"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

giovedì 25 febbraio 2016

Sfogliature. 54 “Non spegnete l’utopia”.



La “sfogliatura” che si propone è di un post del 29 di marzo dell’anno 2005. Undici anni addietro, con gli anni a seguire che hanno visto realizzarsi la “fine” di quelle “utopie” che dovrebbero essere proprie delle giovani generazioni. Viene da chiedersi a chi addebitare un simile sconvolgimento nella vita delle giovani persone, giovani persone che hanno rappresentato da sempre il futuro. Da dove è iniziato lo sconvolgimento che domina tuttora la vita di  moltissimi giovani, come è stato possibile che la “cecità” dei cosiddetti adulti non abbia intuito gli sbocchi finali verso i quali in tantissimi si sentono irresistibilmente attratti? La famiglia, la scuola, la religione e perché no la politica portano le responsabilità del tracollo delle “utopie” da sempre ossigeno per le giovani generazioni. Annotavo allora… (…). …come le mie finestre: ognuna mi dà un pezzo di prato, ma io il prato non lo vedo mai. Poveri giovani. Non possono pre-vedere, pro-grammare, pro-gettare. E così non sanno più cosa fare da grandi. Gli si aprono davanti decine di finestre, e in ognuna vedono un pezzo di qualcosa, ma quel qualcosa non lo vedranno mai per intero. Stanno lì a guardarle tutte insieme quelle finestre, le tengono tutte aperte, in fila, orizzontali, e non sanno. Non sanno se preferiscono occuparsi di astronomia o di chirurgia plastica, informatica o odontotecnica. Non lo sanno. Perché non mettono più le virgole, perché noi non glielo insegniamo abbastanza. (…).
Credo di aver tratto dal bellissimo volume di Paola Mastrocola “La gallina volante” tante altre deliziose citazioni inserite nei miei post, deliziose per l’appunto come questa appena trascritta, che ho voluto precedesse il sempre erudito e profondo scrivere di Umberto Galimberti nell’ultima sua interessante nota, pubblicata col titolo preso a prestito, su di un supplemento del quotidiano “la Repubblica” del 26 di marzo. Insisto nel ritenere la lettura del volume della professoressa Mastrocola molto più interessante e gratificante rispetto a pubblicazioni più titolate e paludate ma che risentono, queste ultime, di una insopportabile pedanteria pedagogica, nel gran discutere che si va facendo sulle problematiche esistenziali delle giovani generazioni. Una risposta, non di certo la risposta, su tali problematiche ce la offre la nota di seguito riportata. (…). Della disillusione siamo responsabili noi adulti, che, aderendo incondizionatamente al "sano realismo" del pensiero unico incapace di volare una spanna oltre il business, il profitto e l'interesse individuale, abbiamo abbandonato ogni vincolo di solidarietà, ogni pietà per chi sta peggio di noi, ogni legame affettivo che fuoriesca dallo stretto ambito familiare. Inoltre abbiamo inaugurato una visione del mondo che guarda alla terra e ai suoi abitanti solo nell'ottica del mercato, anche se poi andiamo ipocritamente predicando i diritti dell'uomo con un'enfasi che trascura di intervenire concretamente sulla fame e la sete dei diseredati, sulle loro malattie che generano inosservati stermini per mancanza di medicine, sulla sorte dell'infanzia che sopravvive alla fame e alla sete, per essere poi, in dimensioni non marginali, impiegata in lavori minorili, in aberrazioni sessuali, quando non in prelievi d'organo. Il comportamento di noi adulti e l'indifferenza, contrabbandata per impotenza, con cui assistiamo alle condizioni dell'umanità nell'epoca della globalizzazione, minacciano di fare apparire come "naturali" quelle stratificazioni massicce di sofferenza, che invece sono l'effetto del nostro egoismo collettivo, che ci tiene lontani dalla giustizia e quindi dalla buona coscienza. Tutto ciò inevitabilmente lo trasmettiamo ai nostri ragazzi, che non leggono in noi alcuna tensione ideale, alcuno sguardo utopico che sappia guardare il futuro al di là della pura e semplice sistemazione dei figli, a cui ci rapportiamo, come vuole lo spirito del tempo, in termini esclusivamente contrattuali, con premi, ricompense, regali a ogni tappa della loro crescita, quasi non fosse loro interesse diventare adulti e, invece di "inserirsi", dare un nuovo volto alla società. La disillusione dei giovani si sposa anche con la loro pigrizia, perché il disfattismo e il fatalismo non mancano di un certo fascino che induce a farsi sedurre dal canto delle sirene della disperazione, dispone all'attesa del peggio, fino a farsi avvolgere da una sorta di notte apocalittica che, come un cielo buio, sembra precludere loro il futuro e assaporare fino alla nausea l'insignificanza della loro esistenza. Per non provare l'amarezza della delusione meglio non illudersi, per non assaporare l'angoscia della disperazione, meglio non sperare. E senza illusioni e senza speranze, che sono le prerogative dell'età giovanile, si prende dimora in quel presente disincantato che non guarda né avanti né indietro, ma semplicemente si contiene in quella prudenza, che spesso i genitori scambiano per saggezza, quando invece è semplicemente paura, neppure riconosciuta come tale, perché, come si affaccia, è subito ricacciata nel sottosuolo delle loro anime afasiche e prudentemente anaffettive. (…). … le fregature peggiori non sono le mancate realizzazioni delle utopie, ma la rinuncia anticipata a immaginare utopie, che poi per i giovani vuol dire immaginare quel futuro che li riguarda, da cui non possono assentarsi. Si era al tempo della “sfogliatura” ben lontani da quella “crisi epocale” che ancor oggi stringe nelle sue potenti spire il mondo reso globalizzato. E l’illustre Autore non avrebbe potuto immaginare, a quel tempo, gli sviluppi della stessa e di come essa avrebbe condizionato ancor più la vita di tantissime donne e di tantissimi uomini soprattutto in quel mondo al quale apparteniamo per cultura, storia e visioni di vita. Tornava l’illustre Autore sull’argomento della “disillusione” in una Sua nota del 27 di febbraio dell’anno 2010 – “La disillusione giovanile” – pubblicata sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica: Prima di essere reale, la vita deve essere fantasticata. La cultura oggi ha ridotto il suo spazio al cinema, ai concerti e alle mostre. La televisione, che molti definiscono la maggiore industria culturale (?), s'è fatta in gran parte gioco e divertimento. E in questa opacità culturale, dove più nessuno discute idee, il nostro paese si addormenta tra ovvietà e luoghi comuni, stendendo sulle menti lo spesso manto dell'assopimento del pensiero, mascherato dalla frenesia del fare. Un fare afinalizzato, dove è difficile reperire un senso, una sollecitazione per un'idea, un entusiasmo per una passione che prenda quota dal ventre in su. E se la nostra decadenza, prima che economica, fosse culturale, e dipendesse dall'incapacità di reperire idee nuove che solo i giovani possono portare, a partire dalla loro energia non ancora canalizzata, ma forse più feconda e innovativa di chi ormai, avanti con l'età, si assopisce quando non si avvita sulle proprie idee vecchie e ormai consolidate, che fungono più da strumenti di sicurezza che da spunti di innovazione? Potessero risuonare nel cuore dei giovani quelle parole di Nietzsche: - No. La vita non mi ha disilluso da quando ho scoperto che potrebbe essere un esperimento di chi è volto alla conoscenza - non un dovere, non una fatalità, non una fede -. La vita come mezzo di conoscenza. Con questo principio nel cuore si può non soltanto valorosamente, ma anche gioiosamente vivere e gioiosamente ridere -. Siamo in grado di creare le condizioni perché questo accada, magari incominciando da un'istruzione, in ogni ordine e grado, capace di coniugarsi con la passione di cui si alimenta il cuore dei giovani?

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