"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

martedì 11 aprile 2017

Storiedallitalia. 80 “Ri-eccolo”.



È nella policroma copertina del settimanale “l’Espresso” del 9 di aprile che si coglie tutto lo spirito che ha agitato e  continua ad agitare questo sgangheratissimo paese. Poiché quella copertina è di soli otto giorni dopo dell’editoriale “L’Argine di Arcore” di Marco Travaglio, editoriale pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del primo di aprile 2017. Sembrava quasi che il fine editorialista volesse propinarci l’ennesimo “pesce d’aprile”, come se le circostanze economico-politiche che vive il paese potessero consentirci quegli svolazzi e la accettazione di facezie e quant’altro. Scriveva Marco Travaglio: (…). Nel 1994, siccome la gente era schifata dai ladroni di Tangentopoli, lui - il compare di Craxi&C. - scese in campo sventolando il vessillo di Mani Pulite: “L’autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e del sistema del finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto” (26.1.94). “Basta con i ladri di Stato, noi siamo per una politica nuova, diversa, pulita. Siamo l’Italia che lavora contro l’Italia che ruba (6.2.94). “Questo governo è schierato dalla parte dell’opera di moralizzazione della vita pubblica intrapresa da valenti magistrati… No ai colpi di spugna” (18.5.94). Poi fece l’opposto. Convinto, da buon piazzista, che “devi farti concavo con i convessi e convesso con i concavi”, sgovernò con una mano sui sondaggi e l’altra sul telecomando: “L’italiano medio è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco… È a loro che devo parlare” (10.12.04). I sondaggi dicevano che i suoi elettori erano soprattutto pensionati e lavoratori autonomi. Infatti ai primi promise “pensioni più dignitose” e pure “dentiere gratis per tutti” (stava per aggiungere una batteria di Viagra in omaggio, quando purtroppo tramontò). E ai secondi fece sapere in tutte le salse che potevano evadere le tasse impunemente (6 condoni e 2 scudi fiscali). E anche eticamente: “L’evasione di chi paga il 50% dei tributi è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini” (18.2.04), “Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato, c’è una sopraffazione e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi, che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità e non ti fanno sentire intimamente colpevole” (in visita al Comando della Guardia di Finanza, 11.11.04). Ma è sull’euro e sull’Europa che il nostro roccioso argine al populismo antieuropeo diede il meglio di sé. Per mascherare i danni dei suoi governi, diede la colpa all’euro e al rapporto di cambio con la lira concordato nel 1998 dal ministro Ciampi sotto il governo Prodi-1: “L’euro di Prodi ci ha fregati tutti” (28.7.05). Salvo poi, a stretto giro, rimangiarsi tutto: “L’euro è stato assolutamente positivo e riconosco il merito a Prodi” (4.9.05). E poi tornare di nuovo alla casella di partenza: “Prodi ha svenduto la lira all’euro con un cambio sfavorevole” (24.1.06). In realtà il raddoppio di molti prezzi e tariffe, ma non degli stipendi, al momento dello spin off lira-euro del 2002 non dipese dal cambio, ma dal secondo governo B. che non vigilò contro gli abusi. Ma il malvezzo, tipicamente populista, di additare nemici esterni per mascherare i problemi interni riguardò anche l’Ue in quanto tale.
Durante il suo primo governo era anti: “L’Europa è un male per l’Italia (15.4.94). Quando invece governava Prodi, divenne pro: “La pagella della Commissione europea sull’economia italiana è molto negativa… Per l’Italia è difficile stare in Europa con un’economia stressata, che si basa su tasse, artifizi contabili, una tantum… Dovremo pagare delle multe all’Europa o addirittura riuscirne fuori. Il governo prende in giro gli italiani. Non vedo come i nostri partner possano accettare una situazione del genere” (Ansa, 23.4.97). Poi tornò premier, dunque anti, anche perché stavolta le bocciature toccavano a lui: “L’Europa è percepita dai cittadini come un freno allo sviluppo. Servono meno lacci per il Gulliver europeo bloccato dagli ominidi, dai burocrati dell’Unione” (20.3.05). Nel 2011 si dimise perché non aveva più la maggioranza, ma diede la colpa al complotto dei banchieri tedeschi sullo spread (“È stata la Bundesbank”, “Anzi no, la Deutsche Bank”, poi arrivarono gli infermieri) e al golpe della Merkel d’intesa con Sarkozy e Napolitano: “Fu il quarto colpo di Stato ai miei danni per togliere di mezzo un premier democraticamente eletto che contrastava gli interessi tedeschi”. (…). Ora, a dire di quella policroma copertina, quell’uomo venuto da Arcore è pronto al grande rientro, ad un nuovo “eccolo” dimentichi tutti – o indifferenti ad essa - di quella condanna definitiva per reato fiscale di milioni di euro, con il quale reato è come se avesse messo le mani nelle tasche dei sessanta milioni e passa di italioti, derubandoli. Di quanto? È importante quantificare il danno arrecato a ciascun italiota? C’è sdegno in giro? La “gente” cosa ne pensa? È sgradevole dirlo, ma non frega niente a nessuno. È lo spirito che aleggia su quello che fu il bel paese. Ed accadde così che nella decima “cronachetta da Fabulandia” del lunedì 1 di novembre dell’anno 2004 su questo medesimo blog scrivessi: Ove quasi corre l’obbligo di un improbabile epilogo, l’epilogo di tutta una fase della storia patria del bel paese, con i suoi scomodi personaggi dei quali gli abitatori del bel paese sembra abbiano rimosso molto facilmente le improponibili immagini, salvo poi sostituirle con altre magari liftate e più rispondenti all’affermato delirio mediatico. Scrive nel suo lavoro “Congedo di un viaggiatore di metropolitana” Arnaldo Colasanti  a proposito di quelle tristi stagioni vissute nel bel paese, che come per un arcano incanto si sono poi perpetuate sino ai giorni nostri con una straordinaria incredibile continuità: (…). Erano anni di reazioni sensoriali: forse, nel mondo, non c’era nulla da capire.  Qualcuno del governo suggerì un giorno di andare tutti al mare e di restare tranquilli, perché l’Italia ormai s’era scrollata dalla testa la guerra e i cantieri, soprattutto il passato e la memoria, le parole dei padri. Furono anni di orchestrine e di amori scherzosi; anni cerimoniosi, vissuti a puntate, senza troppe ansie. Che poi tutto si dovesse concludere, una sera, in una doccia di monetine, ebbene non fu nemmeno questo una tragedia; perché, in realtà, quel portone dell’albergo gremito di stelle ( da cui chi fuggiva e chi urlava ) non fu una sorpresa ma un semplice taglio da copione. Anche le morti in carcere e gli arresti, la bava sulle labbra dei processi, furono solo una grande, futile commedia; il finale del teatrino meccanico prima che suonasse ancora la campana per iniziare il nuovo giro. (…). E come di rincalzo Andrea Camilleri in una delle Sue favolette politicamente scorrette – “Il pelo, non il vizio” - scriveva: In Iliata ci fu un Cavaliere che, in pochi anni, accumulò una fortuna immensa. Un giorno alcuni magistrati cominciarono a interessarsi dei suoi affari. E cominciarono a piovergli addosso accuse di falso, corruzione, concussione, evasione fiscale e altro ancora. Arrivarono le prime sentenze di condanna. Il Cavaliere, attraverso i suoi giornali, le sue televisioni, i suoi deputati (aveva fondato un partito), scatenò una violenta campagna contro i magistrati che indagavano su di lui accusandoli d’esercitare una giustizia di parte. Lui stesso si definì un perseguitato politico. Tanto fece e tanto disse che molti iliatesi gli credettero. Poi un giorno (come capita e capiterà a tutti), morì. Nell’aldilà venne fatto trasìre in una càmmara disadorna. C’era un tavolino malandato darrè il quale, sopra una seggia di paglia, stava assittato un omino trasandato. «Tu sei il Cavaliere?», spiò l’omino. «Mi consenta», fece il Cavaliere irritato per quella familiarità. «Mi dica prima di tutto chi è lei». «Io sono il Giudice Supremo», disse a bassa voce l’omino. «E io la ricuso!», gridò pronto il Cavaliere che aveva perso tutto il pelo, la carne, le ossa, ma non il vizio.

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