"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

domenica 30 ottobre 2016

Eventi. 21 “Referendum costituzionale del 4 di dicembre 2016”.



Appello del “Comitato per il NO di liberi cittadini per la salvaguardia della Costituzione”, comitato – info: WhatsApp 329 487 8109 - promosso da Enzo Bontempo, Antonino Busacca, Antonino Cappa, Patrizia Corpina, Marcello Corrao, Donatella Ingrillì, Laura Letizia, Ivana Mammana, Basilio Murabito, Francesca Pietropaolo, Nunzia Santaromita e Franca Sinagra, costituitosi in Capo d’Orlando:

Il dibattito sulla riforma costituzionale riempie ormai le pagine dei giornali e monopolizza i diversi mezzi d’informazione, coinvolgendo non solo l’Italia, direttamente interessata alla consultazione del 4 dicembre prossimo, ma anche l’Europa e l’America le cui ingerenze politiche appesantiscono il clima e  turbano le normali dinamiche pre-elettorali. Più che ad un approfondimento sul merito della proposta referendaria, assistiamo a pericolose semplificazioni e trappole mediatiche e populiste che tentano di ridurre il confronto ad un toto Renzi, ad ammucchiate improponibili tra i diversi soggetti in campo, distraendo l’elettore dal  vulnus alla Costituzione e dall’attacco alla sovranità popolare sferrati dalla riforma. Come semplici cittadini, legati alla Costituzione italiana, ai suoi contenuti tanto discussi e ponderati dai Padri Costituenti affinché garantissero i diritti per tutti i cittadini attraverso pesi e contrappesi democratici, alla Storia della Repubblica Italiana, vogliamo partecipare alla discussione, privilegiandone il merito, spiegando le ragioni del nostro No alla proposta referendaria, promuovendo spazi di confronto libero e democratico, nel solco della migliore tradizione liberale. Costituiamo pertanto un Comitato, con l’obiettivo di capillarizzare le informazioni, analizzare nel dettaglio i contenuti della riforma, coinvolgere più persone possibili, spiegare le ragioni che ci vedono attivamente schierati  contro la riforma costituzionale. Riteniamo infatti che la riforma introduca, senza migliorare né la governabilità né il processo democratico, un rischio evidente di concentrazione dei poteri e delle decisioni: dal Parlamento al Governo, dalle Regioni allo Stato centrale. Infatti, nel millantato tentativo di riequilibrare i poteri tra Regioni e Stato, come definito dalla modifica costituzionale del titolo V del 2001, si realizza l’ accentramento in capo allo Stato delle materie concorrenti, con la conseguente netta riduzione della facoltà legislativa delle Regioni. Il condivisibile obiettivo di superamento del bicameralismo perfetto, nella proposta del nuovo Senato, così come prevista nella riforma, produce un organismo eletto dalla politica e non dal popolo sovrano, secondo regole ancora non scritte e che, per composizione e funzioni, non sarà in grado di svolgere il ruolo di coordinamento fra regioni e Stato, nell’accezione più alta del decentramento dei poteri. Inoltre, con riferimento ai provvedimenti  ritenuti essenziali per l’attuazione del programma, il Governo avrà la facoltà di attivare corsie preferenziali che potranno modificare tempi e ordini del giorno dei lavori Parlamentari, limitando in tal modo la potestà legislativa del Parlamento. Anche gli Organi di Garanzia, Presidente della Repubblica, Giudici della Corte Costituzionale e componenti laici del CSM, potranno essere subordinati alla Legge Elettorale con sbilanciamento dei poteri di garanzia Costituzionale e con restringimento del pluralismo e della rappresentanza delle minoranze. Per tali ragioni ci impegniamo a diffondere e promuovere il dibattito per contrastare la proposta di Riforma Costituzionale.

sabato 29 ottobre 2016

Paginatre. 55 “Supercazzole&Politica”.



Da “Supercazzola. Dal conte Mascetti a Renzi: la supercazzola è più viva che mai” di Nanni Delbecchi, su “il Fatto Quotidiano” del 31 di luglio dell’anno 2015: “Guardi, guardi… Lo vede il dito che stuzzica? E brematura anche? Come se fosse antani”. Il conte Nello Mascetti con il suo cappotto di cammello arringa il vigile urbano di Firenze in difesa degli amici sorpresi a strombazzare nel centro città di prima mattina. Da una parte il codice della strada, dall’altra la supercazzola brematurata. Sono passati quarant’anni esatti, ma sembra ieri. Ma che ieri, sembra oggi, e domani lo sembrerà anche di più. La supercazzola vive e lotta insieme a noi, a riprova che non tutta l’eredità del passato è destinata all’oblio. Come Venere nasce dalle acque, la supercazzola di Ugo Tognazzi alias Nello Mascetti nasce il 15 agosto 1975 da Amici miei atto primo (l’atto secondo rimarrà a grandi livelli, il terzo sarà un mesto epilogo, il remake vanziniano una volgare imitazione), uno dei capolavori della commedia all’italiana. Da allora, quattro dei cinque protagonisti, irriducibili inventori di burle e di zingarate, non ci sono più, la commedia all’italiana non si sente tanto bene, l’amicizia si dà su Facebook e le zingarate si fanno su Blablacar. Il mondo è cambiato, però la supercazzola vive e lotta insieme a noi più bella e più forte che pria, come se nella sua fiamma ardesse il vero spirito dei nostri tempi. E dire che sembrava venire da lontano, vantava una discendenza nobile, come i non-sense di Edwadr Bond, gli anacoluti di Petrolini o il grammelot di Dario Fo. Sembrava l’ennesimo pezzo di bravura teatrale o esercizio di stile letterario. E invece no. La supercazzola del conte Mascetti era qualcosa di molto concreto, che anticipava i tempi essendo (citiamo dalla voce che si è conquistata a furor di popolo su Wikipedia) “una frase priva di senso logico esposta in modo ingannevolmente forbito e sicuro a interlocutori che pur non capendo alla fine la accettano come corretta”. Insomma, l’arte di non dire niente, ma di dirlo così bene che sembra a te di aver capito male. L’arte di gabbare il prossimo dandogli l’impressione di fargli un piacere. Un giorno qualche storico ci spiegherà com’è che siamo passati dalla politica delle ideologie a quella alle supercazzole; ma per constatarlo, basta sfogliare i quotidiani.

giovedì 27 ottobre 2016

Sfogliature. 70 “Aria d’epoca”.



Esiste nella Storia degli umani una “linearità” nei suoi svolgimenti che ha dell’incredibile. Che manda al diavolo le teorie sociologiche ed antropologiche le più svariate che la fervida ed ingegnosa mente umana ha creato nel suo tortuoso divenire. Si diceva di una linearità nella Storia degli umani: che con un andamento carsico si auto-sotterra per sopravvivere a sconvolgimenti o solamente minacciati rivolgimenti degli equilibri sociali o di quant’altro mirasse ad interromperne l’avida azione. È così che la linearità sopravvive sempre, nascosta sotterra, per riemergere allorquando le condizioni sociali e politiche vengono restaurate e ne consentano il riemergere. È una linearità che fa comodo a chi, detenendo fortune e potere, determina la Storia e le vite del resto degli umani. La “sfogliatura” che si propone oggi alla benevola attenzione degli incauti navigatori della rete incappati, malgrado loro, su questo blog risale ad un giovedì che numerava essere il 22 di un torrido mese di luglio dell’anno 2010. Mi hanno spinto alla riproposizione della stessa le allarmanti notizie diffuse sulla stampa di una iniziativa del governo del “rignanese”, intesa, l’iniziativa intendo dire, a procedere “motu proprio” alla designazione dei professori negli atenei del bel paese. Come ai bei tempi andati. Scrivevo in quel di luglio lì: "Insegno filosofia della persona alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita Salute San Raffaele. Scrivo queste righe per dire: non in mio nome. Non è certamente in mio nome che il nostro rettore, don Luigi Verzé, intervenendo come è suo diritto alla cerimonia delle proclamazioni delle lauree, si è rivolta alla sola candidata Barbara Berlusconi, che giungeva a conclusione del suo percorso triennale, chiedendole se riteneva che potesse nascere una facoltà di Economia del San Raffaele basata sul pensiero dell’autore sul quale verteva la sua tesi (Amartya Sen), e invitandola a diventare docente di questa Università, in presenza del presidente del Consiglio, il quale assisteva alla cerimonia. Intendo dissociarmi apertamente e pubblicamente da questa che ritengo una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere”. Ho appena trascritto e Voi avete appena letto la lettera pubblica della professoressa  Roberta De Monticelli che è docente  presso l'Università San Raffaele di Milano, sede di laurea triennale – si badi bene, triennale - della signora B. in Valaguzza. Il fatto richiama alla memoria un tempo andato. Un tempo lugubre assai. Nel qual tempo i professori universitari d’Italia furono chiamati a prestare giuramento al regime nero dell’altro cavaliere. Quanti furono, tra gli accademici di allora, a non sottoscrivere l’ignominiosa formuletta del giuramento?

mercoledì 26 ottobre 2016

Paginatre. 54 “Una (perfetta) storia italiana”.



Da “Berlusconi e i suoi debiti il Cavaliere preparava la discesa in campo” di Alberto Statera, sul settimanale A&F del 24 di ottobre 2016: (…). …il disturbo narcisistico della personalità di Silvio Berlusconi ha marchiato un trentennio di questo paese. I segnali erano evidenti già nel Berlusconi pre-politico, se qualcuno avesse saputo leggerli, durante gli anni dedicati, oltre che a operazioni finanziarie oscure, ad accreditarsi nel neghittoso establishment nazionale. Berlusconi non deve mai aver dimenticato l’incontro con Giulia Maria Crespi nella hall del Grand Hotel di Roma. Lo presentano, fasciato nel suo orrendo doppiopetto marrone, e la “zarina”, dopo aver rifiutato un goffo baciamano, fa al suo accompagnatore: «Ma questo giovanotto di che si occupa? Come ha detto che si chiama?» Lui nel 1971 aveva già comprato il suo primo elicottero, che considerava un magnifico status symbol. E poi aveva costruito un intero quartiere milanese, era entrato come socio nel “Giornale” di Indro Montanelli e inventato una televisione. Ma la grande borghesia e la grande finanza continuavano a snobbarlo con sua suprema stizza. Alla fine degli anni Settanta fece carte false per essere ricevuto da Enrico Cuccia, banchiere ben conscio dell’oscurità dei primi finanziamenti concessi generosamente al palazzinaro dalla Banca Rasini, detta banca della mafia o di Andreotti, e dopo l’iscrizione alla P2 di Licio Gelli, dal Monte dei Paschi di Siena e dal Servizio Italia della Bnl. Mal gliene incolse al divino architetto. Dirottato su Cesare Merzagora, fece sapere al presidente delle Generali che era disposto a investire una trentina di miliardi di lire nella compagnia triestina, in cambio di un posto in consiglio d’amministrazione. Merzagora incaricò Enrico Randone, ammini-stratore delegato, di capire che cosa esattamente volesse quel parvenu di incerte origini. Poi mise nero su bianco la sua risposta “a scanso di equivoci e perché rimanga ben chiaro nei nostri archivi il mio punto di vista”. Un documento straordinario, che negli archivi abbiamo rintracciato e che documenta il rigore, la durezza e anche la cattiveria di cui Merzagora era capace. «Le rispondo subito – scrisse al palazzinaro che voleva farsi grande tycoon – che, evidentemente, non avremmo nulla in contrario se il suo nome si aggiungesse ai 36.589 azionisti che abbiamo attualmente. Sarei però reticente se non le aggiungessi per debito di chiarezza che il nostro consiglio non ha mai desiderato avere nel suo seno costruttori. Inoltre, lei sta diventando sempre più ancheun grosso personaggio politico ed infatti lei ha offerto gentilmente a Randone il suo appoggio con i suoi eccellentissimi amici di Roma (Bettino Craxi, ndr), non pensando che a noi questi rapporti non interessano e che anzi di essi facciamo volentieri a meno».

martedì 25 ottobre 2016

Primapagina. 07 “L’intelligenza collettiva e la stupidità di massa”.



Da “Grillo, l’intelligenza collettiva e la stupidità di massa” di Alberto Statera, sul settimanale A&F del 24 di ottobre 2016: Impegnati nelle lotte di potere, di cui hanno scoperto in fretta il fascino, nei fallimenti amministrativi, nei rapporti spesso insani, nei rimborsi spese, in una totale mancanza di visione, i grillini hanno probabilmente archiviato l’epoca del web. Forse sono giunti alla conclusione di Umberto Eco secondo il quale oggi gli apocalittici sono quelli che criticano Internet e gli integrati quelli che lo usano incondizionatamente, nell’illusione di una cultura che emerge dalle masse e di un’umanità naturalmente buona. Ma l’intelligenza collettiva, come notava Eco, si è trasformata in stupidità di massa e i frequentatori grillini del corridoio dei passi perduti di Montecitorio se ne sono accorti, pur con qualche ritardo. È passato quasi sotto silenzio il testamento del padre fondatore Gianroberto Casaleggio, che pare avesse avuto prima della morte uno scontro insanabile con Beppe Grillo. Lo ha riesumato soltanto il figlio Davide e ne ha dato conto Jacopo Jacoboni su “La Stampa”. Il video contenente il testamento è un documento raggelante che sembra contenere, tra l’altro, in un tono apocalittico e millenarista, la condanna del movimento che egli stesso ha creato e che gli è sfuggito di mano. Il testamento del padre nobile consegna l’umanità alla fine, non tra mille anni, ma esattamente tra 23 anni, quando diventeremo “insetti da schiacciare”. La fine dell’umanità, che chiama Singularity, “potrebbe avvenire dice Casaleggio - a partire già dagli anni Quaranta di questo secolo”, quando le intelligenze che abbiamo creato ci divoreranno. Le macchine sostituiranno la carne di cui siamo fatti. L’intelligenza artificiale cancellerà quella umana, che non sarà più in grado di interpretare quella creata dagli stessi uomini. Un super-essere controllerà il pianeta e sfuggirà alla comprensione umana. Le fantasie apocalittiche di un uomo che per tutta la vita deve aver coltivato una profonda depressione e che stava per morire? O un’allegoria rivolta al movimento da lui stesso creato, che lo ha tradito? L’”intelligenza” da lui partorita si è corrotta nel giro di pochi anni nella politica fatta di carne, si è istituzionalizzata, le varie anime sono diventate protagoniste di conflitti, di espulsioni, di invidie, mentre il direttorio è fallito miseramente. Con la presa del potere in alcune grandi città, dove le decisioni devono essere chiare, rapide e realistiche, le contraddizioni sono esplose, le anime di destra e di sinistra non trovano un denominatore comune, l’idea del potere abbaglia tutti. A questo punto i pronunciamenti, i sondaggi, i referendum, le elezioni sulla piattaforma Rousseau non servono più a niente, se non ad allineare una congerie di sciocchezze elettroniche. Quello che ormai si configura come un partito ha bisogno di un leader, di una classe dirigente e di un disegno politico. Molti “ragazzini cattivi” hanno stravolto il movimento utopistico inventato da Casaleggio senior, che a un certo punto ha smesso di capirli. O ha capito che rischiava di creare un mostriciattolo. Se dopo le vittorie elettorali i sondaggi sono attendibili, forse è troppo tardi, non c’è bisogno di aspettare la dittatura delle intelligenze artificiali, il mostriciattolo è già tra noi.

lunedì 24 ottobre 2016

Primapagina. 06 “Le ragioni del Sì e il fumo negli occhi”.



Da “Le ragioni del Sì e il fumo negli occhi” di Maurizio Viroli, su “il Fatto Quotidiano” del 13 di  agosto 2016: Ho cambiato idea: al referendum sulla riforma costituzionale voterò sì. Mi rendo conto di deludere gli amici del Fatto che hanno fino ad oggi ospitato i miei articoli in favore del no, ma non posso fare altro. A costringermi a modificare le mie posizioni è stato l’ispirato discorso di Matteo Renzi al Festival dell’Unità di Bosco Albergati (Modena), in particolare la sua affermazione che se passa il sì “i 500 milioni risparmiati sui costi della politica pensate che bello metterli sul fondo della povertà e darli ai nostri che non ce la fanno”. Incoraggiato, credo, dalla consapevolezza di rivolgersi a un pubblico sensibile ai temi della giustizia sociale, Matteo Renzi ha vinto il riserbo fin qui tenuto e ha rivelato la vera ragione della riforma costituzionale: non semplificare il processo legislativo e neppure abolire l’anacronistico sistema bicamerale paritario, bensì combattere la povertà. La sua è una scelta coraggiosa e innovativa. Nessuno prima di lui aveva pensato che il modo più efficace di aiutare i poveri è trovare soldi cambiando una quarantina di articoli della Costituzione. Nessuna legge ordinaria avrebbe potuto essere altrettanto incisiva. Dice Renzi che la riforma permetterà un risparmio di 500 milioni di euro. La Ragioneria dello Stato indica cifre molto più basse, ma di sicuro sono prevenuti. In Italia, secondo gli ultimi dati ISTAT, ci sono 4. 498.000 persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta. Se vince il sì ognuno di loro avrà 111,16 euro in più in tasca all’anno, ovvero 30,5 centesimi al giorno. La loro vita cambierà radicalmente. Cosa conta la Costituzione di fronte ad un simile traguardo di giustizia sociale? Se l’avesse detto subito che questo è il vero fine della riforma avrebbe ottenuto un plauso unanime. L’altro passaggio del discorso di Renzi che mi ha liberato dalle tenebre del pregiudizio è stata la sua toccante confessione di aver sbagliato nel modo di comunicare il significato della riforma: “Sbagliato a dare dei messaggi: questo referendum non è il mio referendum, perché questa riforma ha un padre che si chiama Giorgio Napolitano. Ho fatto un errore a personalizzare troppo, bisogna dire agli italiani che non è la riforma di una persona, ma la riforma che serve all’Italia”. Qualche commentatore prevenuto potrebbe osservare che un’affermazione come questa dimostra che abbiamo un Presidente del Consiglio che non ha la minima idea dei fondamenti istituzionali della nostra Repubblica. Se le parole hanno un senso, Renzi ci ha rivelato (era evidentemente in stato di grazia) che il Capo dello Stato ha dato un mandato, o un ordine, al Presidente del Consiglio di attuare una precisa riforma costituzionale e quest’ultimo, solerte, ha obbedito.

domenica 23 ottobre 2016

Scriptamanent. 48 “Dalle donne ai bambini”.



Da “Dalle donne ai bambini” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 23 di ottobre dell’anno 2010: Neppure l'impiego dei bambini costituisce un limite ai giochi erotici e non di rado perversi della pubblicità? La pubblicità non incentiva solo l'acquisto di prodotti, ma vende massicciamente (e noi passivamente l'acquistiamo) una visione del mondo dove quei prodotti, anche inutili, diventano necessari per rafforzare la nostra identità: o in termini di potere o in termini di seduzione (che è una forma malcelata di potere). La seduzione passa attraverso la sollecitazione erotica che la nostra cultura ha identificato con la donna, per cui, (…), ormai non facciamo più troppa distinzione tra la parola sesso e la parola donna. Se questo è il contesto delle relazioni sociali è evidente che una donna non può sottrarsi a questi canoni perché, nella forma del suo corpo reso il più possibile seduttivo, c'è gran parte della sua accettazione sociale, e perché no, anche della sua gratificazione narcisistica. Infatti l'erotismo che trasmette non approda alla sessualità, ma si arresta alla sua sollecitazione. Un atto mancato quindi, un desiderio senza compimento, un sollecitazione delusa e proprio per questo tale da promuovere una ricerca senza limiti di spunti ancor più seduttivi che la pubblicità asseconda e promuove. Va da sé che di fronte a quelle bellezze inarrivabili da copertina prende forma anche la depressione per la propria inadeguatezza, a cui si pone rimedio acquistando tutti quei prodotti che ci possono avvicinare a quelle bellezze, e lenire così la nostra tristezza. Il gioco ormai è questo ed è ben collaudato. E siccome l'identità femminile è in gran parte affidata agli artifici della moda, in nome di che cosa si può invitare le donne a uscire da questo gioco che ha le sue radici profonde nel cervello antico di tutti noi, più sensibile alla fascinazione e al richiamo sessuale, che ad altre nobili virtù faticosamente guadagnate nel corso dell'evoluzione? Ma ora, (…), questa identità, questa comunicazione, questa immagine di sé che si trasmette per vie erotiche, oltre alle donne si applica anche ai bambini, i quali, non disponendo ancora di strumenti per interpretare e collocare lo scenario dell'erotismo alla cui interpretazione sono chiamati, compiono gesti artificiali, manierati e improbabili che li deformano perché l'erotica non è ancora la loro "forma", così come non appartiene alla loro forma scimmiottare i gesti degli adulti, scostandosi a tal punto dalla loro infanzia, da dover poi andarne alla ricerca, anche in forme perverse, per tutta la vita. Il limite, (…), è stato superato, quindi aspettiamoci di tutto da questa cultura che si ritiene avanzata solo quando oltrepassa un limite o infrange un tabù.

mercoledì 19 ottobre 2016

Primapagina. 05 “#stateserenituttovabene”.



Da “Buon appetito” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 19 di ottobre 2016: “L’effetto principale della riforma del lavoro di Renzi è tutto nei dati forniti nell’Osservatorio Ipns sul precariato per i primi 8 mesi dell’anno… Eliminato di fatto l’articolo 18 e finiti gli incentivi, il trend è tutto tranne che positivo: -8,5% di assunzioni e +31% di licenziamenti rispetto ai primi otto mesi del 2015. Arrivano al 28% in più i licenziamenti disciplinari, che il Jobs Act ha reso più facili… Dopo avere speso oltre 14 miliardi per gli sgravi, il governo ha preso atto del flop: nella prossima legge di Bilancio non saranno rinnovati, se non per i giovani assunti dopo uno stage o tirocinio. Infine i voucher, nuova frontiera del precariato: nel gennaio-agosto 2016 ne sono stati venduti 96,6 milioni (+35,9%)” (ilfattoquotidiano.it, ieri). “Raddoppiano i poveri. E i giovani colpiti dalla crisi superano gli anziani. Nel Sud gli italiani si rivolgono alla Caritas più degli immigrati. In grandi difficoltà le famiglie monoreddito e i lavoratori precari… I poveri sono passati dagli 1,8 milioni del 2007 ai 4,6 milioni del 2015… Il Rapporto 2016 della Caritas rivela che la povertà assoluta colpisce il 7,6% della popolazione, contro il 3,1% del 2007. Compresi i giovani (oltre il 10% di chi ha meno di 34 anni è un povero assoluto), le famiglie con pochi bimbi, i lavoratori precari o con stipendio troppo basso… Eurostat afferma che l’Italia è tra i Paesi con i maggiori aumenti del rischio di povertà ed esclusione sociale. Con una crescita di 3,2 punti percentuali siamo quarti, battuti solo da Grecia (+7,6), Cipro (+5,6) e Spagna (+ 4,8). Il 28,7% degli italiani è a rischio di povertà o esclusione sociale. In stato di ‘grave deprivazione materiale’ è ben l’11,5%: vuol dire non potersi riscaldare bene in casa, non poter mangiare proteine almeno una volta in due giorni, non poter fare una settimana di vacanza” (La Stampa, ieri). (…). “Rapporto Istat sul 2014: oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero, 180 mila in più rispetto al 2013; e 17 miliardi di Pil (l’1% del totale) frutto di traffico di droga, prostituzione e contrabbando di tabacco. Sommando alle attività illecite anche il nero, nel 2014 l’‘economia non osservata’ è arrivata a 211 miliardi, il 13% del Pil: di questi, il 46,9% è frutto di evasione fiscale, il 36,5% di lavoro irregolare (era il 34,7% nel 2013), l’8,6% di altre componenti (affitti in nero, mance e paghe fuori busta) e l’8% di attività illegali. I nuovi dati superano di quasi 5 miliardi i valori del 2013 e di 8 quelli del 2011… Il valore aggiunto generato dalla sola economia sommersa, cioè tutto ciò che sfugge al fisco, ammonta a 194,4 miliardi (12% del Pil)” (ilfattoquotidiano.it, sabato). “L’apposita commissione del Tesoro denuncia che in un anno mancano all’appello delle Entrate 109 miliardi di imposte, 2 miliardi e passa in più dell’anno prima. Renzi rivendica nel 2015 il ‘record di tutti i tempi’ di lotta all’evasione con 15 miliardi recuperati. Peccato che secondo la Corte dei conti i miliardi realmente riscossi siano stati solo 7,7, in netto calo rispetto al 2014 e a 10 anni fa” (il Fatto Quotidiano, ieri). “Aveva assicurato al Parlamento che la prima voluntary disclosure sarebbe stata anche l’ultima e che la lunga stagione dei condoni all’italiana… era conclusa. Invece… ecco la seconda sulla liquidità sottratta al fisco e ai magistrati in cassette di sicurezza o in casa sotto il materasso e nei muri, come ha fatto Fabrizio Corona… L’obiettivo del Tesoro è tassarli al 30-35%, meno dell’aliquota Irpef più alta (43%)…Ma non tutti i capitali nascosti provengono dall’evasione fiscale. Dietro questa copertura sono stati riciclati anche proventi da attività criminali… Ma controlli troppo stringenti non fanno avvicinare i possibili beneficiari più facoltosi e addio ai 2 miliardi di incassi. Maglie larghe rischiano di dare il via alla più grande operazione di riciclaggio di denaro sporco della storia della Repubblica”(il Fatto Quotidiano, ieri). “Il governo prepara la sanatoria sui contanti”, “Tasse non pagate: buco da 795 miliardi… Per la Corte dei conti si può recuperare solo il 4,8% (La Stampa, ieri). “Fisco, allarme per le sanatorie. ‘Sconti a Maradona e Corona e uno scivolo per i più ricchi’. Le agenzie di riscossione temono un crollo per le entrate a partire dal 2018” (Repubblica, ieri). “Il ritorno delle ‘false’ partite Iva” (Repubblica, ieri). (…). Questo e altro con la “sinistra” al governo. Poi c’è pure la destra.