generale, quale ch’essa sia, non c’è politica e tantomeno ci può essere democrazia. (…). Nel tempo nostro, non c’è una pòlis, giusta città per natura e necessità, che a noi tocchi di riconoscere, difendere e accrescere. Tutto è stato distrutto, tutto è rimesso alle nostre mani e alle loro cure; tutto deve essere ricostruito. Quando la vita politica non è più un dato della natura, come l’aria, il suolo e il clima, ma deve essere costruita e ricostruita, il progetto della giusta città è quella cosa che decidiamo insieme che debba essere e che chiamiamo “costituzione”. (…). Non c’è verità in queste parole. I principi e i fini della Costituzione possono essere lasciati stare, tali e quali sono scritti, per la semplice ragione che li si può ignorare, come se non esistessero. Che ne è del lavoro come diritto; dei doveri di solidarietà sociale; dell’uguale dignità di tutti i cittadini; dell’ambiente come patrimonio comune; della funzione sociale della proprietà; degli obblighi tributari che devono ispirarsi alla progressività; dei diritti sociali come l’istruzione, la salute, la protezione dei più deboli? Sono solo esempi. Le norme che parlano di queste cose tracciano le linee di una “buona città”, quale abbiamo voluto stabilendo una Costituzione. (…). Quella Costituzione è stata salvata nel referendum del 4 di dicembre 2016. E come una conchiglia vuota sta sulla battigia, essa sta lì vuota e svuotata a memento di quanto i “padri” costituenti avessero pensato e desiderato di realizzare. È che si è al tempo della politica fatta dagli “stupidi”. Lo sostiene con fermezza “giovanile” il novantaquattrenne professor Aldo Masullo in una intervista – “Servirebbe un altro Marx, ma la politica oggi è degli stupidi” - rilasciata ad Antonello Caporale e pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 15 di settembre 2017:

domenica 24 settembre 2017

Sfogliature. 84 “Le regole nel paese di Alice”.



La “sfogliatura” di oggi è del 17 di marzo dell’anno 2010. Ci era sembrato, o ci si è solamente illusi, che quello scenario ben raffigurato in essa si fosse chiuso definitivamente nella “storia” politica del bel paese. Inutile! Non esiste nulla di più inamovibile ed immutabile di un certo procedere della nostra “storia” politica. Tanto è vero che quel protagonista torna prepotentemente ed arrogantemente alla ribalta immemore - il paese soprattutto - di una condanna definitiva a carico di quel protagonista per un reato gravissimo quale è la “frode fiscale”. Quel protagonista attende al momento che una corte di Strasburgo gli restituisca quella “agibilità politica” in barba ad una sentenza definitiva e ad un reato che l’attesa sentenza non potrà mai e poi mai cancellare. Quella sentenza lo lascerà sì “colpevole” restituendolo però all’agone politico azzerando quella “legge Severino” in forza della quale gli era stata tolta l’eleggibilità. Non un sussulto da parte della “casta” per l’immondo ritorno, “casta” alla quale tornerà utile l’imminente pronunciamento di quella corte. Sosteneva Barbara Spinelli ad una domanda di Silvia Truzzi in una intervista rilasciata su “il Fatto Quotidiano” del 12 di settembre dell’anno 2013 - “L’obiettivo di B.: prescrizione politica” -: (…). S. T. Perché sembra una bestemmia dire che una persona condannata definitivamente per frode fiscale – reato ai danni dello Stato – non può rappresentare i cittadini in Parlamento? – B. S. Perché è difficile dire quel che pure è ovvio: questo nostro Stato si definisce a parole democratico, ma ha perduto la coscienza di essere una democrazia costituzionale, cioè dotata di una legge fondamentale che garantisce principi come la separazione dei poteri e, appunto, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Scrivevo a quel tempo - che pare essersi magicamente e sinistramente fermato -:

giovedì 21 settembre 2017

Quodlibet. 19 “Solvitur ambulando”.



Da “Un passo dopo l'altro per ritrovare se stessi” di Arianna Huffington, pubblicato sul settimanale “D” del 21 di settembre dell’anno 2013: Solvitur ambulando, camminando si risolve. Questa frase è attribuita a Diogene, il filosofo greco del IV secolo a.C, in risposta a chi gli chiedeva se il movimento esistesse davvero. Lui si alzò e cominciò a camminare. «Camminando si risolve». E i problemi e i paradossi per i quali la soluzione è camminare in realtà sono tanti. (…). Per Thomas Jefferson, camminare aveva come scopo quello di sgomberare la mente dai pensieri. «Camminare serve a rilassare la mente», scriveva. «Di conseguenza, quando si cammina non ci si deve concedere neppure di pensare. Conviene piuttosto lasciarsi distrarre dagli oggetti che si hanno intorno». Per altri, come Nietzsche, camminare era al contrario un'attività essenziale per il pensiero. «Solo i pensieri che hanno camminato hanno valore», scriveva nel Crepuscolo degli idoli. Per Ernest Hemingway, camminare era un modo per mettere a punto le idee migliori rimuginando su un problema. «Passeggiavo lungo i quais quando avevo finito di lavorare o quando cercavo di farmi venire qualche idea», scriveva in Festa mobile. «Mi era più facile riflettere se camminavo o facevo qualcosa o vedevo gente far qualcosa che amava». Per Jefferson, camminare era anche «il miglior esercizio possibile», mentre per Henry David Thoreau camminare non era soltanto un mezzo finalizzato a uno scopo, bensì lo scopo stesso: «Ma il camminare di cui parlo non ha nulla a che vedere con l'esercizio fisico propriamente detto... è, il camminare di cui parlo, l'impresa stessa, l'avventura della giornata. Se volete fare esercizio, andate in cerca delle sorgenti della vita. Come è possibile far roteare dei manubri per tenersi in salute, mentre quelle sorgenti sgorgano, inesplorate, in pascoli lontani!». (…).  Sembra davvero che non ci sia limite ai problemi che si possono risolvere in questo modo. Camminare fa bene alla salute, ci mantiene in forma, migliora ogni tipo di prestazione cognitiva, dalla creatività alla progettazione alla programmazione. Ma la cosa migliore di tutte è che ci rimette in contatto con noi stessi. E in questo non c'è nulla di paradossale.

mercoledì 20 settembre 2017

Quodlibet. 18 “Il maestro riluttante”.



Da “Il maestro riluttante” di Massimo Recalcati, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 20 di settembre dell’anno2013: (…). Nel nostro tempo la scuola di ogni ordine e grado sembra ridotta ad un “esamificio”. L’impeto della valutazione vorrebbe imporre scansioni dell’apprendimento uguali per tutti. Sempre più si sta imponendo una scuola (…) fondata sul principio di prestazione. Il nostro tempo non coltiva l’ideale di una scuola autoritaria e disciplinare. Non è più il tempo dove – secondo una tristemente nota metafora botanica – l’allievo è assimilato ad una vite storta e l’insegnante ad un paletto diritto e ad un filo di ferro capace di raddrizzarne la stortura. Il conformismo attuale non è più morale ma cognitivo. Il nostro tempo non concepisce più l’allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto. L’apprendimento è il riempimento del cervello di file seguendo l’ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria. All’illusione botanica si è sostituita quella tecnologico- cognitivista: morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell’apprendimento, accanimento valutativo, burocratizzazione fatale della funzione dell’insegnante che deve sempre più rispondere alle esigenze dell’istituzione che non a quella degli allievi. Attualmente un’altra illusione ha fatto capolino. È l’illusione dell’insegnante-psicologo che possiamo sintetizzare con il racconto che ho udito fare da un professore di liceo ad un recente convegno sulla scuola al quale ho partecipato. Questi si vantava nel suo lavoro quotidiano di lasciare da parte i contenuti dei programmi ministeriali per dedicarsi a cogliere i segni di disagio esistenziale dei suoi allievi raccogliendo le loro confidenze più personali. Mettere da parte lo studio di Aristotele, di Spinoza o di Hegel per dare voce alla sofferenza dei ragazzi della quale, com’è noto, i programmi didattici si disinteressano. Quale nuova pericolosa illusione si annida in questo atteggiamento? L’amore per il sapere – che dovrebbe animare ogni insegnante – lascia il posto ad una supplenza diretta del mestiere del genitore. Mentre l’informatizzazione cognitivista della scuola esalta un sapere senza vita, questa nuova ondata psicologista sembra invece esaltare la vita senza sapere. Si tratta di due facce della stessa medaglia accomunate da una stessa fondamentale dimenticanza: l’importanza dell’ora di lezione nel promuovere l’amore verso il sapere come condizione per ogni possibile apprendimento. (…). Il compito di un insegnante è quello di generare amore, transfert erotico, sul sapere più che distribuire sapere (illusione cognitivista) o mettere tra parentesi il sapere occupandosi della vita privata degli allievi (illusione psicologista) perché l’alternativa tra la vita e il sapere è sempre sterile. (…).

martedì 19 settembre 2017

Lalinguabatte. 38 “Di quale amore è capace l´imbonitore?”.




“Odiare i mascalzoni è cosa nobile”  osava dire quel tale a nome di Marco Fabio Quintiliano.  Marco Fabio Quintiliano chi? Boh! In verità Marcus Fabius Quintilianus, bontà sua, fu un facondo oratore ed un valente maestro di retorica. Nacque in quel di Calagurris Iulia Nasica nella Spagna Tarraconensis nell’anno del signore 35, cioè da quando si è cominciato a contare lo scorrere degli anni. Trasferitosi a Roma nell’anno del signore 68 dopo la nascita dell’uomo di Nazareth, vi esercitò l'avvocatura e soprattutto incominciò la sua attività di maestro di retorica, con tanto successo che nell’anno 78 Vespasiano gli affidò quella che può ben dirsi la prima cattedra statale d’insegnamento. Per gratificarlo ulteriormente l'imperatore gli accordò un onorario annuo di 100.000 sesterzi, dando così un segnale concreto sull'importanza dell'arte della retorica nella formazione del "ceto dirigente" in vista della creazione del consenso. Ecco il punto. Il consenso. Il consenso dei reggitori della cosa pubblica. Marcus Fabius Quintilianus non fu persona da poco. Beato lui che visse in altra epoca. Fosse vissuto al tempo del signor B. venuto da Arcore o al tempo del signor R. M., ovvero, quest’ultimo, l’uomo venuto da Rignano sull’Arno, a seguito di quella sua imprudente dichiarazione si sarebbe ritrovato iscritto d’ufficio nel partito dell’odio, con tutto ciò che ne sarebbe conseguito per la sua carriera e per il suo benessere psichico e materiale. Visse invece nella agiatezza dei tempi e trapassò nell’anno del signore 96. In tempo per non soffrire gli affanni dei giorni nostri! Probabilmente anche a quel tempo si soleva discorrere del binomio “amore/odio”. Anche a quel tempo, con condizioni materiali e sociali ben diverse però, lo scontro si sarà consumato, forse molto cruentemente, nella contrapposizione di quel binomio all’altro binomio “consenso/dissenso” che qualifica molto meglio l’arte suprema degli uomini, arte che li rende per l’appunto diversi dal resto del creato animale, che è l’arte della politica. Sol che a fare la politica non sia l’imbonitore di turno. Trascrivo di seguito, solo in parte, una interessante riflessione a firma di Adriano Sofri pubblicata sul quotidiano “la Repubblica” del 25 di marzo dell’anno 2010 col titolo “Amore e odio. Gli slogan sentimentali e il grado zero della politica”:

lunedì 18 settembre 2017

Quellichelasinistra. 12 “Lavoro, equità, uguaglianza per il futuro”.



“Quellichelasinistra”, quelli che ostinatamente continuano a pensare che “il lavoro, l’equità, e l’uguaglianza” siano e rimangano gli obiettivi primari e non barattabili per il futuro degli esseri umani. Sempre che a quegli obiettivi primari si dia il significato politico e storico che essi hanno avuto ed hanno tuttora e che hanno permesso il riscatto di sempre più larghe fasce di esseri umani. Compito difficile ed impari per “quellichelasinistra”, che pensano tutt’oggi non doversi barattare quegli obiettivi primari con quant’altro le sirene del capitalismo finanziario offrono allettando pericolosamente le moltitudini. Ha scritto Curzio Maltese sull’ultimo numero del settimanale “il Venerdì” in edicola dal 15 di settembre che “il compito storico della sinistra consiste nel far partecipare il popolo al discorso pubblico con la stessa intelligenza critica che il potere riesce a indirizzare verso temi irrilevanti. Quando la sinistra adotta invece gli stessi slogan della destra, pensando così di strappare più consensi, dichiara la propria resa culturale e alla fine, di solito, arriva il fascismo. Un tema, questo, dell’irrilevanza che la “sinistra” consegue allorché scimmiotta logiche e parole che non dovrebbero essere nel suo bagaglio critico e storico. Su tali temi politico-lessicali ritrovo una interessante intervista di Tiziana Testa al professor Ilvo Diamanti pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 18 di settembre dell’anno 2013. Titolo di quell’intervista: “Lavoro, equità, uguaglianza il nuovo lessico per costruire il futuro”. Sono trascorsi quattro anni da quella pubblicazione e di passi indietro la “sinistra” ne ha disinvoltamente e colpevolmente compiuti parecchi. Affermava il professor Diamanti, analizzando il “lessico” a quel tempo imperante, che «è vero, il lavoro vince, ma non stacca le altre opzioni. E in generale c’è una grossa dispersione nelle risposte. Segno che manca un’identità definita». (…). «Non c’è il cleavage, la frattura identitaria, che divide la società sul piano politico» (…). «Lo vediamo anche nelle nostre ricerche: 7 italiani su 10 dichiarano senza difficoltà di essere di destra o di sinistra, ma poi non sanno riempire di contenuti queste due definizioni».
Va bene, la parola lavoro non stravince nel sondaggio. Ma ha avuto il 10 per cento dei voti, tra una trentina di diverse opzioni. Quanto c’entra la crisi? «Sicuramente ha un peso. Ma conta di più la storia. Il lavoro ha a che fare con la tradizione della sinistra: per il suo legame con il movimento operaio, per la sua radice laburista. Il problema è che oggi lavoro vuol dire tutto e niente, non solo perché manca ma perché può essere nero, precario, intermittente. Una volta era fonte di reddito, ma anche di riconoscimento e di gerarchia sociale. Era collegato a una comunità reale. Oggi non è più così. Anche per questo la sinistra ha tanti consensi tra i pensionati».

mercoledì 13 settembre 2017

Primapagina. 44 “Giustizia: noi siamo noi e voi non siete un cazzo”.




Da “Ad Renzos” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 9 di settembre 2017: (…). Il poliziotto che intercetta o il pm che indaga non potrà più riportare il testo letterale delle conversazioni: solo riassuntini con parole sue (mesi di lavoro in più). Ti ha colpito di più una frase? Parafrasa quella. E pazienza se altre erano più importanti: scegli tu, a capocchia, quello che preferisci o è più consono con la tua carriera. Se c’è di mezzo il premier o un ministro o un generale da cui dipende il tuo futuro, riassumi i saluti iniziali e i convenevoli finali e lasci perdere il resto, ché ti conviene. Se invece ti vuoi inchiappettare un innocente che non conta nulla, calchi un po’ la mano, fraintendi un paio di frasi e quando fra qualche anno qualcuno leggerà il testo integrale sarà troppo tardi: in ogni caso, potrai sempre dire di aver capito male, mentre oggi, se metti in bocca a qualcuno ciò che non voleva dire né pensare, c’è lì la trascrizione testuale a sbugiardarti e a salvarlo. Non vorremmo essere nei panni degli avvocati che dovranno impugnare arresti, sequestri e perquisizioni fondati su “contenuti” di conversazioni che non conoscono, o eccepire su frasi sentite male o interpretate a rovescio: a che si attaccheranno, al riassuntino? Complimenti vivissimi al ministro, che per fortuna ha scritto una norma-barzelletta illiberale, inattuabile e incostituzionale: almeno c’è speranza che non entri mai in vigore. Complimenti anche per la marchetta “ad Renzos patrem et filium”, che manda in fumo l’inchiesta Consip vietando l’uso del Trojan per intercettare i cellulari. Ma qui risponderanno i pm, sempre più disarmati. Noi siamo più affascinati dalla nuova mansione che Orlando ha pensato per la nostra categoria: non informare i cittadini nel modo più preciso e dettagliato possibile, ma riassumere i riassunti dei pm, a loro volta basati sui riassunti della polizia giudiziaria. Il riassunto del riassunto del riassunto, la parafrasi di terza mano. Come nel “Telefono senza fili”, dove il primo concorrente sussurra una frase all’orecchio del secondo, il quale sussurra quel che ha capito all’orecchio del terzo, e così via, finché l’ultimo declama una frase ormai priva di senso compiuto e di attinenza con quella di partenza. Nel nostro caso, l’ultimo è il cittadino, che non ci capirà più nulla: che poi è il vero obiettivo della “riforma”. Già in cantiere presso il ministero della Giustizia un ciclo di corsi di formazione per il personale, a base di dizionari dei sinonimi e vaselina, onde evitare che espressioni troppo forti ed esplicite turbino la serenità dell’attività giudiziaria, politica ed elettorale (guai a ripetere le stesse parole intercettate, come nel “Taboo”). Qualche esempio. Piero Fassino parla con Giovanni Consorte della scalata Unipol-Bnl: “E allora, siamo padroni di una banca?”. Per aggirare il testo e dare il contenuto, poliziotto e pm dovranno arrampicarsi sugli specchi: “Il segretario Ds manifesta un certo interesse all’acquisizione dell’istituto di credito”. E morta lì: per maggiori informazioni, rivolgersi a Orlando. Dopo una “cena elegante” a base di bunga-bunga, B. telefona al suo pappone personale Gianpi Tarantini: “La patonza deve girare”. Che dire, per renderne il contenuto? “Il premier in carica esorta l’interlocutore ad attivare la rotazione dell’organo sessuale femminile”.

lunedì 11 settembre 2017

Quodlibet. 17 “Il male più grande si chiama povertà”.



Da “Il male più grande si chiama povertà” di Eugenio Scalfari, pubblicato sul settimanale L'Espresso dell’11 di settembre dell’anno 2016: (…). I poveri ci sono sempre stati. Per secoli e secoli non erano soltanto poveri ma addirittura schiavi considerati come cose. Ma loro, i poveri, gli schiavi, i deboli, gli esclusi confinati ai margini della vita sociale, come consideravano se stessi? Volevano evadere da quella condizione? E i ricchi e i potenti come realmente considerano la povertà? Quanto agli uomini di religione, di qualunque religione ma quella cristiana in particolare, che considerano la povertà come il male peggiore delle nostre società, come spiegano la decisione del Creatore onnipotente e d’un Creato che sopporta le sofferenze dei poveri e la persistenza d’un tale fenomeno che il Dio consente e che ormai ha assunto le caratteristiche dell’eternità? Questo problema dei poveri, ogni giorno ricordato e ogni giorno affrontato, è stato parzialmente risolto nel mondo comunista, guidato dallo Stato sovietico dal 1917 fino alla caduta del muro di Berlino del 1989. Poco meno d’un secolo, durante il quale alcune diseguaglianze avevano attenuato l’ideale d’una eguaglianza sociale con la nascita d’uno stuolo di oligarchi di Stato che dirigevano i gangli dell’economia sovietica e ne ricavavano notevolissimi benefici economici. Il grosso della società era comunque egualitaria: un grande paese di potenza politica mondiale, ma povero d’una povertà diffusa. La povertà dunque non era scomparsa affatto ma, salvo i rari casi suddetti, erano pressoché scomparse le diseguaglianze. C’era però un prezzo che tutti pagavano: la totale rinuncia alla libertà. Non accadeva soltanto in Urss, ma quello ne era l’esempio più evidente. Del resto era stato così anche durante l’impero degli zar: il grosso del paese era contadino e i contadini erano “anime morte”, poveri e privi di libertà. Altrove, in Europa e in tutti i paesi liberaldemocratici c’era la libertà, c’erano ricchi e ceto medio, ma la povertà non era affatto scomparsa e aveva ancora il ceto più numeroso anche se lo Stato interveniva a mitigare il disagio. Del resto l’invocazione ad aiutare i poveri è quasi universale. Come mai? È molto difficile rispondere a questa domanda. Se si limitasse ad alcune aree geografiche economicamente represse e socialmente dominate dal potere dei “rais” sarebbe comprensibile e l’aiuto dei paesi ricchi sarebbe doveroso. Ma il fenomeno esiste ovunque, i poveri continuano ad essere diffusi ovunque. Naturalmente ne varia il livello che dipende dalla condizione media di quella società. In Italia, tanto per fare un esempio che ci riguarda da vicino, il livello di povertà comincia da un reddito annuo di ottomila euro. A cinquemila la povertà ti prende già alla gola. Sotto i cinquemila (si parla di reddito familiare, non individuale) siamo all’accattonaggio. E quanti sono quelli che vivono con cento euro al mese, cioè con 1200 euro l’anno? Diciamo un milione di famiglie, cinque persone a famiglia tra adulti vecchi e bambini. Qui non siamo più nemmeno all’accattonaggio ma alla morte, civile, sociale ed anche fisica. Nei paesi civili a questo livello non si arriva ma «sora nostra morte corporale» è dietro l’angolo. Gli Stati intervengono, le associazioni religiose anche e il volontariato è presente. Ma dunque la povertà esiste da secoli e da millenni e (ve lo dico all’orecchio) anche la schiavitù sia pure modernamente intesa, esiste ancora, forse è perfino aumentata. Perciò aiutate i poveri e gli esclusi. Il vero nostro male è questo. E se Dio non se ne occupa vuol dire che non c’è oppure è in tutt’altre faccende indaffarato. Gesù di Nazareth era povero e morì in croce.