"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

sabato 30 luglio 2016

Scriptamanent. 30 “Le inchieste capolavoro di giornalismo”.



Questo è uno “scriptamanent” speciale. Speciale poiché non propone uno scritto creato alla data di un 30 di luglio. Ma è e resterà uno “scriptamanent” speciale poiché vuole ricordare una persona speciale quale è stato Giuseppe D’Avanzo che il 30 di luglio dell’anno 2011 lasciava questo mondo. D’Avanzo è stato per anni la “penna di punta” libera e graffiante del quotidiano la Repubblica. È stato un creatore di capolavori di giornalismo per dirla alla Franco Cordero. Oggi, che di creatori di capolavori giornalistici se ne intravvedono pochi, pochissimi, piace ricordarne il passaggio terreno e quel tanto – ma tanto - che è stato capace di creare e di lasciare in eredità alla sociale convivenza del Suo Paese. E con questo speciale “scriptamanent” lo si vuole ricordare con un pezzo del professor Franco Cordero per l’appunto, che gli volle dedicare, pochi mesi dopo la Sua dipartita, questo scritto – pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 2 di marzo dell’anno 2012 – che ha per titolo “Le inchieste contro vento capolavoro di giornalismo”, quelle inchieste libere e coraggiose che Giuseppe D’Avanzo non lesinò ai Suoi lettori ed estimatori. Ha scritto Franco Cordero ricordando l’amico opinionista: Sulla tecnica dello spegnimento psichico in società chiuse il testo euclideo è lo swiftiano romanzo d´idee dove, correndo l´anno 1984, il Partito governa mediante quattro ministeri: della Pace (ossia guerra perpetua); Amore (l´onnipresente, spietata polizia del pensiero); Benessere (id est miseria cronica); Verità (arte mistificatoria del virtuale). Nasce in laboratorio l´animal humanum naturaliter oboediens, al quale fine una lobectomia collettiva contrae l´area del pensiero tagliando lessico, morfologia, grammatica, sintassi. Nineteen Eighty-four, dicono i Tartufi, è la favola nera d´un disadatto al mondo, malato all´ultimo stadio, quindi pessimista. Signori miei, erano analisi scientifiche. Lune italiane riproducono i modelli definiti nell´appendice, "The Principles of Newspeak". L´uomo cosiddetto nuovo, venuto alla ribalta vent´anni fa, ignora Eric Arthur Blair, alias George Orwell, né se ne intendono i consiglieri, altrimenti qualcuno avrebbe notato che pericolosa gaffe fosse vantare un "partito dell´amore", mentre rombavano macchine gangsteristiche; o inscenare sedute mistiche dove l´incantatore appare dalla gigantografia qual era temporibus illis, cosmeticamente lavorato, e mugola frasi rudimentali, col pubblico in estasi, come nei «Due minuti d´odio» quando un´isterica tende le braccia allo schermo esclamando «mio Salvatore», indi prega, mani sul viso, mentre la platea intona la nenia ipnotica, «B-B... B-B... B-B...». Gran corruttore, s´era acquisito il monopolio delle televisioni commerciali: da trent´anni istupidisce gli spettatori spacciando roba scurrile; persi i patroni nel collasso del sistema corrotto, salta in politica, predicando buoni costumi, onore al merito, chances per tutti, libertà diffuse, contro inesistenti bestie nere. La frode gli riesce a pennello tre volte. L´asfissiante dominio mediatico maschera un regime nichilistico del malaffare: non s´era mai vista gente simile nelle Camere; mosse strategiche scardinano lo Stato; l´obiettivo è regressione alla signoria autocratica. Mater Ecclesia lucra favori inauditi. Gli reggono la coda direttori spirituali della borghesia bienséante (i cui gusti non escludono lo stile canaille). Brulica una turba famelica: centurioni, sbirri, sicari, avvelenatori, fattucchieri, spioni, falsari, untori, agiografi, araldi, panegiristi, falsi santi, sacrestani spegnitori, cappellani, flabellieri, salmisti, turiferari, liturghi, perdonatori, omileti, esorcisti, elemosinieri, ruffiani, mezzane, badesse, ierodule, eunuchi, maghi, indovini, teurghi, astrologi, caldei, trinciatori, scalchi, giocolieri, mimi, illusionisti, musicanti, buffoni, mangiafuoco et ceteri; ne recluta quanti voglia. Ogniqualvolta uno della santa compagnia finisca in tribunale, e capita spesso, disinvolti essendo i messieurs, scatta l´anatema sull´"uso politico della giustizia". (…). Nelle serate d´Eliogabalo vediamo come l´asserita privacy fosse politica perversa. Lo straordinario è che l´operazione disinfestante riesca...

venerdì 29 luglio 2016

Storiedallitalia. 77 “Boschi, l’indecenza intellettuale”.



“Chi sveglierà ora gli stanchi combattenti dell´Ulivo?” si domandava il compianto Mario Pirani sul quotidiano “la Repubblica” del 15 di giugno dell’anno 2006 in un pezzo che aveva per titolo “L'illusione di aver già vinto la battaglia sulla Costituzione”. Si era nell’imminenza di quel referendum che si sarebbe tenuto il 25 ed il 26. Ci si ritrova a dieci anni di distanza a dover constatare la “stanchezza” politica di quella parte di Partito Democratico che ha sostenuto le scelte cosiddette riformiste dell’uomo venuto da Rignano sull’Arno. Al tempo dello scritto di Mario Pirani ben altri erano i protagonisti di quell’avanspettacolo. Il tempo trascorso inutilmente ci riporta ad una situazione di stallo stante non tanto la stanchezza dei “combattenti” politici, quanto la “stanchezza” del “popolo sovrano” che in quel tempo si erse a custode della “Carta” bocciando clamorosamente  le riforme pensate dai “quattro saggi” di Lorenzago del Cadore. Cosa accadrà nell’autunno referendario che ci attende? Appesi come siamo ai media doverosamente monopolizzati dall’esecutivo al potere, con un alternarsi di dati che cambiano ad ogni stormir di fronda, non resta che sperare in quel “popolo sovrano” che, seppur al momento indifferente sull’argomento, potrebbe poi assestare un colpo inatteso alle odierne iniziative riformatrici. C’è da sperarlo? Forse l’impresentabilità degli ideatori delle riforme spingerà anche i più riottosi ad andare alle urne referendarie per respingere la supponenza e l’improvvisazione imperanti. Ha scritto di Maurizio Viroli su “il Fatto Quotidiano” del 21 di luglio – “Boschi, l’indecenza intellettuale” -:

mercoledì 27 luglio 2016

Scriptamanent. 29 “#guappariacambiaverso”.



Da “Il senso di Renzi per lo scazzo” di Antonio Padellaro, su “il Fatto Quotidiano” del 27 di luglio dell’anno 2014: (…). Ricordate l’Italicum? Sembrava che dopo il patto (segreto) con il Pregiudicato la riforma elettorale fosse cosa fatta. Dov’è finita? Boh. E la riforma della Pubblica Amministrazione? Tagli di nastri, fanfare, la ministra Madia che proclama soave ma ferma che lo Stato dimagrirà, uffici accorpati, cittadini felici, tutto online, perepè perepè, poi il nulla. Un po’ come percorrere il nuovo tratto autostradale Brescia-Milano (inaugurato mercoledì dal premier) e che il Corriere della sera (non il Fatto) così descrive: “Tre corsie poi si torna alla coda in tangenziale”. D’accordo, Renzi governa da pochi mesi, i problemi sono tanti e non è solo colpa sua se ci sono le code, se mancano 786 decreti attuativi di leggi approvate, se i vari Salva Italia, Cresci Italia, Destinazione Italia della premiata ditta Monti-Letta sono gigantesche insegne al neon però spente. Il problema è un altro, la continua esibizione muscolare del premier e dei suoi accoliti, la strategia dello scazzo permanente, il “qui si fa come dico io”, la politica non più mediazione ma strattonamento in un susseguirsi di ultimatum nevrotici: ci metto la faccia, mi gioco l’osso del collo… (…).

Da “Il guappo di cartone” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 27 di luglio dell’anno 2014:

martedì 26 luglio 2016

Scriptamanent. 28 “Qualcosa di sinistra”.



Da “Di qualcosa di sinistra”, intervista al disegnatore-vignettista “Staino” a firma di Michele Smargiassi, sul quotidiano la Repubblica del 26 di luglio dell’anno 2013: (…). Staino, la sinistra è un sentimento allora? "Sinistra è una grande naturale sensibilità, una tendenza dell'animo umano. Sinistra è una disposizione mentale ed etica che viene prima della scelta politica, è la base, la condizione necessaria della politica. È un atteggiamento di fondamentale bontà verso l'uomo e il mondo, un intimo personale senso di bontà. Ogni altra considerazione viene di conseguenza. Per essere di sinistra devi essere luminoso nel modo in cui stai su questa terra".
Fratello sole sorella luna...? Pensa a una sinistra francescana? "Grande uomo di sinistra, San Francesco. Come padre Balducci, del resto. Averlo incontrato mi mise in crisi. Possiamo dividerci sulle cose da fare, ma chi è di sinistra lo vedi in faccia, don Gallo ad esempio, io mica ero del tutto d'accordo con lui, era un grillino, uno spericolato, ma era di sinistra sicuro, era uno con cui potevi discutere, litigare, abbracciarti".
Non ci vuole anche un po' di critica dello stato di cose presente? "Non è la prima cosa. Chi ne fa la prima cosa finisce per uscire di strada. La ricerca della giustizia condotta senza bontà l'abbiamo già vista, purtroppo, nella storia della sinistra. Quanti inquisitori "giusti" e spietati, quanti Saint-Just... Non è di sinistra essere l'accusatore pubblico che parla solo con gli atti giudiziari, l'implacabile che considera qualsiasi cosa capiti sotto la sua lama come un nemico personale da distruggere".
Non bisogna avere nemici? "Non bisogna essere ossessionati dal nemico. "Alle Cascine un albero t'aspetta", si cantava una volta nei movimenti che frequentai pure io. Finiva che il tuo obiettivo era più che altro costruire una forca. Se mitizzi il cinismo, quel che ti resta è integralismo. E poi perdi. Quando l'unico elemento che ti fa sentire un uomo di sinistra è distruggere Berlusconi o mandarlo in galera, allora mi preoccupo assai. E penso sia chiaro a tutti come la penso io su Berlusconi".
Bisogna essere più gentili con Berlusconi? "Non ho mica detto indifferenti o ingenui. Il buono si indigna, s'arrabbia di fronte a quel che non è buono. E allora certo che gli avversari li trovi. Ma questo accade dopo, quando arrivi all'azione politica. Lì non ti basta più essere "di sinistra", perché ti viene chiesto di fare. Allora ti serve un altro aggettivo, più specifico, l'aggettivo della prassi. Il mio aggettivo della prassi, si sa, per tanti anni è stato "comunista". Ma quando ho capito a cosa aveva portato quella prassi, non mi sono più definito comunista. Questo dovrebbe chiarire la differenza fondamentale fra sentirsi di sinistra e fare politica, fra essere e appartenere".
Ha trovato un nuovo aggettivo della prassi? "Avrei scelto socialista, che è un fare meno compromesso dalla storia, ma in Italia socialista vuol dire Craxi e Cicchitto, e francamente come si fa... Allora, in attesa di qualcosa, io risalgo di un livello e rimango di sinistra".
Insomma un'identità provvisoria, da completare. "Be', sono in grande e nobile compagnia su quel piano, da papa Francesco a Mandela... Mentre lì non ci troverò mai il carrierista, il professionista della politica, lo stalinista, il terrorista: nessuno di questi ha un atteggiamento luminoso verso il mondo. Il criterio è molto chiaro"

lunedì 25 luglio 2016

Cronachebarbare. 39 “#italiaripartestaisereno”.



Interessante corrispondenza che la dice lunga per come vanno le cose nel mondo dell’1% vs il 99%: (…). Stiamo chiacchierando su un prato all'inglese, all'ora del cocktail, in mezzo a un andirivieni di camerieri in livrea che servono caviale e champagne. Un centinaio di persone attorno a noi, in un parco meraviglioso, con vegetazione lussureggiante e curatissima, più spiaggia privata su una laguna di Southampton. (…). Gli Hamptons al plurale sono ex villaggi di pescatori situati sulla punta nord di Long Island e da oltre mezzo secolo sono diventati la Portofino o la Costa Smeralda o la Capri dei ricchi newyorchesi. Siamo a 80 miglia di distanza da Manhattan, circondati da grandi spiagge di dune sull'Atlantico, una natura selvaggia a perdita d'occhio. Per i comuni mortali che arrivano in macchina, il traffico della metropoli impone quasi tre ore di tragitto. I veri abitanti degli Hamptons usano per lo più l'elicottero. Nel cuore di Southampton li incontri dal Sant Ambroeus milanese, dove un caffè costa cinque dollari e le auto più comuni sono Ferrari e Bentley. Insieme all'ex direttore dell'Economist sono ospite per il weekend da un amico che ha una proprietà quasi modesta per gli standard degli Hamptons: comunque ha un vasto parco privato, camere degli ospiti che non riesco neppure a contare, una piscina, due giardinieri e una governante. Ma a fianco alla sua ci sono ville che vogliono rivaleggiare con il castello di Versailles. Ogni tanto, da queste parti si affacciano anche i coniugi Clinton, agli Hamptons trovano un pubblico amico, organizzano cene per la raccolta di fondi elettorali. La maggior parte sono progressisti alla Bill Gates o George Soros. (…). L'amico che mi ospita mi accompagna in una lunga passeggiata sulla spiaggia dove il paesaggio naturale è stato preservato bene, con qualche eccezione. Mi indica un complesso di costruzioni modernissime, eleganti ma in stridente contrasto con le dune. Un pugno nell'occhio, un mostro dal punto di vista paesaggistico. Mi fa il nome del miliardario che l'ha edificato di recente. Piscine multiple, case degli ospiti separate da quella padronale. Un design da vascello spaziale, ancorché attenuato dall'uso di materiali edili molto naturali, "sostenibili". «Abbiamo provato a opporci», mi spiega il mio amico. «Si era formato un comitato locale per la tutela paesaggistica. Ma lui ha opposto questo argomento: "Ho comprato il terreno e quindi decido io cosa farci. Se cominciamo a porre dei limiti alla proprietà, si finisce nel dirigismo di Stato, o nel socialismo"». (…). L’io narrante è un affermato opinionista ed affermato saggista sui temi vari della finanza e dell’economia. Svolge il suo mestiere con perizia e cura. Non sta a lui decidere da quale parte si debba stare. Ma è quella parte che oggi interessa maggiormente ed esclusivamente ai protagonisti della politica che osano ancora definirsi della “sinistra”. Mentendo. Il loro obiettivo è divenire un invitato degli Hamptons, della gente che è riuscita, come e perché non conta. Poiché quel mondo rampante e vincente è il modello politico e sociale da perseguire, anche se porta inevitabilmente a quell’1% che decide le sorti del restante 99% degli esseri umani. È in questa condizione di minorità che la “sinistra” si è cacciata, accettando ed imponendo come inevitabile al pari di una calamità o di una punizione divina che i poveri continuino ad essere poveri, che quelli del ceto che fu medio vengano risucchiati negli strati sociali più bassi e meno fortunati. Un arresto di quell’ascensore sociale che negli anni d’oro del secolo ventesimo aveva consentito l’allargamento in misura soddisfacente del nuovo ceto medio. In quello scontro di “classi” fatto passare come inevitabile calamità i politici della cosiddetta “sinistra” hanno scelto di stare con quelli degli Hamptons. Al diavolo tutto il restante genere umano.

sabato 23 luglio 2016

Oltrelenews. 95 “#bailinstaisereno”.



Da “Quattro governi in cinque anni gli sbadati del bail in” di Alberto Statera, sul settimanale “A&F” del 18 di luglio 2016: Adesso tutti piangono sul latte versato per non aver approfittato degli aiuti di Stato alle banche italiane permessi fino all’anno scorso dall’Unione Europea e vietati dal 2016 dal cosiddetto bail in. Un caso che è difficile classificare come insipienza, velleità o persino albagia. E come al solito un rebus per trovare i responsabili diretti tra presidenti del Consiglio, ministri del Tesoro, Banca d’Italia, Parlamento, partiti, quasi tutti impegnati invece a magnificare la solidità del sistema bancario italiano, tolto quel “piccolo” inciampo del Monte dei Paschi di Siena. Quasi un senso di meraviglia ha colto chi ha scoperto tardivamente che dalla crisi del 2008 al 2015 in poi mezza Europa ha fatto ricorso a fondi pubblici per aiutare le proprie banche: 239 miliardi l’intransigente Germania, 162 e oltre il Regno Unito, più di 52 la Spagna, 42 l’Irlanda, 40 la Grecia, 36 i Paesi Bassi, 28 l’Austria e così via. E l’Italia? 1 miliardo (dicesi un miliardo di euro) mentre i crediti deteriorati (361) e le sofferenze delle nostre banche e crescevano silenziosamente verso 200 miliardi. Eppure, che il cappio per l’Italia sarebbe scattato nel 2016 avrebbero dovuto saperlo tutti. La direttiva 2014/59 (Brrd- Bank recovery and resolution dirictive) non spunta improvvisamente con il bail in, ma fu approvata il 15 aprile 2014 su mozione dello svedese Gunnar Mokmark dopo lunghi anni di discussioni con 584 voti favorevoli, 80 contrari e 10 astensioni del Parlamento europeo. Dove erano i parlamentari italiani? A passeggio per Bruxelles in attesa di tornarsene onorevoli nelle zone d’origine al prossimo giro? Il PPE votò sì, come Forza Italia, i socialisti europei e il Pd. Ma ogni tanto si ha la sensazione che i nostri parlamentari europei, sulle cui qualità personali preferiremmo non soffermarci, abbiano il voto facile su documenti di cui non conoscono o non capiscono il significato. E i governi? Sino a fine 2011 fu in carica Berlusconi, occupato negli affari suoi, a litigare con Tremonti che voleva soffiargli il posto e infine travolto dallo spread. A novembre entra in carica il governo Monti, che fa anche il ministro dell’Economia. E’ il governo che doveva salvare l’Italia, ma che si rivela ostaggio delle granitiche convinzioni di un premier incapace di quelle elasticità necessarie in un paese sull’orlo del baratro, in fondo al quale dovrebbe vedere, da grande economista, anche il nostro sistema bancario. Intanto, mezza Europa continua a erogare centinaia di miliardi di aiuti di Stato e a mettere in sicurezza non tutte ma un po’ delle sue banche. Quindi la meteora del governo Letta, con Fabrizio Saccomanni all’Economia, che resiste neanche dieci mesi scalzato dallo “stai sereno” di Matteo Renzi, con Pier Carlo Padoan all’Economia. Posto che a Renzi le banche non portano bene, la cabina di regia del premier è una specie di Babele dove regna la confusione, ma, volendo, in questi due anni e passa con una forte azione politica ci sarebbe stato tutto il tempo, salvo i vincoli esterni evidenti, nonostante la montagna del debito pubblico, per approfittare degli aiuti di Stato prima dell’entrata in funzione del bail in. Perchè non si è fatto, visto che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ora sostiene che ci vuole l’intervento pubblico e il presidente dell’Abi che il bail in è incostituzionale? Viene da chiedersi: dov’erano finora tutti questi esimi signori?

Da “Chi affonda quando le banche vengono salvate” di Angelo Baglioni, sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 15 di gennaio 2016:

venerdì 22 luglio 2016

Scriptamanent. 27 “La rivoluzione fragile”.



A lato: "Lotta sociale" (1938).
Al tempo presente in cui si bandisce l’”analisi”, che si bandisce quella che un tempo era la prerogativa propria delle forze politiche che si ispiravano ad un ideale di sinistra, in questo tempo presente che all’”analisi” si sostituiscono i “muri” e le “barriere” per fronteggiare il malessere che si è globalizzato, torna utile rileggere – per tentare una possibile risposta alle tragedie presenti - “La rivoluzione fragile. Perché le primavere non cambiano il mondo” di Roberto Esposito, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 22 di luglio dell’anno 2013. A quel tempo suscitavano speranze le cosiddette “primavere”, in verità mai più sbocciate, ma solamente tradite: (…). Se finora si è globalizzata la finanza, oggi a farsi globale appare anche la rivolta. A collegare tra loro tali sommosse è per ora un elemento negativo, vale a dire l’indeterminazione politica, l’inidoneità a costruire istituzioni stabili, la continua reversibilità. (…). È vero, (…) il mutamento socio-antropologico ha prevalso su quello propriamente politico. Ma ciò che adesso manca, (…), è la dimensione collettiva, l’intensità progettuale, l’opzione ideologica. Insomma, se non un vero e proprio orientamento, quantomeno un respiro, politico. (…). …adesso le insorgenze di piazza, al di là degli eventi contingenti da cui nascono, affondano radici profonde nella globalizzazione dei mercati, nelle insostenibilità delle disuguaglianze, nella mancata diffusione dei diritti fondamentali. (…). Così la protesta degli “indignati” è ampiamente giustificata dalla macelleria sociale di misure destinate ad accrescere gli effetti recessivi della crisi. Ma ciò non bilancia la difficoltà a solidificarsi in forme e istituzioni politiche. Più che a un potere costituente, le attuali rivolte fanno pensare a un potere destituente - capace di minare l’assetto precedente, ma non a crearne uno nuovo. In esse prevale un carattere esistenziale, un bisogno di identità, da parte di gruppi eterogenei che si aggregano e disgregano a seconda degli eventi. Gli obiettivi, piuttosto che definiti anticipatamente, nascono e mutano nel corso stesso delle lotte. Quasi si direbbe che non sono i soggetti a fare le lotte, ma le lotte a fare i soggetti. Perché? Cosa trattiene le rivolte contemporanee al di qua della soglia di effettività? Cosa conferisce loro una tonalità più soggettiva che oggettiva? Per rispondere a tale domanda bisognerebbe interrogare i mutamenti di fondo che da qualche decennio hanno investito l’antropologia contemporanea. Non parlo soltanto dell’arretramento della politica sotto la spinta congiunta della tecnica e dell’economia, ma dei suoi effetti sulla percezione del tempo, soprattutto da parte delle generazioni più giovani. Ad appannarsi, insieme alla visione politica, è la dimensione del futuro, appiattita e risucchiata dall’urgenza del presente. È come se il tempo si fosse ripiegato su se stesso, impossibilitato a proiettarsi in avanti, bloccato sulla gestione quotidiana di un’emergenza che non lascia respiro. Esso scorre in maniera automatica, senza penetrare lo spazio della vita e l’orizzonte del pensiero. Senza sapersi fare storia. (…). …i cortei che sfilano nelle strade europee e americane esprimono (…) un’ansia di liberazione dai parametri insostenibili fissati dalla finanza globale. Ma anche questa passione per la libertà, più che un affetto positivo, o un sentimento produttivo, appare come il rovescio del disciplinamento che da tempo modella le nostre vite attraverso una fitta rete di dispositivi ormai diventati parte di noi. Si pensi alla registrazione sempre più capillare dei nostri dati personali, per non parlare dei meccanismi securitari di controllo che ci sorvegliano come un nuovo Panopticon. La stagione delle rivolte, insomma, appare il residuo non colmato, o il controeffetto, di una generale sottomissione alle potenze anonime che ci governano. Non per nulla per molti analisti questa è, insieme all’età della ribellione, l’età dell’obbedienza, della identificazione con leader, più o meno carismatici, che calamitano un consenso altrimenti incomprensibile. (…). Alla base del dominio - ieri dei sovrani assoluti, oggi dei leader populisti o delle banche transnazionali - non c’è né una necessità naturale né una schiacciante sproporzione di forze, ma quel desiderio di uniformità e rifiuto della responsabilità che già Tocqueville rintracciava nelle pieghe della democrazia. Le rivolte che incendiano il mondo, senza riuscire a mutarlo, nascono da questa ambivalente falda psicosociale - dall’accettazione e insieme dal rigetto della servitù. (…).

giovedì 21 luglio 2016

Sfogliature. 65 “Eppur si parla (solo) di terrorismo”.



Non sfuggirà alla Vostra avvertita consapevolezza la reale “natura” di quel “legno storto” che è l’uomo. Ché solo su quella sua tragica “natura” hanno potuto fare leva i soliti manigoldi che hanno imperversato nella storia tragica di quel primate. Manigoldi che sono stati al potere tanto nelle vituperate monarchie, quanto nelle massacranti dittature, ma ancor più, ai giorni nostri, in quelle configurazioni sociali che ci azzardiamo a denominare impropriamente “democrazie”. Che sì, anche nelle “democrazie” non sono mancati o manchino i manigoldi che operando sapientemente sulla “natura” quel “legno storto” hanno di fatto sfigurato le “democrazie” stesse facendo leva su quell’inestricabile groviglio che è la psiche informe del “legno storto” per creare un “nemico” da fronteggiare, da aggredire e da distruggere. La “creazione” di un nemico è fattore comune a tutte le configurazioni sociali che il “legno storto” sia venuto man mano, nella sua tragica storia, a pensare ed a inventare. Da sempre, da quando quel “legno storto” ha pensato bene ad associarsi in gruppi e/o sottogruppi per la sicurezza dei quali fosse necessario pensare, per l’appunto, ad un “nemico”. E così la tragica storia scritta dal “legno storto” continua ad annoverare quel “nemico” nelle forme più svariate, “nemico” che consenta ai manigoldi di turno di cementare il gruppo o sottogruppo d’appartenenza e di ascendere così al potere e di farne scempio. La “sfogliatura” di oggi risale al lunedì 13 di settembre dell’anno 2004. Si era celebrata allora la terza ricorrenza delle stragi delle torri newyorchesi. Sembra che i dodici anni trascorsi da allora siano passati inutilmente. Allora “terrorismo” e solo “terrorismo”. Come lo è oggigiorno. Come dimenticare il Segretario di Stato Colin Powell e la sua provetta o l’impresentabile inglese Blaire? Sono oggi da rileggersi i pensieri e le considerazioni che nel mezzo di quella “tempesta” si potevano provare, che personalmente ho provato:

martedì 19 luglio 2016

Scriptamanent. 26 “Poteri abnormi, fermiamo l’eversione autoritaria”



Da “Poteri abnormi, fermiamo l’eversione autoritaria” di Silvia Truzzi, intervista al professor Gustavo Zagrebelsky su “il Fatto Quotidiano” del 19 di luglio dell’anno 2014: (…). “Si vuole mutilare la democrazia” (…). “L’Italia ha acquistato un primato negativo: un Parlamento illegittimo continua a resistere e si arroga il diritto di modificare la Costituzione. Lo Stato moderno è Stato rappresentativo. Ebbene, per la prima volta nella storia degli Stati, un giudice ha statuito che la legge fondamentale, la legge sulla rappresentanza dei cittadini, era incostituzionale. Questo Parlamento avrebbe dovuto essere immediatamente sciolto. Non è accaduto e così si è aggiunto un altro primato negativo. Quello di non avere rispetto per la legalità”.
Professore, qual è il disegno di Renzi? “L’obiettivo è l’eliminazione di qualunque contrappeso al potere del governo e del capo del governo. Neutralizzando il Senato si elimina, sul piano della rappresentanza, l’organo che potrebbe frenare una legislazione volta al rafforzamento dell’esecutivo. Dietro il rispondere per slogan alle numerose obiezioni, dietro l’apparente mancanza di argomenti di chi parla di ‘gufi’ e ‘rosiconi’ c’è un progetto preciso. Assistiamo a un processo che intende trasformare la democrazia italiana”.
Trasformare in cosa? “In un regime autoritario fondato sull’elezione, ogni cinque anni, del capo. Vorrei ricordare qui una circostanza che m’impressionò molto negativamente. Tra le cose che furono dette dai saggi del Quirinale, venne fuori tra le proposte una formula molto strana, ‘il governo del primo ministro’. Questa formula non può essere stata usata da un costituzionalista, perché è esattamente quella con cui la dottrina italiana aveva definito lo Stato fascista. Non è lo squadrismo il pericolo attuale, ma è ugualmente una forma di autoritarismo molto forte. Se viene fuori una riforma di questo segno, siamo di fronte a un progetto di eversione autoritaria. Dato il carattere, la natura della legge elettorale per la Camera, è ovvio che il potere del capo del governo diventa enorme, abnorme. Battersi adesso contro queste riforme significa battersi per la nostra democrazia, per mantenere l’identità democratica della Repubblica”.
Quali sarebbero le peggiori conseguenze? “Una legge elettorale maggioritaria come l’Italicum, che è un Porcellum travestito, offre un potere assoluto al capo del governo e segretario del partito di maggioranza. Che infatti attraverso la maggioranza riesce a determinare addirittura – addirittura! – la composizione dell’organo che deve vigilare sulla Costituzione, la Consulta. E non solo: determina anche la composizione del Consiglio superiore della magistratura e l’elezione del presidente della Repubblica. Voglio anche sottolineare che la cosiddetta riforma della Pubblica amministrazione rientra nel disegno generale di questo governo, organicamente progettato. La Pubblica amministrazione perde parte della sua relativa autonomia, così come la Camera dei deputati diventa strumento che traduce in norme i voleri del capo”.

domenica 17 luglio 2016

Scriptamanent. 25 “Il mondo senza sogno deprime e muore”.



Da “Tra il cuore e la norma” di Massimo Recalcati, sul quotidiano la Repubblica del 17 di luglio dell’anno 2015: (…). La posta in gioco è alta: quanta verità può sopportare un essere umano? E, ancora di più, quanta verità può sopportare un bambino? Nel video che riprende la cancelliera Angela Merkel impegnata in una conversazione con un gruppo di giovani colpisce innanzitutto il volto della sua interlocutrice. È quello di una ragazzina palestinese che la guarda con occhi scuri spalancati come se si trovasse di fronte ad un Gigante buono al quale affidare le proprie speranze di salvezza. Racconta così al Gigante di aver studiato tedesco e inglese, di essersi impegnata insieme alla sua famiglia per rendere possibile una vita degna per poi confessarle senza veli la propria angoscia: cosa ci accadrà se a mio padre, come sembra, non verrà rinnovato il permesso di soggiorno? Come in molte fiabe la ragazzina affida a chi ha potere il suo voto disperato nella speranza che venga preso in considerazione. Ma la Merkel dimostra di non credere alla fiabe. Il tono della sua comunicazione si raffredda e cambia immediatamente registro: convoca la spietatezza del reale.  «Non possiamo accogliervi tutti, siete in troppi!». Il voto di speranza viene rispedito al mittente. E la ragazzina, delusa, crolla tra le lacrime. Nella sua risposta il Gigante non sceglie la via del cuore. Non pensa di velare l’orrore del reale. Risponde come fosse di fronte ad una interpellanza parlamentare. Non mente, non nutre fantasie di accoglienza, non fa demagogia, non evita il carattere necessariamente scabroso e deludente della sua risposta. Il Gigante non protegge, come accade nelle fiabe, dalla minaccia del reale, ma evoca questa minaccia come semplicemente immodificabile. Chi potrebbe darle torto? Non si possono accogliere tutti. Questo è il punto più sensibile di tutta la scena: la ragazzina invoca il sogno di una vita libera e degna. Il Gigante la stronca appellandosi al carattere oggettivo della realtà. Impossibile non pensare qui alla vicenda greca e alla posizione di Tsipras, ma, più, in generale quella di chi coltiva una idea di Europa che non si riduce all’applicazione arida di una Legge impersonale. Nella sua prima risposta alla ragazzina palestinese Merkel evoca precisamente questo volto della Legge; quello che non sa fare eccezioni, che stabilisce un rapporto diretto e immodificabile tra l’infrazione e il suo castigo; che schiaccia il diritto del particolare sotto l’impero necessario dell’universale. D’altra parte, replicherebbe il Gigante, se l’eccezione diventasse la regola non vi sarebbe più alcuna possibilità della Legge. Come darle torto. È un grande problema di filosofia del diritto. E, tuttavia, la psicoanalisi mostra come in tutti i processi di crescita della vita individuale e collettiva l’applicazione (inumana) della Legge che non sa fare posto all’eccezione genera solo mostri. Lo sappiamo: il genitore che diventa un incubo per i suoi figli è quello che si identifica integralmente alla Legge rifiutando ogni sconto nella sua applicazione. Il genitore che diventa un incubo è quello che non sa ridurre il debito, ma che lo invoca in ogni occasione per far sorgere nel figlio il peso della colpa. Se riguardiamo ancora la conversazione tra il Gigante e la bambina non possiamo non chiederci: nel rapporto tra le generazioni è davvero questo il compito primo della parola dell’adulto? Quello di ricordare alle nuove generazioni il carattere spietatamente immodificabile della realtà? La parola di un adulto che si rivolge ad un giovane che ha dato, come quella ragazzina, prova di impegno non dovrebbe innanzitutto valorizzare il significato di quella prova? Non dovrebbe alimentare la potenza del sogno, dell’impresa, dello slancio, della possibilità del cambiamento. È solo il pianto realissimo della ragazzina che sveglia il Gigante dal sonno di una Legge che non conosce il sogno dell’eccezione. Il Gigante allora le si avvicina, prova a consolarla, la rincuora sinceramente. Le dice che la «situazione è difficile», ma che lei è stata brava. Bisognerebbe sempre ricordare ai Giganti che se il mondo non è un sogno, il mondo senza sogno deprime e muore.

venerdì 15 luglio 2016

Paginatre. 45 “Al tempo del capitalismo delle emozioni”.



Da “Il fantasma della libertà ai tempi degli emoticon” di Ezio Mauro, sul quotidiano la Repubblica del 30 di giugno 2016: Viviamo gli anni del serpente. Anni apparentemente post-conflittuali, che non contemplano più ordini, precetti, costrizioni e divieti: salvo l'austerity. Quasi come se la politica avesse delegato alla crisi il controllo spontaneo del sociale, tagli e fratture, disuguaglianze ed esclusioni e se ne volesse lavare le mani, ignorando quel che accade sotto di sé perché le basta il saldo finale, nella nuova meccanica della democrazia dei numeri. Al posto delle ideologie ci sono le emozioni, dove c'erano i valori crescono i sentimenti, spesso nella forma del grande risentimento collettivo che sta diventando dovunque la cifra del nostro scontento, unendo disperazioni individuali, solitudini repubblicane, sedizioni silenziose: e lasciandoci credere che tutto questo è politica. Cosa fa il potere davanti a questa mutazione in corso? (…). Nasce la società del serpente, l'animale che dischiude gli ambiti chiusi col suo solo movimento, che si adatta e scivola, supera barriere e restrizioni, connette gli spazi e sa cambiar pelle. Mitologicamente, poi, il serpente incarna il peccato generale che la società moderna porta in sé, e dunque avvera la profezia di Benjamin: il capitalismo è il primo caso di una cultura che non consente espiazione ma produce colpa e debito. Ma soprattutto - e proprio qui - nasce la "psicopolitica", la nuova tecnica di dominio tipica della società in cui viviamo. (…). La tesi è che le nuove costrizioni cui dobbiamo rispondere sono in buona misura volontarie (e per questo ci appaiono naturali) perché sono generate dalla nostra stessa libertà, in quanto la libertà di potere non ha limiti, e dunque produce più vincoli del dovere. Ecco che mentre si pensa come autonomo e libero, l'uomo d'oggi sta in realtà sfruttando se stesso senza avere un padrone, diventa imprenditore di sé, isolato in sé, e si "usa" volontariamente, seguendo le nuove esigenze della produzione immateriale. In questa volontà libera e sfruttata, in questo isolamento cresce la stabilità del sistema perché saltano le classi e le distinzioni tra servi e padroni, non si forma mai un "noi" politico, una comunità di ribellione, anzi non si vede emergere alcun punto di resistenza al sistema. Anche il nuovo tecnopotere si nasconde nella libertà, sottraendosi ad ogni visibilità. Deponendo il comando del potere disciplinare, preferisce sedurre piuttosto che proibire, plasmandosi sulla psiche invece di costringere i corpi, assume forme permissive mostrando benevolenza, cerca di piacere per suscitare dipendenza, depone ogni messaggio negativo usando la libertà per portare l'individuo a sottomettersi da sé. Nasce così la "società del controllo digitale" dove grazie all'autodenudamento volontario di ognuno di noi la libertà e la comunicazione che corrono senza limiti in rete si rovesciano in controllo e sorveglianza totali, con i social media "che sorvegliano lo spazio sociale e lo sfruttano", proprio a partire dall'auto-esposizione liberamente scelta da tutti gli utenti. Il risultato è un'informazione che circola indipendentemente dal contesto che la rende comprensibile e la connette ad un paesaggio cognitivo più ampio, mentre ogni estraneità, diversità, difformità viene eliminata perché rallenta la fluidità della comunicazione illimitata.