"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 14 marzo 2017

Scriptamanent. 79 “È la stampa, ma non è bellezza!”.



Da “È la stampa, ma non è bellezza!” di Leonardo Coen, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di marzo dell’anno 2016: Erdogan manda la polizia antisommossa a occupare la redazione del quotidiano Zaman a lui ostile. Ma da chi ha imparato? L’Europa e gli Usa si scandalizzano, persino Mosca critica i lacrimogeni sulla stampa, esortando i partner occidentali a ricordare ad Ankara il dovere di rispettare la libertà di stampa: da che pulpito… Nella Russia putiniana il controllo del Cremlino sui media è capillare. Nella Russia sovietica non esisteva la stampa d’opposizione. In quella zarista, la libertà di stampa era un mito, la censura un’abitudine. Lo strumento intimidatorio era quello dell’ammonimento. Anzi, dei tre ammonimenti. Il primo metteva in guardia il giornale per l’avvenire. Il secondo sospendeva o proibiva la pubblicazione degli annunci a pagamento, il che significava colpire il giornale nella cassa. Il terzo era drastico: soppressione della testata. Ai tempi degli zar, quelli veri, i divieti si aggiungevano sui divieti, le circolari del Ministero degli Interni erano costantemente aggiornate e a stringere la presa sulle linotype incombeva una speciale Commissione di controllo della Stampa, composta da quattro funzionari governativi. Vita grama per i giornalisti. E per gli stampatori. Come testimonia un museo assai interessante di Ekaterinburg, dedicato alla tipografie illegali del 1905 e del 1906, gli anni della prima Rivoluzione dopo l’efferata strage della “domenica di sangue” di Pietroburgo, del gennaio 1905, e la successiva repressione: una di queste tipografie era abilmente camuffata da negozio di frutta e verdure, la polizia sapeva che esisteva ma non riuscì mai a scovarla. Nel 1917, sempre a Ekaterinburg le stamperie legali erano 7, le illegali 17. Per sfuggire all’occhio dello zar, la scelta più sicura era quella di espatriare. E anche questo è un déja-vu… Lenin viveva all’estero, era andato volontariamente in esilio nel 1900 per sfuggire ai controlli della polizia: aveva scontato tre anni in Siberia. Si interessava assiduamente di quello che succedeva in Russia. Riceveva ogni quindici giorni la posta da Mosca e dalle altre grandi città russe, le missive dei compagni bolscevichi erano dirottate su vari indirizzi per fare perdere le tracce. I tipografi russi lo informavano che gli sbirri li perseguitavano ed era sempre più pericoloso stampare i suoi scritti. Vladimir Ul’janov rispondeva accorato: “Compagni, anche io sto sul chi vive. Non riesco a pigliar sonno, pensando a quello che voi siete costretti a subire”.
(…). Il futuro “padre della Rivoluzione d’Ottobre” alimentò scaltramente la leggenda che lui e i suoi compagni dormissero addirittura nei locali delle tipografie tedesche in cui venivano stampate le copie di Iskra (“Scintilla”): c’era sempre il rischio di un sequestro della polizia o, peggio, la possibilità di un attentato da parte degli emissari zaristi. Raccontava che gli stessi tipografi socialdemocratici di Lipsia o di Monaco di Baviera erano sempre pronti a smontare le preziose macchine e a trasportarle altrove. Il primo numero di Iskra uscì dalle rotative il 24 dicembre 1900. In alto, sulla destra, spiccava il motto Iz iskry vozgoritsja plamja, “dalla scintilla s’accenderà la fiamma”. Lenin voleva “divulgare e trasmettere direttive e istruzioni a militanti e cellule”. Il giornale fin da subito guadagna l’attenzione e la stima. Dei bolscevichi russi, ovviamente. E dell’Okhrana, la potente e spietata polizia segreta russa. In un rapporto del gennaio 1901 si segnala con un certo allarme che il giornale “circola a Pietroburgo” e che “Vladimir Ul’janov ha ricevuto la missione di trasformare questa formula astratta in carne ed ossa”. Come spegnere il pericoloso incendio ideologico? Semplice. Bisogna “mettere le mani su questo signore”. Neutralizzarlo. Il suggerimento è definitivo. Si deve “tagliare con urgenza quella testa dal corpo”, in quanto Ul’janov è “l’elemento attualmente più importante del movimento”. Ma con l’avvento del potere sovietico non è che le cose fossero cambiate in meglio. Anzi. Lenin aveva pontificato nel 1914 (relazione: “Organizzazione del partito e letteratura del partito”) che tutti potevano scrivere quello che volevano, però poi il partito era libero di scegliere come reagire nei confronti di chi scriveva. Stalin interpretò alla lettera l’insegnamento di Lenin. In Ucraina c’erano gli kobzar, sorta di reporter popolari che giravano di villaggio in villaggio, raccoglievano le notizie e le raccontavano accompagnandosi con strumenti musicali a corda. Negli anni Trenta furono accusati di “nazionalismo”. Un certo giorno il governo ucraino sovietico li invitò tutti ad un raduno. Era una trappola. Vennero catturati, portati nei boschi e liquidati. Nel Far West non si sparava ai pianisti dei saloon, ma ai giornalisti ficcanaso. Il quinto potere doveva affrontare gli altri quattro, e spesso ci rimetteva le penne. L’ultima edizione libera di Zaman, prima della sospensione e del “cambio” di direzione, titolava “Costituzione sospesa”. L’ultimo titolo dell’Unità, il giornale del Partito comunista italiano fondato da Antonio Gramsci, prima che venisse sequestrato, dopo 261 numeri – nonostante persecuzioni e intimidazioni – fu “Il fascismo non si salverà col terrore”. Era l’8 novembre del 1925. Lo stesso giorno fu sospesa la distribuzione dell’Avanti!, che aveva già subìto a Milano il 15 aprile 1919 un sanguinoso assalto dei fascisti costato la vita a due militanti socialisti. Il 31 dicembre entrò in vigore la famigerata legge 2307 sulla stampa. I giornali potevano essere diretti, scritti e stampati solamente se nei loro ranghi ci fosse stato un responsabile riconosciuto dal prefetto. Cioè dal regime. Chi ne era privo, veniva considerato illegale. La fascistizzazione integrale dei maggiori quotidiani e le relative epurazioni ebbero inizio nel 1923. (…). Due anni dopo la “rasatura” fu inflitta al più importante giornale italiano, il Corriere della Sera. I fascisti avevano scatenato una virulenta campagna contro Luigi Albertini, mitico direttore dal 1900 al 1921 nonché azionista con il fratello Alberto che gli era succeduto alla guida del giornale, quando Luigi fu assorbito dalla politica: “Deponiamo la penna e l’opera con un saluto di commossa gratitudine per quanti ci furono compagni di lavoro”, fu l’incipit del commiato di Luigi Albertini, il 28 novembre del 1925. (…). L’antica collaudata abitudine dei tiranni: calunniare, perseguitare e demonizzare gli avversari, cancellare la libertà d’opinione e sopprimere la libertà di stampa affibbiando ai dissidenti e agli oppositori la patente di eversori e nemici della patria. Nulla di nuovo, sotto il sole dei regimi: al grido di “morte ai rossi!”, le squadracce fasciste soltanto nel primo semestre del 1921 distrussero 17 giornali e tipografie, manganellando giornalisti e tipografi, qualche volta sparando. I nazisti fecero di peggio. Tacitarono ogni forma di opposizione scritta. Nel 1933 esistevano in Germania 4700 giornali, solo il 3 per cento in mano ai nazisti. L’avvento di Hitler portò alla chiusura, in modo anche violento, di tutte le testate politiche e di quelle indipendenti. Il luciferino Herr Doktor Joseph Goebbels comprese l’enorme potenziale propagandistico delle nuove tecnologie come il cinema, la radio, la televisione. Teorizzò l’ambiguità, l’equivoco, la mistificazione: “Qualsiasi bugia, se ripetuta spesso, si trasforma gradualmente in realtà”. Cinico e scaltro, Goebbels divenne capo del ministero della Propaganda e dell’Illuminazione del Popolo e ordinò che tutte le agenzie di stampa fossero unificate nella DNB (Deutsches Nachrichten Bureau). Con una legge dell’ottobre 1933, i giornalisti furono “sollevati dalle loro responsabilità verso i rispettivi editori”. Dovevano rispondere allo Stato. Infine, varò il metodo della “conferenza stampa quotidiana”: il Ministero dettava la linea da seguire, ciò che si poteva dire e come la si doveva scrivere (Mussolini adottò il sistema delle “veline”). La disinformazione, come strumento di potere. O la “scomparsa delle notizie”, specie se scomode. (…). La logica della quale, spiegò il fascista Popolo d’Italia, era coerente con la concezione dello Stato-partito (unico): “Noi non crediamo allo Stato abulico. Quando è necessario lo Stato deve difendersi e se occorre anche attaccare”. Il solo Avanti! venne sequestrato in sei mesi, dopo l’estate del 1924, ben 35 volte. Metodo universale. E imperituro. (…). Tentazioni totalitarie nei confronti della stampa che non si piega. E che invece spiega. Come ben sappiamo anche noi: mafia e politici non amano che vengano svelati i loro intrecci affaristici, come non sono gradite le inchieste sui finanziamenti pubblici, gli appalti e il malaffare, le bugie di governo. La Commissione antimafia ha svolto per la prima volta un’indagine: dal 2006 all’ottobre del 2014 sono 2060 i reporter italiani che hanno subìto intimidazioni, minacce e querele. La trama è sempre la stessa. La stampa libera è ormai un sogno. Forse non c’è mai stata la stampa, bellezza!

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