"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

martedì 31 gennaio 2017

Cronachebarbare. 42 “I mediocri sono al potere”.



Del tempo dei “mediocri” al potere ce ne rendeva una plastica, pietosa rappresentazione il compianto Alberto Statera che sul settimanale “A&F” del 10 di aprile dell’anno 2016 andava scrivendo nel Suo intramontabile, magistrale come sempre, “pezzo” che ha per titolo “Renzi e la scelta di una squadra senza qualità”: È di pessimo gusto maramaldeggiare, come alcuni stanno facendo, su Federica Guidi che si è dimessa da ministro dello Sviluppo economico per la desolante vicenda del petrolio in Basilicata. Ma la sua vicenda è la storia di un modo di governare invalso negli ultimi due anni con il governo di Matteo Renzi. Non il governo dei migliori, ma il governo delle personalità deboli, inadeguate, incapaci, incolte di politica, scelte appunto per la loro mediocrità. Fantasmi che affollano il personale deserto decisionale del premier senza reali deleghe, affollato però spesso in ruoli ambigui da vecchi sodali, parenti e affini toscani, fino a costruire una torre barocca di inefficienza.  (…). Ma, (…), il problema non è tanto la Guidi, quanto il ruolo generalmente docile, a dir poco, di gran parte dei ministri della repubblica in carica. Fino a pochi giorni fa se telefonavi al ministero dello Sviluppo economico per qualunque cosa ti sentivi rispondere di rivolgerti a palazzo Chigi. E chi credete che si sia occupato direttamente di Alitalia, Ilva, Sblocca Italia e degli altri dossier importanti? Non certo l’ex ministro dell’Industria. L’unico ministro che all’atto dell’insediamento ebbe uno sprazzo di sincerità fu Marianna Madia, classe 1980, che – forse aiutata da qualcuno nella scelta delle parole – certificò: “Porto in dote la mia straordinaria incompetenza”. Si è visto che aveva ragione. Quanto a Maria Elena Boschi se ne è parlato pure troppo, per lei bastano perciò due parole pronunciate da Massimo Cacciari a chi gli chiedeva un giudizio: “Sarò misericordioso”. E tacque. Tra gli ectoplasmi ministeriali non si può non citare Stefania Giannini. Ma anche per evitare accuse di sessismo, la lista si può ben allungare al maschile: per cominciare, da Gian Luca Galletti, ministro dell’Ambiente, dal ministro dei Beni Culturali Enrico Franceschini, succube di Salvo Nastasi, vice segretario generale di Renzi a palazzo Chigi e commissario per Bagnoli, che il premier avrebbe voluto sindaco di Napoli. E che dire del ministro dell’Interno Angelino Alfano? Viene in mente Diego Della Valle che una volta disse: “Ho incontrato cinque ministri, di cui due bravi e tre emeriti deficienti.” Le riunioni del Consiglio dei ministri, se si potesse origliare, devono essere uno spettacolino da non perdere: cinque minuti e via. Il presidente pontifica, il povero Galletti prova quasi sempre a dire qualche parola, ma viene subito zittito. E tutti a casa. Povera Guidi, stavolta è toccata a lei, ma il problema è un altro: se una squadra senza un leader non è un bene – ha segnalato Eugenio Scalfari – un leader senza squadra è peggio. Per non dimenticare mai ad imperitura memoria quel ministro della istruzione, della università e della ricerca – l’avvocato Mariastella Gelmini - che al tempo andato dell’egoarca di Arcore era riuscita a scavare con i fondi del suo ministero – e ne menava vanto sulla Rete: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”, riportato su “La Stampa” del 24 di settembre dell’anno 2011 - un tunnel dalla Svizzera del Cern – l’acceleratore di particelle – al Gran Sasso giusto per rendere più veloce quell’accelerazione. Cose da matti? No, da inadeguati. O da “mediocri”? E poi c’è stato il pietoso caso del Giuliano Poletti che la dice tutta sulla inadeguatezza del personale politico al tempo dei “mediocri” al potere. Ma dov’è che la inadeguatezza di quella “accozzaglia”, così accuratamente e colpevolmente scelta, si salda con la mediocrità dei restanti esseri umani? È pur certo che al potere “tout court”, come il “potere” vissuto nel ventennio dell’egoarca di Arcore sino al “potere” imposto dall’uomo venuto da Rignano sull’Arno, circondarsi di inadeguati ma ancor più di “mediocri” è stato funzionale ed ha rappresentato l’esatta immagine della mediocrità che sembra universalmente dominare e che è molto utile al “mediocre” dominante. È per tale motivo che i Poletti e soci – ed in passato i già nominati - trovano gli spazi per occupare indebitamente gli scranni del “potere” del “mediocre-capo” di turno.

lunedì 30 gennaio 2017

Paginatre. 65 “Profezie. L’eurozona in dieci anni sparirà”.



Da “L’eurozona in dieci anni sparirà se ora non siamo capaci di agire”, intervista di Carlos Yarnoz al ministro francese titolare dell’Economia Emmanuel Macron, pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 10 di luglio dell’anno 2015: (…). Dopo 11 mesi al ministero dell’Economia, e con i suoi 37 anni di età, pensa che continuerà a far politica? «Mi piace quello che faccio, che è cambiare tante cose. Questa tappa mi dà l’opportunità di cambiare linee di lavoro, di riformare e di tentare anche una rinnovazione ideologica della sinistra in Europa. Mi interessa un’apertura, una modernizzazione, una trasformazione ideologica della sinistra».
Qual è oggi il ruolo di questa sinistra? «Essere di sinistra, essere socialdemocratico, significa essere in grado di modernizzare l’economia dando importanza alla giustizia sociale. Nel caso della Francia apportare investimenti adeguati, mantenere l’occupazione, eliminare i blocchi».
Il Partito socialista sta cambiando? «È quello che spero».
Da socialdemocratico a social-liberale? «Io spero che si trasformi in socialdemocratico ».
I suoi critici dicono che lei è liberale. «Le etichette contano poco, mi lasciano indifferente. E io mi assumo le responsabilità fino in fondo. Non bisogna stare nell’ambiguità. Il liberalismo politico è un elemento della sinistra. La sinistra è il partito dell’emancipazione e della libertà, in coordinamento con la solidarietà. Altrimenti, la sinistra si trasforma in un partito conservatore».
Come descriverebbe la situazione in Europa? «L’Europa vive un momento di verità storica. Nei nostri Paesi, perché dobbiamo fare riforme. Per noi stessi e per l’Europa. In Francia certamente. Senza una Francia forte, non ci sarà una politica europea costruttiva di livello. È il momento della verità perché la zona euro mette a nudo le ambiguità che furono accettate dieci anni fa».
Le ambiguità della moneta unica. «Sì, abbiamo condiviso una moneta mentre le divergenze economiche si allargavano. Le nostre economie si sono allontanate, così come i nostri popoli. Dopo il no di Francia e Olanda alla Costituzione europea, dieci anni fa, non ci sono stati progressi significativi nell’Unione Europea. La crisi greca è il sintomo di un problema molto più profondo. Il sintomo che la zona euro non ha i mezzi per arrivare fino in fondo. Non ha creato i meccanismi di solidarietà che devono accompagnarsi a una zona monetaria. È un progetto politico che ha finito per essere solo un’area valutaria. Abbiamo messo in grande pericolo l’Eurozona. L’uscita dall’euro della Grecia non sarebbe solo un errore economico, ma anche politico. Non fare tutto il possibile perché la Grecia resti nella zona euro equivale ad accettare una retrocessione dell’Europa».
E Syriza come ha gestito il problema? «In Francia c’è una visione romantica. Il discorso della solidarietà dev’essere accompagnato da quello della responsabilità. Dobbiamo affrontare le radici, l’origine del problema della moneta unica. Per questo ho fatto delle proposte insieme al ministro tedesco Sigmar Gabriel. Abbiamo proposto dei percorsi. Soprattutto c’è bisogno di un programma di convergenza dell’economia, del fisco, del mercato del lavoro, c’è bisogno di un modello sociale, di politiche di solidarietà».

domenica 29 gennaio 2017

Primapagina. 25 “Porcellinum et Consultellum”.



Da “Vade retro porcellinum” di Marco Travaglio, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 28 di gennaio 2017: (…). Da prevedibile, il risultato (elettorale n.d.r.) divenne matematicamente certo nel 2006 con il Porcellum, che consegnò a quattro-cinque leader il potere di vita o di morte sugli eletti grazie alle liste bloccate: l’elettore andava alle urne a barrare il simbolo del partito, ma i parlamentari erano già stati decisi prima, nelle segrete stanze, al momento di compilare le liste (chi era nei primi posti era eletto di sicuro, senza nemmeno disturbarsi a far campagna elettorale per raccogliere consensi; chi era in fondo, anche se popolarissimo, non aveva alcuna chance). Quella sconcezza durò fino al gennaio 2014, quando la Consulta svuotò il Porcellum, comprese le liste bloccate, e diede vita a colpi di bisturi al “Consultellum”: un proporzionale puro a preferenza unica, il sistema più rispettoso del diritto dei cittadini a scegliersi i propri rappresentanti (al netto dei voti comprati o scambiati, si capisce). Poi arrivò l’Italicum, che riconsegnava ai capipartito il potere di nominarsi i deputati più fedeli e di escludere quelli liberi (la legge valeva solo per la Camera, nella speranza che al referendum costituzionale gli elettori abolissero le elezioni del Senato). Il partito più votato al primo turno (se superava il 40%) o al secondo (se vinceva il ballottaggio), portava a casa 340 deputati su 630, di cui 100 erano capilista bloccati. Cioè non eletti con le preferenze, ma nominati dai leader piazzandoli al primo posto in ciascuno dei 100 collegi. Tutti gli altri partiti, dal secondo in giù, avrebbero portato a Montecitorio quasi solo capilista bloccati (260) e pochissimi eletti (una trentina). Totale dei nominati: circa 360 su 630 (il 60%). Più, ovviamente, tutti i senatori, che la “riforma” Boschi faceva nominare ai Consigli regionali. Il 4 dicembre gli italiani han detto no ai senatori nominati e sì al Senato elettivo (col Consultellum). E ora la Consulta ha bocciato l’Italicum per la Camera, ma non in tutte le parti platealmente illegittime in base alla sua sentenza sul Porcellum: via il ballottaggio tra liste senza soglia (unico al mondo), restano sia i capilista bloccati sia le pluricandidature (con un comico sorteggio per decidere in quale dei 10 collegi risulterà eletto il pluricandidato). Una doppia negazione del sacrosanto diritto degli elettori – sancito dalla stessa Consulta nel 2014 – di scegliersi i propri rappresentanti. 1) Ai capilista bloccati non si può dare la preferenza, dunque andranno a Montecitorio anche se nessun elettore li avrebbe mai votati. 2) Se io voto il partito X che si presenta col capolista bloccato Tizio, a sua volta piazzato in altri nove collegi, io so che Tizio approderà alla Camera in automatico, all’insaputa degli elettori; ma non so se il mio voto al partito X porterà alla sua elezione o se invece il sorteggio lo farà passare in uno degli altri collegi, propiziando nel mio l’elezione del candidato Caio con più preferenze. Il risultato, (…), è devastante: col Porcellinum della Consulta, i deputati nominati saranno ancor più di quelli dell’Italicum: il premio del 40% non scatterà mai, così si ridurranno i deputati del primo partito e aumenteranno quelli degli altri. In base ai sondaggi che li danno appaiati al 30%, M5S e Pd avranno circa 200 deputati ciascuno (100 capilista bloccati e 100 eletti con le preferenze) e gli altri si spartiranno i restanti 230 (quasi tutti capilista bloccati). Così i nominati, dai 360 dell’Italicum, saliranno alla cifra ancor più spaventosa di circa 450 (dal 60 al 75%).

sabato 28 gennaio 2017

Paginatre. 64 “McLuhan, Hugo, Bezos, Buffett e le tigri di carta”.



Da “Chi ha paura  delle tigri di carta?” di Umberto Eco, riportato in “Pape Satàn Aleppe” – “La nave di Teseo” Editrice (2016), pagg. 469, € 20 – alle pagine 374-376: Agli inizi degli anni Sessanta Marshall McLuhan aveva annunciato alcuni cambiamenti profondi nel nostro modo di pensare e di comunicare. Una delle sue intuizioni era che stavamo entrando in un villaggio globale e certamente nell’universo di Internet si sono avverate molte delle sue previsioni. Ma, dopo aver analizzato l’influenza della stampa sull’evoluzione della cultura e della nostra stessa sensibilità individuale con “La galassia Gutenberg”, McLuhan aveva annunciato, con “Understanding Media” e altre opere, il tramonto della linearità alfabetica e il predominio dell’immagine - ciò che, ipersemplificando, i mezzi di massa avevano tradotto come “non si leggerà più, si guarderà la tv (o le immagini stroboscopiche in discoteca)”. Mcluhan muore nel 1980, proprio mentre stanno facendo il loro ingresso nel mondo di tutti i giorni i personal computer (ne appaiono modelli poco più che sperimentali alla fine dei Settanta, ma il mercato di massa inizia nel 1981 con il Pc Ibm), e se fosse vissuto qualche anno in più avrebbe dovuto ammettere che, in un mondo apparentemente dominato dall’immagine, si stava affermando una nuova civiltà alfabetica: con un personal computer o sai leggere e scrivere, o non combini un gran che. È vero che i bambini d’oggi sanno usare un iPad anche in età prescolare, ma tutta l’informazione che riceviamo via Internet, e-mail e Sms, sono basati su conoscenze alfabetiche. Col computer si è perfezionata la situazione preconizzata nel “Nostra Signora di Parigi” di Hugo dal canonico Frollo il quale, indicando prima un libro e poi la cattedrale che vedeva dalla finestra, ricca di immagini e altri simboli visivi, diceva «questo ucciderà quello». Il computer certamente si è dimostrato strumento da villaggio globale con i suoi link multimediali, ed è capace di far rivivere anche il “quello” della cattedrale gotica, ma si regge fondamentalmente su principi neo-gutenberghiani. Ritornato l’alfabeto, con l’invenzione degli e-book si è però profilata la possibilità di leggere testi alfabetici non sulla carta ma su uno schermo; da cui una nuova serie di profezie sulla scomparsa del libro e del giornale (in parte suggerita da alcune flessioni nelle vendite). Così uno degli sport preferiti di ogni giornalista privo di fantasia è da anni domandare a uomini di penna come vedono la scomparsa del supporto cartaceo. E non basta sostenere che il libro riveste ancora un’importanza fondamentale per il trasporto e la conservazione dell’informazione, che abbiamo la prova scientifica che sono meravigliosamente sopravvissuti libri stampati cinquecento anni fa, mentre non abbiamo prove scientifiche per sostenere che i supporti magnetici attualmente in uso possano sopravvivere più di dieci anni (né possiamo verificarlo, dato che i computer di oggi non leggono più un floppy disk degli anni Ottanta). Ora però ecco alcuni avvenimenti sconcertanti di cui hanno dato notizia i giornali, ma di cui non abbiamo ancora colto il significato e le conseguenze. Ad agosto Jeff Bezos, quello di Amazon, si è comprato il “Washington Post” e, mentre si conclama il declino del quotidiano di carta, Warren Buffett di recente ha collezionato ben 63 quotidiani locali. Come osservava recentemente Federico Rampini su “Repubblica”, Buffett è un gigante della Old Economy e non è un innovatore, ma ha un acume raro per le opportunità d’investimento. E pare che verso i quotidiani si muovano anche altri pescecani della Silicon Valley. Rampini si chiedeva se il botto finale non lo faranno Bill Gates o Mark Zuckerberg comprandosi il “New York Times”. Anche se questo non avverrà, è chiaro che il mondo del digitale sta riscoprendo la carta. Calcolo commerciale, speculazione politica, desiderio di preservare la stampa come presidio democratico? Non mi sento ancora di tentare alcuna interpretazione del fatto. Mi pare però interessante che si assista a un altro ribaltamento delle profezie. Forse Mao aveva torto: prendete sul serio le tigri di carta.

venerdì 27 gennaio 2017

Eventi. 22 “Il campo Ferramonti”.



Nel ciarpame televisivo imperante un raggio di luce è spuntato ieri sera, 26 di gennaio, sulla televisione deputata a servizio pubblico. Si proponeva alle ore 20.30, su Rai5-Tv, “Serata colorata”. Ove si narrava del campo di Ferramonti sito nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza. Un “evento” che straordinario è dir poco, considerato l’inesistente spessore culturale al quale le televisioni – tutte - si sono votate in massa e da tempo. Poiché in quel campo, si è narrato, aveva trovato trionfo l’umanità, ovvero l’umanità più vera, senza particolarismi che siano di religione o di appartenenza a supposte, inventate “razze” umane. In quel campo lì – che rende onore ad una terra che continua ad accogliere il “diverso”, lo “straniero” - furono rinchiusi, negli anni successivi alla entrata in guerra dell’Italia “fascista”, il fior fiore della intelligenza europea, intelligenza viva e creatrice soprattutto nel campo musicale. E la serata proposta prendeva a titolo quello di una composizione musicale ritrovata, alla fine di quella guerra, in quel campo, “Serata colorata” per l’appunto. Ne è venuta fuori, dalle letture di Peppe Servillo, la rappresentazione di una umanità autoctona – contadini, braccianti, sacerdoti, guardie carcerarie, burocrati, medici - che in barba ad un ventennio di soffocante indottrinamento è stata, pur nelle sue miserevoli condizioni economiche e sociali, dalla parte dei reclusi, musicisti, ingegneri e quant’altro l’intelligenza europea era a quel tempo riuscita a far nascere. Un appuntamento straordinario, dicevo, che di certo non avrà goduto della presenza del grande pubblico televisivo indirizzato ed attratto per e da ben altro intrattenimento. Sol che si pensi all’atto eroico ultimo compiuto dal direttore di quel campo che, all’approssimarsi delle colonne tedesche in disordinata risalita lungo lo stivale d’Italia, esponeva una bandiera gialla ad indicare una inesistente epidemia di colera, atto che consentì di salvare il “campo Ferramonti” ed i suoi preziosissimi, amatissimi “ospiti”. Una straordinaria storia di varia umanità, nel dilagare dell’orrore e della morte che, nella giornata odierna, ricordiamo come “Giornata Della Memoria”, “giornata” che dobbiamo alla tenace azione di Furio Colombo, allora deputato, affinché il 27 di gennaio divenisse momento di attenzione e di necessaria riflessiva “memoria”. Una testimonianza di quanto lugubre sia stato quel tempo che oggi si ricorda ci viene da “Milano-Auschwitz” di Furio Colombo, pubblicata su “il Fatto Quotidiano“ del 27 di gennaio dell’anno 2010:

mercoledì 25 gennaio 2017

Scriptamanent. 66 “La linea d’ombra del comando”.



Da “La linea d’ombra del comando” di Barbara Spinelli, pubblicato sul quotidiano la Repubblica, del 25 di gennaio dell’anno 2012: Ci viene spesso dalle esperienze di mare, perché il mare ha baratri imprevisti e quindi ferree leggi, la sapienza del comando. Quest'arte ruvida, che in democrazia è sempre guardata con un po' di diffidenza, quasi fosse arte legale ma non del tutto legittima.

martedì 24 gennaio 2017

Scriptamanent. 65 “Sentimenti liquidi in tempi duri”.



Da “Sentimenti liquidi in tempi duri” di Umberto Galimberti, pubblicato sul settimanale “D” del 24 di gennaio dell’anno 2015: (...). Bauman definisce "liquida" la nostra società perché sono venuti meno i punti di riferimento fondamentali che le davano forma e struttura, e al loro posto è subentrata una totale libertà dell'individuo che può scegliere il proprio stile di vita a prescindere da usi, costumi e tradizioni, fino al nuovo modo di intendere la libertà come possibilità di revocare tutte le scelte, e di non attenersi ai valori alla base delle società tradizionali antecedenti alla globalizzazione. Quello che dice Bauman è vero solo perché il sociologo polacco "constata", senza chiedersi le ragioni di ciò che constata. Ebbene a mio parere la nostra società s'è fatta "liquida" perché, senza che nessuno se ne accorgesse, una massiccia colata di cemento ha imbrigliato tutta l'acqua in una diga, disseccando il letto del fiume in cui l'acqua scorreva. Questa colata di cemento si chiama "razionalità tecnica" che prevede si compiano solo azioni capaci di raggiungere lo scopo con l'impiego minimo dei mezzi. Tutto ciò che fuoriesce da questo tipo di razionalità è considerato superfluo, insignificante, improduttivo, inutile quando non fattore di intralcio, e quindi da contenere o, meglio sarebbe, eliminare. Lo constata chiunque lavori in un apparato sia pubblico che privato dove il mansionario fissa gli obiettivi, e ogni anno si alza l'asticella per raggiungere, come si diceva, il massimo dei risultati con l'impiego minimo dei tempi e dei mezzi. Regolati dalla razionalità tecnica, il nostro riconoscimento non è più affidato al nostro nome, ma alla nostra funzione, e la misura ci è data dall'avanzamento in carriera da cui dipende la stima che gli altri, ma soprattutto noi stessi finiamo per avere di noi. Il riconoscimento dell'apparato è il fondamento della nostra identità e anche della nostra libertà, che non è più una libertà personale, ma una libertà di ruolo. Siamo tanto più liberi quanti più ruoli sappiamo rivestire nello scenario lavorativo e produttivo che gli apparati hanno dispiegato per noi. La morale tradizionale che regolava i costumi dei nostri padri e dei nostri nonni non ha più ragione d'essere, perché è subentrata una regola ben più ferrea della morale, la regola della razionalità tecnica che, a differenza della morale tradizionale, non prevede il perdono per le deroghe e le trasgressioni, ma nel caso del lavoro il licenziamento, la perdita del ruolo, e alla fine l'emarginazione sociale. La chiamiamo "liquida", questa società dove ciascuno all'apparenza fa quel che "vuole", quando per cinque giorni alla settimana fa rigorosamente quel che "deve" e nei giorni festivi quel che "può"? La razionalità tecnica, che impone uno stile efficiente, produttivo, utilitaristico, ottimizzante nei suoi risultati, confligge radicalmente col mondo della vita che si nutre di azioni all'apparenza inutili ma gratificanti, al limite del superfluo ma ricche di godimento, sovrabbondanti nell'effusione del linguaggio, come accade nell'amore dove la razionalità tecnica si limiterebbe a dire "ti amo" e poi più nulla perché il resto sarebbe pura enfasi. E così, impoveriti nel linguaggio sempre più funzionale, nei gesti sempre più finalizzati, nelle emozioni da contenere come fattori di disturbo, nei sentimenti resi atrofici perché disturbano i processi razionali, dobbiamo dirci "liquidi" o, come diceva Max Weber già all'inizio del secolo scorso, imprigionati in una "gabbia d'acciaio", dove i giovani non a caso recalcitrano a entrare?

lunedì 23 gennaio 2017

Scriptamanent. 64 “#lavoltabuonadiJep”.



Da “La volta buona di Jep” di Alessandro De Nicola, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 23 di gennaio dell’anno 2015: Solo chi è dotato di memoria formidabile ed ha almeno qualche capello grigio può ricordarsi cosa fosse la Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali, da tutti chiamata Gepi, finanziaria pubblica creata nel 1971, con capitale posseduto al 50% dalla banca pubblica Imi e per il resto suddiviso in parti uguali tra Eni, Iri ed Efim (altro moloch statale ora scomparso). All'epoca, quella che oggi verrebbe chiamata la mission di Gepi era di investire in imprese private in difficoltà, ristrutturarle e poi uscire dal capitale. Nel 1980 si pensò di affidare un'altra mission alla finanziaria, vale a dire accogliere i dipendenti in esubero delle grandi società private e o riassegnarli ad altri compiti produttivi o farli vivacchiare in cassa integrazione. Il numero totale di cassintegrati Gepi arrivò a 33 mila, per dare un'idea. Cambiamo era geologica e passiamo al nostro tempo de #lavoltabuona. Il decreto legge del 21 gennaio ("Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti") prevede all'articolo 7 l'istituzione di una "società di servizio per la patrimonializzazione e la ristrutturazione delle imprese" che dovrebbe intraprendere iniziative a favore delle aziende italiane che, nonostante "temporanei squilibri patrimoniali o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive industriali e di mercato" (valutate in base a parametri che il decreto, ahimè, non specifica) e necessitino di soldi. Insomma, una Gepi rediviva che, in onore alla modernità, potremmo chiamare Jep, come l'annoiato e fascinoso intellettuale Gambardella, protagonista de "La Grande Bellezza". Ebbene, Jep è semplicemente "promossa" (come, non si sa) dal governo che dovrebbe incoraggiare investitori istituzionali a patrimonializzarla. Jep può fare tutto: affitti di azienda, operazioni di finanziamento, investimento di capitale proprio, emettere azioni di diversa categoria (ossia con diritti differenziati) o strumenti finanziari banali (obbligazioni) o esotici. Ma come attrarre questi benedetti investitori? In effetti, se l'operazione di ristrutturazione di una società in difficoltà fosse conveniente, gli operatori di mercato farebbero la fila per entrare nell'affare, no? Quindi, se bisogna incoraggiarli, vuol dire che gli investimenti che ha in mente il legislatore qualche rischio in più lo fanno correre nonostante le "adeguate prospettive". E allora, ecco qui la clausola per la quale "alcune categorie di investitori" (non si sa quali, forse quelli pubblici come la Cdp) "possono avvalersi della garanzia dello Stato" nei limiti di un fondo che per il 2015 è fissato a 300 milioni di euro. Chi si avvale della garanzia riconoscerà però parte degli utili allo Stato. Ohibò, e per gli azionisti di Jep senza garanzia? Comanderanno di più in assemblea perché le loro azioni avranno diritti speciali di voto. E per i concorrenti di Jep che sarebbero stati interessati all'investimento ma, sprovvisti di garanzia statale, avrebbero riconosciuto meno soldi ai soci dell'impresa in difficoltà per comprare le loro azioni?

domenica 22 gennaio 2017

Primapagina. 24 “Trump è lì per difendere il capitalismo da se stesso”.



Da “Trump è lì per difendere il capitalismo da se stesso” di Alberto Bagnai, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 18 di gennaio 2017: (…). Nel 2011, mentre in Italia ci veniva chiesto di sottoporci alle cure da cavallo dell’Europa perché “fuori c’è la Cina”, il surplus tedesco raggiungeva i 228 miliardi di dollari, sorpassando quello cinese (pari in quell’anno ad appena 136 miliardi). La Cina, intesa come potenza economica da cui difenderci per non restare schiacciati nell’arena della globalizzazione, ce l’avevamo in casa, e si chiamava Germania. Da allora il surplus tedesco ha veleggiato verso i 300 miliardi di dollari, restando stabilmente al disopra di quello cinese (con l’unica eccezione del 2015), e così è previsto rimanga fino al 2021 e oltre. Ora, spero di non sorprendervi se vi segnalo che come in tutti i giochi, anche in quello del commercio internazionale chi guadagna soldi (vendendo) è più contento di chi ne perde (comprando). Secondo il Fondo Monetario Internazionale i quattro saldi esteri più grandi nel 2016, a prescindere dal segno, sono stati quelli di Germania (301 miliardi), Cina (260 miliardi), Regno Unito (-157 miliardi) e Stati Uniti (-469 miliardi). Il saldo estero si riconferma la variabile più importante da osservare per comprendere non solo lo stato di salute di un paese, ma anche l’evoluzione politica internazionale. Guarda caso, i due eventi più dirompenti per il progetto liberista (la Brexit, che ne intacca il caposaldo europeo, e l’elezione di Trump, che compromette quello statunitense), si sono verificati nei paesi con i due deficit esteri più grandi, mentre a difendere il libero mercato si schierano i paesi che ci guadagnano di più. So cosa state pensando: “E vedrai che anche stavolta Bagnai ci parla di euro: che barba!” No, cari lettori, questa volta passo: lascio che a parlarvene sia il programma economico di Donald Trump.

sabato 21 gennaio 2017

Capitalismoedemocrazia. 59 “La lunga guerra tra capitale e lavoro”.



“(…). Ci è stato rimproverato, a noi comunisti, di voler sopprimere la proprietà faticosamente acquisita con il lavoro individuale; quella proprietà che si dice essere il fondamento di ogni libertà, attività e indipendenza delle persone. Proprietà personale, frutto del lavoro del singolo! Forse si parla della proprietà del piccolo borghese o di quella del piccolo contadino, forma di proprietà antecedente a quella borghese? Non siamo noi che dobbiamo abolirla, l’ha già abolita, o lo sta facendo, lo sviluppo dell’industria. Ovvero si parla della proprietà privata, della moderna proprietà borghese? Il lavoro salariato crea forse una proprietà per il proletariato? Assolutamente no. Esso crea il capitale, vale a dire la proprietà che sfrutta il lavoro salariato e che non può accrescersi se non a condizione di produrre nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo nuovamente. Nella sua forma attuale la proprietà si muove tra due poli antagonistici: capitale e lavoro salariato”. Così scriveva il “Moro” di Treviri nel Suo “Manifesto” al capitolo secondo che ha per titolo “Proletari e comunisti”. Si dirà: “cosa passata”, veterocomunismo, cose di altri tempi. A quel tempo, quel libello si proponeva la realizzazione di una “rivoluzione” antropologica epocale, stante l’attualità al tempo della divisione in classi che il moderno capitalismo finanziario non ha cancellato ma reso più tollerabile, inavvertita, leggera, soporifera, se non addirittura superata proclamando la fine delle “ideologie”. Ma dietro quel falso proclama il capitalismo ha continuato il suo “lavoro” di accumulo e di divisione sempre più feroce in classi con l’affermazione di una sua rivoluzione antropologica che nessun “manifesto” nel frattempo si è peritato di denunziare  con forza ed insistenza e che oggigiorno divide il mondo intero nell’1% che detiene la grossa fetta della ricchezza planetaria contro il 99% che vede arretrare pesantemente le sue condizioni sociali e materiali. Quel “Manifesto” del lontanissimo ’48 ritroverebbe il suo valore e la sua attualità se i suoi estensori potessero cambiarne i termini della questione non minacciando più l’abolizione della proprietà privata quanto invece riproporre una “rivoluzione” che inneggiasse alla equità economica affinché si realizzi una politica di ridistribuzione tra i tanti esclusi delle ricchezze del mondo. Più avanti il “Moro” di Treviri continuava a scrivere: “(…). Voi inorridite perché noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società la proprietà privata è abolita per nove decimi dei suoi membri. Ed esiste per voi, proprio perché essa non esiste per quei nove decimi. Ci rimproverate dunque di voler abolire una forma della proprietà che non può esistere, se non alla condizione di privare di qualsiasi proprietà l’immensa maggioranza della società. Insomma, ci accusate di voler abolire la vostra proprietà. È vero: la nostra intenzione è proprio quella. (…)”.

venerdì 20 gennaio 2017

Paginatre. 63 “Trump e populismo, forma politica di lotta di classe”.



Ha scritto Federico Rampini in “Capitalismo predatore, ultima fermata” pubblicato sul settimanale “D” del 3 di dicembre dell’anno 2016: (…). …ho avuto il privilegio di vivere per otto anni nell'America di Obama. Oggi quest'America sembra alla retroguardia. Con Trump non ha inventato nulla, ha importato ingredienti di un'insurrezione populista già presenti da anni nella vecchia Europa; ha aggiunto solo una dimensione spettacolare, un kitsch da reality tv, ma la sostanza non è davvero originale. (…). …ora che in America abbiamo toccato il fondo, è proprio a noi che spetta il compito di diventare il laboratorio di una ricostruzione. Penso a una ricostruzione economica: Obama ci tirò fuori dalla spaventosa recessione del 2008 ma per tante ragioni non riuscì a modificare il modello di sviluppo fortemente diseguale. Penso alla ricostruzione di un American Dream dove una laurea di qualità non costi mezzo milione di dollari. Penso alla ricostruzione di un'idea di nazione, di comunità solidale, perché il livello di odio reciproco, delegittimazione, insulto, faziosità, è ormai patologico. Se non ci riusciamo in America, a ripartire verso un futuro diverso, temo che non ci riuscirà nessuno. Per una ragione semplice. La causa strutturale del fenomeno Trump è un capitalismo feroce, oligarchico, che ha dirottato e manipolato la globalizzazione per metterla al servizio di pochi. È stata l'America la cabina di regia di quel capitalismo predatore, ed è qui che bisogna intervenire per cambiare le regole. Nessun altro paese al mondo ha abbastanza forza per farlo da solo. È l'America ad avere le risorse per inventare un'economia nuova: le idee ci sono, c'è una società giovane, multietnica, i talenti più creativi sono venuti qui dal mondo intero. Sulle due coste, nella mia California e nella mia New York, così come in tante altre roccaforti progressiste che l'8 novembre votarono massicciamente contro Trump, c'è una società civile che deve rimboccarsi le maniche, capire dove abbiamo sbagliato, imparare a parlare con i delusi e gli impoveriti, gli umiliati e i declassati che hanno cercato nel populismo una vendetta e una speranza. Sarà una battaglia dura, ma sia chiaro: non solo contro Trump. I problemi che ci affliggono sono ben più antichi di lui. È dagli anni ‘80 di Ronald Reagan che, insieme all'egemonia culturale e politica del neoliberismo, è iniziata una deriva: diseguaglianze sempre più estreme, lobby sempre più potenti, la democrazia intossicata dal denaro. È un male che viene da lontano ed è bipartisan: la deregulation finanziaria che consegnò carta bianca a Wall Street la firmò Bill Clinton. I privilegi fiscali per le multinazionali sono stati votati da repubblicani e democratici. Quel modello si è esteso in Europa, e anche voi avete le vostre battaglie da fare. Ma se non cambia il centro dell'impero, è difficile che ci riesca la periferia. Ore 18.00 (ore 12.00 di quel mondo) di oggi 20 di gennaio: Trump è il Presidente degli Stati Uniti d’America. L’era di Trump ha inizio. Tratto da “Trump, la rabbia antisistema e l'eutanasia delle sinistre” di Carlo Formenti, postato il 9 di novembre dell’anno 2016 sul sito di “MicroMega.net”:

mercoledì 18 gennaio 2017

Scriptamanent. 63 “Alienazione e lavoro”.



Da “Perché insieme al lavoro si perde l’identità” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 18 di gennaio dell’anno 2014: Scriveva il filosofo Günther Anders: «La vera domanda non è cosa possiamo fare noi con la tecnica, ma che cosa la tecnica può fare di noi». Siamo nell'età della tecnica, anche se la maggior parte delle persone non ne è del tutto consapevole e pensa di vivere ancora in un mondo umanistico, dove l'uomo è il soggetto e il responsabile delle proprie decisioni e delle proprie azioni. (…). …l'età umanistica è definitivamente conclusa. La tecnica non è l'insieme degli strumenti, come solitamente si crede. Questa semmai è la tecnologia. La tecnica è la forma più alta di razionalità raggiunta dall'uomo, più alta ancora della razionalità dell'economia, che soffre ancora di una passione umana, la passione per il denaro, da cui la tecnica è esonerata. La razionalità della tecnica è stata definita "strumentale" perché consiste nel raggiungere il massimo degli scopi con l'impiego minimo dei mezzi. A questa razionalità sono sottomessi, per usare un'espressione hegeliana, sia il "signore" sia il "servo", che non sono più due volontà contrapposte, perché hanno entrambi come controparte la razionalità del mercato. Questa è la ragione per cui non si dà più lotta di classe e tantomeno rivoluzioni. In un sistema regolato dalla razionalità tecnica l'identità di ciascuno è data dal proprio ruolo. Non è un caso che quando incontriamo una persona sappiamo qualcosa di lui non quando ci dice il suo nome, ma quando ci dà il suo biglietto da visita in cui è scritta la sua funzione. Infatti tra i valori della tecnica, oltre all'efficienza e alla produttività, troviamo la funzionalità, cioè l'idoneità di una persona a ricoprire al meglio la funzione che gli è stata assegnata, finché quella funzione è ritenuta indispensabile.

lunedì 16 gennaio 2017

Scriptamanent. 62 “L’Illuminismo ed il diritto alla libertà”.



Da “Ma il diritto alla libertà non conosce limiti” di Stefano Rodotà, sul quotidiano la Repubblica del 16 di gennaio dell’anno 2015: (…). Riprendendo un discorso di Benedetto XVI, Papa Bergoglio è tornato sulle presunte colpe dell'Illuminismo. È bene ricordare, allora, che proprio lì ha le sue radici la frase attribuita a Voltaire (ma in realtà costruita da Evelyn Hall) infinite volte citata in questi giorni: «Non sono d'accordo con quel che dici, ma mi batterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di farlo». Una indicazione forte, che ci ha accompagnato tutte le volte che si era di fronte a regimi totalitari e autoritari e che non possiamo perdere di vista, perché libertà e diritti esigono una continua e intransigente difesa. La letteratura da sempre ci racconta il futuro, e talvolta ci ammonisce sui suoi pericoli. Il secolo passato è stato segnato da due grandi distopie, da due utopie negative sui rischi dell'uso della biologia e della società della sorveglianza, consegnata a due libri - Il mondo nuovo di Aldous Huxley - e 1984 di George Orwell. Oggi altri due libri sono davanti a noi. Il cerchio di Dave Eggers ci parla di una società della trasparenza totale, resa possibile dalla costruzione di una grande impresa planetaria che si impadronisce della vita di tutti, nella quale si può riconoscere la proiezione nel futuro di una combinazione di Google, Facebook, Twitter. (…). Vi sono nelle nostre culture utopie positive alle quali fare appello perché il futuro comune sia sottratto a questo orizzonte pessimistico? Qui deve innestarsi la riflessione storica, che ci fa scoprire radici profonde e le connette con il presente. (…). Oggi la libertà è minacciata, le diseguaglianze ci sommergono, ma in questo momento la parola più difficile da pronunciare è "fraternità" o, come più spesso si dice, "solidarietà". Ma solidali con chi, verso chi? Soltanto verso chi ci è vicino, costruendo così una solidarietà "escludente" ogni altro, che ci spinge verso identità oppositive, destinate ad alimentare conflitti sempre più acuti? Riflettendo sulla condizione europea, Jurgen Habermas aveva affermato che solo la solidarietà può liberarci dall'odio tra paesi creditori e paesi debitori. Mentre diverse forme di odio montano in maniera che a qualcuno pare irresistibile, la pratica difficile e impegnativa della solidarietà non è forse una via che sarebbe cieco abbandonare? Questi casi, insieme ad altri altrettanto eloquenti che potrebbero essere richiamati, mostrano come le stesse concrete difficoltà presenti possano essere affrontate solo con una adeguata riflessione culturale. Voltaire e la triade rivoluzionaria - libertà, eguaglianza, fraternità - evocano direttamente l'Illuminismo, la sua lunga storia, i riconoscimenti e le trasformazioni di libertà e diritti che da lì hanno avuto origine. E proprio su questa eredità non da oggi ci stiamo interrogando, (…). Il modo in cui Alessandro Magno recise l'inestricabile nodo di Gordio, come vuole la leggenda, ben può apparire oggi come metafora di un tempo in cui si contempla quasi esclusivamente il bene della decisione. Decisione subitanea, immediata, magari non meditata, ma rapida e definitiva.

domenica 15 gennaio 2017

Primapagina. 23 “Governo: uno sberleffo dopo il 4 dicembre”.



Da “Il governo Gentiloni, una presa in giro per 20 milioni di italiani”, intervista di Marco Travaglio al professor Gustavo Zagrebelsky pubblicata su “il Fatto Quotidiano" del 13 di gennaio 2017: (…). Cosa hanno voluto dire i 20 milioni di elettori del No? - Voltiamo pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da centrodestra e centrosinistra nel silenzio generale. Ecco: proponeteci un’altra politica -. 
Che c’è di male nell’imporre bilanci in ordine? - L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima -.
Si spieghi meglio. - Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso -.
E, dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia. – (…). Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri -.
Vedo che Renzi lei non lo nomina proprio… E del governo Gentiloni che dice? - È il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa -.

sabato 14 gennaio 2017

Scriptamanent. 61 “#noiquelliditelemaco”.



Disse: “la generazione nuova che abita oggi l’Europa”. E Poletti allora? Disse pure: “Is e veri gud italian”. Ma si riferiva ad Antonio Meucci, mica a Poletti. Che resta, purtroppo per noi tutti, ministro. Furbo lui! Da “La pro loco Renzi e l’Ulisse tour” di Daniela Ranieri, su “il Fatto Quotidiano” del 14 di gennaio dell’anno 2015: Mi sa che gli spin doctor che lavorano alla costruzione del mito “Renzi grande comunicatore” stanno cercando di superare i record stabiliti da quell’altro, il premier tycoon delle tv guardato con imbarazzata pietà da tutto il mondo ogni volta che apriva bocca. Altrimenti perché consigliargli, o non sconsigliarlo, di chiudere il suo gassoso semestre di presidenza europea con un’altra metafora, dopo quella già imbarazzante con cui l’aveva aperto? Forse la scommessa del semestre italiano è stata persa perché “la generazione nuova che abita oggi l’Europa” non si è “riscoperta Telemaco”, non si è fatta erede, prendendo “la tradizione da cui veniamo e darla ai nostri figli”, come disse nel suo intrepido discorso d’esordio? Sarà per quello. “Ho imparato cosa fosse l’Europa nello studiare la storia della mia città”, ha detto rivolto a un’aula semivuota, “e nella mia città c’è un grande personaggio che quando mette in bocca una piccola orazione a Ulisse fa un riferimento che trovo estremamente efficace oggi”. Il grande personaggio è Dante, e la piccola orazione è quella di Ulisse nell’Inferno che Renzi recita a memoria: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute, cioè virtù, e conoscenza”. A parte che Dante dice “canoscenza”, l’impressione , per noi “che seguiamo da casa” e che siamo il target privilegiato di Renzi, è di estremo imbarazzo. Il risultato è quello di un premier provinciale, saccentone e pittoresco, un ibrido tra il già citato B. e Balotelli, icona di una italianità un po’ spaccona e molto cialtrona che va forte all’estero.

venerdì 13 gennaio 2017

Scriptamanent. 60 “La Cina non sta mettendo in crisi il mondo”.



Da “La Cina non sta mettendo in crisi il mondo: è un po’ vero il contrario” di Alberto Bagnai, su “il Fatto Quotidiano” del 13 di gennaio dell’anno 2016: (…). Con la crisi dei subprime (…) i media ci presentarono una Cina salvifica, motore dell’economia mondiale, che ci avrebbe tirato fuori dalle secche. Ma (…) c’erano due problemi. Uno (…): nonostante le dimensioni geografiche e demografiche, la Cina faceva solo il 7% del Pil mondiale ed era difficile che riuscisse a tirarsi dietro il restante 93%. Inoltre, anche se in Cina la crescita media nel decennio precedente era stata dell’11%, il paese prima o poi avrebbe rallentato. Si chiama teoria della convergenza, sta in tutti i libri, e deriva dal fatto che il capitale è molto produttivo (determinando tassi di crescita elevati) dove è più scarso (e quindi nelle economie meno progredite). Arriviamo ad oggi. Il vento è cambiato (…). L’economia mondiale è immersa nella crisi più prolungata dell’ultimo secolo. I dati mostrano che questa è dovuta, in larga parte, al suicidio del secondo polo dell’economia globale, l’Eurozona, che dal 2012 in poi sta dando un contributo negativo alla crescita mondiale, a causa di una ben precisa scelta politica (l’austerità). Torna la tentazione di prendersela con qualcun altro: il “destino cinico e baro” (che oggi gli economisti chiamano “ipotesi della stagnazione secolare”), o anche, perché no, un altro classico, la Cina, colpevole secondo alcuni di smettere di crescere, e di perturbare i mercati. Ma le cose non stanno esattamente così. Intanto, la Cina, a differenza dell’Eurozona, ha tentato di remare a favore della ripresa. Il suo rallentamento è stato inferiore a quello previsto dagli economisti: la crescita media nel periodo della crisi è stata attorno al 9%, contro il 7% di molte previsioni. Questo risultato superiore alle aspettative è una conseguenza paradossale della crisi stessa. Questa da un lato ha indotto i governi occidentali a politiche monetarie molto espansive, e dall’altro ha reso i paesi emergenti una meta allettante per la grande massa di liquidità creata. Di conseguenza, fra il decennio pre-crisi e il periodo successivo gli afflussi netti di capitali in Cina sono raddoppiati, favorendo il manifestarsi di bolle come quella del mercato azionario, oggi agli onori della cronaca, ma soprattutto ostacolando il riequilibrio del modello di crescita cinese. Lo mostra il rapporto fra investimenti fissi e Pil, ulteriormente cresciuto, fino a raggiungere il 48%, anche grazie a un flusso crescente di investimenti diretti dall’estero. Questa massiccia creazione di capacità produttiva risulta necessariamente eccessiva in un mondo in crisi di domanda, dovuta in larga parte al fatto che l’Eurozona continua a pretendere di campare sulla domanda altrui, rimanendo venditrice (anziché acquirente) netta di beni. Un approccio che riflette la volontà della sua potenza egemone, la Germania, che inoltre, per interposta Bce, ha anche pilotato al ribasso il cambio dell’euro, in un disperato tentativo di dare ossigeno alle sue economie satellite (naturalmente, a spese altrui). La svalutazione dell’euro rispetto al dollaro è stata anche una colossale svalutazione competitiva rispetto alla Cina, cioè un secondo ostacolo posto dall’Eurozona sulla pista di “atterraggio dolce” dell’economia cinese. Una manovra aggressiva, intervenuta in un quadro nel quale il calo del prezzo del petrolio, se favorisce la Cina dal lato dell’offerta (rendendo più convenienti le fonti di energia fossili), la sfavorisce dal lato della domanda (perché mette in crisi tutti i paesi emergenti esportatori di materie prime, in particolare quelli africani, con i quali la Cina ha intensificato i propri rapporti commerciali). La ricomposizione pacifica di questi squilibri richiederebbe che noi per primi ripensassimo il nostro modello di sviluppo, abbandonando la delirante idea tedesca di competere al ribasso con la Cina sul costo del lavoro, e riprendendo un percorso di investimenti pubblici che ci consentisse di tutelare il nostro vantaggio tecnologico. Ma questo, a un paese che pur di non pagare i suoi operai importa braccia con la spregiudicatezza e i risultati cui assistiamo, proprio non possiamo chiederlo.