"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 15 dicembre 2016

Uominiedio. 22 “La vita a prescindere”.



“A prescindere”. Così avrebbe detto quel grande della commedia dell’arte. Quel grande che non c’è più. “A prescindere” dal colore della pelle, dallo stato sociale, dalla credenza confessionale o religiosa. La vita in quanto tale “a prescindere”. La vita in quanto tale merita rispetto. O meriterebbe rispetto. Sempre e comunque. Ed ovunque. A chi ancor oggi si leva in difesa della vita, della sacralità della vita in nome di una confessionalità tutta d’un pezzo, sarebbe cosa buona e giusta rammentare, o far conoscere - ché la memoria e la conoscenza non sono alla portata dei tanti - in quale dispregio la vita sia stata tenuta e considerata nei tempi andati da una confessionalità distorta e confusa. Ove si parla di un tale a nome Domenico Scandella, familiarmente detto Menochio. Che aveva visto la luce del signore nell’anno 1532 in un borgo nomato Montereale sulle amene colline friulane. Bandito dal borgo suo per anni due a seguito di una rissa negli anni del signore 1564 e 1565. Di professione mugnaio. E sì che aveva messo in atto il comandamento divino di crescere e moltiplicarsi, per la qualcosa aveva impalmato una giovine dalla quale aveva avuto ben sette figli; nel conto, anche altri quattro che erano morti per la durezza della vita a quel tempo. Diligentemente inquisito dalla sacra romana chiesa, al suo poco caritatevole giudice, il canonico Giambattista Maro, vicario generale dell'inquisitore di Aquileia e Concordia, ebbe a dire che la sua attività era di essere “monaco, maragòn, segar, far muro et altre cose”. Denunciato il 28 di settembre dell’anno del signore 1583 il povero Menochio fu preso in cura da quell'Uffizio piuttosto santo con l'accusa di aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo. Al povero Menochio fu ascritta la grave colpa non solo di essere un bestemmiatore, ma di avere addirittura cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole "praedicare, et dogmatizzare non erubescit". Sulla peccaminosità del vivere e del pensare soprattutto, ché vivere senza pensare non è peccato alcuno da che è stato creato il mondo, sulla peccaminosità del povero Menochio non sarebbe stato possibile avere dubbi a seguito di una sua singolarissima esposizione cosmogonica della quale era giunta, al quel santo Uffizio, un'eco inquietante: “Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno gli angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era anche Dio (...) fece poi Adamo et Eva, et populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual moltitudine non facendo li commendamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocifisso. (...)”.
Visse Menochio il tempo suo a pieno, tempo dominato da fatti grandi e complessi che concorsero a sconvolgere la vita sua e del tempo suo: l'invenzione della stampa e la Riforma. E sì che gli sconvolsero la vita; anzi gliela strapparono proprio. Peccato suo grande fu, tramite la novella “diavoleria” della stampa, la possibilità di porre a confronto i libri con la tradizione orale in cui era cresciuto e pasciuto, e trovare così finalmente le parole per sciogliere il grumo di idee e fantasie che avvertiva dentro di sé. E la Riforma poi, ahimè, gli diede l'audacia di comunicare ciò che sentiva al prete del villaggio, ai compaesani, agli inquisitori, anche se non potette, come avrebbe voluto, dirle in faccia al vescovo di Roma, ai confratelli Cardinali, ai Principi. Mal gl’incolse. Punirne uno per insegnare ai tanti. Sul povero Menochio e sulla sua tragica fine ne ha scritto dottamente Franco Cordero ne “I roghi di Calvino” pubblicato sul quotidiano “la  Repubblica “ del  12 di maggio dell’anno del signore 2007. Di seguito ne trascrivo una parte: (…). Menochio Scandella è un mugnaio friulano, alfabeta, musico, onesto, benvoluto, con un difetto, anzi eccesso: ha letto qualcosa in fonti pulite; ignora le dispute cattolico - protestanti, né spaccia fantasie profetiche; rispetta le autorità; vive quieto, buon cristiano, ma avendo «cervelo sutil», pensa, abito pericoloso; l'Inquisitore del Friuli lo dichiara eretico, anzi eresiarca: i fabbricanti d'eresie vanno al rogo; ringrazi Iddio della prigione a vita. Due anni dopo esce, malamente segnato. Ne passano 14 e torna in prigione perché pensava ancora, parlandone a quattr' occhi. I recidivi non hanno scampo. L'inquisitore chiuderebbe gli occhi, visto che presto morrà da solo: non può, gli soffia sul collo l'Eminentissimo Giulio Antonio Santori, mancato papa nel conclave 1592; esegua «virilmente» la condanna; e sotto Natale 1598 anche Menochio rende l'anima nelle fiamme; «Dio è aere», era uno dei suoi delitti verbali. (…). Riporta Emmanuel Carrère nel Suo “Il Regno” – alle pagine 16 e 17, Adelphi editore (2015), pagg. 428, € 22.00 – una “paginetta” tratta dalle opere di Friedrich Wilhelm Nietzsche  (Röcken, 15 di ottobre dell’anno 1844 – Weimar, 25 di agosto dell’anno 1900 n.d.r.): “Quando in un mattino di domenica sentiamo rimbombare le vecchie campane, ci chiediamo: ma è mai possibile! Ciò si fa per un ebreo crocifisso duemila anni fa, che diceva di essere il figlio di Dio. La prova di una tale asserzione manca. Sicuramente nei nostri tempi la religione cristiana è un’antichità emergente da epoche remotissime, e che si creda a quell’asserzione – mentre per il resto si è rigorosi nell’esaminare ogni pretesa – è forse il frammento più antico di quest’eredità. Un Dio che genera figli con una donna mortale; un saggio che incita a non lavorare più, a non pronunciare più sentenze, e a badare invece ai segni della prossima fine del mondo; una giustizia che accetta l’innocente come vittima vicaria; qualcuno che comanda ai suoi discepoli di bere il suo sangue; preghiere per interventi miracolosi; peccati commessi contro un Dio, espiati da un Dio; paura di un aldilà, la porta del quale è la morte; il segno della croce come simbolo di un tempo che non conosce più la condanna e l’ignominia della croce – qual gelido soffio ci manda tutto ciò, come dal sepolcro di un antichissimo passato! Chi crederebbe che una cosa simile viene ancora creduta?”. Fine della citazione “nietzschiana”. Conclude Emmanuel Carrère: Eppure viene creduta. Sono in molti a crederci. Il povero Menochio restituì la sua vita a quel suo Dio per molto meno delle parole e dei pensieri di Friedrich Wilhelm Nietzsche . Poiché si era per l’appunto, a quel tempo andato del povero Menochio, al tempo della vita “a prescindere”. E non sia detto che tempi rancorosi e sanguinari non abbiano a ripresentarsi ancora nel mondo dell’Occidente fortunosamente emendato dal secolo dei “lumi” per mano di coloro che si considerano depositari della verità unica.  

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