"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

giovedì 31 marzo 2016

Lalinguabatte. 17 “Mimmu ‘u curdu”.



Manca ancora il “pigolio” dell’uomo di Rignano sull’Arno. Ma sono certo che non ci sarà. Poiché a quell’uomo che diserta impegni di governo o istituzionali per abbracciare sportivi e non che facciano però notizia di “Mimmu ‘u curdu” non importa proprio nulla. Ha scritto infatti Alessia Candito sul quotidiano la Repubblica di ieri  - “Il sindaco calabrese tra i potenti della Terra. Grazie ai migranti il mio paese è rinato" - nella interessante intervista a “Mimmu ‘u curdu”, che al secolo risponde al nome di Domenico Lucano, sindaco di Riace, il paese dei “Bronzi”, che il modello d’accoglienza messo in atto da “Mimmu ‘curdu”, per come scrive anche la rivista Fortune che lo ha indicato tra le 50 persone più influenti al mondo, "ha messo contro Lucano la mafia e lo Stato, ma è stato studiato come possibile soluzione alla crisi dei rifugiati in Europa".Allora è inutile attendere il “pigolio” di cui sopra. Ho ascoltato la bella voce di “Mimmu ‘u curdu” stamane alle ore 10 nel programma radiofonico “Tutta la città ne parla” su RadioRai3 e mi sono sentito riconciliare con il mondo intero. Tale e tanta è la voglia di sapere e di conoscere esseri umani semplici e di grande valore morale e civico. Afferma “Mimmu ‘u curdu” nella intervista: "Da militante del movimento studentesco pensavo di poter partecipare alla costruzione di un mondo migliore. Poi quella via in Italia si è smarrita, ma a me è rimasta la voglia di fare qualcosa di concreto. Provarci non è stato semplice: la prima volta che mi sono candidato, non mi ha votato neanche mio papà. Poi, nel '98, sulle nostre coste è sbarcato un veliero pieno di richiedenti asilo curdi. E quell'esperienza ha cambiato tutto".Ho capito così da quale mondo “Mimmu ‘curdu” provenga e quali strade della speranza abbia battuto. Non meriterà pertanto il “pigolio” dell’uomo di Rignano sull’Arno.

sabato 26 marzo 2016

Lalinguabatte. 16 “In Italia… niente”.



Ritrovo di Enzo Costa un “Giro d’Italia in 38 aforismi”, pubblicato sul quotidiano l’Unità tanto tempo addietro, l’anno 2010 almeno, quando ancora il quotidiano che fu dell’Antonio Gramsci rappresentava il mondo della “sinistra” e detestava il mondo del pressapochismo inventato dall’uomo di Arcore e ben impiantato nel ventre molle del bel paese dal suo degno epigono tuttora in carica: In Italia si brancola nelle emergenze. In Italia si fa di necessità vizio. In Italia si parcheggia in doppia fila, ma il sogno proibito resta la terza. In Italia il qualunquismo non paga: vince gratis. In Italia non c’è più il popolo, però trionfa il populismo. In Italia siamo disponibilissimi a lottare contro il clientelismo: in cambio chiediamo solo un posto al ministero. In Italia la maggioranza vince e i cocci sono suoi. In Italia ogni tanto ci si affida all’Uomo della Provvidenza, dove la Provvidenza sta nel fatto che capita solo ogni tanto. In Italia i pochi che hanno schifo dello schifo li chiamano snob, e li snobbano pure. In Italia a un certo punto si riabilita una schifezza. In Italia a un certo punto hanno riabilitato il trash. In Italia a un certo punto è divampato l’allarme immondizia. In Italia a un certo punto si è spento, insieme alle telecamere. In Italia i carnefici sono spietati, ma i vittimisti feroci. In Italia si punta sempre alla qualità, all’eccellenza, al merito, e poi si fa fuoco. In Italia non si finanzia la ricerca perché se si ricerca troppo alla fine ti scoprono. In Italia gli estremisti di ieri sono i moderati di oggi ed i reazionari di domani, ma con il fanatismo di sempre. In Italia si salta sempre sul carro della cosca vincente. In Italia ci infuriamo con i politici corrotti: è inconcepibile che si facciano beccare. In Italia ci si indigna a sentenze alterne. In Italia non ci fidiamo delle ricette facili: ci fidiamo di quelle facilissime. In Italia abbiamo una buona memoria, solo che non ricordiamo dove l’abbiamo messa. In Italia teniamo famiglia. In Italia teniamo più famiglie. In Italia teniamo il Family Day. In Italia dovremmo temere la famiglia. In Italia non ce la raccontano: basta che ce la sussurrino. In Italia pensiamo così poco all’interesse generale che quest’ultimo ci ricambia. In Italia l’etica pubblica è morta e anche l’estetica privata non si sente troppo bene. In Italia siamo furbi. In Italia siamo furbetti. In Italia siamo furbissimi. In Italia quelli che non sono furbi, furbetti o furbissimi ci sono: sarebbero anticorpi, ma passano per anti-italiani. In Italia gli stadi ribollivano di slogan incivili, frasi oscene ed insulti razzisti: poi i talkshow politici gli hanno fregato il format. In Italia c’è poco sentimento e molto sentimentalismo, poco pentimento e molto pentitismo, poco talento e molti talent show. In Italia siamo nei reality show fino al collo. In Italia ci si guarda poco allo specchio e molto alla tv, che è uno splendido specchio deformante. In Italia leggiamo poco, di conseguenza ci beviamo tutto.

giovedì 24 marzo 2016

Sfogliature. 57 “Mammona iniquitatis”.



La “sfogliatura” proposta è del lunedì 29 di novembre dell’anno 2010. Il personaggio che l’aveva ispirata allora occupa ancor oggi le cronache del bel paese. Conduce tuttora una vita da “principe della chiesa” e come un “principe” si assegna prerogative d’interdizione nella vita pubblica di uno Stato sovrano. La “sfogliatura” quindi: Scrive Jean-Paul Gouteux  alla pagina 220 del Suo “Apologie du blasphème” – Sillepse, Paris (2006) - : (…). Il successo evolutivo di qualunque sistema ideologico dipende dalla sua capacità di generare proselitismo, per combattere, escludere, e rimpiazzare i sistemi antagonisti. La natura totalitaria dei sistemi religiosi e ideologici di maggior successo è vincolata a questa implacabile forma di selezione. Le religioni dolci, tolleranti, umaniste e pacifiche non hanno nessuna opportunità di alimentarsi. Insistiamo su questa evidenza che talvolta non si vuole vedere: si riproducono solo i sistemi che sviluppano mezzi efficaci di riproduzione, il proselitismo, il totalitarismo intellettuale, l’intolleranza, l’assolutismo delle convinzioni. (…).

mercoledì 23 marzo 2016

Lalinguabatte. 15 “Abdico questa mia umanità”.



Abdico questa mia “umanità”. Scrive Stefano Rodotà, sul quotidiano la Repubblica del 7 di dicembre dell’anno 2015 – “Di che cosa parliamo quando parliamo di umanità” -: (…). Si avvia (…) una costruzione dell’umanità “per sottrazione”, con una continua operazione di “scarto” di coloro i quali non sono ritenuti degni di farne parte. Ma questa non è una vicenda che possiamo consegnare al passato, per tranquillizzarci. Viviamo in società che producono quelle che Zygmunt Bauman ha definito “vite di scarto”, selezionate con criteri attinti unicamente dal processo produttivo. Ecco allora un orizzonte ingombro di poveri e disoccupati, precari e immigrati, persone alle quali vengono negate eguaglianza e dignità, destituite di umanità. (…). Abdico questa mia “umanità” che è stata costruita per via familiare, religiosa, culturale, sociale senza quel respiro universale che renda questa mia “umanità” partecipe di tutti gli avvenimenti storici del nostro tempo, che non riguardino solamente quelli della porta accanto o tutt’al più quelli che vivano nei limiti oramai ristretti che vanno dalle Alpi al Capo Lilibeo. Abdico questa mia “umanità” che piange, si dimena e si dispera, sotto l’abile copertura dei media, alle tragiche notizie delle giovinette morte nel corso di una gita in pullman, un mero incidente stradale, ma non tanto di più al cospetto delle innumerevoli morti avvenute in fondo al mare di quei migranti per fame, per guerre e per deprivazioni alle tante vite che non si possa dire che siano pienamente “umane”. Abdico questa mia “umanità” forgiata tutta da una storia più che millenaria di violenza e sottomissione nel nome delle colonizzazioni e della esportazione della nostra “civiltà” e di un messaggio religioso assolutista (mentre scrivo scorrono le immagini di quello straordinario documento cinematografico che è “Mission”, la colonizzazione spagnola del centro-America con il supporto vigoroso e colpevole della chiesa di Roma). Abdico questa mia “umanità” che nel tempo non ha costruito quelle condizioni materiali affinché anche al resto degli uomini e delle donne, in tutti gli angoli del pianeta, consentissero loro di muoversi liberamente e non sotto il ricatto della fame e della guerra e di godere dall’andare liberamente in giro per il mondo ed accedere ai luoghi nei quali si potesse rendere più leggera e più sostenibile l’umana esistenza, per come abitudini e civiltà che consideriamo per noi irrinunciabili hanno copiosamente diffuso in questa nostra parte del mondo. Scrive ancora Stefano Rodotà:

martedì 22 marzo 2016

Sfogliature. 56 “Il governo dei salvataggi non salva i risparmiatori”.



Non abbiano un sussulto improvviso gli incorreggibili ammiratori dell’uomo di Rignano sul’Arno fuorviati dal titolo di questa “sfogliatura”. Non si parlerà affatto di “Banca Etruria” e dintorni. E di tutti i machiavellismi messi in atto per compiacere quei “poteri” che, se non sempre “forti” danno la speranza o la promessa di un sostegno necessario alla carriera politica. Stiano tranquilli, niente di tutto ciò. Si parla – o si scrive – di ben altro ma che ha la stessa natura e lo stesso effetto se riportato ai giorni correnti. La “sfogliatura” risale infatti al 22 di gennaio dell’anno 2005. E se quell’anno 2005 sembra un’altra epoca, quando del “rottamatore” ben poco si conosceva, di quell’anno restano evidenti nelle cronache divenute nel frattempo “storia” – minima, ma pur “storia” - le analogie, i vizi, e le malversazioni che accompagnano ancor oggi il vivere sociale e politico del bel paese. Scrivevo allora che… E se provassimo una volta tanto a dare uno sguardo nel ripostiglio del  (mal)governo, là dove non batte il “sole mediatico” ad illuminare e rendere meno brutte le cose fatte o non fatte dall’egoarca e dalla sua accolita, a spazzare negli angoli dove a nessuno viene le voglia di guardare, tanto le cose là nascoste o riposte di proposito non interessano proprio a nessuno, se non ai diretti interessati, cittadini di un paese disastrato?L’occasione ci è offerta dalla nota di Alberto Statera apparsa sul settimanale “Affari&Finanza” del 17 gennaio, col titolo preso a prestito per questa illuminante rilettura.

sabato 19 marzo 2016

Oltrelenews. 82 “Una destra da Bar Sport”.



Da “Meloni scorda le sue rughe (politiche)” di Luisella Costamagna, su “il Fatto Quotidiano” del 20 di novembre dell’anno 2015: Cara Giorgia Meloni, certo di strada ne ha fatta: la "Le Pen italiana”,unica donna a guidare un partito, onnipresente in tv, in crescita nei sondaggi, protagonista del nuovo centrodestra con Salvini e Berlusconi nel ruolo che fu di Fini. Talmente impegnata che non riesce ad andare in Parlamento: è l'ottava deputata più assente alle votazioni. D'altronde è abituata ai record: consigliere provinciale a 21 anni, onorevole a 29, è stata il ministro e vicepresidente della Camera più giovane della storia repubblicana (poi superata da Di Maio). Ma oggi sembra non voler ricordare la sua storia. L'impressione è che, da quando ha fondato Fratelli d'Italia a fine 2012, voglia presentarsi come "nuova" e, oltre a photoshoppare la sua foto nei manifesti, tenti di ritoccare anche il suo passato. Non tanto il fascismo o Berlusconi e le sue leggi ad personam (che nel 2006 definì "perfettamente giuste"), quanto ciò che non si attaglia al suo ruolo attuale di fiera oppositrice di Renzi. Sere fa da Floris era un fiume in piena (come sempre peraltro): "Renzi taglia tasse messe da loro: quelli del Pd hanno messo la tassa sulla prima casa, ora la levano; hanno messo il tetto al contante a 1.000 euro, ora lo alzano a 3.000" e giù a rinfacciare incoerenze e strappare applausi. Peccato che insieme a loro ci foste anche voi del Pdl - e pure lei - a votare sì all'Imu e al tetto al contante nella Manovra Salva Italia di Monti. Doveva dire "abbiamo", non "hanno". In quella manovra 2011 c'era anche la legge Fornero, che oggi critica aspramente: FdI ha offerto avvocati per i ricorsi, dopo la bocciatura della Consulta sul "prelievo truffaldino" (parole sue) sulle pensioni da1.400 euro; lanciato una class action contro il governo per far restituire il "maltolto" (idem); sostenuto il referendum abrogativo della Lega. Ma almeno la Lega non la votò, lei sì. Perché non dice che quella truffa è anche opera sua? Altra battaglia della "nuova" Meloni, con tanto di proposta di legge, è l'abolizione di regioni e province: basta "carrozzoni", ci vuole "un nuovo federalismo municipale", non fatevi infinocchiare dal "Supereroe Renzi" - twittò nel 2014 - che "finge di abolire le province e crea 25mila poltrone in più". La "vecchia" Meloni invece non era così sensibile ai costi e alla razionalizzazione degli enti locali, tant'è che nel 2011 votò contro la soppressione delle province in Costituzione. Ma dirlo adesso, come il resto, non conviene. Amnesie anche su Mafia Capitale: "Rivendico con orgoglio che non ci sono esponenti di FdI coinvolti", "Il nostro capogruppo era definito da Buzzi il più onesto", "Alemanno non era di FdI quando governava". Vero, ma mica vorrà farci credere che il suo rapporto col Pdl e la destra romana, Gramazio e Alemanno, cominci nel 2012 con FdI, e prima nulla? Quando Alemanno divenne sindaco FdI non c'era ancora, ma si ricandidò nel 2013 col suo sostegno, poi entrò nel partito e nel 2014 corse alle Europee. Quando fu indagato era di FdI, tant'è che si autosospese. Qualche autocritica in più, al di là della facciata, potrebbe farla. Cara Meloni, un consiglio: non finga di essere nuova e coerente. Ormai ha quasi 40 anni, impari a convivere con le rughe (fisiche e non). Un cordiale saluto.

giovedì 17 marzo 2016

Paginatre. 28 “Se un giorno, in Germania, in Svezia, in Danimarca mi incontrerai”.



Da “Quel bambino nato nel fango ai piedi del nuovo muro” di Melania Mazzucco, sul quotidiano la Repubblica del 13 di marzo 2016: Tu devi vivere. Per te, minuscola creatura senza nome venuta al mondo sotto un cielo di pioggia, su un materasso di fango. Ma anche per noi, che ti guardiamo inteneriti e ipocriti - disposti a piangerti morto e però non disposti ad accoglierti vivo. Sei l'ennesimo: un numero di troppo, in una somma con tanti zeri. Se l'acqua con cui ti hanno lavato non sarà stata troppo fredda, se i microbi e i batteri che proliferano nella fetida melma pestata da scarpe esauste non infetteranno la ferita del cordone ombelicale, allora anche per noi ci sarà perdono. Un giorno saprai dove, come e perché ti è stato tolto tutto, anche il diritto di appartenere, nei tuoi primi istanti, a chi ti ha generato. Invece il mondo intero ti ha visto nudo, inerme, poco più grande della mano che ti sostiene. Se resterai in questo continente, ci incontrerai a scuola, all'università, al lavoro e non potrai non chiederti dov'eravamo, mentre tua madre incinta attraversava il mare bellissimo in cui noi ci facevamo il bagno, o camminava sotto la pioggia ai margini di una strada che non doveva condurre a nulla. E perché nessuno le ha trovato un tetto, o un letto - nemmeno a lei, che degli ultimi era nella condizione di essere l'ultima. Guardando il genitore di un tuo compagno, o il tuo datore di lavoro, ti chiederai se è stato tra quelli che ritenevano tua madre una minaccia alla sua identità, alla sua religione o alla sua opulenza. Se è stato uno di quelli che distingueva i suoi bisogni in base alla presunta sicurezza della regione da cui era partita, e classificava i suoi compagni di viaggio tra aventi diritto e non aventi. O se è stato invece uno di quelli che ti hanno aiutato - dandole qualcosa da mangiare, o un passaggio, o anche solo la tenda in cui sei nato. Che in verità costa molto poco, sai, e i giovani di questo continente non la usano più nemmeno per andare in vacanza. Misero aiuto, potrai pensare - perché ciò che mia madre chiedeva non era cibo né tenda, benché ovviamente avesse bisogno anche di quelli, ma era ciò che voi considerate tutto. La dignità di essere riconosciuta come un essere umano, e il diritto di sognare un futuro per sé e per te. Che poi è l'unica ragione che muove il mondo, e lo rinnova. Forse ti diranno che tanti anni fa l'Europa era un campo di rovine, dopo una guerra peggiore o identica a quella da cui sono scappati i tuoi. Ricordandosi di non aver accolto neanche un profugo, di aver lasciato affondare le barche che trasportavano un popolo condannato a morte, giurando che lo scandalo non si sarebbe ripetuto, gli uomini che dovevano governare il nuovo mondo compilarono nobili costituzioni, e firmarono trattati impegnativi. Nel 1951, la convenzione di Ginevra ha sancito che nessuno Stato che l'ha sottoscritta "può espellere o respingere, in qualunque maniera, un rifugiato alle frontiere di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbe minacciata"... Infatti non hanno espulso tua madre né te. Ma non vi hanno neppure accolti. Siete lì, entrambi - di tuo padre non so nulla - sospesi, nel bozzolo umido e primordiale di una tenda. Vi hanno fermato - come si ferma provvisoriamente un fiume, costruendo una diga, che allaga i campi tutt'intorno. Ma come tutti sanno, l'acqua trova sempre una strada. Tu l'hai trovata. Se un giorno, in Germania, in Svezia, in Danimarca mi incontrerai, chiedimi dov'ero il 12 marzo del 2016. Ti ho visto nascere, ti dirò, ti ho augurato di vivere, ho scritto di te. Tu mi dirai: non era abbastanza. Ma ci vorranno anni. E io ho ancora modo di dimostrarti che ti considero più prezioso della plastica che ti circonda, che sei tu il futuro mio e dell'unione di nazioni e popoli di cui vorrei essere orgogliosa di fare parte. Di dimostrarti che ti ho riconosciuto.

venerdì 11 marzo 2016

Paginatre. 27 “Eco, serendipity ed il Barbanera”.



Da quel grande “Maestro” dallo sconfinato sapere e dalla intelligente, tagliente ironia “Perché mi piace il Barbanera”, sul settimanale “l’Espresso” del 12 di gennaio dell’anno 2012: Quest'anno la crisi si è fatta sentire anche nell'universo delle agende: tra Natale e Capodanno non ho ricevuto la solita quantità di calendari, taccuini, volumi celebrativi e altro (che era poi così difficile smistare tra segretarie, portinai, figli e colf). Le aziende hanno deciso di risparmiare. Unica eccezione il Barbanera, lo storico lunario che risale al Settecento e continua a uscire tradizionalmente a Foligno. Anzi l'editore Campi mi ha anche fatto pervenire una raffinata serie di fascicoli e fogli cartonati con riproduzioni a colori dai Barbanera degli ultimi duecentocinquant'anni, e i dovuti commenti storici. Di questo storico lunario hanno sentito parlare anche coloro che non l'hanno mai sfogliato, trovandolo magari citato in D'Annunzio ("La gente comune pensa che al mio capezzale io abbia l'Odissea o l'Iliade, o la Bibbia... Il libro del mio capezzale è quello ove s'aduna "il fiore dei Tempi e la saggezza delle Nazioni": il Barbanera" (Lettera al parroco di Gardone, 27 febbraio 1934), oppure in Capuana, o in Pirandello, o in Sciascia. E dei Barbanera aveva parlato con la sua solita insaziabile curiosità Piero Camporesi in un articoletto del 1982, "Requiem per un lunario" (ora ne "Il governo del corpo", Garzanti 1995). "Questi ultimi esemplari del vecchio colportage (“faire le colportage”, fare il venditore ambulante n.d.r.) sono quasi del tutto scomparsi...

martedì 8 marzo 2016

Paginatre. 26 “Otto marzo 2016: non è giorno di festa, amoroso fiore!”.



Da “Otto marzo 2016: non è giorno di festa, amoroso fiore!” di Giovanni Torres La Torre:

I
Non salpano più bastimenti con nomi di regine
e per mari sconosciuti,
lunghi viaggi ai quali si confidava
la speranza di un destino.
Il nome di fiore
che generosa madre donò alla luce,
una voce amica ora lo evoca
nel tempo di altre fughe
per non smarrire la nostra umanità,
le parole che ricordano
chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo.

II
Non è giorno di festa, amoroso fiore!
ma di benigno coraggio
e brevi parole.
Non è sempre uguale l’alba che apre
le fatiche quotidiane della terra
seppure l’immaginazione
può sempre cercare
l’inganno di un chiaro di luna,
non udire il dolore
che spacca la fatica di una gemma.
Non è giorno di festa, amoroso fiore!
ma di case bruciate, fili spinati
e cenere.

domenica 6 marzo 2016

Paginatre. 25 “Populismo e disuguaglianze insostenibili”.



Da “La politica dell'altrove” di Ezio Mauro, sul quotidiano la Repubblica del 22 di dicembre dell’anno 2015: (…). …il populismo è la più moderna interpretazione di una politica ridotta ad una serie continua di sollecitazioni e di impulsi  -  più che di idee e valori  -  trasmessi da un leader trasformato in attore politico (performer) nei confronti di una base popolare a cui non chiede partecipazione, ma una delega periodica e una vibrazione di consenso continua. Lo scambio avviene sulla vecchia frontiera tra il cittadino e lo Stato moderno, quella frontiera dove si negoziano quote di libertà in cambio di quote di sicurezza. Per un paradosso drammatico, mentre nella fase che viviamo aumentano le paure legittime e anche quelle meno razionali, lo Stato nazionale fatica sempre più a garantire la sicurezza che gli viene richiesta. Il cittadino avverte che la crisi è senza governo; capisce che questo deficit è figlio di fenomeni globali che portano la situazione fuori controllo; si accorge che rivolgere le sue richieste allo Stato nazionale è un'abitudine novecentesca ormai fuori corso, perché il potere vero sta negli spazi transnazionali dei flussi finanziari e dei flussi d'informazione. Dunque il potere fa ormai il fixing in un altrove irraggiungibile, che mette fuori gioco le sovranità, il governo tradizionale e il controllo cosiddetto democratico. Perché l'altrove non ha istituzioni, né costituzioni: vive senza. Ma se quell'altrove è irraggiungibile, allora la politica è una pura operazione mimetica del reale, perché la posta in gioco è fittizia. E dunque il sistema diventa prima lontano, poi indifferente, quindi estraneo al cittadino, che entra anche lui in un "altrove": diserta il voto o si rifugia nel voto più semplice di rifiuto del sistema. Rifiuta lo Stato e il meccanismo democratico che gli dà forma, ritenendo che questa sia l'ultima ribellione possibile, o addirittura la più forte, quella finale. Senza accorgersi che nel momento in cui lui si pone fuori dalla rete della vicenda pubblica rifiutando di farne parte, quando l'esercizio dei suoi diritti è esclusivamente individuale e non si combina con gli altri, anche lui conta per uno, e non interessa più allo Stato se non come unità da computare sterilmente nei sondaggi, e da ammassare nel voto residuo, al netto delle astensioni. È qui, in questo crinale tra l'esserci e il non esserci, che si gonfia il sentimento dell'antipolitica. Un sentimento più che un pensiero. In questi anni di crescita del populismo non è infatti nato un pensiero economico alternativo al liberismo che ci ha portati dentro la crisi, una moderna interpretazione dell'Occidente (…) una nuova teoria dell'accoglienza e della sicurezza che permetta di rispondere alle domande di umanità che arrivano dall'ondata dei migranti rispondendo nello stesso tempo alle paure e alla richiesta di protezione che vengono dalle fasce più deboli della nostra popolazione: i più anziani, i più soli, quelli che vivono nelle grande periferia del Paese. No: è nata solo una coltivazione delle paure, irrigate e concimate da slogan strumentali, in quella semplificazione che è la vera forma espressiva del populismo e non reggerebbe mai ad una prova di governo, ma è perfetta per raggiungere le solitudini impaurite d'inizio secolo, chiuse a doppia mandata nel grande tinello italiano. Un pensiero contratto a slogan che non serve a contrastare la paura ma a confermarla quasi fisicamente, promettendo barriere, muri, esclusioni, frontiere. Tutto ciò non accadrebbe se la politica svolgesse il suo compito. Ma nel momento in cui ai partiti mancano storie, tradizioni e valori (tutto ciò che fa muovere le bandiere: che infatti restano flosce come sulla luna), ogni cosa diventa istantanea e istintiva, spesso anche isterica, l'atto politico non c'è più, soppiantato dal gesto politico che si consuma mentre si compie, nell'esemplarità artificiale di una performance ridotta a spettacolo pirotecnico, di cui dopo il botto resta solo la cenere. Il vuoto della politica, o peggio, genera solitudine repubblicana a cui si crede di rispondere con secessioni private, come se fosse possibile cercare risposte individuali a problemi collettivi.

venerdì 4 marzo 2016

Oltrelenews. 81 “Governare nel paese di Embè”.



Da “Il Paese di Embè” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del primo di marzo 2016: (…). Chi promette soldi a tutti, dai poveri ai giovani, dai contribuenti ai pensionati, dalla scuola alla ricerca al dissesto idrogeologico che trasforma due giorni di pioggia in emergenza nazionale? Lo stesso premier che ha appena preso in leasing un catorcio di Airbus per farne il suo Air Force One, al modico costo di 40mila euro al giorno (15 milioni l’anno) più 21mila dollari di carburante per ogni ora di volo: se viaggiasse su voli di linea come Mattarella, potrebbe impiegare quelle somme per finanziare 4400 borse di studio all’anno, o assumere 200 ricercatori e trattenerli in Italia, o coprire in due anni il buco di Expo. Embè? Chi contesta il bail-in, cioè la norma europea che dal 2016 vieta agli Stati Ue di salvare le banche con soldi pubblici? Il Pd, che l’ha votata al Parlamento europeo e in quello italiano. Embè? Chi attacca le politiche rigoriste e merkeliane di Juncker? Il premier italiano che votò Juncker a presidente della commissione Ue insieme alla Merkel e si schierò con Juncker e Merkel quando quelle politiche erano contestate dal referendum di Tsipras in Grecia. Embè? (…). Perché la stepchild adoption, cioè la possibilità per le coppie gay di adottare i 500 “figliastri” o “configli” nati dalle loro unioni o da quelle precedenti, è stata stralciata dalla Cirinnà al Senato? Perché 199 senatori, cioè la maggioranza, volevano approvarla, mentre 121 senatori, cioè la minoranza, non volevano: allora Renzi ha imposto la fiducia al suo governo su una legge che non era del suo governo, per impedire ai partiti di opposizione di votare con quelli di maggioranza tutta la legge e consentire a una minoranza di farne passare solo un pezzo, con tanti saluti ai 500 bambini, dando poi la colpa all’opposizione. Embè? (…).

giovedì 3 marzo 2016

Lalinguabatte. 14 “Deflazione il male oscuro delle monete”.




Ha scritto Curzio Maltese sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 26 di febbraio – “Crescono le diseguaglianze, ma la notizia è meno cliccata di quelle su gattini e gossip” -: La notizia che un club di 62 super ricchi, 53 uomini e 9 donne, ormai possiede la stessa ricchezza dei 3,6 miliardi di persone più povere del mondo è stata archiviata più o meno come una curiosità statistica, nel guazzabuglio del «forse non sapevate che» da Settimana enigmistica cui è ormai ridotta l’informazione globale. In molti siti anche di giornali seri e importanti è stata meno cliccata delle solite gallerie di gattini e cagnolini da concorso e degli ultimi aggiornamenti sui ritocchi estetici delle star di Hollywood. Non ha fatto scandalo neppure l’altro dato fornito da Oxfam, confederazione internazionale di ong: dal 2010 a oggi l’1 per cento dei più ricchi si è ulteriormente arricchito del 44 per cento, mentre i 3,6 miliardi di poveri si sono impoveriti del 41 per cento. Una redistribuzione che in altri periodi non sarebbe avvenuta nemmeno in un secolo e si è invece compiuta in soli cinque anni. Il mondo intero dovrebbe fermarsi a riflettere su questi dati terrificanti, i potenti della terra dovrebbero convocare vertici internazionali e discutere di soluzioni, il Congresso americano o il Parlamento europeo rinviare ogni altra discussione per concentrarsi sulla lotta a una disuguaglianza così feroce e pericolosa. Nulla di questo è accaduto. Eppure queste poche cifre spiegano tanto altro. È qui che “lalinguabatte”. E questo post può a ben essere considerato il prosieguo del post di ieri 2 di marzo. Poiché non è comprensibile l’indifferenza collettiva dinnanzi  a fatti e dati che dovrebbero suscitare una mobilitazione generale senza confini. Ed intendo riferirmi al solo mondo dell’Occidente, nel quale alcune garanzie conquistate nei secoli precedenti consentirebbero una espressione più viva ed intransigente a fronte di queste denunce che non scuotono oggigiorno che le poche, pochissime “anime belle”. Ed allora la stampa asservita, i media tutti globalizzati ed asserviti ad un potere senza responsabilità sociali svolgono egregiamente la loro funzione catartica - nel senso di liberazione degli individui dagli affanni del vivere, la soluzione dei quali è preferibile demandare al proclamatore di turno -, di obnubilamento generale delle coscienze. Ed è grazie all’opera continua e subdola di quella stampa e di quei media che gli uomini politici di tutti le coloriture e di tutti gli schieramenti possono ignorare le dilaganti diseguaglianze oramai planetarie riducendo il loro “far politica” ad un continuo pronunciamento su  aspetti che fungono da “specchietto delle allodole” e che non intervengano ad interferire con l’azione spregiudicata ed i rapina del capitalismo del secolo XXI. È così che i “proclami” ed i pronunciamenti di quei leader non mirano a denunciare, modificare o sovvertite una ingannevole politica che oramai resta asservita alle scelte della finanza fine a se stessa, e l’indifferenza indotta nel vasto corpo sociale favorisce il ruolo ambiguo della politica dei nostri gironi, ridotta ad essere un “convitato muto” sul grande palcoscenico planetario. Corrivi la stampa ed i media, corrivi i politici che da tempo hanno dismesso quel ruolo “pedagogico” nei confronti delle masse ben serviti in ciò dagli strumenti potenti della comunicazione.

mercoledì 2 marzo 2016

Lalinguabatte. 13 “La voce del padrone”.



Prendiamo le prime pagine – e solamente quelle per carità, quelle che strillano di più e fanno da megafono del potere - di uno dei due quotidiani che continuo a frequentare ancora. Perché ancora? Presto detto. Un tempo acquistavo ed ho acquistato sino all’ultima sua chiusura – a quando la prossima? – il quotidiano di quello che fu il “piccì”. Un legame di fedeltà che veniva da lontano e che ha segnato – quel legame intendo dire - la mia vita adolescenziale, la mia giovinezza, la cosiddetta maturità (ma quando un essere umano possa considerarsi maturo non oso stabilirlo. Propendo per un divenire dell’umano che non abbia traguardi o limiti), ma non ho potuto continuare in quel legame alla luce del nuovo assetto padronale ed editoriale di quello che fu il grande giornale fondato da Antonio Gramsci. Del quotidiano al quale ho all’inizio accennato cominciano ad annoiarmi ed impensierirmi gli editoriali, i ditirambi e quant’altro abbia a trasformare un giornale dalla sua naturale vocazione di controllore del potere in un cane fedele, in quella che definirei “la voce del padrone”, voce stonata e di nessuna credibilità. Compro quel quotidiano sin dalla sua comparsa nelle edicole – 1974 - ma il cambio di direzione mi pare essere stato anche un cambio di rotta editoriale, di vocazione e di pensiero. Prendiamo alcune delle sue prime pagine più recenti. 13 di febbraio ultimo scorso: “L’Italia frena il Pil del 2015 fermo allo 0,7”. Si dirà: embé? Sulla scorta di quello straordinario successo, però, i reggitori della cosa pubblica del bel paese hanno previsto nella cosiddetta “legge di stabilità” dell’impoverimento collettivo un +1,6 per l’anno in corso. Nel sottotitolo: “Il petrolio sale e rilancia le borse. Milano recupera il 4,7 per cento. Renzi: il Paese è ripartito”. Per dove? E tutto quest’ultimo entusiasmo del sottotitolo come si concilia con il titolo? Boh! 28 di febbraio ultimo scorso: “G20: sì alla crescita e il Tesoro studia il piano taglia-tasse”. “Il Tesoro studia”. Cosa? Boh! Ecco, basta proclamare “la crescita sia” e tutto si rimetterà al posto giusto? Megafoni e tromboni. Sottotitolo di quel giorno: “Padoan: se c’è spazio via a stimoli fiscali. La Germania frena la Bce. Cina sotto esame”. “Se c’è spazio”! Per chi? Pensate, lo dice Padoan! Quello che accusava i risparmiatori della Banca Etruria di ignoranza in materia economico-finanziaria; un obbligo essere tutti economisti ed analizzatori finanziari. Costoro studiano e ci governano. Oggi, 2 di marzo 2016, titolo di prima pagina che urla a squarciagola: “Torna la crescita. 70mila posti in più l’export spinge il Pil”. Tromboni e megafoni. Quanti giorni sono passati dai titoli del 13 di febbraio? È bastato dire “sì alla crescita”  il 28 di febbraio che il 2 di marzo “torna la crescita”. Tromboni e megafoni. Si spiega sotto il titolo: “Il Prodotto interno lordo sale dell’0,8 per cento nel 2015, certifica l’Istat”. Pensate un po’: lo 0,1 per cento in più rispetto al titolo del 13 di febbraio. Straordinario! Incredibile! Un miracolo quasi! Orbene, quello 0,1% in più quanto lavoro in più ha creato? Quanta ricchezza in più ha distribuito agli abitatori del bel paese? E perché allora Michele Serra, che è un notista affermatissimo di quel quotidiano, ha scritto nella Sua rubrica “L’amaca” del 25 di febbraio:

martedì 1 marzo 2016

Paginatre. 24 “Alla voce democrazia”.



Da “Come battere l’oligarchia” di Nadia Urbinati, sul quotidiano “l’Unità” del 20 di novembre dell’anno 2012: (…). La crescita delle diseguaglianze di potere sociale e culturale, di opportunità e capacitazioni cambia le relazioni politiche tra i cittadini introducendo preoccupanti sbilanciamenti di potere di influire sui processi decisionali e di godere dei diritti dichiarati nelle costituzioni. Mai come oggi la nostra voce ha pesi diversi. Si tratta, (…), degli effetti politici del declino dello Stato sociale, del modello keynesiano o della fine del compromesso tra capitalismo e democrazia, tra lavoro e cittadinanza. Ma che cosa comporta questo mutamento? Comporta una ristrutturazione del rapporto tra le classi sociali e una forte propensione del sistema politico a riflettere questa ristrutturazione in modo da fare scelte che distribuiscono costi e benefici in maniera proporzionale al potere economico. Mai come in questi ultimi anni chi ha meno paga più e riceve meno dallo Stato. Mai come in questi ultimi anni si è invertita la logica del contributo alla vita della nazione, per cui chi ha reddito da lavoro paga più di chi ha rendite finanziarie. La diseguaglianza del potere del denaro si traduce molto esplicitamente in diseguaglianza del potere politico. Impoverimento e concentrazione della ricchezza vanno insieme: questa è la legge dell`oligarchia. Ma se gli interessi dei pochi e dei molti si divaricano in modi drammatici, è prevedibile che decada anche il loro interesse a cooperare o a cercare compromessi e mediazioni. I «pochi» e i «molti» tornano a essere due mondi separati. Chi ha tanto, pensa di poter imporre le sue scelte confidando sulla necessità di chi ha poco. Chi ha poco, sa di non aver nulla da guadagnare dal compromesso, che comunque è a suo svantaggio poiché non ha forza di contrattazione. Che non ha insomma nulla da perdere dall`incattivirsi del conflitto. Le condizioni della cooperazione tra le classi si assottigliano, lasciando intravedere un fenomeno che non può non destare preoccupazioni, ovvero la secessione dei pochi dall`interesse generale, e l`erosione della pace sociale. Disinteresse per i destini della società da parte di chi più ha e crescita dei rischi di conflitti violenti vanno insieme. (…). Difendere la democrazia può voler dire fare politiche che hanno una colorazione di classe. Questa è la realtà che si è imposta con la crisi del 2008. Essa richiede che l`economia torni ad essere centrale, ma non soltanto per una parte (come già lo è) e non nella versione dogmatica che il liberismo predica e impone (come già avviene). (…).