"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 30 dicembre 2016

Paginatre. 60 “Euro&sinistra”.



Da “Noi di sinistra dobbiamo chiedere scusa per l’euro” di Alfredo D'Attorre – deputato della “Sinistra italiana” -, su “il Fatto Quotidiano” del 26 di ottobre 2016: (…). Il punto è semplice: può un qualsiasi schieramento progressista riproporsi credibilmente alla guida del Paese senza fare un bilancio onesto degli effetti sulla società italiana della scelta più importante che il centrosinistra ha compiuto nell’ultimo ventennio, ossia l’adesione incondizionata al vincolo esterno europeo e al progetto dell’euro? Se gli economisti discutono sulla praticabilità di un’uscita dalla moneta unica, su altri due punti la discussione scientifica è chiusa, nel senso che le evidenze empiriche conducono univocamente nella stessa direzione: Primo: l’euro è stato costruito in una maniera radicalmente sbagliata, funzionale solo agli interessi della Germania e dei suoi satelliti, ha enormemente accresciuto la divergenza e l’ostilità tra i popoli europei e si è rivelato incompatibile con una logica di sana cooperazione politica ed economica su base paritaria fra i diversi Stati. Secondo: l’Italia è uno dei Paesi per i quali la scelta dell’euro ha prodotto gli effetti più negativi. Basta prendere in considerazione un qualsiasi grafico che illustri comparativamente l’andamento della produttività, della bilancia commerciale, del reddito pro capite o del PIL fra Italia e Germania prima e dopo l’introduzione della moneta unica per aver un quadro impressionante. Si pensi solo al fatto che ancora nel 2015 l’Italia era l’unico Paese dell’eurozona, Grecia compresa, in cui il livello del PIL pro capite rimaneva inferiore a quello del 1999, l’anno in cui siamo stati ammessi nella moneta unica e sono stati fissati i cambi tra le diverse valute nazionali. Di fronte all’evidenza di tale disastro economico e sociale, a cui vanno aggiunti gli effetti sulla qualità della nostra democrazia, le forze progressiste dovrebbero riconoscere apertamente l’errore storico compiuto nell’appoggiare un progetto fallimentare e, ciascuna per la propria parte di responsabilità, chiedere scusa agli italiani. Si tratterebbe, a mio avviso, di un atto politico in grado di riaprire un rapporto con settori della società italiana un tempo vicini alla sinistra e che oggi rischiano di essere consegnati irreversibilmente alla destra xenofoba o all’avventurismo del M5S. L’altra riflessione che si dovrebbe aprire fra gli intellettuali e i politici progressisti, (…), riguarda il rapporto fra euro e Costituzione repubblicana. (…). …è arrivato il tempo di interrogarsi sulla compatibilità fra il progetto di società tracciato dalla Carta costituzionale e quello contenuto nei Trattati europei, su cui il funzionamento della moneta unica si regge. Le famigerate ‘riforme strutturali’ richieste dall’Europa in materia di lavoro, pensioni, sanità, istruzione, risparmio non sono un accidente della storia, ma la diretta conseguenza di un modello economico chiaramente alternativo a quello disegnato nella prima parte della nostra Costituzione e strettamente funzionale al mantenimento della moneta unica.Decine di studi hanno ormai chiarito che per le economie della periferia dell’eurozona l’austerità, gli alti livelli di disoccupazione e la conseguente deflazione salariale non sono una condizione transitoria legata a una fase di crisi, ma il presupposto per mantenere le economie di quei Paesi su una linea di galleggiamento dentro la moneta unica, in una situazione in cui essi hanno rinunciato al controllo della leva fiscale e di quella monetaria.

martedì 27 dicembre 2016

Scriptamanent. 56 “Le guerre del male contro il male”.



Da “Le guerre del male contro il male” di Furio Colombo, su “il Fatto Quotidiano” del 27 di dicembre dell’anno 2015: Questo non è lo scontro finale fra il bene e il male, il biblico Armageddon che deciderà le sorti del mondo. Il bene non partecipa a questo scontro. Questo è lo scontro finale del male contro il male, fra coloro che credono davvero nella guerra come netta soluzione chirurgica di un Paese potente a chi osa sfidarlo. E coloro che sono persuasi che l’insidia del terrore, sempre presente, e mai rintracciabile, possa creare una sorta di follia epidemica che, fra celebrazioni e vendette, genera massacri, odio e terrorismo. La macabra scuola della Shoah comincia a dare i suoi frutti: una volta definito un “target”, tutti i cittadini sono altrettanto da uccidere e non fa differenza se siano innocenti, estranei, bambini, o anche propri compagni di lotta che si trovano nel luogo sbagliato. Seguiamo i due lati della guerra del male contro il male, che si differenzia, come vedremo tra poco, non per potenza, non per ricchezza, non per diversi tipi di scrupolo morale, ma soltanto per modalità di strategia prescelta. Sul versante del terrorismo vi sono tre grandi trovate: una, dare allo scontro – tramite adeguata propaganda – una dimensione così universale che lo scontro non può finire. Vittoria non è pace. La pace non è un bene desiderato. Secondo, sbandierare come sacra e assoluta la religione. In verità, non si è mai visto un terrorismo più laico, a confronto, per esempio, con il quasi misticismo delle Br italiane e della Raf tedesca, per non parlare del fondamentalismo cristiano armato negli Usa. S’intende, non sto tenendo conto delle posizioni soggettive dei vari gruppi. È bene smettere, però, di credere che così tanta gente si faccia saltare in aria per meritare le fanciulle vergini di un paradiso. Alle dovute condizioni psicologiche, sociali, umane, tanti soldati del mondo, quando gli eserciti erano di popolo, sono stati capaci di simili sacrifici per la patria, per il re, per i sacri confini, per l’ultima trincea da difendere: le centinaia di migliaia di morti (detti “caduti”) di Verdun e del Carso, le decine di milioni di morti della Seconda guerra mondiale, sono tuttora celebrati per la morte “affrontata e cercata” e il danno arrecato al nemico (i morti del nemico). Ma nel frattempo si immagina una infantile e manipolata follia religiosa e cieca del kamikaze che vuole morire e uccide solo per diventare martire (categoria già nota ai fascisti) e salire al cielo giusto.

lunedì 26 dicembre 2016

Paginatre. 59 “Il giorno in cui ho smesso di credere in Dio”



Da “Il mestiere di uomo” di Umberto Veronesi – Einaudi Editore (2014); € 18,50 – riportato sul quotidiano la Repubblica del 17 di novembre dell’anno 2014 col titolo “Il giorno in cui ho smesso di credere in Dio”: (…). …da bambino non perdevo mai una messa né un rosario, ero un inappuntabile chierichetto ed ero persino stato elevato al grado di «paggetto», una vera e propria onorificenza nella Chiesa di allora. (…). Non saprei dire qual è stato il mio primo giorno senza Dio. Sicuramente dopo l’esperienza della guerra non misi mai più piede in una chiesa, ma il tramonto della fede era iniziato molto prima. Durante il liceo fui bocciato due volte, ero un discolo in senso letterale: non andavo bene a scuola. Ero il tipico ragazzo di periferia, i miei atteggiamenti erano spavaldi, avevo sempre bisogno di mettermi in mostra: era l’unico modo che conoscevo per vincere la timidezza e affermare la mia personalità. Di fatto, sono sempre stato anticonformista, ribelle ai luoghi comuni e alle convenzioni accettate acriticamente, e questa mia natura mal si conciliava con l’integralismo della dottrina cattolica che era stata il fondamento della mia educazione di bambino [...]. Poi arrivò la guerra e i miei interrogativi si fecero più drammatici. A diciotto anni non volevo andare a combattere, ma finii in una retata e mi ritrovai con indosso un’uniforme che non aveva per me alcun valore e fui ben armato per uccidere altri ragazzi, in tutto e per tutto uguali a me, salvo per il fatto che indossavano una divisa diversa. Ho vissuto in pieno, soprattutto nel lungo periodo di clandestinità (legata alla Resistenza), la violenza dissennata della Seconda guerra mondiale, fui gravemente ferito e sono uno dei pochi sopravvissuti allo scoppio di una mina, su cui saltai mentre scappavo da un’imboscata nemica. Oltre alle stragi dei combattimenti, ho toccato con mano anche la follia del nazismo e non ho potuto non chiedermi, come fece Hannah Arendt prima e Benedetto XVI molti anni dopo: «Dov’era Dio ad Auschwitz?». [...]. Da principio volevo fare lo psichiatra per capire in quale punto della mente nascesse la follia gratuita che poteva causare gli orrori di cui ero stato testimone. Avvicinandomi alla medicina, però, incappai in un male ancora più inspiegabile della guerra, il cancro, e sfidando la rassegnazione che allora imperava, decisi di indagare se attraverso la conoscenza e il sapere si potesse vincere quell’immenso e assurdo dolore. [...] Per chi il male non è un’idea astratta, ma è qualcosa che si vede, si tocca e, nel mio caso, ha un nome, tumore, diventa molto difficile identificarlo come una manifestazione del volere di Dio. (…). Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato una prova della non esistenza di Dio. Ho sviluppato questa convinzione soprattutto all’Istituto nazionale tumori di Milano, dove ogni tanto frequentavo il reparto di pediatria. Come puoi credere nella Provvidenza o nell’amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del «non so». Perché accade – e per i bambini oggi succede sempre più spesso – che il dubbio diventi concreta speranza e poi guarigione, e quando questo avviene, è pura gioia.

domenica 25 dicembre 2016

Capitalismoedemocrazia. 58 “Trump, trumpismo e povertà”.



Ora che l’”epopea” obamiana volge al termine è il caso di cercare di tirare le cosiddette somme di un’epoca che sinistramente e con presagi poco rassicuranti si sta chiudendo. E ritorna così spontaneo alla memoria ricordare come tra i pochi amici ed ancor più tra i pochissimi conoscenti ci si sia impegnati, all’alba di quella “epopea”, a stroncarne gli entusiasmi suscitati da quella elezione americana. Poiché si aveva sin d’allora la certezza che la “sovrastruttura” – marxianamente parlando - di quella società avrebbe imbrigliato l’azione dell’eletto, condizionandone i progetti e limitandone la portata qualora essi – i progetti della nuova amministrazione - non rientrassero negli schemi ultraliberisti che avevano incendiato il mondo in quegli anni che nel nostro Paese venivano definiti – con riferimento all’azione dei socialisti d’allora, Craxi in testa – come anni “da bere”. Poiché tutti i mali odierni derivano da quell’abbaglio che condusse la politica – anche della cosiddetta “sinistra” – ad uniformarsi al nuovo dogma, ritenendolo inevitabile ed accettandolo come un ineludibile “destino”. Ci si ritrova così ad aver supinamente accettato un capitalismo scarsamente manifatturiero a fronte di un montante capitalismo finanziario senza obblighi sociali. Non un’azione di contrasto, non un’azione di re-indirizzo. Ha scritto Federico Rampini sul settimanale “D” del 17 dicembre ultimo – “Ricordi dei magnifici anni ottanta” -: “Il modello veniva dall’America di Ronald Reagan, che aveva riabilitato i ricchi, l’ostentazione del lusso. Il consumismo era eticamente benedetto da una teoria economica e perfino come strategia geopolitica: al termine di quel decennio l’Occidente sconfisse l’Impero del male (l’Unione sovietica) non solo in virtù dei suoi ideali ma anche perché noi non ci facevamo mancare niente”. Furono quelli gli anni “da bere”, in Italia come nel resto del mondo occidentale; indebitamento collettivo pubblico e privato ed il miraggio di potersi arricchire rapidamente e facilmente speculando sul denaro, mezzo del e per vivere affascinante ed al contempo diabolico. Poiché sin da quegli anni era evidente che l’”epopea” obamiana avrebbe dovuto piegarsi alla “sovrastruttura”, docile e sonnacchiosa in apparenza ma vigile per indirizzare l’azione dei governi per il trionfo, alfine realizzato, della “globalizzazione” e della speculazione finanziaria, la cui azione ha sovrastato e sovrasta i governi resisi ad essa remissivi ed in ultima analisi storicamente complici. Ed oggi Trump. Ed il “trumpismo”, che tende a dispiegare le sue ali sull’intero mondo dell’Occidente. Aggiunge ancora Federico Rampini nel Suo scritto: “Donald Trump è la riscossa degli anni Ottanta. Fin nei minimi dettagli, i più kitsch, insopportabilmente volgari”. Poiché Trump viene da quel mondo, mondo che nel corso dell’”epopea” che sta per chiudersi ha morso il freno, preparando sotterra, ma non tanto, il ritorno a quello spirito che, seppur apparentemente sconfitto, viveva nelle viscere di quel mondo aspettando il momento magico per quell’appuntamento che ora si è realizzato. Conclude Rampini: “Prepariamoci dunque a dover convivere con gli anni Ottanta. In tutti i sensi. Impossibile dimenticare che è proprio nelle politiche economiche di quegli anni – meno tasse sui ricchi, libertà di speculazione finanziaria – che tutti i mali del nostro tempo affondano le radici”. Sta tutto qui il male creato dalla “sinistra politica”; essersi seduta, quale disperato convitato di pietra, ad un banchetto nel quale i resti, se non i rifiuti, di un certo mondo, le venivano generosamente offerti in cambio della sua acquiescenza se non del tradimento della sua Storia.

venerdì 23 dicembre 2016

Primapagina. 21 “#quellichecapaciditutto”.



Da “Capaci di tutto” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano2 del 22 di dicembre 2016: (…). …il capace Renzi (…) ha nominato la vigilessa Antonella Manzione a capo dell’Ufficio legislativo di Palazzo Chigi e poi alla Corte dei Conti (contro la legge); e Antonio Campo Dall’Orto Ad della Rai, autore di 21 nomine già bocciate come illegittime dall’Anac. (…). Il capace Sala, (…), nella scelta dei collaboratori è un cane da tartufo: all’Expo non gliene hanno arrestato uno, ma tutti. Tranne lui medesimo, che è indagato solo tre volte. Ora però ha autosospeso l’autosospensione, per via di una scoperta sensazionale: “Sono innocente” (la sentenza l’ha scritta lui). (…). …il capace Renzi e la capace Boschi, autori di una “riforma” costituzionale scritta coi piedi in una lingua ancora misteriosa, bocciata dal 60% degli italiani al referendum, nonché di una legge elettorale, l’Italicum, che essi stessi hanno già cestinato (mai usata) prima che gliela accartocciasse la Consulta. (…). …la capace Marianna Madia che, amorevolmente assistita da Napolitano jr. e Mattarella jr., ha scritto una riforma della Pubblica amministrazione appena bocciata dalla Corte costituzionale in quanto illegittima. (…). …i capaci Renzi e Padoan che si sono appena visti bocciare la legge sulle banche popolari e hanno lasciato incancrenire per mesi e mesi il disastro creditizio, tant’è che ora ci chiedono un obolo di appena 20 miliardi per fare ciò che avevano sempre negato di voler fare, grazie al cavaliere bianco Jp Morgan: nazionalizzare Mps a spese nostre. (…). …la capace Valeria Fedeli, non laureata né diplomata salvo che sul suo curriculum farlocco, ergo ministro della Pubblica Istruzione, Università e Ricerca scientifica. (…). …il capace Giuliano Poletti, già celebre per il cenone con Buzzi, Alemanno, Panzironi e Casamonica, che da ministro del Lavoro ha desertificato il settore col Jobs Act e i voucher ora insulta gli italiani all’estero (“fuori dai piedi”), tanto suo figlio Manuel resta in Italia perché lo finanzia il governo di papà alla modica cifra di 200 mila euro l’anno. (…). …il capace Paolo Gentiloni che, da ministro degli Esteri, si astenne sul voto Unesco contro Israele, decisione definita “allucinante” da Renzi, che poi scambiò Gerusalemme per la capitale della Palestina e ora ha indicato Gentiloni come premier-prestanome. (…). …il capace Angelino Alfano, che parla l’inglese come Totò il tedesco (“Noio volevan savuar l’indiriss”), dunque ora è ministro degli Esteri, anche per l’esperienza in sequestri di donne e bambine kazake maturata all’Interno. (…).

martedì 20 dicembre 2016

Storiedallitalia. 79 “Ministro Poletti ci spieghi quella cena”.



L’uomo del giorno è lui, il rubizzo Poletti Giuliano. Forse, osereste pensare Voi, poiché riconosce, dagli ultimi dati comunicati dall’INPS, che il mondo del lavoro si è completamente “voucherizzato” (130.000.000 di voucher venduti nell’anno) e che quindi, da uomo politico di qualità, si appresterebbe a dare le sue dimissioni dall’incarico considerata l’imprevidenza e l’inconsistenza del suo operato? Giammai! O forse perché, sempre secondo l’istituto di cui sopra, si registrerebbe un crollo di oltre il 90% di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato? Non gliene cale. Qual è il problema? Riconosce, “en passant”, che un qualche problema potrebbe pure essersi creato; ma “vivaiddio”, non è mica la fine del mondo! Aggiusteremo, aggiusterò. Pensateci bene; un Poletti Giuliano che da domani prenderà di petto il problema per portare a compimento la sua missione ministeriale e politica. Quale? Gli chiedeva Roberto Saviano il 4 di dicembre dell’anno 2014 sul quotidiano la Repubblica: “Ministro Poletti ci spieghi quella cena”. Un banchettare del rubizzo al tavolo di “mafia capitale”, tanto per intenderci. Ed allora, perché sorprendersi per l’uscita sua ultima che meritoriamente lo designa incontrastato uomo del giorno? Non è data certezza che abbia risposto a Roberto Saviano il Poletti Giuliano. Ma trova meglio il Poletti Giuliano elucubrare da par suo per soffermarsi sul tragico problema delle giovani menti e delle giovani braccia che hanno lasciato e continuano a lasciare il paese dal rubizzo ministro governato, per cercare lavoro ed una dignità di vita ed un futuro meno incerto laddove il rubizzo non troverebbe accoglienza alcuna. Di  quali titoli si avvarrebbe per varcare l’arco alpino? Si sofferma sul tragico problema nel modo e nelle forme che gli sono congeniali e che tutti avranno a questa ora del giorno letto: “Conosco gente che se ne è andata ed è bene che stia via, noi non soffriremo a non averli più fra i piedi”. Che pezzo d’uomo il rubizzo Poletti Giuliano! Quale immenso statista! È il dramma di questo disastrato paese; quella “gente (…) se ne è andata”, a noi resta il dramma di avere come ministro della Repubblica Poletti Giuliano. Scriveva Roberto Saviano: “A domanda risponde" è l'espressione usata nei verbali per differenziare una dichiarazione spontanea da una dichiarazione sollecitata da una domanda degli inquirenti. Il ministro Giuliano Poletti non deve rispondere ai magistrati perché non è indagato. Né coinvolto nell'inchiesta "Mafia capitale". Quindi la sua dichiarazione non dovrebbe essere trascritta come "a domanda risponde" ma, piuttosto, come dichiarazione spontanea. Perché dovrebbe spiegare non ai pubblici ministeri che si occupano di reati, ma al paese, il rapporto che pare esserci tra lui e Salvatore Buzzi, presidente di un grande consorzio di cooperative legate alla Legacoop e braccio destro del boss Massimo Carminati. Che ci faceva, Poletti, quando non era ancora ministro ma presidente di Legacoop Nazionale, nel 2010, a una cena di ringraziamento organizzata proprio da Buzzi per tutti "i politici che ci sono a fianco"? Salvatore Buzzi ha ucciso ed è stato condannato a 24 anni per omicidio. Ex impiegato di banca vicino all'estrema sinistra, è diventato uno degli uomini più rilevanti dell'imprenditoria capitolina. Massimo Carminati, formazione di estrema destra. Il suo uomo più fidato, Salvatore Buzzi, formazione di estrema sinistra. Ma con l'ideologia i due non hanno più nulla a che fare. Loro unico obiettivo sono i soldi.

lunedì 19 dicembre 2016

Paginatre. 58 “Un papa tradito dai marpioni che lo circondano”.



Dall’intervista di Beatrice Borromeo a Dario Fo – “Un papa tradito dai marpioni che lo circondano” – pubblicata su “il Fatto Quotidiano” del 14 di febbraio dell’anno 2013:

(…). …- il Papa, tutti i Papi, sono deboli, hanno potere solo sulla carta, vivono condizionati da marpioni e ricattatori e non hanno nessuna speranza, se anche ne avessero la volontà, di cambiare le cose". (…). Tutti parlano di Celestino V, ma ricordiamo che salì al trono dopo anni di vacatio pontificia, già ultraottantenne. Un Papa vecchio si può gestire -.

Per questo, Dario Fo, tutti i Pontefici vengono scelti anziani? - Fa parte delle regole: la Chiesa da una parta ricatta e dall'altra è ricattata. Vive per tenere nascosti gli affari più torbidi e per ignorare i crimini più palesi. Un Pontefice giovane e autorevole incrinerebbe il sistema. Bonifacio VIII, infatti, non ha faticato a far fuori Celestino V per prenderne il posto. (…) -.

(…). - Qui non vedo paura né violenza. Piuttosto un lungo logoramento, che ha messo il Papa (Ratzinger n.d.r.) nella condizione di andarsene. Penso a Vatileaks e ai marpioni che lo circondano per spiarlo e tradirlo. Non ha pesato solo la malattia fisica -.

Che ruolo avrebbe in una sua opera il Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone? - Quello dell'uomo nero, che ha in mano il potere vero, e cura certi affari che chiamare loschi è un eufemismo. Ma non sono convinto che lui sia il padrone: forse è il servo. Lui e le altre ombre gestiscono tutto, a partire dallo Ior. Sa, infatti, chi mi ricorda Ratzinger? -.

Dica. - Papa Luciani: l'altro che ha messo le mani nella banca di Dio. L'equilibrio, nella Chiesa, viene dalla gestione di denaro che arriva da luoghi oscuri, come la mafia. Entrambi i Papi sono stati messi nella condizione di non interferire nel sistema di potere. D'altronde, nella Storia, è sempre stato così -.


domenica 18 dicembre 2016

Primapagina. 20 “Politica&banche”.



Da “Che cosa ci insegnano Mps e le altre” di Bruno Manfellotto, sul settimanale l’Espresso del 30 di ottobre 2016: (…). In principio fu una clamorosa sottovalutazione. Forse per dovere istituzionale o per spirito nazionale, governi e authority hanno fatto a gara nel dirci che pericoli non ce n’erano, anche fidando nel fatto che le banche italiane, a differenza di quelle tedesche, non sono imbottite di titoli tossici. E così ogni intervento è stato rimandato mentre gli altri correvano ai ripari: la Spagna con 52 miliardi di euro, la Grecia con 40, l’Irlanda 42, la Germania 238... E la povera Italietta? Non servono soldi, proclamò il premier Mario Monti. Orgoglio? Leggerezza? Vincoli di bilancio? Come che sia, alla fine lo Stato tirò fuori appena un miliardo. Poi però Mps si è mangiato da solo 15 miliardi di ricapitalizzazioni, e ormai l’Europa ha provveduto a vietare aiuti di Stato. Su come stanno le cose si è saputo qualcosa di più solo un anno fa, dopo il default di Banca Etruria e delle casse di Marche, Ferrara e Chieti quando governo e partiti si sono trovati ad affrontare le conseguenze del famigerato “bail in” che scarica su obbligazionisti e anche i correntisti il peso del crac e che essi stessi avevano avallato a Bruxelles nel 2014. E sono emerse le magagne. La prima è che le autorità di vigilanza o non hanno fatto fino in fondo il loro dovere (Consob), o non si sono spinte oltre la semplice denuncia formale (Banca d’Italia). Poi Renzi ci ha messo il suo addebitando loro buona parte delle responsabilità. L’altra verità è che il sistema bancario è appesantito da crediti incagliati, cioè difficili o impossibili da riscuotere, per 350 miliardi. Né ci fanno dormire sonni tranquilli le rassicurazioni del governatore della Banca d’Italia secondo il quale le sofferenze vere, cioè non garantite da accantonamenti, non arrivano a 90 miliardi. Perché al di là della cifra, pur sempre pari a tre-quattro manovre finanziarie, la crisi ha rivelato un tessuto debolissimo di piccole e medie imprese finite a gambe all’aria perché tenute in vita solo da un sistema del credito schiavo del familismo finanziario, del capitalismo di relazione e dei prestiti facili riservati agli amici degli amici. Così andavano le cose anche a Siena, naturalmente, dove agli eccessi di campanilismo creditizio si aggiunge pure il peccato originale di un incauto acquisto favorito da Bankitalia, quello di Antonveneta, a carissimo prezzo, a debito, e con l’ausilio di un complicato e oscuro prodotto finanziario dal nome di dentifricio (Fresh) accreditato dall’autorevole timbro di Vittorio Grilli, allora alto dirigente del Tesoro, oggi salvatore della patria come capo in Italia della Jp Morgan chiamata a curare, a carissimo prezzo, l’aumento di capitale del Monte. Corsi e ricorsi. Per non dire dell’«odor di massoneria» evocato da Alessandro Profumo, uomo generalmente attento a pesare gesti e parole. Che pasticcio. Anche in questo caso Renzi se n’è fatto carico in prima persona, a costo di mettere il naso dove forse non doveva, convocando a Palazzo Chigi gli uomini di Jp Morgan, disponendo rimozioni e nomine ai vertici di Mps, annunciando e promettendo. Insomma, personalizzando. Del resto le vicende Banca Etruria e Mps lo hanno segnato, coincidendo perfino con un punto di svolta nella sua immagine di rottamatore e nei suoi rapporti con l’opinione pubblica. Insomma, anche il “piano banche” lo vive in qualche modo come un referendum: non c’entra la Costituzione, ma la fiducia nel sistema del credito e in chi lo governa, sì.

Da “Banche, la tempesta perfetta” di Massimo Giannini, sul quotidiano la Repubblica dell’11 di dicembre 2016:

sabato 17 dicembre 2016

Primapagina. 19 “Politica&corruzione”.




Da “Come è local la nuova corruzione italiana” di Gianluca Di Feo, sul quotidiano la Repubblica del 16 di dicembre 2016: (…). Oggi l’identikit del politico corrotto segnala gusti diversi, con una preferenza per nuovi territori di caccia: i Comuni e le Regioni, dove le bustarelle sono a portata di mano e si possono costruire camarille fidate che ignorano le logiche di partito. È la metamorfosi della razza ladrona che si è imposta dopo Mani Pulite, la selezione della specie più collusa ritratta in un’analisi sociologica realizzata studiando le condanne di 541 politici in tutta Italia. L'habitat dell'homo corruptus è cambiato. Il territorio di caccia prediletto del politico disonesto non sono più ministeri e Parlamento, ma assessorati comunali e consigli regionali. Non razzia per finanziare le segreterie nazionali, ma afferra bustarelle per arricchire il suo branco: quattro-cinque compagni fidatissimi, funzionari pubblici o professionisti ben introdotti, che lo aiutano a banchettare nell'ombra. (…). La base statistica è rigorosa: 541 politici sezionati attraverso le sentenze della Cassazione, casi definitivi di malaffare che riguardano la corruzione in ogni sua declinazioni. Dati che sono stati poi integrati con centinaia di fascicoli delle autorizzazioni a procedere del Parlamento, approfondendo il profilo di ogni imputato, il tutto elaborato secondo i criteri della sociologia per comporre la storia dei corrotti d'Italia prima e dopo Tangentopoli. Una razza ladrona che nell'ultimo decennio è tornata a proliferare nel Meridione e in parte nel Nord Ovest mentre sembra decrescere nelle "vecchie regioni rosse e bianche". (…). Già, ma chi ruba di più? L'analisi non è semplice e deve fare i conti con il trasformismo e le liste civiche dai confini mutevoli. In più ci sono i "surfer", quei politici che soprattutto al Nord hanno esordito nella Prima Repubblica e hanno cavalcato l'onda del rinnovamento per finire alla sbarra nella Seconda. L'appartenenza a uno schieramento inoltre rischia di trarre in inganno, perché prima del 1992 il 42 per cento intascava i soldi per il partito mentre ora lo fa solo il 7 per cento. Quelli che invece delinquono per profitto personale sono schizzati dal 35 al 60 per cento: sono la maggioranza silenziosa del ladrocinio. E veniamo alla classifica generale dell'ultimo trentennio. Gli esponenti dei partiti dissolti all'epoca di Mani Pulite - Dc, Psi, Pri, Pci, Psdi, Pli - sfiorano il 40 per cento dei mariuoli. Quanto alle nuove compagini, vince il centrodestra con il 32 per cento. Lo segue il centrosinistra con il 17 per cento (ma se limitiamo lo sguardo al Sud si arriva al 25) e il centro "puro" con circa il 4. C'è poi un 11 per cento di personaggi che hanno cambiato casacca e un 5 di "non classificabili". Nell'hit parade delle nuove leve, ossia quelle entrate in politica dopo il 1992, la distanza tra i due poli aumenta: il centrodestra conta un 52 per cento mentre il centrosinistra è al 29. Ma la questione morale resta un problema di tutti. (…). In compenso la minaccia si evolve.

venerdì 16 dicembre 2016

Lalinguabatte. 28 “L'astuzia della Costituzione”.



Scriveva Michele Prospero in “La libertà difesa dalle regole” – sul quotidiano l’Unità del 2 di dicembre dell’anno 2012 -  sull’essenza che avrebbero dovuto avere – e non hanno - le “primarie”: (…). Il popolo, nelle culture liberali, non è mai una entità naturale, esso si configura sempre, lo suggerisce Kelsen, come una puntuale e artificiale costruzione giuridica. E quindi il popolo o cittadinanza che può votare alle primarie è da intendersi non già qualunque corpo pretenda di infilare la scheda nell’urna, ma solo quella precisa entità giuridica la cui estensione è definita dalle regole sovrane che la coalizione ha deciso di darsi. Il popolo dei gazebo non è insomma una entità naturalistica o moltitudine, con il lessico di Hobbes, da accogliere in maniera indiscriminata, ma è una precisa entità giuridico-formale costruita con regole e forme valide che per tutti sono vincolanti. (…). La libertà costituzionalmente tutelata non è mai quella di tutti di partecipare indiscriminatamente alla vita di tutti i partiti, anche di quello che si avversa. (…). Le primarie hanno un senso solo perché sono di «parte». Se la demarcazione in parti distinte e tra loro in contesa cade esiste solo un unico metapartito che supera ogni differenza. Questa nostalgia per una democrazia in salsa popolare-giacobina, in cui le società parziali sono bandite e il conflitto tra le parti è visto come una malattia degenerativa, è però un incubo che la sinistra lascia volentieri ai media della borghesia italiana. Il pluralismo che esige il rispetto di ogni differenza ideale come un bene intangibile e di «parte» garantito dalla Costituzione. È su questo rispetto formale delle regole riconosciute ed accettate che faceva leva la “particolarità” propria di quelli che un tempo costituivano la cosiddetta “sinistra” politica. Poiché quella accettazione concorreva a creare quel riconoscimento e quella solidarietà che sono alla base di qualsivoglia nucleo umano. Demistificata quella accettazione del rispetto delle regole costituite ne è derivata una “poltiglia” politica che nell’indistinguibile ha la sua cifra caratteristica. Un’accozzaglia, per dirla secondo l’uomo venuto da Rignano sull’Arno al momento rispedito alla cura della sua formazione politica. Cura che, nella sua concezione di “una democrazia in salsa popolare-giacobina” che sfrontatamente non si perita di dissimulare o quanto meno ammantare di una parvenza di rispetto delle regole, induce i tanti, prima appartenuti a quella formazione politica, ad abbandonarne le sedi preposte alle attività decisionali e di partecipazione con grande nocumento alla vita politica generale. Tutto torna nel conto, ovvero nello svuotamento della partecipazione della gente alle cose della vita politica per demandarne ad una “casta” professionalizzata tutto l’onere e gli onori conseguenti, sempreché non intervenga quel corpo dello Stato che è la giustizia per ripulirne le file divenute sempre più impresentabili. Ne ha dato contezza nei giorni trascorsi, all’indomani dei risultati referendari del 4 di dicembre, il senatore del Pd Walter Tocci – unico senatore di quella parte politica ad aver votato in aula contro la riforma - in un Suo accorato appello postato sul Suo blog col titolo “L'astuzia della Costituzione”:

giovedì 15 dicembre 2016

Uominiedio. 22 “La vita a prescindere”.



“A prescindere”. Così avrebbe detto quel grande della commedia dell’arte. Quel grande che non c’è più. “A prescindere” dal colore della pelle, dallo stato sociale, dalla credenza confessionale o religiosa. La vita in quanto tale “a prescindere”. La vita in quanto tale merita rispetto. O meriterebbe rispetto. Sempre e comunque. Ed ovunque. A chi ancor oggi si leva in difesa della vita, della sacralità della vita in nome di una confessionalità tutta d’un pezzo, sarebbe cosa buona e giusta rammentare, o far conoscere - ché la memoria e la conoscenza non sono alla portata dei tanti - in quale dispregio la vita sia stata tenuta e considerata nei tempi andati da una confessionalità distorta e confusa. Ove si parla di un tale a nome Domenico Scandella, familiarmente detto Menochio. Che aveva visto la luce del signore nell’anno 1532 in un borgo nomato Montereale sulle amene colline friulane. Bandito dal borgo suo per anni due a seguito di una rissa negli anni del signore 1564 e 1565. Di professione mugnaio. E sì che aveva messo in atto il comandamento divino di crescere e moltiplicarsi, per la qualcosa aveva impalmato una giovine dalla quale aveva avuto ben sette figli; nel conto, anche altri quattro che erano morti per la durezza della vita a quel tempo. Diligentemente inquisito dalla sacra romana chiesa, al suo poco caritatevole giudice, il canonico Giambattista Maro, vicario generale dell'inquisitore di Aquileia e Concordia, ebbe a dire che la sua attività era di essere “monaco, maragòn, segar, far muro et altre cose”. Denunciato il 28 di settembre dell’anno del signore 1583 il povero Menochio fu preso in cura da quell'Uffizio piuttosto santo con l'accusa di aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo. Al povero Menochio fu ascritta la grave colpa non solo di essere un bestemmiatore, ma di avere addirittura cercato di diffondere le sue opinioni, argomentandole "praedicare, et dogmatizzare non erubescit". Sulla peccaminosità del vivere e del pensare soprattutto, ché vivere senza pensare non è peccato alcuno da che è stato creato il mondo, sulla peccaminosità del povero Menochio non sarebbe stato possibile avere dubbi a seguito di una sua singolarissima esposizione cosmogonica della quale era giunta, al quel santo Uffizio, un'eco inquietante: “Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel diventorno vermi, et quelli furno gli angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era anche Dio (...) fece poi Adamo et Eva, et populo in gran moltitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual moltitudine non facendo li commendamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crocifisso. (...)”.

venerdì 9 dicembre 2016

Cronachebarbare. 41 “Referendum, Mezzogiorno e povertà”.



È interessante osservare e ricordare alcuni dati scaturiti all’indomani del referendum del 4 di dicembre, dati che la dicono lunga su quali motivazioni i 19milioni e passa di italiani hanno buttato a mare la “riforma” boschian-verdinian-renziana. Ne viene fuori una geografia del Paese che avrebbe dovuto attrarre l’attenzione massima dell’uomo solo al governo e dei corpi legislativi nel loro insieme. Ed invece, il nulla. La mappa disegna confini certi di arretratezza sempre più marcata tra le diverse parti del Paese e di una povertà in rimonta che penalizza soprattutto quella parte del Paese che, chiamata alle urne per ben altri motivi, ha scaricato tensioni e delusioni con un voto inequivocabile. Abruzzo: 64,4% di NO; Lazio: 63,3% di NO; Molise: 60,8% di No; Campania: 68,5% di No; Puglia: 67,1% di NO; Sardegna: 72,2% di NO; Basilicata: 65,90% di NO; Calabria: 67% di NO; Sicilia: 71,6% di NO. Cifre percentuali che evidenziano quel cordone di sofferenze e povertà che l’uomo al governo ha voluto ignorare per coltivare il suo hobby preferito dello “storytelling”, ovvero dell’affabulazione falsa ed insensata. Mal gliene incolse. Poiché anche quell’Eugenio nazionale – al secolo Eugenio Scalfari – ebbe ad affermare che “Il Mezzogiorno è povero ma c'è. Il governo invece non c'è”, pubblicando sul quotidiano la Repubblica del 27 di dicembre dell’anno 2015 uno dei suoi soliti pistolotti che avrebbero dovuto mettere in allarme chi della responsabilità di governo si era impadronito con “manu militari”. Ma gli interessi erano altrove, allora come oggi, imperscrutabili ma non tanto, ma sempre interessi che non avevano nulla da condividere con il disagio dichiarato e venuto forte dalle elezioni referendarie. È da leggere oggi – alla luce proprio di quei risultati - quel testo dell’Eugenio, dimenticando se possibile le sue successive piroette e quell’aiutino che di certo non illustrerà la sua pur generosa carriera giornalistica. Non tanto per il suo annunciato SI, legittimo se consequenziale alle cose pensate e dette insistentemente prima, quanto per gli inutili arzigogolii con i quali ha cercato di dare, a quella sua inattesa resipiscenza, l’autorevolezza e la credibilità che non possedeva. Scriveva allora, con un interessante percorso storico-politico, che

giovedì 8 dicembre 2016

Scriptamanent. 55 “Il primato dell’etica pubblica”.



Da “Il primato dell’etica pubblica” di Stefano Rodotà, sul quotidiano la Repubblica dell’8 di dicembre dell’anno 2014: (…). La verità è che, malgrado le molte parole, in cima all’agenda politica non vi è mai stata la questione della legalità, intesa nel suo significato più ampio, come obbligo delle istituzioni pubbliche di spezzare i tanti “mostruosi connubi” che via via si manifestavano davanti ai nostri occhi, in una inarrestabile deriva: tra politica e amministrazione e poi tra politica e criminalità, cementati da una corruzione divenuta capillare, regola non scritta sull’uso delle risorse pubbliche, di cui troppi ritenevano ormai di potersi impunemente appropriare. Tra le istituzioni solo la magistratura ha preso sul serio l’adempimento di quell’obbligo, (…). Ma questa memoria è accompagnata dal ricordo della insofferenza di troppa parte di un ceto politico che ha giudicato illegittima interferenza molti, sacrosanti interventi dei giudici a tutela della legalità. È giusto individuare le competenze proprie della politica e quelle della magistratura. E la strada è segnata dall’articolo 54 della Costituzione, al quale sarebbe il caso di dare un’occhiata (…). All’inizio di questo articolo si stabilisce l’obbligo dei cittadini di rispettare la Costituzione e le leggi. Subito dopo si aggiunge che «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore». L’indicazione non potrebbe essere più chiara. Chi svolge funzioni pubbliche, dunque i politici in primo luogo, non possono limitarsi al rispetto formale della legalità. Ad essi è richiesto qualcosa di più — il rispetto dell’etica pubblica. Un principio che in questi anni è stato sostanzialmente cancellato. Di fronte a comportamenti anche gravemente censurabili si è rifiutato ogni intervento dicendo “non vi è reato”. E, quando si era di fronte ad indagini, rinvii a giudizio, addirittura a condanne in primo grado, si è rifiutato di prendere atto che si era in presenza di violazioni della legge penale e si è rinviata qualsiasi sanzione politica al momento, lontano anni, della sentenza definitiva passata in giudicato. Così la politica ha azzerato la propria responsabilità, usando anche le lentezze della magistratura per legittimare questo suo abbandono. I risultati sono davanti ai nostri occhi. (…). Assistiamo ad una continua guerriglia parlamentare contro la magistratura, con il pretesto di voler accrescere le garanzie delle persone e con l’obiettivo di limitarne l’autonomia, con strumenti che rivelano soltanto l’abissale assenza di una vera cultura della giurisdizione. Ai provvedimenti contro la corruzione non si dà la priorità aggressiva riconosciuta ad altre leggi con voti di fiducia e vincolanti “cronoprogrammi”. Situazione ormai intollerabile e pericolosa, poiché la realtà conclamata (…), testimonia di una drammatica distruzione della moralità pubblica e di pesanti danni alla stessa economia. Lo “schifo” (…) imporrebbe che questi temi siano seriamente collocati in cima all’agenda politica. Parlando di responsabilità dei politici, non possiamo riferirci soltanto a chi ha commesso reati o ha violato il principio della “disciplina ed onore” nell’esercizio delle sue funzioni. Oggi la vera responsabilità politica riguarda persone e partiti che sono di fronte all’obbligo di sciogliere i nodi che, negli anni, sono divenuti sempre più stringenti e che nascono dall’obbedienza alla logica della clientela e dell’affarismo, dalla permeabilità di strutture chiuse e oligarchiche rispetto alle organizzazioni criminali.

mercoledì 7 dicembre 2016

Scriptamanent. 54 “La politica la fa chi crede in se stesso".



Da “La politica la fa chi crede in se stesso, su di me ho avuto più di un dubbio", intervista di Antonio  Gnoli ad Alfredo Reichlin pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 7 di dicembre dell’anno 2014: (…). Come si sente nella parte del vecchio nonno che spiega ai nipoti cosa sta accadendo? "Come un uomo di un'altra epoca. Inadatto. Non tanto a esprimere giudizi, ma ad azzardare previsioni. Vedo una distanza incolmabile da tutto ciò che un tempo mi fu familiare. Non ho mezzi né energie. E tuttavia, in questo cataclisma, le sole forze cui affidarsi sono le generazioni future".
E la sinistra? "Ha fallito. La sua crisi rientra nel più generale declino della civiltà europea. È finita l'occidentalizzazione del mondo".
Siamo entrati nel turbo-occidente. "Senza più valori né punti di riferimento. La potenza economica ha travolto il potere politico. Chi è oggi il sovrano?".
Si è dato una risposta? "I mercati governano, i tecnici gestiscono, i politici vanno in televisione. Parlo non da esperto, ma da uomo che è vissuto a lungo".
Che bilancio fa della sua vita? "Un borghese diventato comunista. Mio nonno era un industriale svizzero. In Puglia aprì una fabbrica chimica. Mio padre fece altro. Dopo la Grande Guerra divenne un dannunziano convinto. La casa di Barletta, dove sono nato, piena di cimeli. Di frasi fatte e roboanti: "Ardisco e non ordisco", la ricordo ancora. Ridicola".
Era l'anticamera del fascismo. "Per qualche anno mio padre fu podestà di Barletta. Poi preferì dedicarsi alla professione di avvocato e ci trasferimmo a Roma. Avevo cinque anni".
Agli occhi di un bambino cos'era quella Roma? "Provavo fastidio. Vedevo il contrasto tra quell'Italia, meschina, retorica, piccolo borghese, e le mie origini a contatto con il mondo contadino. Senza diritti né protezione. Gli anni del liceo al Tasso mi aprirono gli occhi. Fu lì, nella mia classe, che conobbi Luigi Pintor. E attraverso lui il fratello Giaime. Di pochi anni più grande. Divenne la nostra guida intellettuale. Ci fece leggere Rilke, che aveva appena tradotto, Ossi di seppia di Montale e I proscritti di Salomon. Per la nostra crescita politica ci affidò a Eugenio Colorni. Che poi sarebbe morto tragicamente in un agguato nel 1944".
Qualche mese prima morì Giaime. "Saltò su una mina tedesca nel dicembre del 1943. Luigi venne a casa mia per darmi la notizia. Smunto, con le labbra contratte, disse: dobbiamo vendicarlo".
Cosa intendeva? "Voleva dire cambiare la natura del nostro impegno politico. Diventammo gappisti; entrammo in clandestinità. Un uomo misterioso, che poi risultò essere Valentino Gerratana, ci consegnò delle armi. Furono mesi terribili. Consapevole che se fossi stato preso mi avrebbero torturato e poi ucciso. A un certo punto qualcuno del nostro gruppo tradì. A un appuntamento con dei compagni arrivò la Banda Koch. Arrestarono Luigi e pure Franco Calamandrei ".
Si scoprì chi aveva tradito? "Sì, il Cln, con a capo Giorgio Amendola, processò il traditore che nel frattempo si era aggregato alla Banda Koch. La direzione dei Gap decise che fossi io a dargli la caccia e ad eseguire la sentenza di morte. Riuscì a scappare a Milano. E solo dopo seppi che era stato ucciso in uno scontro a fuoco con i partigiani".
Lei partecipò anche all'attentato di via Rasella? "Non direttamente anche se fummo noi gappisti a organizzarlo".
Cosa sa dell'assassinio di Gentile?

martedì 6 dicembre 2016

Scriptamanent. 53 “La politica senza morale”.



Da “La politica senza morale” di Piero Ignazi, sul quotidiano la Repubblica del 6 di dicembre dell’anno 2014: Cosa c’è alla radice della cupola corruttiva della capitale? Il debordare di una libidine di ricchezza e potere? Il diffondersi dell’irrilevanza e menefreghismo per le regole? La convinzione che così fan tutti e nessuno paga pegno? Tutto questo, ovviamente. Ma si possono individuare anche altre cause. Cause indirette, che rimandano alla politica e ai partiti. L’assunto da cui partire è che “la politica costa”. Anzi, costa sempre di più. Non a caso i bilanci ufficiali dei partiti sono aumentati costantemente e, a partire dai primi anni Duemila, le loro entrate sono più che raddoppiate. E qui si parla soltanto di soldi contabilizzati nero su bianco nei libri mastri dei partiti. L’incremento delle entrate grazie ad un sistema di finanziamento pubblico generosissimo e senza controlli rispondeva alla necessità da parte dei partiti non tanto di mantenere “gli apparati”, morti e sepolti da tempo, quanto di sostenere i costi della politica d’oggi, fondata sulle consulenze dei professionisti del marketing, della comunicazione, del sondaggio, e della pubblicità. Comprare sul mercato i migliori specialisti di ogni ramo costa, e tanto. Di conseguenza i partiti si sono rivolti allo stato per attingere le risorse finanziarie necessarie, garantendosi, fino alla riforma del 2012, introiti statali sempre più consistenti. Questo perché, ufficialmente, le altre entrate nelle loro casse erano scese a livelli risibili. Nell’ultimo decennio la voce tesseramento nei bilanci è andata quasi scomparendo: in nessun partito le quote degli iscritti fornivano più del 3-4% dei proventi complessivi (con l’eccezione dei Ds e del Pd nei quali l’importo delle tessere rimane a livello locale e non viene riportato nel bilanci del partito nazionale). Questa torsione stato-centrica delle organizzazioni partitiche ha indebolito le strutture periferiche dei partiti. Ha impoverito il partito nel territorio. Tutta l’attività politica si svolge al centro, dove si acquisiscono e si gestiscono le risorse sia finanziarie che strutturali. Quindi chi vuole fare carriera - cioè essere eletto alle cariche pubbliche perché quelle interne a livello locale non contano più nulla - necessita di risorse alternative, esterne alla struttura partitica.

lunedì 5 dicembre 2016

Storiedallitalia. 78 “L’Eugenio nazionale ed i 19.417.671 No”.



Ed “adesso povero uomo”? Finirà di esibirsi come un oracolo – fortunatamente - inascoltato dopo che i “19.417.671” di italiani hanno detto alto e forte il loro “No”? È comprensibile che, considerata la sua veneranda età, il trascendente occupi stabilmente i suoi pensieri. Ben gli venga. È che un tempo i venerandi saggi svolgevano la missione loro affidata di guide per il resto degli umani. Ma tant’è; i tempi offrono anche di questo. Ma i “19.417.671 No” non stanno a dare la misura esatta solamente dell’Eugenio nazionale. E no! Egli è stato in buona compagnia. E come. Quei “19.417.671 No” stanno lì a dire che la memoria collettiva non dimenticherà tanto facilmente donde venisse il sostegno all’uomo venuto da Rignano sull’Arno. Orbene, “19.417.671 No” all’Eugenio nazionale accodatosi all’ultimo minuto senza fare una piega, come dianzi detto; ma anche “19.417.671 No” a quel Cacciari lì che pur dicendo peste e corna ne approvava la “riforma” scellerata; “19.417.671 No” a quel Prodi lì, trombato dai 101 dei suoi ma mai domo, fino a giocarsi l’ultima carta rimastagli per un insperato rientro sul palcoscenico agognato della politica del bel paese; “19.417.671 No” alla J. P. Morgan banca (come dire?) che stimava essere le Costituzioni europee in stile eccessivamente “socialisteggiante”, da smantellare al più presto per il trionfo definitivo del capitalismo rampante della finanza internazionale; “19.417.671 No” ai giornaloni d’oltralpe, estimatori di un disegno che valorizzasse la stabilizzazione – questa sì – di ineguaglianze ed esclusioni sociali -; “19.417.671 No” alle tante, tantissime aziende (Ferrarini docet) che hanno, nei giorni precedenti il referendum, chiesto (o imposto) un voto per la stabilità – la loro stabilità – al caro prezzo pagato dai loro sottoposti in termini di diritti e conquiste sociali nel mondo del lavoro; “19.417.671 No” alle varie screditatissime “confindustrie” che han ben gradito che le loro aspettative siano nel tempo divenute disposizioni legislative. Non erano questi i “temi” referendari. È vero. Erano tutt’altro e di enorme spessore. Ma il gioco forzato imposto dagli imbelli ha prodotto l’incredibile, ovvero questa gioiosa sorpresa dell’oggi destatasi con forza contro quel coro unanime di cantori stonati, coro che, come d’incanto, ha avuto il grande merito di risvegliare coscienze che si riteneva disperatamente assopite. Donde quei fantastici “19.417.671” di “No” che seppelliscono definitivamente l’arroganza dell’uomo venuto da Rignano sull’Arno e della sua schiatta di temerari, narcisi improvvisatori. È tutto da leggere l’editoriale “Un No per Scalfari” di Marco Travaglio e Silvia Truzzi, pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 3 di dicembre 2016, che trascrivo nella quasi sua interezza, un inno alla insensatezza ed alla spregiudicatezza: