"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 30 novembre 2016

Primapagina. 16 “Referendum ed i mandanti della riforma''.



Da “I veri mandanti della riforma'' di Antonio Ingroia, su “il Fatto Quotidiano” del 6 di ottobre 2016: (…). C’è (…) un (…) aspetto che va spiegato agli elettori, ed è quello dei mandanti di questo delitto. Perché Renzi è solo l’esecutore materiale, assoldato per abbattere la Costituzione democratica nata dalla Resistenza, figlia della lotta di Liberazione, ma i mandanti sono altri. Vanno ricercati in quei gruppi di potere e in quelle lobby più o meno occulte, tanto quelle legali quanto quelle illecite, che sempre hanno condizionato e tuttora condizionano la storia del nostro Paese affinché non diventi una vera democrazia, quelle lobby che ben conosco perché le ho indagate nei miei anni di pm a Palermo. La posta in gioco è la realizzazione definitiva di un piano che viene da lontano, dagli anni bui in cui Licio Gelli muoveva attraverso la P2 i fili del Paese, che manovrava per realizzare il progetto eversivo trasfuso nel Piano di rinascita democratica. Perché la riforma Renzi-Boschi è figlia di quel Piano, e di quei progetti ad esso ispirati che si sono affacciati alla ribalta in quarant’anni di assedio alla Costituzione. L’obiettivo è sempre lo stesso, cui hanno lavorato non solo Gelli ma anche Craxi, Cossiga, Berlusconi e da ultimo Napolitano. L’obiettivo è quello della definitiva decostituzionalizzazione e deparlamentarizzazione: sbarazzarsi della Costituzione per cancellare la nostra democrazia parlamentare (purtroppo spesso preda delle oligarchie, (…), solo perché la Costituzione non è stata mai veramente attuata), e scongiurare il pericolo che possa mai attuarsi la democrazia orizzontale e partecipativa voluta dai Padri costituenti. Per sostituirla con una Repubblica verticale, dove comandano in pochi e i cittadini vengono ridotti a sudditi da governare. In nome della parola d’ordine “stabilità”, si vuole ancora una volta consegnare il bastone del comando a un solo uomo al potere, più facilmente manovrabile. Riecco dunque il sogno di Gelli e di quei centri di potere – mafia, massoneria, grande finanza internazionale – sempre insofferenti verso le Costituzioni democratiche antifasciste adottate dopo la Seconda guerra mondiale: la definitiva legittimazione costituzionale della Repubblica verticale, autoritaria, intollerante, sfrenatamente capitalista e neoliberista, diseguale, cinica e guerrafondaia, a scapito della Democrazia orizzontale. Renzi sta realizzando questo sogno, sta attuando il progetto autoritario di ribaltamento dei poteri repubblicani. È un furto di democrazia che va sventato attraverso il più democratico degli strumenti, votando No. È tempo non solo di resistenza costituzionale, ma anche di riscossa costituzionale: uscire dal fortino assediato per restituire orizzontalità alla nostra democrazia, per fermare quel processo verticistico in cui le assemblee rappresentative contano sempre di meno e le oligarchie tecnocratiche sempre di più. (…).

martedì 29 novembre 2016

Lalinguabatte. 27 “Referendum e la società che vogliamo”.



È pur vero che l’appuntamento di domenica 4 di dicembre è solamente (sic!) un referendum confermativo di “revisione”  – divenuto in buona sostanza, nella prossima circostanza referendaria, di conferma di “modifica” costituzionale – di quella legge fondamentale che trasforma un qualsivoglia Stato in uno Stato più democratico. Trattasi quel referendum, per l’appunto, di un momento altamente significativo ed importante nella nostra vita socio-politica, poiché quella “revisione” – che non c’è stata - avrebbe dovuto avere il concorso – per il consenso sarebbe stato auspicabile ricercarlo allo spasimo sino all’ultima riga e respiro - di tutte le componenti politiche rappresentate nel Parlamento nazionale e sarebbe stato necessario che il suo esame non venisse tarpato, svilito, dai tanti voti di fiducia e dagli escamotage procedurali vari che hanno avvalorato l’ipotesi che la finalità ultima del dibattito parlamentare fosse di annichilire ed ammutolire le voci discordi. Poiché per la legge costituzionale non valgono i distinguo e gli arzigogoli propri della normale legislazione; servono per essa che tutti alla fine ci si riconosca in quella scrittura che pur non avendo alcunché di “sacro” possiede in egual misura quella “sacralità” che la rende unica ed insostituibile fin quando una nuova, diffusamente pensata e concordata legge costituzionale non interverrà a renderla sorpassata e quindi di fatto obsoleta. Ha scritto Stefano Rodotà – all’indomani delle elezioni amministrative del mese di giugno ultimo – un “pezzo” che mantiene anche in questa circostanza referendaria, e forse proprio in questa circostanza referendaria più che mai, tutta la sua importanza e pregnanza, “pezzo” che ha per titolo “Dalle urne la società che vogliamo”, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 17 di giugno 2016. Ebbene, come non pensare a questo titolo ora che ci si appresta al voto referendario? Poiché in tutte le varie fasi elettorali che si rincorrono nella vita democratica di un qualsivoglia paese democratico sarebbe cosa buona e giusta riflettere su quale società si ha in mente di costruire, se la si vuole costruire con la partecipazione di tutti o se invece si vuole selezionare e quindi escludere coloro che, se di diverso parere, avrebbero sempre il diritto di concorrere a quella costruzione collettiva. Vi è parso che in questa ennesima tornata elettorale – a maggior ragione essendo una tornata referendaria costituzionale – si sia parlato di questa idea di società che si vuole costruire, ovvero di una società che assimili i tanti, i più, di una società dell’inclusione e non della esclusione? A me non è parso essere aleggiato questo spirito, tutt’altro. Contrapposizione feroce e un ordine preciso: “non faremo prigionieri”, copyright di uno statista indimenticabile – passato dal Parlamento al parlatorio - di questo stralunato paese. Ha scritto Stefano Rodotà: (…). È di un’altra politica che si va alla ricerca, seguendo motivazioni diversificate, a partire da un bisogno di rappresentanza, non più soddisfatto dai partiti esistenti, di cui si coglie piuttosto l’ormai consolidata deriva oligarchica, divenuta così forte e sfrontata da respingere sullo sfondo il fatto che questo sia un modo d’essere (…). Sono i paradossi di una situazione che ha visto (nelle elezioni amministrative di giugno 2016 n.d.r.) proprio il disconnettersi tra politica e società, con una ossessiva ricerca del bene assoluto della decisione che travolge ogni altra esigenza e porta verso una concentrazione oligarchica del potere. Così stando le cose, ogni rifiuto dell’oligarchia diviene un segno importante per la permanenza della logica democratica.

lunedì 28 novembre 2016

Primapagina. 15 “Riforma per la casta, non per gli italiani”.



Da “Riforma per la casta, non per gli italiani” di Maurizio Viroli, su “il Fatto Quotidiano” del 20 di maggio 2016: La casta politica italiana, una delle più corrotte e ignoranti del mondo occidentale, diventerà ancora più forte e arrogante, e i cittadini ancora più impotenti e asserviti, se coloro che andranno a votare al referendum di ottobre approveranno la riforma costituzionale di Renzi-Boschi-Verdini. Per capirlo è sufficiente riflettere sul fatto che il primo e più evidente cambiamento che la riforma introduce è togliere ai cittadini una parte importante del potere sovrano che la Costituzione riconosce loro: il potere di eleggere i membri del Senato della Repubblica. Saranno i consiglieri regionali, componenti a pieno titolo di quella casta che ci raccontano di voler abbattere, che si impadroniranno di quel potere. Ci raccontano anche che questa vera e propria espropriazione di sovranità è attenuata dall'art. 2, quinto comma, del testo della riforma: "La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi". Il dato inequivocabile è che a scegliere i senatori non saranno più i cittadini, ma i consiglieri regionali e, di conseguenza, la casta sarà ancora più potente di prima e  più protetta dalle leggi, poiché un buon numero dei suoi adepti elevato al rango di senatore, sarà tu telato grazie all'immunità parlamentare. Se poi leggiamo attentamente l'art. 2, potremo notare un florilegio di asinerie, da quella giuridica di inserire una norma che riguarda l'elezione dei futuri senatori nel contesto di un comma che riguarda la durata del mandato, a quella politica e intellettuale di inserire in Costituzione una frase vaga come "in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi". Se supponiamo che quella congrega nota sotto il nome di minoranza Pd, Bersani in testa, sia composta da persone sagge e leali alla Costituzione, è un mistero come abbiano potuto accettare di votare in favore della riforma. Pare che abbiano interpretato l'oscuro inciso che sopra ho riportato come una ferma difesa del principi o della sovranità popolare. Dovrebbero vergognarsi. La riforma offende non soltanto il principio solenne che la sovranità appartiene al popolo; offende anche la dignità dei cittadini ai quali dice esplicitamente: "Quegli ingenui dei Costituenti pensavano che foste così intelligenti e maturi da potervi scegliere i rappresentanti, e invece non lo siete affatto. Avete bisogno di qualcuno che scelga per voi, dunque vi togliamo, con il vostro permesso, si capisce, questo inutile fardello che voi non siete in grado di sostenere. Ringraziateci per il tempo e la seccatura che vi permettiamo di risparmiare". Grazie alla riforma Renzi-Boschi-Verdini, non varrà più l'aureo principio che i membri del Parlamento sono lì per rappresentare la nazione, cioè per tutelare, sostenere e promuovere gli interessi legittimi della comunità dei cittadini.

domenica 27 novembre 2016

Primapagina. 14 “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”.



Dall’intervento del Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Palermo Roberto Scarpinato al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione svoltosi nel Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016, pubblicato integralmente sul sito di MicroMega con il titolo “La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”:(…). …questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini. Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione. Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali. Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo - racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che - a mio parere - attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare. I fautori della riforma focalizzano l’attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto-potere di eleggere i senatori? Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori? Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd - Corradino Mineo e Vannino Chiti - che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori? Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato? Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza? Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio. La nuova legge elettorale nota come l’Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall’alto senza il voto popolare. Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali cui si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati.

giovedì 24 novembre 2016

Primapagina. 13 “I panni sporchi della politica”.



“Non ci sono giornalisti e possiamo parlare tra di noi. Il 4 dicembre ci giochiamo l’Italia, se le cose vanno male l’esito sarà imprevedibile. A me interessa che manteniamo la Campania unita sugli interessi fondamentali. In questo momento abbiamo un’interlocuzione privilegiata con il governo. Poi vi piace Renzi non vi piace Renzi a me non me ne fotte un cazzo. Noi non abbiamo mai avuto un accidente di niente, né coi governi di centrodestra, né di centrosinistra. Abbiamo fatto una chiacchierata con Renzi. Gli abbiamo chiesto 270 milioni di euro per Bagnoli e ce li ha dati. Altri 50 e ce li ha dati. Mezzo miliardo per la Terra dei fuochi e ha detto sì: lui era terrorizzato per la reazione della Lega ma alla fine ce l’ha dato, nonostante la Ragioneria e De Vincenti. Abbiamo promesse di finanziamenti per Caserta, Pompei, Ercolano, Paestum. Sono arrivati fiumi di soldi: 2 miliardi e 700 milioni per il Patto per la Campania, altri 308 per Napoli, nonostante qualche squinternato (De Magistris). Ancora 600 milioni per Napoli. Che dobbiamo chiedere di più?. Dobbiamo mobilitarci, andare tutti porta a porta, per venti giorni non dovete pensare ad altro  e contrastare tutti gli argomenti del No, queste puttanate che dicono sul Senato. In America Trump ha vinto col 25 per cento sul 50 per cento dei votanti e in totale ha preso 600mila voti meno della Clinton. Se fosse successo in Italia, apriti cielo: il fascismo, l’autoritarismo. La democrazia è il governo della minoranza più forte, l’idea che ogni cittadino deve avere la sua rappresentanza è un’imbecillità. Trump col 25 per cento controlla la Camera, il Senato e la Corte costituzionale. Per la prima volta qui in Campania useremo i fondi europei anche per gli studi professionali. Ci sono 400 laboratori, sono tanti voti. Lo so, sono stato demagogico con il piano del lavoro regionale ma ho fatto come Berlusconi quando propose di togliere l’Imu alla prima casa. In campagna elettorale non bisogna fare i conti altrimenti regaliamo il Sud ai Cinque Stelle. Mi ricordo un’altra campagna elettorale. Invitai Bersani. Già è complicato fare una manifestazione con Bersani. Gli dissi: ‘Bersà stamm a sentere, non ci presentiamo parlando di crisi, cassintegrati, non deprimiamoli, sono imprenditori, piuttosto fai queste promesse: abolizione del ticket sanitario e pagamento immediato dei debiti della Pubblica amministrazione’. Lui mi rispose: ‘Ma i conti?’. Sapete come finì? Propose di abbassare l’uso del contante da mille euro a 500. Poi vi meravigliate se l’hanno fatto nuovo nuovo. Ma vaffanculo Bersà. Mi raccomando, mettiamoci al lavoro e non perdiamo tempo col dibattito. Mandatemi fax con numeri realistici dei voti per il Sì. Fate il porta a porta e non pensate ad altro”. Dal “registrato” di Vincenzo De Luca realizzato in un incontro del governatore della Campania con 300 amministratori locali avvenuto a Napoli il 15 di novembre, “registrato” riportato in “Referendum, De Luca a 300 sindaci: Fate votare Sì. Renzi manda fiumi di soldi. Che vi piaccia o no me ne fotto” di Fabrizio D’Esposito su “il Fatto Quotidiano” del 18 di novembre.

mercoledì 23 novembre 2016

Primapagina. 12 “L’anno del populismo”.



Da “L’anno del populismo” di Nadia Urbinati, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 29 di dicembre dell’anno 2015: (…). Populismo è un termine impreciso e controverso, usato spesso come accusa e più raramente come orgogliosa autodescrizione. Nato negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento, dove il People’s Party ha significato un processo di democratizzazione della società americana, il populismo ha preso sembianze quasi fasciste nell’Argentina di Perón, l’esperienza che ha marcato il carattere caudillistico delle democrazie maggioritariste nei Paesi post-coloniali, una formula replicata in altre società latino-americane, dove la polarizzazione tra i “molti” (poveri) e i “pochi” (oligarchi eredi dei conqistadores) è radicale; dove, quasi come nell’antitichità, il governo popolare è governo dei molti e poveri. Si potrebbe dire che, con l’esclusione degli Stati Uniti che non hanno mai avuto rovesciamenti di regime, il populismo, quando è emerso in contesti di transizione democratica, ha fatto deragliare i Paesi verso forme di potere cesaristico. Populismo è in questo caso sinonimo di critica del sistema costituzionale e della regola di maggioranza, che presume l’opposizione e il pluralismo e non è identificabile con un regime della maggioranza. In Europa, dove la democrazia si è radicata nella nazione, le svolte populistiche hanno causato problemi — regimi illiberali, autoritari e infine fascisti. (…). …se il populismo al potere è capace di tener fede ai principi della democrazia costituzionale, non è niente altro che una nuova formazione politica che usa la radicalizzazione ideologica per consolidarsi presso l’elettorato. E che genera, al massimo, una più intensa maggioranza. A questo punto però, non è chiaro che cosa il populismo abbia di specifico. Quindi, o i movimenti populisti sono nuovi partiti che entrano nella competizione elettorale e praticano le regole della democrazia rappresentativa, oppure sono forze pronte a sovvertire il sistema, e quindi un rischio per la democrazia (…). Alla fine di questo anno d’oro dell’era populista, dunque, ci troviamo di fronte a una questione: il populismo è un’uscita dai fondamenti liberali della democrazia costituzionale o è il nome di un partito nuovo che deve imporsi nell’agone politico e ha l’ambizione di creare una nuova maggioranza per proporre politiche sociali di sinistra. I movimenti populisti sono certamente il sintomo di un malessere sociale ed economico, ma non è chiaro quale politica originale abbiano da proporre. Se non la vecchia politica autoritaria come in Ungheria. Certo, ci possono essere populismi “buoni” come Podemos o Syriza. Ma questi, o si fanno promotori di politiche di sinistra e propongono un’alternativa di governo, non di sistema, oppure restano un “grido di dolore” che lascia il popolo sofferente come lo avevano trovato. Se di alternativa si tratta, dunque, questa è fra destra e sinistra, non fra populismo e non populismo.

martedì 22 novembre 2016

Scriptamanent. 51 “L’Italia, un paese povero abitato da ricchi”.



Come era l’Italia il 22 di novembre dell’anno 2010? Come è l’Italia del 22 di novembre 2016, che è l’oggi? Da “Prodi: ricchi di soldi, poveri di regole”, intervista di Maria A. Colimberti e Raffaella Cascioli a Romano Prodi pubblicata sul settimanale A&F del 22 di novembre dell’anno 2010: (…). Com’è (…) l’Italia vista da fuori gli chiediamo. Può ancora dirsi un paese ricco? «Credo che l’Italia sia un paese povero abitato da gente ricca. Può sembrare una risposta scherzosa ma tanto scherzosa non è. Cosa voglio mettere in evidenza? L’Italia è sicuramente un paese ricco – perché ha livelli di consumo che si collocano nella fascia più alta; perché ha una speranza di vita tra le più elevate del mondo; perché ha un’istruzione generalizzata, eccetera – però ha tali problemi nella sua organizzazione statuale che, sotto quest’aspetto, non possiamo collocarla tra i paesi più avanzati del mondo. Come è noto, una cattiva organizzazione statuale rende poveri i beni collettivi».
D. Può servire ridefinire i ruoli tra Stato e mercato? R. P. «Se si pensava, e qualcuno lo pensa ancora, che il mercato risolvesse tutti i problemi, la crisi ha dimostrato che non è così. Quando dicevamo che occorreva uno Stato guardiano, arbitro e armonizzatore, ci guardavano tutti male e invece adesso ci si è accorti che occorre uno Stato con queste caratteristiche».
D. Come deve intervenire lo Stato nella marcata differenziazione nei redditi? R. P. «Alcuni decenni fa, quando scrissi che, in una stessa impresa, c’era un rapporto da 1 a 40 tra i salari più bassi e quelli più alti, ne seguì un vero e proprio sdegno popolare. Ora la differenza è spesso da 1 a 400 e nessuno si scandalizza. Occorre dunque distinguere bene tra la definizione di paese ricco e quella di gente ricca. Per questo quella di prima non è in fondo una battuta, perché la povertà delle istituzioni fa in modo che le disuguaglianze aumentino. Certamente il fisco è uno degli elementi chiave, soprattutto lo è l’evasione. Perché l’evasione annulla il fisco, va oltre il fisco ingiusto, che almeno lascia qualcosa alla redistribuzione. (…)».

lunedì 21 novembre 2016

Capitalismoedemocrazia. 57 “Il capitalismo secondo Donald”.



Quale aria buona e fresca e chiara si respira nel leggere gli scritti e le riflessioni di Mariana Mazzucato  - “Il capitalismo secondo Donald” – pubblicate sul quotidiano la Repubblica del 20 di novembre. Un’aria buona e fresca e chiara che rafforza pensieri posseduti e timidamente espressi, che non consente di abiurare ideologie ed idee ritenute oggigiorno morte solo per lo schiribizzo di seguire un gregge in transumanza. Per dove? È quello schiribizzo che ha portato a morte quella che un tempo veniva definita la “sinistra” della politica. Poiché, come sempre accade quando ci si accinge a scrivere dinnanzi ad uno schermo luminoso che sembra non concederti il tempo necessario a tenere assieme pensieri che sfuggono e parole che li materializzino, avevo provato a scrivere ed ho scritto – tra mille titubanze - nel post “Trump, noi tutti ed il ritorno al ‘900” del 2 di novembre, che era appena passata “‘a nuttata” elettorale: Ma Trump, da quale parte è stato allorquando le aziende di quel paese de-localizzavano per migliorare profitti e rapine negli angoli più diversi del pianeta Terra? La “pancia” di quell’elettorato non si è posta la domanda se Trump, che sul piano sociale è stato e lo è ancora dalla parte di chi ha selvaggiamente de-localizzato, ed impoverito milioni di americani del ceto medio, riuscirà ad imporre a quella sua stessa parte sociale scelte diverse  (di rientro) che immancabilmente dovranno essere “compensate” con un ulteriore restringimento dei diritti e delle retribuzioni dei lavoratori americani? Questa è stata la mia reazione alla notizia di quella elezione. Non di sorpresa per il risultato in sé, quanto per la “dabbenaggine” – che scrivo tra le famosissime virgolette per farmi perdonare -, innocente quanto si voglia, di quell’elettorato che pur arrabbiato oltre misura non si è posto quella semplicissima domanda e non abbia fatto a tempo ad addivenire alle conclusioni che magistralmente Mariana Mazzucato ci propone nel Suo pezzo. Poiché scrive che: La verità va cercata molto più vicino a casa: sono le azioni delle aziende americane, come la sua, la ragione di fondo dell’incapacità dell’economia di garantire un tenore di vita crescente agli americani comuni. Hanno fatto soldi estraendo valore, non creandolo. E dopo la crisi del 2008 il problema non ha fatto che aggravarsi. La rivoluzione del valore per l’azionista negli anni Ottanta ha prodotto un modello di governo di impresa che dà la priorità agli utili trimestrali rispetto agli investimenti in capacità produttiva. Le aziende spendono sempre più spesso i loro profitti, attualmente a livelli record, per il riacquisto di azioni proprie, per spingere in alto la quotazione del titolo azionario, le stock options e le retribuzioni dei manager. Tutto questo ha portato a un’economia finanziarizzata, che molte delle politiche di Trump, come l’abbassamento dell’aliquota sui redditi societari, non faranno che aggravare. Fino agli anni Ottanta i salari tenevano il passo della produttività, ma dopo non più, e i sindacati si sono indeboliti. Quando i salari non sono più riusciti a tenere il passo del costo della vita, per coprire l’ammanco è cresciuto l’indebitamento personale. Questo aumento dell’indebitamento personale ha dato vita a nuove tipologie di strumenti finanziari che succhiano via dal sistema la linfa vitale, portando a un’economia sempre più finanziarizzata. La crescita dell’intermediazione finanziaria in percentuale del Pil sopravanza la crescita del resto dell’economia. La globalizzazione del capitale (in contrasto con quella del lavoro) implica che quando la crescita stenta il capitale può andarsene altrove. Il comportamento di Trump — creare imprese, lasciarle fallire, evitare di pagare i fornitori, usare la normativa sui fallimenti per eludere le tasse per decenni e poi creare un’altra impresa da qualche altra parte — è il simbolo perfetto di questa forma di capitalismo improntata alla spoliazione delle attività. Al cuore del problema c’è la violazione del contratto non scritto tra capitale e lavoro (il senso di una condivisione degli obiettivi e dei benefici tra i lavoratori americani e i loro datori di lavoro) e l’incapacità, a essa collegata, di aiutare i lavoratori americani ad adattarsi ai cambiamenti strutturali e tecnologici. Non sono i robot il nemico. Il ragionamento che doveva essere fatto nel 2008 non è mai arrivato. Non si è fatto abbastanza per riformare il modello di capitalismo che è all’origine, di per sé, dell’ascesa di Trump.

domenica 20 novembre 2016

Scriptamanent. 50 "Le emozioni passano i sentimenti vanno coltivati".



Da "Le emozioni passano i sentimenti vanno coltivati", intervista al sociologo Zygmunt Bauman di Raffaella De Santis pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 20 di novembre dell’anno 2012:

(…). - È la prospettiva dell'invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l'assenza di "novità". Quella "novità" che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall'infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti "usa e getta", da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso -.

Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all'altro la sua unicità? - Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L'amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana -.

Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell'amore, come se la "quantità" ci rendesse immuni dell'esclusività dolorosa dei rapporti. - È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l'illusione di avere tante "seconde scelte", che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all'altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. "L'amore esclusivo" non è quasi mai esente da dolori e problemi  -  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli -.


sabato 19 novembre 2016

Lalinguabatte. 26 “Trump e cosa resta della rivoluzione democratica”.



Scriveva Vaclav Havel in “Ecco cosa resta della mia rivoluzione” pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 19 di dicembre dell’anno 2011: (…). Le (…) persone credono spesso in altre manifestazioni dell´ineluttabilità, per esempio in presunte leggi di mercato, in altre «mani invisibili» che dirigono il corso della nostra vita. Poiché in questo tipo di ragionamento non vi è spazio alcuno per l´azione morale dell´individuo, spesso chi critica la società è deriso alla stregua di un ingenuo moralista o di un élitista. Forse questo è uno dei motivi che spiega, (…), perché (…) oggi assistiamo a un´apatia politica. Sempre più spesso la democrazia è ritenuta un puro e semplice rituale. In linea generale, tutte le società occidentali stanno sperimentando - così pare, almeno - una certa seria mancanza di ethos democratico e di partecipazione attiva della cittadinanza. È anche possibile che ciò cui stiamo assistendo sia una mera trasformazione paradigmatica, provocata dalle nuove tecnologie, e che pertanto non vi sia motivo di preoccupazione. Forse, però, il problema ha radici più profonde: le corporation globali, i cartelli dei mezzi di informazione, i potenti apparati burocratici stanno trasformando i partiti politici in organizzazioni il cui compito principale non è più il servizio pubblico, bensì la protezione di determinate clientele e interessi particolari. La politica sta diventano il terreno di battaglia dei lobbisti; i media banalizzano i problemi più seri; la democrazia spesso sembra più un gioco virtuale per consumatori che una seria attività per cittadini impegnati. (…). …eravamo convinti che se la democrazia è svuotata di valori, se si riduce a mera rivalità tra partiti politici che hanno soluzioni «garantite» per qualsiasi problema, di fatto non si tratta più di democrazia. Ecco la ragione per la quale abbiamo voluto dare un´enfasi tutta particolare alla dimensione morale della politica e al coinvolgimento della società civile, due elementi indispensabili per controbilanciare i partiti politici e le istituzioni dello Stato. Sognammo anche qualcosa di più: un ordine internazionale più giusto. La fine del mondo bipolare rappresentò la grande occasione di rendere più umano l´ordine internazionale. Invece, abbiamo assistito a un processo di globalizzazione economica che è andato sfuggendo al controllo politico e che, in quanto tale, sta provocando scompigli economici e devastazione ecologica in molte aree del pianeta.

venerdì 18 novembre 2016

Primapagina. 11 “Referendum nel Paese che scambiò la Costituzione con la corruzione”.



Da “C’era una volta il Paese che scambiò la Costituzione con la corruzione” di Nando Dalla Chiesa, su “il Fatto Quotidiano” del 12 di novembre 2016: C’era una volta un paese ricco d’arte e di storia. Che a cagione di sue misteriose deformazioni aveva generato una immensa classe di cittadini che mai aveva svolto un lavoro come quelli che si insegnano sui sussidiari: né fabbro né ingegnere, né medico né falegname. Terminata che avevano la scuola, costoro avevano subito praticato il mestiere di “politici”. Di politica da sempre vivevano e avevano in gran timore abbandonarla. Alcuni di essi, è giusto dirlo, trovavano in quella occupazione motivo di perseguire qualche buon fine. La maggioranza pensava invece a come aumentare i vantaggi della propria condizione, e per questo aveva sviluppato nel tempo una straordinaria propensione all’obbedienza verso chi amministrava quel vasto groviglio di cariche e funzioni. Il popolo li osservava, ora maledicendoli ora cercando di ingraziarseli. Soprattutto nessuno era in grado di costringerli a lavorare quanto la gente comune. Essi avevano infatti ritmi loro propri, dediti com’erano all’arte della affabulazione e dei convivi. Poiché, in forza di una legge astrusa assai, il popolo non poteva più eleggere i propri rappresentanti in parlamento, costoro avevano riempito di diritto il parlamento stesso; composto, secondo la Costituzione di quel paese, da due Camere adibite con eguali poteri ad approvar le leggi. Successe così che questo parlamento, già scarsamente funzionante, prese i loro ritmi e si abituò a lavorare circa due giorni, due giorni e mezzo a settimana, a volte perfino tre, a volte uno e mezzo. Fatto sta che le cose in quel paese non andavano bene da tempo. Ubiqua vi era la corruzione e molto era cresciuta l’influenza di ladri e malfattori di ogni risma. Allora costoro, che più avevano responsabilità di mene, omissioni e cortigianerie, ebbero un’idea luminosa: convocarono il popolo e gli dissero che il paese non andava bene a causa della sua Costituzione. C’è bisogno di buone leggi, dicevano, ma fare buone leggi era cosa lunga assai. Tutta colpa della “navetta”. La folla non capiva. Sicché costoro chiarirono da veri dotti che “navetta” era il passaggio delle leggi tra le due camere del parlamento. Non dissero al popolo che, lavorando essi la metà del tempo degli altri cittadini, era solo naturale che le leggi procedessero a rilento. Come succederebbe a maestri oziosi, condannati dalla pigrizia stessa a non finire i programmi scolastici. O a maestranze poltrone che lavorando a giorni alterni vedano procedere lentamente i ponti e le strade a cui attendono. A chi di questi il popolo consentirebbe mai di dar colpa dei propri ozi alle leggi superiori? E invece il caso volle che gli oziosi trovassero masse acclamanti, felici di farsi turlupinare, eccitate dall’idea di cambiare qualcosa, poiché non si poteva più “andare avanti così”. Fu un tripudio di intellettuali e giornalisti e politici. Nemmeno dissero, questi ultimi, che spesso facevano sparire di proposito le leggi in una camera dopo averle approvate nell’altra, così da prendersi la gloria della legge ma non le noie derivanti dall’entrata in vigore della stessa. Né dissero che allo schioccar di dita di principi e reucci (poiché quel paese anche la genia dei reucci a un certo punto conobbe) le leggi potevano essere votate in una settimana. Sia che fossero buone (e ogni tanto capitava, specie se i malfattori esageravano uccidendo con sconquasso qualche galantuomo) sia che fossero cattive, il che invero più spesso capitava. In realtà il paese, pur malconcio, non sembrava credere del tutto che l’origine dei suoi mali e delle sue poche buone leggi stesse nella Costituzione.

martedì 15 novembre 2016

Primapagina. 10 “Trump ed il cosmico bras d’honneur alle élites”.



Da “Trump presidente, lo schiaffo del popolo alle élites” di Marco D'Eramo, sul sito MicroMega del 9 di novembre 2016: Piano B cercasi disperatamente. Così potrebbe riassumersi la reazione della stampa mondiale all’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati uniti. L’ansiosa domanda “E adesso?” traspare in tutti commenti, dall’inevitabile, prevedibile “allarme per l’inarrestabile avanzata del populismo mondiale”, ai liberals come Krugman che si strappano i capelli per non aver capito nulla del paese in cui vivono, allo “scenario dell’orrore” di cui parla la Süddeutsche Zeitung, allo sgomento dei mercati finanziari, all’amara, e sempre più attuale constatazione che è più facile eleggere un candidato nero piuttosto che una presidente donna. L’ansia è mascherata da considerazioni più o meno dotte sulla rivincita dei bianchi maschi senza titolo di studio (ma non dovevano essere un gruppo in fatale declino demografico?), sull’astensione dei neri e degli ispanici che sono venuti a mancare a Hillary Clinton, sulla disaffezione dei giovani progressisti che avevano militato per Bernie Sanders, sull’atteggiamento dei media, che sotto l’ipocrisia della par condicio, o del cerchiobottismo, hanno picchiato molto più su Clinton che su Trump, sulle donne che hanno sì preferito Clinton ma non abbastanza da compensare le perdite nell’altro genere. E così via. Ma tutte queste sapienti analisi nascondono solo l’attonito stupore del padrone che per la prima volta viene disubbidito dalla servitù riottosa e che si chiede come far rientrare quest’insubordinazione. Il problema per i padroni è che la servitù può diventare intrattabile, imprevedibile, così volgare, così “impresentabile”. Il problema è che non ci sarà nessun piano B se continua a prevalere la narrazione della politica mondiale che ci ha afflitto in questi ultimi dieci anni e se qualunque forma di dissenso, di malcontento popolare, di volontà di cambiamento viene catalogata sotto il marchio “populista”: perché, come si sa, le narrazioni creano e inverano la realtà che pretendono di descrivere. Si può dire che la partita fosse giocata fin da quando i pundits avevano equiparato Sanders e Donald Trump sotto la comune etichetta “populista”, quando la distanza tra i due è intergalattica: uno voleva il servizio sanitario nazionale, l’altro voleva abbattere l’Obama care; l’uno voleva tassare le banche, l’altro vuole abolire la tassazione, l’uno voleva ridurre le spese in armamenti, l’altro vuole costruire un muro con il Messico…. Non importa, perché per la nuova ortodossia politica il mondo non è più diviso tra destra e sinistra, bensì tra discorso legittimo e discorso illegittimo: legittimo è solo il discorso praticato dalle élites e dai loro portavoce; illegittima è qualunque voce che metta in discussione che la meravigliosa vita offertaci dal capitalismo mondiale globalizzato sia la migliore delle esistenze possibili, versione 2.0 del credo panglossiano. Questa illegittimità fa di tutt’erba un fascio e mette insieme il malcontento per la disoccupazione con il razzismo contro gli immigrati, l’ansia per la precarietà del lavoro con la fobia degli omosessuali, l’essere sfrattati con il patriarcato machista, il desiderio di una società più sociale con i rigurgiti sciovinisti. In realtà gli elettori occidentali somigliano sempre più a topolini da esperimento cui vengono offerte solo due opzioni obbligate, una in un corridoio “di centrodestra”, e una in un corridoio “di centrosinistra”: scelgono la prima e sbattono contro una parete invisibile, allora la volta successiva scelgono la seconda e risbattono di nuovo contro la stessa parete invisibile e così via fino a tramortirsi: visto che le politiche di “centrodestra” e “centrosinistra” sono identiche tra loro e che non è offerta alcuna alternativa, l’unica scelta possibile è mangiare la minestra o saltare la finestra, o, come si dice in inglese “this way, or the highway”.

domenica 13 novembre 2016

Paginatre. 57 “Trump, le oligarchie e il suicidio delle sinistre”.



Da “Le oligarchie e il suicidio delle vecchie sinistre” di Barbara Spinelli, su “il Fatto Quotidiano” del 12 di novembre 2016: Analizzando la socialdemocrazia nel 1911, Robert Michels parlò di legge ferrea dell’oligarchia: per come si organizzano, e per come tendono a occuparsi della sopravvivenza degli apparati, i partiti diventano pian piano gruppi chiusi, corrompendosi. l loro scopo diventa quello di conservare il proprio potere, di estenderlo e di respingere ogni visione del mondo che lo insidi. Si fanno difensori dei vecchi ordini che Machiavelli considerava micidiali ostacoli al cambiamento e al buon governo delle Repubbliche. Anche le menti si chiudono, e la capacità di riconoscere e capire quel che accade nel proprio Paese e nel mondo circostante si riduce a zero. Una risposta popolare a questa legge ferrea la stiamo osservando con la vittoria di Trump. Ma ovunque in Europa un numero crescente di elettori boccia i poteri costituiti, se ha l’opportunità di esprimersi in elezioni o referendum. È un rigetto diffuso dell’establishment globalizzato, delle politiche neoliberali che quest’ultimo ha fabbricato per far fronte alla crisi e dei metodi opachi, concordati e decisi “a porte chiuse”, con cui tali strategie continuano a essere imposte. A questa politica del disprezzo, i popoli stanno rispondendo in modi diversi e distinti fra loro: con la rabbia, con il risentimento, o con la tendenza a cercare capri espiatori. Le tre modalità vengono tutte respinte allo stesso modo, senza alcuno sforzo di distinguerle,e la risposta viene in blocco definita populista o estremista. (…). Il Comitato nazionale democratico ha commesso un suicidio, facendo di tutto per garantire la vittoria alle primarie del candidato meno competitivo contro Trump, ossia Clinton stessa. Ha sabotato altre candidature: prima fra tutte quella di Bernie Sanders, dato per vincente contro Trump da almeno tre sondaggi (in uno di essi con un distacco di 15 punti). Ha trasmesso in anticipo allo staff di Clinton domande essenziali che sarebbero state poste nel dibattito con Sanders di marzo. Il campo delle cosiddette sinistre negli Usa avrebbe forse potuto vincere contro Trump. Era più forte, organizzativamente, di un fronte repubblicano disgregato da un decennio. Non ha voluto farlo, ha ceduto alla lobby clintoniana, e di fatto ha preferito perdere, precipitando nel baratro senza nemmeno guardarci dentro. (…).

venerdì 11 novembre 2016

Primapagina. 9 “Trump e la buia notte elettorale”.



Da “La Trumpata” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di novembre 2016: (…). Michael Moore, il regista considerato dai nostri fini dicitori un mezzo squilibrato, l’aveva previsto a luglio dopo aver girato in Ohio il documentario Trumpland: “Questo idiota, miserabile, pericoloso pagliaccio part-time e sociopatico a tempo pieno sarà il nostro presidente”. Gli unici che lo ritenevano impossibile ancora l’altra notte, mentre Hillary Clinton colava a picco, sono quelli che sanno sempre tutto e infatti non ne azzeccano mai una. Dal boom dei 5Stelle alla Brexit. Barricati nei loro salotti, redazioni, circoli, terrazze, banche d’affari e cancellerie a parlarsi e a riprodursi fra loro, a dirsi quanto sono educati, democratici e intelligenti, non sanno che faccia ha il loro vicino di casa, figurarsi il loro paese, l’Europa, il mondo. (…). Ora, il fatto che Trump abbia vinto significa solo che governerà gli Stati Uniti per quattro anni, non certo che abbia ragione lui, con tutte le porcate che ha detto e fatto. Quindi non c’è motivo di saltare sul carro del vincitore o fingere di non conoscere Hillary, come si usa da noi. Ma ci sono ottimi motivi per domandarsi perché un tipaccio così impresentabile anche esteticamente sia il nuovo presidente Usa; perché molti che otto anni fa elessero Obama hanno votato per lui; e perché da un bel pezzo analisti, giornalisti e aruspici non ne indovinano una. In democrazia, la maggioranza non ha sempre ragione: ma ha sempre una spiegazione. 1. Sinistra e destra non sono affatto superate, ma non trovano più chi ne incarni i valori. Trump, come B., non s’è mai posto il problema della destra o della sinistra, tant’è che in passato sostenne e finanziò i Clinton e ora prende voti dappertutto. Cercava di parlare al popolo incazzato delle periferie, che in America sono molto più periferiche delle nostre. E, sia pure a suon di rutti e scoregge, ci è riuscito. Quanto ai Democratici, se volevano rappresentare una sinistra sia pur moderata, non avevano che da candidare Bernie Sanders, che magari non parla a tutti gli incazzati, ma a molti sì. La Clinton, establishment a parte, non parla a nessuno. 2. Quando entrambi i candidati sono bugiardi, disonesti e mediocri, il fatto che uno sia donna conta poco, specie se l’esser donna è sopravanzato dall’esser moglie di uno famoso e se otto anni fa l’America fece un salto ben più alto eleggendo un nero. Alla fine la maggioranza sceglie quello che le pare il meno peggio per i propri interessi; il più “nuovo”, cioè il più estraneo al Sistema che ha creato la crisi; il più vicino al mito del self made man, contro colei che ha sempre vissuto di politica sulle spalle della collettività e sul cognome del consorte. 3. Noi italiani dovremmo essere non gli ultimi, ma i primi a capire, perché abbiamo già visto e digerito tutto. Secondo voi chi vince tra un Berlusconi con 10 anni di meno e i capelli color pannocchia, doppiato da Salvini e da Bombolo, e una befana col marito famoso e i testi scritti dalla Picierno e dalla Bignardi? Dài, su. (…). 5. Siccome non tutti i mali (e The Donald lo è) vengono per nuocere, può persino darsi che a noi europei convenga la sua America più isolazionista e meno interventista. Un’America che non si impiccia continuamente negli affari nostri (fino a intimarci di votare Sì a una Costi- tuzione che abolisce il Senato elettivo, al contrario di quella americana) e la pianta di sparacchiare in giro per il mondo con guerre che dovrebbero combattere il terrorismo e invece lo moltiplicano. Quanto agli Stati Uniti, il loro sistema è talmente solido che nemmeno un Trump può devastarlo facilmente: una Costituzione, una Corte Suprema, un Congresso, un equilibrio di pesi e contrappesi che tutela la democrazia anche da presidenti avventurieri e avventuristi. (…).