"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 31 maggio 2017

Paginatre. 88 “Il populismo del risentimento”.



Da “Quando il risentimento diventa populismo” di Ezio Mauro, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 10 di aprile 2017: (…). …è la nuova figura politica universale che attraversa l'Occidente dall'America all'Europa, il risentimento che ovunque si mette in proprio, la rabbia sociale che dappertutto si fa politica, l'outsider che infine prende il potere: o forse no, ma a lui basta aver scalciato l'establishment, buttandolo giù dal trono. Il risentimento è appagato: per il resto, si vedrà. Poiché non abbiamo un nome nuovo, per descrivere quest'ultima creatura della mondializzazione usiamo vecchie categorie che hanno contrassegnato fenomeni antichi, antipolitica, contropolitica, ribellismo, populismo. Ma invece quel che accade è figlio legittimo della postmodernità, anzi del suo Big Bang finale tra la società aperta come mai avevamo conosciuto e la crisi più lunga del secolo. Ad una ad una, come dopo i terremoti, cadono le vecchie case della politica novecentesca - i partiti - si spalancano i grandi contenitori culturali di tradizioni e di valori, come destra e sinistra, ripiegano e si confondono le stratificazioni sociali che davano identità collettiva, coscienza di classe, appartenenza, con un disegno di società che concedeva una dinamica interna e contemplava il conflitto. Tra le macerie, cammina lui: il forgotten man, scartato nella crescita, ferito con la crisi, deluso dalla rappresentanza. Poiché ciò che è accaduto nell'ultimo decennio ha fiaccato le istituzioni, ha reso impotenti i governi, ha allontanato gli organismi internazionali e ha finito addirittura per indebolire la democrazia, il forgotten scopre che nell'improvvisa fragilità del sistema la sua rabbia può diventare un surrogato della politica, potente. Non riesce a proporre soluzioni, a disegnare progetti e a farsi governo. Ma basta per presentare a chiunque il saldo di tutto ciò che non va, per chiedere conto di un mondo fuori controllo, per dare una colpa universale alla classe generale che ha esercitato il comando fino ad oggi, chiudendosi in se stessa per tutelarsi autoriproducendosi. Il risentimento non è in grado di fare una rivoluzione, creando una nuova classe dirigente. Ma è capace di realizzare la delegittimazione di un potere debole svuotandolo, per poi affidare l'energia degli istinti a chi vuole rappresentarla incarnandola in una performance elettorale. Gli istinti naturalmente non governano: ma questo è un problema di domani, intanto oggi si scalcia. Che cos'è tutto questo? Marco Revelli, (…), lo chiama "Populismo 2.0" (…), dando una declinazione modernissima a una storia ricorrente, ogni volta che un leader cerca il cortocircuito del rapporto diretto con i cittadini esaltati a popolo mentre vengono ridotti a folla. Ma se un tempo si presentava come malattia infantile del meccanismo democratico nascente, una specie di ribellione degli esclusi, oggi il populismo testimonia invece la patologia senile di una democrazia estenuata e svuotata da processi oligarchici, e diventa una rivolta degli inclusi, che avvertono la vacuità di questa inclusione inconcludente. Il populismo dunque ritorna come sintomo di un indebolimento dell'organismo democratico, una febbre della rappresentanza malata. Abbiamo detto che il fenomeno è ricorrente. Ma oggi per Revelli siamo davanti a un populismo di terza generazione dopo l'esperienza russa dell'Ottocento, il qualunquismo italiano del dopoguerra: alla crisi della democrazia si unisce una crisi sociale che declassa il ceto medio, atomizza l'universo del lavoro, inverte l'ascensore sociale. Il risultato è una rottura non tanto nel linguaggio politico - come si dice di fronte al politicamente scorretto - ma nel codice di sistema fin qui riconosciuto da maggioranze e opposizioni, con la parlamentarizzazione del consenso. Il parlamento viene anzi contrapposto alla piazza, le istituzioni vengono denunciate come la cattiva politica che le deforma, come se il contenitore fosse responsabile del contenuto e la regola dovesse dividere la colpa con chi la viola, per accrescere la feroce gioia del rogo iconoclasta che brucia senza distinguere. Una rivolta della plebe, l'"oclocrazia" evocata da Polibio "quando il popolo ambisce alla vendetta"? Ma la massa oggi in movimento, avverte Revelli, è stata a lungo un anello forte del sistema, fattore di consenso e stabilità, altro che plebe.
Scopriamo che i vituperati partiti erano "banche dell'ira", come le chiama Peter Sloterdijk, che la intercettavano, le davano un segnale di riconoscimento e la trasponevano dentro contenitori programmatici e ideologici, convogliandola in un progetto che la decantava nella nobiltà della politica. Oggi la rabbia sociale è allo stato brado, i nuovi leader politici si limitano ad alimentarla per cavalcarla, pensando che la materia sociale incandescente convenga per radicalità, e dunque meglio usarla come politica primordiale, rinunciando a raffinarla. Più che a un movimento e tantomeno a un partito, siamo davanti a uno stato d'animo (e infatti parliamo di istinti e risentimenti), a un'espressione senza forma del disagio, alla manifestazione di visibilità degli invisibili: con la retorica del "popolo", del "basso contro l'alto", del "tradimento' da parte delle élite, che mette anche i non poveri nella condizione psicologica di depredati, dunque di offesi, comunque di vittime, di umiliati perché esclusi, ostacolati, impediti e marginalizzati. È la strutturazione drammaturgia di una nuova forma di conflitto politico-sociale, o addirittura culturale, vissuto come morale, dunque totale. Naturalmente il neopopulismo non è in vitro, perché ha bisogno di un ambiente storico-politico talmente particolare da risultare eccezionale e oggi lo trova nell'emergenza conclamata di tre crisi congiunte, quella economica e del lavoro, quella migratoria, quella del terrorismo jihadista. Un fenomeno da passaggio di secolo, dice Revelli, esattamente come il neoliberismo in cui si specchia simmetricamente, entrambi trasversali, impermeabili e universali. Ovviamente tutto questo è esploso come un bengala sotto gli occhi impreparati del mondo con l'elezione di Trump, che infatti subito dopo il trionfo non ha ringraziato il Paese, l'establishment o il partito ma esattamente lui, il forgotten man, portandolo a capotavola della sua avventura. Non solo il popolo delle campagne e gli hillbilly delle terre alte, ma un popolo disperso che per il 75 per cento denuncia il peggioramento della sua vita negli ultimi decenni e tuttavia segue il piffero di un miliardario perché più della differenza sociologica e della diffidenza ideologica pesa la dipendenza "etologica" che Revelli spiega così: un meccanismo del riconoscimento che nasce dai segni elementari, dai gesti, dai suoni e dai colori, dai modi e dalle reazioni che garantiscono nel leader la tenuta dell'odio della base, la sicurezza nell'opposizione al sistema, la comunanza nell'alterità. (…). È un vuoto che riguarda soprattutto la sinistra, assimilata in un pensiero unico che non prevede un'obiezione culturale, spingendo la rabbia del forgotten a credere che un'alternativa sia possibile solo fuori dal sistema: mentre in realtà la vera alternativa nasce in questi mesi nella destra populista, che attacca il pensiero liberale, il concetto stesso di Europa e di Occidente. (…). Ci dev'essere un pensiero democratico in grado di convincere l'operaio col casco giallo davanti a un grattacielo a Londra, che nello schermo della Bbc spiega il Brexit con un semplice gesto della mano: "Quelli lassù hanno votato per restare nella Ue, noi quaggiù per uscire".

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